giovedì 4 giugno 2026

Backrooms (2026)

Con Backrooms, diretto e co-sceneggiato da Kane Parsons, si completa un miracoloso trittico di uscite horror consecutive al multisala di Savona (e lo so che al giovedì di solito non pubblico, ma mi spiaceva rimandare il post a martedì prossimo, vista l'importanza del film)!


Trama: il proprietario di un negozio d'arredamento in odore di fallimento scopre, al piano inferiore, l'ingresso per una dimensione nascosta fatta di ambienti semi-deserti potenzialmente infiniti...


A beneficio di chi, come me, è piuttosto ignorante a livello di thread Reddit, Youtube e videogame, prima di lanciarmi in una critica vera e propria vorrei fare un po' di chiarezza sulle "backrooms". Lunedì il cinema era pieno zeppo di adolescenti e bambini non accompagnati (questi ultimi non avrebbero nemmeno dovuto essere presenti ma vabbè...) e la cosa mi aveva lasciata stupita. In mio soccorso, erano arrivati il mio storico compare di visioni horror e il suo figliolo liceale, asserendo che Backrooms fosse tratto da un videogioco famosissimo. In realtà, non è proprio così, ma la cosa gioca a favore di Parsons e della A24. Il concetto di "backrooms", infatti, era nato come creepypasta nel 2019 ed è stato solo nel 2022 che il regista ha caricato un corto horror a tema sul suo canale Youtube, diventato poi il primo episodio di una web series. I videogiochi hanno cominciato ad arrivare praticamente qualche mese dopo la nascita del creepypasta e, sebbene l'argomento sia lo stesso e la lore assai simile, non c'entrano nulla col film di Parsons, cosa di cui ero assolutamente convinta, prima che la sicumera dei miei amici mandasse in frantumi le mie certezze. Fatta chiarezza e appurato che non sono ancora entrata nel buco nero dell'Alzheimer, parliamo un po' di Backrooms "il film". Backrooms vede come protagonista Clark, proprietario di un fallimentare e squallido negozio di arredamento, costretto a viverci dentro dal giorno in cui la moglie lo ha sbattuto fuori di casa. Un giorno, per puro caso, Clark scopre, su un muro al piano inferiore del negozio, un passaggio invisibile che porta in un'altra dimensione fatta di stanze apparentemente infinite, perlopiù vuote oppure con all'interno oggetti di uso comune talvolta fusi con le pareti e i pavimenti. Clark, formatosi come architetto, comincia ad esplorarle per gioco, si convince di poterle mappare, dopodiché si perde in più di un senso. Pur non fornendo spiegazioni chiare e definitive, le "backrooms" del film sembrerebbero essere una dimensione in cui la realtà in cui viviamo viene distorta, espressa "come se qualcuno che non sa cosa sia un cane dovesse disegnarlo partendo da una descrizione che gli viene fatta"; le stanze e ciò che contengono sembrano normali, ma c'è sempre qualcosa che stona, dettagli abbozzati di oggetti, ambienti (e altro) filtrati da un punto di vista incerto, comunque impreciso. L'idea che mi sono fatta io è quella di un'entità che ha cercato di creare una copia della realtà che conosciamo, senza capirla al 100%. In aggiunta, la dimensione aliena delle "backrooms", sempre in base a un'opinione puramente personale, si alimenta dei pensieri e dei ricordi di chi ci finisce dentro, espandendosi così in maniera ugualmente imperfetta proprio perché nessuno è in grado di ricordare o riprodurre fedelmente ambienti e volti passati, in quanto la memoria, inevitabilmente, si logora col tempo.


Al di là di queste considerazioni speculative sulla natura delle backrooms, il film di Parsons sottolinea il fascino che un luogo come questo rischia di esercitare sulle menti più permeabili. Clark è un uomo solo, che fatica ad accettare una realtà vissuta sempre (dal suo punto di vista) nel ruolo di "vittima". Come molte persone che non riescono ad uscire da questo impasse, Clerk si è lasciato attirare dalle promesse di un miglioramento attraverso nastri di auto aiuto, accompagnati da sedute periodiche con chi questi nastri li ha incisi, Mary, la quale però è sola e spezzata quanto lui. Un luogo come le backrooms, senza regole, potenzialmente infinito, che si plasma di volta in volta in base ai ricordi di chi lo abita, è l'ideale per fuggire da un mondo altrettanto vuoto, squallido e incomprensibile, che ha però l'aggravante di essere governato da precise regole sociali ed economiche. Oltretutto, probabilmente le backrooms consentirebbero di recuperare luoghi e persone perdute, a patto di accontentarsi di averne delle versioni imperfette, e ciò è un ulteriore incentivo a lasciarsi andare e soccombere al loro potere, per chi non ha più nulla da perdere. L'altra faccia della medaglia di un mondo senza regole, popolato da "concetti", da idee, è ovviamente la possibilità concreta di morire male per mano di queste stesse astrazioni, che non conoscono dolore né morte, e che quindi sono governate da istinti basici; la consapevolezza che non esiste modo di fuggire da noi stessi, e che realtà e backrooms non sono poi così diverse nel loro intento di divorarci o sbatterci in faccia quanto poco contiamo nell'universo (per non parlare poi dell'illogicità che le accomuna, e che rende impossibile coglierne il senso ultimo), fa di Backrooms un'opera lucida e malinconica, per non dire pessimista. 


E' incredibile che a realizzarla sia stato un ragazzo che, all'epoca delle riprese, aveva solo 19 anni. Kane Parsons ha una conoscenza dei meccanismi che governano l'orrore cinematografico da far invidia a tanti suoi colleghi più blasonati. I lenti movimenti di macchina, accompagnati da inquadrature atte a modificare la percezione dello spazio all'interno delle singole stanze, alimentano un senso di angoscia che va oltre i pochi jump scare ben piazzati nel corso del film e si insinua sotto pelle per rimanere molto tempo dopo la visione. Alle panoramiche delle backrooms, ai lenti timelapse che danno l'idea di un luogo senza tempo e in continua espansione ma comunque soggetto a deteriorarsi, si affiancano riprese di una realtà che sembra ancora più allucinante e spaventosa. Le villette a schiera tutte uguali, gli ospedali asettici, gli immensi parcheggi abbandonati, lo stesso negozio di Clark, vuoto e inconsistente, le persone che, quando non sono sfocati complementi d'arredo sullo sfondo, sono comunque personaggi bidimensionali oppure grotteschi frutti di ricordi dolorosi; tutto concorre a creare un clima allucinato, un mix tra la grottesca (ir)realtà Lynchiana e gli episodi migliori della serie Channel Zero, d'altronde a sua volta basata sui creepypasta. Oltre a vantare un'ottima regia, Backrooms ha delle scenografie che mi hanno lasciata più volte con la mascella sul pavimento, da tanto sono arzigogolate e fantasiose. Unite alla fotografia giallastra e all'utilizzo di filtri e post-produzione per dare l'idea delle riprese di una telecamera amatoriale anni '90, queste scenografie reali e "calpestabili" facilitano l'immedesimazione del pubblico e non hanno quel sapore posticcio di CGI, che avrebbe reso tutto molto meno efficace. Lo stesso, fortunatamente, vale per le sparute creature che si vedono nel film e, soprattutto, per il mostro che rende l'ultima parte di Backrooms materiale per incubi da qui all'eternità, frutto di un pesante make-up prostetico applicato sull'altissimo Robert Bobroczkyi. Onestamente, ci sono stati momenti in cui inghiottire sorprese bestemmie onde non scatenare l'ilarità delle orde di ragazzini che mi circondavano è stato molto difficile, e la mia unica fortuna tornata a casa è stata l'essere accompagnata da un Bolluomo appena tornato dalla sala prove. Per quanto mi riguarda, dunque, l'attesa e le aspettative su Backrooms sono state completamente ripagate, al punto che nemmeno la faccetta da cazzo di Mark Duplass ha rovinato l'esperienza. Abbandonatevi pure all'hype senza remore, per una volta è giustificato!!


Di Chiwetel Ejiofor (Clark), Renate Reinsve (Mary), Mark Duplass (Phil) e Katharine Isabelle (Robin) ho parlato ai rispettivi link.

Kane Parsons è il regista e sceneggiatore del film, al suo primo lungometraggio. Inglese, ha 21 anni ancora da compiere ed è anche attore, compositore, montatore, produttore e tecnico degli effetti speciali. 


Se Backrooms vi fosse piaciuto recuperate la web series The Backrooms, cosa che farò di sicuro io, e aggiungete Cube - Il cubo, Vivarium, Strade perdute, Inland Empire e Skinamarink, anche se a me non è piaciuto e lo trovo uno degli horror più sopravvalutati di sempre. ENJOY!




mercoledì 3 giugno 2026

Passenger (2026)

A Savona è miracolosamente uscito anche Passenger di André Øvredal! Prima di tornare alla solita, fastidiosa situazione di penuria, sono andata a vederlo.


Trama: dopo aver assistito a un incidente stradale mortale, una coppia di fidanzati comincia a venire perseguitata da un'entità demoniaca...


Uscito un po' in sordina e bocciato da molti, in realtà Passenger è un horror dignitosissimo, con delle ottime intuizioni e una solida regia. Persino la trama, nonostante si appoggi sui tipici cliché delle storie a tema "infestazione demoniaca", ha degli sprazzi originali, perché a memoria non rammento un horror in cui siano le strade americane ad essere infestate da entità che si legano in maniera inscindibile alle sfortunate automobili che le incrociano, portando alla morte autisti e passeggeri (ma se mi sbaglio, scrivete pure i titoli nei commenti!). Gli sventurati del caso sono Maddie e Tyler, una coppia di fidanzati che gira l'America a bordo di un van. Tra i due, che pur sono innamoratissimi, ci sono delle divergenze taciute: la massima ambizione di Tyler è vivere libero, assieme a Maddie, a bordo di un camper, senza mettere mai radici, mentre Maddie vorrebbe finalmente crearsi una famiglia in un luogo da poter chiamare casa. Il comprensibile fastidio di Maddie nei confronti della nuova vita on the road (io sono una couch potato, quindi mi mette quasi più paura l'idea di vivere passando da un parcheggio all'altro, usando le palestre per fare la doccia, che trovarmi davanti un demone) si acuisce quando i due si imbattono in un incidente stradale mortale e, subito dopo, cominciano a succedere cose abbastanza strane e terrificanti all'interno del van, tutte riconducibili a una creatura sovrannaturale. Passenger va spedito come un treno nei primi due atti, durante i quali viene introdotta la demoniaca figura del "passeggero" del titolo, il suo modus operandi atto a fare impazzire le persone prima di ucciderle, e la sua lore, fatta di regole ben precise da seguire, nel caso si voglia tentare di sopravvivere. Nel prefinale, purtroppo, queste stesse regole vengono disattese o piegate ai voleri di una trama sempre più legata agli schemi dell'horror demoniaco, cosa che rende difficile allo spettatore non sentirsi un po' preso in giro. Inoltre, Passenger si indebolisce proprio quando la presenza tangibile dell'entità diventa preponderante, appoggiandosi sempre più a jump scare telefonati, diversamente da una prima parte in cui le apparizioni del maligno vengono centellinate, costringendo André Øvredal a sbrigliare tecnica e fantasia a beneficio della tachicardia della gente in sala. 


Il regista realizza almeno tre sequenze davanti alle quali bisognerebbe togliersi il cappello. La prima è quella iniziale, dove la magistrale tensione creata da una lentissima panoramica il cui punto di vista è situato all'interno della macchina si combina ad un sonoro da brividi e un montaggio intelligente (per non parlare dell'omaggio alla terrificante scena del ciclista in Il seme della follia!); la seconda è interamente ambientata in un parcheggio, e impiega più o meno la stessa tecnica per enfatizzare il terrore e il senso di spaesamento della protagonista; la terza sfrutta invece in maniera originale un'opera inaspettata, Vacanze romane, un film che con l'horror non c'entra nulla ma che penso non riuscirò mai più a guardare allo stesso modo. André Øvredal si conferma dunque un ottimo regista di genere che sa il fatto suo, in grado di confezionare ottimi e divertenti horror "commerciali". Personalmente, ho anche apprezzato il sembiante del "passenger", soprattutto nelle inquadrature che lo vedono ripreso da lontano, di scorcio, appena fuori dal campo visivo, perché l'insieme mi ha ricordato il Bob di Twin Peaks, contribuendo non poco al terrore provato durante le sue apparizioni. Meno interessante il volto del demone, ahimé, che ho trovato poco originale, ma tutto sommato si tratta di un piccolo difetto che, assieme agli altri citati nel post, non inficia il valore di un film interamente dedicato alla paura fine a se stessa, senza ambizioni elevate di critica sociale, o di realizzare un capolavoro che rimarrà negli annali. Ogni tanto c'è bisogno anche di questo tipo di horror medi ma genuini per mandare avanti la baracca, quindi il mio consiglio è quello di premiare Passenger andando a vederlo in sala! 


Del regista André Øvredal ho già parlato QUI mentre Melissa Leo, che interpreta Diana Larson, la trovate QUA.


Jacob Scipio
, che interpreta Tyler, era nel cast di I mercen4r - Expendables. ENJOY!





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