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venerdì 18 novembre 2011

I gusti del terrore (1995)

Ma torniamo a parlare di Notte Horror (ebbene sì, mi manca tantissimo!!). Un’altra piccola perla scoperta negli anni ’90 è l’oscuro, orribile, trashissimo, indimenticabile I gusti del terrore (Ice Cream Man), diretto nel 1995 dal regista Paul Norman.



Trama: Gregory ha una sola, grande passione nella vita: fare il gelataio. A causa di un piccolissimo trauma infantile con conseguente ricovero in un discutibile manicomio, però, gli ingredienti dei suoi ottimi gelati non sono quelli canonici, come scopriranno gli inorriditi pargoletti che hanno passato l’estate a mangiarli…



“Non tutte possono essere delle felici, felici giornate” dice il buon Gregory ad una delle sue povere vittime. Mai massima fu più azzeccata, e questo è il leitmotiv de I gusti del terrore, dove la felicità imposta si mescola all’orrore scatenato per ottenerla. Parole grosse, per un film che è spudoratamente e dichiaratamente diretto, scritto e recitato coi piedi e che, proprio per questo suo modo fiero di abbracciare il ridicolo, ha meritato di assurgere all’Olimpo dei film cult per eccellenza. Questo film commuove per come ogni scena… ma che dico, ogni inquadratura! può essere dileggiata, distrutta, scherzata (come diceva il buon Elio) e intrattenere per ore e ore di risate gente che ha avuto il privilegio di vederlo. Non basterebbe quindi un libro per parlare delle minchiate di cui è farcito I gusti del terrore, figuriamoci una recensione che non vuole togliere la sorpresa a chi volesse guardarlo!



Vi butterei quindi lì qualche chicca, giusto per invogliarvi. Immaginate un film pagato principalmente dalla Converse, dove tutti i personaggi, quindi, indossano le scarpe di quella marca e dove viene usato ogni mezzo per inquadrarle, dai più “funzionali” alla trama (la vendetta di Gregory che riempie di gelato e vermi le scarpe di uno dei protagonisti) ai più sfacciatamente insulsi, come quando la telecamera indugia sui piedi dei protagonisti senza motivo. D’altronde questo è il primo e credo unico film non porno girato dal regista, quindi le scene che inquadrano i piedi sono nulla rispetto al paio di sequenze che partono, inspiegabilmente, dal pacco o dal lato B degli attori maschili. A questo aggiungerei un bambino ciccione reso tale dall’utilizzo di un’imbottitura (ma non ne potevano prendere uno vero…?), girandole a forma di fiori che invadono i giardini, poliziotti idioti, donne malate di mente che vengono fatte passare per messaggeri divini, festini notturni a base di tombe e gelato, e chi più ne ha più ne metta!



Certo, I gusti del terrore, per quanto involontariamente ironico e trash, non manca comunque di qualche momento disturbante. Nella sua perversa innocenza il gelataio è di un’efferatezza rara e non lesina agli spettatori immagini disgustose come la testa mozzata di una vittima infilata in un cono. Altre scene che rimangono impresse e rendono questo film un ibrido assai interessante sono la panoramica iniziale di quello che sta dietro al furgoncino dei gelati (blatte, sangue, ratti, l’incubo di ogni impiegato dell’ufficio di igiene), l’insistente primo piano di un occhio rigirato tra i denti e, soprattutto, l’intera sequenza girata all’interno del manicomio, dove i dottori sono matti quanto e più dei pazienti, come testimoniano i frequenti e deliranti flashback di Gregory. Insomma, sicuramente non sarà il film della vostra vita, ma I gusti del terrore merita almeno una visione, se non altro per la sua sfacciataggine e per la presenza del mitico Clint Howard. Vedrete che dopo averlo guardato sarà anche per voi una felice, felice giornata…!



Di Olivia Hussey, qui nei panni dell’infermiera Wharton, ho già parlato qui.

Paul Norman (vero nome Norman Paul Apstein) è il regista della pellicola, diretta sotto il nome di Norman Apstein. “Rinomato” regista di porno dalla filmografia (ovviamente) sterminata, ha 55 anni. Spiacente, ma di lui non riesco a trovare nemmeno un'immagine, sorry.

Clint Howard (vero nome Clinton E. Howard) interpreta Gregory, il nostro amato gelataio. Caratterista americano, fratello del pluripremiato regista Ron Howard, la sua ricchissima carriera conta comparsate più o meno lunghe e partecipazioni come protagonista in film come Splash, una sirena a Manhattan, Cocoon, l’energia dell’universo, Tango & Cash, Leprechaun 2, Apollo 13, Austin Powers: il controspione, Austin Powers la spia che ci provava, Il Grinch, Austin Powers in Goldmember, Il gatto… e il cappellaio matto, Dick e Jane – Operazione furto e Halloween: The Beginning. Inoltre ha doppiato Il libro della giungla e partecipato a serie come Star Trek, Tre nipoti e un maggiordomo, Happy Days, Hunter, Oltre i limiti, Jarod il camaleonte, My Name is Earl e Heroes. Anche sceneggiatore, produttore e regista ha 52 anni e tre film in uscita.



David Warner interpreta il padre di Heather. Inglese, ha partecipato a film come Il presagio, Tron, La brillante carriera di un giovane vampiro, Tartarughe Ninja II. Il segreto di Ooze, lo splendido Il seme della follia, Titanic, Scream 2, Planet of the Apes – Il pianeta delle scimmie, persino a quella troiata di Piccolo grande amore (!!!). Per quanto riguarda la tv, ha partecipato a episodi delle serie I segreti di Twin Peaks e La signora in giallo, inoltre ha doppiato cose cult come Capitan Planet e i Planeteers, Mighty Max, Biker Mice from Mars, Batman, Gargoyles e Freakazoid!. Ha 70 anni e un film in uscita.



Tra gli altri attori presenti nel film segnalo David Naughton (il padre di Tuna), già protagonista dello storico Un lupo mannaro americano a Londra. Dei quattro mocciosi della pellicola, invece, la ragazzina del gruppo, l’attrice Anndi McAfee, si è rifatta una carriera come doppiatrice quasi esclusiva del triceratopo Tricky de La ricerca della Valle Incantata, il ragazzetto più furbo, ovvero l’attore Justin Isfeld, ha partecipato a tre American Pie, mentre di Tuna e del Piccolo Paul si sono perse le tracce, sebbene quest’ultimo fosse un sosia dell’odioso enfant prodige Macaulay Culkin. D’altronde, la bionda e procace Wanda, alias Andrea Evans, ha finito per diventare parte integrante del cast di soap opera infinite come Beautiful, quindi forse meglio interrompere la carriera in tempo!! Siete ancora qui...? Correte a cercare I gusti del terrore e... ENJOY!

martedì 15 novembre 2011

Milo (1998)

Per citare i Gem Boy: “Voi, della mia generazione che siete cresciuti con…” Notte Horror, ricorderete che negli anni ’90 ci siamo beccati un bel po’ di film scrausi ma soddisfacenti, che non facevano necessariamente paura, però sono diventati storici. Uno di questi, per quanto oscuro, banale e “straight to video”, era Milo, diretto nel 1998 dal regista Pascal Franchot.



Trama: dopo un “gioco del dottore” ai danni di una sua compagna di scuola, finito nella maniera peggiore, Claire torna nella sua città natale da adulta. Lì scopre che il piccolo Milo, l’assassino dell’amichetta d’infanzia, è ancora vivo e non è mai cresciuto.. e ora cerca vendetta.



Bastano tre, quattro note ossessivamente ripetute sull’inquietante rumore dei raggi di una vecchia bicicletta da adulto e l’immagine di un bimbo nascosto da un impermeabile giallo per imprimere indelebilmente nella memoria Milo, disturbante storia di questo pargolo immortale e, soprattutto, immorale. All’epoca sarò stata sicuramente meno maliziosa ma a rivederlo ora mi pongo qualche domanda, diamine: Milo è un bambino nato già con qualche problema, visto che parla con la voce di un trentenne tisico e arrapato. In aggiunta, è figlio di un ginecologo, quindi si può immaginare la visita che avrebbe voluto fare alla bambina, se non fosse per quel dannato vizietto di far fuori la gente. Già questo darebbe il La ad un film malato ai livelli di Buio Omega e simili, e in effetti la scena finale con operazione ginecologica annessa mette i brividi.



Per fortuna (o purtroppo) questi temi perversi vengono trattati un po’ all’acqua di rose e Milo viene confinato nei limiti di un prodotto confezionato per il mercato dell’home video. Un horror d’atmosfera, più che di effetti speciali, dove il disagio deriva interamente dall’azzeccatissima figura di questo orrido moccioso (il cui viso si vedrà solo verso il finale), dall’ambiente malsano della clinica ginecologica (dove i feti vengono conservati nelle arbanelle ed esposti manco fossero trofei…) e dalla fondamentale cattiveria congenita di ogni ragazzino della città, visto che la povera maestra Claire viene presa per il culo soprattutto dai suoi allievi, oltre che dalle ex amiche d’infanzia, dalla polizia e dal padre di Milo. Tanto che mi chiedo: ma invece di darti tanta pena per eliminare il piccolo bastardo, non potevi semplicemente cambiare nazione e lasciarli tutti alla sua mercé? Ma smettiamo di farci domande e gioiamo, perché il Milo che ricordavo non è cambiato affatto e il film risulta inquietante e pregiato adesso come allora! Guardatelo, ve lo consiglio.

Pascal Franchot è il regista della pellicola. Questo è il primo film da lui diretto, dopodiché si è dato principalmente ai documentari. Ahinoi. Americano, anche sceneggiatore e produttore, ha 49 anni.



Jennifer Jostyn interpreta Claire da adulta. Americana, ha partecipato a film come Deep Impact e La casa dei 1000 corpi, oltre a serie come Una mamma per amica, E.R., NYPD e Scrubs. Dovrebbe avere quasi 40 anni ormai, e ha un film in uscita.



Vincent Schiavelli interpreta il padre di Milo, il dottor Jeeder. Uno dei più riconoscibili caratteristi (italo)americani, lo ricordo per film come Qualcuno volò sul nido del Cuculo, Amadeus, Ghost – Fantasma e Batman Returns. Ha inoltre partecipato a serie come Starsky & Hutch, Charlie’s Angels, Moonlighting, MacGyver, Miami Vice, Melrose Place, X-Files, Buffy l’ammazzavampiri, Dharma & Greg e Sabrina – Vita da strega, oltre ad aver doppiato un episodio de I Griffin. E’ morto nel 2005, all’età di 57 anni, per un cancro ai polmoni.



Antonio Fargas, che qui interpreta il bidello Kelso, è stato per anni lo storico Huggy Bear della serie Starsky & Hutch. Al film ha partecipato anche una quindicenne Mila Kunis nei panni di una delle studentesse della Claire adulta. Detto questo, non posso fare altro che spronarvi a cercare Milo! ENJOY!

domenica 13 novembre 2011

Il ladro di orchidee (2002)

Sarà un impresa scrivere questa recensione. Dopo un’attesa di quasi 10 anni sono finalmente riuscita a vedere Il ladro di orchidee (Adaptation.), diretto nel 2002 dal regista Spike Jonze e, soprattutto, sceneggiato dal geniale e folle Charlie Kaufman. L’esperienza mi ha decisamente spiazzata.



Trama (o almeno un abbozzo di): Charlie è uno sceneggiatore famoso per il suo acume e il suo genio ma assolutamente incapace di relazionarsi agli altri. Timido e impacciato, è l’esatto opposto del gemello Donald, anche lui sceneggiatore, seppur poco dotato, capace in compenso di attirare su di sé la simpatia di chiunque. Charlie si ritrova in un pesante impasse creativo quando gli viene proposto di adattare Il ladro di orchidee, un romanzo di non fiction che parla essenzialmente di fiori. Assistiamo così al duro lavoro per tirare fuori qualcosa di decente dalla storia, mentre le vite dei due gemelli, della scrittrice e del protagonista del libro si intrecciano…



Charlie Kaufman è la mente che sta dietro a due dei film più particolari e belli che abbia mai visto, ovvero Essere John Malkovich (che peraltro viene citato all’inizio de Il ladro di orchidee) e The Eternal Sunshine of the Spotless Mind (no, non lo scrivo l’orrendo titolo italiano. Non deve essere scritto da nessuna parte. Punto.). Non una mente qualsiasi, quella dello sceneggiatore, perché le due pellicole mescolano sfacciatamente la fantasia, l’assurdo, la realtà e personaggi difficili da definire con una sola parola, che esasperano fino all’inverosimile i normali problemi che chiunque si trova ad affrontare. Il ladro di orchidee non è molto diverso in questo, ma qui c’è anche l’aggiunta della componente biografica e quella pesantemente metacinematografica: il risultato è un film, se vogliamo, ancora più atipico e complesso di quelli che ho già citato, con mille possibilità di lettura, che lascia lo spettatore perplesso ma curioso di scoprire dove finisce la realtà e dove comincia la finzione.



Francamente, non ho letto il libro Il ladro di orchidee, da cui è tratto il film, ma mi chiedo come l’autrice abbia reagito davanti ad un simile adattamento. Io abitualmente inveisco contro quelli che modificano arbitrariamente i film tratti dai libri di Stephen King, e di solito sono cambiamenti piccoli, quindi posso immaginare la perplessità di chi ha letto il libro di Susan Orlean e si è trovato davanti qualcosa di completamente diverso. Kaufman prende il cuore de Il ladro di orchidee, il desiderio della Orlean di mostrare la passione con cui lo strano Laroche e i suoi assistenti ricercano ossessivamente “l’orchidea fantasma”, una passione che lei stessa non ha mai vissuto o avuto, così come neppure il geniale sceneggiatore. E’ da qui che nasce l’impossibilità di adattare la storia, il che porta Kaufman a farsi protagonista e decidere così di raccontare il suo autobiografico disagio, aggiungendo elementi di pura fantasia, come il gemello Donald (La cosa curiosa è che, nonostante Donald Kaufman effettivamente non esista, nei credits viene citato come cosceneggiatore, quindi si è assicurato anche la nomination all’Oscar e ai Golden Globe, e il film è dedicato alla sua memoria).


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La prima parte di Il ladro di orchidee è quindi molto interessante perché consente allo spettatore di capire cosa si nasconde dietro alla realizzazione di un film, come un romanzo può diventare pellicola, come gli sceneggiatori vivono lontani dal “glamour” che circonda attori famosi e registi strapagati, inoltre mostra la crudeltà dell’industria cinematografica, che solitamente premia ciò che è più commerciale o redditizio e pretende che le “galline dalle uova d’oro” rimangano tali nel tempo, senza concepire cali di qualità o ripensamenti. Ed è per questo, penso, che la seconda parte del film, pur mantenendo la sua valenza metacinematografica, vira nel thriller, nel grottesco, nella farsa. Il povero Charlie d’altronde si ritrova a non sapere come concludere la sceneggiatura, ed è lì che subentra il fratello Donald, sicuramente meno cerebrale ed artistico, ma ingenuo e semplice: lui capisce cosa piace al pubblico, capisce cosa serve al fratello, e il film così cambia registro, perdendo ogni valenza reale e aggiungendo degli strani sviluppi (che ovviamente non vi rivelo!!) al lavoro della Orlean. Si può così dire che Donald è la parte nascosta di Kaufman, quella che gli impedisce di allontanarsi completamente dal mondo vero, quello che esiste fuori dalla sua testa; la parte che gli consente di capire cosa conta davvero nella vita e che gli permette di trovare la passione necessaria a concludere serenamente il suo lavoro e guardare avanti, di “adattarsi”, insomma. Ecco quindi spiegata anche la doppia valenza del titolo originale, dove l’adattamento è sì quello dal libro al film, ma anche quello “darwiniano” delle orchidee, che si adattano per sopravvivere, e quello degli esseri umani, costretti ad affrontare l’alienante società moderna, inevitabilmente soli e impegnati a sopravvivere perdendo di vista, spesso, quello che ci può rendere felici.



Ovviamente, ne Il ladro di orchidee riusciamo a godere di dialoghi allo stesso tempo profondi e divertenti, futili e commoventi, dove nulla viene lasciato al caso e dove Kaufman spesso si prende in giro, criticando persino alcune sue scelte, come l’uso della voce fuori campo per mostrare i pensieri del protagonista. Altrettanto palesemente, la regia è molto evocativa, unisce momenti di pura poesia nelle scene dedicate alle orchidee e alle riflessioni della Orlean, per poi diventare frenetica nei momenti in cui Charlie ha le sue crisi o le sue illuminazioni. Gli attori, poi, sono in stato di grazia e i tre principali sono stati tutti nominati all’Oscar per questo film, anche se solo Chris Cooper ha vinto quello come miglior attore non protagonista. Non ho mai messo in dubbio la bravura di Meryl Streep (qui riesce ad essere ironica e toccante allo stesso tempo) o di Chris Cooper (che qui è meravigliosamente streppone e pure sdentato), ma chi mi segue sa che sono arrivata a detestare Nicolas Cage, che qui però è semplicemente perfetto nell’incarnare il bolso, sfigato e complessato Charlie e, contemporaneamente, il boccalone ed ottimista Donald (aiutato, nelle scene di “compresenza”, dal fratello Marc Coppola). Insomma, dubito di essere riuscita a scrivere qualcosa di coerente e/o sensato e/o decente, ma il film mi è piaciuto molto, quindi guardatelo!!



Negli ultimi tempi l’elenco degli attori già citati si è fatto inevitabilmente più lungo, quindi vi rimando ai link su ogni singolo nome per saperne di più su di loro: Nicolas Cage (Charlie Kaufman/Donald Kaufman), Tilda Swinton (Valerie Thomas), Meryl Streep (Susan Orlean), Chris Cooper (John Laroche), Brian Cox (l’odioso insegnante di sceneggiatura Robert McKee, anche lui realmente esistente)

Spike Jonze (vero nome Adam Spiegel) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto parecchi video musicali e film molto particolari come Essere John Malkovich (che gli ha fruttato la nomination all’Oscar come miglior regista) e Nel paese delle creature selvagge. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 42 anni.



Cara Seymour interpreta Amelia. Inglese, ha partecipato a film come American Psycho e Gangs of New York. Dovrebbe anche lei avere una quarantina d’anni, ma di sicuro ha due film in uscita.



Maggie Gyllenhaal interpreta Caroline, la ragazza di Donald. Sorella del più famoso Jake Gyllenhaal, la ricordo per film come Donnie Darko, Confessioni di una mente pericolosa, World Trade Center e Il cavaliere oscuro; inoltre, ha prestato la voce per il film Monster House. Americana, ha 34 anni e quattro film in uscita.



Judy Greer (vero nome Judith Laura Evans) interpreta Alice, la cameriera concupita da Charlie. Se vi fosse capitato di vedere l’intrigante Amiche Cattive, riconoscerete l’attrice come la bruttina Fern Mayo del film in questione. Inoltre, ha partecipato a Three Kings, The Village, Cursed – Il maleficio e al carinissimo Elisabethtown, alle serie CSI: Miami, My Name is Earl, Two and a Half Men, E.R., Dr. House, How I Met Your Mother e al doppiaggio di un episodio de I Griffin. Americana, ha 36 anni e tre film in uscita.



Doug Jones, che ricorderete come l’Abe Sapien dei due Hellboy, compare brevemente nei panni di Augustus Margary, l’esploratore che muore nel tentativo di trovare l’Orchidea fantasma. Nel film compaiono inoltre, ovviamente, i protagonisti di Essere John Malkovich, nei panni di loro stessi durante la realizzazione della pellicola (che prima o poi recensirò): John Malkovich, John Cusack, Catherine Keener e persino il regista Spike Jonze. Se Il ladro di orchidee vi fosse piaciuto, guardatevi i già citati film sceneggiati da Kaufman e aggiungeteci anche l’assurdo Burn After Reading dei Coen! ENJOY!

giovedì 10 novembre 2011

Colazione da Tiffany (1961)

A volte l’ignoranza paga. Per esempio, ieri sera sono stata sicuramente una dei pochi spettatori presenti nell’affollatissima sala a non avere mai visto prima Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany’s) e ad essermelo goduto quindi per la prima volta nel migliore dei modi, come se fossimo nel 1961 e Blake Edwards avesse appena finito di dirigere la pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Truman Capote.



Trama: Holly Golightly è una ragazza che vive di quello che guadagna facendo “compagnia” a vari uomini, libera e sognatrice, in cerca di un marito ricco e perfetto. Quando poi la sua vita sregolata le causa delle paturnie, il suo modo di rilassarsi è quello di fare colazione al mattino presto, guardando le vetrine di Tiffany…



Prima di cominciare, una doverosa premessa. Come ho detto all’inizio, ieri è stata la prima volta che ho visto Colazione da Tiffany, quindi l’ho guardato senza essere “accecata” da quell’aura mitica che gli hanno tributato generazioni di spettatrici che ne conoscono le battute e le scene a memoria, che cantavano tra sé Moon River prima ancora di entrare in sala. L’ho guardato incuriosita, desiderosa di sapere come sarebbe andato a finire, ridendo di battute che non conoscevo, stupendomi (positivamente) per parecchie cose e perplimendomi per altre. Detto questo, mi rendo conto che la bellezza della pellicola risiede interamente nella meravigliosa, stilosissima, folle interpretazione della splendida Audrey Hepburn, che da vita ad un personaggio indimenticabile. Holly Golightly, assieme alle bellissime musiche di Henry Mancini (Oscar sia alla colonna sonora che alla canzone Moon River) e alla città di New York, è l’anima del film: dolce, sfacciata, spudorata, matta ma anche fragile, malinconica e debole, è l’immagine stessa della Donna con la D maiuscola, l’unica in grado di mettere in ginocchio un uomo nonostante tutti i suoi difetti. Sentire la Hepburn parlare con quelle due o tre parole francesi infilate qui e là, vederla svolazzare tra gli ospiti durante l’esilarante party (una perla registica di Edwards, che arricchisce la scena di mille dettagli e mille “microscene” che si susseguono continuamente), oppure semplicemente indossare lo splendido, elegante e ormai mitico tubino nero è di per sé un’esperienza indimenticabile, che porterebbe chiunque a ricercarsi l’intera filmografia dell’attrice.



Colazione da Tiffany vive di tutto quello che ho detto sopra perché per il resto, non mi vergogno ad ammetterlo, è un po’ poca cosa. La trama è molto interessante, perché è un continuo susseguirsi di colpi di scena legati ad Holly e alla sua volubilità., ma il film cambia registro così spesso che a volte l’amalgama di generi risulta un po’ indigesto: quello che parte come una frizzante commedia rosa diventa un melò, poi torna ad essere commedia e infine un drammone, quasi senza soluzione di continuità e con un effetto talvolta straniante, soprattutto dopo la metà del film, quando il rapporto tra Holly e Paul parrebbe evolvere per poi venire cancellato per semplice capriccio. Gli attori vengono tutti eclissati dalla grandezza della Hepburn, ma chi ne fa le spese maggiormente è il povero George Peppard: se infatti Martin Balsam è assai carismatico nel ruolo dello stranissimo “protettore” di Holly e Mickey Rooney, pur se francamente imbarazzante nei panni del finto giapponese, regala alcuni momenti di pura ilarità, Peppard nonostante la sua indubbia prestanza fa un po’ la figura del gatto di marmo, piacione quanto basta, immensamente dolce e gentile, ma purtroppo sottotono. Però lo ammetto, di fronte a momenti come quello in cui una malinconica Holly canta Moon River accompagnata dal suono della chitarra, o quello in cui il povero Gatto viene abbandonato sotto la pioggia per la mia disperazione, ogni difetto che la mia mente non plagiata potrebbe trovare scompare: Colazione da Tiffany  è un film che chiunque dovrebbe guardare almeno una volta nella vita. Non un capolavoro, ma sicuramente un caposaldo, da vedere e rivedere.



Di Martin Balsam, che qui interpreta O.J. Berman, ho già parlato qua.

Blake Edwards (vero nome William Blake Crump) è il regista della pellicola. Uno dei più famosi registi “brillanti” americani, marito della storica Mary Poppins Julie Andrews, lo ricordo per film come Operazione sottoveste, La pantera rosa, Hollywood Party, La pantera rosa colpisce ancora, La pantera rosa sfida l’ispettore Clouseau, La vendetta della pantera rosa, S.O.B., il meraviglioso Victor Victoria, Sulle orme della pantera rosa, Pantera rosa – Il mistero Clouseau, Appuntamento al buio, Nei panni di una bionda e Il figlio della pantera rosa. Anche sceneggiatore, produttore e attore, è morto di polmonite nel 2010, all’età di 88 anni. Nel 2004 è stato insignito dell’Oscar alla carriera.



Audrey Hepburn (vero nome Audrey Kathleen Ruston) interpreta Holly Golightly. Una delle più belle e brave attrici mai esistite, di origine belga, la ricordo per film come Vacanze romane, Sabrina, My Fair Lady, Gli occhi della notte (che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista) e Always per sempre. E’ morta di cancro nel 1993, all’età di 63 anni.



George Peppard intepreta Paul Varjak. Famosissimo per essere diventato l’Hannibal Smith dell’A-Team, ha partecipato anche a film come A casa dopo l’uragano, La conquista del west, L’uomo che non sapeva amare e La caduta delle aquile, oltre alla serie Alfred Hitchcock presenta. Americano, anche regista e produttore, è morto nel 1994, all’età di 65 anni.



Patricia Neal interpreta l’amante di Paul. Americana, ha partecipato a film come Ultimatum alla Terra e La fortuna di Cookie, oltre a serie come Kung Fu, La casa nella prateria e La signora in giallo. Ha avuto due nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista e ne ha vinto uno per Hud il selvaggio. E’ morta di cancro ai polmoni nel 2010, all’età di 84 anni.



Mickey Rooney (vero nome Ninian Joseph Yule Jr.) interpreta Yunioshi. Americano, “nato” come uno dei più amati attori prodigio bambini, ha partecipato a film come Elliot, il drago invisibile, Black Stallion, Babe va in città, Una notte al museo e l’imminente I Muppet. Inoltre ha doppiato Red & Toby nemiciamici, un episodio de Gli orsetti del cuore e ha partecipato alle serie Ai confini della realtà, Love Boat, La signora in giallo ed E.R. medici in prima linea. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 91 anni e quattro film in uscita. Ha avuto quattro nomination all’Oscar ed è stato insignito di un Oscar alla carriera nell’83 e uno giovanile nel ’39.



Doveva essere John Frankenheimer a girare il film, con Marilyn Monroe, esplicitamente richiesta da Truman Capote, come protagonista. Quando poi la Monroe ha rifiutato su consiglio del suo agente (nonostante il personaggio di Holly sia molto più “edulcorato” rispetto al romanzo) le è subentrata Audrey Hepburn e quest’ultima ha preteso un altro regista, perché non aveva mai sentito nominare Frankenheimer. Anche Paul avrebbe dovuto essere interpretato da un altro attore, nella fattispecie Steve MacQueen, che però era già impegnato sul set di un altro film. Se Colazione da Tiffany vi fosse piaciuto, proverei a leggere il libro (che è ciò che farò io!) e guarderei Vacanze romane e Sabrina. Ne avete di cose da fare, quindi… ENJOY!!

lunedì 7 novembre 2011

Bollalmanacco on Demand - Drive (2011)

Per il Bollalmanacco: On Demand di oggi accoglierò la richiesta del buon Wooder e cercatore di pepite horror/trash Vincent. Parlerò quindi del recente Drive, diretto dal regista Nicolas Winding Refn e tratto dall’omonimo libro di James Sallis.



Trama: un uomo fa lo stuntman di giorno mentre di notte funge da autista per vari rapinatori. Quando un colpo va storto il nostro diventa il bersaglio di un gruppo di mafiosi e la situazione si aggrava perché nel frattempo lui si è innamorato della moglie di uno dei suoi complici…



Drive mi ha spiazzata. Quando è uscito l’ho snobbato senza troppe remore, pensando ad una schifezza alla Fast & Furious, poco convinta dalla bolsa faccetta di Ryan Gosling. L’ho recuperato quasi per scommessa, dopo aver letto recensioni contrastanti scritte da chi lo ha amato follemente e chi lo ha odiato. Ammetto che, per la prima mezz’ora, credevo sarei finita nel secondo gruppo. Per carità, la regia di Refn è tecnicamente ineccepibile, le immagini del guidatore lo fanno diventare tutt’uno con la macchina ed è quasi simpatico vedere come questo genio del volante una volta messi i piedi per terra diventi un gatto di marmo incapace persino di parlare. Ma dopo il primo entusiasmo suscitato dai bei titoli di testa e da una colonna sonora splendida, che richiama le melodie Twinpeaksiane di Badalamenti, stavo cominciando a chiedermi quanto mutismo insensato e quanti momenti imbarazzanti o fintamente buonisti avrei ancora dovuto sopportare. Ed è stato lì che Drive mi ha presa per la collottola e mi ha portata a “cambiare corsia”.



Dopo la prima mezz’ora, infatti, il film diventa scorsesiano nel senso più positivo e meraviglioso del termine. Non sarò la prima e non sarò, credo, l’ultima a paragonare il protagonista di Drive al Travis Bickle di Taxi Driver: entrambi disadattati, entrambi costretti dalle circostanze a diventare giustizieri per proteggere le donne di cui si innamorano. Però il “guidatore” (sì perché Ryan Gosling nel film un nome non ce l’ha o se lo chiamano giuro che non ho colto…) a differenza di Travis non è un povero derelitto facile da ingannare ma un uomo con le palle, quasi superumano, distante dalla gente comune. Nessuno lo fa fesso: lui ha le sue regole (io vi aspetto in macchina per cinque minuti, dopo sono affari vostri, vi ci lascio…), il suo modo di risolvere le cose, i suoi metodi. Di conseguenza, dopo l’ultima, sanguinosa rapina, il registro del film cambia ed assistiamo alla trasformazione del protagonista, da silenzioso protettore della famiglia di Irene a feroce giustiziere di criminali che non esita (giustamente) neppure a prendere a ceffoni le donne che tentano di ingannarlo. Il ritmo della pellicola accelera di botto e noi spettatori non possiamo fare altro che aspettare, rapiti e finalmente interessati al freddo protagonista e al suo destino, di capire come e quando calerà la mannaia su di lui, su Irene o sui loro nemici, trattenendo il fiato e sgranando gli occhi davanti all’efferatezza del meraviglioso mafioso interpretato da Albert Brooks (è il genere di personaggio che adoro, non c’è niente da fare) e dello stesso Ryan Gosling.



In definitiva, voto più che positivo a questo Drive. Non mi è sembrato il capolavoro dell’anno, nonostante molti lo abbiano fatto passare per tale. Ma è un film sicuramente ben diretto, ben recitato (grandissimo Ron Perlman, che in originale carica talmente tanto l’accento da risultare inverosimile, ma d'altronde interpreta un ebreo che vorrebbe essere un mafioso di Little Italy..) e con delle sequenze splendide: le mie preferite sono quella della morte “dolce” tramite rasoiata sul braccio, quella scioccante dell’agguato nel motel e quella del bacio al ralenty in ascensore, attimo di pausa prima dello scatenarsi della violenza, seguito dalla bellissima immagine di Irene che scompare dietro le porte che si chiudono. E, come ho già detto, perfetta la colonna sonora (che io credevo, appunto, composta da Badalamenti visto che così riportano i titoli di testa della versione che ho visto io; mentre mi si dice che l’autore è invece Cliff Martinez), soprattutto la splendida canzone che invita il protagonista a diventare “a real human being and a real hero”. Nonostante l’incertezza del finale, direi proprio che il protagonista c’è riuscito.



Di Ron Perlman, qui nei panni di Nino, ho già parlato qua. Già ospite del Bollalmanacco anche la bravissima Carey Mulligan, che interpreta la dolce Irene.

Nicolas Winding Refn è il regista della pellicola, per la quale ha vinto il premio come miglior regista all’ultimo festival di Cannes. Danese, tra i suoi film conosco solo Pusher e solo per sentito dire, mi toccherà recuperare qualcosa. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 41 anni e un film in uscita.



Ryan Gosling interpreta il protagonista. Canadese, è uno degli attori emergenti attualmente più quotati e ha già ottenuto una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. Lo ricordo per film come Lars e una ragazza tutta sua (che devo ancora vedere…) e Crazy Stupid Love, oltre a serie come Piccoli brividi, Psi Factor e Hercules. Anche produttore, ha 31 anni e quattro film in uscita.



Bryan Cranston interpreta Shannon. Americano, attualmente è molto conosciuto per il suo ruolo di protagonista nella serie Breaking Bad, che mi interesserebbe ma non ho ancora avuto modo di vedere. Ha partecipato a film come Salvate il soldato Ryan, Little Miss Sunshine e Contagion, oltre a serie come Chips, Quando si ama, Baywatch, Power Rangers, Walker Texas Ranger, La signora in giallo, Sabrina - Vita da strega, X - files, Una famiglia del terzo tipo, Jarod il camaleonte, Malcom, How I Met Your Mother; ha inoltre doppiato alcuni episodi delle serie I Griffin e American Dad!. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 55 anni e sette film in uscita, tra cui il remake di Atto di forza, dove interpreterà Cohaagen.



Albert Brooks (vero nome Albert Lawrence Einstein) interpreta Bernie. Americano, ha partecipato a film come Taxi Driver (dove interpretava l'odioso collega di Cybill Shepherd, Tom) e Out of Sight, prestato la voce a personaggi de Il Dottor Dolittle, Alla ricerca di Nemo, I Simpson - Il film e della serie I Simpson, inoltre ha partecipato anche alla serie Weeds. Anche sceneggiatore e regista, ha 64 anni e un film in uscita. E' stato nominato all'Oscar come miglior attore non protagonista per il film Dentro la notizia.



Oscar Isaac, che qui interpreta il marito di Irene, ha partecipato anche al deludente Sucker Punch nei panni del laido proprietario del bordello dove la protagonista sognava di esibirsi. Date un’occhiata anche al medico che ad un certo punto ricuce il protagonista: trattasi nientemeno che di Russ Tamblyn, alias l’ambiguo Dr. Jacoby de I segreti di Twin Peaks. Personalmente, ammetto comunque che avrei trovato MOLTO più interessante la pellicola se il protagonista fosse stato quel figo di Hugh Jackman, come doveva essere all’inizio. Detto questo, vi comunico che il prossimo film on demand sarà A Dangerous Method di David Cronenberg. ENJOY!

giovedì 3 novembre 2011

Who's That Girl? (1987)

Oggi volevo parlare di un film che, per una fan di Madonna come me, è praticamente un must: Who’s That Girl?, diretto nel 1987 da James Foley, un film che mi ha accompagnata fin dalla più tenera età e che ancora mi piace tantissimo.



Trama: Nikki Finn è una poco di buono dal cuore tenero, appena uscita di prigione dopo un’ingiusta condanna che le è costata quattro anni della sua vita. Ad accoglierla all’uscita dal carcere c’è l’avvocato Louden Trott, incaricato dal futuro suocero di scortare la ragazza fino alla stazione dei bus e di farla salire sul primo disponibile, così da togliersela dai piedi. Ma non sarà un’impresa così facile…



Erano i tempi di True Blue, quando gli italiani “lo facevano meglio”, come dicevano le magliette indossate dalla cantante, quando Torino impazziva con lo storico “Ciao Italia!” pronunciato da Madonna in un concerto memorabile, quando miss Ciccone aveva i capelli biondo platino e un fisico da iperpalestrata. Erano bei tempi, soprattutto perché al cinema si riuscivano a vedere commedie interpretate da cantanti che non necessariamente erano delle imbarazzanti e lunghe celebrazioni dell’incapace artista di turno, bensì dei film ben girati, divertenti e ben interpretati. E questo Who’s That Girl?, nonostante gli ovvi limiti, è una pellicola che ancora oggi, a distanza di venti e fischia anni, si lascia guardare senza risentire della vecchiaia.



I bei titoli a cartoni animati, che ci introducono alla parte “drammatica” della storia come una sorta di prologo sulle note di Causing a commotion (cantata ovviamente da Madonna), danno il via ad una di quelle classiche vicende dove il preciso, abitudinario e remissivo coprotagonista si ritrova la vita stravolta da un ciclone fatto donna, imprevedibile, fuorilegge, completamente folle. Madonna e Griffin Dunne sullo schermo sono semplicemente perfetti, lui “con quella faccia un po’ così” dell’omino che accetta passivamente il suo destino, lei divertentissima e con delle mise che hanno poco da invidiare a quelle più sobrie di Lady Gaga (sobrie sta cippa. La Germanotta all'inizio del trashissimo video della canzone Telephone omaggia palesemente gli abiti usati da Madonna in questo film). Insieme catturano lo spettatore senza causargli un solo istante di noia, tra inseguimenti, litigi, furti e, ovviamente, qualche scena d’amore. Però bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare; i due interpreti principali saranno anche bravissimi, ma il film non esisterebbe senza il nutrito cast di assurdi comprimari e le gag che vengono usate come corollari alla vicenda.



Nei ricordi dello spettatore infatti si insinuano esilaranti personaggi come l’odiosissima fidanzata di Louden che, chissà perché, è stata “caricata” da ogni tassista della città, la strana coppia ciccione + magnaccia (e da piccola, quante volte mi sono chiesta cosa volesse dire…) e i due sbirri che, nel finale, verranno contagiati dall’aMMore nell’aria, per non parlare poi dei protagonisti non umani, ovvero il “felino della patagonia” Silvestro (Murray, in originale) e la Rolls Royce che accompagna Louden e Nikki fino alla fine del film. Ovviamente non dobbiamo dimenticare la bella colonna sonora, con tre canzoni di Madonna per una volta molto azzeccate… ma su questo, se non siete fan della cantante come sono io, potete anche soprassedere. Insomma, se non lo avete mai fatto, vi consiglio di vedere Who’s That Girl almeno una volta. Secondo me non rimarrete delusi.

James Foley è il regista della pellicola. Americano, con una carriera non particolarmente brillante, ha diretto un episodio di Twin Peaks e ha lavorato con Madonna anche per il video di Papa Don’t Preach. Anche sceneggiatore e attore, ha 58 anni e un film in uscita.



Madonna (al secolo Madonna Louise Veronica Ciccone) interpreta Nikki Finn. Indubbiamente la mia cantante preferita, non ho problemi a dire che le sue capacità attoriali lasciano spesso a desiderare. Ciò nonostante ha partecipato a parecchi film come Cercasi Susan disperatamente, Shanghai Surprise, Dick Tracy, Ragazze vincenti, Body of Evidence, l’esilarante Four Rooms, il bellissimo Evita e a serie come Will & Grace. Americana, anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha ormai la veneranda età di 53 anni!



Griffin Dunne interpreta Louden Trott. Attore americano, famossissimo negli anni ’80, lo ricordo per film come Un lupo mannaro americano a Londra, il bellissimo Fuori Orario, il lacrimevole Papà ho trovato un amico e anche per aver partecipato alla serie Alias. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 56 anni e un film in uscita.



Tra gli interpreti troviamo anche un giovanissimo Stanly Tucci alle sue prime esperienze, precisamente nei panni di uno dei due portuali che prendono in giro il povero Louden. Per la cronaca, la sciocca fidanzata di Louden è interpretata dall’attrice Haviland Morris, la stessa che interpretava l’irritante Marla in Gremlins 2 – La nuova stirpe. Nulla di fatto invece per Sean Penn, sostituito dall’allora quotatissimo Griffin Dunne visto che il suo primo e unico film con Madonna, l’effettivamente bruttino Shangai Surprise, era stato un flop al botteghino. Impossibilitata, come sempre, a mettere un trailer, vi invito a recuperarlo così da farvi un'idea del film comunque! ENJOY!!
 

lunedì 31 ottobre 2011

Psyco (1960)

Buon Halloween a tutti, horrormaniaci! In occasione della festività affronterò il mio senso di inadeguatezza, che mi assale come un assassino sotto la doccia. E non è una metafora casuale. Per l'occasione ho deciso infatti di recensire Psyco (Psycho), il famosissimo capolavoro del genio del brivido Sir Alfred Hitchcock, datato 1960, e dire che ho paura di uno scarsissimo risultato è dire poco. Let’s try.



Trama: a causa di una relazione resa ardua dalla mancanza di denaro contante, la segretaria Marion Crane viene spinta a rubare una cospicua somma al suo datore di lavoro. Durante la fuga finisce per fare tappa al Bates Motel… con inevitabili e terribili conseguenze.



Chi segue il Bollalmanacco sa che ho già recensito il recente remake diretto da Gus Van Sant e sa che il film in questione, più che un remake, è praticamente un rifacimento immagine per immagine. E allora perché è così difficile parlare di Psyco che, pur essendo passato alla storia, non è il più bel film di Hitchcock (almeno a parer mio)? Beh perché, al di là della trama alla fin fine un po’ dilungata e noiosetta, ci sarebbe da parlare per ore di ogni singola inquadratura, di ogni scelta registica, di ogni perfetta combinazione tra musica, attori ed immagini. E io, col mio piccolo blog fancazzista (in senso buono, ovviamente!) non ho i mezzi né le conoscenze per una simile analisi. E allora, più che sviscerare ogni dettaglio di un film già recensito da teste coronate molto superiori alla sottoscritta, mi limiterò a parlare di quello che mi ha colpita di Psyco, sperando che vi invogli a vederlo.



La cosa che amo di più del film è l’inizio, quella meravigliosa ed indimenticabile combinazione tra gli stilizzati titoli di Saul Bass e l’inquietante score del maestro Bernard Herrman, una mescolanza di righe grafiche e suoni stridenti che non potrebbero introdurre meglio una storia piena di contraddizioni. Adoro l’utilizzo di quel bianco e nero che sembra rendere tutto più oscuro ed opprimente, anche quando è chiaro che le scene sono ambientate di giorno. Mi fanno impazzire i movimenti di macchina del divino Hitchcock, soprattutto in due momenti: nella famosissima scena della “doccia”, dove ogni inquadratura è talmente ben fatta e significativa che la commozione davanti a questa bravura insuperabile quasi travalica l’ansia dovuta all’evento che passa sullo schermo, e poi nell’altra splendida scena della morte di Arbogast, forse ancora più efficace perché assolutamente inaspettata e ripresa da un’angolazione così lontana dai comuni canoni del thriller che l’improvvisa comparsa dell’assassino fa saltare lo spettatore dalla sedia. Ovviamente non posso dimenticare la lenta e scioccante rivelazione finale, accompagnata dall’agghiacciante urlo di Vera Miles, né l’immagine che suggella la conclusione di Psyco, con la voce di “madre” ad accompagnare il sorriso inquietante sul volto di Norman, su cui si sovrappone il miraggio di un teschio.



E la trama in sé? Pretestuosa, lo ammetto, e lo ammette anche Hitchcock per bocca dello psichiatra nelle ultime sequenze, quando dichiara che “i soldi sono nella palude”. Chissenefrega dei soldi, dell’effettiva debolezza dei dialoghi, dell’assurdità della rivelazione finale (che, ammettiamolo, col senno di poi fa anche un po’ ridere); quello che interessava al regista era mostrare come si potesse intrattenere il pubblico e creare un film indimenticabile senza dover ricorrere a budget eccessivi e nomi pomposi, una sorta di divertissement autoriale che ha creato uno dei mostri più famosi della storia del cinema, un manuale vivente di psicopatologia. Norman Bates diventa così il fulcro dell’intera pellicola, grazie alla splendida interpretazione del povero Anthony Perkins, che rimarrà per sempre legato ad un personaggio ambiguo, emblema del senso di colpa che porta alla follia e della debolezza della mente umana. E con questo concludo, amici lettori, non mi va di dilungarmi troppo e cominciare a suonare arrogante. Se le poche parole che ho speso vi avranno convinti a guardare Psyco, allora la mia indegna recensione avrà raggiunto lo scopo!  

Alfred Hitchcock è il regista della pellicola (alla quale partecipa anche come attore, spuntando alle spalle di Marion prima che entri in banca). Maestro indiscusso della suspance e del cinema con la C maiuscola, pur essendo stato scandalosamente nominato cinque volte all’Oscar senza averne mai vinto uno, ha firmato capolavori indimenticabili come Il pensionante, Rebecca la prima moglie, Notorius l’amante perduta, Il delitto perfetto, La finestra sul cortile, Caccia al ladro, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Gli uccelli e Marnie, solo per citare quelli che ho visto. Ha lavorato anche per la tv, creando la storica serie Alfred Hitchcock presenta. Inglese, anche produttore, attore e sceneggiatore, è morto nel 1980 all’età di 80 anni.



Anthony Perkins interpreta Norman Bates. Fulgido esempio di attore arrivato al successo con un personaggio e condannato ad essergli legato fino alla fine dei suoi giorni, ha partecipato a film come Assassinio sull’Orient Express, Psycho II, Psycho III e Psycho IV. Americano, anche regista e sceneggiatore, è morto nel 1992 all’età di 60, per complicazioni dovute alla contrazione del virus dell'HIV.



Vera Miles (vero nome Vera June Ralston) interpreta Lila Crane. Americana, ha partecipato a film come Sentieri selvaggi e Psycho II, oltre a serie come Alfred Hitchcock presenta, Rawhide, Ai confini della realtà, The Outer Limits, Bonanza, Colombo, Magnum P.I., La casa nella prateria, Love Boat e La signora in giallo. Ha 72 anni.



Janet Leigh (vero nome Jeanette Helen Morrison) interpreta Marion Crane. Ex moglie di Tony Curtis, da cui ha avuto Jamie Lee Curtis e la sorella Kelly, ha partecipato a film come Piccole Donne, L’infernale Quinlan, Fog e Halloween 20 anni dopo, oltre a serie come Colombo, Love Boat, La signora in giallo e Ai confini della realtà. Americana, è morta di vasculite nel 2004, all’età di 77 anni.



Martin Balsam interpreta il Detective Arbogast. Il motivo per cui ho deciso di dedicare un trafiletto anche ad un attore che, effettivamente, nel film compare poco, è che Ezio Greggio lo ha fatto partecipare con lo stesso ruolo anche al suo Il silenzio dei prosciutti, quindi quest’uomo mi è entrato nel cuore. Scherzi a parte, la sua è stata una carriera di tutto rispetto, visto che conta titoli come Fronte del porto, Colazione da Tiffany, Il promontorio della paura, Assassinio sull’Orient Express, Tutti gli uomini del presidente, Il giustiziere della notte 3, Due occhi diabolici e Cape Fear – Il promontorio della paura. Per la tv, ha partecipato alle serie Rawhide, Alfred Hitchock presenta, Ai confini della realtà, Il tenente Kojak, La signora in giallo e persino ai nostrani La Piovra 2 e La Piovra 5. Americano, vincitore di un premio Oscar come miglior attore non protagonista per il film L’incredibile Murray, è morto a Roma nel 1996, per attacco cardiaco, all’età di 76 anni.



E ora un paio di curiosità. Tra le attrici in lizza per il ruolo di Lila c’erano Piper Laurie (che avrebbe poi interpretato la madre di Carrie nell’omonimo film e la perfida Catherine Martell nella serie I segreti di Twin Peaks) e la diva degli anni ’60 Lana Turner. Del film esistono ben tre seguiti, l’ultimo dei quali è stato girato solo per la tv, un remake, lo Psycho di Gus Van Sant., e uno spin – off televisivo dal titolo Il motel della paura, che parla di un compagno di manicomio di Bates che ha ereditato le sue stesse pulsioni omicide. Se vi fosse piaciuto Psyco vi consiglierei di guardare Shining, Rosemary’s Baby oppure A Venezia… un dicembre rosso shocking; il primo, per il tema della follia, gli altri due per l’elegante e rara capacità di mettere un’ansia incredibile senza gran dispiego di scene gore. ENJOY e buon Halloween!!

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