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martedì 20 aprile 2021

Shaun, Vita da Pecora: Farmageddon - Il Film (2019)

Vai a sapere perché, tra  i candidati alla miglior pellicola di animazione c'era anche Shaun, Vita da Pecora: Farmageddon - Il film (A Shaun the Sheep Movie: Farmageddon), diretto nel 2019 dai registi Will Becher e Richard Phelan.


Trama: una piccola aliena arriva per caso nella fattoria dove vivono Shaun e i suoi amici e tutti si adoperano per farla tornare a casa.


Viste le prime righe di post, non vorrei che pensaste che io abbia disprezzato Farmageddon, perché non è affatto vero. Anzi, è un film d'animazione delizioso, perfetto soprattutto per i più piccoli e divertente anche per i grandi, che potranno ridere scovando le millemila citazioni a film e serie di fantascienza che hanno fatto la storia del cinema e della televisione. Personaggi amatissimi come la scafata pecorella Shaun, la sua burbera nemesi Bitzer il cane e il padrone completamente ignaro di quello che succede nella fattoria, oltre a tutti gli altri animali, sono perfettamente a loro agio anche all'interno di una trama che sposta i confini della fattoria dalla città (come succedeva nel primo film) allo spazio e l'aggiunta del nuovo personaggino Lu-La è assai gradevole, anche perché l'amena alienetta alza di una spanna il livello di tenerezza già coperto dal pecorello Timmy e dispone di poteri e aggeggi capaci di mettere nei guai tutti quanti, rendendo Farmageddon non solo molto dinamico e scorrevole ma anche coloratissimo.


Però, ecco, non vorrei dire ma è un po' esile come pellicola, più che altro a livello di trama, già stravista in mille altre salse, e lo dimostra il fatto che arrivata a questo punto non so davvero più cosa scrivere su Farmageddon, mentre il primo film dedicato a Shaun the Sheep a mio avviso toccava temi un po' più profondi e meno sdoganati. Per carità, è giusto che venga dato un riconoscimento alla tecnica della stop motion, tra le più affascinanti che ancora resistono nel campo dell'animazione, alla faccia di tutte le opere realizzate al computer, tuttavia, visti gli altri candidati, Farmageddon mi sembra un po' un riempitivo in un anno che probabilmente è stato particolarmente privo di opere animate che non fossero di paternità Disney, Pixar o simili, con un Giappone sempre un po' lontano e altri Paesi che non vengono mai considerati salvo rare eccezioni. Ciò detto, lo ripeto, la visione di Farmageddon è stata piacevolissima e molto divertente, quindi lo consiglio tranquillamente a tutti, grandi e piccini!


Di Andy Nyman, che doppia il matto, ho già parlato QUI.

Will Becher è il co-regista della pellicola. Inglese, è al suo primo lungometraggio e ha diretto vari episodi della serie Shaun, vita da pecora. E' anche sceneggiatore, animatore e doppiatore.  

Richard Phelan è il co-regista della pellicola. Inglese, è al suo primo lungometraggio. Anche sceneggiatore, animatore e doppiatore, ha 39 anni.  


Se il film vi fosse piaciuto ovviamente recuperate Shaun, vita da pecora - Il film e la serie omonima. ENJOY!

domenica 2 febbraio 2020

Judy (2019)

Trascinato dalla febbre per gli Oscar, il film Judy del regista Rupert Goold è uscito in Italia ben prima della data di distribuzione prevista fino a poche settimane fa e, per amor di completezza (è candidato per la Miglior Attrice Protagonista e il Miglior Make-up) mi sono ritrovata a guardarlo.


Trama: negli ultimi anni della sua esistenza, Judy Garland è costretta ad abbandonare i figli e imbarcarsi in una serie di concerti londinesi, funestati da problemi di alcoolismo e depressione.


Due premesse. Sono una brutta persona e sono una brutta persona che di Judy Garland sa poco o nulla. So che è stata una delle molte "attrici prodigio" rovinate negli anni da una vita fatta di eccessi e depressione, che tutti la ricordano per Il mago di Oz ma ha quasi vinto un Oscar vent'anni dopo con E' nata una stella, che la sua carriera in realtà non si è quasi mai interrotta ma la sua stella si è purtroppo spenta e più non dimando, al momento, anche se vorrei leggere una sua biografia, se qualcuno potesse consigliarmene una valida. Purtroppo, non rientra nel mio concetto di "validità" il film Judy, biopic costruito interamente sulla performance di Renée Zellweger (sulla quale poi tornerò) apposta per accalappiare i soliti Oscar legati all'imitazione perfetta di personaggi famosi defunti, senza alcun nerbo né sorpresa, focalizzando l'attenzione dello spettatore su un'inevitabile parabola discendente fatta di piccoli, sconvolgenti episodi negativi, flashback di una carriera invidiabile, pochi momenti costruiti ad hoc per scaldare il cuore del pubblico e gran finale celebrativo atto a far sentire in colpa chiunque, perché di fatto la morte della Garland "è colpa anche un po' tua / se non ti batti per un mondo migliore". Grazie al piffero che sul finale ci si commuove: i realizzatori si tengono ben stretto l'asso nella manica Over the Rainbow schiaffandola all'ultimo con tanto di standing ovation aperta da due "diversi", una deliziosa coppietta gay infilata nella trama alla bisogna, per sottolineare l'empatia della protagonista verso chi, come lei (occhiolino, occhiolino), non riesce a trovare spazio nella società, ma per il resto la noia e la banalità regnano sovrane. Come già Bohemian Rhapsody, che almeno aveva dalla sua il ritmo travolgente delle canzoni dei Queen, il difetto di Judy è quello di santificare la protagonista nonostante i suoi mille difetti rendendo chiunque la circondi o quasi un mostro di malvagità. Non c'è modo, dunque, di vedere come esseri umani l'ex marito ed ex manager o la nuova fiamma Mickey, men che meno il babau Louis B. Meyer (ma forse lui era davvero così), e in generale anche coloro che dovrebbero essere alleati di Judy hanno spesso sguardi di disprezzo da rivolgerle.


Vero è che il film non è proprio una biografia della Garland ma un'opera ispirata alla pièce teatrale End of the Rainbow, che tocca gli ultimi anni di vita dell'attrice, ma a questi punti avrei preferito allora qualcosa di più fantasioso e affine a Rocketman invece di questo biopic freddo e stantio. Tanto, canzoni nel film ce ne sono già e questo è da apprezzare per quel che riguarda l'interpretazione della Zellweger: durante i numeri musicali l'attrice è molto coinvolgente e canta davvero benissimo (per quel che ne posso capire io di canto e musica), trasmettendo tutta la voglia di riscatto e di essere amata dal pubblico di Judy Garland, ma nominarla all'Oscar solo per questo è davvero poco. Siccome infatti, e qui torniamo all'inizio del post, sono una brutta persona, per il resto Renée Zellweger mi ha messo ansia e anche un po' di disgusto. L'attrice è un campionario ininterrotto di smorfiette, sguardi strabuzzati e tic imbastiti all'interno di un involucro di plastica, con quel terrificante taglio tra il naso e il labbro superiore che non riuscivo a smettere di guardare senza sentirmi male, tanto da farmi giurare che MAI mi metterò nelle mani di un chirurgo plastico se nemmeno i soldi delle attrici riescono ad ottenere un lavoro fatto bene; dal mio umilissimo punto di vista un'interpretazione più misurata avrebbe giovato al personaggio, con tutto questo overacting la povera Garland sembra spesso una caricatura, una QuasimodA per la quale è facile provare pietà ma per i motivi sbagliati. Sicuramente sono io ad essere limitata visto che Judy e la Zellweger stanno riscuotendo consensi ovunque, ma di tutti i film visti in preparazione agli Oscar direi che questo è uno dei più deboli. Non odiatemi, per questo.  


Di Renée Zellweger (Judy Garland), Finn Wittrock (Mickey Deans), Rufus Sewell (Sid Luft), Michael Gambon (Bernard Delfont) e Andy Nyman (Dan) ho già parlato ai rispettivi link.

Rupert Goold è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come True Story. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni. 


Se Judy vi fosse piaciuto recuperate Rocketman e Florence. ENJOY!

venerdì 28 settembre 2018

Ghost Stories (2017)



Nel mese di settembre la Midnight Factory ha distribuito sul mercato dell'home video il film Ghost Stories, diretto e sceneggiato da Andy Nyman e Jeremy Dyson.


Trama: il Professor Goodman, esperto di paranormale pronto a smascherare le truffe di sensitivi e medium ciarlatani, viene contattato da un suo anziano collega per risolvere tre casi misteriosi e difficili da ricondurre a mano umana...



Ghost Stories è una strana, particolare ed interessante "bestia". Un film che ti prende a poco a poco, dopo un'inizio che sa tanto di già visto, col protagonista scettico costretto ad indagare su tre avvenimenti inspiegabili che hanno messo a dura prova un altro investigatore, ormai anziano e malato. Noi spettatori scafati sappiamo fin da subito che il Professor Goodman si pentirà di aver accettato l'incarico e che dovrà prostrarsi di fronte alla presenza di spiriti ed entità maligne assortite e la prima storia raccontata asseconda la nostra convinzione di avere davanti una pellicola sui generis; per quanto d'atmosfera, la storia di un uomo che, durante un turno di notte all'interno di una fabbrica, si trova davanti orribili presenze fatte apposta per assecondare lo jump scare compulsivo, è praticamente un bignami dei film recenti della BlumHouse, nonché il segmento più debole della pellicola. Già col secondo "caso", però, Ghost Stories alza l'asticella del weird e ci presenta una vicenda più complessa ed inquietante. In essa, un ragazzo viene perseguitato da un'entità non ben definita che, probabilmente, influenza anche la sua famiglia, composta da persone di cui non vediamo il volto né sentiamo la voce... ma qualcosa, indubbiamente, in casa c'è e la sua natura potrebbe venire rivelata dalle inquietanti immagini che tappezzano la stanza del ragazzo e che richiamano culti satanici e altre simili amenità. Un po' The Conjuring e un po' La Casa di Raimi, soprattutto quando il teatro della vicenda si sposta dalla casa ai boschi catturati da rapidissime carrellate di steadycam, l'episodio in questione si interrompe proprio quando lo spettatore ne vorrebbe di più e quando la sensazione di terrore ha quasi raggiunto il punto di non ritorno, contribuendo alla riuscita dell'effetto straniante causato dal terzo segmento.


Ecco, questa terza storia è ciò che rende Ghost Stories così particolare, benché in apparenza non vi sia proprio nulla di strano in una trama che unisce gravidanze sospette ad ancora più sospetti poltergeist casalinghi, soprattutto se a "vivere" il tutto è un uomo con la faccia perbene del meraviglioso Martin Freeman (a proposito, sono arrivata ad adorare questo attore)... ma è qui che comincia a convergere tutto ciò che strideva fin dall'inizio del film. Piccoli dettagli, immagini più esplicite, numeri che tornano a ripetersi, strane coincidenze che, dal nulla, trasformano quella che avrebbe dovuto essere solo la cornice di Ghost Stories in qualcosa di più importante e meritevole di attenzione e che, purtroppo, mi costringono a scrivere un post più breve del solito per non incappare in scandalosi spoiler. Basti solo sapere che Andy Nyman (già adorato nello splendido e ormai vecchio Dead Set e nell'altro splendido ma pure lui vecchiotto Severance - Tagli al personale) e il suo compare Jeremy Dyson hanno approfittato alla perfezione del fatto che l'horror non è morto come molti sperano ma, anzi, sta tornando in auge alla grandissima, e hanno scelto di portare sul grande schermo un esperimento nato a teatro che omaggia solo in apparenza gli horror a episodi degli anni '70. Ghost Stories è infatti un ottimo esempio di horror moderno, perfettamente in linea con i gusti del pubblico odierno e per questo non privo di difetti, ma comunque costruito per divertire, spaventare e, perché no, stupire lo spettatore con twist non esattamente prevedibili, dunque meritevolissimo di una visione.


Del co-regista e co-sceneggiatore Andy Nyman, che interpreta anche il Professor Goodman, ho già parlato QUI mentre Martin Freeman, che interpreta Mike Priddle, lo trovate QUA.

Jeremy Dyson è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Inglese, anche produttore e attore, ha 52 anni.


Paul Whitehouse interpreta Toy Matthews. Inglese, ha partecipato a film come Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Neverland - Un sogno per la vita e Morto Stalin, se ne fa un altro; come doppiatore ha lavorato in La sposa cadavere e Alice in Wonderland. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 60 anni e un film in uscita.




venerdì 23 agosto 2013

Kick-Ass 2 (2013)

E fu così che qualche sera fa sono riuscita ad andare a vedere il primo dei film che attendevo di più quest’anno: Kick-Ass 2, diretto dal regista Jeff Wadlow e tratto dal fumetto omonimo di Mark Millar e John Romita Jr. L’attesa è stata ripagata? Nì.


Trama: Dave Lizewski torna ad indossare il costume di Kick-Ass ma questa volta non è solo perché l’idea degli eroi “fai da te” ha portato alla nascita di un gruppo chiamato Justice Forever. E mentre Dave si diverte a combattere i criminali con i nuovi amici, la povera Hit Girl è costretta a dismettere il costume e ad affrontare la dura vita di un’adolescente. Nel frattempo, purtroppo per tutti, si profila all’orizzonte la minaccia di MotherFucker…


Poteva essere un capolavoro questo Kick-Ass 2 e invece sono uscita dal cinema un po’ tanto DIlusa, forse perché sono entrata in sala dopo aver letto e amato (anche se non tanto quanto il primo, son sincera) il secondo capitolo della serie di Millar. A dire la verità l’entusiasmo mi è un po’ sceso nel corso della seconda parte della pellicola perché la prima parte l’ho trovata invece frizzante, interessante e divertente quasi quanto il primo, geniale film. Mi è piaciuto infatti il modo graduale in cui gli spettatori vengono preparati a quello che avrebbe dovuto essere il momento clou della pellicola e introdotti alle nuove realtà di Dave, Mindy e Chris; se i due ragazzi non hanno imparato una benemerita mazza dagli eventi di Kick-Ass ma, anzi, vanno peggiorando nella loro ossessione, la ragazzina viene invece costretta da un tutore amorevole ma severo a diventare un’adolescente "normale" con tutto quello che ne consegue. Ci vengono presentati quindi gli improbabili membri della Justice Forever (tra i quali spicca un Jim Carrey che vale da solo il prezzo del biglietto), possiamo ridere della stupidità di un Motherfucker a dir poco tragicomico nel suo patetico tentativo di diventare supercriminale e, soprattutto, possiamo ammirare la bravura con la quale Chloë Grace Moretz affronta il mondo degli adolescenti di oggi, preso spietatamente in giro dal regista/sceneggiatore anche grazie ad un esilarante video che praticamente è la summa di tutte quelle cose che mandano in brodo di giuggiole le Beliebers e le Directioners di questo povero mondo. Tutto questo e l’incredibile, devastante presenza della culturista ucraina Olga Kurkulina, assolutamente perfetta per il ruolo di Mother Russia, uno dei personaggi più riusciti, riescono ad ficcare di forza Kick-Ass 2 nell’ambito della sufficienza e sicuramente a qualche spettatore è anche piaciuto quasi ai livelli del primo… ma io il pressapochismo non posso tollerarlo, abbiate pazienza.


Ora, capisco che gli adattamenti cinematografici non debbano essere pedissequi. Ne risentirebbe l'originalità dell'opera cartacea, soprattutto a danno di chi l'aveva già letta, inoltre si parla di due linguaggi e due tipi di pubblico spesso completamente differenti. QUI sta il difficile e, di conseguenza, è estremamente importante l'abilità di regista e sceneggiatore (in questo caso, tu guarda, la stessa persona) perché altrimenti, bello mio, non sceglievi questo mestiere e andavi a lavorare in un ufficio come me. Non è che, solo perché il tuo è un lavoro "artistico", ci devi mettere meno impegno rispetto all'impiegato delle poste, per dire. Il problema di Kick-Ass 2 è proprio questo: si è voluta ricercare la soluzione facilona o comica a tutti i costi, senza capire che ci sono modi (e non sta a me trovarli né diro, per la miseria, è perlappuntamente il lavoro dello sceneggiatore!!) per mantenere intatto il significato dell'opera originale e la natura dei personaggi rimanendo nei limiti del PG-17. Perdonatemi gli SPOILER che seguiranno ma a 'sto giro sono necessari.


Nel secondo volume di Kick-Ass Millar spinge l'accelleratore della farsa e del cattivo gusto per rendere ancora più straniante questa vicenda che, sostanzialmente, parla di un gruppo di alienati scontenti che perseguono l'insano sogno di diventare supereroi o supercriminali. La questione viene parzialmente centrata nel film con il personaggio di Hit Girl, impossibilitata a integrarsi con le compagnette stronze e condannata per colpa del padre ad avere una visione distorta di sé stessa e del mondo. Perché dico parzialmente? Perché visto l'escamotage usato per avere vendetta sulle stronze della scuola direi che il prossimo Kick-Ass 3, se mai ci sarà, lo faranno direttamente sceneggiare da John Waters o dai Vanzina, mentre per il finale (Gesù, quell'orrendo finale!!!!) chiameranno Moccia. Sembra infatti che Wadlow non riesca a staccarsi dalla folle idea di voler far ridere a tutti i costi anche quando c'è davvero poco per cui stare allegri o che l'eroe della storia debba essere per forza un finto-nerd in realtà palestrato e figo e il cattivo invece un demente da avanspettacolo. Per dire, che nel primo film Dave riuscisse alla fine ad uscire con Katie in barba al pessimismo Milleriano non mi era dispiaciuta come idea, ma c'è un limite a tutto, non lo si può trasformare in atletico stallone: Kick-Ass è e deve rimanere uno sfigato, un incapace che fa solo casini, costretto a ricorrere ad una ragazzina per cavarsi dagli impicci, un umanissimo ragazzo che, preda della disperazione e del desiderio di vendetta, spinge un coetaneo giù da un palazzo rendendolo paraplegico, altro che integerrimo eroe dal cuore d'oro! Alla fine del secondo ciclo di Kick-Ass Mindy viene giustamente arrestata perché colpevole di avere ucciso quasi un centinaio di persone, seppure a fin di bene, ma viene comunque osannata dalla folla perché capace di fare tutte quelle cose che un super dovrebbe poter fare, quindi anche l'unica in grado di far sognare la gente comune e tirarla fuori dalla grigia esistenza quotidiana. Il nocciolo di Kick-Ass, lo spunto di riflessione dell'intera serie, è tutto qui. Non vanno bene le pacchianate, non va bene dipingere Motherfucker come un povero bimbominchia (cit.): Chris D'Amico è Hit Girl senza la mano salda di Big Daddy, è un pericoloso e viziatissimo nerd convinto di voler essere un supercriminale ed è lo specchio di tutti quei freddi mocciosi che violentano, uccidono e picchiano riprendendosi coi cellulari e bullandosi con gli amici. Non esiste redenzione nel fumetto per Motherfucker, non dopo aver ucciso intoccabili come cani e bambini, non dopo aver ripetutamente violentato Katie (altro che la stupida scena in cui vorrebbe stuprare Night Bitch ma non riesce, altro che "non siamo mica barbari"). MotherFucker è il livello più estremo delle storie allucinanti che sentiamo un giorno sì e l'altro anche ai TG e fa paura proprio per il suo essere sfigato ed infantile tanto quanto Kick-Ass. Ma questo Wadlow non l'ha capito e, peggio ancora, non l'ha fatto capire al pubblico.


Ecco, lo sapevo. Mi sono arrabbiata e ho cominciato a sproloquiare, rendendomi così conto che Kick-Ass 2 mi è piaciuto meno di quanto io stessa avessi pensato. La sufficienza la merita comunque anche se, riflettendoci, nemmeno la colonna sonora e i combattimenti (tranne quelli di Mother Russia) mi hanno entusiasmata. Mi rimangono, oltre ai citati Carrey e Moretz, un Mintz-Plasse sempre da antologia... e beh, e poi la foto trash dell'anno. L'unica cosa che da sola vale a cancellare tutto il nervoso, tutta la voglia che avrei di picchiare forte Jeff Wadlow. E sapete cosa faccio? Siccome su Facebook si sono tanto prodigati per procurarmela ve la metto qui. Così potete decidere se andare a vedere Kick-Ass 2 nonostante i miei strali o accontentarvi di vedere la cosa più bella del film sul Bollalmanacco. Ah, nel caso decidiate comunque di accingervi alla visione, ricordatevi di rimanere fino alla fine dei titoli di coda, non fate come tutti quei pirla in sala che sono usciti di corsa come un branco di pecore lasciando praticamente solo me e i miei amici a spernacchiarli e irriderli.

... senza parole!! XDXDXD
Di Aaron Taylor – Johnson (Dave Lizewski/Kick-Ass), Chloë Grace Moretz (Mindy McReady/Hit Girl), Donald Faison (Dr. Gravity), Lyndsy Fonseca (Katie Deuxma), Christopher Mintz-Plasse (Chris D’Amico/Motherfucker), John Leguizamo (Javier), Jim Carrey (Colonnello Stars and Stripes) e Andy Nyman (The Tumor) li trovate ai rispettivi link.

Jeff Wadlow (vero nome Jeffrey Clark Wadlow) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto anche Nickname: Enigmista e probabilmente tra qualche anno si cimenterà nella realizzazione di X-Force. Anche produttore e attore, ha 37 anni.


Morris Chestnut interpreta il Detective Marcus Williams. Americano, ha partecipato a film come L’ultimo boyscout – Missione sopravvivere, Soldato Jane, Io sono tu, The Call e a serie come Freddy’s Nightmare, E.R. Medici in prima linea, Bones, V e American Horror Story, inoltre ha doppiato un episodio di American Dad!. Anche produttore, ha 44 anni e un film in uscita.


Probabilmente in pochi lo ricorderanno ma Evan Peters, ovvero il Tate e Kit di American Horror Story, nel primo Kick-Ass interpretava Todd ma per impegni con la terza stagione della mia adorata serie ha lasciato il posto al meno conosciuto Augustus Prew. Aspettando che il buon Evan si faccia vedere nei panni di Quicksilver in X-Men: Giorni di un futuro passato, nel caso Kick-Ass 2 vi fosse piaciuto recuperate assolutamente il fumetto da cui è tratto (in questi giorni tra l’altro per la Planet Comics esce lo spin-off Hit Girl) e buttatevi su Super, un film che devo ancora vedere ma di cui mi hanno parlato benissimo. ENJOY!!

martedì 13 aprile 2010

Tagli al personale (2006)

Passate le vacanze pasquali, nonostante i problemi di connessione persistano in maniera alquanto seccante, quale modo migliore di ricominciare a scrivere sul blog se non con un simpatico slasher inglese dal titolo italiano assai particolare, ovvero Tagli al personale (Severance), diretto nel 2006 da Christopher Smith? Che resti tra noi, al momento spererei che un destino simile possa capitare a chiunque lavori in Telecom, ma andiamo avanti…


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La trama: alcuni dipendenti della Palisade, un’azienda produttrice di armi, intraprendono un viaggio aziendale in Ucraina, così da cementare lo spirito di gruppo attraverso gioiose attività “formative”. Tra reciproci punzecchiamenti, odi nemmeno tanto latenti, concupiscenze, spinelli e funghi allucinogeni, i nostri sbagliano strada, complice anche un impauritissimo ed incomprensibile autista, e finiscono per ritrovarsi non già nel rifugio extralusso che avrebbe dovuto ospitarli, bensì in uno squallido e pericolante edificio in mezzo al bosco. E lì comincia la mattanza…


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Ho già detto parecchie volte su questo blog che io non amo gli slasher, soprattutto quelli americani. Noiosi, banali, si aspetta solo che la vittima sacrificale crepi e che si passi a quella dopo. Già i francesi calcano di più la mano, creando però dei mostri che persino io difficilmente riesco ad apprezzare, da tanto sono pesanti, sanguinolenti e realistici. Questo Severance, invece, lì per lì non parrebbe neppure uno slasher, ma una di quelle ironiche e pungenti commedie inglesi, incentrata sugli screzi tra colleghi di lavoro: c’è l’impiegata straniera, bionda e concupita, il ragazzetto perdigiorno concentrato solo sulle escort e le droghe che potrà trovare nel paese stranero, il nerd patito del lavoro di gruppo, l’impiegato “rampante” e in carriera, disgustato da tutto e tutti, il capo incapace di farsi rispettare senza gettarti in faccia la sua autorità, ecc. Certo, l’inizio in medias res non lascia dubbio alcuno sulla natura di Severance, visto che uno dei personaggi viene subito appeso come un capretto e come tale sventrato, però subito dopo l’atmosfera pesante viene alleggerita con abbondanti dosi di humour inglese e soprattutto dialoghi divertentissimi.


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Il bello di Severance è proprio questo continuo mescolare i generi, che sovverte anche le regole canoniche dell’horror. Viene dissacrata ogni situazione “tipica”, a partire da quella più classica che coinvolge un’enorme tarantola sulla spalla di una delle protagoniste (e che si risolve in maniera decisamente inaspettata…) fino ad arrivare alle soluzioni più estreme per conservare arti amputati o per uscire da profonde trappole, e queste sono solo alcune delle mille macabre gag di cui si compone il film. Che peraltro non è esente da scene drammatiche o da pugno nello stomaco, sia ben chiaro: l’esecuzione col lanciafiamme oppure la lenta tortura di uno dei protagonisti sono terribili, e le immagini sono comunque molto realistiche, sostenute da validi effetti speciali. Una cosa molto positiva è che non ci sono “superuomini” nel film: la sfiga colpisce chiunque, buoni o cattivi (che sono tutt’altro che immortali) ed il regista fa molta attenzione anche ai piccoli dettagli, come un dente che salta, una pietra troppo pesante da sollevare, e così via.


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Diversamente da altri film simili, Severance è registicamente curatissimo, e molto particolare. Io vado matta per la sequenza in cui, a tavola, viene raccontata con tre punti di vista e stili differenti, l’ipotetica storia del rifugio in cui i malcapitati protagonisti vengono a trovarsi: la prima volta ci viene mostrato un film muto e in bianco e nero, con tanto di pianoforte in sottofondo e didascalie (nonché attore praticamente identico a Nosferatu…)… la seconda volta l’atmosfera è quella più vicina a un horror moderno, mentre la terza volta lo stile e quello che ci si potrebbe aspettare da un soft – porno, a seconda della natura che viene conferita al rifugio, ex manicomio, ex base militare oppure ex ospizio gestito da infermiere ninfomani. Oltre a quest’idea originale ci sono anche la soggettiva filtrata dagli occhi di una testa mozzata, citazioni da 2001 Odissea nello spazio (il ragazzo allucinato dai funghi che si alza e si gira solo per vedere il suo corpo ancora seduto), un’esilarante sequenza che coinvolge uno sboronissimo (e inutile) tentativo di salvataggio con bazooka, e un uso della bella colonna sonora decisamente appropriato. Secondo me Severance è un film che potrebbe piacere tantissimo a chiunque sia un minimo appassionato di horror. Gli animi sensibili però si astengano.


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Di Andy Nyman ho già parlato qui. Della serie, Dr. Jeckyll e Mr. Hyde: il suo dolcissimo e sfortunato personaggio, Gordon, fa a pugni con lo schifoso produttore che ha interpretato in Dead Set, ma è altrettanto esilarante.


Christopher Smith è regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto un altro horror, molto meno bello, Creep – Il chirurgo. Ha 40 anni e un film in uscita.


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Laura Harris interpreta Maggie. L’attrice canadese ha recitato in It, Frequenze pericolose, The Faculty, inoltre la troviamo in serie come X-Files, I viaggiatori, Oltre i limiti, 24, CSI e nel film tv tratto dalla serie Sabrina – Vita da strega. Ha 34 anni.


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Se vi è piaciuto il genere e avete un po’ di pelo sullo stomaco, date un’occhiata anche a Hostel di Eli Roth, anche se l’umorismo è decisamente più rozzo e grebano, così come le torture più pesanti, oppure al bellissimo ma altrettanto devastante La casa del diavolo di Rob Zombie. Per la cronaca, “Severance” in inglese indica sia il taglio che il licenziamento, quindi per una volta il titolo italiano è fatto bene e rispetta il gioco di parole dell’originale. Intanto vi lascio con un trailer per una volta italiano, tanto per cambiare!! ENJOY!!




martedì 10 marzo 2009

Dead Set (2008)

Oggi, tanto per cambiare, non parlerò di un film, ma di una miniserie inglese, Dead Set, andata in onda nell’ottobre del 2008 sul canale digitale E4, famoso per le cronache live del Grande Fratello britannico. E la particolarità di questa serie, creata dal comico e sceneggiatore Charlie Brooker, è proprio quella di unire l’horror classico di un film di zombie a quell’orrore moderno che è, appunto, il Grande Fratello.

 


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La trama è questa: durante la serata dedicata all’eliminazione di un membro della Casa del Grande Fratello, si scatena in tutta l’Inghilterra un’epidemia di zombie. Ovviamente i morti viventi cominciano a banchettare con l’incauta folla radunata ad adorare i dementi abitanti della Casa, facendo piazza pulita anche di presentatrice, cameraman e tutta la gente che sta dietro le quinte, trasformandoli in zombie voraci e veloci. L’unica sopravvissuta dello staff, oltre al bieco produttore Patrick, è la tuttofare Kelly, che cercherà di salvarsi rifugiandosi nell’ultimo luogo sicuro: la casa stessa!!


 


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Indubbiamente, questa miniserie è un sogno per chi come me detesta ogni tipo di reality e spera ogni volta che sente nominare gli intelligentissimi concorrenti del Grande Fratello che scoppi un’epidemia confinata nella casa per flagellarli tutti ed epurare questa piaga sociale. Gli zombie vanno bene ugualmente, uno sostituisce i finti personaggi britannici con quelli veri italiani ed il gioco è fatto: c’è la bionda zoccola, il bellone di turno, il loser che finge di essere intellettuale, la svampita, la grebana di periferia, il fighetto e persino il travestito. Il fatto che poi l’occhio esperto e la tragedia della particolare situazione ci mostri come alcune apparenze ingannano (la biondina si rivela essere una spietata calcolatrice e assassina, il travestito un insospettabile infermiere, ecc. ecc.) e come questi fantomatici idoli delle folle siano considerati dei poveri e fastidiosi dementi dagli addetti ai lavori, soprattutto nel backstage, rende il tutto ancora più realistico ed impietoso.


 


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La miniserie ci mostra la fine dell’Inghilterra da un punto di vista molto ridotto. In pratica intuiamo che non ci sia più nulla da fare dal fatto che tutte le emittenti televisive sono scomparse, che i treni non arrivano e che l’unica trasmissione radio che si sente è in francese e parla di un solo, improbabile rifugio. La vicenda tuttavia ci mostra solo i dintorni della casa e degli studios e i pochi superstiti, concentrandosi su tre gruppi di personaggi: Kel e gli abitanti della casa, Patrick assieme alla prima esclusa Pippa, il fidanzato di Kel e una combattiva superstite. Quest’ultima coppia ci offre una visione più ampia dell’evento, e la desolazione che si è abbattuta sull’Inghilterra. Quello che preme alla serie, insomma, non è di mostrare al pubblico un film di zombie, ma un Grande Fratello CON gli zombie. Come già Romero ci mostrava i morti viventi bellamente in fila per entrare nel centro commerciale, reiterando i comportamenti tenuti in vita, ora ci viene mostrato come gli zombie lottino con ferocia per oltrepassare i cancelli che li portano alla Casa e, se calmi, come i loro occhi siano inevitabilmente calamitati dallo schermo televisivo, quasi come se non esistesse altro. Emblematica la scena finale, dove lo zombie nel centro commerciale guarda lo zombie ripreso dalle telecamere, scambiandosi uno sguardo vitreo che non comunica nulla, come fa in effetti la tv odierna con gli spettatori. “Quello che ci differenzia da loro è che noi siamo intelligenti, e dobbiamo usare questa intelligenza per batterli”: così dice Kel alla fine del terzo episodio. Peccato che la vita reale, e la continuazione della miniserie, la smentirà clamorosamente.


 


Davina McCall


Questa terribile realtà viene descritta con occhio cinico e spietato, lo humor nero abbonda e spesso e volentieri ci si abbandona a grasse risate, soprattutto quando lo sboccatissimo e bastardo Patrick inveisce contro la povera Pippa, entrambi costretti ad una convivenza forzata a base di evacuazioni, rumori molesti e pianti isterici. Oppure le magre figure del patetico Joplin detto Gollum che sfida anche la presenza degli zombie pur di vedere la biondona nuda sotto la doccia. Alcune perle di “saggezza” sono: “Ma se tutti sono morti allora vuol dire che nessuno ci sta più guardando?” oppure la splendida frase che Pippa in lacrime rivolge a Patrick reo di aver appena impalato lo zombie della presentatrice: “O mio dio!! Hai ucciso Davina!”. Il personaggio di Patrick poi incarna perfettamente la spietatezza di coloro che pur di fare audience e soldi, quindi per estensione pararsi le chiappe, non guardano in faccia a nessuno: un insulto continuo verso tutto e tutti, un uomo che approfitta persino di uno zombie paraplegico, dissacra i cadaveri, infinocchia gli alleati e non smette di affermare il suo ego neppure davanti alla morte che lui stesso ha causato. Talmente figlio di puttana da diventare un idolo.


 


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Ovviamente la miniserie è di qualità molto più elevata rispetto alla media, sia per il makeup, che rende gli zombie davvero raccapriccianti, che per gli effetti speciali estremamente realistici. Gli attori sono molto bravi, pare che tra essi ci siano parecchie apparizioni di ex veri concorrenti del Grande Fratello inglese. La divertentissima presentatrice Davina McCall, che è l’equivalente britannico della nostra Alessia Marcuzzi, interpreta sé stessa, per esempio. La fotografia è molto bella, nitida e tendente all’azzurrino, una resa che mi piace sempre parecchio. L’unica pecca è il fatto che gli zombie sono veloci: ciò li rende più letali e rende la miniserie più claustrofobica e paurosa, però snatura il mito del morto vivente mollo, lento e decerebrato che tutti abbiamo imparato ad amare. Per gli amanti del genere, e per chi odia il Grande Fratello. Non ve ne pentirete affatto!!!


Charlie Brooker è il creatore della serie. Lo scrittore inglese ha collaborato anche per lo show di Ali G. Ha 38 anni.


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Andy Nyman interpreta il "buon" Patrick. L'attore inglese ha partecipato a Severance - Tagli al personale e Funeral Party. Ha 43 anni e due film in uscita.


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E ora, visto che i furboni di E4 hanno disabilitato le opzioni per mettere su altri siti i video dedicati a Dead Set, faccio loro un favore e vi posto il link del sito ufficiale: qui troverete video, immagini, curiosità e quant'altro, ma il mio consiglio è, se capite l'inglese, di procurarvi i DVD! ENJOY!


 





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