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venerdì 7 novembre 2025

Bugonia (2025)

Ho aspettato tantissimo, per i miei standard, ma fortunatamente il Multisala ha tenuto in programmazione Bugonia, l'ultimo film diretto da Yorgos Lanthimos, abbastanza perché potessi andarlo a vedere.


Trama: Teddy e Don, fermamente convinti che la Terra sia stata invasa da alieni responsabili di ogni male che affligge il pianeta, rapiscono la CEO di una multinazionale farmaceutica...


Cominciamo con un momento culturale, e spieghiamo cosa significa la parola "Bugonia". Il termine deriva da un episodio delle Georgiche di Virgilio e descrive un fenomeno per cui, dalle carcasse di tori, nascono delle api vive. Le api sono molto importanti per il film di Lanthimos, in quanto sono il termometro della salute del nostro pianeta, e la loro estinzione significherebbe l'inizio della sua lenta morte; la "bugonia", inoltre, si collega direttamente al finale del film, ma lì entrerei nel territorio dello spoiler e sarebbe meglio evitare. Torniamo alle api. Sono decenni che questi importantissimi insetti, che assicurano la proliferazione delle piante attraverso l'impollinazione, diminuiscono costantemente, a causa dell'inquinamento, delle malattie, del cambiamento climatico. Il protagonista di Bugonia, Teddy, le alleva ed è quindi dolorosamente consapevole di quanto, col tempo, siano diventate fragili. Questa consapevolezza è un ulteriore tassello atto a comprovare la sua teoria: la Terra è segretamente manipolata da alieni che stanno facendo di tutto per uccidere gli umani e distruggere il pianeta, avvelenando in primis le api. Gli alieni sono anche particolarmente "fissati" con Teddy, la cui vita è un inferno fatto di morte, malattia, povertà e disagio proprio per colpa loro. La forte personalità di Teddy, alimentata da podcast, siti e video a tema complottista, gli consente di convertire alla causa il suo unico amico, il problematico Don, il quale decide di aiutare Teddy a rapire Michelle, CEO di una multinazionale farmaceutica, sospettata di essere un'aliena in incognito. La prima metà di Bugonia è interamente imperniata sullo scontro tra le granitiche, folli convinzioni di Teddy e la pragmaticità arrogante di Michelle, un confronto tra due persone egoriferite e non particolarmente gradevoli, che pongono lo spettatore in una posizione scomoda. Da una parte, Teddy e soprattutto Don fanno pena, sono due animi solitari che cercano dei capri espiatori per una vita orrenda, squallida (di Don non sappiamo nulla ma Teddy ha visto tutti i membri della sua famiglia ammalarsi o morire, e ha subito sevizie durante l'infanzia); razionalmente, non si può dare la colpa della loro condizione a chi, come Michelle, dalla vita ha avuto tutto, ma viene anche il nervoso a pensare che queste persone non facciano comunque niente per aiutare i poveri disgraziati, anzi, fanno soldi sulla pelle di quelli come loro. Dall'altra parte, però, anche Michelle fa pena, perché le accuse che le vengono rivolte non sono razionali, ed è angosciante pensare che la sua logica rischi di condannarla a subire violenze o a morire per mano di chi è perso in un mondo completamente distorto. In seguito, i punti di vista di Bugonia si fanno ancora più estremi e grotteschi, un continuo avvicendarsi di rivelazioni scioccanti che prendono alla sprovvista lo spettatore, il quale si ritrova a dover testimoniare una situazione che precipita senza possibilità di recupero, una serie di casualità tali che ogni lotta razionale per la salvezza dell'umanità risulta non solo inutile, ma anche dannosa.


Non ho mai visto Save the Green Planet!, di cui questo Bugonia è un remake, quindi non posso fare paragoni, ma il grottesco thriller di Lanthimos è leggermente meno glaciale dei suoi precedenti lavori, veicola una rabbia grezza che probabilmente fallisce nel trovare un vero obiettivo verso cui rivolgersi, e lascia spiazzati perché, a parer mio, si chiude con un tragico afflato di speranza, dopo essersi un po' perso in un prefinale troppo squilibrato sui toni della commedia nera. Pur non essendo il film che preferisco di Lanthimos, è un'opera che affascina, creando un mondo "parallelo" radicato in una realtà tristemente verosimile e conosciuta. Parte di questa alterità si ritrova nello score di Jerskin Fendrix, perfetto per un film di fantascienza, il resto deriva tutto da un allucinante combinazione tra la scelta di girare in Vista Vision, che rende ogni sequenza di Bugonia incredibilmente nitida, e i movimenti di camera e le inquadrature sghembe tipici di Lanthimos, un mix che non solo crea un ironico distacco verso la scenografica violenza spesso mostrata, ma sfida anche le percezioni dello spettatore dando l'illusione che lo schermo si stringa e si allunghi, deformando la realtà. A questa sensazione di avere davanti un warp si unisce la claustrofobia derivante da uno dei due ambienti creati dal geniale scenografo James Price, la cantina di Teddy (l'altro è il delirio rivelatorio di vetro e forme geometriche dove lavora Michelle), dove si svolge buona parte del film. All'interno della cantina, la cinepresa di Lanthimos evita panoramiche troppo ampie e si concentra essenzialmente a riempire l'inquadratura coi volti dei due contendenti, i quali offrono due performance tra le migliori delle loro carriere. Jesse Plemons, ripreso quasi sempre dal basso a sottolinearne l'aggressività, è una bomba pronta a esplodere, un uomo in grado di alternare una lucida follia addomesticata a podcast cretini e una furia che lo rende un mostro bruciato dal sole; Emma Stone, al contrario ripresa dall'alto e quindi messa in una condizione di "sottomissione", sembra davvero un'aliena, con quegli occhioni enormi, il viso pallido e la testa rasata, ma la fredda determinazione che le brucia nello sguardo è la cosa forse più inquietante di tutto il film. Nel mezzo, un attore con reali problemi di autismo, Aidan Delbis, che non si limita a fare da cuscinetto, ma con la sua interpretazione realistica e misurata enfatizza ancora più l'orrore derivante da estremismi egoistici che hanno ben poca attenzione per coloro che dicono di voler difendere. La presenza di Delbis è il valore aggiunto di un film che scava in scomode magagne sociali, meritevole di una visione anche se non siete fan dello stile spesso involuto del regista, perché Bugonia mi è parso una delle sue opere più "accessibili".


Del regista Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Jesse Plemons (Teddy), Emma Stone (Michelle) e Alicia Silverstone (Sandy) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film è il remake di Save the Green Planet!, che ora mi toccherà vedere e che vi consiglio di recuperare, se Bugonia vi è piaciuto. ENJOY!

venerdì 21 giugno 2024

Kinds of Kindness (2024)

In ritardo rispetto al mondo, per colpa della durata elefantiaca, sono riuscita a recuperare al cinema Kind of Kindness, diretto e co-sceneggiato dal regista Yorgos Lanthimos.


Trama: nel primo episodio un uomo d'affari decide di liberarsi dalla pesante influenza del suo capo; nel secondo, un poliziotto viene assalito dal dubbio che la donna salvatasi dopo un incidente in mare non sia la sua vera moglie; nel terzo, i membri di una setta cercano il loro messia dai poteri miracolosi.


Benché Kinds of Kindness sia un film a episodi, ho deciso di non dedicare a ciascuno di essi un paragrafo come faccio di solito, soprattutto per evitare inutili spoiler a chi dovesse ancora vedere il film. In seconda istanza, preferisco prendere Kinds of Kindness come un'opera unica, profondamente legata ai primi lavori di Lanthimos, all'interno della quale si possono ritrovare tutti i temi che erano preponderanti nel grottesco Dogtooth. Proprio "grottesco" è l'aggettivo giusto per definire le vicende narrate nel film, all'interno del quale tre questioni profondamente serie e drammatiche offrono risvolti inaspettatamente ridicoli, se non addirittura comici, privando i protagonisti della loro importanza di fronte alla vastità dell'universo e dell'inconoscibile. I personaggi principali di ogni episodio sono, infatti, dei poveri inetti con grosse difficoltà a rapportarsi con l'esistenza; forse per questo motivo, attirano su di loro l'altrui volontà di prevaricare o cercano spontaneamente qualcosa che dia loro uno scopo anche a costo di spersonalizzarsi e incappare in grosse cantonate. I kinds of kindness del titolo originale sono atti di devozione che sfociano nell'insano e nel perverso e rappresentano il fil rouge che porta avanti la poetica del regista, fatta di sentimenti distorti che spingono al controllo dei sentimenti (o all'anaffettività) e dei comportamenti altrui, spesso alla ricerca di una perfezione impossibile che sfocia in frustrazione e in inevitabile violenza. L'esempio perfetto di tutto ciò, nonché il mio episodio preferito, è il primo, che scava proprio in un rapporto di inquietante dipendenza da cui il protagonista cerca di fuggire; mirabile sintesi di tutto ciò che adoro in Lanthimos, è espressione del masochismo più puro ma, a modo suo, è anche tristemente tenero. C'è della tenerezza anche nel secondo episodio, ma ammetto di non averlo capito. Probabilmente, sono stata distratta dalle potenziali implicazioni fantascientifiche o horror richiamate dalla trama e dalla generale impressione che il poliziotto protagonista abbia trovato la "soluzione" al suo problema senza rendere partecipe il pubblico, tuttavia non ho capito dove volesse andare a parare il tutto e la "rivelazione" buttata lì en passant con un sogno raccontato non ha granché giovato. Il terzo episodio torna ad essere più comprensibile e ammetto di avere riso parecchio durante la visione, forse perché è costruito come una parodia di tutte le sette religiose che infestano sia il mondo che le opere di finzione. Nonostante l'abbondanza di aspetti e rituali ridicoli, per non parlare della protagonista goffa e di una serie di inenarrabili sfighe, anche questo episodio nasconde un cuore tragico, fatto di persone che hanno perso loro stesse e sono bloccate in un limbo di prospettive sgradevoli, alla mercé di chiunque voglia approfittarsi di loro o, peggio ancora, offrire aiuti non richiesti che minacciano di distruggerle. 


A prescindere da ogni considerazione personale, come ha detto la mia amica a fine visione "il film è zeppo di chicche", quindi anche nell'episodio meno riuscito ci sono momenti di puro genio che valgono la visione di Kinds of Kindness. Un altro aspetto che ho gradito tantissimo è il ritorno a una regia e una fotografia meno barocche rispetto a Povere creature! e, per quanto mi riguarda, molto più efficaci. Lo spaesamento dei personaggi, il loro essere protagonisti di una tragicommedia sulla quale non hanno alcun controllo, vengono enfatizzati da inquadrature dove sono gli sfondi (naturali o artificiali) ad essere preponderanti sulla figura umana; interni eleganti ma asettici diventano gli spettatori della desolazione dei protagonisti, oppure questi ultimi percorrono strade apparentemente senza fine, per non parlare del modo in cui persino la casetta di due sposi innamorati si priva di calore e si trasforma in ulteriore mezzo di incomunicabilità. Aggiungo inoltre che l'assurda colonna sonora di Jerskin Fendrix, inframmezzata da pezzi più pop e accattivanti, mi ha lasciata spiazzata in più di un'occasione, in particolare quando cupi cori arrivano a sottolineare i momenti più inquietanti o rivelatori. Gli attori, infine, meriterebbero un post a parte. Jesse Plemons è patrimonio mondiale, nonché avviato a percorrere la strada di un altro grande a lui molto simile per "colori" e corporatura, Philip Seymour Hoffman, e meriterebbe davvero che i registi gli cucissero addosso ruoli in bilico tra il weird e il drammatico, perché gli calzano alla perfezione. E lo so che tutti siete andati al cinema per Emma Stone, altrettanto a suo agio e palesemente divertita, però stavolta le ho preferito il biondo co-protagonista, che riesce a tenere testa persino a Willem Dafoe (divino, che ve lo dico a fare?) e a LUI. Con lui, intendo Yorgos Stefanakos, fantastico signor nessuno dalla faccia di pancotto, che arriverà a riempire ogni vostro pensiero e a perseguitarvi nel sonno: è forse lui un Dio? E' forse un silenzioso agente del caos? E' forse un tizio che voleva semplicemente mangiarsi un panino senza fare troppo casino, invano? Chissà. Vi toccherà guardare Kinds of Kindness per scoprirlo!


Del regista e co-sceneggiatore Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Margaret Qualley (Vivian / Martha / Rebecca / Ruth), Jesse Plemons (Robert / Daniel / Andrew), Hong Chau (Sarah / Sharon / Aka), Willem Dafoe (Raymond / George / Omi), Mamoudou Athie (Will / Neil / Infermiere all'obitorio) e Emma Stone (Rita / Liz / Emily) li trovate invece ai rispettivi link.



venerdì 2 febbraio 2024

Povere creature! (2023)

Ho aspettato un sacco ma alla fine anche io sono riuscita a vedere Povere creature! (Poor Things), diretto nel 2023 dal regista Yorgos Lanthimos e candidato a undici Oscar: Miglior film, Miglior regista, Migliore sceneggiatura non originale, Miglior attrice, Miglior attore non protagonista, Miglior montaggio, Migliore fotografia, Migliore scenografia, Migliori costumi, Migliore colonna sonora, Miglior trucco e acconciatura. Attenzione, segue lungo sproloquio!


Trama: il geniale chirurgo Godwin Baxter recupera il cadavere di una donna suicida e le dà nuova vita, impiantandole il cervello del bambino che portava in grembo. "Nasce" così Bella, creatura in cerca della libertà, della conoscenza e del suo posto nel mondo...


Questa volta più di altre mi pento di non avere letto il romanzo omonimo di Alasdair Gray prima di accingermi alla visione di Povere creature!, perché, nonostante il film sia stato incensato da chiunque, a me è sembrato di non avere colto qualcosa. Prendete dunque questo post come una riflessione personalissima e sentitevi liberi (anzi, fatelo!!) di venire incontro al mio ignorantissimo cervello nei commenti. L'ultimo film di Lanthimos è un'opera che mescola le suggestioni e lo stile dei romanzi di formazione e picareschi, condito da abbondanti tocchi di horror, humour nero e situazioni grottesche, avente per protagonista la giovane Bella Baxter. Quella che viene presentata allo spettatore è la seconda vita di Bella: come un novello mostro di Frankestein, Bella è un cadavere rianimato dallo scienziato Godwin "God" Baxter, che l'ha creata inserendo il cervello di un bambino mai nato nel corpo della madre morta suicida, e l'ha cresciuta come un esperimento controllato. Proprio la natura peculiare del cervello di Bella la rende una creatura di pura innocenza ed istinto, dotata (come appunto i bimbi piccoli) di una spiccata percezione dei propri bisogni che spesso sconfina in un testardo e capriccioso egoismo. Ciò, unito a una rapidissima capacità di sviluppo e apprendimento, la porta presto a diventare insofferente verso i limiti imposti da God e le cose precipitano quando la sessualità di Bella si risveglia con un'urgenza resa pressante da tutte le caratteristiche di cui sopra; l'arrivo dello spregiudicato e disnibito avvocato Duncan Wedderburn spingerà Bella a fuggire con lui e ad iniziare il suo viaggio alla scoperta del mondo e di se stessa. Pur non avendo letto con attenzione le varie recensioni scritte in rete onde evitare spoiler, persino io ho capito che il comun denominatore delle stesse fosse la parola "femminismo". In effetti, le vicende di Bella nascono da un atto di "potere" commesso da un uomo ai danni di una donna che ha cercato di togliersi la vita e proseguono seguendo il tentativo della protagonista di liberarsi dall'influenza di uomini pronti a decidere cosa sia meglio per lei e, in seguito, a plasmarla in base ai propri desideri. La sessualità femminile, la presenza di un organo destinato esclusivamente al piacere come il clitoride, è il fulcro della narrazione per la prima parte del film e ritorna, prepotente, verso la fine, incarnando (da un punto di vista maschile) tutto ciò che c'è di bello e terribile nelle donne. Quasi tutti i personaggi cercano infatti di approfittare dello sfrenato desiderio sessuale di Bella per poterla controllare: God cerca di imbrigliarlo affibbiandole un marito scelto da lui, così da poter continuare l'esperimento in sicurezza, Duncan desidera al fianco una donna-bambina dall'appetito insaziabile e facile da plasmare, la maitresse punta a trarne il massimo profitto, Alfie decide di inibirlo per sempre onde evitare di gestire una donna che già si era liberata dalla sua influenza suicidandosi e privandolo di un figlio.   


Bella, in tutto questo, se ne batte allegramente le balle, passatemi il termine, ed è conseguentemente meravigliosa. Determinata a fare solo ciò che può farla stare bene, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e asseconda chi ha a che fare con lei per il tempo che le serve a ottenere ciò che desidera. Sesso, cultura, cibo, denaro, informazioni, ognuna di queste cose è fondamentale per Bella, con un grado di importanza che varia in base al suo sviluppo fisico e mentale, alla sua crescita. Impermeabile, apparentemente, a qualunque cosa legata ad aspetti meramente "sentimentali", Bella ragiona col piglio di uno scienziato secondo rapporti di causa ed effetto, non tanto come "donna" ma come persona pienamente autoconsapevole, al di là di ogni definizione di sesso, età o classe sociale. E' qui, dunque, che mi viene da chiedermi se Povere creature! sia un film "femminista" o se non faccia, invece, un discorso aperto a tutt*, lanciando un invito ad essere la nostra versione migliore, con un occhio alle brutture della società che ci circonda, coltivando "egoisticamente" passioni e bisogni in modo da rendere il mondo un posto più gradevole per tutti quelli che lo meritano (le facce di merda irrecuperabili, invece, possono rimanere in ginocchio a belare nel pantano a cui sono destinati). Ed è sempre qui che, lo ammetto, il mio entusiasmo per Povere creature! si è incrinato, scontrandosi con quella che io ho percepito come una superficialità perplimente. Premesso che Bella ha delle origini tragiche e terribili e che sul suo corpo è stata commessa una violazione imperdonabile, nel corso del film non c'è un solo momento in cui la protagonista si trovi davvero nelle condizioni definite dalle parole della maitresse parigina, apparentemente tra le più importanti della pellicola: "We must experience everything. Not just the good, but degradation, horror, sadness. This makes us whole Bella, makes us people of substance. Not flighty, untouched children. Then we can know the world. And when we know the world, the world is ours". Certo, a un certo punto del film Bella impara che alcune persone soffrono e muoiono ingiustamente e, in seguito, diventa prostituta, ma la prima situazione è un'apostrofo bruciato dal sole tra una patata e una sisa, mentre la seconda è all'acqua di rose: Bella SCEGLIE di prostituirsi, tenta per cinque minuti di instaurare il socialismo (altro concetto apparentemente importantissimo inserito qui e là nei dialoghi e mai approfondito...) all'interno della struttura del bordello e se ne va senza problemi quando decide di essere stufa di quella vita. In realtà Bella, salvo i criticabili, odiosi limiti della sua condizione di donna (che, peraltro, nessuno riesce ad imporle in virtù della natura di ciolla molla di ogni uomo presente nel film), nasce come privilegiata alto borghese, viene "rapita" da un perdigiorno che comunque la mantiene, torna ad una vita che le consentirà di diventare ciò che desidera, quindi la sua vicenda risulta priva di quel tormento che le darebbe non solo un po' più di consistenza, ma anche maggiore profondità. 


Al di là di queste considerazioni personalissime, non è che Povere creature! non mi sia piaciuto. Ho un po' sofferto la pesante ingerenza della computer grafica nei colori e nei fondali, questo sì, ma ho apprezzato molto la sperimentazione estrema di Lanthimos e del direttore della fotografia Robbie Ryan, quella manifesta volontà di giocare con le lenti, le luci e le inquadrature, in perfetta sincronia con le esperienze sempre diverse vissute da Bella e con la sua voglia di esplorare. Gli ambienti ricostruiti in studio, con quelle suggestioni steampunk e i dettagli surreali, sono dei micromondi senza tempo che risultano contemporaneamente familiari ed estranei, e riescono a spiazzare lo spettatore di continuo, così come le mise intrigantissime di Bella, un perfetto mix di "decoro" da gentildonna e spirito libero punk. All'interno di questi abiti allucinanti, Emma Stone ci sguazza e si profonde nell'interpretazione migliore di sempre. Senza alcun senso di pudore o di vergogna, la Stone mette a nudo non solo il suo corpo, ma occhi di un'innocenza spiazzante, che accompagnano, con quello sguardo diretto e stralunato, parole scandite con candida perfidia, capaci di strappare più di una risata di sconcerto o ammirazione. Se la Stone è sicuramente ipnotica, non è meno azzeccata l'interpretazione di Mark Ruffalo, al quale è stato offerto il ruolo della vita, portato a casa in maniera egregia. Duncan Wedderburn è un buffone matricolato e una persona pessima sotto ogni punto di vista, ma in alcuni momenti l'interazione con Bella è talmente avvilente per questo povero creaturO che è difficile non provare un minimo di pena (e poi io un attore che improvvisa un BELLAAAA!! neanche fosse un novello Kovalski lo amo a prescindere), mentre il favoloso ballo che vede impegnati entrambi sulla nave è talmente esaltante a livello di chimica e coreografia da essere quasi ai livelli di quelli che vedeva impegnati il compianto Raul Julia e Anjelica Houston nei due film de La famiglia Addams. Ho detto QUASI! E quasi è la parola chiave di ciò che ho provato guardando Povere creature!: mi ha quasi convinta, ma non al 100%, diciamo, per rimanere in tema, che non ho raggiunto l'orgasmo. Se però si porterà a casa ogni Oscar per cui è candidato mi vedrete saltellare felice ugualmente!


Del regista Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Emma Stone (Bella Baxter), Willem Dafoe (Dr. Godwin Baxter), Christopher Abbott (Alfie Blessington) e Mark Ruffalo (Duncan Wedderburn) li trovate invece ai rispettivi link.





martedì 3 dicembre 2019

Bollalmanacco On Demand: Dogtooth (2009)

Il Bollalmanacco On Demand di oggi, come richiesto in tempi non sospetti dall'adorabile Silvia, è Dogtooth (Kynodontas), diretto e co-sceneggiato nel dal regista Yorgos Lanthimos. Il prossimo film a richiesta sarà Il mistero del giardino di Compton House. ENJOY!


Trama: tre ragazzi vivono isolati dal mondo, all'interno di una villa, assieme al padre e alla madre, impossibilitati a uscire almeno finché uno dei loro canini non cadrà.



A inizio anno, quando la febbre per La favorita stava raggiungendo l'apice, nei vari gruppi cinèfili si diceva che ormai Lanthimos era asservito alle major e che nessuno poteva dirsi veramente fan del regista senza aver visto Kynodontas e Kinetta. Un po' per ridere, un po' per piacere, Silvia mi aveva allora chiesto di guardare Dogtooth (pardon, Kynodontas) e io dopo quasi un anno ci sono riuscita ed effettivamente, che diamine, sembra quasi di guardare i primi film di Lars Von Trier, con quel senso di rigore misto a sperimentazione che hanno solo i registi cervellotici ai loro esordi. Cervellotico, ma di una coerenza spaventosa, perché tutti i film di Lanthimos visti finora hanno questo inquietante fil rouge di anaffettività, di prevaricazione, di controllo dei sentimenti e dei comportamenti altrui, di perfezione impossibile e frustrata, di inevitabile violenza. Non fa eccezione Dogtooth, storia surreale di un'educazione casalinga portata all'estremo, dove un padre e una madre, nel tentativo di crescere i tre figli proteggendoli da qualsiasi influenza negativa, ne fanno dei disadattati e dei prigionieri, trattati alla stregua di cani da punire o ricompensare a seconda dei loro risultati e del comportamento. E' un'idea agghiacciante, resa sullo schermo da Lanthimos attraverso tanti microepisodi che formano una routine generale e molto più ampia, tra prove "fisiche" che temprano i tre ragazzi contro fantomatiche minacce esterne (in primis i gatti, poveri gatti) e sequenze di ordinaria follia familiare, che condannano i tre a non avere idea di come utilizzare determinate parole o a considerare come intrattenimento i filmini da loro stessi girati, il tutto pilotato da un padre inflessibile, l'unico a cui è permesso uscire di casa per andare al lavoro, mentre la madre accetta la reclusione consapevolmente, aiutando il marito nel folle progetto (l'intera sequenza della presunta gravidanza mi ha scioccata. Una parte di me voleva esplodere in risate isteriche, l'altra era ancora sconvolta dal gatto).


Come in ogni ambiente sterile e apparentemente controllato, è l'inserimento di un agente esterno a far crollare questa insana illusione di perfezione, già minata da istinti difficili da sedare, come le pulsioni sessuali di adolescenti sani, per quanto "innocenti"; da quel momento, tra i tre ragazzi senza nome comincia a spiccare la sorella maggiore, la prima (forse l'unica) a sviluppare lentamente una sorta di autocoscienza, la consapevolezza che fuori dal regno protetto costruito dai genitori c'è qualcosa di incomprensibile, forse pericoloso, ma libero, che non condanna le persone ad essere numeri senza consapevolezza, incapaci di sviluppare pensieri propri ed individuali. La spersonalizzazione dei tre ragazzi passa attraverso dialoghi surreali che a tratti farebbero ridere se non fosse così tragica la situazione, e attraverso il tono monocorde con i quali sono pronunciati, cosa che già avevo notato in Il sacrificio del cervo sacro, come se i personaggi di Lanthimos fossero sempre distaccati dalla realtà e da qualsiasi forma di sentimento. Eppure, nonostante questo gli attori sono bravissimi, per di più bisogna tenere conto che spesso vengono messi in condizione di mettere in scena situazioni spiacevoli e grottesche, che danno quasi l'idea di un film "sporco", "malato". Un contrasto non da poco con la simmetria maniacale delle inquadrature e la ricercatezza di alcune sequenze, unite alla luminosità di ambienti dove predominano il bianco o la luce del sole, nemmeno la prigione in cui sono rinchiusi i tre ragazzi fosse il paradiso contro un mondo esterno brullo e squallido, come dimostrano le poche scene "esterne" al contesto familiare dei tre, una scelta stilistica che solitamente non mi fa impazzire. Nonostante questo, Dogtooth mi è invece piaciuto molto ma è un film da prendere con tutte le cautele del caso. Ci sono infatti pochi episodi realmente violenti all'interno di una pellicola che perpetua  violenza psicologica dall'inizio alla fine, ma quei due episodi rischiano di segnarvi per un bel po' di tempo. Sono avvertiti animalisti e persone con la fobia del dentista. 


Del regista e co-sceneggiatore Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI.


Angeliki Papoulia, che interpreta la figlia maggiore, è tornata a lavorare con Lanthimos in Alps e The Lobster. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto potreste recuperare la filmografia del regista, di certo non rimarrete delusi. ENJOY!

mercoledì 30 gennaio 2019

La favorita (2018)

Approfittando di una miracolosa uscita savonese, lunedì sono corsa a vedere La favorita (The Favourite), diretto nel 2018 dal regista Yorgos Lanthimos e candidato a dieci Oscar: Miglior Sceneggiatura, Miglior Scenografia, Migliori Costumi, Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attrice Protagonista (Olivia Colman), Miglior Attrice Non Protagonista (Emma Stone e Rachel Weisz), Miglior Fotografia e Miglior Montaggio.


Trama: alla corte della regina Anna d'Inghilterra, due cugine lottano per il potere, coinvolgendo le sorti di un'intera nazione.


Sinceramente non so da che parte cominciare a parlare de La Favorita. Il cinèfilo medio dell'internet direbbe che non posso neanche provarci, poiché non ho visto Kinetta e Kynodontas, ma posso inalberarmi con lo stesso scazzo inglese di Rachel Weisz e dire "chissenefrega", andando per la mia strada con lieta ignoranza. La favorita è l'esaltante scontro tra primedonne, una lotta al potere che ha come epicentro una donna tanto ambita e potente quanto fragile e pittima, la morbida, grassissima, floscia regina Anna, che esercita i suoi diritti di sovrana su una grottesca corte del 1700. Le due contendenti sono Lady Sarah Marlborough, arrogante consigliera ad amante della regina, e l'apparentemente innocente Abigail, ex dama caduta in disgrazia e accolta a corte proprio dalla cugina Sarah. Lo scontro tra le due diventa specchio della lotta tra Whig e Tory per il controllo di una regina incapace di decidere da sola e conseguentemente per le sorti degli abitanti della nazione, fiaccati da una lunga guerra contro la Francia che, nelle intenzioni della favorita Sarah, è indispensabile a dare lustro al nome del marito, con sommo scorno della controparte Tory. Cinico e pessimista, nel raccontare questo scontro Lanthimos si affida ad una sceneggiatura non sua che tuttavia rispecchia le sue convinzioni; non c'è infatti un solo personaggio, all'interno de La Favorita, che affronti i propri sentimenti di petto, in maniera sincera, almeno fino a che non è troppo tardi, e tutti hanno un secondo se non un terzo fine, persi in un intrico di complotti tesi all'autodistruzione. Si ride parecchio guardando La favorita, è vero. Anna è indubbiamente un personaggio caricaturale, gli scambi di battute tra i protagonisti sono il trionfo del wit inglese e della cattiveria gratuita, le smorfie di Emma Stone sono da antologia così come gli schiaffi che da e riceve in egual misura, ma di fondo c'è un disgusto estremo per il marciume nascosto in bella vista all'interno del Palazzo Reale, tra ciccioni colpiti da pomodori e le gambe putrescenti di una sovrana affetta da gotta, specchio delle passioni oscure che agitano cortigiani, ministri e semplici servi; il riso si trasforma quindi spesso in amarezza, in un senso di disagio dato dal fatto di non riuscire a provare empatia o pietà per nessuno dei personaggi coinvolti. All'inizio è inevitabile parteggiare per Abigail, la povera, innocente dama decaduta e vessata dalla cugina stronza, poi si comincia a pensare che, in fondo, la ragazza non è tanto diversa da Sarah, anzi, è persino peggio, e si arriva a sperare che la prima favorita la rivolti come un calzino; infine, la stessa Anna è degna sia di pietà per la sua condizione di pupazzo manipolato, sia di disprezzo per il modo in cui continua testardamente a nascondersi nella sua presunta debolezza, godendo dell'esclusività delle attenzioni altrui con un egoismo senza pari.


In questi personaggi grandi e difficili, le tre attrici ci sguazzano e mai come lunedì ho pianto per non aver potuto godere de La favorita in lingua originale, anche se il doppiaggio mi è sembrato valido. Olivia Colman è semplicemente mostruosa, non c'è altro modo di definirla, in senso positivo e negativo. La sua regina Anna muove a tenerezza e disgusto per il suo essere un grottesco involucro di carne decadente con le emozioni di una bambina, e tanto intriga il suo legame con Sarah quanto mette i brividi quello con Abigail; la scena finale, ulteriore esempio di un montaggio magistrale, con le immagini dello sguardo vuoto di Anna e Sarah che si sovrappongono a quelle dei coniglietti tanto amati dalla sovrana, mi ha fatto tornare in mente le ultime parole di Superheroes (And crawling, on the planet's face/ Some insects, called the human race/Lost in time and lost in space and meaning), causandomi una pelle d'oca non da poco. Tra le due favorite, invece, non saprei davvero chi scegliere. Sia Emma Stone che Rachel Weisz sono meravigliose, entrambe a modo loro. La Stone è grottesca per buona parte del tempo, un "mostro buono giusto per spaventare i bambini", persa tra innocenza, ambiguità, raffinatezza e la grazia di un ronzino, una creatura dalle mille facce capace di spiazzare lo spettatore di continuo; la Weisz, di contro, è algida e malvagia, una nobildonna perfetta che rivela dentro di sé un'inaspettato cuore tenero e la grazia di chi, nonostante la lingua di un portuale, sa perdere con una classe e un aplomb invidiabili. Ah, e il mio topolotto Nicholas Hoult nei panni del ministro inglese effemminato e malvagio è adorabile. Ma la cosa più bella de La favorita, come se non fosse già intrigante e bellissimo di suo, è la fotografia di Robbie Ryan, che sfrutta al 90% la luce naturale data dal sole e dalle candele, un po' come accadeva nell'adorato Barry Lyndon di Kubrick, e che rende l'incredibile location di Hatfield House ancora più suggestiva. Alla fine di questa girandola di intrighi, emozioni, dialoghi al fulmicotone resi ancora più stranianti da una colonna sonora inquietante e dal frequente ricorso di Lanthimos al fisheye, alle carrellate sui corridoi e al montaggio alternato, si rimane con la voglia di ricominciare tutto da capo, per godere di un Cinema sicuramente barocco e "strano" ma incredibilmente soddisfacente. Finalmente ho un film per cui tifare all'Oscar, pur sapendo che non vincerà mai nulla.


Del regista Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Olivia Colman (Regina Anna), Rachel Weisz (Sarah), Emma Stone (Abigail) e Nicholas Hoult (Harley) li trovate invece ai rispettivi link.

Mark Gatiss interpreta Lord Marlborough. Inglese, ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Victor: La storia segreta del dottor Frankenstein, Il traditore tipo e a serie quali Little Britain, Sherlock, Il trono di spade e Doctor Who; inoltre ha lavorato come doppiatore in Wallace & Gromit - La maledizione del coniglio mannaro. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 53 anni.


Joe Alwin, che interpreta Masham, era anche nel cast di Maria, regina di Scozia. Kate Winslet era stata scritturata per il ruolo di Sarah ma alla fine ha rinunciato al film. Detto questo, se La favorita vi fosse piaciuto, recuperate Eva contro Eva. ENJOY!


venerdì 12 gennaio 2018

The Killing of a Sacred Deer (2017)

Tra gli ultimi film visti l'anno scorso c'è stato The Killing of a Sacred Deer, diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Yorgos Lanthimos, che verrà distribuito in Italia temo solo ad Aprile. NO SPOILER, ovviamente.


Trama: un brillante chirurgo si ritrova a dovere affrontare le conseguenze di un errore compiuto qualche anno prima.



Non essendo un'esperta di cinema non posso dire di conoscere Yorgos Lanthimos, regista di cui finora avevo visto solo The Lobster, film molto apprezzato. A differenza di altri cinefili con le palle non ho quindi accolto con folle gioia ed enormi aspettative l'uscita di The Killing of a Sacred Deer ma un paio di opinioni scorse in rete che arrivavano a definirlo uno dei migliori horror mai girati mi ha spinta a recuperarlo il prima possibile e a ringraziare per una volta le iperboli dei social (oltre ad altri strumenti on line che permettono ai poveri cinefili italiani di non dover aspettare anni per vedere i film salvo rimanerci poi di sasso quando le pellicole in questione vengono distribuite in due sale in tutto il Paese, cosa che inevitabilmente accadrà a quest'opera). The Killing of a Sacred Deer, per quanto raffinato e "glaciale", caratteristica su cui tornerò più avanti, è un film d'orrore fatto e finito perché tocca un argomento capace di orripilare qualsiasi spettatore dotato di un minimo di sensibilità e sottopone i protagonisti ad un lento ed angosciante stillicidio i cui dettagli non vengono risparmiati al pubblico. Gli intenti della pellicola sono palesi fin dall'inizio, che mostra una vera operazione a cuore aperto durante la quale la cinepresa indugia sul muscolo pulsante, sul sangue e sugli strumenti chirurgici; la brutale e "sporca" realtà del corpo umano stride con la sequenza successiva, durante la quale chirurgo e anestesista parlano del più e del meno, come se la realtà di una vita tenuta tra le mani non li toccasse minimamente, circondati come sono da un ambiente efficiente, pulito ed asettico. Allo stesso modo, è la vita del protagonista, il chirurgo Steven, ad essere efficiente, pulita ed asettica. Casa bellissima, moglie bellissima, figli perfetti divisi equamente negli affetti tra i due consorti, una carriera brillante... eppure, qualcosa, anche lì, "stride". Qualcuno. All'inizio vediamo Steven interagire con un ragazzo, Martin, e il rapporto tra i due suona subito strano, forse per i motivi sbagliati. Intuiamo che c'è qualche segreto che permette a Steven di portare avanti la sua vita perfetta proteggendo la sua Stepford Wife e i suoi bambini dagli elementi esterni e la situazione precipita nel momento in cui muscoli e sangue non sono più semplici accessori di una professione ma diventano ascrivibili ad un nome e un cognome, a un uomo che aveva un volto, una vita e, a sua volta, una famiglia. A Steven, ex alcolista e chirurgo di fama, non rimane quindi altro da fare che accettare il suo essere non già un Dio col potere di controllare la vita sua e degli altri, bensì un povero mortale, un Agamennone qualsiasi costretto a chinare il capo e a prendersi la responsabilità dei suoi errori nel peggiore dei modi.


The Killing of a Sacred Deer è il titolo ironico e colto di un film che di ironico non ha proprio nulla. La pellicola di Lanthimos è angosciante per la sua natura fredda e terribile, per il modo asettico in cui mette in scena l'orrore rivoltando lo stomaco dello spettatore come non riuscirebbero nemmeno opere più visivamente esplicite, popolate da personaggi più accattivanti: sinceramente, non c'è uno solo dei protagonisti del film che non brucerei sul rogo, tutti ugualmente superficiali, egoisti e superbi, bambini compresi, eppure l'ineluttabilità della spietatezza del regista fa stare male e si arriva a provare pena per tutti i coinvolti, persino per quelli più "malvagi". The Killing of a Sacred Deer è ancora più angosciante in quanto la natura della pena inflitta a Steven non viene mai spiegata (un po' come accade nel citato Ricomincio da capo, non a caso il film preferito di Martin) quindi non si riesce a provare nemmeno un minimo di speranza, per quanto magari temporanea, nessun sollievo derivante dai soliti esorcisti o sensitivi che popolano i normali film horror, c'è solo l'orrore del tempo che scorre e di una spada di Damocle appesa ad un filo sempre più sottile che si sfilaccia inesorabile mandando al diavolo moralità, amore e sanità mentale. Questa asettica ed elegante mazzata tra capo e collo, oltre ad essere confezionata benissimo (non basterebbe un post per elencare tutte le splendide immagini con le quali Lanthimos ci scava la fossa, addolcendo questo terribile ed amarissimo veleno), è anche recitata divinamente, benché presupponga da parte dello spettatore la volontà di accettare delle interpretazioni volutamente monocordi, fredde, quasi "lette" invece che recitate: i personaggi sembrano partecipare ad una tragedia già scritta dall'inizio, paiono vagare sul palcoscenico della vita talmente anestetizzati da risvegliarsi solo quando non c'è più niente da fare mentre chi ha già perso ogni speranza si limita ad esigere una fredda vendetta che sicuramente non lo riporterà alla vita ma si limiterà a pareggiare un conto, occhio per occhio e dente per dente. Per poi ricominciare di nuovo come se niente fosse successo, la sporcizia nuovamente spazzata sotto il tappeto, la scintilla fugace data dalla paura e dall'odore della morte di nuovo spenta... o forse no? Chissà. Quel che è certo è che The Killing of a Sacred Deer, se avrete lo stomaco di affrontarlo, vi lascerà sconvolti come pochi altri film, in positivo o in negativo.


Del regista e co-sceneggiatore Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Nicole Kidman (Anna Murphy), Alicia Silverstone (la mamma di Martin) e Colin Farrell (Steven Murphy) li trovate invece ai rispettivi link.

Barry Keoghan interpreta Martin. Irlandese, ha partecipato a film come Codice criminale e Dunkirk. Ha 25 anni e due film in uscita.


Raffey Cassidy interpreta Kim Murphy. Inglese, ha partecipato a film come Dark Shadows, Biancaneve e il cacciatore e Tomorrowland: Il mondo di domani. Ha 15 anni.


martedì 14 febbraio 2017

The Lobster (2015)

L'avevo perso all'epoca, probabilmente a causa della mala distribución, ma in virtù della sua candidatura all'Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale ho deciso di recuperare The Lobster, diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Yorgos Lanthimos. Tra l'altro oggi è San Valentino, quindi casca proprio a fagIUolo!


Trama: in una società nella quale è obbligatorio avere un compagno di vita, David si ritrova all'improvviso solo e, per legge, viene rinchiuso in un hotel dove avrà solo quarantacinque giorni per trovare l'anima gemella, pena la trasformazione in animale.



Di The Lobster ne avevo leggiucchiate (non dico lette visto che non lo faccio mai con le recensioni di film che devo ancora vedere...) di cotte e di crude: chi lo salutava come un capolavoro, chi come un abominio, chi come una roba completamente fuori di testa. Personalmente, tendo a sposare l'ultimo giudizio, ché la distopia raccontata da Yorgos Lanthimos può tranquillamente battere il cinque alle sue "cugine" più famose, sia in termini di assurdità che in termini di angoscia per lo spettatore. La società descritta nel film prevede, come già accennato nella trama sopra, l'"accoppiamento" coatto, ovvero la totale interdipendenza tra due individui (non necessariamente uomo e donna, anche se le dimostrazioni date sul palco dell'hotel si riferiscono esclusivamente alle coppie eterosessuali) uniti non tanto in base ad interessi comuni e un sentimento costruito nel tempo quanto piuttosto in base a difetti fisici/mentali condivisi. Chi, nel corso della vita, non riesce a trovare un compagno, viene lasciato oppure rimane vedovo, è costretto a passare in un hotel quarantacinque giorni, alla fine dei quali il mancato fidanzamento con un'altra persona porta automaticamente a venire trasformato in un animale a scelta (e meno male, almeno scegliere che bestia essere!!). Se già questa costrizione seguita da una punizione è di per sé terribile e svilisce il sentimento d'amore, ciò che fa ancora più specie è l'idea che i "ribelli", ovvero i cosiddetti solitari che vivono nei boschi per evitare di venire trasformati in animali, rifuggano di conseguenza qualsiasi tipo di interazione sentimentale, infliggendo punizioni corporali terrificanti a chi è tanto "debole" da soccombere ad un sentimento libero e puro. Insomma, nel mondo di The Lobster non esiste libertà e, ancor peggio, non esistono emozioni, buone o cattive che siano, perché tutto viene inghiottito da una coltre di freddo autoritarismo, provocato ovviamente da due diversi tipi di terrore. Queste paure, per inciso, sono le stesse che ritroviamo nella nostra società e che qui vengono portate all'estremo: la paura di rimanere soli, che spesso porta ad unirsi a persone con le quali non si ha nulla a che spartire (e se ci sono problemi, mettiamo al mondo un figlio che li risolve, come ironicamente sottolineato nel film), contro la paura di rimanere "ingabbiati" o di perdere la propria individualità, che porta invece a rifiutare un impegno più "serio" con gli altri.


Riflettendo su questo, The Lobster diventa un film ancora più angosciante, che non offre consolazione alcuna allo spettatore, né prima né durante il finale, di una tristezza invereconda. Il disagio psicologico dato dal film viene ulteriormente accentuato dall'utilizzo di immagini particolarmente crude (cosa che mi porta a sconsigliare The Lobster a chiunque patisca la violenza sugli animali, per quanto off screen, anche perché il risultato della stessa, mi duole dirlo, si vede benissimo) legate a quelli che, in definitiva, non sono altro che omicidi: chi non è in grado di trovare l'anima gemella è costretto a perdere la capacità di provare esperienze "umane", come guardare film o leggere libri, e a diventare predatore quando va bene (a rischio però di finire in gabbia) o preda quando va male, possibile nutrimento di chi cammina ancora a due zampe. L'atmosfera cupa della pellicola viene sottolineata dall'uso di una fotografia scura e di scenografie claustrofobiche, con le vicende ambientate principalmente all'interno dell'hotel e dei boschi che circondano la città, mentre i tempi narrativi vengono dilatati all'infinito, al punto che il film forse funziona più nella prima parte che nella seconda, tirata per le lunghe e meno coerente dal punto di vista della sceneggiatura. Bravissimi gli attori coinvolti, a partire da un imbolsito Colin Farrell che sembra proprio un medioman privo di qualsiasi attrattiva, per arrivare alla bella e freddissima Léa Seydoux, cuore solitario se mai ce n'è stato uno e capace di decretare il destino dei suoi sottoposti con un unico, raggelante sguardo. The Lobster è il primo film di Yorgos Lanthimos che mi capita di vedere e mi è piaciuto molto, al punto che probabilmente ora recupererò altre pellicole del regista, eppure non è un film che mi sento di consigliare a cuor leggero, soprattutto a spettatori "occasionali", in quanto troppo autoriale e, diciamolo senza ipocrisia, deprimente. Detto questo, io al momento sono felicemente fidanzata ma se dovessi ritrovarmi single spero che qualcuno mi trasformi in gatto. O in un bradipo, altro che aragosta.


Di Colin Farrell (David), Olivia Colman (La manager dell'hotel), John C. Reilly (l'uomo con la zeppola), Léa Seydoux (Capo dei solitari), Michael Smiley (Solitario nuotatore), Rachel Weisz (Donna miope) e Ben Whishaw (Uomo zoppo) ho già parlato ai rispettivi link.

Yorgos Lanthimos è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Greco, ha diretto film come Kynodontas e Alps. Anche produttore e attore, ha 44 anni e tre film in uscita.


Se The Lobster vi fosse piaciuto recuperate The Eternal Sunshine of the Spotless Mind (il titolo italiano, lo sapete, non esiste) e Lei. ENJOY!

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