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martedì 24 giugno 2025

28 anni dopo (2025)

Per paura che questa settimana il multisala fosse già chiuso per ferie, mercoledì scorso sono andata a vedere 28 anni dopo (28 Years Later), diretto dal regista Danny Boyle.


Trama: 28 anni dopo la pandemia di rabbia che ha distrutto l'Inghilterra, in un isola della Scozia si è ricreata una prospera comunità separata dalla terraferma. Il dodicenne Spike esce per la prima volta assieme a suo padre e apre gli occhi su ciò che si trova fuori dall'isola e dentro di lui...


Quasi vent'anni dopo il secondo capitolo e 23 anni dopo aver creato la saga, Danny Boyle e Alex Garland tornano, rispettivamente, alla regia e alla sceneggiatura per raccontarci cos'è successo al mondo dopo la pandemia di rabbia che ha distrutto l'Inghilterra. Nulla, a quanto pare. Dopo la scena finale di 28 settimane dopo, che vedeva gli infetti correre davanti alla Torre Eiffel, scopriamo infatti che il mondo è andato avanti, isolando gli inglesi sopravvissuti all'interno dei confini nazionali e lasciandoli a riscoprire la "gioia" di difendere le proprie terre con arco e frecce, costruendo fortificazioni, inventando nuove leggende e riti di passaggio, tornando insomma a uno stile di vita più semplice e quasi "tribale". Anche gli infetti, in qualche modo, si sono evoluti, e alcuni di loro somigliano più a uomini di Neanderthal che a mostri (mentre altri sembrano usciti dal Gyo di Junji Ito e fanno schifo a più livelli), ma non è cambiata la loro pericolosità. In questo mondo "di mezzo", dove la natura è tornata a farla da padrone e l'umanità fatica a fare quel salto che separa il sopravvivere dal vivere, il dodicenne Spike si fa protagonista di un coming of age a tinte horror. Spike vive all'interno di una comunità chiusa, fatta di riti di passaggio e regole ferree, assieme al padre e alla madre malata. Il padre, Jamie, è un modello di mascolinità, di forza, un eroe con tutte le risposte a cui Spike guarda con ammirazione sconfinata; la madre, Isla, è vittima di una misteriosa malattia che le sta portando via forza e raziocinio. Dopo la prima sortita all'esterno, Spike scopre l'orrore che si cela sulla terraferma e arriva a conoscere l'imperfezione di un padre tristemente umano; la consapevolezza della fallacia di Jamie si trasforma in un disprezzo che spinge Spike a prendere la madre per portarla da un dottore isolato sulla terraferma, temuto da tutti perché "pazzo". Quindi, Spike intraprende una vera e propria quest per cercare un individuo "magico", o comunque dotato di capacità uniche e, nel cammino, troverà nemici da sconfiggere, pericoli mortali, improbabili alleati; soprattutto, scoprirà il significato di resilienza e cosa rende una persona davvero umana.


In 28 giorni dopo e, soprattutto, 28 settimane dopo, era l'elemento horror-zombie a farla da padrone, e il terrore di una morte violenta. 28 anni dopo rimette tutto in prospettiva, sottolineando una cosa ovvia: la morte c'è sempre stata, anche prima della pandemia di rabbia che l'ha trasformata in un orrore da dimenticare e che ha diviso l'umanità in anonimi mostri malati e persone sane. Il film sottolinea come la morte sia una parte fondamentale della vita, al punto che una delle massime espressioni d'amore è l'accettazione di una dipartita dignitosa; così come ogni esistenza è unica, è giusto che anche la morte venga percepita in questo modo, o il rischio è quello di diventare insensibili di fronte a qualsiasi dolore che non sia il nostro, soprattutto quando le vittime di pandemie e guerre si fondono in un unicum fatto di anonima carne, anonimo sangue. Il rischio, come sempre, è quello di trasformarci a nostra volta in mostri, anche se non corriamo in giro sbraitando in preda a crisi di rabbia. In una delle sequenze più poetiche del film (affidata, per inciso, ad uno degli attori più bravi del mondo) si cita la frase memento mori, alla quale si aggiunge il meno utilizzato memento amare, perché è più facile avere paura e scappare dall'inevitabile, piuttosto che trarre forza dal ricordo di momenti preziosi, per crearne di ulteriori ai quali aggrapparci. Il coming of age di Spike si trasforma così in un bisogno di libertà, nel rifiuto di una costrizione spaziale che priva di individualità le persone e fa di loro tanti piccoli ingranaggi di una struttura anonima e quasi militarizzata, che è poi il leitmotiv dei mille spezzoni di filmati d'epoca che introducono la vita all'interno dell'isola. Il che mi porta, dopo tutti questi pipponi "filosofici", a parlare un po' della regia di 28 anni dopo.


Su Facebook e Instagram ho definito il film come "una bellissima puntata di The Walking Dead in acido". Lo confermo, perché la regia di Danny Boyle e il montaggio di Jon Harris (coadiuvati da una splendida e martellante colonna sonora, il cui unico difetto è l'assenza della storica In the House – In a Heartbeat di John Murphy) creano un'opera isterica, tra gli spezzoni di filmati di cui sopra, flash di visioni orrorifiche, ralenti che portano a rapidissimi fermi immagine ogni volta che un infetto viene ucciso da una freccia, sogni ad occhi aperti e una consecutio temporum che viene spesso mescolata e spezzata. La narrazione è più lo stream of consciousness di un ragazzino che cerca di assimilare tutta una serie di stimoli nuovi e confusi, ma è anche un'eco della malattia di Isla, del delirio che è diventata l'Inghilterra in 28 anni di mutazioni continue, e c'è una bella differenza tra le immagini desolanti del primo film, intervallate da rapidissimi scoppi di sconvolgente violenza, e questo pastiche di invenzioni visive. L'unica cosa che accomuna, visivamente, le due pellicole, è l'utilizzo di un device digitale per le riprese (in 28 giorni dopo era una videocamera della Canon, qui abbiamo un IPhone di ultima generazione), che conferisce alle immagini una grana particolare, e colori ancora più vividi; per il resto, 28 anni dopo presenta molta varietà anche nei setting e non esita a lasciarsi alle spalle la verosimiglianza del primo capitolo per abbracciare momenti di pura locura concretizzati nel personaggio di Ralph Fiennes e nel trashissimo finale aperto (con tutto il rispetto per Jack O'Connell il quale, dopo questo film e Sinners, sta diventando uno dei miei attori preferiti, mi è sembrato di assistere a un mix tra i Teletubbies, una puntata dei Power Rangers e uno sketch di Benny Hill con la parrucca da giovane scapestrato biondo). A proposito di Ralph Fiennes, il cast è perfetto, proprio a cominciare dal suo Dr. Kelson, che evolve da matto del paese a personaggio migliore del mucchio nel giro di pochissime, splendide sequenze; il giovane Alfie Williams, praticamente esordiente, ha un musetto adorabile ed è un protagonista credibile, capace di infondere al suo personaggio tutte le sfumature necessarie a connotarne la crescita, e mi sono piaciuti molto anche Aaron Taylor-Johnson, sempre figo, e Jodie Comer. Non lo credevo possibile, visto che la saga iniziata nel 2002 non rientra nel mio elenco di film cult, ma alla fine di 28 anni dopo mi sono ritrovata ad aspettare con trepidazione il sequel già annunciato e previsto per l'anno prossimo, 28 Years Later: The Bone Temple, diretto da Nia DaCosta. Speriamo non faccia la fine di Horizon e che questa nuova trilogia arrivi fino alla fine!


Del regista Danny Boyle ho già parlato QUI. Aaron Taylor-Johnson (Jamie), Jodie Comer (Isla), Ralph Fiennes (Dr. Kelson) e Jack O'Connell (Sir Jimmy Crystal) li trovate invece ai rispettivi link.


Nell'attesa che esca 28 Years Later: The Bone Temple, se 28 anni dopo vi fosse piaciuto recuperate 28 giorni dopo e 28 settimane dopo. ENJOY!

giovedì 21 maggio 2009

28 settimane dopo (2007)

Spinta dalle critiche positive lette qua e là e carpite ad amici e conoscenti, ho deciso di proseguire e guardare, dopo 28 giorni dopo, il sequel 28 settimane dopo (28 Weeks Later), diretto nel 2007 dallo spagnolo Juan Carlos Fresnadillo.

 






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La trama: il film inizia mostrandoci da un altro punto di vista quello che è accaduto all’inizio del film 28 giorni dopo. Alcune persone si sono rifugiate all’interno di una casa abbandonata per sfuggire agli infetti. Tra queste persone ci sono Don e la moglie, i cui figli si trovavano fortunatamente in Spagna durante lo scoppio dell’epidemia. Il rifugio presto viene assalito dagli infetti, e Don è l’unico che riesce a scappare, abbandonando la moglie. 28 giorni dopo gli infetti muoiono per la fame… 28 settimane dopo i figli di Don tornano nell’unica zona sicura dell’Inghilterra, un complesso residenziale protetto dalle forze NATO, e si ricongiungono col padre. Ma ovviamente, con il virus ancora il circolo, le zone sicure sono solo nominali…

 






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Questo film, girato cinque anni dopo il capostipite, ovviamente non è all’altezza del primo, pur essendo molto bello. Il primo film puntava in primis sui personaggi, lo scenario horror veniva dopo. Anche in questo caso si parte dai personaggi, soprattutto da quello di Don e del figlio, che sono il fulcro ed il motore di tutte le vicende, l’uno codardo e colpevole e come tale infettato per contrappasso, l’altro diverso, speciale, pericolosa speranza per l’intera umanità. Ma la matrice horror si fa molto più marcata, gli infetti hanno una presenza preponderante (non a caso il “capo” degli stessi è un attore del calibro di Robert Carlyle..) e il sangue scorre a fiumi: non è più l’horror al servizio della storia, ma la storia al servizio dell’horror, e non a caso i personaggi fanno tutte quelle stupide cose che NON si dovrebbero fare in un film del genere.

 






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La pellicola è lo specchio di 28 giorni dopo, quasi il suo opposto, a parte l’incipit che è violento e simile in entrambi i film. 28 giorni dopo mostrava l’anarchia, il caos e la ricerca personale della tranquillità, di un nucleo familiare, della normalità, ed il suo finale rappresentava la speranza. 28 settimane dopo parte dall’apparentemente stabile, seppur controllata, situazione che il precedente film lasciava intendere ed in un terribile crescendo arriva a mostrarci il ritorno del caos, della morte e della distruzione fino ad arrivare ad un finale pessimista ed apocalittico. E paradossalmente è proprio un atto di bontà, in entrambi i film, a condannare l’umanità: nella prima pellicola il desiderio degli animalisti di liberare le scimmie e salvarle dagli esperimenti, in questo film la pietà verso due bambini. L’unica cosa che rimane costante, infetti a parte, in entrambi i film, sono i forti legami tra i personaggi e l’ambiguità dei soldati, che non si fanno scrupolo di ricorrere a mezzi estremi per salvaguardare la situazione, calzando con eguale disinvoltura sia i panni dei protettori che quelli dei carnefici.

 






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Ovviamente la realizzazione della pellicola è assai curata. Le immagini mostrate non sono all’altezza di quelle di 28 giorni dopo, ma è stata utilizzata la stessa splendida musica ed alcune scene sono decisamente belle ed inquietanti, come quando viene mostrata la città avvolta dalla nebbia di gas tossico, misteriosa e aliena, oppure l’arrivo degli infetti nel campo di grano, seguito dal massacro a colpi di pale di elicottero. Per finire la scena finale, con un metro deserto ed una rivelazione terribile, incarnata da un monumento assai famoso che si vede in lontananza. Devastante, almeno per me, la sequenza ai raggi infrarossi, con i personaggi persi nei tunnel bui della metropolitana e virati in verde luminescente su fondo nero, ripresi dalla soggettiva di un mirino (tecnica utilizzata in seguito nel bellissimo e terrificante Rec), con la quale viene poi filmata anche la violenta morte di uno dei personaggi, durante la quale lo spettatore viene messo letteralmente nei panni di un infetto che massacra col calcio del fucile la povera vittima. Gli attori principali sono molto azzeccati, Robert Carlyle è bravo come al solito, ma anche i due bambini non scherzano. Tra le comparse segnalo un Harold Perrineau per una volta lontano dal suo ruolo di Michael in Lost.






 


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In definitiva, un buon film horror che potrebbe piacere anche a chi non è amante del genere. Pare sia in progetto anche un 28 mesi dopo, ma la compagnia di produzione dei primi due film, la Fox Atomic, ha chiuso i battenti ed è stata reintegrata nella Fox, il che significa che la pellicola potrebbe anche non uscire mai, persa nel limbo delle mille idee cinematografiche.

 

Juan Carlos Fresnadillo è il regista della pellicola. Di origini spagnole, questo è il quarto film del regista 42enne. Ha in progetto il remake dell’inquietante classico di Roger Corman, con Ray Milland, L’uomo dagli occhi a raggi X. Ennesima blasfemia in arrivo, gente!

 






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Robert Carlyle interpreta Don. L’attore scozzese occupa un posto nel mio cuore per aver interpretato il bastardissimo Begbie in Trainspotting, ma la sua filmografia conta un sacco di belle pellicole, tra cui Full Monty, Plunkett & McLeane, L’insaziabile, Il giovane Hitler, Human Trafficking (splendida miniserie vista in Australia), Eragon. Ha 48 anni e tre film in uscita.

 






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Harold Perrineau interpreta il pilota Flynn. Ciccione e spesso com’è diventato, dubito che qualcuno se lo ricorderà come il travestitissimo Mercuzio del trash e bellissimo Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann. Tra gli altri film dell’attore rammento Un poliziotto in blue jeans, Matrix Reloaded e Matrix Revolution,

Per la TV, oltre al suo già citato ruolo in Lost, segnalo le sue parti in Saranno famosi, I Robinson, Law & Order, ER, Oz e CSI. Ha 46 anni e due film in uscita.







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E per finire... so che non si dovrebbe fare, ma questa è geniale!!! Ascoltate la musica... guardate le immagini... ENJOY!!








lunedì 19 gennaio 2009

28 giorni dopo (2002)

Dopo parecchio tempo ho rivisto 28 giorni dopo (28 Days Later…) di Danny Boyle, intenzionata a vedere anche il seguito per me ancora sconosciuto, 28 settimane dopo.

La trama è assai semplice: ai nostri giorni alcuni militanti di un gruppo animalista penetrano in un laboratorio per liberare i poveri scimpanzè che fanno da cavie per gli esperimenti e finiscono per scatenare sull’intera Inghilterra un virus che si trasmette col sangue e la saliva rendendo gli esseri umani delle bestie rabbiose. Ventotto giorni dopo il fattaccio Jim si risveglia dal coma, solo in un ospedale vuoto, e, una volta compreso che l’Inghilterra è ormai una terra di nessuno infestata dagli infetti, cerca con altri superstiti di raggiungere quello che parrebbe l’unico luogo sicuro…



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Girato interamente con la videocamera digitale, questo film è colmo di immagini splendide e contemporaneamente devastanti. Manchester che brucia, la singola goccia di sangue che infetta colpendo l’occhio di uno dei malcapitati, il viaggio in mezzo ai campi di fiori (degno di un quadro impressionista), l’enorme scritta in mezzo alle campagne inglesi, il volo del jet mentre gli infetti muoiono di fame, Hannah che corre vestita di rosso e si nasconde dietro allo specchio come una novella Alice, la pioggia battente come in un film di guerra, talmente nitida che si può sentire la sensazione di bagnato e freddo sulla pelle… questo non è un comune film di pseudo-zombie, è forse una delle pellicole più curate che abbia mai visto, l’unica che riesce a fondere immagini da videoclip, personaggi profondi e temi puramente horror unendoli con delle musiche splendide ed azzeccatissime.



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Chi legge Stephen King sa cosa intendo. Questa è la storia di persone normali catapultate in una situazione assurda, che non si improvvisano supereroi né organizzano chissà quali difese. E’ la storia di persone che si ritrovano sole in un universo sconvolto, che devono fare ripartire in qualche modo l’umanità, sopravvivere e magari, se possibile, ritrovare anche un nucleo di affetti e una parvenza di felicità e speranza. Comportamenti credibili, personaggi verosimili che rispecchiano il modo in cui potremmo comportarci tutti, rendendo più facile allo spettatore l’immedesimazione e di conseguenza aumentando il senso di disagio, paura, tristezza (eh sì, ci ho speso anche la lacrimuccia per questo film). Anche i “mostri” che in qualunque horror spunterebbero come funghi in ogni scena (un film per tutti: La notte dei morti viventi) lasciano invece parecchio spazio ai personaggi e spesso non si vedono neppure, ma ogni loro comparsa è funzionale alla trama, a spingere Jim, Selena e gli altri verso nuovi destini e nuove sventure che inevitabilmente cambieranno la loro visione del mondo.



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Nella pellicola non ci sono personaggi buoni o cattivi, anche se la diversità tra il gruppo di Jim e i soldati che gestiscono l’ultimo avamposto è palese. Come viene detto a un certo punto della pellicola, ci sono due possibilità di affrontare la situazione: tra sopravvivere e vivere ovviamente è auspicabile la seconda ma spesso è impossibile perché anche l’ingenuo e dolce Jim alla fine si trova costretto a trucidare un bambino infetto e a spargere il virus tra i soldati sopravvissuti per salvare Selena ed Hannah dalla violenza. Però quanto possono essere condannabili in una situazione simile dei soldati privi di cibo e braccati dagli infetti, che rifiutano la sopravvivenza e vorrebbero una parvenza di vita vera che, per l’uomo, si traduce nella compagnia di una donna? Alcuni di loro, il comandante per esempio, sono dei pazzi condannabili senza appello, ma il ragazzino che alla fine viene impalato da Jim è solo un debole trovatosi in una situazione più grande di lui.



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Il finale è un’iniezione di speranza dopo una traumatica interruzione segnata dalla scritta “28 giorni dopo…”. La speranza di libertà è simboleggiata ovviamente da un paio d’ali, seppur di metallo, e da un enorme HELLO scritto sul terreno da una sorta di nucleo familiare ormai ricostruito. “Hello” è la parola chiave del film, ed è sensato perché se ci si pensa il saluto è l’inizio di ogni contatto umano. Quando nessuno risponde, soprattutto in quel di Londra, o l’unico suono di replica sono dei grugniti… allora è davvero la fine del mondo. Un film splendido e assolutamente da vedere, anche per chi non è amante del genere.

 

Danny Boyle è un talentuosissimo regista di Manchester, diventato famoso con il controverso e ormai mitico Trainspotting. Tra le altre pellicole ricordo ben volentieri Piccoli omicidi tra amici, e un po’ meno volentieri The Beach. Con l’ultimo film, The Millionaire, ha vinto quattro Golden Globes, come miglior regista, film, sceneggiatura e colonna sonora aprendosi la strada per un possibile Oscar perlomeno agli attori. Ha 53 anni.



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Cillian Murphy interpreta Jim. Si può dire che questo è il film che ha portato alla notorietà l’attore irlandese, tra gli altri ricordo La ragazza con l’orecchino di perla, Ritorno a Cold Mountain, Batman Begins (era Scarecrow, una botta di paura!), Red Eye, Il cavaliere oscuro. Ha 33 anni e cinque film in uscita.



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Brendan Gleeson, anche lui irlandese, interpreta Frank, e sicuramente i fan di Harry Potter lo riconosceranno come il Malocchio Moody della versione cinematografica dei romanzi. Ha recitato in Braveheart, Michael Collins, A.I. Intelligenza artificiale, Gangs of New York, The Village, La leggenda di Beowulf. Ha 54 anni e quattro film in uscita, tra cui Harry Potter e i doni della morte – parte I.



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Vi lascio con il trailer, sperando non lo tolgano come molti video XDXD

ENJOY!















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