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mercoledì 15 marzo 2023

Women Talking - Il diritto di scegliere (2022)

Il film che ha segnato la fine del mio tentativo fallito di recuperare per tempo tutte le opere candidate agli Oscar di quest'anno, nonché l'ultimo uscito nelle sale italiane, è Women Talking - Il diritto di scegliere (Women Talking), diretto e sceneggiato nel 2022 dalla regista Sarah Polley partendo dal romanzo omonimo di Miriam Toews, che alla fine ha vinto la statuetta per la Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: all'interno di una comunità religiosa retrograda ed isolata, un gruppo di donne deve decidere del destino di tutte le altre, anziane, adulte e bambine, dopo che gli uomini si sono resi protagonisti di crimini inenarrabili...


Women Talking viene presentato come "opera nata dall'immaginazione femminile" ma ciò che lo ha ispirato è agghiacciante e, purtroppo, legato ad una storia vera. Tra il 2005 e il 2009, nella colonia mennonita di Manitoba, in Bolivia, più di 100 donne sono state stuprate da un gruppo di uomini abitanti nella stessa colonia, i quali si sono serviti di un anestetico per animali spruzzato dalle finestre aperte per rendere inerti ed incoscienti le loro vittime. Quando dico più di 100 donne, parlo di un range di età che va dai TRE ai 65 anni, quindi ci sono state anche moltissime bambine e ragazze vergini che si sono risvegliate al mattino doloranti, ferite, con le lenzuola macchiate di sangue senza sapere perché e, se ciò non bastasse, gli anziani della colonia hanno cercato di convincerle che fosse o tutto frutto della loro immaginazione, oppure opera del Diavolo. Ora, per quanto mi riguarda un posto simile avrebbe dovuto essere raso al suolo e dato alle fiamme con all'interno ogni abitante di sesso maschile, possibilmente ancora vivo e urlante, dopo essere stato castrato con forbici arrugginite, ma purtroppo i colpevoli del gesto sono stati semplicemente condannati a una ventina di anni di prigione e, non sto nemmeno a dirvelo, gli stupri non sono mai cessati, solo diminuiti, mentre alle vittime è stata negata qualsiasi forma di aiuto psicologico, poiché durante gli atti erano incoscienti e quindi, signori, quale trauma avrebbero mai potuto subire? Vi giuro che mi tremano le mani mentre scrivo, porca di quella puttana. E ulteriore nervoso si aggiunge pensando a come buona parte del pubblico (soprattutto quello maschile) troverà Women Talking una menata "femminista" nata dalla mente contorta di una rompicoglioni figlia del #metoo, perché all'interno del film non si fa menzione (nel romanzo sì, per fortuna) ad eventi realmente accorsi, ma si parla solo di "opera nata dall'immaginazione femminile", e se non è un autogol questo, non so davvero come definirlo. Anche perché un film come Women Talking, dato in pasto a un pubblico suscettibile come quello attuale, rischia davvero di non venire capito perché tiene fede in toto al suo titolo originale: nella pellicola di Sarah Polley ci sono solo donne che parlano, e la vicenda si concentra in una riunione lunga due giorni tenuta all'interno di un fienile, per decidere quale sarà il destino delle abitanti della colonia, costrette a scegliere tra restare e perdonare, restare e combattere oppure andarsene, pena la scomunica.


Pubblico avvisato, mezzo salvato: se odiate i film di impianto teatrale e zeppi di dialoghi, con l'azione ridotta a pochi flashback di orribile, suggerita crudeltà, state pure lontani da Women Talking, nessuno ce l'avrà con voi per questo. Se, invece, dopo quello che ho scritto sopra, avete la curiosità di capire quali riflessioni possono scatenare eventi così orribili, soprattutto all'interno di una comunità di donne fortemente religiose la cui fede è in buona parte basata su pacifismo, comprensione, perdono e ricerca del "buono" in tutte le sue forme, allora questo è il film che fa per voi. Viceversa, vi perderete alcune delle più belle ed intense interpretazioni dell'anno. Ognuna delle protagoniste ha una personalità ben definita che consente, alle attrici che le interpretano, di attingere ad una vasta gamma di emozioni alimentate e modificate da importanti riflessioni su vita, salvezza, sicurezza e futuro, e che dà origine ad un'unica voce sfaccettata, formata da tanti punti di vista diversi eppure accomunati dalla natura storicamente "debole" ed ignorata di chi tenta disperatamente di farsi sentire. Rooney Mara è di una delicatezza incredibile, la sua fragilità sognante spezza il cuore quanto l'interpretazione malinconica di Ben Whishaw, l'unico interprete maschile nonché l'unico uomo della comunità che si apre alla voce delle donne, mentre dalla parte opposta c'è la giusta e feroce rabbia di Claire Foy e Jessie Buckley, che personalmente avrei seguito in capo al mondo per fare scempio di uomini malvagi (il monologo della Foy mette i brividi, considerato quello che è successo davvero in Bolivia); nel mezzo, ci sono tutte le incredibili sfumature offerte da un cast eccezionale, dalle "anziane" Judith Ivey e Sheila McCarthy, passando per Michelle McLeod, per arrivare alle esordienti Kate Hallett Liv McNeil con la prima, in particolare, dotata di un'espressività capace di renderla indimenticabile. Ciliegina sulla torta è la colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, che asseconda con grazia l'atmosfera malinconica e, a tratti, persino lieve (Sometimes I think people laugh as hard as they want to cry) di un opera che riesce, nonostante i temi trattati e nonostante la fotografia "sbiadita" di un mondo chiuso ed inghiottito dal passato, a offrire un raggio di luminosa speranza sia allo spettatore che alle sue sfortunate protagoniste, a differenza di moltissimi dei candidati di quest'anno. 


Di Rooney Mara (Ona), Claire Foy (Salome), Sheila McCarthy (Greta), Jessie Buckley (Mariche), Frances McDormand (Janz) e Ben Whishaw (August) ho parlato ai rispettivi link.

Sarah Polley è la regista e co-sceneggiatrice del film. Canadese, più conosciuta come attrice, ha diretto film come Away from Her - Lontano da lei e Take This Waltz. Anche produttrice, ha 44 anni. 


Se Women Talking vi fosse piaciuto recuperate Room, Charlie Says e First Reformed (li trovate tutti su Amazon Prime Video, anche se solo Charlie Says è compreso nell'abbonamento base). ENJOY!

venerdì 4 febbraio 2022

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (2021)

Con la stessa velocità di un bradipo assonnato, anch'io ho finalmente potuto vedere La fiera delle illusioni (Nightmare Alley), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Guillermo Del Toro e tratto dal libro omonimo di William Lindsay Gresham.


Trama: in fuga da un violento passato, il giovane Stanton si rifugia in un luna park, dove impara i segreti del mentalista Pete e di sua moglie Zeena, che gli consentiranno di diventare una stella nei vari locali di New York. Ma i pericoli dell'ambizione sfrenata sono in agguato...


Sono arrivata all'appuntamento con La fiera delle illusioni ancora frastornata dalla bellezza de La forma dell'acqua e digiuna sia dal romanzo di Gresham sia da La fiera delle illusioni di Edmund Goulding, al punto che le mie aspettative erano cariche a mille pur non sapendo nulla della trama, del cast o dell'accoglienza del pubblico (non ho voluto nemmeno guardare il trailer, giusto per non sbagliare); l'unica cosa che mi è balzata all'occhio, da vecchia porcella qual sono, è stata una notizia in cui si parlava di un nudo frontale di Bradley Cooper del quale, maledetti giornalari e pennivendoli del webbe, nel film non v'è traccia. La mia aspettativa fomentatissima (non dal nudo, non pensate male) è stata un incredibile errore da dilettante, perché, ahimé, la prima cosa che mi è saltato all'occhio guardando La fiera delle illusioni è che non arriva ai livelli dei migliori film di Del Toro, come La forma dell'acqua o Il labirinto del Fauno. La seconda cosa, probabilmente derivante dalla non conoscenza delle opere che hanno preceduto o ispirato il film, è che ho trovato un paio di personaggi, soprattutto, la Dottoressa Lilith di Cate Blanchett, mancanti di motivazioni e nerbo nonostante il loro indubbio fascino e la loro fondamentale funzionalità all'interno della trama, cosa che mi ha lasciata un po' perplessa nel corso del pur formidabile confronto finale tra "mostri". Qui finiscono però, almeno per quanto mi riguarda, i difetti de La fiera delle illusioni, uno spettacolo di cui godere rigorosamente al cinema per non lasciar andare sprecati i meravigliosi colori, le inquadrature, le scenografie e i guizzi gotici e weird di un Autore che non smette di perdere il suo riconoscibile tocco sia quando deve tratteggiare atmosfere a lui più congeniali (la Casa degli Specchi è davvero terrificante, il pre-finale sotto la neve è un capolavoro gotico, in quanto all'ambiente allo stesso tempo straniante e familiare del luna park ci sarebbe da riguardare il film dall'inizio per fare un elenco di tutti i dettagli interessanti che contiene, mostrini sotto vetro in primis) sia quando muove i suoi personaggi all'interno di ambienti elegantissimi e geometrici, rifulgenti di luce dorata eppure ancora più opprimenti della gabbia di un geek (o uomo bestia, chiamatelo come volete).


Quella de La fiera delle illusioni, titolo italiano per una volta stranamente azzeccato, è la storia di un uomo ambiguo che, come Icaro, tenta di volare troppo vicino al sole del potere e del denaro e ne rimane scottato; a differenza di Icaro, però, Stanton non è innocente e il suo fondamentale egoismo sporca le mani di sangue sia a lui sia a coloro che decidono di rimanergli accanto nonostante tutto. Fin dall'inizio, empatizzare con Stanton non è facile. I primi quindici minuti di mutismo ci consegnano un personaggio selvatico, diffidente quanto l'uomo bestia che si ritrova a dover affrontare (forse per questo, in un paio di occasioni, viene spinto da un moto di umana pietà verso quest'ultimo), che a poco a poco prende confidenza nelle sue capacità e diventa, grazie soprattutto al dolce e scafato mentalista Pete, la versione vivente di una delle mie citazioni preferite da Ghostbusters 2: "un venditore di fumo e merda". Mi perdoni chi, nel costante utilizzo della sigaretta, vede un sicuro e dovuto omaggio al genere noir, ma io nell'incalcolabile numero di sigarette fumate da Bradley Cooper nel corso del film ho visto soprattutto una meravigliosa metafora di evanescenza e inconsistenza, la fragile armatura di un uomo che deve mostrarsi misterioso, sicuro di sé e impenetrabile a qualunque difficoltà possa mettergli davanti la vita. Tale dispendio di arroganza lo rende in primis spietato contro chi rischia di provare un dolore indicibile a causa del cosiddetto "spiritismo", e poi cieco, non solo davanti ai chiari avvertimenti di chi si è già messo nei suoi panni o di chi è sinceramente innamorato di lui, come l'angelica ed innocente Molly, ma anche ai segnali inconfondibili di imminente distruzione che lo circondano fin dai primi istanti del film, anche prima dell'arrivo della femme fatale Lilith (nomen omen).


I dettagli della trama, ovviamente, ve li lascio tutti da scoprire e vi lascio al parere chi, come per esempio Marika, ha fatto di Del Toro la sua ragione di vita e si è preparata assai più degnamente di me per affrontare La fiera delle illusioni. Spenderò ancora un paio di parole su "colui che, niente, non mi ha mostrato il nudo full frontal promesso" e sui suoi allegri compagni. Seguo Bradley Cooper praticamente dagli esordi, da quando spiccava in bellezza su qualunque altro uomo presente nella serie Alias, e nel tempo l'ho visto azzeccare una serie di ruoli clamorosi, diventando sempre più bravo, ma a mio parere quella di Stanton è la sua interpretazione più bella; grazie ad un timespan assai ampio, Cooper ha potuto fornire al personaggio tutta una serie di sfumature sfruttando sia l'aspetto più fisico della recitazione, come all'inizio, sia "adagiandosi" maggiormente e consapevolmente sul suo aspetto da "contadino con i denti dritti" nel momento di massimo fulgore del personaggio e infine lasciando lo spettatore con uno sguardo allucinato e una risata da brividi, in una perfetta chiusura del cerchio. Se lo nominassero agli Oscar per questo ruolo e ne vincesse anche uno non mi farebbe schifo, lo dico sinceramente. Lo affiancano, assieme ai "feticci" maschili di Del Toro e un Willem Dafoe sempre adorabilmente luciferino, tre donne ognuna a suo modo meravigliosa; se la Blanchett spicca ovviamente nel ruolo di perfetta femme fatale bionda, il musetto di Rooney Mara spezza a tratti il cuore ma è la Zeena di Toni Collette a conquistarlo davvero, con il suo fascino, la sua dignità, la sua tristezza. Insomma, l'ultimo film di Del Toro sarà anche La fiera delle illusioni ma la sua qualità è tangibile e reale, quindi fatevi un favore e non perdetelo.


Del regista e co-sceneggiatore Guillermo Del Toro ho già parlato QUI. Bradley Cooper (Stanton Carlisle), Cate Blanchett (Dr. Lilith Ritter), Toni Collette (Zeena), Willem Dafoe ( Clem Hoatley), Richard Jenkins (Ezra Grindle), Rooney Mara (Molly Cahill), Ron Perlman (Bruno), Mary Steenburgen (Mrs. Kimball), David Strathairn (Pete), Holt McCallany (Anderson), Clifton Collins Jr. (Funhouse Jack) e Tim Blake Nelson (Carny Boss) li trovate invece ai rispettivi link.


Il ruolo di Stanton Carlisle era stato proposto a Leonardo di Caprio, che alla fine ha preferito dedicarsi ad altri progetti mentre per il ruolo di Molly erano stati fatti i nomi di Lady Gaga e Jennifer Lawrence. Occhio alla presenza della nostra Romina Power tra il pubblico, durante l'esibizione in cui Stanton viene "smascherato" da Lilith, un omaggio al padre Tyrone Power, che era il protagonista de La fiera delle illusioni di Edmund Goulding. Io penso che proverò a recuperarlo, voi? ENJOY!

 

venerdì 19 febbraio 2021

The Social Network (2010)

Grazie a un buono Vodafone, il Bolluomo ha ottenuto 10 euro da spendere su Chili e nella selezione di film fuibili col buono in questione c'era The Social Network, diretto nel 2010 dal regista David Fincher. 


Trama: il giovane laureando Mark Zuckerberg crea il futuro Facebook ma, nel cammino, perde amici storici e si fa nuovi nemici...


Sono passati undici anni dall'uscita di The Social Network e chissà perché lo avevo snobbato fino a questo momento, visto che gli ingredienti per piacermi c'erano tutti e sono stati confermati durante la visione del film. Forse perché, all'epoca, temevo mi sarei trovata davanti una noiosa agiografia di San Zuckerberg da White Plains, invece The Social Network è tutto il contrario: partendo dal libro di  Ben Mezrich intitolato Miliardari per caso - L'invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento, Aaron Sorkin lo riadatta per lo schermo togliendo i gemelli Winklevoss ed Eduardo Saverin dai riflettori ma mantenendo comunque il loro punto di vista pur rendendo Mark Zuckerberg protagonista assoluto, col risultato che molto di quello che viene mostrato sullo schermo è opera di pura fiction basata su un mix di racconti, leggende metropolitane e mera invenzione. Qui scatta il dilemma "morale" che ha tenuti impegnati me e Mirco durante la visione. Nel film, Zuckerberg viene descritto come una sorta di Sheldon Cooper sbruffone, sicuro di sé nonostante una palese incapacità di avere normali rapporti umani, stronzo e, soprattutto, vendicativo ed invidioso; il motore della creazione di Facebook è il pentimento seguito ad un'atroce vendetta nei confronti di una ragazza, al quale seguono moltissime piccole e grandi ripicche nei confronti di amici e nemici in egual modo, cosa che spingerebbe gli animi molto meno critici del mio a partire verso la sede di Facebook con torce e forconi per picchiare selvaggiamente l'eminenza grigia del web. In realtà, molto di quello che si vede nel film è inventato, sopratutto per quello che riguarda l'"uomo Zuckerberg", che si dice sia privo di qualsivoglia capacità di provare emozioni forti o vincolanti, positive o negative che siano, quindi impossibilitato ad agire come una sorta di villain geniale. 


Nonostante questo, il film è molto interessante e non potrebbe essere diversamente visto che la sceneggiatura è di Sorkin, che rifugge la banalità della solita struttura di ascesa-caduta-risalita tipica di molte pellicole simili e si focalizza sull'esperienza di una persona che è perennemente in ascesa e perennemente in caduta, vittima di un cervello che lo rende incomprensibile a tutte le persone che incontra, e conseguentemente inviso anche allo spettatore, almeno in parte. Se i papaverini di Harvard sono giustamente dipinti come dei ricchi minchioni viziati che meritano di venire perculati da Zuckerberg e il creatore di Napster Sean Parker viene descritto come una scheggia impazzita da cui guardarsi, elementi che rendono per reazione più simpatico Zuckerberg, è inevitabile infatti che lo spettatore si senta comunque più vicino a Saverin, "reo" di volere una vita normale e magari di fare qualche soldino in maniera corretta. Non è un caso, dunque, che Saverin abbia la faccetta rassicurante di Andrew Garfield, mentre il bravissimo Jesse Eisenberg convoglia tutto il suo magnetismo un po' nerd nella figura controversa del protagonista, che allo stesso tempo affascina e allontana, un po' come la sua creatura più famosa: la facciata innocua di THE Facebook, che permette agli utenti di cercarsi, collegarsi e sviluppare amicizie, in realtà racchiude dinamiche ben più complesse, spesso incomprensibili, talvolta pericolose per gli utenti tanto incauti da fidarsi. In questo, lo Zuckerberg di The Social Network è una perfetta allegoria di quello che ha creato e probabilmente è lì che risiede l'intero senso della validissima operazione di Fincher, Sorkin e soci. 


Del regista David Fincher ho già parlato QUI. Jesse Eisenberg (Mark Zuckerberg), Rooney Mara (Erica Albright), Andrew Garfield (Eduardo Saverin), Armie Hammer (Cameron Winklevoss/Tyler Winklevoss), Max Minghella (Divya Narendra), Justin Timberlake (Sean Parker), Dakota Johnson (Amelia Ritter), Aaron Sorkin (Direttore agenzia pubblicitaria), Caleb Landry Jones (membro della confraternita) e Jason Flemyng (non accreditato, è uno degli spettatori alla regata) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film ha vinto tre premi Oscar, per la Sceneggiatura, il Montaggio e la Colonna Sonora Originale. Andrew Garfield aveva sostenuto l'audizione per il ruolo di Zuckerberg ma alla fine era troppo spontaneo e sincero e il regista ha deciso di affidargli Saverin, mentre Shia Labeouf ha direttamente rifiutato di partecipare al film come protagonista. Se The Social Network vi fosse piaciuto recuperate Steve Jobs e La grande scommessa .ENJOY! 

martedì 21 novembre 2017

A Ghost Story (2017)

Ho dovuto aspettare Italia vs Svezia per riuscire a vedere A Ghost Story, film diretto e sceneggiato da David Lowery, ma alla fine ce l'ho fatta!


Trama: una persona da poco defunta torna come fantasma nella casa dove abitava e si ritrova a testimoniare lo scorrere del tempo in sua assenza...


Ho avuto la scimmia di guardare A Ghost Story fin da quando ne aveva parlato Lucia ma mi sono ritrovata a dover aspettare una sera in cui il Bolluomo fosse diversamente occupato perché da quel che avevo letto (non troppo per non rovinarmi la visione) ho capito che il film avrebbe causato la mia morte tramite pianti inconsolabili e che non mi sarei trovata davanti a un horror disimpegnato, bensì a qualcosa di estremamente diverso e, soprattutto, ben poco horror. Insomma, non pane per i denti del povero Mirco, al quale ho risparmiato un paio d'ore di sofferenza (benché visto il risultato della partita... vabbé). Quanto a me, sono arrivata alla fine di A Ghost Story ancora viva e, stranamente, poco lacrimante ma con un senso di malinconia talmente soverchiante che non ho potuto fare altro, conclusa la visione, se non spegnere la luce, appallottolarmi e chiudere gli occhi mettendomi a dormire. A Ghost Story non è infatti una storia di fantasmi e case infestate, quanto piuttosto la storia, come da titolo originale, di UN fantasma, un'entità manifestatasi nel classico lenzuolo con due buchetti al posto degli occhi. E se pensate che una rappresentazione così poco "realistica" o espressiva di un fantasma non possa comunicare più di quanto riuscirebbe la migliore CGI del mondo, ebbene vi sbagliate di grosso perché tutta la sofferenza di essere eterno o, perlomeno, legato all'"aldiquà" fin quando non sarà in grado di lasciare andare le sue pene terrene, arriva al cuore dello spettatore potente come un pugno e altrettanto dolorosa. A questi punti, meglio avvertire i lettori incauti dell'altissimo potenziale "noia" di un film come A Ghost Story, tipica pellicola in cui "non succede nulla" e che richiede allo spettatore una buona dose di sensibilità ed empatia, nonché la volontà di mettersi nei panni del fantasma e vedere scorrere mestamente davanti ai propri occhi piccoli gesti di umanissima quotidianità, trasfigurati da un punto di vista carico di rimpianto e nostalgia; Lowery, in veste di regista e sceneggiatore, si permette di indugiare in lunghi silenzi, semplici gesti d'affetto dilatati nel tempo, pochi dialoghi che inquadrano giusto la situazione ma lasciano allo spettatore il compito di "riempire i buchi" in base alla propria esperienza o predisposizione d'animo, soprattutto fa uso di un interessantissimo montaggio temporale (oltre che di un lunghissimo, angosciante piano sequenza) che sottolinea la triste condizione di un protagonista costretto a subire lo scorrere della vita altrui e la scomparsa di tutto ciò che gli è caro.


A Ghost Story è dunque l'atipica storia di un fantasma, una pellicola assai poetica e delicata che tratta temi profondissimi impiegandoci metà del tempo di quanto farebbe un film Marvel o DC qualsiasi per propinarci l'ennesima scazzottata tra supereroi. E' un film che racconta sì l'elaborazione del lutto e la necessità di andare avanti ma non solo. Pone delle domande sul futuro, non inteso necessariamente come futuro della società umana ma proprio sul lascito della singola persona ai figli, ai figli dei figli e a quelli che verranno dopo, sia che si tratti di un individuo particolare oppure di un normalissimo "uomo della strada" e lo fa attraverso un monologo assai intenso; parla di frustrazione ribaltando i classici punti di vista di un horror come Poltergeist (una delle fonti d'ispirazione del regista, per conoscere alcune delle altre vi rimando al solito trafiletto finale), della difficoltà di lasciare andare quello che per noi è importante, di sentirsi fuori dal mondo in ogni senso possibile e di odiarsi per la volontà di continuare comunque a vivere, di speranze infrante e desideri irrealizzabili, di cambiamenti, vita, morte e di tutto quello che sta in mezzo, fosse anche una storia d'amore ben lontana dall'essere perfetta. A Ghost Story è un film che costringe lo spettatore a pensare ma anche a guardare con attenzione, a concentrarsi a lungo sulle immagini fino ad arrivare a conoscerne ogni dettaglio, ad apprezzare la profondità di campo e persino ad incuriosirsi davanti a un formato che, lì per lì, pensavo fosse dovuto a qualche problema in fase di "pesca" e invece è proprio quello originale voluto e pensato dal regista. Questa scelta peculiare conferisce un'aura vintage all'intera pellicola e, pur rinchiudendo le immagini all'interno di una cornice piccolina, da diapositiva o da filmino girato in casa, non le priva della bellezza data dalla fotografia nitida e accresce il senso di claustrofobia già causato dalla scelta di girare il film quasi interamente all'interno di quattro mura. Non sto nemmeno a dire che un film così bello e particolare non ha ancora una data di uscita italiana né probabilmente l'avrà mai ma se dovesse finire tra le manine illuminate di Netflix o di qualche casa di distribuzione consiglio vivamente di dargli un'occhiata perché è una delle opere più belle e coraggiose viste quest'anno.


Di Casey Affleck (C) e Rooney Mara (M) ho già parlato ai rispettivi link.

David Lowery è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Senza santi in paradiso e Il drago invisibile. Anche produttore e attore, ha 37 anni e un film in uscita.


Sotto il lenzuolo del secondo fantasma c'è la cantante Kesha. Se A Ghost Story vi fosse piaciuto recuperate alcune delle fonti di ispirazione del regista, come per esempio La città incantata, Poltergeist, Under the Skin e Orlando. ENJOY!

domenica 12 febbraio 2017

Lion - La strada verso casa (2016)

Me l'ero perso al cinema per vari motivi ma in previsione della Notte degli Oscar ho recuperato Lion - La strada verso casa (Lion), diretto nel 2016 dal regista Garth Davis, tratto dall'autobiografia La lunga strada per tornare a casa di Saroo Brierly e nominato per sei Oscar (Miglior Film, Dev Patel Miglior Attore Non Protagonista, Nicole Kidman Migliore Attrice Non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Fotografia e Miglior Colonna Sonora Originale).


Trama: il piccolo Saroo, nato e cresciuto in un villaggio sperduto dell'India, rimane bloccato su un treno e si perde a Calcutta dopo aver percorso 1600 chilometri. Dopo alterne vicende viene adottato dai coniugi Brierley e portato in Australia ma, crescendo, decide di ritrovare la madre e il fratello...



Chissà dove sarebbe finito Proust se invece di una madeleine avesse addentato un jalebi? Probabilmente da un cerusico dell'epoca, col palato offeso da un cibo simile, mentre invece il protagonista di Lion viene soverchiato dai ricordi di un passato sepolto per trent'anni e si ritrova a cominciare la sua Ricerca del tempo perduto con l'ausilio indispensabile di Google Earth. Tié, Proust, beccati questa! Quest'introduzione al limite dell'imbecillità è messa per dissimulare il fatto che Lion, neanche a dirlo, mi ha ridotta ad uno straccio lacrimante, soprattutto nella prima parte del film, interamente dedicata alle disavventure del piccolo Saroo, separato dalla famiglia e perso nell'immensa Calcutta, dove tra rapitori di bambini, pedofili e miseria non si sa davvero quale sia la minaccia peggiore per un bimbo di soli cinque anni. La sceneggiatura di Lion - La strada verso casa costruisce il film non come un flashback ma come la storia di Saroo dal fatale giorno in cui si è ritrovato solo sul treno all'incontro con i futuri genitori, per poi focalizzarsi dopo un salto temporale sul ragazzo ormai adulto, improvvisamente ossessionato dai ricordi della famiglia lasciata in India e roso dal senso di colpa all'idea che madre e fratello lo stiano ancora cercando; la seconda parte del film si sviluppa come la storia di una ricerca forsennata, di un'ossessione durata anni, al prezzo della distruzione di un'armonia familiare faticosamente raggiunta, e sebbene meno commovente della prima è comunque impreziosita da alcuni momenti intensi legati al rapporto tra Saroo e la madre adottiva e, ovviamente, alla risoluzione dell'intera vicenda. Al di là della storia personale del protagonista, ho molto apprezzato come Lion faccia riflettere intensamente su questioni come l'adozione e l'importanza che essa può avere per bambini che hanno avuto la sfortuna di nascere in luoghi poveri o malsani. Indubbiamente, la famiglia originale di Saroo lo amava molto ma quale futuro avrebbe avuto il bambino se non avesse avuto la "sfortuna" di salire su un treno e andare lontano, se non avesse incontrato i Brierley e se Sue, nonostante la possibilità di avere figli suoi, non avesse scelto consapevolmente di dare amore e possibilità infinite a due dei migliaia di bimbi costretti a vivere negli orfanotrofi di tutto il mondo?


Per quanto possa sembrare un film stucchevole, costruito a tavolino per racimolare Oscar che probabilmente e (forse) giustamente non vincerà mai, già solo il fatto che spinga lo spettatore a porsi questo genere di domande lo rende ai miei occhi un film onesto e meritevole di venire apprezzato, nonostante la regia semplice e "classica" o qualche eccesso di retorica. C'è da dire inoltre che la prima parte di Lion ha una potenza cinematografica che è raro trovare al giorno d'oggi, soprattutto se si pensa che per almeno un'ora la pellicola è recitata in dialetto hindi e bengali e poggia quasi interamente sulle piccole spalle del grandissimo Sunny Pawar, un bimbo dallo sguardo talmente intenso e dal faccino così tenero che è impossibile non lasciarsi trasportare dalle sue terribili vicende. La seconda parte, come ho detto, è più "banale", se mi passate il termine: Dev Patel è molto bravo nel ruolo del Saroo adulto e Nicole Kidman, pur avendo ben poche scene a disposizione, regala una delle interpretazioni più intense e belle di questi ultimi anni in cui la sua stella pareva essersi un po' offuscata, soprattutto durante il confronto finale tra Sue e Saroo, commovente ed intelligente. Meno bene Rooney Mara, costretta invece nell'inutile personaggio di Lucy che, in pratica, altro non è che un amalgama di tutte le fidanzate che hanno accompagnato il vero Saroo nella ricerca della sua famiglia, probabilmente messo lì per dare un valore ancora più positivo al protagonista ma in definitiva assolutamente non necessario (ma davvero al giorno d'oggi per accentuare la moralità adamantina di una persona bisogna mostrarlo per anni con la stessa ragazza? Mah.). Peccato, perché Rooney Mara mi piace tantissimo e solitamente sceglie i suoi ruoli con maggiore oculatezza. A parte questo dettaglio, Lion - La strada verso casa è un film intenso e commovente che merita una visione; non so se dopo averlo visto vi sentirete meglio ma a me è tornata un po' di speranza nei confronti dell'umanità intera!


Di David Wenham (John Brierley), Nicole Kidman (Sue Brierley) e Rooney Mara (Lucy) ho già parlato ai rispettivi link.

Garth Davis è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto prevalentemente serie TV a me sconosciute. Ha un film in uscita.


Dev Patel interpreta Saroo Brierley. Inglese, ha partecipato a film come The Millionaire, L'ultimo dominatore dell'aria, Marigold Hotel e Ritorno al Marigold Hotel. Anche produttore, ha 27 anni e un film in uscita.




martedì 8 novembre 2016

Kubo e la spada magica (2016)

Alla faccia degli orari da denuncia del multisala, domenica sono riuscita ad andare a vedere Kubo e la spada magica (Kubo and the Two Strings), diretto dal regista Travis Knight.


Trama: il giovane cantastorie Kubo vive assieme alla madre in una grotta, dalla quale esce solo di giorno per recarsi al villaggio ed incantare gli abitanti con i suoi origami semoventi. Il giorno in cui il ragazzo rimane fuori dopo il tramonto, le forze oscure del Re Luna si scatenano contro di lui e lo costringono ad intraprendere la stessa ricerca che costò la vita a suo padre...


Sia benedetta la Laika! Dopo quel mezzo diludendo di Boxtrolls - Le scatole magiche il quale, nonostante tutto, conteneva comunque il particolarissimo gusto "adulto" e per nulla sciocco della casa di produzione, mi ha regalato questo Kubo e la spada magica che prometteva di essere un trionfo fin dal trailer... e così è stato! Avete presente l'adagio orientale che recita di come sia più importante il viaggio per raggiungere la meta piuttosto che la meta stessa? Ebbene, tra un accordo di liuto cinese e una battaglia tra origami, Kubo e la spada magica racconta proprio di una seconda occasione resa sotto forma di "quest", all'interno della quale non contano tanto gli oggetti ottenuti, bensì le prove sostenute per recuperarli e i legami creati assieme ai compagni di viaggio oltre alla Storia (con la S maiuscola, ovviamente) nata dall'esperienza. Kubo è un bambino che il nonno, il malvagio Re Luna, vorrebbe rendere fisicamente cieco affinché gli venga impedito di provare emozioni ed abbassarsi così al rango dei comuni mortali, bloccati in un mondo "vile" pieno di brutture, sofferenza e soprattutto morte; venuta meno la protezione della madre, figlia dello stesso Re Luna, il piccolo Kubo si imbarca, assieme ad una scimmia e un samurai trasformato in scarafaggio, in un viaggio alla ricerca di tre oggetti magici capaci di renderlo il dominatore dei cieli. Tra le mani, Kubo ha un liuto cinese che gli consente di animare la carta ed incanalare il potere della sua magia negli oggetti inanimati, cosa che lo porta ad ammaliare gli abitanti di un villaggio, letteralmente rapiti dalle storie ereditate dal ragazzino per bocca della madre; all'interno delle storie di maghi e samurai si fondono realtà ed immaginazione, almeno finché Kubo non si accorge di stare vivendo una pericolosissima versione dei racconti da lui tramandati e di essere inseguito dagli stessi mostri che davano la caccia a suo padre, colpevole di avere trascinato nel mondo mortale la figlia del Re Luna. Umanità, solitudine, sofferenza, il dualismo vita/morte e la potenza del ricordo, capace di rendere immortali non solo le storie ma anche i loro protagonisti, sono gli importanti temi toccati da un cartone animato che non esita a mostrare al pubblico momenti di indicibile tristezza e malinconia, offrendo una consolazione minima, per quanto assai poetica.


La bellezza della storia viene sostenuta degnamente da animazioni strepitose e una colonna sonora perfetta. E' difficile pensare di avere davanti un film realizzato in stop motion quando le animazioni dei pupazzini sono fluide e perfettamente fuse con gli inevitabili effetti speciali digitali capaci di rendere questa tecnica ancora più affascinante (la scena alla fine del film che mostra com'è stato realizzato lo scheletro gigante, di fatto il pupazzo più grande mai utilizzato per un film simile, fa venire voglia di avere per le mani l'intero backstage della pellicola). A ciò bisogna aggiungere un character design a dir poco spettacolare, ispirato agli anime (la pettinatura e la benda sull'occhio di Kubo ma anche il guardiano scheletrico, che ricorda non poco il Dio della guerra di Nausicaa della Valle del vento), all'arte e iconografia giapponesi, al teatro No (bellissime le maschere delle tremende sorelle) e persino agli animali "simbolo" del giappone, quali la scimmia bianca e gli amatissimi scarabei, character design capace di offrire anche un drago sui generis, assai diverso da quello che mi sarei aspettata, più simile ad un pesce abissale che alle creature del folklore orientale. Protagoniste indiscusse di Kubo e la spada magica, assieme agli artistici origami animati dal protagonista, sono le due corde che gli consentono di incanalare la magia (non a caso il film in originale si intitola Kubo and the Two Strings, titolo che ha una doppia valenza non spoilerabile e che, giustamente, priva di importanza la spada magica che di fondamentale ha ben poco) e ovviamente creare le splendide melodie composte dall'italiano Dario Marianelli, già premio Oscar per le musiche di Espiazione, che qui si sbizzarrisce con un mix tra tradizione giapponese e una concezione del ritmo che apre ad influenze occidentali, fino ad arrivare alla bellissima cover finale di While My Guitar Gently Weeps cantata da Regina Spektor. Riassumendo, Kubo e la spada magica, per realizzazione e storia, vince a man bassa su tutti i cartoni animati che mi è capitato di vedere quest'anno e lo consiglio a chiunque tranne a chi ha bimbi con meno di sei anni, i quali potrebbero spaventarsi e piangere (per contro dai sei anni in su potrebbero fare domande scomode: sta a voi se turbarli con la verità oppure fare come il dolce nonno seduto accanto a me, che sdrammatizzava ogni cosa gabbando il nipotino preoccupato. Rispetto, signore!!!).


Di Charlize Theron (voce originale di Scimmia), Ralph Fiennes (Re Luna), Rooney Mara (Le Sorelle) e Matthew McConaughey (Scarafaggio) ho già parlato ai rispettivi link.

Travis Knight è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio dietro la macchina da presa. Americano, ha lavorato come animatore nei film Coraline e la porta magica, ParaNorman e BoxTrolls - Le scatole magiche ed è anche produttore. Ha 43 anni.


George Takei è la voce originale di Hosato. Americano, famoso per essere stato Sulu nelle serie e nei film dedicati a Star Trek, ha partecipato anche a film come Zohan - Tutte le donne vengono al pettine e serie quali Ai confini della realtà, Missione impossibile, Una moglie per papà, L'uomo da sei milioni di dollari, MacGyver, La signora in giallo, Miami Vice, Hercules, Scrubs, Will & Grace, La vita secondo Jim, Heroes e The Big Bang Theory, inoltre ha lavorato come doppiatore in episodi de I puffi, Futurama, Drawn Together, Kim Possible, Phineas e Ferb, Adventure Time, Robot Chicken, American Dad! , I Simpson e film come Mulan. Anche sceneggiatore e produttore, ha 79 anni e due film in uscita.


Cary-Hiroyuki Tagawa è la voce originale di Hashi. Giapponese, ha partecipato a film come Grosso guaio a Chinatown, L'ultimo imperatore, I gemelli, 007 - Vendetta privata, Mortal Kombat, Vampires, Pearl Harbour, Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie, Elektra, Memorie di una geisha, Hachiko - Il tuo migliore amico, 47 Ronin, The Man With the Iron Fists 2 e a serie come McGyver, I Colby, Miami Vice, Moonlighting, Baywatch, Renegade, Nash Bridges, Sabrina vita da strega, Walker Texas Ranger e Heroes. Anche produttore, ha 56 anni e tre film in uscita.


Pare che una delle fonti di ispirazione di Kubo e la spada magica sia la leggenda giapponese chiamata Hakaba no Kitarou, raccontata negli anni '30 in forma di kamishibai e già trasposta in un manga dal titolo Kitaro dei cimiteri, che non conoscevo ma che pare avere generato un'infinità di anime e film; se Kubo e la spada magica vi fosse piaciuto cercate tutto il materiale al riguardo che riuscirete a trovare in rete e ovviamente non perdetevi Coraline e la porta magica, ParaNorman e BoxTrolls - Le scatole magiche. ENJOY!

domenica 17 gennaio 2016

Carol (2015)

La prima settimana di "superlavoro" pre-Oscar si conclude con la visione di Carol, diretto nel 2015 dal regista Todd Haynes e tratto dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith, già pubblicato sotto pseudonimo nel 1952 col titolo The Price of Salt. Prima di andare avanti vi invito a leggere le splendide recensioni di Lucia e Silvia, alle quali il mio post non sarà neppure degno di baciare i piedi.


Trama: nella New York degli anni '50 due donne si incontrano e a poco a poco s'innamorano. Therese è una giovane commessa che aspira a diventare fotografa, fidanzata con un uomo che vorrebbe sposarla, mentre Carol è già madre e in procinto di divorziare da un marito che non accetta il suo stile di vita. Le due partiranno per un viaggio alla scoperta di sé stesse e del loro legame...


Siccome i due post che vi ho linkato su contengono tutto ciò che dovete sapere per poter fruire al meglio di un film come Carol, compresi indispensabili chiarimenti su alcuni aspetti tecnici e alcuni retroscena legati al romanzo di Patricia Highsmith che, purtroppo e molto colpevolmente, non ho mai letto, qui mi limiterò a raccontarvi come mai il film di Haynes mi sia piaciuto molto e perché non lo ritenga affatto freddo come si legge praticamente ovunque in questi ultimi giorni. Di Carol ho adorato proprio il modo sussurrato, progressivo ma inequivocabile col quale il sentimento tra le due protagoniste nasce e si consolida dopo un incontro casuale durante il quale al regista basta inquadrare un gioco di sguardi per esprimere tutta la sorpresa e la curiosità di un sentimento improvviso e inaspettato ma anche inconfondibile. Carol e Therese si piacciono fin dall'inizio, è palese. Magari la prima è più consapevole del significato di questo "piacersi" mentre Therese, lo svagato "angelo caduto dallo spazio", accoglie la cosa più come una sorta di fascinazione legata alla sua natura di aspirante fotografa oppure all'insoddisfazione di frequentare un fidanzato e degli amici beoni e poco stimolanti, chissà. Nessuno può sapere come nasce un amore, forse neppure le persone che lo stanno vivendo: sta di fatto che Carol e Therese si cercano, si piacciono, si capiscono e scelgono di andare contro tutto e tutti pur di assecondare ciò che probabilmente nasce come un capriccio e finisce per diventare un sentimento reale e ovviamente non accettato da tutti. La storia di Carol e Therese segue ritmi lenti, quasi oziosi e perché non dovrebbe? Le relazioni omosessuali non vengono quasi accettate neppure nel 2016 nonostante chi le viva sia consapevole di avere tutti i diritti di farlo, immagino quindi che negli anni '50 fosse ancora più difficile superare non solo i preconcetti della società ma anche i propri, quelli inculcati dalla famiglia e dall'ambiente in cui si era cresciuti: avrei trovato MOLTO fastidioso guardare Carol e vedere le due protagoniste consumarsi nel fuoco della passione come se fosse la cosa più naturale del mondo, senza dubbi né timidezza, senza il desiderio di sondare l'altra persona prima di lasciarsi andare. Così invece tutto è verosimile, oltre che molto dolce e intenso.


Questa dolcezza, questa calma voluta nasce da un profondo rispetto per l'opera di Patricia Highsmith, dall'alchimia perfetta delle due attrici protagoniste e dalla perfetta unione tra la perizia tecnica di Todd Haynes e la sua grande sensibilità, insieme all'utilizzo di una bellissima e commovente colonna sonora. Le immagini di Carol sono di una bellezza struggente, "sgranate" quasi come se l'Amore permeasse davvero l'aria nella quale sono immerse le protagoniste, come se la realtà circostante sparisse lasciandole sole, a viversi e cercarsi. La capacità del regista di "creare" il sentimento l'ho avvertita palpabile durante la ripetizione della stessa sequenza all'inizio e alla fine del film, che mi ha suscitato emozioni completamente differenti; quando Carol appoggia la mano sulla spalla di Therese durante un frettoloso ed imbarazzante congedo l'impressione che ho avuto era quella di un legame esistente ma non consolidato, mentre sul finale il gesto si carica di così tanti significati che ho fatto fatica a ricacciare indietro le lacrime. Quindi, ben venga il tanto vituperato lieto fine, per una volta. Quanto alle attrici, due meraviglie. Cate Blanchett è elegantissima, quasi divina, il suo sguardo e l'atteggiamento delle sue labbra dicono da soli più di mille, inutili righe di dialogo ma la vera rivelazione è una dolcissima Rooney Mara che a tratti mi è sembrata l'incarnazione di Audrey Hepburn. Rooney Mara vivacizza il film col suo atteggiamento da folletto curioso, agghindato con gli abiti più adorabili e belli mai visti in un film, e nel corso della pellicola il suo personaggio cresce, diventando più forte e meno inconsapevole ma non per questo meno amabile, tanto che a tratti verrebbe voglia di abbracciarla; non stupisce che anche quella stupenda megera di Sarah Paulson alla fine se ne innamori, almeno un pochino. Carol e Therese io me le voglio immaginare così, belle e felici fino alla fine dei loro giorni, chiuse nel loro piccolo appartamentino newyorkese o pronte per partire per l'ennesimo road trip, in barba alle convenzioni, agli avvocati, agli investigatori privati e ai musoni rompiscatole. D'altronde, il Cinema è fatto soprattutto per sognare, no?


Di Cate Blanchett (Carol Aird), Rooney Mara (Therese Belivet), Kyle Chandler (Harge Aird), Sarah Paulson (Abby Gerhard) e John Magaro (Dannie McElroy) ho già parlato ai rispettivi link.

Todd Haynes è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Velvet Goldmine e Lontano dal paradiso. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 55 anni e un film in uscita.


A Rooney Mara era già stato offerto il ruolo di Therese alla fine delle riprese di Millenium - Uomini che odiano le donne ma aveva rifiutato a causa dell'eccessivo affaticamento; era subentrata così Mia Wasikowska che ha però rinunciato per partecipare a Crimson Peak, cosa che ha consentito ad una riposata e bravissima Rooney Mara di tornare in pista! Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Lontano dal paradiso. ENJOY!

Update: leggete anche il bellissimo articolo di Hell, QUI!

lunedì 25 maggio 2015

Cannes 2015

Ieri si è concluso il Festival di Cannes e sono stati assegnati gli ambiti premi. Come tutti gli anni, da brava cinefila e blogger NON ho assolutamente seguito la kermesse (d'altronde, ai Coen e Del Toro voglio bene ma non stiamo mica parlando di Quentin) anche se un po' speravo che Garrone e Sorrentino (anche Moretti, dai) portassero a casa qualcosa. E invece ciccia, come vedrete in questo piccolo ed ignorante riassunto dei premi più importanti.


La Palma d'Oro va a Dheepan del regista Jacques Audiard, già autore dell'apprezzato (non da me che, manco a dirlo, non l'ho proprio visto) Un sapore di ruggine e ossa. Il film, che dovrebbe uscire ad agosto in Francia, racconta di un ex soldato che, per sfuggire alla guerra civile in Sri Lanka, fugge a Parigi con una donna e una bambina, cercando di farle passare come la sua famiglia. Non è il genere di film che m'ispira ma potrei cambiare idea, chissà!

Chapeau
Miglior regista è risultato essere il cinese Hou Hsiao-Hsien di cui, come al solito, non avevo mai nemmeno sentito parlare fino ad oggi. Il suo nuovo film, The Assassin, che uscirà in Francia l'anno prossimo, mi ricorda tantissimo i wuxia che avevano conosciuto un momento di gloria internazionale all'inizio del nuovo millennio e racconta di un'assassina presa tra i doveri e l'amore. Non vedo l'ora che arrivi anche da noi visto che adoro il genere!


Altro emerito sconosciuto, almeno per me (si vede che non bazzico il cinema francese, eh?) è Vincent Lindon per il film La loi du marché, che parla di un operaio alla ricerca di un nuovo lavoro, se non ho capito male. Nuovo Due giorni, tre notti in arrivo? Chissà!


Le migliori attrici quest'anno sono due. Una la conosco, è l'adorata e adorabile Rooney Mara, che a quanto pare ha eclissato Cate Blanchett nel nuovo film di Todd Haynes, Carol, mentre la seconda, Emmanuelle Bercot, mi è assolutamente sconosciuta. Il fatto però che il film che l'ha portata alla vittoria, Mon roi, sia diretto da Maiwenn e co-interpretato da Vincent Cassel mi predispone già molto ma molto bene!

Todd Haynes (a destra) ritira il premio per Rooney Mara
Per concludere questa sconclusionata rassegna Cannesiana, mi preme dire che l'unico film potenzialmente davvero interessante tra i vincitori è The Lobster, che si è beccato il gran premio della giuria: un sci-fi che condanna i single a diventare animali se non riescono a trovare l'anima gemella in 45 giorni, con un cast a dir poco ghiottissimo. Fino a Ottobre non c'è speranza di vederlo al cinema, soprattutto non in Italia, ma mai dire mai. E con questo vi saluto e vi rimando ad altri Blog "meglio" nonché all'anno prossimo... ENJOY!

Con le facce tese tutti incazzati neri e con le pive nel sacco noi... shalalaaaa!



venerdì 21 marzo 2014

Lei (2013)

Martedì ho finalmente guardato il film visto ed apprezzato da (quasi) tutta la blogosfera, ovvero Lei (Her), diretto e sceneggiato nel 2013 da quel geniaccio di Spike Jonze e vincitore dell'Oscar per la migliore sceneggiatura originale.


Trama: Theodore è un uomo solitario, provato dalla fine di un lungo matrimonio. Un giorno, per curiosità, decide di acquistare un software in grado di "evolversi" in base alle necessità del padrone ed è così che, a poco a poco, intesse una relazione con questo programma, autodenominatosi Samantha...


Quanta tristezza, quanta bellezza. Durante la visione di Lei sono stata colta da una malinconia talmente profonda che ho fatto fatica ad arrivare alla fine e non perché il film sia brutto, anzi. Solo che, verso la fine, alla malinconia si è aggiunta anche un po' d'inquietudine. La storia di Theodore, ambientata in un futuro prossimo dove le lettere d'amore vengono dettate da appositi impiegati ad un computer che poi le stamperà in bella calligrafia, sembrerebbe quasi la naturale evoluzione di questa società dove le persone sono sempre più isolate e chiuse all'interno di una rete globale in grado di alimentare disagio e solitudine. Il protagonista si trova davanti al suo primo, importante fallimento come essere umano (il matrimonio è andato a rotoli) e non ha più il coraggio di rapportarsi agli altri perché, che scoperta!, l'amore è un sentimento reciproco dove è bello ricevere ma bisogna anche dare... e lui non riesce più a darsi completamente, o forse non c'è mai riuscito, perso nella ricerca egoista di un ideale inesistente e ingiusto. L'unica soluzione è vivere una fantasia, per quanto assurda, con qualcuno che non potrà mai essere alla pari di un essere umano e che tuttavia, apparentemente, è la persona perfetta: Lei. Samantha. Il software che, attraverso l’interazione con Theodore, comincia a comprendere il mondo e sé stessa, ad evolversi e superarsi, a trascendere in modo imprevedibile. La mia inquietudine non deriva tanto dalla svolta vagamente distopica che il film prende verso il finale, quanto dalla consapevolezza che l’essere umano Theodore è, se così si può dire, il “personaggio negativo” del film, un uomo perso nel suo ideale di artistica perfezione che si ammanta di un’aura di sfiga e tenerezza che non lo rende però meno ottuso, debole o ridicolo (si veda la sequenza dell'appuntamento al buio con Olivia Wilde, scioccante in ogni suo aspetto!). E’ più facile empatizzare con Samantha che, poverina, sarà anche infallibile in quanto computer e a tratti istericamente provata dal suo desiderio di vivere accanto a Theodore e convincerlo della possibilità di una relazione, tuttavia palesa sentimenti di inadeguatezza, frustrazione, gelosia, tristezza e curiosità genuinamente e meravigliosamente umani.


Jonze racconta così la favola malinconica di un amore 2.0, di una ricerca disperata della felicità impossibile e anche di amicizia; lo fa con tocco delicato e poetico, regalando allo spettatore momenti divertenti, assurdi e commoventi che ci spingono a riflettere su noi stessi e sul nostro modo di rapportarci agli altri, magari identificandoci di volta in volta con Theodore o con Samantha, anche se la persona più “vera” (nel senso di plausibile) del film è la tenera e frustrata Amy, interpretata da una Amy Adams bravissima e stranamente dimessa. Le sfumature del passato si mescolano ad un presente fatto di note malinconiche, colori tenui e luci soffuse e a squarci di un incerto futuro perso negli sterminati neon di una città cosmopolita, che può offrire agli sperduti protagonisti la speranza e l’amore, come anche la disperazione e il perpetuarsi della solitudine. Joaquin Phoenix regge quasi da solo il film con la sua delicata e convincente interpretazione di un uomo qualunque, senza particolari pregi se non quello di saper mettere su carta i sentimenti altrui (e col fatale difetto di non riuscire a gestire i propri), ma la particolarità del film è la briosa, sensuale e tenera voce di Scarlett Johansson, in grado di rendere viva e reale Samantha e di emozionare lo spettatore anche se priva di un corpo. La cosa incredibile è che Jonze non usa mezzucci per dotarla di una presenza fisica, come un ologramma o un'immagine, ma gli basta semplicemente inquadrare l'inseparabile telefonino che Theodore porta sempre con sé e col quale ha una relazione simbiotica fin dalle prime immagini del film, prefigurazione veritiera di tutto quello che accadrà in seguito. Her è una pellicola lieve e particolare, che bisogna seguire con un po' di attenzione e una certa predisposizione alla malinconia; bisogna stare al gioco del regista e lasciarsi trasportare dai suoni e dalle parole, senza lasciarsi fuorviare dallo stile patinato delle immagini o dalla tematica fantascientifica perché questa, più che la storia di un amore impossibile tra un uomo e una macchina, è una storia sull'impossibilità di amare ed esprimere al meglio quello che proviamo, da vedere e rivedere.


Del regista e sceneggiatore Spike Jonze (che presta anche la voce al bimbetto alieno del videogame) ho già parlato qui. Di Joaquin Phoenix (Theodore), Chris Pratt (Paul), Rooney Mara (Catherine), Kristen Wiig (è la voce di SexyKitten), Scarlett Johansson (la voce di Samantha), Amy Adams (Amy) e Brian Cox (la voce di Alan Watts) ho già parlato ai rispettivi link.

Olivia Wilde (vero nome Olivia Jane Cockburn) interpreta la ragazza con cui Theodore ha l'appuntamento al buio. Americana, la ricordo per film come Turistas, Tron: Legacy, Cowboys & Aliens, In Time, The Words e Rush; inoltre, ha partecipato a serie come The O.C. e Dr House e, come doppiatrice, ha partecipato ad episodi di Robot Chicken e American Dad!. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 30 anni e cinque film in uscita.


Portia Doubleday, che nel film interpreta il "doppio" umano di Samantha, Isabella, nell'imbarazzante Lo sguardo di Satana - Carrie era mora e rispondeva al nome di Chris Hargensen. Originariamente, a dare la voce a Samantha avrebbe dovuto essere l'attrice Samantha Morton, che è stata sul set ogni giorno e aveva già registrato tutti i dialoghi. In fase di montaggio, però, Jonze ha capito che qualcosa non funzionava e, col benestare dell'attrice, ha deciso di ingaggiare la Johansson e farle ri-recitare da capo tutti i dialoghi. Tra l'altro, anche Chris Cooper ha girato alcune scene ma il suo personaggio è stato tagliato completamente fuori dalla pellicola. Un'altra attrice che ha dovuto rinunciare a partecipare al film, sebbene semplicemente a causa di impegni pregressi, è stata Carey Mulligan, rimpiazzata da Rooney Mara. E con questo concludo.. ENJOY!

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