Ho dovuto aspettare praticamente un mese ma, alla fine, anche io sono riuscita a vedere al cinema uno degli horror che aspettavo di più quest'anno, Hokum, diretto e sceneggiato dal regista Damian McCarthy.
Trama
Uno scrittore americano va in Irlanda, nell'hotel dove i genitori hanno passato la luna di miele, per disperderne le ceneri. Lì scopre che l'hotel è infestato da una strega...Recensione
Dopo Caveat e Oddity, ecco arrivare Hokum, ma cos'è esattamente un "hokum"? Si definisce "hokum" una sciocchezza, oppure un artificio molto terra terra che mira ad ingannare il prossimo. Il nuovo film di McCarthy contiene in sé entrambe le definizioni, a seconda dei punti di vista che vengono utilizzati. Da una parte c'è il protagonista del film, uno scrittore depresso e disilluso che dismette tutto ciò che lo circonda come "hokum", in particolare le storie di streghe che lo accolgono dal momento in cui mette piede in Irlanda, deciso a disperdere le ceneri dei suoi genitori nel posto che li ha accolti per la luna di miele. Dall'altro c'è, in effetti, un artificio dei più banali, che va ad inserire all'interno della trama horror del film un inganno ai danni di una persona, per motivazioni, appunto, molto terra terra. Questi due aspetti del film si intrecciano così da attirare il protagonista fuori dalla propria (un)comfort zone, scendendo a patti con un trauma infantile inestricabile da un profondo senso di colpa, e usare quello che dovrebbe essere l'"occhio" del tessitore di storie, andando oltre l'apparenza e un disprezzo smisurato verso gli esseri umani. A tal proposito, McCarthy ci introduce il protagonista alle prese con il finale della sua trilogia più famosa, e con questo racconto nel racconto ci dice moltissimo della sua percezione cupa del mondo, mostrandoci il tremendo destino dei personaggi della sua storia. Ed è sempre una storia che introduce la strega imprigionata nell'hotel, il che consente a McCarthy di metterne in discussione, come già accadeva in Caveat, la presenza o meno. Raccontandone la leggenda a due terrorizzati bambini, la strega viene chiamata Cailleach dal proprietario dell'hotel. La Cailleach del folklore celtico, a onor del vero, non è né buona né cattiva ed è più ancorata all'espressione di fenomeni naturali, mentre quella di McCarthy è una sorta di demone che trascina le anime e i corpi degli incauti in una dimensione oscura, mutilandoli durante il tragitto. Dando per buono che esista, e che la sua presenza non sia frutto della percezione distorta del protagonista, le sue azioni sembrerebbero in effetti mirate a fare più danno a coloro che sono colpevoli di qualcosa, torturandoli psicologicamente prima di ghermirli per trascinarli nel suo regno infernale; ciò spiegherebbe perché SPOILER il corpo di Fiona, probabilmente morta di paura, sia invece ancora nella suite FINE SPOILER Hokum tiene dunque fede al titolo in quanto opera che si presta a più interpretazioni, sia da parte del pubblico che da parte dei personaggi, in base a quanto i destinatari della narrazione siano disposti o meno a farsi ingannare, o da quanto acuto sia il loro spirito di osservazione.
Il mio, lo ammetto, è un po' annebbiato a causa del caldo, ma ciò non mi ha impedito di riconoscere quelle espressioni stilistiche e quei temi ricorrenti che rendono Damian McCarthy uno degli autori horror più coerenti in circolazione, nonché uno dei più originali. C'è un sottile fil rouge che unisce tutte le sue opere, rappresentato nella sua forma più "plateale" dagli oggetti iconici che vengono passati da un film all'altro; in Oddity compariva il coniglio di Caveat, in Hokum compare il terrificante campanello da reception di Oddity. Questi oggetti non si limitano ad essere una strizzata d'occhio al fan, ma trasmettono un senso di inquietudine ed aspettativa terrorizzata, poiché fondamentalmente "sbagliati". La cosa, ovviamente, vale per ogni elemento scenografico nei film di McCarthy, e Hokum non fa eccezione. La casa del protagonista, i boschi attorno all'albergo, lo stesso hotel, prima ancora che l'azione si sposti nella suite incriminata, sono tutti luoghi all'interno dei quali i personaggi vengono posizionati in modo che si crei attorno a loro un vuoto, una distanza più o meno grande rispetto a un punto considerato sicuro, il che li rende inquietanti anche quando i protagonisti non sono soli. Se poi, a un certo punto, la solitudine arriva davvero, combinata a soprammobili che paiono godere di vita propria, ambienti scarsamente illuminati, barriere ben poco solide e tunnel che si prolungano all'infinito, c'è da morire di ansia, al punto che non sempre basta ricorrere alla tecnica delle dita davanti agli occhi, perché l'attesa è molto peggio dello jump scare. Anzi, benché Jack the Jackass, con i suoi occhi pallati, sia materiale da incubo da qui all'eternità (anche perché sapete bene quanta presa facciano su di me pupazzi, umanoidi pupazzosi ed analogic horror), mi sono quasi sentita più sicura durante la sua comparsa, rispetto ai momenti in cui sullo schermo c'era solo Adam Scott circondato da mobili e buio. Per quanto riguarda la "paura", McCarthy è dunque di nuovo riuscito a farmela fare sotto. Forse preferisco le sue due opere precedenti Hokum, in quanto più dirette e viscerali, ma è un giudizio che dovrei dare ad una seconda visione, soprattutto in v.o. visto che il doppiaggio italiano appiattisce qualunque cosa. Al momento, però, è il terzo sì di fila per McCarthy, e ciò lo rende di diritto uno dei miei autori horror preferiti!
Cast
Del regista e sceneggiatore Damian McCarthy ho già parlato QUI mentre Adam Scott, che interpreta Ohm Bauman, lo trovate QUA.

Mi e' piaciuto molto nonostante un finale a interpretazione....ma questo regista riesce a conquistarmi, stile inconfondibile 👍
RispondiEliminaAffascinante l'ambientazione e buona la partenza, poi mi è sembrato un po' prevedibile e noiosetto. Comunque, una visita in Irlanda ci sta sempre bene :)
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