Approfittando di uno sconto e nonostante i pareri contrari dei più, lunedì sono andata a vedere l'horror Incarnate, diretto nel 2016 dal regista Brad Peyton.
Trama: uno scienziato riesce ad entrare nella mente delle persone possedute e ad espellere il Maligno penetrando nei loro sogni. Dopo una lunga ricerca, un giorno l'uomo si trova davanti proprio il demone che ha provocato la morte dei suoi familiari, incarnatosi in un ragazzino di undici anni...
Qualcuno, mi pare forse Mr. Ink, parlando di Incarnate mi aveva detto che come pilot per una serie TV avrebbe anche potuto essere interessante ma così è diventato un lavoro fatto a tirar via. Mi spiace prendere in prestito le parole di altri per cominciare un post ma ritrovandomi a concordare in toto con questo giudizio non posso farne a meno stavolta. Incarnate parte infatti da un concetto MOLTO intrigante, quello dell'approccio scientifico nei confronti dell'esorcismo: banditi bibbie, preti e crocefissi il protagonista del film segue più il metodo "Inception" e, tramite un intricato gioco di fili, cavetti e aggeggi medici, si collega alla mente del posseduto, imprigionato all'interno di un sogno creato dal demone che, nel frattempo, fa quello che vuole col corpo dell'ospite. Se una simile idea fosse stata spalmata all'interno di una serie di lunghezza standard, diciamo una dozzina di puntate, probabilmente avremmo avuto un prodotto intrigante, con almeno un caso a settimana, una storia a lungo termine (quella della vendetta del Dr. Ember contro il demone reo di avergli ucciso moglie e figlioletto) culminante nel confronto finale con l'Arcidiavolo di fine livello e magari un bel cliffhanger, visto che la serie probabilmente non sarebbe stata rinnovata. Avendo invece a disposizione un'ora e mezza, lo sceneggiatore Ronnie Christensen è stato costretto a condensare un mucchio di cose importanti come senso di dovere, vendetta, famiglie allo sbando, suggestioni demoniache, segretucci vaticani, preti cattivelli, diavoli ancora più cattivi, assistenti nerd, finali a "sorpresa" e quant'altro, col risultato di offrire appena un assaggio del tutto e, ancora peggio, di costringere i personaggi ad exploit di demenza rara perché "altrimenti la trama non va avanti". Un esempio senza spoiler? Per tutto il film viene fatto divieto assoluto di toccare i posseduti in quanto il demone può trasferirsi da un corpo all'altro con un semplice contatto, soprattutto quando viene messo alle strette, e ovviamente i personaggi ad un certo punto, ovvero quando è più utile ai fini della trama, dimenticano questo divieto nel giro di un paio di fotogrammi.
Ci sarebbero mille altri punti interrogativi all'interno della trama, oltre ad un'abbondanza quasi illegale di momenti paraculi, ma non vale neppure la pena di elencarli visto che, probabilmente, tra un paio di giorni avrò già dimenticato il film. L'altro problema di Incarnate, in quanto prodotto minore della Blum House, è quello infatti di essere privo di personalità e fiaccato da una regia totalmente anonima (come c'è finito, peraltro, un regista di film supercazzola/catastrofici come Brad Peyton a girare un horror?), incapace persino di valorizzare i già pochi jump scare presenti nel film. Stendiamo un velo pietoso anche sugli attori. Il povero Aaron Eckhart è anche troppo intenso per una pellicola così sciatta ma il fatto che abbia preso a modello il Di Caprio di Inception e il Tenente Dan di Forrest Gump non lo aiuta certo a dare spessore ad un personaggio abbozzato su un foglio di carta igienica; il resto delle figure che popolano il film sono delle semplici macchiette, stereotipi a due gambe, che vanno dal padre ubriacone e violento alla madre "coraggio", passando per il prete scomunicato (? Ecco, lì però vanno fatti i complimenti agli scenografi, soprattutto al coraggio di infilare un ghepardo impagliato nel garage/rifugio dell'esorcista), gli assistenti nerd e stilosetti al posto dei quali sarebbero andati bene anche due cartonati e l'inviata del Vaticano che è un incrocio tra una porno segretaria e una suora. L'unico elemento positivo di Incarnate è che gli effetti speciali sono ridotti al minimo, cosa che ha consentito di evitare l'uso estensivo di una CGI probabilmente imbarazzante. In due parole, Incarnate è un film senza infamia né lode che consiglio di bypassare in favore di prodotti più meritevoli (pensate che ci hanno messo tre anni a distribuirlo, ci sarà un motivo).
Di Aaron Eckhart (Dr. Ember) e Catalina Sandino Moreno (Camilla) ho già parlato ai rispettivi link.
Brad Peyton è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto film come Cani & gatti - La vendetta di Kitty e San Andreas. Anche produttore, ha 38 anni e tre film in uscita.
Carice Van Houten interpreta Lindsey. Olandese, ha partecipato a film come Operazione Valchiria, Intruders e a serie quali Il trono di spade; come doppiatrice, ha lavorato per le serie I Simpson e Robot Chicken. Ha 41 anni.
Rosario Dawson era stata scelta per il ruolo di Camilla ma fortunatamente per lei impegni pregressi l'hanno tenuta lontana dal film. Se volete tentare film simili a Incarnate ce n'è una riga ma quelli che meritano sono davvero pochi, come L'esorcista, Sinister e, in tempi più recenti, Ouija - L'origine del male. ENJOY!
mercoledì 15 febbraio 2017
martedì 14 febbraio 2017
The Lobster (2015)
L'avevo perso all'epoca, probabilmente a causa della mala distribución, ma in virtù della sua candidatura all'Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale ho deciso di recuperare The Lobster, diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Yorgos Lanthimos. Tra l'altro oggi è San Valentino, quindi casca proprio a fagIUolo!
Trama: in una società nella quale è obbligatorio avere un compagno di vita, David si ritrova all'improvviso solo e, per legge, viene rinchiuso in un hotel dove avrà solo quarantacinque giorni per trovare l'anima gemella, pena la trasformazione in animale.
Di The Lobster ne avevo leggiucchiate (non dico lette visto che non lo faccio mai con le recensioni di film che devo ancora vedere...) di cotte e di crude: chi lo salutava come un capolavoro, chi come un abominio, chi come una roba completamente fuori di testa. Personalmente, tendo a sposare l'ultimo giudizio, ché la distopia raccontata da Yorgos Lanthimos può tranquillamente battere il cinque alle sue "cugine" più famose, sia in termini di assurdità che in termini di angoscia per lo spettatore. La società descritta nel film prevede, come già accennato nella trama sopra, l'"accoppiamento" coatto, ovvero la totale interdipendenza tra due individui (non necessariamente uomo e donna, anche se le dimostrazioni date sul palco dell'hotel si riferiscono esclusivamente alle coppie eterosessuali) uniti non tanto in base ad interessi comuni e un sentimento costruito nel tempo quanto piuttosto in base a difetti fisici/mentali condivisi. Chi, nel corso della vita, non riesce a trovare un compagno, viene lasciato oppure rimane vedovo, è costretto a passare in un hotel quarantacinque giorni, alla fine dei quali il mancato fidanzamento con un'altra persona porta automaticamente a venire trasformato in un animale a scelta (e meno male, almeno scegliere che bestia essere!!). Se già questa costrizione seguita da una punizione è di per sé terribile e svilisce il sentimento d'amore, ciò che fa ancora più specie è l'idea che i "ribelli", ovvero i cosiddetti solitari che vivono nei boschi per evitare di venire trasformati in animali, rifuggano di conseguenza qualsiasi tipo di interazione sentimentale, infliggendo punizioni corporali terrificanti a chi è tanto "debole" da soccombere ad un sentimento libero e puro. Insomma, nel mondo di The Lobster non esiste libertà e, ancor peggio, non esistono emozioni, buone o cattive che siano, perché tutto viene inghiottito da una coltre di freddo autoritarismo, provocato ovviamente da due diversi tipi di terrore. Queste paure, per inciso, sono le stesse che ritroviamo nella nostra società e che qui vengono portate all'estremo: la paura di rimanere soli, che spesso porta ad unirsi a persone con le quali non si ha nulla a che spartire (e se ci sono problemi, mettiamo al mondo un figlio che li risolve, come ironicamente sottolineato nel film), contro la paura di rimanere "ingabbiati" o di perdere la propria individualità, che porta invece a rifiutare un impegno più "serio" con gli altri.
Riflettendo su questo, The Lobster diventa un film ancora più angosciante, che non offre consolazione alcuna allo spettatore, né prima né durante il finale, di una tristezza invereconda. Il disagio psicologico dato dal film viene ulteriormente accentuato dall'utilizzo di immagini particolarmente crude (cosa che mi porta a sconsigliare The Lobster a chiunque patisca la violenza sugli animali, per quanto off screen, anche perché il risultato della stessa, mi duole dirlo, si vede benissimo) legate a quelli che, in definitiva, non sono altro che omicidi: chi non è in grado di trovare l'anima gemella è costretto a perdere la capacità di provare esperienze "umane", come guardare film o leggere libri, e a diventare predatore quando va bene (a rischio però di finire in gabbia) o preda quando va male, possibile nutrimento di chi cammina ancora a due zampe. L'atmosfera cupa della pellicola viene sottolineata dall'uso di una fotografia scura e di scenografie claustrofobiche, con le vicende ambientate principalmente all'interno dell'hotel e dei boschi che circondano la città, mentre i tempi narrativi vengono dilatati all'infinito, al punto che il film forse funziona più nella prima parte che nella seconda, tirata per le lunghe e meno coerente dal punto di vista della sceneggiatura. Bravissimi gli attori coinvolti, a partire da un imbolsito Colin Farrell che sembra proprio un medioman privo di qualsiasi attrattiva, per arrivare alla bella e freddissima Léa Seydoux, cuore solitario se mai ce n'è stato uno e capace di decretare il destino dei suoi sottoposti con un unico, raggelante sguardo. The Lobster è il primo film di Yorgos Lanthimos che mi capita di vedere e mi è piaciuto molto, al punto che probabilmente ora recupererò altre pellicole del regista, eppure non è un film che mi sento di consigliare a cuor leggero, soprattutto a spettatori "occasionali", in quanto troppo autoriale e, diciamolo senza ipocrisia, deprimente. Detto questo, io al momento sono felicemente fidanzata ma se dovessi ritrovarmi single spero che qualcuno mi trasformi in gatto. O in un bradipo, altro che aragosta.
Di Colin Farrell (David), Olivia Colman (La manager dell'hotel), John C. Reilly (l'uomo con la zeppola), Léa Seydoux (Capo dei solitari), Michael Smiley (Solitario nuotatore), Rachel Weisz (Donna miope) e Ben Whishaw (Uomo zoppo) ho già parlato ai rispettivi link.
Yorgos Lanthimos è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Greco, ha diretto film come Kynodontas e Alps. Anche produttore e attore, ha 44 anni e tre film in uscita.
Se The Lobster vi fosse piaciuto recuperate The Eternal Sunshine of the Spotless Mind (il titolo italiano, lo sapete, non esiste) e Lei. ENJOY!
Trama: in una società nella quale è obbligatorio avere un compagno di vita, David si ritrova all'improvviso solo e, per legge, viene rinchiuso in un hotel dove avrà solo quarantacinque giorni per trovare l'anima gemella, pena la trasformazione in animale.
Di The Lobster ne avevo leggiucchiate (non dico lette visto che non lo faccio mai con le recensioni di film che devo ancora vedere...) di cotte e di crude: chi lo salutava come un capolavoro, chi come un abominio, chi come una roba completamente fuori di testa. Personalmente, tendo a sposare l'ultimo giudizio, ché la distopia raccontata da Yorgos Lanthimos può tranquillamente battere il cinque alle sue "cugine" più famose, sia in termini di assurdità che in termini di angoscia per lo spettatore. La società descritta nel film prevede, come già accennato nella trama sopra, l'"accoppiamento" coatto, ovvero la totale interdipendenza tra due individui (non necessariamente uomo e donna, anche se le dimostrazioni date sul palco dell'hotel si riferiscono esclusivamente alle coppie eterosessuali) uniti non tanto in base ad interessi comuni e un sentimento costruito nel tempo quanto piuttosto in base a difetti fisici/mentali condivisi. Chi, nel corso della vita, non riesce a trovare un compagno, viene lasciato oppure rimane vedovo, è costretto a passare in un hotel quarantacinque giorni, alla fine dei quali il mancato fidanzamento con un'altra persona porta automaticamente a venire trasformato in un animale a scelta (e meno male, almeno scegliere che bestia essere!!). Se già questa costrizione seguita da una punizione è di per sé terribile e svilisce il sentimento d'amore, ciò che fa ancora più specie è l'idea che i "ribelli", ovvero i cosiddetti solitari che vivono nei boschi per evitare di venire trasformati in animali, rifuggano di conseguenza qualsiasi tipo di interazione sentimentale, infliggendo punizioni corporali terrificanti a chi è tanto "debole" da soccombere ad un sentimento libero e puro. Insomma, nel mondo di The Lobster non esiste libertà e, ancor peggio, non esistono emozioni, buone o cattive che siano, perché tutto viene inghiottito da una coltre di freddo autoritarismo, provocato ovviamente da due diversi tipi di terrore. Queste paure, per inciso, sono le stesse che ritroviamo nella nostra società e che qui vengono portate all'estremo: la paura di rimanere soli, che spesso porta ad unirsi a persone con le quali non si ha nulla a che spartire (e se ci sono problemi, mettiamo al mondo un figlio che li risolve, come ironicamente sottolineato nel film), contro la paura di rimanere "ingabbiati" o di perdere la propria individualità, che porta invece a rifiutare un impegno più "serio" con gli altri.
Riflettendo su questo, The Lobster diventa un film ancora più angosciante, che non offre consolazione alcuna allo spettatore, né prima né durante il finale, di una tristezza invereconda. Il disagio psicologico dato dal film viene ulteriormente accentuato dall'utilizzo di immagini particolarmente crude (cosa che mi porta a sconsigliare The Lobster a chiunque patisca la violenza sugli animali, per quanto off screen, anche perché il risultato della stessa, mi duole dirlo, si vede benissimo) legate a quelli che, in definitiva, non sono altro che omicidi: chi non è in grado di trovare l'anima gemella è costretto a perdere la capacità di provare esperienze "umane", come guardare film o leggere libri, e a diventare predatore quando va bene (a rischio però di finire in gabbia) o preda quando va male, possibile nutrimento di chi cammina ancora a due zampe. L'atmosfera cupa della pellicola viene sottolineata dall'uso di una fotografia scura e di scenografie claustrofobiche, con le vicende ambientate principalmente all'interno dell'hotel e dei boschi che circondano la città, mentre i tempi narrativi vengono dilatati all'infinito, al punto che il film forse funziona più nella prima parte che nella seconda, tirata per le lunghe e meno coerente dal punto di vista della sceneggiatura. Bravissimi gli attori coinvolti, a partire da un imbolsito Colin Farrell che sembra proprio un medioman privo di qualsiasi attrattiva, per arrivare alla bella e freddissima Léa Seydoux, cuore solitario se mai ce n'è stato uno e capace di decretare il destino dei suoi sottoposti con un unico, raggelante sguardo. The Lobster è il primo film di Yorgos Lanthimos che mi capita di vedere e mi è piaciuto molto, al punto che probabilmente ora recupererò altre pellicole del regista, eppure non è un film che mi sento di consigliare a cuor leggero, soprattutto a spettatori "occasionali", in quanto troppo autoriale e, diciamolo senza ipocrisia, deprimente. Detto questo, io al momento sono felicemente fidanzata ma se dovessi ritrovarmi single spero che qualcuno mi trasformi in gatto. O in un bradipo, altro che aragosta.
Di Colin Farrell (David), Olivia Colman (La manager dell'hotel), John C. Reilly (l'uomo con la zeppola), Léa Seydoux (Capo dei solitari), Michael Smiley (Solitario nuotatore), Rachel Weisz (Donna miope) e Ben Whishaw (Uomo zoppo) ho già parlato ai rispettivi link.
Yorgos Lanthimos è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Greco, ha diretto film come Kynodontas e Alps. Anche produttore e attore, ha 44 anni e tre film in uscita.
Se The Lobster vi fosse piaciuto recuperate The Eternal Sunshine of the Spotless Mind (il titolo italiano, lo sapete, non esiste) e Lei. ENJOY!
domenica 12 febbraio 2017
Lion - La strada verso casa (2016)
Me l'ero perso al cinema per vari motivi ma in previsione della Notte degli Oscar ho recuperato Lion - La strada verso casa (Lion), diretto nel 2016 dal regista Garth Davis, tratto dall'autobiografia La lunga strada per tornare a casa di Saroo Brierly e nominato per sei Oscar (Miglior Film, Dev Patel Miglior Attore Non Protagonista, Nicole Kidman Migliore Attrice Non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Fotografia e Miglior Colonna Sonora Originale).
Trama: il piccolo Saroo, nato e cresciuto in un villaggio sperduto dell'India, rimane bloccato su un treno e si perde a Calcutta dopo aver percorso 1600 chilometri. Dopo alterne vicende viene adottato dai coniugi Brierley e portato in Australia ma, crescendo, decide di ritrovare la madre e il fratello...
Chissà dove sarebbe finito Proust se invece di una madeleine avesse addentato un jalebi? Probabilmente da un cerusico dell'epoca, col palato offeso da un cibo simile, mentre invece il protagonista di Lion viene soverchiato dai ricordi di un passato sepolto per trent'anni e si ritrova a cominciare la sua Ricerca del tempo perduto con l'ausilio indispensabile di Google Earth. Tié, Proust, beccati questa! Quest'introduzione al limite dell'imbecillità è messa per dissimulare il fatto che Lion, neanche a dirlo, mi ha ridotta ad uno straccio lacrimante, soprattutto nella prima parte del film, interamente dedicata alle disavventure del piccolo Saroo, separato dalla famiglia e perso nell'immensa Calcutta, dove tra rapitori di bambini, pedofili e miseria non si sa davvero quale sia la minaccia peggiore per un bimbo di soli cinque anni. La sceneggiatura di Lion - La strada verso casa costruisce il film non come un flashback ma come la storia di Saroo dal fatale giorno in cui si è ritrovato solo sul treno all'incontro con i futuri genitori, per poi focalizzarsi dopo un salto temporale sul ragazzo ormai adulto, improvvisamente ossessionato dai ricordi della famiglia lasciata in India e roso dal senso di colpa all'idea che madre e fratello lo stiano ancora cercando; la seconda parte del film si sviluppa come la storia di una ricerca forsennata, di un'ossessione durata anni, al prezzo della distruzione di un'armonia familiare faticosamente raggiunta, e sebbene meno commovente della prima è comunque impreziosita da alcuni momenti intensi legati al rapporto tra Saroo e la madre adottiva e, ovviamente, alla risoluzione dell'intera vicenda. Al di là della storia personale del protagonista, ho molto apprezzato come Lion faccia riflettere intensamente su questioni come l'adozione e l'importanza che essa può avere per bambini che hanno avuto la sfortuna di nascere in luoghi poveri o malsani. Indubbiamente, la famiglia originale di Saroo lo amava molto ma quale futuro avrebbe avuto il bambino se non avesse avuto la "sfortuna" di salire su un treno e andare lontano, se non avesse incontrato i Brierley e se Sue, nonostante la possibilità di avere figli suoi, non avesse scelto consapevolmente di dare amore e possibilità infinite a due dei migliaia di bimbi costretti a vivere negli orfanotrofi di tutto il mondo?
Per quanto possa sembrare un film stucchevole, costruito a tavolino per racimolare Oscar che probabilmente e (forse) giustamente non vincerà mai, già solo il fatto che spinga lo spettatore a porsi questo genere di domande lo rende ai miei occhi un film onesto e meritevole di venire apprezzato, nonostante la regia semplice e "classica" o qualche eccesso di retorica. C'è da dire inoltre che la prima parte di Lion ha una potenza cinematografica che è raro trovare al giorno d'oggi, soprattutto se si pensa che per almeno un'ora la pellicola è recitata in dialetto hindi e bengali e poggia quasi interamente sulle piccole spalle del grandissimo Sunny Pawar, un bimbo dallo sguardo talmente intenso e dal faccino così tenero che è impossibile non lasciarsi trasportare dalle sue terribili vicende. La seconda parte, come ho detto, è più "banale", se mi passate il termine: Dev Patel è molto bravo nel ruolo del Saroo adulto e Nicole Kidman, pur avendo ben poche scene a disposizione, regala una delle interpretazioni più intense e belle di questi ultimi anni in cui la sua stella pareva essersi un po' offuscata, soprattutto durante il confronto finale tra Sue e Saroo, commovente ed intelligente. Meno bene Rooney Mara, costretta invece nell'inutile personaggio di Lucy che, in pratica, altro non è che un amalgama di tutte le fidanzate che hanno accompagnato il vero Saroo nella ricerca della sua famiglia, probabilmente messo lì per dare un valore ancora più positivo al protagonista ma in definitiva assolutamente non necessario (ma davvero al giorno d'oggi per accentuare la moralità adamantina di una persona bisogna mostrarlo per anni con la stessa ragazza? Mah.). Peccato, perché Rooney Mara mi piace tantissimo e solitamente sceglie i suoi ruoli con maggiore oculatezza. A parte questo dettaglio, Lion - La strada verso casa è un film intenso e commovente che merita una visione; non so se dopo averlo visto vi sentirete meglio ma a me è tornata un po' di speranza nei confronti dell'umanità intera!
Di David Wenham (John Brierley), Nicole Kidman (Sue Brierley) e Rooney Mara (Lucy) ho già parlato ai rispettivi link.
Garth Davis è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto prevalentemente serie TV a me sconosciute. Ha un film in uscita.
Dev Patel interpreta Saroo Brierley. Inglese, ha partecipato a film come The Millionaire, L'ultimo dominatore dell'aria, Marigold Hotel e Ritorno al Marigold Hotel. Anche produttore, ha 27 anni e un film in uscita.
Trama: il piccolo Saroo, nato e cresciuto in un villaggio sperduto dell'India, rimane bloccato su un treno e si perde a Calcutta dopo aver percorso 1600 chilometri. Dopo alterne vicende viene adottato dai coniugi Brierley e portato in Australia ma, crescendo, decide di ritrovare la madre e il fratello...
Chissà dove sarebbe finito Proust se invece di una madeleine avesse addentato un jalebi? Probabilmente da un cerusico dell'epoca, col palato offeso da un cibo simile, mentre invece il protagonista di Lion viene soverchiato dai ricordi di un passato sepolto per trent'anni e si ritrova a cominciare la sua Ricerca del tempo perduto con l'ausilio indispensabile di Google Earth. Tié, Proust, beccati questa! Quest'introduzione al limite dell'imbecillità è messa per dissimulare il fatto che Lion, neanche a dirlo, mi ha ridotta ad uno straccio lacrimante, soprattutto nella prima parte del film, interamente dedicata alle disavventure del piccolo Saroo, separato dalla famiglia e perso nell'immensa Calcutta, dove tra rapitori di bambini, pedofili e miseria non si sa davvero quale sia la minaccia peggiore per un bimbo di soli cinque anni. La sceneggiatura di Lion - La strada verso casa costruisce il film non come un flashback ma come la storia di Saroo dal fatale giorno in cui si è ritrovato solo sul treno all'incontro con i futuri genitori, per poi focalizzarsi dopo un salto temporale sul ragazzo ormai adulto, improvvisamente ossessionato dai ricordi della famiglia lasciata in India e roso dal senso di colpa all'idea che madre e fratello lo stiano ancora cercando; la seconda parte del film si sviluppa come la storia di una ricerca forsennata, di un'ossessione durata anni, al prezzo della distruzione di un'armonia familiare faticosamente raggiunta, e sebbene meno commovente della prima è comunque impreziosita da alcuni momenti intensi legati al rapporto tra Saroo e la madre adottiva e, ovviamente, alla risoluzione dell'intera vicenda. Al di là della storia personale del protagonista, ho molto apprezzato come Lion faccia riflettere intensamente su questioni come l'adozione e l'importanza che essa può avere per bambini che hanno avuto la sfortuna di nascere in luoghi poveri o malsani. Indubbiamente, la famiglia originale di Saroo lo amava molto ma quale futuro avrebbe avuto il bambino se non avesse avuto la "sfortuna" di salire su un treno e andare lontano, se non avesse incontrato i Brierley e se Sue, nonostante la possibilità di avere figli suoi, non avesse scelto consapevolmente di dare amore e possibilità infinite a due dei migliaia di bimbi costretti a vivere negli orfanotrofi di tutto il mondo?
Per quanto possa sembrare un film stucchevole, costruito a tavolino per racimolare Oscar che probabilmente e (forse) giustamente non vincerà mai, già solo il fatto che spinga lo spettatore a porsi questo genere di domande lo rende ai miei occhi un film onesto e meritevole di venire apprezzato, nonostante la regia semplice e "classica" o qualche eccesso di retorica. C'è da dire inoltre che la prima parte di Lion ha una potenza cinematografica che è raro trovare al giorno d'oggi, soprattutto se si pensa che per almeno un'ora la pellicola è recitata in dialetto hindi e bengali e poggia quasi interamente sulle piccole spalle del grandissimo Sunny Pawar, un bimbo dallo sguardo talmente intenso e dal faccino così tenero che è impossibile non lasciarsi trasportare dalle sue terribili vicende. La seconda parte, come ho detto, è più "banale", se mi passate il termine: Dev Patel è molto bravo nel ruolo del Saroo adulto e Nicole Kidman, pur avendo ben poche scene a disposizione, regala una delle interpretazioni più intense e belle di questi ultimi anni in cui la sua stella pareva essersi un po' offuscata, soprattutto durante il confronto finale tra Sue e Saroo, commovente ed intelligente. Meno bene Rooney Mara, costretta invece nell'inutile personaggio di Lucy che, in pratica, altro non è che un amalgama di tutte le fidanzate che hanno accompagnato il vero Saroo nella ricerca della sua famiglia, probabilmente messo lì per dare un valore ancora più positivo al protagonista ma in definitiva assolutamente non necessario (ma davvero al giorno d'oggi per accentuare la moralità adamantina di una persona bisogna mostrarlo per anni con la stessa ragazza? Mah.). Peccato, perché Rooney Mara mi piace tantissimo e solitamente sceglie i suoi ruoli con maggiore oculatezza. A parte questo dettaglio, Lion - La strada verso casa è un film intenso e commovente che merita una visione; non so se dopo averlo visto vi sentirete meglio ma a me è tornata un po' di speranza nei confronti dell'umanità intera!
Di David Wenham (John Brierley), Nicole Kidman (Sue Brierley) e Rooney Mara (Lucy) ho già parlato ai rispettivi link.
Garth Davis è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto prevalentemente serie TV a me sconosciute. Ha un film in uscita.
Dev Patel interpreta Saroo Brierley. Inglese, ha partecipato a film come The Millionaire, L'ultimo dominatore dell'aria, Marigold Hotel e Ritorno al Marigold Hotel. Anche produttore, ha 27 anni e un film in uscita.
venerdì 10 febbraio 2017
Lupin III vs Detective Conan (2009)
Torna anche nel 2017 l'appuntamento con i film di Lupin (dai che ne mancano ancora "pochi"!!), oggi con un ospite d'eccezione, ovvero il saccente investigatorucolo inventato da Goushou Aoyama: preparatevi ad un post su Lupin III vs Detective Conan (ルパン三世VS名探偵コナン - Rupan Sansei vs Meitantei Konan), film TV diretto nel 2009 dal regista Hajime Kamegaki.
Trama: Lupin e Conan si ritrovano coinvolti nelle vicende del regno di Vespania dal momento in cui Lupin decide di rubare il tesoro nazionale mentre Conan cerca di salvare l'amica Ran, sosia della principessa del regno e per questo a rischio di venire uccisa da chi non la vorrebbe come regina...
Sinceramente? Lo ricordavo peggio. Dopo la camurria di Lupin III vs Detective Conan - The Movie avevo paura di riguardare il film TV che ha dato origine a questo scomodo crossover, invece alla fine mi sono divertita abbastanza, con tutti i limiti del caso, forse perché sto ricominciando ad interessarmi seriamente allo studio della lingua giapponese, chissà. O forse perché dopo una serie di film TV tutti uguali ho accolto con gioia persino il cambiamento inopportuno introdotto dalla creatura di Goushou Aoyama e dico inopportuno perché è anche grazie a questo crossover che Lupin si è ridotto ad essere il minkia de L'avventura italiana (ma a febbraio uscirà in Giappone Chikemuri no Ishikawa Goemon, col divino Takeshi Koike alla regia, e allora fuck! al Lupin per mocciosi!), tanto buonino come Lupo De' Lupis. Il film, a dire il vero, parte più come un caso alla Detective Conan che un'avventura di Lupin: durante una battuta di caccia muoiono la regina ed il principe di Vespania, la prima uccisa da un colpo di fucile e il secondo suicidatosi per il senso di colpa, convinto di avere sparato erroneamente alla madre. Stacco sulla principessa ormai orfana, casualmente identica a Ran e costretta ad un viaggio in Giappone nonostante le piovano addosso minacce dai ribelli, due elementi che portano allo scambio delle due ragazze e al coinvolgimento di Conan e Goro nelle vicende del regno e nelle indagini legate alla morte dei due. Cosa c'entrano Lupin e soci con tutto questo casino, dunque? Beh, Lupin è pronto a rubare la corona di Vespania, Jigen è stato introdotto a palazzo come guardia del corpo della principessa nonché sensei delle forze armate del paese e Fujiko, come al solito, è l'elemento imprevedibile del gruppo, mossa da scopi che conosce solo lei. Mancano solo Zenigata e Goemon i quali, purtroppo, hanno ben poco spazio (lo stesso vale per i comprimari di Detective Conan come l'ispettore Mori e il suo tirapiedi nescio ma vogliamo paragonarli? Ecco, no, per favore) in questa storia di omicidi, tentati furti, mattane giovanili e colpi di stato.
La trama, creata per far incontrare i personaggi principali delle due famosissime serie, non è altro che un pretesto ma, a parte un paio di problemini logici (se Jigen è la guardia del corpo della principessa perché non va con lei in Giappone ma rimane invece a grattarsi le balle in Vespania?), funziona: l'interazione tra il piccolo spaccamaroni con Lupin, Jigen e Fujiko, gli unici tre che entrano in contatto diretto con Conan, non è troppo forzata e rispetta le psicologie dei personaggi, dando anche il la a siparietti divertenti come la paternità coatta di Jigen, al quale viene appioppato il moccioso che gli resterà accozzato anche nel prossimo film, oppure il delirio finale nel quale il solito barbatrucco con cui Conan addormenta Goro e lo usa come marionetta per spiegare le dinamiche del delitto du jour non va proprio come dovrebbe andare. Accanto a queste cosette divertenti c'è però anche la fastidiosa necessità di rendere Lupin e soci "buoni" ed accettabili "colleghi temporanei" di Conan. Niente pistola a Jigen quindi, che viene sì identificato come killer ma nel film TV non tocca un'arma, niente furti per Lupin o Fujiko, la quale porta a casa solo i soldi per aver fatto da balia alla principessa, niente zozzerie a parte il remake della storica scena in cui Lupin cerca di saltare addosso a miss Mine per poi ritrovarsi in boxer spalmato contro un muro e un paio di dialoghi a sfondo "piccante" sul finale durante i quali, fuori campo, Fujiko prende in giro quello che, di fatto, è un adolescente nel corpo di un bambino quindi, probabilmente, non del tutto indifferente alle grazie della socia preferita di Lupin. L'animazione invece non è affatto male, l'unica pecca del film TV è il character design: i personaggi delle due serie mantengono ognuno i propri tratti distintivi e i comprimari inventati per l'occasione (tranne la principessa, identica a Ran) hanno ancora un altro stile, completamente diverso dai primi due. L'effetto è straniante e non molto bello a vedersi ma d'altronde è una scelta che affligge tutti i film TV diretti da Hajime Kamegaki, non solo i crossover con Detective Conan, e purtroppo bisogna prenderla così com'è. Comunque, Lupin III vs Detective Conan è un'operazione simpatica che non mancherà di fare felici i fan di entrambe le serie (se non sono rompiscatole come me) quindi ne consiglio il recupero!
Del regista Hajime Kamegaki ho già parlato QUI.
Nel 2013 è uscito nelle sale nipponiche Lupin III vs Detective Conan - The Movie, sequel diretto del film TV e distribuito anche dalle nostre parti: se il primo crossover vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete tutti gli altri film che trovate in QUESTO LISTONE.
Trama: Lupin e Conan si ritrovano coinvolti nelle vicende del regno di Vespania dal momento in cui Lupin decide di rubare il tesoro nazionale mentre Conan cerca di salvare l'amica Ran, sosia della principessa del regno e per questo a rischio di venire uccisa da chi non la vorrebbe come regina...
Sinceramente? Lo ricordavo peggio. Dopo la camurria di Lupin III vs Detective Conan - The Movie avevo paura di riguardare il film TV che ha dato origine a questo scomodo crossover, invece alla fine mi sono divertita abbastanza, con tutti i limiti del caso, forse perché sto ricominciando ad interessarmi seriamente allo studio della lingua giapponese, chissà. O forse perché dopo una serie di film TV tutti uguali ho accolto con gioia persino il cambiamento inopportuno introdotto dalla creatura di Goushou Aoyama e dico inopportuno perché è anche grazie a questo crossover che Lupin si è ridotto ad essere il minkia de L'avventura italiana (ma a febbraio uscirà in Giappone Chikemuri no Ishikawa Goemon, col divino Takeshi Koike alla regia, e allora fuck! al Lupin per mocciosi!), tanto buonino come Lupo De' Lupis. Il film, a dire il vero, parte più come un caso alla Detective Conan che un'avventura di Lupin: durante una battuta di caccia muoiono la regina ed il principe di Vespania, la prima uccisa da un colpo di fucile e il secondo suicidatosi per il senso di colpa, convinto di avere sparato erroneamente alla madre. Stacco sulla principessa ormai orfana, casualmente identica a Ran e costretta ad un viaggio in Giappone nonostante le piovano addosso minacce dai ribelli, due elementi che portano allo scambio delle due ragazze e al coinvolgimento di Conan e Goro nelle vicende del regno e nelle indagini legate alla morte dei due. Cosa c'entrano Lupin e soci con tutto questo casino, dunque? Beh, Lupin è pronto a rubare la corona di Vespania, Jigen è stato introdotto a palazzo come guardia del corpo della principessa nonché sensei delle forze armate del paese e Fujiko, come al solito, è l'elemento imprevedibile del gruppo, mossa da scopi che conosce solo lei. Mancano solo Zenigata e Goemon i quali, purtroppo, hanno ben poco spazio (lo stesso vale per i comprimari di Detective Conan come l'ispettore Mori e il suo tirapiedi nescio ma vogliamo paragonarli? Ecco, no, per favore) in questa storia di omicidi, tentati furti, mattane giovanili e colpi di stato.
La trama, creata per far incontrare i personaggi principali delle due famosissime serie, non è altro che un pretesto ma, a parte un paio di problemini logici (se Jigen è la guardia del corpo della principessa perché non va con lei in Giappone ma rimane invece a grattarsi le balle in Vespania?), funziona: l'interazione tra il piccolo spaccamaroni con Lupin, Jigen e Fujiko, gli unici tre che entrano in contatto diretto con Conan, non è troppo forzata e rispetta le psicologie dei personaggi, dando anche il la a siparietti divertenti come la paternità coatta di Jigen, al quale viene appioppato il moccioso che gli resterà accozzato anche nel prossimo film, oppure il delirio finale nel quale il solito barbatrucco con cui Conan addormenta Goro e lo usa come marionetta per spiegare le dinamiche del delitto du jour non va proprio come dovrebbe andare. Accanto a queste cosette divertenti c'è però anche la fastidiosa necessità di rendere Lupin e soci "buoni" ed accettabili "colleghi temporanei" di Conan. Niente pistola a Jigen quindi, che viene sì identificato come killer ma nel film TV non tocca un'arma, niente furti per Lupin o Fujiko, la quale porta a casa solo i soldi per aver fatto da balia alla principessa, niente zozzerie a parte il remake della storica scena in cui Lupin cerca di saltare addosso a miss Mine per poi ritrovarsi in boxer spalmato contro un muro e un paio di dialoghi a sfondo "piccante" sul finale durante i quali, fuori campo, Fujiko prende in giro quello che, di fatto, è un adolescente nel corpo di un bambino quindi, probabilmente, non del tutto indifferente alle grazie della socia preferita di Lupin. L'animazione invece non è affatto male, l'unica pecca del film TV è il character design: i personaggi delle due serie mantengono ognuno i propri tratti distintivi e i comprimari inventati per l'occasione (tranne la principessa, identica a Ran) hanno ancora un altro stile, completamente diverso dai primi due. L'effetto è straniante e non molto bello a vedersi ma d'altronde è una scelta che affligge tutti i film TV diretti da Hajime Kamegaki, non solo i crossover con Detective Conan, e purtroppo bisogna prenderla così com'è. Comunque, Lupin III vs Detective Conan è un'operazione simpatica che non mancherà di fare felici i fan di entrambe le serie (se non sono rompiscatole come me) quindi ne consiglio il recupero!
Del regista Hajime Kamegaki ho già parlato QUI.
Nel 2013 è uscito nelle sale nipponiche Lupin III vs Detective Conan - The Movie, sequel diretto del film TV e distribuito anche dalle nostre parti: se il primo crossover vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete tutti gli altri film che trovate in QUESTO LISTONE.
giovedì 9 febbraio 2017
(Gio) WE, Bolla! del 9/2/2017
Buon giovedì a tutti! Non sentite anche voi questo mojo spaventevole? Non sentite un gigantesco richiamo seSuale? No, non è tornato Austin Powers (magari!), ma la settimana prossima è San Valentino e sento dunque odore di sfumature! Fortunatamente, per chi di noi ha ancora qualche neurone che gira, ci sono anche altre uscite cinematografiche... ENJOY!
Cinquanta sfumature di nero
Lego Batman - Il film
Incarnate - Non potrai nasconderti
Drammi medicali al cinema d'élite!
150 milligrammi
Cinquanta sfumature di nero
Reazione a caldo: Ah! Orgh! Ah, scusate...
Bolla, rifletti!: Mamma mia, dopo il grigio (Gandalf), il nero (Darth Vader?). Troppa sessualità tutta assieme. Come dite? Stavolta c'è meno sesso e più aMMore? E cosa diavolo andiamo al cinema a fare??? VergoNia!1111!11111!1Lego Batman - Il film
Reazione a caldo: Hm!!!
Bolla, rifletti!: Sembrerebbe molto carino ma mi manca ancora Lego Movie quindi credo che lo recupererò con calma più avanti. Anche perché, sinceramente, non essendo fan di Batman, probabilmente non capirei nemmeno un quarto delle citazioni.Incarnate - Non potrai nasconderti
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Mi sembra una belinata in salsa demoniaca ma è un horror e tanto basta, vuoi non andarlo a vedere? E poi ho bisogno di una pausa da tutti i drammoni visti in preparazione agli Oscar...Drammi medicali al cinema d'élite!
150 milligrammi
Reazione a caldo: Ansia!
Bolla, rifletti!: Tratto da una storia vera, 150 millimetri è un film di impegno civile imperniato sullo strapotere delle cause farmaceutiche. Sembra molto interessante ma mi servono cose leggere, quindi lo recupererò in futuro...
mercoledì 8 febbraio 2017
La battaglia di Hacksaw Ridge (2016)
Forte delle sue sei nomination all'Oscar (Miglior Film, Andrew Garfield Miglior Attore Protagonista, Miglior Regia, Miglior Montaggio, Miglior Sonoro, Miglior Montaggio Sonoro), è stato anticipato dalla distribuzione italiana e la settimana scorsa è approdato nel Bel Paese La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge), diretto nel 2016 dal regista Mel Gibson.
Trama: durante la seconda guerra mondiale, Desmond Doss si arruola nell'esercito americano come medico, rifiutando tuttavia di portare con sé un fucile o di uccidere i nemici. Nonostante le rimostranze dei superiori, il soldato riuscirà comunque ad andare in guerra ad Okinawa e a tenere fede alle sue convinzioni...
Strana la storia di Desmond Doss. Uno pensa che gli obiettori di coscienza non desiderino andare in guerra e ritengano sia meglio mettersi al servizio della comunità in altri modi, rimanendo comunque sul suolo patrio, invece questo ragazzo della Virginia aveva un enorme desiderio di affiancare i suoi compatrioti in battaglia e provava un enorme senso di colpa all'idea di restarsene al sicuro. Come conciliare dunque le fortissime credenze religiose di un Avventista del settimo giorno e le necessità dell'esercito? Semplice: andando in guerra senza fucile, come medico, rischiando la propria vita e molto probabilmente anche quella degli altri. Solo che la scelta di Desmond Doss è stata tutt'altro che semplice, come potete immaginare, e il film di Mel Gibson ce la racconta senza eccessi di retorica né elogi del superuomo (anzi, pare che nell'ultima battaglia prima di venire congedato il soldato Doss, benché ferito dalle schegge di una mina, abbia lasciato il posto sulla barella ad un suo commilitone e abbia aspettato i soccorsi per alcune ore, episodio che Gibson ha scelto di non mostrare perché "difficilmente il pubblico ci avrebbe creduto"), focalizzando l'attenzione sul Credo inflessibile di un ragazzo al tempo stesso patriota ed altruista, sicuramente ingenuo ma anche molto coraggioso, con una prima parte di pellicola dedicata al difficile periodo passato da Desmond in un campo d'addestramento dell'esercito e una seconda in cui l'orrore della guerra viene sbattuto in faccia allo spettatore con la crudezza di cui solo il regista australiano è capace. Benché sia stato tacciato di fascismo, il bello de La battaglia di Hacksaw Ridge è che non elogia la guerra, anzi. La figura di Tom Doss, padre di Desmond, potrà anche sembrare un personaggio aggiunto tanto per dare colore e un trauma infantile al protagonista, eppure è palese come questo reduce disperato, alcoolizzato e desideroso di morire ribadisca l'inutilità dei conflitti armati e l'enorme prezzo pagato da chi, ferito nel fisico o nell'animo, non riesce più a vivere un'esistenza normale. Al limite, si può discutere della valenza di un personaggio ambiguo come quello di Desmond ma qui dipende dalla soggettività dello spettatore e dalla sua disponibilità ad accettare l'esistenza di un uomo che ha effettivamente vissuto le esperienze descritte nel film e compiuto determinate scelte.
E' indubbio, infatti, che Mel Gibson celebri Desmond Ross e renda omaggio al primo obiettore di coscienza decorato con la Medal of Honor, tuttavia non si può negare che le azioni di questo soldato fossero paradossali, come viene più volte sottolineato nel corso della pellicola. Andare in guerra come medico, benché giurando di non uccidere nessuno e di salvare vite umane, significa comunque appoggiare le azioni di chi combatte e chiudere gli occhi davanti alla morte di migliaia di individui, amici o nemici che siano, senza contare il rischio di diventare un ulteriore peso per i commilitoni che non possono venire difesi e che, in qualche modo, devono comunque difendere il medico. Certo, questo è il ragionamento di chi vive nel 2016 e non ha mai provato sulla pelle un conflitto armato, mentre è chiaro che la seconda guerra mondiale è stato uno sconvolgimento capace di mandare a gambe all'aria retorica, pacifismi e buonismi, quindi tanto di cappello a chi ha avuto il coraggio di "fare il suo dovere nei confronti del proprio Paese" e salvare quante più persone possibili (alla fine del film ci sono dei filmati originali che mostrano Desmond Ross in tempi recentissimi; al netto della follia religiosa, mi fossi trovata davanti quest'uomo lo avrei abbracciato come un nonno, altro che apologia del fascismo). Tanto di cappello anche a Mel Gibson, che è riuscito a girare un film interessante, pieno di momenti in qualche modo toccanti e con delle sequenze di battaglia realistiche, ben definite, a tratti difficili da sostenere ma incredibilmente belle dal punto di vista della regia. L'incubo (altro che battaglia) di Hacksaw Ridge è degno di un Train to Busan, con i giapponesi che escono a frotte, come ratti o zombie, dai tunnel sotterranei e cominciano a falciare soldati senza pietà, mentre a noi spettatori non resta che sentire sulla pelle ogni goccia di sangue, il fango, il sudore e il dolore di questi esseri umani ridotti a sacchi sanguinolenti, impossibilitati a contrastare un nemico che mette davanti al proprio benessere quello del paese (anche la scena del seppuku è parecchio impressionante). Quindi bravissimo Mel Gibson e bravo anche Andrew Garfield, molto intenso nei panni di Desmond Doss, nonostante come attore continui a preferirgli altri. La battaglia di Hacksaw Ridge non è magari un film di guerra all'altezza del più volte citato Full Metal Jacket (Vince Vughn dev'esserselo guardato più di una volta in preparazione al ruolo del Sergente Howell) ma è comunque un grande film che merita almeno una visione, possibilmente su grande schermo per godere appieno dell'orribile spettacolo della guerra.
Del regista Mel Gibson ho già parlato QUI. Andrew Garfield (Desmond Doss), Hugo Weaving (Tom Doss), Rachel Griffiths (Bertha Doss), Teresa Palmer (Dorothy Schutte), Vince Vaughn (Sergente Howell) e Sam Worthington (Capitano Glover) li trovate invece ai rispettivi link.
Se La battaglia di Hacksaw Ridge vi fosse piaciuto recuperate American Sniper, Salvate il soldato Ryan e l'immancabile Full Metal Jacket. ENJOY!
Trama: durante la seconda guerra mondiale, Desmond Doss si arruola nell'esercito americano come medico, rifiutando tuttavia di portare con sé un fucile o di uccidere i nemici. Nonostante le rimostranze dei superiori, il soldato riuscirà comunque ad andare in guerra ad Okinawa e a tenere fede alle sue convinzioni...
Strana la storia di Desmond Doss. Uno pensa che gli obiettori di coscienza non desiderino andare in guerra e ritengano sia meglio mettersi al servizio della comunità in altri modi, rimanendo comunque sul suolo patrio, invece questo ragazzo della Virginia aveva un enorme desiderio di affiancare i suoi compatrioti in battaglia e provava un enorme senso di colpa all'idea di restarsene al sicuro. Come conciliare dunque le fortissime credenze religiose di un Avventista del settimo giorno e le necessità dell'esercito? Semplice: andando in guerra senza fucile, come medico, rischiando la propria vita e molto probabilmente anche quella degli altri. Solo che la scelta di Desmond Doss è stata tutt'altro che semplice, come potete immaginare, e il film di Mel Gibson ce la racconta senza eccessi di retorica né elogi del superuomo (anzi, pare che nell'ultima battaglia prima di venire congedato il soldato Doss, benché ferito dalle schegge di una mina, abbia lasciato il posto sulla barella ad un suo commilitone e abbia aspettato i soccorsi per alcune ore, episodio che Gibson ha scelto di non mostrare perché "difficilmente il pubblico ci avrebbe creduto"), focalizzando l'attenzione sul Credo inflessibile di un ragazzo al tempo stesso patriota ed altruista, sicuramente ingenuo ma anche molto coraggioso, con una prima parte di pellicola dedicata al difficile periodo passato da Desmond in un campo d'addestramento dell'esercito e una seconda in cui l'orrore della guerra viene sbattuto in faccia allo spettatore con la crudezza di cui solo il regista australiano è capace. Benché sia stato tacciato di fascismo, il bello de La battaglia di Hacksaw Ridge è che non elogia la guerra, anzi. La figura di Tom Doss, padre di Desmond, potrà anche sembrare un personaggio aggiunto tanto per dare colore e un trauma infantile al protagonista, eppure è palese come questo reduce disperato, alcoolizzato e desideroso di morire ribadisca l'inutilità dei conflitti armati e l'enorme prezzo pagato da chi, ferito nel fisico o nell'animo, non riesce più a vivere un'esistenza normale. Al limite, si può discutere della valenza di un personaggio ambiguo come quello di Desmond ma qui dipende dalla soggettività dello spettatore e dalla sua disponibilità ad accettare l'esistenza di un uomo che ha effettivamente vissuto le esperienze descritte nel film e compiuto determinate scelte.
E' indubbio, infatti, che Mel Gibson celebri Desmond Ross e renda omaggio al primo obiettore di coscienza decorato con la Medal of Honor, tuttavia non si può negare che le azioni di questo soldato fossero paradossali, come viene più volte sottolineato nel corso della pellicola. Andare in guerra come medico, benché giurando di non uccidere nessuno e di salvare vite umane, significa comunque appoggiare le azioni di chi combatte e chiudere gli occhi davanti alla morte di migliaia di individui, amici o nemici che siano, senza contare il rischio di diventare un ulteriore peso per i commilitoni che non possono venire difesi e che, in qualche modo, devono comunque difendere il medico. Certo, questo è il ragionamento di chi vive nel 2016 e non ha mai provato sulla pelle un conflitto armato, mentre è chiaro che la seconda guerra mondiale è stato uno sconvolgimento capace di mandare a gambe all'aria retorica, pacifismi e buonismi, quindi tanto di cappello a chi ha avuto il coraggio di "fare il suo dovere nei confronti del proprio Paese" e salvare quante più persone possibili (alla fine del film ci sono dei filmati originali che mostrano Desmond Ross in tempi recentissimi; al netto della follia religiosa, mi fossi trovata davanti quest'uomo lo avrei abbracciato come un nonno, altro che apologia del fascismo). Tanto di cappello anche a Mel Gibson, che è riuscito a girare un film interessante, pieno di momenti in qualche modo toccanti e con delle sequenze di battaglia realistiche, ben definite, a tratti difficili da sostenere ma incredibilmente belle dal punto di vista della regia. L'incubo (altro che battaglia) di Hacksaw Ridge è degno di un Train to Busan, con i giapponesi che escono a frotte, come ratti o zombie, dai tunnel sotterranei e cominciano a falciare soldati senza pietà, mentre a noi spettatori non resta che sentire sulla pelle ogni goccia di sangue, il fango, il sudore e il dolore di questi esseri umani ridotti a sacchi sanguinolenti, impossibilitati a contrastare un nemico che mette davanti al proprio benessere quello del paese (anche la scena del seppuku è parecchio impressionante). Quindi bravissimo Mel Gibson e bravo anche Andrew Garfield, molto intenso nei panni di Desmond Doss, nonostante come attore continui a preferirgli altri. La battaglia di Hacksaw Ridge non è magari un film di guerra all'altezza del più volte citato Full Metal Jacket (Vince Vughn dev'esserselo guardato più di una volta in preparazione al ruolo del Sergente Howell) ma è comunque un grande film che merita almeno una visione, possibilmente su grande schermo per godere appieno dell'orribile spettacolo della guerra.
Del regista Mel Gibson ho già parlato QUI. Andrew Garfield (Desmond Doss), Hugo Weaving (Tom Doss), Rachel Griffiths (Bertha Doss), Teresa Palmer (Dorothy Schutte), Vince Vaughn (Sergente Howell) e Sam Worthington (Capitano Glover) li trovate invece ai rispettivi link.
Se La battaglia di Hacksaw Ridge vi fosse piaciuto recuperate American Sniper, Salvate il soldato Ryan e l'immancabile Full Metal Jacket. ENJOY!
martedì 7 febbraio 2017
Smetto quando voglio: Masterclass (2017)
Lo aspettavo più di La La Land e, alla faccia della febbre da Oscar che ha portato gli spettatori a guardare La battaglia di Hacksaw Ridge, sabato sono corsa a vedere Smetto quando voglio: Masterclass, diretto e co-sceneggiato da Sidney Sibilia.
Trama: accusati di svariati crimini, i membri della cosiddetta "banda dei ricercatori" si riuniscono per aiutare la polizia a stroncare sul nascere il traffico di smart drugs, con esisti imprevedibili...
Smetto quando voglio è stato uno di quei film che nel 2014 mi aveva folgorata e, come ben sapete, è MOLTO raro che un film italiano mi faccia questo effetto. La magica combinazione tra sceneggiatura esilarante, regia accattivante ed interpreti effettivamente molto bravi era riuscita nella non facile impresa di entusiasmarmi parecchio e quando è uscita la notizia di un sequel (assieme al quale è stato girato in contemporanea, alla Matrix, il terzo capitolo della saga, che chissà quando uscirà però!), confermata poi dai trailer, il mio fanciullino interiore è esploso di felicità. Ma, per restare in tema Matrix, questo Masterclass è maffo come Matrix Reloaded ed è riuscito a spalancare le porte del diludendo? Assolutamente no! Il secondo capitolo della saga dedicata alla banda dei ricercatori ha le stesse caratteristiche positive del primo film ma è in qualche modo più "rilassato": conoscendo il "gioco" da cui è partito tutto, gli sceneggiatori hanno investito Pietro e soci di una specie di aura supereroistica, votandoli alla causa del bene e trasformandoli in una task force speciale impegnata a riconoscere e debellare quelle stesse smart drugs che li avevano arricchiti nel primo film. L'intento di critica sociale è quindi venuto un po' meno e il piglio del film è diventato più avventuroso, tanto che gli stessi personaggi ammettono ad un certo punto di preferire la vita sregolata della banda a quella precedente, in quanto finalmente le loro capacità vengono messe al servizio di un bene più grande, ma quello che non è diminuito è il divertimento dello spettatore. Senza fare troppi spoiler, allo zoccolo duro della banda vengono aggiunti un paio di altri membri i quali, a mio avviso, sono un po' il punto debole del film (non che non siano simpatici ma tolgono spazio a beniamini quali per esempio Mattia, Arturo e Bartolomeo) e il tutto viene reso ancora più interessante perché Masterclass è costruito come un lunghissimo flashback che racconta parte di ciò che è accaduto a Pietro e soci tra l'arresto e la nascita del figlio suo e di Giulia, pargoletto che vediamo alla fine del primo film.
Aggiungere altro sulla trama sarebbe un delitto, anche perché sul finale Masterclass prende una direzione ancora diversa, quindi spenderò giusto un paio di parole sulla realizzazione. Per quel che riguarda la regia, Sydney Sibilia riprende lo stile "acido" e moderno del primo film, abbondando in panoramiche rapide, primissimi piani, prospettive "strane" e omaggi ad altre pellicole sullo stesso filone: personalmente, ho apprezzato tantissimo la citazione di A Scanner Darkly di Richard Linklater, con l'introduzione della tecnica del rotoscoping in un momento assolutamente calzante. Il montaggio serrato, la fotografia carica e la colonna sonora (un mix di musiche d'atmosfera e successi punkettoni) fanno il resto e rendono Masterclass un prodotto tecnicamente superiore rispetto alla media delle commedie italiane che ci vengono propinate mensilmente, in più questa volta c'è stato un aumento dei budget per quello che riguarda scenografie ed effetti speciali e si vede (la sequenza finale sul treno e l'inseguimento all'interno del parco archeologico sono realizzati benissimo). Gli attori, dal canto loro, sembrano ormai perfettamente a loro agio con i personaggi interpretati e vederli azzuffarsi sullo schermo è come avere davanti dei vecchi amici, magari un po' più colti, con i quali cazzeggiare la sera; se Edoardo Leo, Fresi e i già citati Valerio Aprea, Libero De Rienzo e Lorenzo Lavia, ai quali vanno aggiunti gli immancabili e fantastici Pietro Sermonti e Paolo Calabresi, danno come sempre il bianco, le nuove aggiunte non sono male (soprattutto l'avvocato esperto in diritto canonico!) e l'unico neo del cast restano come sempre le pochissime quote rosa, poco incisive se paragonate ai colleghi uomini. Insomma, la banda dei ricercatori è tornata alla grande e l'unico vero difetto del film è l'attesa di Smetto quando voglio - Ad Honorem che, sinceramente, avrei voluto guardare appena finito Masterclass. Non farmi aspettare troppo, Sydney!!
Del regista e co-sceneggiatore Sydney Sibilia ho già parlato QUI. Edoardo Leo (Pietro Zinni), Paolo Calabresi (Arturo), Libero De Rienzo (Bartolomeo), Pietro Sermonti (Andrea) e Valeria Solarino (Giulia) li trovate invece ai rispettivi link.
Stefano Fresi interpreta Alberto Petrelli. Nato a Roma, ha partecipato a film come Almost Blue, Romanzo criminale, La prima volta (di mia figlia) e Al posto tuo. Anche compositore, ha 42 anni e un film in uscita, l'imminente Smetto quando voglio: Ad Honorem.
Valerio Aprea interpreta Mattia Argeri. Nato a Roma, ha partecipato a film come Nessuno mi può giudicare, Boris - Il film, Smetto quando voglio e a serie come La squadra, Incantesimo 4, Il maresciallo Rocca e Boris. Ha 49 anni e un film in uscita, Smetto quando voglio: Ad honorem.
Lorenzo Lavia interpreta Giorgio. Nato a Roma, figlio di Gabriele Lavia, ha partecipato a film come La lupa, Smetto quando voglio e a serie come Don Matteo. Ha 45 anni e un film in uscita, Smetto quando voglio: Ad honorem.
Luigi Lo Cascio interpreta Walter Mercurio. Nato a Palermo, lo ricordo per film come I cento passi, La meglio gioventù e Buongiorno notte. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita, tra i quali Smetto quando voglio: Ad honorem.
Greta Scarano interpreta Paola Coletti. Nata a Roma, ha partecipato a film come Suburra e a serie quali Don Matteo, Romanzo criminale - La serie e Squadra antimafia. Ha 29 anni.
Rosario Lisma, che interpreta l'avvocato Arturo, era stato il padre del protagonista nel film La mafia uccide solo d'estate. Del film esiste anche un fumetto uscito la settimana scorsa in allegato alla Gazzetta dello sport, scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Giacomo Bevilacqua; l'ho preso e sinceramente non è nulla di che ma come gadget è una cosa simpatica, anche perché si trova con quattro diverse cover variant. Meglio recuperare Smetto quando voglio se vi fosse piaciuto Masterclass e attendere con gioia Ad Honorem! ENJOY!
Trama: accusati di svariati crimini, i membri della cosiddetta "banda dei ricercatori" si riuniscono per aiutare la polizia a stroncare sul nascere il traffico di smart drugs, con esisti imprevedibili...
Smetto quando voglio è stato uno di quei film che nel 2014 mi aveva folgorata e, come ben sapete, è MOLTO raro che un film italiano mi faccia questo effetto. La magica combinazione tra sceneggiatura esilarante, regia accattivante ed interpreti effettivamente molto bravi era riuscita nella non facile impresa di entusiasmarmi parecchio e quando è uscita la notizia di un sequel (assieme al quale è stato girato in contemporanea, alla Matrix, il terzo capitolo della saga, che chissà quando uscirà però!), confermata poi dai trailer, il mio fanciullino interiore è esploso di felicità. Ma, per restare in tema Matrix, questo Masterclass è maffo come Matrix Reloaded ed è riuscito a spalancare le porte del diludendo? Assolutamente no! Il secondo capitolo della saga dedicata alla banda dei ricercatori ha le stesse caratteristiche positive del primo film ma è in qualche modo più "rilassato": conoscendo il "gioco" da cui è partito tutto, gli sceneggiatori hanno investito Pietro e soci di una specie di aura supereroistica, votandoli alla causa del bene e trasformandoli in una task force speciale impegnata a riconoscere e debellare quelle stesse smart drugs che li avevano arricchiti nel primo film. L'intento di critica sociale è quindi venuto un po' meno e il piglio del film è diventato più avventuroso, tanto che gli stessi personaggi ammettono ad un certo punto di preferire la vita sregolata della banda a quella precedente, in quanto finalmente le loro capacità vengono messe al servizio di un bene più grande, ma quello che non è diminuito è il divertimento dello spettatore. Senza fare troppi spoiler, allo zoccolo duro della banda vengono aggiunti un paio di altri membri i quali, a mio avviso, sono un po' il punto debole del film (non che non siano simpatici ma tolgono spazio a beniamini quali per esempio Mattia, Arturo e Bartolomeo) e il tutto viene reso ancora più interessante perché Masterclass è costruito come un lunghissimo flashback che racconta parte di ciò che è accaduto a Pietro e soci tra l'arresto e la nascita del figlio suo e di Giulia, pargoletto che vediamo alla fine del primo film.
Aggiungere altro sulla trama sarebbe un delitto, anche perché sul finale Masterclass prende una direzione ancora diversa, quindi spenderò giusto un paio di parole sulla realizzazione. Per quel che riguarda la regia, Sydney Sibilia riprende lo stile "acido" e moderno del primo film, abbondando in panoramiche rapide, primissimi piani, prospettive "strane" e omaggi ad altre pellicole sullo stesso filone: personalmente, ho apprezzato tantissimo la citazione di A Scanner Darkly di Richard Linklater, con l'introduzione della tecnica del rotoscoping in un momento assolutamente calzante. Il montaggio serrato, la fotografia carica e la colonna sonora (un mix di musiche d'atmosfera e successi punkettoni) fanno il resto e rendono Masterclass un prodotto tecnicamente superiore rispetto alla media delle commedie italiane che ci vengono propinate mensilmente, in più questa volta c'è stato un aumento dei budget per quello che riguarda scenografie ed effetti speciali e si vede (la sequenza finale sul treno e l'inseguimento all'interno del parco archeologico sono realizzati benissimo). Gli attori, dal canto loro, sembrano ormai perfettamente a loro agio con i personaggi interpretati e vederli azzuffarsi sullo schermo è come avere davanti dei vecchi amici, magari un po' più colti, con i quali cazzeggiare la sera; se Edoardo Leo, Fresi e i già citati Valerio Aprea, Libero De Rienzo e Lorenzo Lavia, ai quali vanno aggiunti gli immancabili e fantastici Pietro Sermonti e Paolo Calabresi, danno come sempre il bianco, le nuove aggiunte non sono male (soprattutto l'avvocato esperto in diritto canonico!) e l'unico neo del cast restano come sempre le pochissime quote rosa, poco incisive se paragonate ai colleghi uomini. Insomma, la banda dei ricercatori è tornata alla grande e l'unico vero difetto del film è l'attesa di Smetto quando voglio - Ad Honorem che, sinceramente, avrei voluto guardare appena finito Masterclass. Non farmi aspettare troppo, Sydney!!
Del regista e co-sceneggiatore Sydney Sibilia ho già parlato QUI. Edoardo Leo (Pietro Zinni), Paolo Calabresi (Arturo), Libero De Rienzo (Bartolomeo), Pietro Sermonti (Andrea) e Valeria Solarino (Giulia) li trovate invece ai rispettivi link.
Stefano Fresi interpreta Alberto Petrelli. Nato a Roma, ha partecipato a film come Almost Blue, Romanzo criminale, La prima volta (di mia figlia) e Al posto tuo. Anche compositore, ha 42 anni e un film in uscita, l'imminente Smetto quando voglio: Ad Honorem.
Valerio Aprea interpreta Mattia Argeri. Nato a Roma, ha partecipato a film come Nessuno mi può giudicare, Boris - Il film, Smetto quando voglio e a serie come La squadra, Incantesimo 4, Il maresciallo Rocca e Boris. Ha 49 anni e un film in uscita, Smetto quando voglio: Ad honorem.
Lorenzo Lavia interpreta Giorgio. Nato a Roma, figlio di Gabriele Lavia, ha partecipato a film come La lupa, Smetto quando voglio e a serie come Don Matteo. Ha 45 anni e un film in uscita, Smetto quando voglio: Ad honorem.
Luigi Lo Cascio interpreta Walter Mercurio. Nato a Palermo, lo ricordo per film come I cento passi, La meglio gioventù e Buongiorno notte. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita, tra i quali Smetto quando voglio: Ad honorem.
Greta Scarano interpreta Paola Coletti. Nata a Roma, ha partecipato a film come Suburra e a serie quali Don Matteo, Romanzo criminale - La serie e Squadra antimafia. Ha 29 anni.
Rosario Lisma, che interpreta l'avvocato Arturo, era stato il padre del protagonista nel film La mafia uccide solo d'estate. Del film esiste anche un fumetto uscito la settimana scorsa in allegato alla Gazzetta dello sport, scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Giacomo Bevilacqua; l'ho preso e sinceramente non è nulla di che ma come gadget è una cosa simpatica, anche perché si trova con quattro diverse cover variant. Meglio recuperare Smetto quando voglio se vi fosse piaciuto Masterclass e attendere con gioia Ad Honorem! ENJOY!
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