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domenica 21 giugno 2020

Shirley (2020)

Sempre grazie alla puntualissima Lucia ho recuperato in questi giorni Shirley, diretto dalla regista Josephine Decker e tratto dal libro omonimo di Susan Scarf Merrell.


Trama: una giovane coppia di neosposi viene invitata da Stanley Hyman, marito della scrittrice Shirley Jackson, a passare il semestre universitario a casa loro. Mentre Fred, il marito, lavora come assistente per Stanley, Rose, la moglie, viene invitata ad occuparsi della Jackson, impegnata a scrivere un romanzo...


E partiamo subito d'ignoranza crassa, altrimenti non siamo contenti. Pur avendo guardato praticamente tutte le versioni cinematografiche di Incubo a Hill House (per non parlare della splendida serie Netflix), di Shirley Jackson non so praticamente nulla e l'unica altra sua opera che ho letto è stata La lotteria. Un po' poco per capire a fondo Shirley, film che unisce aspetti biografici della vita della scrittrice ad elementi di finzione e immagina una sorta di "what if" all'interno del quale due giovani sposi si ritrovano a dover vivere fianco a fianco con Shirley Jackson e il marito Stanley Hyman, subendone l'influenza non sempre positiva. Il film mostra una scrittrice in lotta con problemi di salute e soprattutto preda di attacchi d'ansia fortissimi, che le impongono di fare una vita da reclusa, sotto l'occhio attento e "padronale" del marito, un professore universitario con velleità di critico, un parassita nell'accezione peggiore del termine, il quale mira a mantenere in salute la moglie quanto basta per consentirle di scrivere libri, mantenere la fama di eccentrica, ergersi a unico possessore di un tesoro tanto strano quanto prezioso. Rose e Fred, lei incinta e lui pronto a spiccare il volo come futuro professore universitario, si ritrovano invischiati nelle complesse dinamiche che governano la famosa coppia e se lui, tra un rospo inghiottito e l'altro, respira comunque l'aria stimolante e libera dell'ambiente accademico, lei si ritrova a dover far da serva e mogliettina compiacente, alla faccia di tutte le aspirazioni che avrebbe potuto avere. La sofferenza di Rose, la sensazione di soffocamento, risuonano con quelle dell'autrice che arriva a fomentarle, vedendo nella ragazza lo spettro della protagonista inafferrabile del suo ultimo romanzo, un "gioco" mentale che arriva a legare le due in una relazione assai complicata e a cambiarle, a poco a poco.


La regia di Josephine Decker riporta alla perfezione sullo schermo il moto ondivago e un poco onirico di questo rapporto complicato di amore ed odio, vomitando all'interno delle sequenze il mondo mentale di Shirley Jackson, tra immagini offuscate da ansia e alcool e vivide visioni di romanzi in fieri, di personaggi che si muovono fuori dalle asfissianti quattro mura in cui la scrittrice vive relegata; guardando Shirley è molto difficile mettere a fuoco i mille elementi che compongono la scena, si ha una sensazione di movimento costante e di ansia mista a sofferenza, come se il punto di vista della protagonista fosse quello di un animale in trappola (e spesso, in effetti, Hyman compare dal nulla, non visto, prendendo la gente alle spalle, come una presenza costante e infingarda). A una regia molto particolare e una colonna sonora che fa il paio si accompagna la bravura di una Elisabeth Moss alla sua seconda sorpresa quest'anno. Dopo il sublime lavoro fatto in L'uomo invisibile, l'attrice si annulla all'interno di un personaggio scomodo e difficile come quello della Jackson, dotato di moltissimi lati oscuri chiusi all'interno di un involucro sofferente e "brutto", ed eclissa tutti gli altri pur bravi interpreti, a cominciare da Michael Stulhlbarg che adoro per il modo che ha, ogni volta, di camuffarsi fino a rendersi irriconoscibile, per arrivare all'interessante Odessa Young, giovanissima ma già gratificata da ruoli interessanti interpretati magistralmente. In sostanza, Shirley è un bellissimo film; non posso mettermi nei panni di chi adora alla follia la scrittrice americana quindi non so se le rende l'onore che merita ma di sicuro a me ha fatto venire una voglia matta di leggermi tutte le sue opere, a cominciare da quelle citate nel film.


Elisabeth Moss (Shirley Jackson), Michael Stuhlbarg (Stanley Hyman) e Logan Lerman (Fred Nemser) li trovate ai rispettivi link.

Josephine Decker è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Butter on the Latch, Thou Wast Mild and Lonely e Madeline's Madeline. Anche attrice, sceneggiatrice e produttrice, ha 39 anni.


Odessa Young interpreta Rose Nemser/Paula. Australiana, ha partecipato a film come Assassination Nation e Arrivederci professore. Ha 22 anni e interpreterà Frannie Goldsmith nell'imminente serie TV tratta da L'ombra dello scorpione.





martedì 24 marzo 2020

L'uomo invisibile (2020)

Era uno degli horror che aspettavo di più quest'anno quindi, nell'attesa di riguardarlo, si spera al più presto, sul grande schermo, ecco che in questi giorni tristi ho recuperato L'uomo invisibile (The Invisible Man), diretto e sceneggiato dal regista Leigh Whannell. Per tutto ciò che concerne il recupero della pellicola in questione e la sfortunata, ignorante condizione in cui versa il mercato distributivo italiano, vi rimando QUI e QUI, altro non dirò sull'argomento.


Trama: Cecilia riesce a fuggire dal marito violento e pochi giorni dopo riceve la notizia del suo suicidio e dell'eredità che le è stata lasciata. Però qualcosa comincia a farle credere che l'uomo abbia soltanto finto la sua morte, e che la stia perseguitando...


Non mi ritengo un'esperta dei vari "Uomo invisibile", pur avendo visto la versione di Paul Verhoeven  che quella di James Whale, quindi non starò qui a fare paragoni perché onestamente ricordo poco entrambe e non sono riuscita a sfruttare il tempo di quarantena (oh, forse perché io non l'ho avuto!) per fare un bel ripasso. Quello che rammento, però, è che entrambi i film si concentravano molto sulla figura dell'uomo invisibile per se, a partire dal motivo che lo ha portato a sperimentare per divenire tale fino ad arrivare alla follia derivante dai suoi "immorali" esperimenti, mentre invece Leigh Whannell sceglie di abbracciare il punto di vista della vittima, partendo da una situazione molto horror ma ben poco inverosimile. Cecilia è una donna costretta a vivere un esistenza infelice, sotto il controllo di un marito violento sia fisicamente che psicologicamente, finché un giorno non trova il coraggio di scappare dalla casa-prigione che funge da "nido d'amore" (peraltro, un edificio asettico, zeppo di vetrate ma anche circondato da altissime mura, scogliere e mare, una sorta di fortezza inespugnabile) con l'aiuto della sorella, e si rifugia a casa di amici. Lì viene a scoprire che il marito si è suicidato, apparentemente preda della disperazione per essere stato lasciato, e come prova d'amore l'uomo le avrebbe anche lasciato dei soldi. Tutto è bene quel che finisce bene, almeno così parrebbe, il problema è che Cecilia è una donna spezzata nell'animo. Leigh Whannell descrive alla perfezione sia lo stato di paranoia e terrore costante in cui versa Cecilia sia la sua relazione con amici e parenti che cercano di farla rinascere, pur consapevoli che sarà difficile se non impossibile, perché le sue ferite sono troppo profonde; l'orrore, come ho scritto, la protagonista se lo porta già dentro prima ancora che subentri l'elemento "fantastico" e le prime sequenze del film sono talmente concitate e ansiogene che la presenza di un uomo invisibile si assesta sullo stesso livello di angoscia. Certo, dopo l'arrivo dello stalker invisibile la situazione precipita e gli amici di Cecilia arrivano a pensare che la sua paranoia sia finalmente sfociata in follia, anche perché gli episodi di violenza che cominciano a costellare la vita della protagonista diventano sempre più sanguinari, eppure anche lì l'orrore vero deriva dal senso palpabile di impotenza trasmesso da Cecilia, dall'impossibilità di controllare la propria vita e di dimostrare alle persone amate di essere un individuo assennato, non una pazza urlante e scriteriata.


Inevitabile, dopo aver visto i due film a distanza di pochi giorni, fare un minimo paragone con Swallow. In entrambe le pellicole la protagonista è una donna che, di regola, dovrebbe avere tutto per essere felice (anche Cecilia, come Hunter, è ricca, sposata ad un marito bello e di successo) ma ad entrambi i personaggi viene negata la possibilità di decidere della propria esistenza ed entrambe, a un certo punto, diventano semplicemente delle incubatrici funzionali alla nascita di un figlio, di un "erede" per il facoltoso marito. Certo, la violenza praticata su Hunter è più sottile e non viene neppure percepita come tale dal compagno, mentre il marito di Cecilia è un sadico bastardo senza se e senza ma, ciononostante non ho potuto fare a meno di pensare ai due personaggi come "sorelle" mancate e unite da un cieco, paranoico terrore, forse anche grazie all'incredibile bravura delle due protagoniste. Elisabeth Moss non è l'elegante stepford wife di Swallow, non glielo consente un lungo periodo di violenze reiterate, e quando la vediamo per la prima volta è già una creatura terrorizzata, scarmigliata, profondamente segnata da scure occhiaie; eppure, anche lei viene calciata a forza all'interno di un percorso di "formazione", atto a renderla sempre più sicura di sé, della sua intelligenza, della sua necessità di liberarsi non solo di un marito folle ma anche dell'aura di inaffidabile debolezza che spinge persino i suoi amici a dubitare di lei. Tutto questo viene tenuto assieme dalla regia di Leigh Whannell, che si affida ben poco ad effetti speciali digitali e gioca quasi tutto su angoscianti ed ampie inquadrature all'interno delle quali la Moss risulta piccola e spaurita, pronta a venire ghermita da mani invisibili che potrebbero spuntare da qualunque anfratto buio. E non si tratta solo di jump scare, ce ne sono davvero pochi, quanto di abilità nel trasmettere la paranoia del personaggio allo spettatore, non solo attraverso lo sguardo dell'attrice ma anche con "semplici" movimenti di macchina e con un sapiente montaggio. Onestamente, spero davvero che i distributori italiani non si dimentichino de L'uomo invisibile una volta che riapriranno le sale perché ho un fortissimo desiderio di posare il culo sulla poltrona e godermi questo gioiellino firmato Blumhouse e Leigh Whannell su un bello schermo gigante.


Del regista e sceneggiatore Leigh Whannell ho già parlato QUI mentre Elisabeth Moss (Cecilia Kass) la trovate QUA.


Oliver Jackson-Cohen, che interpreta Adrian, era il Luke Crain della serie Hill House. Inizialmente, L'uomo invisibile doveva far parte del Dark Universe de La mummia e Johnny Depp avrebbe avuto il ruolo del protagonista, ma il progetto è andato a farsi friggere e il film è diventato il primo dei futuri reboot dei classici mostri Universal ad opera della Blumhouse. Se il film vi fosse piaciuto recuperate L'uomo invisibile di James Whale, quello di Paul Verhoeven e anche A letto con il nemico. ENJOY!

martedì 26 novembre 2019

Light of My Life (2019)

A causa dei disastri meteorologici accorsi nel weekend non sono potuta andare al cinema e temo che non recupererò mai più né L'ufficiale e la spiaCountdown, ma perlomeno sono riuscita, in qualche modo, a guardare Light of My Life, scritto, diretto ed interpretato da Casey Affleck.


Trama: un padre e una figlia cercano di sopravvivere in un mondo dove il genere femminile è stato quasi completamente cancellato a causa di un misterioso virus.


Light of My Life è uno stranissimo film post-apocalittico, in cui la fanno da padrone toni intimi e tinte neutre, ricordando spesso un'altra pellicola atipica per il suo genere (in quel caso l'horror), ovvero A Ghost Story. La storia è interamente imperniata sul rapporto padre e figlia tra l'adolescente Rag e il suo papà senza nome, impegnato a proteggerla da una società in cui le donne sono quasi sparite e dove le poche superstiti vivono rinchiuse in edifici, "rifugi" o forse qualcosa di più negativo; Rag, non ancora sviluppata, veste come un ragazzino e porta i capelli corti, ma lo stesso, dopo la prima occhiata distratta, viene in qualche modo percepita dagli uomini che la incontrano come "femmina" e questo condanna lei e il padre a vivere perennemente in fuga. Affleck non spiega mai di preciso cosa sia successo alle donne, nella realtà da lui riportata sullo schermo. Probabilmente sono state colpite da un virus, quasi sicuramente gli uomini hanno paura delle superstiti e si può solo pensare che, prima o poi, le donne prigioniere verranno usate per ripopolare un mondo squilibrato, finendo per diventare oggetti sessuali oppure peggio. Il terrore del personaggio di Affleck, costretto a crescere da solo una figlia in un mondo allo sbando, è quindi comprensibile e palpabile anche se il film gioca di sottrazione e non indulge mai nella spettacolarizzazione delle minacce che incombono sui due, preferendo sfruttare dialoghi a lume di torcia, campi lunghi in cui padre e figlia si perdono all'interno di paesaggi affascinanti ma inospitali e nemici non particolarmente caratterizzati, talvolta solo ombre che si muovono dietro l'apparente sicurezza di una finestra oppure uomini talmente repentini nei loro attacchi che è raro che allo spettatore rimangano impressi i volti.


Nonostante questo, o forse proprio per questo, Light of My Life a tratti è più angosciante di molti altri film post-apocalittici (a me viene in mente sempre, come esempio negativo, quell'It Comes at Night che è piaciuto a tutti tranne a me), anche perché i personaggi sono molto ben costruiti e non ci si può non affezionare alla coppia di protagonisti. Un plauso a Casey Affleck, che oltre ad essere un regista rigoroso e raffinato, con un occhio non banale per la composizione delle singole sequenze, oltre ad essere uno sceneggiatore capace di creare dialoghi spontanei e significativi, è stato anche in grado di crearsi un ruolo perfetto per le sue abilità di attore; il suo papà goffo, che spesso incespica sulle parole ed improvvisa storie deliziose per la sua bambina, non proprio in formissima o in salute ma deciso a non mollare per il bene della figlia, è credibile e perfetto proprio grazie a quei difetti che lo rendono incredibilmente umano e c'è moltissima alchimia con la ragazzina che interpreta Rag, non la tipica mocciosetta da copertina, bensì una ragazzina dotata di una bellezza androgina senza essere "aliena", un minuto spontaneamente solare e l'altro spontaneamente incazzata come una biscia, come tutti gli adolescenti. Certo, dire che Light of My Life è un film per tutti sarebbe un po' disonesto da parte mia. Spesso i tempi sono MOLTO dilatati e qualche spettatore potrebbe patire la lunghezza di dialoghi apparentemente inutili, mentre io mi sono lasciata cullare anche da questi momenti di intimità che spezzano la catena di eventi prima di un finale assai commovente. Fossi in voi, non lo perderei.


Del regista e sceneggiatore Casey Affleck, che interpreta Papà, ho già parlato QUI. Tom Bower (Tom) ed Elisabeth Moss (Mamma) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Light of My Life vi fosse piaciuto recuperate A Quiet Place. ENJOY!


domenica 7 aprile 2019

Noi (2019)

Dopo Suspiria di Guadagnino, il secondo horror più atteso dell'anno, in rigoroso ordine di uscita, era Noi (Us), diretto e sceneggiato dal regista Jordan Peele. NO SPOILER, assolutamente, sarebbe un delitto.


Trama: durante una tranquilla vacanza estiva, la famiglia Wilson viene attaccata da misteriosi individui.


Dal trailer di Noi si evincevano solo un paio di cose: c'era una famiglia in vacanza e questa famiglia veniva attaccata da persone che alla fine si rivelavano essere i loro doppi. E queste sono le uniche cose che dovete sapere prima di guardare Noi, per il resto l'unico consiglio che vi do è di godervelo senza cercare recensioni in rete, spiegazioni o quant'altro perché Noi è un trip che va vissuto dall'inizio alla fine, un viaggio che predilige più il terreno del thriller psicologico che dell'horror tout court (anche se c'è sangue e vengono evocati generi apocalittici o zombeschi). Attraverso poche righe scritte sullo schermo e un prologo ambientato negli anni '80, Peele ci introduce all'apparentemente tranquilla vacanza della famiglia Wilson scatenandoci fin da subito un'inquietudine paragonabile giusto a quella con cui ci si accingeva a conoscere le imminenti sventure della famiglia Torrance in Shining, in un crescendo di elementi dissonanti e reiterati con un motivo ben preciso (un esempio su tutti: la citazione biblica di Geremia) che esplodono nell'ormai famigerata sequenza dell'attacco notturno ai danni dei protagonisti. Congegnata come insegnano i migliori home invasion, la scena in questione è un capolavoro di montaggio, regia e suspance ma è solo la punta dell'iceberg di qualcosa che, fortunatamente, non viene spoilerato nel trailer e che invoglia lo spettatore a capire cosa diamine stia succedendo ai Wilson, al di là dell'aspetto prettamente horror della questione. Nel dipanare la trama, Peele sta attento a non spiegare tutto subito, lasciando lo spettatore spesso perplesso e in balia di una sceneggiatura che non solo tende a stemperare con l'ironia momenti particolarmente pesi o truculenti attraverso la natura fanfarona del padre di famiglia, ma che apparentemente pare piegarsi alle regole degli horror più sciocchi quando invece c'è una spiegazione anche per ciò che sembra insensato di prim'acchito. La metafora di diseguaglianza sociale già presente in Scappa - Get Out si concretizza qui nella punizione per chi spazza lo sporco sotto i tappeti e cerca di rimediare quando ormai è troppo tardi (possibilmente male, come accaduto per il controverso e pluricitato Hands Across America), per chi adora gli dei sbagliati al punto da diventare sciocco ed inumano, incapace di guardare oltre il proprio naso rifatto, per chi a causa di questo lascia i figli allo sbando (soprattutto psicologicamente) per incuria o poco amore.


Servirebbero più visioni per penetrare tutti gli strati di cui è composto il meraviglioso parfait che è Noi, ma fin dalla prima occhiata si riesce a capire che non solo Peele è riuscito nell'impresa di scrivere una sceneggiatura solida ed interessante, ma è maturato molto anche a livello di linguaggio cinematografico. La sinergia tra colonna sonora (splendida, un riuscito mix di generi tra successi hip hop degli anni '90, Beach Boys e una Fuck the Police utilizzata nel migliore dei modi), direzione degli attori, regia e montaggio è qualcosa di splendido e ognuno di questi elementi contribuisce ad arricchire il film di significati ed indizi nascosti capaci di mettere alla prova l'attenzione dello spettatore così da renderlo parte attiva del processo cinematografico come ormai accade sempre più di rado; a partire dallo sforzo di comprendere le parole dell'inquietante nenia presente nei titoli di testa, fino ad arrivare al trionfo di montaggio che è la scena in cui Adelaide danza, durante la quale si cerca di scoprire quale sia la "rivelazione" che ha dato origine a tutto il delirio, non c'è un solo minuto di Noi in cui lo spettatore non sia messo alla prova, spinto a indovinare (non per vantarmi ma SPOILER il plot twist l'ho indovinato al primo suono emesso dagli invasori), a capire, ad inquietarsi e volerne di più. E anche gli attori ci mettono del loro, in primis una Lupita Nyong'o che probabilmente ha ottenuto il ruolo della vita alla faccia dell'Oscar come miglior attrice non protagonista per 12 anni schiavo; se, infatti, Winston Duke è "solo" scemo e i figlioli ininfluenti, almeno nelle loro versioni buone, la Nyong'o copre tutte le sfumature di un personaggio fragile, tosto e impossibile da definire come solo bianco o solo nero perché entrambe le Adelaide sono dotate di luci ed ombre in egual misura, entrambe madri, entrambe pronte a dar battaglia per non perdere ciò che ritengono loro di diritto. E più non dimandate, dai. Correte a vedere Noi in fiducia, poi al limite torniamo a riparlarne nei commenti. Per l'intanto, sia messo agli atti che io voglio ufficialmente benissimo a Jordan Peele.


Del regista e sceneggiatore Jordan Peele ho già parlato QUI. Lupita Nyong'o (Adelaide Wilson/Red) ed Elisabeth Moss (Kitty Tyler) le trovate invece ai rispettivi link.

Winston Duke interpreta Gabe Wilson/Abraham. Americano, ha partecipato a film come Black Panther e Avengers: Infinity War. Ha 32 anni e tre film in uscita tra i quali l'imminente Avengers: Endgame.


Fun Fact: le gemelle Cali e Noelle Sheldon hanno condiviso per un annetto il ruolo di Emma Geller-Green, la figlia neonata di Ross e Rachel in Friends. Jordan Peele ha dato come compito al cast quello di guardare dieci horror così da creare un linguaggio "comune". I titoli sono L'altro delitto, Shining, Babadook, It Follows, Two Sisters, Gli uccelli, Funny Games, Martyrs, Lasciami entrare e Il sesto senso e vi direi di recuperarli tutti se Noi vi fosse piaciuto, aggiungendo magari anche Scappa - Get Out. ENJOY!


domenica 5 giugno 2016

High-Rise (2015)

In questi giorni mi è capitato di sentire parlare di High-Rise, diretto nel 2015 dal regista Ben Wheatley e tratto dal romanzo Il condominio di James G. Ballard, quindi ho deciso di recuperarlo.


Trama: nell'Inghilterra degli anni '70, il dottor Lain si trasferisce in un condominio di quaranta piani, fornito di ogni comfort, all'interno del quale esistono tuttavia delle discriminazioni sociali per cui gli abitanti dei piani più bassi godono di assai meno privilegi rispetto a quelli dei piani alti. Quando cominciano a mancare acqua ed elettricità, i precari equilibri tra inquilini iniziano a rompersi, generando un caos incontrollabile...


Al terzo film ho scoperto che io, Ben Whitley e sua moglie Amy Jump non andiamo molto d'accordo. O, meglio, che loro sono "troppo cerebrali per capire che si può star bene senza complicare il pane", come diceva Bersani (non lo smacchiaghepardi, l'altro). Intendiamoci, High-Rise non è un brutto film, assolutamente; è anzi molto stuzzicante e grottesco, intriso di nero umorismo e situazioni paradossali, oltre che di una buona dose di claustrofobico orrore, tuttavia ne ho patito la lunghezza eccessiva e il modo in cui viene sopravvalutato lo spettatore, al quale vengono gettate in pasto situazioni folli senza soluzione di continuità e senza motivazioni troppo chiare (contate che guardare un film simile alle 22 è un po' un autogol ma non ho altri momenti in cui farlo). Prendiamo per esempio il personaggio di Lain, il protagonista. High-Rise è ambientato in un condominio di quaranta piani, all'interno del quale c'è non solo ogni genere di servizio, dalla piscina, alla sauna al supermercato, ma soprattutto c'è parecchia maretta tra gli abitanti ricchi e snob dei piani alti e quelli più "proletari" dei piani inferiori; Lain va a collocarsi nel mezzo ma le sue mosse nei confronti degli altri inquilini non sono proprio chiarissime. C'è chi lo snobba, nonostante sia dottore, in quanto abitante intorno al ventesimo piano, chi lo tiene in altissima considerazione proprio per la sua professione, mentre lui, in generale, appare freddo e scostante con tutti, salvo quando cede ai piaceri della carne stuzzicato dall'affascinante Charlotte oppure quando cerca di ingraziarsi l'Architetto del luogo. Quando scatta il casino, ovvero quando l'edificio di quaranta piani comincia a soffrire interruzioni continue di acqua e corrente, le mosse di Lain diventano ancora più ambigue e la pellicola si trasforma in un delirio di visioni, incubi, paranoie e reale guerriglia "casalinga", all'interno della quale ognuno si abbandona ai desideri più turpi e alle bestialità più inenarrabili e, in generale, non c'è un solo personaggio (salvo forse il figlio di Charlotte e la gravida Helen), verso il quale si riesca ad empatizzare. Forse avrei dovuto leggere il libro di Ballard prima, eh? Ma no, perché? E' tanto bello vivere nell'ignoranza.


Digiuna della lettura pregressa del romanzo da cui High-Rise è tratto e nonostante l'amore per le situazioni complicate mostrato da Wheatley ho apprezzato moltissimo il già citato senso di claustrofobia che si respira per tutta la pellicola e la scelta di "umanizzare" il condominio al punto di renderlo un'entità malvagia capace di ottundere quasi del tutto la forza di volontà degli inquilini. La cosa che mi ha stupita guardando il film è che il Condominio è sicuramente isolato dalla città in cui i protagonisti vanno a lavorare e dove, ipoteticamente, dovrebbero avere dei legami, tuttavia non è chiuso ermeticamente; sono le persone che lo abitano a scegliere consapevolmente di rinchiudersi dentro fino a perdere il senso del tempo e della propria autoconsapevolezza, tanto che quando le comodità iniziano a venire meno anche loro si "rompono", convinti che non esista più nulla al di fuori delle quattro, altissime mura che le circondano e, soprattutto, dei "privilegi" acquisiti in anni di feste esclusive, favori sessuali alle persone giuste e quant'altro. L'idea di un disinteresse verso il prossimo che si espande come un virus è assolutamente intrigante, tanto quanto la scelta di ambientare High-Rise negli anni '70, aumentando così il senso di sfasamento provato dallo spettatore, che a tratti si convince di stare assistendo alle vicende di un luogo senza tempo, cristallizzato nelle idee decadenti di un Architetto vecchio e malato, incapace di governare al meglio la sua stessa creazione (o forse interamente disinteressato all'argomento. I dialoghi sono molto importanti ma seguirli tutti con attenzione è bello tosto, sappiatelo); a tal proposito, costumi e scenografie sono quasi più importanti del lavoro degli attori, comunque tutti bravissimi e completamente dedicati a ruoli difficili e poco simpatici, a cominciare da Tom Hiddleston per arrivare all'incredibile Luke Evans, forse il migliore del film (nonché, a detta dei personaggi, il più savio). Si ripropone dunque lo schema di Kill List: Wheatley e signora, vi capisco poco ma continuo a pensare ai vostri film anche a distanza di giorni, flagellandomi nell'ignoranza e cercando di capire. E anche questo è amore.

Momento fanservice per tutte le Hiddlestoners che passeranno di qui!
Del regista Ben Wheatley ho già parlato QUI. Tom Hiddleston (Lain), Sienna Miller (Charlotte) e Luke Evans (Wilder) li trovate invece ai rispettivi link.

Jeremy Irons interpreta Royal. Inglese, lo ricordo per film come Mission, Inseparabili, Il mistero Von Bulow (che gli è valso l'Oscar come miglior attore protagonista), La casa degli spiriti, Die Hard - Duri a morire, Io ballo da sola, Lolita, La maschera di ferro, La corrispondenza e Batman vs Superman: Dawn of Justice; inoltre, ha lavorato come doppiatore per film come Il re leone e serie come I Simpson. Anche regista e produttore, ha 68 anni e tre film in uscita, tra cui The Justice League Part One, in cui dovrebbe interpretare il maggiordomo Alfred.


Elisabeth Moss interpreta Helen. Americana, ha partecipato a film come Cose dell'altro mondo, Una cena quasi perfetta, Mumford e a serie come Grey's Anatomy, Medium, Ghost Whisperer; inoltre, ha lavorato come doppiatrice per serie quali Batman, Animaniacs, Freakazoid! e I Simpson. Anche produttrice, ha 34 anni e quattro film in uscita.


High-Rise era un sogno nel cassetto del produttore Jeremy Thomas da decenni ma il romanzo di Ballard era sempre stato ritenuto infilmabile e, prima che subentrasse Wheatley, tra i registi papabili c'era Vincenzo Natali. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Il demone sotto la pelle! ENJOY!

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