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martedì 4 luglio 2017

Shin Godzilla (2016)

Da ieri e fino al 5 luglio viene distribuito in alcuni cinema italiani Shin Godzilla (シン ゴジラ - Shin Gojira), diretto nel 2016 dai registi Hideaki Anno, anche in veste di sceneggiatore, e Shinji Higuchi. Potevo non parlarne?


Trama: nelle acque della baia di Tokyo compare un inquietante e gigantesco mostro anfibio, battezzato Godzilla. Con la popolazione minacciata da distruzione e radiazioni, i vertici del governo devono trovare una soluzione per contenere o eliminare la creatura...


A costo di risultare impopolare, devo ammettere di non amare il genere kaiju. Credo infatti di avere visto soltanto il Godzilla originale almeno una ventina di anni fa e di avere evitato ogni cosa vagamente vicina all'argomento tranne Pacific Rim, inaspettatamente bello ed esaltante. Di fatto, mi sono avvicinata a questo Shin Godzilla solo perché alla regia e alla sceneggiatura c'era quel matto depresso di Hideaki Anno, quindi non aspettatevi un post imperniato su confronti o disamine della saga dedicata al mostrone radioattivo perché mi sono limitata a prendere questo film per quello che è, ovvero una pellicola in cui un mostro attacca Tokyo. Un mostro famoso, per carità, ma al quale non sono affezionata affatto quindi le emozioni che mi ha lasciato questo Shin Godzilla, per quanto nuovo e divino, si sono limitate ai pochi momenti Evangelion in cui la bestiola devasta Tokyo con una colonna sonora praticamente identica a quella dello storico anime, al punto che mancava solo Shinji alla guida di un EVA che combatteva la creatura per completare il quadro. Qui però, se kami vuole, manca quella pittima molla di Shinji e il vero nemico dei giapponesi non è tanto Godzilla o un Angelo, bensì la terrificante, pesantissima burocrazia nipponica. La critica sociale di Anno è spietata ed è l'elemento che più ho apprezzato all'interno della pellicola: Godzilla non si vede tantissimo, mentre invece l'80% del film è fatto di funzionari governativi che discutono, si passano la patata bollente da un ufficio all'altro, vanno avanti di autorizzazione in autorizzazione mentre il mostro lascia dietro di sé una scia di morte e distruzione che nessuno sa, vuole o può affrontare. Gli unici ad avere carta bianca (nei limiti) sono un gruppo di ricercatori e nerd prima ghettizzati perché incapaci di lavorare all'interno dello Stato e ora indispensabili proprio perché "indipendenti", persone costrette ad una terrificante corsa contro il tempo e contro Nazioni come gli USA il cui motto potrebbe tranquillamente essere "fatti, non pugnette": mentre infatti i giapponesi parlano e parlano, le Nazioni Unite decidono in quattro e quattr'otto, alle loro spalle, di sterminare Godzilla con una bella bomba atomica. Basta poco, che ce vo'?


Detto questo, non è che il divin Godzilla (o Gojira) non compaia, anzi. Quando lo fa il livello di tachicardia si alza pericolosamente, soprattutto (che cosa paradossale) quando il mostro è nella sua versione "pupazzotta" dell'inizio, quella con gli occhi scompagnati che lo fa sembrare finto come i soldi del Monopoli: qualcosa, in quello sguardo strabico, mi ha fatto venire la pelle d'oca quasi più di quando viene mostrato quel trionfo tamarrissimo di raggi laser radioattivi che devastano Tokyo partendo dalla schiena di Godzilla oppure le varie metamorfosi umanoidi sul finale, assai simili agli incubi di Giger. La cosa che ho particolarmente apprezzato dell'operazione di Anno e Higuchi è l'aver realizzato il mostro utilizzando la computer graphic ma cercando comunque di farlo sembrare un pupazzo, basando la sua realizzazione sulla tecnica della motion capture, quindi mantenendo una base di partenza umana come ai bei tempi di Honda; effettivamente, pur essendo ambientato nel 2011, anno del disastro di Fukushima con conseguente richiamo ai pericoli del nucleare, Shin Godzilla profuma di nostalgico e a tratti ricorda il genere Tokusatsu, come se ci trovassimo davanti una tamarrissima puntata dei Power Rangers. A differenza di un qualsiasi episodio della serie dedicata ai guerrieri colorati, però, Shin Godzilla porta anche a riflettere ed è ben radicato nella realtà del Giappone non solo odierno ma anche passato. Il ricordo dei bombardamenti della seconda guerra mondiale e la consapevolezza di cosa possa fare l'uso sconsiderato del nucleare sono sensazioni vive nel cuore di ogni Giapponese, così come quella naturale tendenza ad isolarsi e sfidare un po' la natura, due caratteristiche antitetiche di un popolo pieno di contraddizioni: in questo, Godzilla mi è sembrato una sorta di "paciere", né buono né cattivo, semplicemente il risultato della sconsideratezza umana e per questo destinato a diventare un monito perpetuo, un organismo malato con il quale convivere per riuscire forse, un giorno, a trovare una cura. Certo, visto l'ottimismo di Anno probabilmente questo giorno non arriverà mai, ma la speranza è sempre l'ultima a morire.


Del co-regista e sceneggiatore Hideaki Anno ho già parlato QUI mentre Shin'ya Tsukamoto, che interpreta un biologo, lo trovate QUA.

Shinji Higuchi è il co-regista della pellicola. Giapponese, ha diretto film come L'attacco dei giganti, L'attacco dei giganti: Il film: parte II - Le ali della libertà ed episodi di serie quali Nadia e il mistero della pietra azzurra. Anche tecnico degli effetti speciali, attore, animatore e sceneggiatore, ha 52 anni.


Hiroki Hasegawa interpreta Rando Yaguchi. Giapponese, ha partecipato a film come Why Don't You Play in Hell?, L'attacco dei giganti e L'attacco dei giganti: Il film: parte II - Le ali della libertà. Ha 40 anni.


Ren Ousugi interpreta il primo ministro. Giapponese, ha partecipato a film come Sonatine, Getting Any?, Hana-Bi - Fiori di fuoco, Audition, Brother, Dolls, Zebraman, Exte: Hair Extensions e a serie quali MPD Psycho; come doppiatore, ha lavorato nel film I cavalieri dello zodiaco - La leggenda del Grande Tempio. Ha 66 anni e un film in uscita.


Satomi Ishihara (vero nome Kuniko Ishigami) interpreta Kayoko Ann Patterson. Giapponese, ha partecipato a film come Sadako 3D, L'attacco dei giganti e L'attacco dei giganti: Il film: parte II - Le ali della libertà. Ha 31 anni.


Jun Kunimura interpreta il capo di gabinetto Masao Zaizen. Giapponese, ha partecipato a film come Black Rain - Pioggia sporca, Audition, Ichi the Killer, Kill Bill - Volume 1, Kill Bill - Volume 2, Why don't you play in hell?, L'attacco dei giganti: Il film: parte II - Le ali della libertà e The Wailing, inoltre ha lavorato come doppiatore nel film Si alza il vento. Ha 62 anni e tre film in uscita.


Se Shin Godzilla vi fosse piaciuto recuperate tutti i mille altri film dedicati al mostrone: il Godzilla del 1954, Il re dei mostri, Rodan il mostro alato, Mosura, Il trionfo di King Kong, Watang! Nel favoloso impero dei mostri, Ghidorah! Il mostro a tre teste, L'invasione degli astromostri, Il ritorno di Godzilla, Il figlio di Godzilla, Gli eredi di King Kong, Godzilla's Revenge, Godzilla - Furia di mostri, Godzilla contro i giganti, Ai confini della realtà, Godzilla contro i robot, Distruggete Kong! La Terra è in pericolo, Il ritorno di Godzilla, Godzilla contro Biollante, Godzilla contro King Ghidorah, Godzilla contro Mothra, Godzilla vs Mechagodzilla II, Godzilla vs SpaceGodzilla, Godzilla vs Destoroyah, Godzilla 2000: Millenium, Godzilla vs Megaguirus, Godzilla, Mothra and King Ghidorah: Giant Monsters All-Out Attack, Godzilla against MechaGodzilla, Godzilla: Tokyo S.O.S. Godzilla: Final Wars sono quelli giapponesi (spero ci siano tutti), ai quali potete aggiungere il Godzilla di Emmerich, quello di Gareth Edwards (al quale dovrebbe seguire nel 2019 un Godzilla: King of the Monsters) e per finire Pacific Rim! ENJOY!

martedì 17 gennaio 2017

Silence (2016)

Potevo esimermi dal vedere l’ultimo film diretto e co-sceneggiato da Martin Scorsese? Assolutamente no! Come ennesima prova d’amore sono stata accompagnata nientemeno che dal povero Mirco allo spettacolo pomeridiano di Silence, tratto dall’omonimo libro di Shusaku Endo. Segue post lunghissimo e sconclusionato che potete anche non leggere ma che è servito a me per dare un senso a ciò che ho visto. Se volete un riassunto: il film è bellissimo, andatelo a vedere ma astenetevi se non avete la pazienza di sopportare tempi cinematografici dilatati a dismisura.  Banalmente, se già non avete sopportato The Wolf of Wall Street questo vi ucciderà.


Trama: due missionari gesuiti si recano in Giappone per scoprire quale sia stato il reale destino di Padre Ferreira, presumibilmente ucciso durante le persecuzioni cristiane oppure convertitosi agli usi locali…


Se Quentin Tarantino è per me aMMore, quello di una fangirl che mai riscontrerà un solo difetto nelle sue opere, quello per Scorsese è sempre stato un sentimento più serio, che mi accompagna più o meno dagli anni delle superiori, da quando cioè sono rimasta folgorata da Quei bravi ragazzi. Martin Scorsese è una fede, qualcosa da studiare a fondo, qualcuno con cui non essere sempre d’accordo ma verso il quale il rispetto non deve mai venire meno, anche quando sforna robette come Hugo Cabret che ti fanno alzare un po’ il sopracciglio e guardare oltre, nell’attesa che arrivi il prossimo film capace di toglierti il fiato. Onestamente, fiato me ne è rimasto parecchio dopo la visione di Silence (che non è, almeno per me, IL film più bello di Scorsese come sentirete dire da molti) eppure è stata l’unica pellicola recente del regista che mi ha spinta a recuperare libri e saggi universitari per rituffarmi nello studio della poetica del buon Martin, cercando di capire cosa potesse nascondersi dietro la passione per la storia raccontata da Shusaku Endo e, soprattutto, per comprendere il punto di vista di chi ha passato anni cercando di realizzare un film simile. Il dubbio, ovviamente, è nato fin da subito ed è stato condiviso a lungo con l’amico Toto: per chi, come noi, è ipercritico nei confronti del cattolicesimo, cosa potrebbe significare guardare quasi tre ore di film apprezzato dai prelati che lo hanno visto proiettato in anteprima in Vaticano e tratto da un’opera scritta da un convertito? Saremmo stati costretti a subire tre ore di pippone pro-cattolico, all’urlo di “che cattivi i Giapponesi e poveretti i cristiani”? Sinceramente, non lo credevo possibile e sono contentissima di non essermi sbagliata, perché la poetica scorsesiana dell’”incertezza”, dell’essere umano incapace di distinguere tra giusto e sbagliato, dell’uomo in lotta contro la società, della solitudine e delle illusioni si riafferma prepotentemente in Silence, al di là del contenuto cattolico della pellicola. La storia dei due missionari che vanno in Giappone per recuperarne un terzo è l’ennesima conferma che solo il Cristo de L’ultima tentazione è stato capace di prendere in mano il proprio destino e fare una scelta dettata dalla propria coscienza (giusta o sbagliata, questo non sta a noi deciderlo) mentre tutti gli altri personaggi di Scorsese sono stati influenzati o dalla società in cui sono nati e cresciuti o da una limitata visione del mondo, ritrovandosi così privi del controllo sulla loro vita. 


Lo stesso, ovviamente, accade al vero protagonista di Silence, Padre Rodrigues. Il film prende il via dalla missione “gesuitica” che porta lui e Padre Garupe ad andare in Giappone per scoprire cosa ne è stato di Padre Ferreira ed inizialmente si ha davvero l’impressione di stare guardando un’opera incentrata sulle persecuzioni dei Gesuiti e in generale di tutti i cristiani in terra nipponica: le torture iniziali, la disperazione di chi si ritrova privo di guide religiose, la speranza di avere nel villaggio ben due preti (trattati alla stregua di reliquie), l’inquisizione del terrificante Inoue, sono tutti elementi importanti ma in qualche modo fuorvianti. Presto la sceneggiatura (scritta dallo stesso Scorsese e da Jay Cocks) si focalizza sui dubbi umani di Padre Rodrigues, ritrovatosi solo in terra straniera e messo costantemente alla prova da immagini di violenza, da una cultura che non capisce e, soprattutto, dal SILENZIO. Silence è un film quasi privo di colonna sonora e quando i personaggi non dialogano si sentono solo i monologhi interiori di Padre Rodrigues, i suoni della sofferenza o quelli di una natura spietata ed indifferente: la pellicola si apre e si chiude con l’assordante frinire delle cicale che, come ben sa chi legge manga (ed è talmente sfigato da non avere mai vissuto in Giappone, come la sottoscritta), è un suono tipico dell’estate giapponese, calda e soffocante, perfetta per rappresentare la prigione fisica e spirituale in cui viene a ritrovarsi il protagonista. Dio già non dava risposte a Cristo, l’umanissimo Cristo raccontato da Scorsese negli anni ’80, figurarsi se la sua voce può venire in soccorso di un giovane gesuita che, paradossalmente, si addossa una vocazione da martire talmente egoistica da fargli perdere completamente il senso di ciò che lo circonda. Padre Rodrigues non sente la voce di Dio (come tutti, del resto) eppure arriva a credersi l’incarnazione di Cristo sulla Terra, il depositario di tutte le sofferenze dei cristiani giapponesi, chiudendosi ancora di più nelle sue convinzioni superbe e causando così la morte di coloro che hanno deciso di seguirlo e resistere in suo nome; le illusioni di cui è preda (che lo portano persino ad immaginarsi la voce di Cristo che lo perdona, giacché il silenzio non era abbastanza) offrono gioco facile all’inquisitore giapponese che invece, forte di un senso pratico interamente collegato alla realtà storico-culturale in cui vive, riesce a portare a termine il suo compito con disarmante leggerezza e lucida spietatezza, senza tuttavia risultare un personaggio completamente negativo.  


Quello che temevo, ovvero che i cristiani venissero dipinti interamente come buoni e i giapponesi come dei maledetti torturatori, fortunatamente non è successo perché ogni personaggio viene tratteggiato con delle sfumature di grigio, fortemente connotato da qualcosa che supera la sua indole naturale. L'inquisitore Inoue, la cui identità coglie di sorpresa tanto noi quanto Rodrigues (ed ecco il pregiudizio su cui fa leva quella volpe di Scorsese), è figlio del Giappone e se ci si prendesse la briga di andare oltre le sue pose da aristocratico e l'interpretazione magistrale e molto caricaturale dell'attore nipponico Issei Ogata si capirebbe chiaramente come tutto ciò che l'uomo racconta a Rodrigues corrisponda ad una triste realtà che, nonostante non possa essere intesa come verità assoluta (ma lo stesso vale per la religione cristiana), è comunque radicata all'interno di una società antica, provvista di regole ben chiare e resa fragile da problemi di politica interna; se, di nuovo, ci si prendesse la briga di contestualizzare la vicenda di Silence, si capirebbe come la religione cristiana, dopo essere stata bene accolta ai tempi di Oda Nobunaga, venisse vista negli anni seguenti come un tentativo di colonizzare il Giappone e sovvertire l'ordine sociale, anche perché molti gesuiti offrivano supporto armato ai daimyo cristiani, tra le altre cose. Quindi torturare cristiani inermi è una buona cosa? Assolutamente no ma Scorsese si premura lo stesso di sottolineare la profonda differenza tra l'atteggiamento aggressivo-passivo di Rodrigues e quello più "aperto" di Padre Ferreira, per quanto quest'ultimo sia stato imposto con la forza. Ferreira è quindi migliore di Rodrigues? Anche lì, Scorsese non da risposte e lascia tutto alla sensibilità dello spettatore, ma a me verrebbe da dire no. Anche Ferreira è un uomo che lasciato che altri decidessero per lui e, pur di non perdere la vita a sua volta, oltre che la fede, ha accettato non solo di abiurare ma persino di aiutare il governo giapponese a scovare le immagini religiose nascoste dai cosiddetti キリシタン (la traslitterazione in katakana di "christian"), rimanendo quindi privo di uno scopo nella vita e, probabilmente, continuando a soffrire per l'impossibilità di sentire la voce di Dio: Ferreira sicuramente alla fine salva i prigionieri e il corpo di Rodrigues ma lo lascia poi allo sbando, abbandonando l'anima del suo ex discepolo in balìa degli stessi dubbi che attanagliano lui. 


Chi invece agisce come veicolo di salvezza, per quanto improbabile, è il peculiare Kichijiro. Ubriacone, sporco, traditore e paraculo (posso anche dirlo, tanto ormai chi è arrivato a leggere fino qui??), Kichijiro è il tipico cristiano che compie le nefandezze peggiori confidando comunque nel perdono di Dio e, nonostante non smetta di tormentare per un attimo Rodrigues, alla fine viene comunque ringraziato da quest'ultimo in un toccante confronto. Lì per lì pensavo che Kichijiro fosse la rappresentazione di Giuda, invece diventa per il protagonista l'ultimo baluardo di fede, l'estrema prova di coraggio che porta a perdonare i peccati più empi e a rimettere le colpe anche quando la persona in questione non lo merita; probabilmente Kichijiro è l'unico ancora in grado di far sentire a Rodrigues che la voce di Dio, per quanto flebile, esiste e forse viene persino considerato un modello di forza per la sua capacità di attaccarsi alla fede anche dopo assere stato schiacciato, gettato nel fango e deriso. Forse invece sono io che mi faccio troppi viaggi mentali, spinta dalla complessità degli argomenti trattati e dalla bellezza che Scorsese, in quanto regista, riesce a ricreare attraverso le immagini, anche quando queste ultime mostrano soltanto sangue, morte e desolazione, sfruttando il creato "divino" come mezzo per spegnere le vite dei fedeli. Il regista italoamericano, come al solito, non lascia nulla al caso e non spreca neppure un'inquadratura o un suono (quel gallo che canta tre volte a me ha messo i brividi), così che ogni splendida immagine ed ogni sequenza diventano l'equivalente di immagini sacre per tutti coloro che amano il buon cinema. E già che sono arrivata al quarto paragrafo di post annichilendo il 99% di chi passerà di qui posso sfogare anche la mia anima scema, visto che ho scritto queste righe per puro piacere personale: Adam Driver è stato deluso dalla fede, ecco perché è passato al lato Oscuro della Forza (e comunque, figlio mio, sei brutto come il peccato, non ti si può guardare!!), ad Andrew Garfield non avrei dato due lire invece non è mai stato così bravo e Tadanobu Asano è figo, tremendamente figo, persino con l'orrido taglio di capelli che andava di moda in Giappone nel 1600. 浅野忠信 遊びに行こう!

Del regista e co-sceneggiatore Martin Scorsese ho già parlato QUI. Andrew Garfield (Rodrigues), Adam Driver (Garupe), Liam Neeson (Ferreira), Tadanobu Asano (Interprete), Ciarán Hinds (Padre Valignano) e Shin'ya Tsukamoto (Mokichi) li trovate invece ai rispettivi link.


Daniel Day-Lewis avrebbe dovuto interpretare Padre Ferreira ma la lunga produzione del film (è dai tempi di Gangs of New York che Scorsese avrebbe voluto girarlo) ha fatto sì che l'attore fosse impossibilitato a partecipare e lo stesso è successo a Gael García Bernal e Benicio Del Toro, in parola per i ruoli di Padre Rodrigues e Padre Garupe. Tadanobu Asano ha invece sostituito Ken Watanabe nel ruolo di interprete. Il romanzo di Shusaku Endo era già stato portato sullo schermo nel 1971 dal regista Masahiro Shinoda, col titolo Chinmoku; ovviamente non l'ho mai visto ma se Silence vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete L'ultima tentazione di Cristo e magari Kundun. ENJOY!

venerdì 13 agosto 2010

Tetsuo (1989)

Il Bollalmanacco non va in vacanza, perché siccome la proprietaria è in ferie, guardare film le riesce meglio, soprattutto se il tempo si mantiene decisamente indegno. Così oggi parliamo di un film, per dirla con parole antiche, "sconvolgente, a tratti allucinante", girato nell'ormai lontano 1989 dal giapponese Shinya Tsukamoto, ovvero Tetsuo.


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La trama (ovviamente per come l'ho capita io...): un impiegatucolo giapponese, dopo aver investito assieme alla fidanzata un cretino con l'hobby di infilarsi pezzi di ferro arrugginiti negli arti, comincia a trasformarsi in un uomo d'acciaio e ad essere perseguitato dal cretino redivivo.


tetsuo5
Ci sono volute due visioni, a distanza di anni, per trovare un senso a questo film. Espressione massima della corrente cyberpunk giapponese, dove l'orrore per il continuo espandersi della tecnologia viene manifestato nella creazione di mostri fatti di carne e metallo (un pò come potrebbe succedere in un film di Cronenberg, che tuttavia parte da una riflessione sull'uomo, prima ancora che sulla macchina), Tetsuo non ha una vera e propria trama, ma è composto da un insieme di immagini in bianco e nero, montate in modo frenetico, che sono una più estraniante, fredda e sconvolgente dell'altra. Il regista tra l'altro le mescola con ricordi mostrati da schermi televisivi, flashback che poco hanno a che vedere con la trama principale o avvenimenti che non si capisce quando accadano (il barbone col bastone, chi sta picchiando e quando? Boh, probabilmente non lo sapremo mai...) con il risultato che lo spettatore occidentale, assolutamente non abituato a film orientali, innanzitutto confonde i personaggi, com'è successo a me la prima volta, e secondariamente s'impicca perché cerca di trarre un senso da quanto vede. Pessimo errore.

Tetsuo
Sinceramente, il film fa schifo. Non perché sia brutto o fatto male, ma perché mostra immagini schifose, nel vero senso della parola, e posso dirlo con certezza perché a distanza di anni erano ancora ben fisse nella mia mente. Al di là della famosissima scena della "trivellazione", ovvero quando l'impiegato si accorge di essere diventato un uomo d'acciaio con pudenda d'acciaio senza possibilità di recupero e a farne le spese è la sua (oscena) fidanzata, ci sono parecchie immagini disturbanti, che fanno lo stesso effetto di una forchetta passata sui denti: il feticista che si infila tubi d'acciaio nelle gambe, l'impiegato che si schiaccia il foruncolo di ferro con dovizia di pus e sangue, il sogno "erotico" dove il protagonista viene sodomizzato da un tubo di ferro flessibile (sic..), e la finisco qui o vi racconto tutto il film. L'aspetto trash del film si può comunque trovare tutto (oltre che nel trucco del feticista..) nel rapporto tra il protagonista e la fidanzata: fermo restando che quest'ultima è l'unica giapponese in grado di assomigliare, per "bellezza" e "raffinatezza" a Loredana Berté, la perla della pellicola sono però le lunghe telefonate tra i due, dove l'unica parola che viene pronunciata è Moshi moshi (Pronto), il "sensualissimo" modo di mangiare di lei e il fatto che si ecciti dopo che il fidanzato ha ucciso uno investendolo. Ma brutta vajassa. Ah, dimenticavo la chicca del gatto avvolto nel domopack e trasformato in un pezzo di metallo miagolante, quanto alla recitazione degli attori coinvolti, lascio a voi il giudizio, ma ho visto di peggio, suvvia. Non vi è venuta una voglia folle di vederlo?!?

Shinya Tsukamoto è il regista del film, e interpreta anche il feticista del metallo. Considerato uno dei migliori registi della scena underground giapponese, tra i suoi altri film segnalo i seguiti di Tetsuo ovvero Tetsuo II: Body Hammer e Tetsuo the Bullet Man. Giapponese, ha 50 anni e al momento sta girando un episodio di una serie televisiva.

shinya-tsukamoto

Tomorowo Taguchi interpreta il protagonista. Attore dalla filmografia sterminata, tra i titoli conosciuti anche da me segnalo i già citati Tetsuo II: Body Hammer e Tetsuo the Bullet Man assieme a The Guinea Pig 2: l'androide di Notre Dame, Dr. Akagi, Tabù - Gohatto e 11 settembre 2001. Ha 53 anni e due film in uscita.

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Nessun film da consigliare, in caso vi piacesse forse sarebbe meglio cercare i due seguiti ed altri lavori del regista, però segnalo la particolare colonna sonora, davvero molto bella e azzeccata. E ora... beccatevi il trailer. ENJOY!



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