Questa settimana mi sono presa una pausa dalla Oscar death race per recuperare Rental Family, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dalla regista Hikari.
Trama: Phillip è un attore sul viale del tramonto, il quale vive a Tokyo da sette anni. Un giorno accetta un ingaggio presso un'agenzia che fornisce persone in affitto, per gli scopi più disparati...
Benché da anni mi interessi alla società giapponese, non avevo mai sentito parlare del fenomeno "Rent a Family", che esiste sin dagli anni '90. In pratica, il "Rent a Family" è l'evoluzione (o l'involuzione) delle società che un tempo fornivano persone per fare numero ad eventi di qualsiasi genere, e che ora si sono specializzate nell'offrire compagnia (mai di tipo sessuale) per ogni genere di necessità: finti fidanzati, amici, genitori, figli, accompagnatori, insomma tutto ciò che può servire per superare quell'alienazione che purtroppo è parte integrante della società nipponica, dove tutto dev'essere, all'apparenza, perfetto ed irreprensibile. Nonostante sia stato tacciato di grondare eccessiva melassa, Rental Family sottolinea molto questo aspetto triste del Giappone, diffuso soprattutto nelle grandi città. Vuoi per le dimensioni spropositate delle metropoli, vuoi per la natura stessa di una società che inquadra le persone fin dalla più tenera età e le costringe, fondamentalmente, ad allacciare rapporti di collaborazione temporanea/lavoro più che di amicizia, mettendole davanti ad un'enorme pressione e un conseguente stress, ci sono tantissimi individui in Giappone che vivono soli, vittime di giornate sempre uguali che si trascinano perse nella folla senza volto. Questo, nel film, succede a Phillip, gaijin privo di uno scopo e straniero in terra straniera, ma anche ai suoi colleghi di lavoro, che offrono "famiglie in affitto" senza riuscire a crearne una, nemmeno all'interno di un'azienda formata da tre persone in croce. Inoltre, al di là dell'ovvia trama "formativa" e a lieto fine, Rental Family pone scomode domande sulle conseguenze psicologiche di un simile servizio, non solo per chi ne usufruisce, ma anche per chi lo offre. Il film non indaga troppo su potenziali risvolti pericolosi (anche se ci vengono mostrati sprazzi di psicosi, masochismo, violenza fisica e verbale), però solleva molti dubbi sull'eticità di un servizio basato essenzialmente su una bugia, per quanto raccontata a fin di bene, soprattutto quando l'utilizzo degli attori coinvolge non solo il richiedente, ma anche altre persone. Insomma, un conto è richiedere la presenza di una/un dama/o di compagnia per affrontare la solitudine e sfogarsi, trovando magari più comodo aprire il proprio cuore ad uno sconosciuto da plasmare a nostro piacimento, un altro è usare queste persone per influenzare l'opinione o la vita altrui, soprattutto quando il rapporto lavorativo si protrae nel tempo, e rischia di non essere più così superficiale.
La sceneggiatura di Hikari e Stephen Blahut, lieve e malinconica, si tiene ben lontana dalla mielosa zuccherosità anche quando le situazioni mostrerebbero il fianco al melodramma, e asseconda invece una commozione e un divertimento lievi, quasi garbati. Lieve e garbata è anche l'interpretazione di Brendan Fraser, un gigante buono con l'espressione perennemente corrucciata, quella di chi si sente in dovere di scusarsi per la sua stessa esistenza; in realtà, lo sguardo dell'attore veicola tantissima solitudine e lo spaesamento di un gaijin che potrà anche vivere cent'anni in Giappone, ma non riuscirà mai a cogliere le mille sfumature di una società fuori dalla portata degli occidentali. L'atteggiamento di Fraser, comunque, indica che non smetterà di provarci, vittima di un fascino e di una curiosità talvolta "infantile" ma mai irrispettosa, che brilla intensa negli occhi azzurri dell'attore e che viene veicolata dalla regia di Hikari, la cui consapevolezza nipponica gioca, furbescamente, con la fascinazione dello spettatore occidentale. La regista, nata ad Osaka, rifugge quelle rappresentazioni di Tokyo e del Giappone tipiche dei registi "stranieri", spesso imperniate su immagini notturne, postmoderne, e, pur non rinunciando a un paio di scorci molto turistici, ambienta la maggior parte del film di giorno, in zone poco conosciute, alternando prosaiche rappresentazioni di una triste, grigia vita quotidiana a magici festival di strada e mistici boschi che nascondono piccoli templi antichi. Inutile dire che, se il vostro cuore palpita per andare in Giappone (o se ci siete già stati ma non vedete l'ora di tornare), la visione di Rental Family ve lo spezzerà, alimentando il desiderio di recarvi in zone meno battute, dove respirare l'essenza più vera di quella splendida terra. Per quanto mi riguarda, ammetto di avere pianto più per la nostalgia che per il film in sé, comunque molto bello e degno di almeno una visione!
Non l'ho mai visto ma mi si dice che, se l'argomento "famiglie in affitto" vi interessa, dovreste recuperare Family Romance LLC di Werner Herzog. ENJOY!





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