giovedì 26 marzo 2009

Venerdì 13 (1980)

Il povero Bollalmanacco si è lasciato un po’ andare, ma senza tempo di vedere film, ahimé, è così!

Comunque in questi giorni sono riuscita a vedere Venerdì 13, quello diretto nel lontano 1980 da Sean S. Cunningham.

 


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La trama è storica ormai: un gruppo di ragazzi decide di mettersi a lavorare per riaprire Camp Crystal Lake, teatro di una tragedia accaduta qualche anno prima. Peccato che questi ragazzi cominciano a cadere come mosche sotto i colpi di mano ignota. D’altronde Ralph il pazzo li aveva avvertiti che non sarebbero usciti vivi…

 


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Questo viene considerato il capostipite degli Slasher Movies, ovvero quei film dove ci sono una serie di persone perseguitate da un maniaco (più o meno sovrannaturale e mostruoso) che riesce ad ucciderle in modi vari e spesso fantasiosi, con dovizia di sangue ed urla. E questo Venerdì 13 è appunto il compendio di queste regole, anche se è stato ampiamente superato dal gore dei film che sono venuti dopo. Nonostante tutto questo film si difende bene sia per numero di vittime che per le metodologie scelte dal killer: interessante la morte di Kevin Bacon (questa è una delle sue prime apparizioni cinematografiche), che viene infilzato al collo da una lama spuntata da sotto il materasso, e anche quella del killer, che toglie ogni  mio dubbio sulla morte iniziale dell’ultimo Venerdì 13 e che sottolinea la bravura del tecnico degli effetti speciali Tom Savini, se ce ne fosse bisogno.

 



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Pecche questo Venerdì 13 ne ha molte. Innanzitutto risente dell’usura del tempo, e per il pubblico odierno risulta certamente più noioso rispetto ad un Hostel o ad un Saw. Gli attori sono inguardabili ed inascoltabili persino in originale: le facce sorprese delle vittime quando vengono infilzate da una lama danno un po’ da pensare, soprattutto quella della tizia che, vedendosi calare un’accetta sulla faccia, chiude gli occhi, si appoggia al muro e si lancia in un urletto che pare più il verso di Jet McQuack quando chiamava il “Signor De’ Paperoooonii aAAAaaah!”. Ovviamente chi conosce l’identità del killer perché ha visto il film può confermare l’assurdità di non riuscire a sfuggirgli quando viene meno l’effetto sorpresa. Nel finale, in effetti, l’assassino vendicativo viene giustamente scassato di botte, sebbene la vittima ne sia terrorizzata. Ora, io dico… una volta che ne scopri l’identità quanto ti ci vuole a prendere e correre via, dopo avergli magari assestato una bastonata tra capo e collo? Un conto è Jason, inarrestabile persino a scagliargli contro del napalm, ma qui Jason non c’è… non del tutto.

 


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I pregi invece sono che, oltre ad essere stato il “primo” ed avere dato il via ad una delle saghe cinematografiche più fortunate e amate della storia, l’identità del killer è totalmente inaspettata (ovviamente se non avete visto il primo Scream…) ed il finale aperto precorre i tempi, piazzando un bel mistero proprio nelle ultime scene, come va tanto di moda fare oggi. Un happy ending non troppo happy, col senno di poi. Nonostante secondo me sia più thriller che horror, è comunque una pietra miliare che un appassionato che si rispetti non può non conoscere, e alla luce dell’orrendo newquel è comunque una pellicola che va recuperata.

 

Sean S. Cunningham è il regista della pellicola. Questo è forse l’unico suo successo universalmente riconosciuto, è più importante la sua attività di produttore, che ci ha regalato tutti quegli horror i cui titoli sono rimasti impressi in ogni appassionato cresciuto negli anni ’80 con la Notte Horror di Zio Tibia: L’ultima casa a sinistra (1972 e 2009), Chi è sepolto in quella Casa?, La casa di Helen, l’orrido La casa 7, Jason va all’inferno, Venerdì 13 (2008). Ha 68 anni.

 



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Kevin Bacon interpreta Jack, e chi pensava che sto ragazzetto belloccio avrebbe fatto tanta carriera, fino a diventare uno degli idoli degli anni ’80 e ’90? Il suo esordio risale allo storico Animal House con il compianto John Belushi, e la carriera del nostro è proseguita con titoli come Footloose, Tremors, Linea mortale, JFK – Un caso ancora aperto, Codice d’onore, Alcatraz – L’isola dell’ingiustizia, Apollo 13, Balto, Sleepers, Sex Crimes – Giochi pericolosi, Echi mortali, L’uomo senza ombra, lo splendido Mystic River e Frost/Nixon. Per la TV, ha partecipato a Sentieri e Will & Grace.







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Avendo nominato zio Tibia, visto che il trailer di questo film è stato già messo in un altro post, beccatevi l'icona delle Notti Horror della mia infanzia... anche se me lo ricordavo più cattivo e pauroso, invece fa tenerezza! ENJOY!!! 






giovedì 12 marzo 2009

Il mai nato (2009)

Che delusione: una persona vede un trailer, si infila nella poltrona per la paura, attende con ansia un film… e poi questo film fa schifo. Sto parlando de Il Mai Nato (The Unborn), scritto e diretto da David S. Goyer (che, per inciso, è lo sceneggiatore di un certo pluriosannato Cavaliere Oscuro…), un fiasco sotto tutti gli aspetti, accozzaglia di clichè e vecchie idee senza capo né coda.

La trama è questa: una ragazza, Casey, viene perseguitata da un Dybuk, spirito demoniaco che vorrebbe possederla per poter tornare in vita, dopo aver fallito miseramente con il gemello di lei, morto nell’utero della madre e, quindi, mai nato, appunto. Dai che ti ridai, alla fine questo spiritello diventa sempre più potente, tanto da mettere in pericolo tutti quelli che stanno vicino a Casey, ergo urge esorcismo!


Santo cielo, da dove cominciare? Questa pellicola è talmente raffazzonata e confusa che anche una critica pare impossibile. La sceneggiatura ha più buchi del groviera, ma tentiamo una ricostruzione cronologica. Partiamo dalle origini dello spiritello e andiamo a scomodare i campi nazisti e il Dr. Mengele, con i suoi esperimenti sui gemellini prigionieri. Mi pare ovvio, per non dire palese, che uno spirito ebraico, il quale a mio avviso dovrebbe proteggere i piccoli e fare un mazzo tanto ai nazisti, decida invece di trasformare in un demone non morto proprio uno dei ragazzini martoriati. Il quale, mica si vendica dei malnati nazi, bensì della sorellina rea di averlo giustamente fatto secco appena tornato in vita, e di tutta la sua discendenza. Discendenza che ai tempi nostri si ferma a questa povera disgraziata la cui madre è morta suicida (e, si scoprirà, proprio per colpa di quel rompipalle del Mai Nato) e che fin dall’inizio del film, dal primo minuto, viene perseguitata da mocciosetti spettrali dall’occhio ceruleo quando le va bene, con la faccia da ratto annegato quando le va male, incroci tra api e formiche grossi come topi, cani mascherati (!) e specchi deformanti, mentre i suoi occhi diventano sempre più azzurri tanto più il Dybuk acquista forza. L’idiozia GRANDE (quanto la tagliatella del conte Olaf) è che sto malnato Mai Nato alla fine non ha motivo di perseguitare la pronipote per rinascere, visto che senza colpo ferire e senza motivo fin dall’inizio del film si incarna nel bambinetto dalla faccia di ratto facendogli fare quello che vuole, dalla controfigura del Toshio di The Grudge all’assassino armato di pugnale. E quindi a che cavolo ti serve rinascere?? Ma non puoi rimanere nel corpo del pur orrendo pargoletto? In secondo luogo: ma in quale mondo una povera streppona può entrare in una biblioteca, farsi dare tranquillamente un antico MANOSCRITTO da consultare, senza guanti, senza guardiani, senza niente, riuscire a trafugarlo e trovare l’unico rabbino esorcista che non prova neppure a dissuaderla dall’intento ma accetta di tradurle il tomo e di esorcizzarla dopo nulla più che una blanda protesta? E l’esorcismo, altra bella scemenza e unico momento del film in cui si spera che il Dybuk li faccia fuori in massa. Assolutamente prioritario leggere la formula in ebraico e poi in inglese… ma quindi perché alla fine Oldman e la protagonista leggono in coro come novelli Al Bano e Romina una pagina a caso in inglese, e guarda un po’ è quella giusta tra le mille che si sono disperse nell’ospedale abbandonato prescelto come luogo (e da quando gli ospedali sono luoghi di culto??), e la formula funziona regalandoci il finale più mollo della storia dell’horror?


Se il ridicolo ed insensato non basta, c’è un citazionismo che a casa mia significa solo mancanza di idee che rasenta il plagio. L’inquadratura del bambino che spia tra le sbarre della balaustra del corridoio è ripresa paro paro dal The Grudge di Takashi Shimizu, così come il rantolo della ragazza morta e posseduta. Il trucco delle persone possedute dal Dybuk ricorda tanto quello dei vampiri in Ammazzavampiri, mentre i mostri storti e deformi sono degli incroci tra quelli de Il Seme della Follia e Silent Hill. La fobia degli specchi è un’eco di Mirrors o Candyman ed è stupida, visto che viene più volte detto che sono i mezzi per l’ingresso del Dybuk nella nostra realtà ma alla fine a me pare che l’essere possa entrare un po’ da dove e come vuole. L’inizio onirico ricorda troppo i vari Nightmare, così come i campanelli, le case abbandonate e pure il cane. Il bimbo assassino con l’impermeabile è praticamente un Milo più giovane, mentre per l’esorcismo le citazioni si sprecano, scomodando a tratti il Signore del Male, a tratti l’Esorcista. Il film in pratica è un insieme di scene atte a far saltare dalla sedia lo spettatore che non ha mai visto un horror; i veterani come me sanno quando mettere davanti agli occhi la manina protettiva e neppure si smuovono. Gli attori sono mediocri, persino Oldman ha la faccia di uno che sta dicendo: “E io che caspita ci faccio qua?? Rabbino?! E vabbé…”. Ciononostante è sempre bello sentirlo non doppiato mentre parla una lingua straniera come nel Dracula di Coppola. Un po’ poco però per non chiedere a gran voce il rimborso del biglietto.

David S. Goyer è il regista della pellicola. Siccome è risaputo che su tre attività proficue almeno una dev’essere fatta a tirar via, il nostro è sì bravo sceneggiatore (sopravvalutato, però. La gente forse non sa che, al di là del Cavaliere Oscuro sono sue anche ciofeche come Demonic Toys, Blade II e III e Il Corvo 2) e astuto produttore, ma è anche un regista mediocre, assioma dimostrato dai film da lui diretti, come questo orrore di Mai Nato e Blade: Trinity. Temo la sua realizzazione di un mito intoccabile quando dovrà occuparsi della regia di X-Men Origins: Magneto. Ha 44 anni e un film in uscita.

Gary Oldman interpreta il rabbino Sendak. Inutile dire che mi piange il cuore a vedere uno dei miei attori preferiti impelagato in queste brutture, quindi meglio ricordare i film degni di essere visti di questo folle e fichissimo gentiluomo inglese: Sid & Nancy, lo splendido e misconosciuto Rosencrantz e Guilderstern sono morti (con Tim Roth!), il già citato Dracula, Una vita al massimo, Léon, La lettera scarlatta, Il quinto elemento, Hannibal, Beat The Devil (splendido corto assolutamente da recuperare e vedere), Harry Potter (dal terzo episodio in poi interpreta Sirius Black), Batman Begins e Il cavaliere oscuro. Ha anche partecipato ad un paio di episodi di Friends. Ha 51 anni e quattro film in uscita. 


Odette Yustman interpreta la protagonista, Casey. L’attrice californiana ha esordito piccolissima (a 5 anni) in Un poliziotto alle elementari per poi raggiungere la fama in tempi recenti con film come Transformers e Cloverfield. Ha 24 anni e due film in uscita. 


E, ragazzi, piuttosto che farvi vedere anche solo un pezzo di sto schifo di film, vi metto l'intero Beat The Devil, come fu mandato in onda su Corto 5. ENJOY!!!






martedì 10 marzo 2009

Dead Set (2008)

Oggi, tanto per cambiare, non parlerò di un film, ma di una miniserie inglese, Dead Set, andata in onda nell’ottobre del 2008 sul canale digitale E4, famoso per le cronache live del Grande Fratello britannico. E la particolarità di questa serie, creata dal comico e sceneggiatore Charlie Brooker, è proprio quella di unire l’horror classico di un film di zombie a quell’orrore moderno che è, appunto, il Grande Fratello.

 


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La trama è questa: durante la serata dedicata all’eliminazione di un membro della Casa del Grande Fratello, si scatena in tutta l’Inghilterra un’epidemia di zombie. Ovviamente i morti viventi cominciano a banchettare con l’incauta folla radunata ad adorare i dementi abitanti della Casa, facendo piazza pulita anche di presentatrice, cameraman e tutta la gente che sta dietro le quinte, trasformandoli in zombie voraci e veloci. L’unica sopravvissuta dello staff, oltre al bieco produttore Patrick, è la tuttofare Kelly, che cercherà di salvarsi rifugiandosi nell’ultimo luogo sicuro: la casa stessa!!


 


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Indubbiamente, questa miniserie è un sogno per chi come me detesta ogni tipo di reality e spera ogni volta che sente nominare gli intelligentissimi concorrenti del Grande Fratello che scoppi un’epidemia confinata nella casa per flagellarli tutti ed epurare questa piaga sociale. Gli zombie vanno bene ugualmente, uno sostituisce i finti personaggi britannici con quelli veri italiani ed il gioco è fatto: c’è la bionda zoccola, il bellone di turno, il loser che finge di essere intellettuale, la svampita, la grebana di periferia, il fighetto e persino il travestito. Il fatto che poi l’occhio esperto e la tragedia della particolare situazione ci mostri come alcune apparenze ingannano (la biondina si rivela essere una spietata calcolatrice e assassina, il travestito un insospettabile infermiere, ecc. ecc.) e come questi fantomatici idoli delle folle siano considerati dei poveri e fastidiosi dementi dagli addetti ai lavori, soprattutto nel backstage, rende il tutto ancora più realistico ed impietoso.


 


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La miniserie ci mostra la fine dell’Inghilterra da un punto di vista molto ridotto. In pratica intuiamo che non ci sia più nulla da fare dal fatto che tutte le emittenti televisive sono scomparse, che i treni non arrivano e che l’unica trasmissione radio che si sente è in francese e parla di un solo, improbabile rifugio. La vicenda tuttavia ci mostra solo i dintorni della casa e degli studios e i pochi superstiti, concentrandosi su tre gruppi di personaggi: Kel e gli abitanti della casa, Patrick assieme alla prima esclusa Pippa, il fidanzato di Kel e una combattiva superstite. Quest’ultima coppia ci offre una visione più ampia dell’evento, e la desolazione che si è abbattuta sull’Inghilterra. Quello che preme alla serie, insomma, non è di mostrare al pubblico un film di zombie, ma un Grande Fratello CON gli zombie. Come già Romero ci mostrava i morti viventi bellamente in fila per entrare nel centro commerciale, reiterando i comportamenti tenuti in vita, ora ci viene mostrato come gli zombie lottino con ferocia per oltrepassare i cancelli che li portano alla Casa e, se calmi, come i loro occhi siano inevitabilmente calamitati dallo schermo televisivo, quasi come se non esistesse altro. Emblematica la scena finale, dove lo zombie nel centro commerciale guarda lo zombie ripreso dalle telecamere, scambiandosi uno sguardo vitreo che non comunica nulla, come fa in effetti la tv odierna con gli spettatori. “Quello che ci differenzia da loro è che noi siamo intelligenti, e dobbiamo usare questa intelligenza per batterli”: così dice Kel alla fine del terzo episodio. Peccato che la vita reale, e la continuazione della miniserie, la smentirà clamorosamente.


 


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Questa terribile realtà viene descritta con occhio cinico e spietato, lo humor nero abbonda e spesso e volentieri ci si abbandona a grasse risate, soprattutto quando lo sboccatissimo e bastardo Patrick inveisce contro la povera Pippa, entrambi costretti ad una convivenza forzata a base di evacuazioni, rumori molesti e pianti isterici. Oppure le magre figure del patetico Joplin detto Gollum che sfida anche la presenza degli zombie pur di vedere la biondona nuda sotto la doccia. Alcune perle di “saggezza” sono: “Ma se tutti sono morti allora vuol dire che nessuno ci sta più guardando?” oppure la splendida frase che Pippa in lacrime rivolge a Patrick reo di aver appena impalato lo zombie della presentatrice: “O mio dio!! Hai ucciso Davina!”. Il personaggio di Patrick poi incarna perfettamente la spietatezza di coloro che pur di fare audience e soldi, quindi per estensione pararsi le chiappe, non guardano in faccia a nessuno: un insulto continuo verso tutto e tutti, un uomo che approfitta persino di uno zombie paraplegico, dissacra i cadaveri, infinocchia gli alleati e non smette di affermare il suo ego neppure davanti alla morte che lui stesso ha causato. Talmente figlio di puttana da diventare un idolo.


 


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Ovviamente la miniserie è di qualità molto più elevata rispetto alla media, sia per il makeup, che rende gli zombie davvero raccapriccianti, che per gli effetti speciali estremamente realistici. Gli attori sono molto bravi, pare che tra essi ci siano parecchie apparizioni di ex veri concorrenti del Grande Fratello inglese. La divertentissima presentatrice Davina McCall, che è l’equivalente britannico della nostra Alessia Marcuzzi, interpreta sé stessa, per esempio. La fotografia è molto bella, nitida e tendente all’azzurrino, una resa che mi piace sempre parecchio. L’unica pecca è il fatto che gli zombie sono veloci: ciò li rende più letali e rende la miniserie più claustrofobica e paurosa, però snatura il mito del morto vivente mollo, lento e decerebrato che tutti abbiamo imparato ad amare. Per gli amanti del genere, e per chi odia il Grande Fratello. Non ve ne pentirete affatto!!!


Charlie Brooker è il creatore della serie. Lo scrittore inglese ha collaborato anche per lo show di Ali G. Ha 38 anni.


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Andy Nyman interpreta il "buon" Patrick. L'attore inglese ha partecipato a Severance - Tagli al personale e Funeral Party. Ha 43 anni e due film in uscita.


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E ora, visto che i furboni di E4 hanno disabilitato le opzioni per mettere su altri siti i video dedicati a Dead Set, faccio loro un favore e vi posto il link del sito ufficiale: qui troverete video, immagini, curiosità e quant'altro, ma il mio consiglio è, se capite l'inglese, di procurarvi i DVD! ENJOY!


 





sabato 7 marzo 2009

Watchmen (2009)

Da parecchio tempo non uscivo dal cinema col sorrisone stampato sulle labbra e la consapevolezza di aver visto un bel film che, a mio avviso, sarebbe potuto durare anche un'altra ora, tanto il tempo è passato veloce. Premesso che non ho ancora letto il fumetto da cui è tratto, scritto dal britannico Alan Moore e disegnato dal collega Dave Gibbons a partire dal 1986, quindi non posso esprimere molto probabilmente un giudizio completo, Watchmen, dell'ormai espertissimo Jack Snyder, è il film più bello che ho visto quest'anno.

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La trama è abbastanza complessa, non è facile seguire gli sbalzi temporali e la marea di personaggi, almeno all'inizio: Siamo nei primi anni '80 e il buon presidente Nixon, dopo anni di gloriose battaglie, ha deciso di far mettere al bando la seconda squadra di supereroi americana, eredi dei Minutemen: i Watchmen. Quando un assassino misterioso uccide un membro di entrambe le squadre, il Comico, un altro vigilante, ovvero Rorschach, comincia ad indagare, scoprendo un complotto che unisce la minaccia atomica alla guerra fredda e coinvolge la vecchia squadra di supereroi, adesso impegnati a vivere le proprie vite “normali”. 


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Per chi, come me, è abituato a leggere gli X-men la cui prima regola è “non uccidere il nemico (nemmeno se è il figlio di puttana assassino più infame che ci sia)” e i quali ogni volta che infrangono questa regola si flagellano/separano dal gruppo, questo Watchmen, seppur scritto negli anni '80, è una boccata d'aria fresca. In un mondo come il nostro è impossibile agire con i guanti di velluto ed è coerente e realistico pensare che dei supereroi (che poi sono semplicemente uomini un po' più forti del normale, tranne il semidivino Mr. Manhattan) diventino dei sociopatici, o degli assassini o persino dei pazzi squilibrati nell'affrontare le brutture della società.


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Watchmen rappresenta l'incubo del supereroe medio, quello sdoganato soprattutto dalla Marvel (che infatti ultimamente si sta rimodernizzando anche in tal senso): ci sono supereroi che uccidono senza remore donne e bambini solo perché sono comunque nemici di guerra, che non si fanno scrupolo a far esplodere l'avversario, a cercare “il male minore” del sacrificio di alcuni per la salvezza dei più, ci sono addirittura supereroi ai quali del genere umano non importa un fico secco, privi di emozioni e sentimenti proprio nei confronti di chi dovrebbero salvare.


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Il bello di Watchmen è che le turbe psichiche di questi supereroi si intrecciano a vicende storiche realmente accadute, come la guerra fredda, la presidenza di Nixon, la guerra del Vietnam e tutte le fasi che hanno trasformato il sogno americano in un incubo, come ben dice il tremendo Comico al Gufo. Stupenda in questo senso la carrellata iniziale di Jack Snyder, che ci mostra in dieci minuti scanditi dalle note di “The Times Are A'Changing” di Bob Dylan (la colonna sonora di questo film va oltre ogni aspettativa, è splendida) appunto il cambiamento all'interno della società americana. La sequenza parte dagli anni '50, una nuova età dell'oro libera dalla crisi economica e dalla guerra mondiale, l'apice del successo di questi Minutemen, e continua con una lenta, progressiva e triste decadenza fino ad arrivare ai giorni nostri: le foto di gruppo nostalgiche, i sorrisi, i trionfi si mescolano alla pazzia, alla morte, all'omicidio, alla vecchiaia, il tutto unito all'arrivo della guerra fredda, le vicende di Cuba, la guerra in Vietnam, i figli dei fiori, immagini emblematiche che rendono perfettamente l'inesorabile scorrere del tempo verso gli sterili e orribili anni '80 e la definitiva messa al bando dei Watchmen.


 


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La scelta di Snyder di rispettare il fumetto, raccontando la storia dal punto di vista del controverso diario di Rorscharch è azzeccatissima. La sua è una voce delusa, negativa, sarcastica, triste: triste come tutti i flashback, peraltro perfetti e necessari, quasi tutti legati alla figura del Comico tranne quando viene narrata la genesi di Mr. Manhattan, il personaggio più deprimente e pietoso di tutta la saga. Attraverso il Comico, personaggio chiave della prima metà del film, Snyder ci mostra l'effettiva pericolosità di questi supereroi e l'ipocrisia che li muove, che poi è la chiave di volta di tutto il film: i supereroi non sono diversi da noi, anzi. I nostri difetti sono alterati ed incrementati dalla visione quasi onnipotente della loro condizione e le mille domande che ci siamo sempre fatti leggendo i comics qui trovano un'inquietante risposta. Perché mai i nemici vengono sempre lasciati vivere, e tornare? Ma semplicemente perché senza nemici gli eroi sono dei falliti, degli esseri soli, alienati e privi di scopo. Qual è il motivo per cui le supereroine portano costumi di latex che nulla lasciano all'immaginazione? Ma semplicemente perché sono delle zoccole frustrate, come ben dimostra la patetica figura della vecchia Spettro di Seta, violentata e protagonista di libretti porno eppure lusingata da tutto ciò, perché la rimanda a un tempo di successi e giovinezza. E i supereroi uomini, costantemente sollecitati dalla presenza di tutto sto ben di Dio, perché non dovrebbero fregarsene ed approfittarsene visto che tutto suggerisce loro di essere ben al di sopra della legge? Alla fine, anche chi parrebbe buono e normale è imperfetto e falso, mentre l'unico ad essere quasi un reietto perché considerato completamente pazzo alla fine è il solo ad incarnare l'essenza del supereroe come lo vorremmo tutti: determinato, spietato con i “cattivi” e coerente fino al midollo. Il buon Rorschach, il cuore di film e fumetto. 


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La seconda parte del film, più legata alla tradizione supereroistica e ai film d'azione alla Michael Bay è leggermente inferiore e anche un po' kitsch: il tempio egizio in antartide, una strana tigre in CGI dalle orecchie a punta priva di scopo o funzione, la ridondanza del rifugio di Mr. Manhattan stonano un pochino ma sono effettivamente una gioia per gli occhi, così come scene emblematiche come il rapporto consumato dal Gufo e Spettro di Seta all'interno di Archi, sulle note di Hallelujah di Jeff Buckley con la luna e il cielo notturno sullo sfondo. I combattimenti, le esplosioni, gli effetti speciali sono praticamente perfetti, la fotografia nitida e coloratissima, gli attori sono decisamente in parte (soprattutto Jackie Earle Haley, che interpreta Rorschach, e Jeffrey Dean Morgan, il Comico, ma anche il Gufo di Patrick Wilson non è affatto male) e il film è condito da una vena splatter/horror inedita per questo genere di pellicola, nonché da sano e cinico umorismo (la temporanea impotenza del Gufo, le scene in carcere tra Rorscharch e il suo nemico nano, Mr. Manhattan che scopa la fidanzata e con altre 5 copie di sé stesso fa altri lavori...).


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In definitiva, un film assolutamente da andare a vedere, sia che piaccia il genere o meno. Un 9 pieno, e ora aspetto con ansia di leggere la graphic novel.


Zack Snyder, il regista di cotanta pellicola, ha al momento solo due film famosi all'attivo: il pregevole L'alba dei morti viventi, remake del cult di Romero, e 300, sempre tratto da una graphic novel. Ha 33 anni e sei film in uscita.


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Jackie Earle Haley interpreta Rorschach, col volto coperto per la maggior parte del film da un cappuccio di lana decorato da macchie in movimento. Per la televisione, l'attore californiano ha lavorato in Love Boat, La signora in giallo, McGyver, Renegade. E' stato nominato all'Oscar nel 2007 come migliore attore non protagonista per il film Little Children, soffiatogli giustamente da Alan Arkin che faceva il nonno in Little Miss Sunshine. Ha 48 anni e tre film in uscita. Se mai girassero un film su Preacher spero che lui possa fare Cassidy.


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Jeffrey Dean Morgan interpreta il folle Comico. Premesso che costui è un incrocio tra Javier Bardem e Robert Downey Jr., quindi un fico pauroso, per la televisione l'attore americano ha lavorato in Walker, Texas Ranger, ER, Angel, CSI, Tru Calling, Weeds, Supernatural, Gray's Anatomy. Ha 43 anni e cinque film in uscita.


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Malin Akerman, attrice svedese, interpreta la seconda Spettro di Seta. Al cinema ha recitato perlopiù in filmetti come The Skulls – I teschi ed American Trip – Il primo viaggio non si scorda mai. Ha 31 anni e tre film in uscita.


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Billy Crudup interpreta l'azzurrissimo e semidivino Dr. Manhattan. L'attore, che è stato sposato con la protagonista di Weeds, Mary Louise Parker, ha recitato in Sleepers, Quasi famosi, Big Fish, Mission Impossible III, e ha dato la voce nella versione USA de La principessa Mononoke. Ha 41 anni e un film in uscita.


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Matthew Goode interpreta il pacato Ozymandias. L'attore inglese ha partecipato a Match Point, di Woody Allen. Ha 31 anni e un film in uscita.


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Patrick Wilson interpreta il Gufo. L'attore ha partecipato alla splendida serie Angels in America, ha recitato nel Phantom of The Opera di Joel Schumacher nei panni di Raoul e nel controverso Hard Candy. Ha 36 anni e un film in uscita.


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Ora vi lascio con un video particolare: il Trailer cinematografico fatto con le immagini prese dal comic book. ENJOY, e andatelo a vedere!!


 








venerdì 20 febbraio 2009

Venerdì 13 (2008)

Forse l’ho già detto ma ripeterlo non fa mai male: per me gli slasher sono fuffa. Maniaco (fornito di oggetto tagliente di varia foggia e fattura) entra, maniaco uccide, maniaco esce, solitamente senza motivazioni e perpetuando la stessa carneficina con due, tre variazioni sul tema e sempre ai danni di una manica di imbecilli che segue alla lettera ogni clichè dei film horror. Nonostante tutto, altri horror al cinema non ce n’erano e da parecchio non andavo a vederne uno col mio compare storico. Ed ecco palesarsi davanti ai miei occhi il mascherone da hockey di Jason Voorhes in Venerdì 13 di Marcus Nispel, ennesimo prequel/sequel/newquel di una saga storica (ormai solo quello sanno fare…).

 


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La trama è sempre la stessa, da più di 20 anni (non a caso questo sarebbe il dodicesimo film…). Tanti infatti ne sono passati da quando la mammina di Jason sterminò gli ospiti del Crystal Lake camp per vendicarsi della morte del figlio, tempo prima. E il figlio, io non l’ho mai capito, o non è mai morto o è diventato una sorta di enorme zombie che porta avanti il vizietto di famiglia e stermina chiunque si avvicini all’amena località di villeggiatura e, per buona pace degli spettatori, anche coloro che poveracci lì nelle vicinanze ci vivono!


 


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Gli attori sono ovviamente da dimenticare, sia le vittime sacrificali che quelli che interpretano i protagonisti. La regia è classica, senza troppi orpelli da videoclip, fotografia nitida e pulita anche nelle parti girate nei sotterranei. La colonna sonora è inesistente, se non fosse per il solito verso Jasoniano (chi ha visto almeno un film della serie mi capirà, quello che è un incrocio tra un maniaco sessuale e un serpente a sonagli, forse la cosa più inquietante di tutta la saga..). E’ apprezzabile il tentativo di fare una sorta di “compendio” di tutti gli eventi più importanti accorsi in vent’anni, per poter ricominciare la saga da capo a beneficio delle nuove generazioni: dalla morte della madre, agli esordi di un Jason con una maschera fatta di stoffa, per poi giungere alla tanto agognata maschera più o meno ad un terzo del film. Se dovessi dire la verità la pellicola poteva fermarsi tranquillamente all’ultima morte del primo gruppo, ovvero dopo 10 minuti: ritmo serrato, inizio in grande stile, un Jason più cattivo e furbo che in passato. Poi il tutto si ammoscia nella banale prevedibilità.


 


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Questo film è un for Fans only. Se non ve ne è mai fregato un tubo di Jason e della saga di Venerdì 13 non andate nemmeno a vederlo. E’ come se fosse un’enorme, lunghissima pubblicità dedicata ad un’icona degli anni ’80: niente è cambiato, Jason è cattivo, indistruttibile, ha la maschera, anche se, come dice Ale, in realtà la trova nel terzo capitolo della saga, si mette in pose plastiche per captions che poi verranno sicuramente prese dagli appassionati di tutto il mondo per farne wallpapers e quant’altro (vedi la scena in cui sta in agguato contro la luna piena, molto d’effetto) e non si impegna neppure troppo per regalare morti ad effetto, tutto sa molto di già visto, persino io che non ho seguito tutti i film della saga sapevo quando saltare sulla poltrona e quando tutelarmi dall’ingresso “a sorpresa”. Anche il finale era telefonato, miseriaccia. Lo sanno tutti che per eliminare Jason bisognerebbe smembrarlo, bruciarne i pezzi, mettere le ceneri in almeno quindici contenitori d’amianto e seppellirli nei luoghi di culto più sacri al mondo. Altrimenti torna…


 


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C’è da dire che anche questa volta Jason agisce da paladino della morale, manco fosse il Repo Man di Papa Ratzinger. Le giovani vittime sono infatti la quintessenza del vizio e della perversione! Innanzitutto gli piantano della marijuana nel territorio (e pretenderebbero che, dopo avere abbandonato le pianticelle alle sue cure, lui gliele lasciasse anche.. ma dico!), poi gli adolescenti d’oggi nemmeno più indugiano in atti impuri come il sesso di coppia per amore, ma, orrore!, per piacere e tradendosi anche a vicenda. E vogliamo parlare del cinese ubriaco, il nero e il campagnolo che si fanno le pippe MENTRE fumano, e non sigarette, e i due che addirittura RUBANO la barca dell’amico per commettere ulteriore peccato sessuale? Assolutamente, non si fa. E per questo devono essere puniti. Gratta gratta anche quelli che parrebbero i più morigerati sono abissi di turpitudine: una tradisce col pensiero il fidanzato, un altro ha avuto una gioventù dissipata, l’ultima cerca persino di divertirsi un pochino nonostante abbia la mamma gravemente malata.. e quindi venga Jason con il machete e sia cacca su tutti loro!! Unbelivable, come i tempi e gli USA non cambino affatto…




Marcus Nispel è il teutonico regista della pellicola, il suo secondo lungometraggio. Inizialmente si occupava solo di videoclip, poi ha esordito per il grande schermo con il francamente orribile remake di Non aprite quella porta. Ha 46 anni.


 


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Derek Mears interpreta nientemeno che Jason Voorhes, sebbene il suo volto non si veda mai nel film. Il bestione californiano non è un novellino, ha collezionato partecipazioni in pellicole come Man in Black II, l’orrendo Cursed – Il Maleficio, Le colline hanno gli occhi 2. E’ un assiduo frequentatore anche di serie televisive: ER, Alias, My Name Is Earl, Masters of Horror, CSI: Miami, solo per citarne alcune. Ha 37 anni.


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Questo è MMostro già di per sé... o___O


Vi lascio con il trailer del Venerdì 13 originale, che inizia proprio con quel famigerato verso di cui vi parlavo! Se vi capita ritrovatelo... c'è anche il buon Kevin Bacon al suo esordio come vittima sacrificale, nonostante, come capirete dall'urlo della tizia che viene minacciata con l'accetta, il livello degli attori è da dimenticare!


 


lunedì 16 febbraio 2009

Repo! The Genetic Opera (2008)

Le parole Paris Hilton e musical horror, possono fare pensare o ad un giusto orrore musicale partorito dall’immonda creatura oppure a qualcosa di talmente trash da non poter nemmeno essere immaginato. Ebbene, non solo questo film è stato immaginato ed esiste, ma non è neppure troppo trash… meglio definirlo kitch, e si tratta di Repo! The Genetic Opera, film del 2008 diretto Darren Lynn Bousman.


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La trama, condita da almeno una cinquantina di canzoni il cui genere spazia dal rock, al punk, all’opera, al j-pop, fino a giungere allo stile tipico di Broadway, è questa: in un futuro non troppo distante un’epidemia porta alla disfunzione degli organi più importanti, e quindi alla morte. La Gene.co, guidata dall’ambiguo Rotti Largo, offre la soluzione: trapianti di organi con comodi pagamenti da effettuare una volta guariti. Se una volta recuperata la salute non si riesce a recuperare anche il denaro, è pronta un’altra soluzione: la requisizione legalizzata degli organi impiantati, per mano del misterioso e crudele Repo Man, agente e chirurgo della Gene.co. E mentre questo spauracchio continua a mietere vittime, assistiamo alla storia di Shilo, una ragazzina malata assillata dalle cure del padre che ricerca strenuamente la libertà , storia che si intreccia a quella dello stesso Rotti Largo, morente e deciso a non lasciare in eredità la Gene.co ai tre figli degeneri e degenerati…


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Che dire, ammetto che dal momento stesso in cui ho letto gli interpreti ed il genere non ho avuto altro pensiero in testa che di vedere questo Repo! The Genetic Opera. E l’aspettativa è stata ripagata da un film innanzitutto elaboratissimo e quasi barocco dal punto di vista visivo. Più delle canzoni sono i colori, le scenografie, il trucco e i costumi che colpiscono lo spettatore e catturano completamente la sua attenzione. A cominciare dall’ambientazione steampunk, che ricorda molto film come Blade Runner e Matrix, oppure opere come Akira ed Alita, e che si mescola con luoghi gotici, come il cimitero e la casa di Shilo, e dichiaratamente rinascimentali, come l’Opera e i suoi quartieri. I costumi sono uno splendore, soprattutto gli abiti della protagonista che sembra una sorta di Alice nel Paese degli Orrori, ma anche la cantante Blind Meg, interpretata dalla splendida Sarah Brightman, sembra uscita dalla fantasia malata e gotica di Kaori Yuki: una bambola cantante dagli occhi bionici color azzurro elettrico e dalle lunghissime ciglia. Gli effetti speciali sono ovviamente all’altezza, impressionanti ogni volta che Repo Man colpisce le sue vittime recuperando organi con tanto di codice a barre applicato, ma anche quando vengono mostrati tutti gli effetti della dipendenza dalla chirurgia estetica e dalla droga anestetica direttamente estratta dai cadaveri.



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Le canzoni come le coreografie sono molto belle, seppur non eccelse. Qui non siamo ai livelli del Rocky Horror Picture Show o de La piccola bottega degli orrori, ovviamente, però alcuni pezzi come Seventeen, cantata da una punkissima Alexa Vega ad un Anthony Head palesemente sconvolto, o l’italianissima aria finale cantata da Blind Meg sono bellissimi anche per merito delle due cantanti: su Sarah Brightman non avevo dubbi visto che il ruolo di Christine Dae nel Phantom of The Opera è stato scritto per la sua voce, ma anche Alexa Vega è bravissima e la sua voce percorre piacevolmente tutto il film. Il mitico Anthony Head interpreta un personaggio che è degno erede dei mostri tormentati dei vecchi e storici horror, ugualmente deliziato e disgustato dalla sua vena sadica, costretto ad uccidere per amore; peccato che la sua splendida voce sia penalizzata da canzoni che sono tra le più banali della pellicola, anche se vederlo interpretare una doppia personalità anche in musica è uno spettacolo affascinante. L’altro ottimo cantante è Paul Sorvino anche se gli si richiedono virtuosismi da tenore italiano che lo ingolfano tanto quanto Pierce Brosnan in Mamma mia! Da dimenticare le performances di Paris Hilton, sebbene il personaggio di Amber Sweet le calzi a pennello, e anche quella di Bill Moseley: i tre figli di Rotti Largo sono tre pagliacci, delle caricature, e vanno recitati come tali, ma sono davvero strazianti da ascoltare quando cantano.



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Ho molto apprezzato l’introduzione e gli intermezzi esplicativi a fumetti, molto vintage e accompagnati da una melodia assai carina. Intermezzi di nero umorismo (girati in 16 mm a differenza del film che è interamente girato in digitale) che spiegano con delle didascalie, come in un film muto, tutti i tragici retroscena che hanno portato i personaggi alla vita che conducono; a differenza della maggior parte dei musical, infatti, in Repo! The Genetic Opera le canzoni rivelano solo in parte i veri pensieri dei protagonisti. Alcuni pensieri non vengono mai esposti al pubblico, segreti troppo dolorosi per essere espressi con delle canzoni.


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In definitiva Repo! The Genetic Opera è un film da vedere, anche se non potrà piacere a tutti: lo consiglio agli amanti del musical, di Buffy The Vampire Slayer e del kitch, assolutamente.




Darren Lynn Bousman è il regista sia di questo film che del cortometraggio del 2001 e dell’opera teatrale dallo stesso titolo, da cui la pellicola è tratta. Ha realizzato tre dei quattro seguiti di Saw: Saw II, III e IV. Ha 30 anni.



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Anthony Stewart Head interpreta Repo Man in persona. Mentre sbudella povere persone indifese troverete difficile riconoscerlo come il buon Mr. Giles della serie Buffy The Vampire Slayers, la figura paterna che ogni ragazza vorrebbe avere. L’attore inglese, anche ottimo cantante e artista teatrale (ha interpretato anche Frank’n Furter nel Rocky Horror Show a teatro), ha partecipato, per la TV, a telefilm come Highlander, NYPD Blue, Doctor Who, l’ormai cult Little Britain e Merlin. Ha fatto una comparsata nello Sweeney Todd di Tim Burton. Ha 55 anni e un film in uscita.



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Alexa Vega interpreta Shilo Wallace, la piccola protagonista. Ha partecipato a pellicole come Nine Months – Imprevisti d’amore, Twister, Spy Kids, Spy Kids II e Missione 3D: Game Over. Per la TV ha recitato in ER. Ha 21 anni e tre film in uscita.



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Paul Sorvino interpreta Rotti Largo, il padrone morente della Gene.co. Il buon Paul, padre della ex fiamma tarantiniana Mira Sorvino, è un attore di un certo spessore, ha lavorato innanzitutto con registi come Martin Scorsese in Quei bravi ragazzi, e Baz Luhrmann in Romeo + Giulietta. Opere minori, ma non meno importanti, sono The Stuff – Il gelato che uccide (devo recensirlo…!), Dick Tracy e Il socio. Per la TV ha partecipato a Moonlighting, La signora in giallo e Law and Order. Ha 70 anni e tre film in uscita.



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Bill Moseley interpreta Luigi Largo, uno dei tre figli degeneri. Il buon Bill ce lo ricordiamo tutti nei panni del cattivissimo Otis B. Driftwood nei due film che compongono la deviata saga familiare di Rob Zombie, La Casa dei 1000 corpi e La casa del Diavolo, ma ha partecipato a moltissimi altri film. Cito solo alcuni titoli, tra i più conosciuti: Non aprite quella porta 2, Il fluido che uccide, Pink Cadillac, Pentragram - Pentacolo, La notte dei morti viventi, Tesoro mi si è allargato il ragazzino, L'armata delle tenebre, Grindhouse, Halloween: The Beginning. Ha recitato anche in telefilm come Freddy's Nightmares ed ER. Ha 57 anni e otto film in uscita tra cui il seguito di 2001 Maniacs.


 


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Vi risparmio la biografia di Paris Hilton, francamente... di lei, meno si sa e meglio è!  E ora vi lascio con il trailer del film... un paio di canzoni si sentono, e la realizzazione si intuisce! ENJOY!





















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