Oggi il Bollalmanacco ha un'ospite d'eccezione: Lucia Patrizi de Il giorno degli zombi. Per chi non lo sapesse Lucia, oltre a sapere praticamente tutto sull'horror, è anche una scrittrice talentuosissima e, se non lo avete ancora fatto, vi consiglio di leggere le sue opere: My Little Moray Eel, Il posto delle onde e Nightbird. Li trovate tutti su Amazon, sono bellissimi, non avete scuse. E ora, lascio la parola a Lucia la quale, dopo averlo visto all'anteprima romana, mi ha regalato la recensione di Hellboy, diretto da Neil Marshall e uscito proprio ieri in Italia (ma non a Savona). ENJOY!
Prima di tutto, volevo ringraziare la Bolla, sia per avermi spacciato l’anteprima romana di
Hellboy sia per l’ospitalità qui nella sua dimora. È stata un tesoro.
Tanto per sgombrare subito il campo da sgradevoli equivoci, eviterò qualunque paragone
tra questo film e i due diretti da del Toro nel 2004 e nel 2008, un po’ perché dopo tanti
anni uno si stanca di combattere coi fan imbizzarriti (ma lo erano anche all’epoca, perché
del Toro si allontanò moltissimo dal fumetto), un po’ perché non si possono paragonare
Guillermo del Toro e Neil Marshall: il primo è un poeta, il secondo un picchiatore, e
queste rozze ed estremamente semplicistiche definizioni non vogliono andare a detrimento
di nessuno dei due. Marshall picchia come un fabbro dall’inizio della sua carriera, è un
dato di fatto, è una cosa bellissima da dire del suo cinema, da cui di solito si esce pesti
come dopo essere stati sottoposti a una scarica di calci in bocca.
In questo caso, l’attitudine da picchiatore di Marshall è tutta al servizio di un blockbuster,
o di un film che aspira a essere tale. Anche qui, non c’è niente di male e la parola
blockbuster non intende implicare un giudizio di valore, quanto stabilire in anticipo un
patto con il lettore, che dovrebbe conoscere le regole in base alle quali un blockbuster
viene confezionato.
Non fatevi ingannare dalla R di restricted applicata al film: togliendo le tonnellate di
sangue, quasi sempre in CGI, che per fortuna si riversano a ondate sullo spettatore,
Hellboy è un blockbuster come ce ne sono tanti, e quindi azzera la personalità del regista
in partenza.
Marshall non ha né la forza né il potere di fare di testa sua o di volgere le regole a proprio
vantaggio, e quindi accetta di buon grado questo primo lavoro ad alto budget e porta a casa
due ore tiratissime, mai noiose, violente e (questo dovrebbe fare la gioia dei pochi che i
fumetti di Mignola li conoscono) fedelissime al testo di riferimento.
In questo stanno sia i punti di forza che quelli deboli del nuovo Hellboy: in certi frangenti,
sembra di vedere un cinecomic come se ne trovano tanti, poi qualcuno viene scuoiato vivo
o impalato e allora ci si ricorda di non essere nel MCU, ma in un universo narrativo molto
più cupo e dalle componenti decisamente horror; gli effetti digitali regnano indisturbati,
anche nelle sequenze dove forse non erano del tutto necessari, anche quando forse una
bella dose di splatter artigianale poteva avere un’efficacia maggiore; in compenso, volano
certi schiaffi che vi alzerete dalla poltrona rintronati, perché l’Hellboy di Marshall è
esattamente come il suo regista: un picchiatore forsennato.
Ecco, dovete dimenticare lo stile barocco di del Toro, la sua ode alla diversità, dovete
dimenticare la poetica di del Toro applicata a Hellboy e per una ragione molto semplice:
era tutta roba di del Toro, riversata nel mondo del demone dalle corna limate. E basterebbe
questo per capire la differenza che passa tra un grandissimo autore e un ottimo regista che
si piega al servizio della produzione.
Non poteva succedere altrimenti: Marshall non fa un film per il cinema dal 2010 e non
credo sia motivo di vanto, per uno che ha, di fatto, cambiato la faccia del cinema horror
con The Descent, avere il proprio nome legato a Game of Thrones. Logica da parte sua una
certa docilità nell’adattarsi a far quello di cui la produzione ha bisogno.
Ora, il problema è se anche il pubblico ha, in un’ epoca dove esce un film tratto da un
fumetto ogni due o tre mesi, bisogno di questo Hellboy, che pare voler essere troppe cose
tutte insieme, voler rincorrere tipi di spettatori troppo diversi tra loro, quelli legati alla
creatura di Mignola, quelli tipici di un blockbuster estivo e quelli avidi di teste spappolate
e occhi strappati. Se i primi possono trovare un punto d’incontro coi terzi, è difficile che i
secondi vogliano le stesse cose.
Paga quindi la sua natura ibrida, l’indecisione su a chi vuole davvero rivolgersi e su dove
vuole davvero andare, come paga la scelta di aver preso spunto non da una sola storia di
Hellboy, ma addirittura da tre: La Caccia Selvaggia, Il Richiamo delle Tenebre e La
Tempesta e la Furia.
Intendiamoci, vedere Baba Yaga e i giganti è un piacere enorme; soprattutto la vecchia
strega mangiatrice di bambini, protagonista dell’unica sequenza puramente horror di tutto
Hellboy, è la creatura più riuscita e interessante del film, anche perché è stata realizzata
con un limitato ammontare di CGI e se ne percepisce la presenza reale sul set.
È una gioia anche respirare l’atmosfera del BPRD, avere a che fare con una versione molto
più cinica e stronza del professor Broom (Ian McShane) e vedere alcuni personaggi che
pensavamo non avremmo mai visto su grande schermo. Sono tutte cose che scaldano il cuore
del fan di Mignola e rendono Hellboy una visione apprezzabile.
E tuttavia, poteva essere qualcosa di più: così com’è, non credo che arriverà neanche a
incassare la cifra necessaria per un eventuale seguito, annunciato nelle scene dopo i titoli
di coda, come in ogni cinecomic che si rispetti, ovviamente.
Di suo, Marshall ci mette la messa in scena piena di adrenalina, una certa sporcizia del
montaggio che gli è sempre stata propria, e l’occhio di un regista esperto, ma ormai al
guinzaglio.
Una delusione, quindi?
No, un prodotto discreto, che intrattiene a dovere e si dimentica una volta finito. Come il
90% dei blockbuster moderni.
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venerdì 12 aprile 2019
martedì 17 marzo 2015
Il Bollospite: Goal of the Dead (2014)
L'abbiamo rimandato di qualche mese ma oggi è pronto il post combinato con Beatrix di Cinquecento Film Insieme, graditissima ospite che ha deciso di parlare i questa sede di Goal of the Dead, film diretto nel 2014 dai registi Thierry Poiraud e Benjamin Rocher.
Per la cronaca, la mia opinione sulla pellicola potete trovarla sul blog di Beatrix proprio oggi. ENJOY!
Trama: Il capitano dell'Olympique Paris torna a Caplongue, suo paese natale, per affrontare sul campo la squadra locale. Per il suo voltafaccia di molti anni prima quasi tutti gli abitanti di Caplongue lo odiano, in particolare il vecchio amico ed avversario che, grazie al padre dottore, si inietta una misteriosa sostanza che, invece di renderlo più forte, lo trasformerà in un ferocissimo zombie...
"Gli atleti scendono in campo, su gli spalti il tifo è caldissimo, ma manca il capitano del Caplounge...anzi no, eccolo sta correndo velocissimo verso gli avversari...ma cosa sta facendo...sta vomitando addosso al difensore dell'Olympique...oddio, cade, no si rialza no, è un caos, in campo..ma che accidentiaaahhhh...." "ragazzi, ragazzi ma che diavolo succede, non si è mai vista una cosa simile...Fabio...oddio...è morto...no, si rialza pure lui e vomita roba strana sul quarto uomo...scappa, non smettere di riprendere ma scappa.....porca miseria......" Ecco, un'ipotetica telecronaca della partita potrebbe cominciare così. Lo ammetto, quando si tratta di cinema la mia parte cialtrona di me ogni tanto prende prepotentemente il sopravvento. Certo, mi piacciono (alcuni) film d'autore, amo molto le belle interpretazioni e soprattutto i film ben scritti, ma se sento odore di cavolata, specialmente in ambito horror, ammetto di buttarmici coscientemente a capofitto (e spesso sbatterci simpaticamente il muso). Ah...mi piace il calcio. Ho avuto l'abbonamento allo stadio fino a poco prima che nascesse il bacarospo. Ed ora, che la mia squadra sta piano piano ritornando ai fasti di un tempo e soprattutto anche la bacarospetta comincia ad essere più grandicella, mi piacerebbe riprendere la buona abitudine perduta perché le partite, alla televisione, mi divertono davvero poco. Ergo quando ho letto per la prima volta di Goal of the dead mi si è accesa la lampadina...calcio e zombie (anche se tecnicamente in questo caso si deve parlare di infetti) insieme prometteva quanto meno un po' di sano divertimento. I responsabili del filmaccio arrivano direttamente dalla Francia, paese che, quando si parla di horror, non è mai andato troppo per il sottile, anzi, ha prodotto pure decisamente roba troppo forte per i miei gusti. Uno dei due, Rocher, ci ha regalato La Horde film che ha sicuramente una sua estetica particolarissima ma personalmente non mi ha fatto impazzire. Goal of the dead è diviso in due parti, piuttosto nette. La prima, diretta da Rocher, ci mostra l'antefatto alla partita, presentandoci i personaggi e criticando abbastanza vivacemente il mondo del calcio. Una congrega fatta di vecchi campioni ormai stanchi e giovani promesse più interessate al denaro rispetto ai valori dello sport, allenatori legati ad un mondo che non esiste più e procuratori mercenari veri e propri padroni dello spogliatoio. Per non parlare dei tifosi, gli abitanti di Caplounge. Una manica di bifolchi il cui unico interesse è vincere una partita (tra l'altro di nessuna rilevanza) e, possibilmente, spezzare una gamba al povero Lorit colpevole, ai loro occhi, di alto tradimento. Al fischio d'inizio Rocher passa la palla, o meglio la telecamera, a Poiraud e lui si scatena senza ritegno. Vomito, frattaglie arti spappolati ed assedio dei poveri sopravvissuti, ovviamente in un pub. Niente di nuovo sotto il sole quindi, anzi in un genere, come ho già scritto dalle mie parti, saccheggiato ormai a piene mani. Però funziona. Nonostante una eccessiva lunghezza, andiamo oltre le due ore che per un film horror è una durata a mio parere un po' esagerata, il film regge. Non ha grossi cali di ritmo e mescola molto bene la commedia all'horror sfrenato. Nulla di così clamoroso da far gridare al miracolo, perfino il finale è abbastanza scontato, ma una cialtronata piuttosto ben fatta che regala momenti di sano divertimento , per molti inspiegabile, a tutti gli appassionati.
Thierry Poiraud è il co-regista della pellicola. Francese, ha diretto anche un altro film, Atomik Circus. Anche sceneggiatore e attore, ha un film in uscita, il survival horror Don't Grow Up, che dovrebbe vedere la luce proprio quest'anno.
Benjamin Rocher è il co-regista della pellicola. Francese, ha diretto anche un altro film, The Horde. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha un film in uscita.
Se Goal of the Dead vi fosse piaciuto recuperate Shaun of the Dead e Splatters - Gli schizzacervelli. ENJOY!
Per la cronaca, la mia opinione sulla pellicola potete trovarla sul blog di Beatrix proprio oggi. ENJOY!
Trama: Il capitano dell'Olympique Paris torna a Caplongue, suo paese natale, per affrontare sul campo la squadra locale. Per il suo voltafaccia di molti anni prima quasi tutti gli abitanti di Caplongue lo odiano, in particolare il vecchio amico ed avversario che, grazie al padre dottore, si inietta una misteriosa sostanza che, invece di renderlo più forte, lo trasformerà in un ferocissimo zombie...
"Gli atleti scendono in campo, su gli spalti il tifo è caldissimo, ma manca il capitano del Caplounge...anzi no, eccolo sta correndo velocissimo verso gli avversari...ma cosa sta facendo...sta vomitando addosso al difensore dell'Olympique...oddio, cade, no si rialza no, è un caos, in campo..ma che accidentiaaahhhh...." "ragazzi, ragazzi ma che diavolo succede, non si è mai vista una cosa simile...Fabio...oddio...è morto...no, si rialza pure lui e vomita roba strana sul quarto uomo...scappa, non smettere di riprendere ma scappa.....porca miseria......" Ecco, un'ipotetica telecronaca della partita potrebbe cominciare così. Lo ammetto, quando si tratta di cinema la mia parte cialtrona di me ogni tanto prende prepotentemente il sopravvento. Certo, mi piacciono (alcuni) film d'autore, amo molto le belle interpretazioni e soprattutto i film ben scritti, ma se sento odore di cavolata, specialmente in ambito horror, ammetto di buttarmici coscientemente a capofitto (e spesso sbatterci simpaticamente il muso). Ah...mi piace il calcio. Ho avuto l'abbonamento allo stadio fino a poco prima che nascesse il bacarospo. Ed ora, che la mia squadra sta piano piano ritornando ai fasti di un tempo e soprattutto anche la bacarospetta comincia ad essere più grandicella, mi piacerebbe riprendere la buona abitudine perduta perché le partite, alla televisione, mi divertono davvero poco. Ergo quando ho letto per la prima volta di Goal of the dead mi si è accesa la lampadina...calcio e zombie (anche se tecnicamente in questo caso si deve parlare di infetti) insieme prometteva quanto meno un po' di sano divertimento. I responsabili del filmaccio arrivano direttamente dalla Francia, paese che, quando si parla di horror, non è mai andato troppo per il sottile, anzi, ha prodotto pure decisamente roba troppo forte per i miei gusti. Uno dei due, Rocher, ci ha regalato La Horde film che ha sicuramente una sua estetica particolarissima ma personalmente non mi ha fatto impazzire. Goal of the dead è diviso in due parti, piuttosto nette. La prima, diretta da Rocher, ci mostra l'antefatto alla partita, presentandoci i personaggi e criticando abbastanza vivacemente il mondo del calcio. Una congrega fatta di vecchi campioni ormai stanchi e giovani promesse più interessate al denaro rispetto ai valori dello sport, allenatori legati ad un mondo che non esiste più e procuratori mercenari veri e propri padroni dello spogliatoio. Per non parlare dei tifosi, gli abitanti di Caplounge. Una manica di bifolchi il cui unico interesse è vincere una partita (tra l'altro di nessuna rilevanza) e, possibilmente, spezzare una gamba al povero Lorit colpevole, ai loro occhi, di alto tradimento. Al fischio d'inizio Rocher passa la palla, o meglio la telecamera, a Poiraud e lui si scatena senza ritegno. Vomito, frattaglie arti spappolati ed assedio dei poveri sopravvissuti, ovviamente in un pub. Niente di nuovo sotto il sole quindi, anzi in un genere, come ho già scritto dalle mie parti, saccheggiato ormai a piene mani. Però funziona. Nonostante una eccessiva lunghezza, andiamo oltre le due ore che per un film horror è una durata a mio parere un po' esagerata, il film regge. Non ha grossi cali di ritmo e mescola molto bene la commedia all'horror sfrenato. Nulla di così clamoroso da far gridare al miracolo, perfino il finale è abbastanza scontato, ma una cialtronata piuttosto ben fatta che regala momenti di sano divertimento , per molti inspiegabile, a tutti gli appassionati.
Thierry Poiraud è il co-regista della pellicola. Francese, ha diretto anche un altro film, Atomik Circus. Anche sceneggiatore e attore, ha un film in uscita, il survival horror Don't Grow Up, che dovrebbe vedere la luce proprio quest'anno.
Benjamin Rocher è il co-regista della pellicola. Francese, ha diretto anche un altro film, The Horde. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha un film in uscita.
Se Goal of the Dead vi fosse piaciuto recuperate Shaun of the Dead e Splatters - Gli schizzacervelli. ENJOY!
martedì 16 dicembre 2014
Il Bollospite: Rosetta (1999)
Bentornati all'appuntamento con le "sfide" cinefile tra me ed Arwen Lynch! Questa volta toccava a lei scegliere il film e la mia collega ha tirato fuori dal cilindro Rosetta, diretto nel 1999 dai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne.
Il post viene pubblicato in contemporanea anche su La fabbrica dei sogni. ENJOY!
Trama: Rosetta è una ragazza che vive in povertà all'interno di una roulotte e fatica a trovare un lavoro fisso. Costretta a badare ad una madre alcoolizzata e prostituta, la poverina vorrebbe soltanto una vita normale ed onesta ma ogni volta trova ad ostacolarla dei muri insormontabili.
Rosetta è il mio primo film dei Dardenne e non potevo cominciare meglio sebbene, causa periodo un po' stressante, abbia dovuto fare una pausa verso metà film perché la situazione in cui si trova la protagonista è incredibilmente angosciante. Senza fare della falsa retorica i Dardenne mostrano un periodo limitato della vita di una ragazza cresciuta in povertà ed impossibilitata ad uscire dalla sua condizione perché circondata da un ambiente che non lascia scampo, dove è in corso una costante guerra tra poveri. Di Rosetta conosciamo poco (non ci viene detto, per esempio, dove sia il padre) ma sappiamo quanto basta per empatizzare con lei. Sappiamo che non è particolarmente brillante né particolarmente bella, sappiamo anche che non è neppure particolarmente fortunata ma sicuramente ha una grande forza d'animo, un carattere orgoglioso e un'incredibile dignità: nel corso del film arriviamo a capire che questa combine devastante le porterà solo sofferenza in una cittadina dove prosperano lo squallore, i piccoli espedienti e soprattutto la disoccupazione. Rosetta ci tocca il cuore quando elenca una serie di "dati di fatto" che nascondono altrettanti, ardenti desideri: io sono Rosetta, non sono su una strada, ho un lavoro, ho trovato un amico (il collega Riquet). Quattro cose banalissime all'apparenza, forse la prima è la più banale di tutte, ma non è sempre possibile definirci come individui. Se è vero, infatti, che "il denaro non fa la felicità", è altrettanto vero che una persona, per mantenere la stima di sé stessa, ha bisogno dei soldi guadagnati per garantirsi un'indipendenza economica e sociale, per non "rimanere su una strada"; Rosetta ha sicuramente vergogna di sé e della madre ubriacona e prostituta, ha vergogna della propria impossibilità di trovare un lavoro e, di conseguenza, molto probabilmente Riquet è la prima persona che possa definire amica. Terribilmente ironico che la guerra tra poveri di cui parlavo prima arrivi a causare l'inevitabile rottura di quest'amicizia nuova, fragile e preziosa, che in un altro luogo avrebbe forse potuto trasformarsi in amore.
I Dardenne, dal canto loro, non danno giudizi né cercano di "manipolare" lo spettatore ma si limitano a raccontare una storia di vita quotidiana, attraverso una messa in scena se vogliamo un po' squallida (lungi da me utilizzare questo aggettivo con accezione negativa, semplicemente i Dardenne portano su pellicola l'atmosfera della società che desiderano ritrarre) ma sicuramente efficace. Il loro occhio spia Rosetta, soffermandosi su dettagli all'apparenza trascurabili ma sicuramente utili per capire la protagonista e l'ambiente in cui è costretta a vivere: l'ossessiva ripetizione di determinati luoghi o di determinate sequenze, come quella in cui Rosetta recupera l'attrezzatura da pesca, cerca lavoro oppure sistema il furgoncino delle goffres, testimoniano la natura ciclica e soffocante della vita della protagonista, un circolo vizioso dal quale è molto difficile uscire e dove la "tentazione" è sempre dietro l'angolo (quante volte vengono inquadrati cibo e denaro, sempre a portata di mano dell'orgogliosa protagonista che, se volesse, potrebbe rubarli e scappare per non venire mai più ritrovata). E Rosetta, interpretata magnificamente dalla giovane Émilie Dequenne, essendo molto umana non è insensibile alle tentazioni, abbracciate di malavoglia e sempre per cercare di raggiungere i suoi semplici desideri, tanto più dolorose perché ricercate con consapevolezza, tanto più dannose perché il mondo non fa sconti a chi ha un animo puro ed è costretto a cambiare per non soccombere. Questo era vero nel 1999 ed è vero soprattutto oggi, nel 2014, in Italia. Se Rosetta venisse proiettato nelle scuole chissà se il grido "Siamo tutti Rosetta" servirebbe a svegliare il nostro governo com'è servito a svegliare almeno un po' quello Belga nell'anno dell'uscita del film?
Jean-Pierre e Luc Dardenne sono i registi e sceneggiatori della pellicola. Entrambi belgi, hanno diretto insieme film come Il figlio, L'enfant, Il ragazzo con la bicicletta e il recente Due giorni, una notte. Anche produttori, Jean-Pierre ha 63 anni mentre Luc ne ha 60.
Émilie Dequenne interpreta Rosetta. Belga, ha partecipato a film come Il patto dei lupi e La meute. Ha 33 anni e un film in uscita.
Se Rosetta vi fosse piaciuto provate a recuperare Bread and Roses o Due giorni, una notte. ENJOY!
Il post viene pubblicato in contemporanea anche su La fabbrica dei sogni. ENJOY!
Trama: Rosetta è una ragazza che vive in povertà all'interno di una roulotte e fatica a trovare un lavoro fisso. Costretta a badare ad una madre alcoolizzata e prostituta, la poverina vorrebbe soltanto una vita normale ed onesta ma ogni volta trova ad ostacolarla dei muri insormontabili.
Il punto di vista di Arwen...
Cosa penso di Rosetta?
Innanzitutto è un film dalla forza umana disarmante, un opera che mette in scena due lati dell'umanità, quella altruistica, e quella egoistica.
Allo stesso tempo però i Dardenne - questo è il secondo film che vedo diretto da loro - non giudicano i personaggi, ma fanno si che noi spettatori ci mettessimo sotto esame, tanto per dire, e tu come faresti se fossi al posto suo?
Rosetta è tutti noi, chi non si riconosce in lei? Rosetta è tutti quei ragazzi disoccupati, senza un futuro e una via d'uscita, logico che si fa la prima cosa buona per noi per uscire da tutta quella miseria, quella disperazione, anche se vuol dire tradire una persona che ci ha aiutati, cosa che in altri contesti non sarebbe accaduta.
Eppure Rosetta è un film che rispecchia la realtà, esattamente come viene filmata dai due fratelli belgi, senza sotterfugi senza nessun contentino di fondo.
La complessità del film sta nel voler sottolineare che si fa qualsiasi cosa pur di non badare a una madre ubriacona, che invece di occuparsi di te, sei tu adolescente che devi fare questo con lei, poi c'è la negazione dei rapporti umani, non per una precisa scelta, ma per la difesa della propria dignità di persona.
Poi ovviamente c'è la società, i fratelli fotografano una realtà di gente povera, senza prospettive per il futuro, e senza possibilità di un cambiamento, in cui vige la legge del più forte, e del più furbo, mors tua vita mea, non importa se un altra persona perde il posto.
Questo è umanamente sbagliato, ma è giusto dire cose del genere a una ragazzina?
Rosetta mi ha ricordato molto i vecchi film italiani del neorealismo, soprattutto Ladri di Biciclette di Vittorio De Sica, il motivo è lo scenario, privo di certezze e futuro dei protagonisti.
La cosa che più sconcerta di un film come Rosetta è l'assoluta integrità della protagonista, ma non sconcerta in negativo, ma in positivo.
Non si tratta certo di tornaconto personale, quello si ha per fare uno sgambetto agli altri quando tu non ne hai bisogno, anche se in apparenza può sembrare così; si tratta per lo più di fare una scelta, anche se può far del male agli altri, noi scegliamo sempre la cosa migliore per noi, inteso come persone, anche se questo dovesse tradire la fiducia di un amico.
L'aspetto sociologico al positivo e al negativo del film è quello che più tocca in fondo al cuore degli spettatori, la classica guerra tra poveri, vince sempre chi è più forte, negando gli aspetti umani che in fondo in fondo sono dentro di noi.
Possiamo condannare Rosetta per le sue scelte? E chi ne avrebbe il coraggio? Se c'è un colpevole è la società meschina che ha negato il valore fondamentale dell'altruismo, potreste dire ma è la vita...bisogna andare avanti...ma così facendo il mondo non cambia, resta sempre uguale a se stesso, giorno dopo giorno, non ci vuole la bacchetta magica per capire che il cambiamento deve cominciare dalla società.
In conclusione, un grandissimo film, che rasenta il capolavoro se già non lo è.
Innanzitutto è un film dalla forza umana disarmante, un opera che mette in scena due lati dell'umanità, quella altruistica, e quella egoistica.
Allo stesso tempo però i Dardenne - questo è il secondo film che vedo diretto da loro - non giudicano i personaggi, ma fanno si che noi spettatori ci mettessimo sotto esame, tanto per dire, e tu come faresti se fossi al posto suo?
Rosetta è tutti noi, chi non si riconosce in lei? Rosetta è tutti quei ragazzi disoccupati, senza un futuro e una via d'uscita, logico che si fa la prima cosa buona per noi per uscire da tutta quella miseria, quella disperazione, anche se vuol dire tradire una persona che ci ha aiutati, cosa che in altri contesti non sarebbe accaduta.
Eppure Rosetta è un film che rispecchia la realtà, esattamente come viene filmata dai due fratelli belgi, senza sotterfugi senza nessun contentino di fondo.
La complessità del film sta nel voler sottolineare che si fa qualsiasi cosa pur di non badare a una madre ubriacona, che invece di occuparsi di te, sei tu adolescente che devi fare questo con lei, poi c'è la negazione dei rapporti umani, non per una precisa scelta, ma per la difesa della propria dignità di persona.
Poi ovviamente c'è la società, i fratelli fotografano una realtà di gente povera, senza prospettive per il futuro, e senza possibilità di un cambiamento, in cui vige la legge del più forte, e del più furbo, mors tua vita mea, non importa se un altra persona perde il posto.
Questo è umanamente sbagliato, ma è giusto dire cose del genere a una ragazzina?
Rosetta mi ha ricordato molto i vecchi film italiani del neorealismo, soprattutto Ladri di Biciclette di Vittorio De Sica, il motivo è lo scenario, privo di certezze e futuro dei protagonisti.
La cosa che più sconcerta di un film come Rosetta è l'assoluta integrità della protagonista, ma non sconcerta in negativo, ma in positivo.
Non si tratta certo di tornaconto personale, quello si ha per fare uno sgambetto agli altri quando tu non ne hai bisogno, anche se in apparenza può sembrare così; si tratta per lo più di fare una scelta, anche se può far del male agli altri, noi scegliamo sempre la cosa migliore per noi, inteso come persone, anche se questo dovesse tradire la fiducia di un amico.
L'aspetto sociologico al positivo e al negativo del film è quello che più tocca in fondo al cuore degli spettatori, la classica guerra tra poveri, vince sempre chi è più forte, negando gli aspetti umani che in fondo in fondo sono dentro di noi.
Possiamo condannare Rosetta per le sue scelte? E chi ne avrebbe il coraggio? Se c'è un colpevole è la società meschina che ha negato il valore fondamentale dell'altruismo, potreste dire ma è la vita...bisogna andare avanti...ma così facendo il mondo non cambia, resta sempre uguale a se stesso, giorno dopo giorno, non ci vuole la bacchetta magica per capire che il cambiamento deve cominciare dalla società.
In conclusione, un grandissimo film, che rasenta il capolavoro se già non lo è.
...e quello della Bolla!
Rosetta è il mio primo film dei Dardenne e non potevo cominciare meglio sebbene, causa periodo un po' stressante, abbia dovuto fare una pausa verso metà film perché la situazione in cui si trova la protagonista è incredibilmente angosciante. Senza fare della falsa retorica i Dardenne mostrano un periodo limitato della vita di una ragazza cresciuta in povertà ed impossibilitata ad uscire dalla sua condizione perché circondata da un ambiente che non lascia scampo, dove è in corso una costante guerra tra poveri. Di Rosetta conosciamo poco (non ci viene detto, per esempio, dove sia il padre) ma sappiamo quanto basta per empatizzare con lei. Sappiamo che non è particolarmente brillante né particolarmente bella, sappiamo anche che non è neppure particolarmente fortunata ma sicuramente ha una grande forza d'animo, un carattere orgoglioso e un'incredibile dignità: nel corso del film arriviamo a capire che questa combine devastante le porterà solo sofferenza in una cittadina dove prosperano lo squallore, i piccoli espedienti e soprattutto la disoccupazione. Rosetta ci tocca il cuore quando elenca una serie di "dati di fatto" che nascondono altrettanti, ardenti desideri: io sono Rosetta, non sono su una strada, ho un lavoro, ho trovato un amico (il collega Riquet). Quattro cose banalissime all'apparenza, forse la prima è la più banale di tutte, ma non è sempre possibile definirci come individui. Se è vero, infatti, che "il denaro non fa la felicità", è altrettanto vero che una persona, per mantenere la stima di sé stessa, ha bisogno dei soldi guadagnati per garantirsi un'indipendenza economica e sociale, per non "rimanere su una strada"; Rosetta ha sicuramente vergogna di sé e della madre ubriacona e prostituta, ha vergogna della propria impossibilità di trovare un lavoro e, di conseguenza, molto probabilmente Riquet è la prima persona che possa definire amica. Terribilmente ironico che la guerra tra poveri di cui parlavo prima arrivi a causare l'inevitabile rottura di quest'amicizia nuova, fragile e preziosa, che in un altro luogo avrebbe forse potuto trasformarsi in amore.
I Dardenne, dal canto loro, non danno giudizi né cercano di "manipolare" lo spettatore ma si limitano a raccontare una storia di vita quotidiana, attraverso una messa in scena se vogliamo un po' squallida (lungi da me utilizzare questo aggettivo con accezione negativa, semplicemente i Dardenne portano su pellicola l'atmosfera della società che desiderano ritrarre) ma sicuramente efficace. Il loro occhio spia Rosetta, soffermandosi su dettagli all'apparenza trascurabili ma sicuramente utili per capire la protagonista e l'ambiente in cui è costretta a vivere: l'ossessiva ripetizione di determinati luoghi o di determinate sequenze, come quella in cui Rosetta recupera l'attrezzatura da pesca, cerca lavoro oppure sistema il furgoncino delle goffres, testimoniano la natura ciclica e soffocante della vita della protagonista, un circolo vizioso dal quale è molto difficile uscire e dove la "tentazione" è sempre dietro l'angolo (quante volte vengono inquadrati cibo e denaro, sempre a portata di mano dell'orgogliosa protagonista che, se volesse, potrebbe rubarli e scappare per non venire mai più ritrovata). E Rosetta, interpretata magnificamente dalla giovane Émilie Dequenne, essendo molto umana non è insensibile alle tentazioni, abbracciate di malavoglia e sempre per cercare di raggiungere i suoi semplici desideri, tanto più dolorose perché ricercate con consapevolezza, tanto più dannose perché il mondo non fa sconti a chi ha un animo puro ed è costretto a cambiare per non soccombere. Questo era vero nel 1999 ed è vero soprattutto oggi, nel 2014, in Italia. Se Rosetta venisse proiettato nelle scuole chissà se il grido "Siamo tutti Rosetta" servirebbe a svegliare il nostro governo com'è servito a svegliare almeno un po' quello Belga nell'anno dell'uscita del film?
Jean-Pierre e Luc Dardenne sono i registi e sceneggiatori della pellicola. Entrambi belgi, hanno diretto insieme film come Il figlio, L'enfant, Il ragazzo con la bicicletta e il recente Due giorni, una notte. Anche produttori, Jean-Pierre ha 63 anni mentre Luc ne ha 60.
Émilie Dequenne interpreta Rosetta. Belga, ha partecipato a film come Il patto dei lupi e La meute. Ha 33 anni e un film in uscita.
Se Rosetta vi fosse piaciuto provate a recuperare Bread and Roses o Due giorni, una notte. ENJOY!
domenica 16 novembre 2014
Il BollOspite: Metropolis (1927)
Tornano le collaborazioni con La fabbrica dei sogni ed Arwen! Stavolta è toccato a me "sfidarla" a redigere la doppia recensione di un caposaldo come Metropolis, diretto nel 1927 dal regista Fritz Lang.
Trama: in una futuristica società divisa tra poveri operai e ricchi dirigenti, il giovane figlio di un industriale, Freder, si innamora della bella Maria, portavoce di un sentimento di unione tra "braccia e menti". L'inventore Rotwang, deciso a vendicarsi del padre di Freder che gli aveva portato via la donna amata, crea però un automa con le fattezze di Maria e lo usa per sobillare i lavoratori...
Come posso io, umile detentrice di un misero blog, anche solo osare parlare di un caposaldo come Metropolis? Semplice, cercando di mettermi nei panni di uno spettatore degli anni '20 e abbandonandomi ad una meraviglia ancora oggi senza tempo, in grado di influenzare pesantemente tutto il cinema che sarebbe venuto dopo, a cominciare da Guerre Stellari, senza tanto ricamare su tecnicismi e significati nascosti di cui, tanto, non capirei nulla. Metropolis è un film semplice nella trama e grandioso nella realizzazione, lo specchio di una società che stava cambiando e che cercava il modo di parlare dei propri problemi attraverso la finzione, la fuga dalla realtà, per non dover vedere riproposte sullo schermo le sue misere condizioni in maniera palese. Ecco dunque che Fritz Lang e Thea Von Harbou creano Metropolis, futuristica città anche troppo somigliante alle caotiche metropoli (appunto!) della mitica America, all'interno della quale ricostruiscono lo squallido ed ingiusto divario tra la bistrattata classe operaia e la ricca classe dirigente, che dall'alto maneggia, decide ed impone senza preoccuparsi delle condizioni precarie in cui sopravvive la maggior parte della popolazione. Nella neonata Repubblica di Weimar era importante che tutti gli aspetti sociali collaborassero per mandare avanti la Nazione ed ecco la necessità, ribadita più volte nel corso di Metropolis, di trovare un mediatore, un Cuore, che unisse il braccio e la mente così da creare una società forte, collaborativa, indistruttibile, in grado di superare le costanti tentazioni che avrebbero affossato il singolo e portato quindi alla morte l'intera comunità (capite ora perché, anche se Metropolis non è assolutamente un film d'ispirazione nazista, quel povero pirla di Hitler se lo fosse guardato ed interpretato per i suoi biechi propositi...). Freder rappresenta così il Cuore, un privilegiato che, dopo aver testimoniato le terribili condizioni dei lavoratori, decide di diventare il mediatore auspicato dall'angelica Maria e portare la pace all'interno di Metropolis; a mettergli i bastoni tra le ruote ci pensa però l'inventore Rotwang, reso folle da un tragico amore che lo ha portato a creare un "uomo macchina" o, meglio, una donna macchina che obbedisce ad ogni suo volere e che lo aiuterà a perpetrare un'egoistica e terribile vendetta che finirà per minacciare l'intera città.
Al di là della storia, è indubbio però che quel che rende ancora oggi Metropolis un capolavoro del genere sono l'impianto incredibilmente visionario e, soprattutto, la favolosa donna-macchina, sia col suo aspetto meccanico che con quello umano. Le immagini sono splendide, le scenografie sono ancora fortemente debitrici dell'espressionismo tedesco (con le sue ombre decise e spigolose) ma già catapultate verso qualcosa di più moderno e "americano" nella sua grandiosità, interamente espressa con degli effetti speciali all'avanguardia e l'utilizzo di uno sterminato numero di comparse. La figura di Maria, come ho detto, calamita tutta l'attenzione dello spettatore, oggi come allora: al di là di un design che ha fatto storia e che è tutt'oggi fuori dal normale (tra l'altro la povera Brigitte Helm indossava un costume fastidiosissimo!), è incredibile il delirante sdoppiamento dell'attrice che passa dall'essere una figura angelicata all'incarnazione stessa della puttana di Babilonia, un essere ultraterreno e pericoloso che da il la ad una delle sequenze più surreali della pellicola, quella in cui la finta Maria danza attorniata dagli occhi (occhi, non sguardi. Occhi! E' incredibile!) lubrichi degli spettatori adoranti, una sequenza eguagliata solo dalla terribile visione in cui Freder vede una semplice macchina trasformarsi in un orribile mostro mangia-operai. Anche l'inquietante aspetto di Rotwang, un perfetto mad doctor, e della terribile spia di Fredersen hanno fatto scuola e ancora oggi conservano inalterata la capacità di turbare gli animi, in quanto determinate caratteristiche sono ormai state codificate nella concezione stessa di "malvagio" o "strano" fino a diventare quasi parte del nostro DNA di spettatori, anche occasionali. Altro non sto a dire, ne hanno parlato fior di critici e di studiosi del cinema; io posso solo consigliarvi, una volta nella vita, di ignorare il bianco e nero, il muto, la lunghezza e di gustarvi un caposaldo cinematografico ancora modernissimo e in grado di stupire!!
Fritz Lang (vero nome Friedrich Christian Anton Lang) è il regista della pellicola e probabilmente ha messo mano anche alla sceneggiatura assieme alla moglie Thea Von Harbou. Originario di Vienna, ha diretto film come Il dottor Mabuse, I nibelunghi, M - Il mostro di Dusseldorf, Il testamento del dottor Mabuse, Il prigioniero del terrore, Il grande caldo, La bestia umana e Il diabolico Dr. Mabuse. Anche produttore e attore, è morto nel 1976 all'età di 85 anni.
Per decenni, tutte le versioni esistenti di Metropolis erano copie accorciate e rimontate del negativo originale incompleto (forse la più famosa è quella del 1984, "colorata" ed accompagnata dallo score di Moroder) ma nel 2008 è stata ritrovata al Museo del Cine Pablo Ducrós Hicken di Buenos Aires una copia integrale del film originale, spedita in Argentina nel 1928. Nel 2010 è stata quindi presentata a Berlino la versione "definitiva" di Metropolis, contenente più o meno 25 minuti di scene ritrovate nella copia argentina e accompagnata dalle musiche originali di Gottfried Huppertz, ed è la versione che ho visto io in DVD. Onestamente, visto che Metropolis è unico nel suo genere, non saprei cosa consigliarvi di vedere se vi fosse piaciuto: provate con dei capisaldi come M - Il mostro di Dusseldorf e Tempi moderni. ENJOY!
Trama: in una futuristica società divisa tra poveri operai e ricchi dirigenti, il giovane figlio di un industriale, Freder, si innamora della bella Maria, portavoce di un sentimento di unione tra "braccia e menti". L'inventore Rotwang, deciso a vendicarsi del padre di Freder che gli aveva portato via la donna amata, crea però un automa con le fattezze di Maria e lo usa per sobillare i lavoratori...
Il punto di vista di Arwen...
Eh si, chiedo venia, con colpevole ritardo ho visto Metropolis dopo più di vent'anni di visioni cinematografiche, cospargo il capo di cenere e dico perdonatemi.
Ovviamente come si dice, meglio tardi che mai piuttosto che non vederlo assolutamente meglio aspettare no? Comunque sia ora che siamo in ballo, balliamo!!
Metropolis è entrato nella mia vita come un fulmine a ciel sereno, cambiandola in bene!
Avevo già inquadrato l'opera cinematografica di Fritz Lang e visto alcuni suoi film perchè facendo la Nouvelle Vague mi resi conto che quei registi hanno spolverato la sua filmografia per preservarla nel tempo, siccome mi ispirava ho deciso di percorrere la conoscenza del suo cinema, e ogni tanto guardavo qualche film da lui diretto - e alla fabbrica potete trovare qualche suo film già recensito da me medesima - è inutile dire che come film Metropolis è imprescindibile in ogni collezione che si rispetti, sia per il fatto che è un capolavoro assoluto, sia per la capacità di essere attuale nonostante siano passati 87 anni dalla sua uscita, ma ciò che rende Metropolis affascinante, è il fatto di essere un film muto!!!
Sembra strano vero? Nell'epoca di tanti e roboanti film fracassoni, guardare un film come Metropolis è come prendere un pezzo di storia del cinema e restarne incantati per tutta la durata.
Nonostante ciò credo che Fritz Lang, molto più di altri autori a venire, - come Kubrick o Tarkovskij, che hanno provveduto a rivoluzionare il genere, rendendolo adulto - abbia diretto un film che trascende il tempo, nel senso che ogni momento per vedere Metropolis è quello giusto, sarà sempre attuale grazie alla visionarietà all'avanguardia all'epoca del suo autore, che poi è stato di ispirazione a parecchi film come diceva anche Bollicina quali Guerre Stellari tra gli altri.
Io vedo Metropolis come il padre della fantascienza moderna, o meglio, come l'antenato dei film del genere, un capolavoro assoluto di un importanza fondamentale che trovare le parole adatte per una recensione è quanto mai un impresa, non ci vogliono voti per un film del genere, ma solo un invito a guardarlo e a collezionarlo, cosa fondamentale per ogni cinefilo che si definisca tale.
In poche parole TUTTI I CINEFILI DEVONO AVERE METROPOLIS NELLA LORO COLLEZIONE, altrimenti non possono essere definiti tali, in qualsiasi formato, in vhs, divx, dvd, non importa vi invito caldamente a guardare questo film, e immergervi nel mondo fantastico creato da Fritz Lang.
Oppure vederlo al cinema, ma ci pensate come sarebbe guardare Metropolis al cinema nel terzo millennio?
Sapete una cosa? Ho già l'acquolina in bocca al solo pensiero.
FILM DA NON PERDERE ASSOLUTAMENTE!!!
Metropolis è entrato nella mia vita come un fulmine a ciel sereno, cambiandola in bene!
Avevo già inquadrato l'opera cinematografica di Fritz Lang e visto alcuni suoi film perchè facendo la Nouvelle Vague mi resi conto che quei registi hanno spolverato la sua filmografia per preservarla nel tempo, siccome mi ispirava ho deciso di percorrere la conoscenza del suo cinema, e ogni tanto guardavo qualche film da lui diretto - e alla fabbrica potete trovare qualche suo film già recensito da me medesima - è inutile dire che come film Metropolis è imprescindibile in ogni collezione che si rispetti, sia per il fatto che è un capolavoro assoluto, sia per la capacità di essere attuale nonostante siano passati 87 anni dalla sua uscita, ma ciò che rende Metropolis affascinante, è il fatto di essere un film muto!!!
Sembra strano vero? Nell'epoca di tanti e roboanti film fracassoni, guardare un film come Metropolis è come prendere un pezzo di storia del cinema e restarne incantati per tutta la durata.
Nonostante ciò credo che Fritz Lang, molto più di altri autori a venire, - come Kubrick o Tarkovskij, che hanno provveduto a rivoluzionare il genere, rendendolo adulto - abbia diretto un film che trascende il tempo, nel senso che ogni momento per vedere Metropolis è quello giusto, sarà sempre attuale grazie alla visionarietà all'avanguardia all'epoca del suo autore, che poi è stato di ispirazione a parecchi film come diceva anche Bollicina quali Guerre Stellari tra gli altri.
Io vedo Metropolis come il padre della fantascienza moderna, o meglio, come l'antenato dei film del genere, un capolavoro assoluto di un importanza fondamentale che trovare le parole adatte per una recensione è quanto mai un impresa, non ci vogliono voti per un film del genere, ma solo un invito a guardarlo e a collezionarlo, cosa fondamentale per ogni cinefilo che si definisca tale.
In poche parole TUTTI I CINEFILI DEVONO AVERE METROPOLIS NELLA LORO COLLEZIONE, altrimenti non possono essere definiti tali, in qualsiasi formato, in vhs, divx, dvd, non importa vi invito caldamente a guardare questo film, e immergervi nel mondo fantastico creato da Fritz Lang.
Oppure vederlo al cinema, ma ci pensate come sarebbe guardare Metropolis al cinema nel terzo millennio?
Sapete una cosa? Ho già l'acquolina in bocca al solo pensiero.
FILM DA NON PERDERE ASSOLUTAMENTE!!!
...E quello della Bolla!
Come posso io, umile detentrice di un misero blog, anche solo osare parlare di un caposaldo come Metropolis? Semplice, cercando di mettermi nei panni di uno spettatore degli anni '20 e abbandonandomi ad una meraviglia ancora oggi senza tempo, in grado di influenzare pesantemente tutto il cinema che sarebbe venuto dopo, a cominciare da Guerre Stellari, senza tanto ricamare su tecnicismi e significati nascosti di cui, tanto, non capirei nulla. Metropolis è un film semplice nella trama e grandioso nella realizzazione, lo specchio di una società che stava cambiando e che cercava il modo di parlare dei propri problemi attraverso la finzione, la fuga dalla realtà, per non dover vedere riproposte sullo schermo le sue misere condizioni in maniera palese. Ecco dunque che Fritz Lang e Thea Von Harbou creano Metropolis, futuristica città anche troppo somigliante alle caotiche metropoli (appunto!) della mitica America, all'interno della quale ricostruiscono lo squallido ed ingiusto divario tra la bistrattata classe operaia e la ricca classe dirigente, che dall'alto maneggia, decide ed impone senza preoccuparsi delle condizioni precarie in cui sopravvive la maggior parte della popolazione. Nella neonata Repubblica di Weimar era importante che tutti gli aspetti sociali collaborassero per mandare avanti la Nazione ed ecco la necessità, ribadita più volte nel corso di Metropolis, di trovare un mediatore, un Cuore, che unisse il braccio e la mente così da creare una società forte, collaborativa, indistruttibile, in grado di superare le costanti tentazioni che avrebbero affossato il singolo e portato quindi alla morte l'intera comunità (capite ora perché, anche se Metropolis non è assolutamente un film d'ispirazione nazista, quel povero pirla di Hitler se lo fosse guardato ed interpretato per i suoi biechi propositi...). Freder rappresenta così il Cuore, un privilegiato che, dopo aver testimoniato le terribili condizioni dei lavoratori, decide di diventare il mediatore auspicato dall'angelica Maria e portare la pace all'interno di Metropolis; a mettergli i bastoni tra le ruote ci pensa però l'inventore Rotwang, reso folle da un tragico amore che lo ha portato a creare un "uomo macchina" o, meglio, una donna macchina che obbedisce ad ogni suo volere e che lo aiuterà a perpetrare un'egoistica e terribile vendetta che finirà per minacciare l'intera città.
Al di là della storia, è indubbio però che quel che rende ancora oggi Metropolis un capolavoro del genere sono l'impianto incredibilmente visionario e, soprattutto, la favolosa donna-macchina, sia col suo aspetto meccanico che con quello umano. Le immagini sono splendide, le scenografie sono ancora fortemente debitrici dell'espressionismo tedesco (con le sue ombre decise e spigolose) ma già catapultate verso qualcosa di più moderno e "americano" nella sua grandiosità, interamente espressa con degli effetti speciali all'avanguardia e l'utilizzo di uno sterminato numero di comparse. La figura di Maria, come ho detto, calamita tutta l'attenzione dello spettatore, oggi come allora: al di là di un design che ha fatto storia e che è tutt'oggi fuori dal normale (tra l'altro la povera Brigitte Helm indossava un costume fastidiosissimo!), è incredibile il delirante sdoppiamento dell'attrice che passa dall'essere una figura angelicata all'incarnazione stessa della puttana di Babilonia, un essere ultraterreno e pericoloso che da il la ad una delle sequenze più surreali della pellicola, quella in cui la finta Maria danza attorniata dagli occhi (occhi, non sguardi. Occhi! E' incredibile!) lubrichi degli spettatori adoranti, una sequenza eguagliata solo dalla terribile visione in cui Freder vede una semplice macchina trasformarsi in un orribile mostro mangia-operai. Anche l'inquietante aspetto di Rotwang, un perfetto mad doctor, e della terribile spia di Fredersen hanno fatto scuola e ancora oggi conservano inalterata la capacità di turbare gli animi, in quanto determinate caratteristiche sono ormai state codificate nella concezione stessa di "malvagio" o "strano" fino a diventare quasi parte del nostro DNA di spettatori, anche occasionali. Altro non sto a dire, ne hanno parlato fior di critici e di studiosi del cinema; io posso solo consigliarvi, una volta nella vita, di ignorare il bianco e nero, il muto, la lunghezza e di gustarvi un caposaldo cinematografico ancora modernissimo e in grado di stupire!!
Fritz Lang (vero nome Friedrich Christian Anton Lang) è il regista della pellicola e probabilmente ha messo mano anche alla sceneggiatura assieme alla moglie Thea Von Harbou. Originario di Vienna, ha diretto film come Il dottor Mabuse, I nibelunghi, M - Il mostro di Dusseldorf, Il testamento del dottor Mabuse, Il prigioniero del terrore, Il grande caldo, La bestia umana e Il diabolico Dr. Mabuse. Anche produttore e attore, è morto nel 1976 all'età di 85 anni.
Per decenni, tutte le versioni esistenti di Metropolis erano copie accorciate e rimontate del negativo originale incompleto (forse la più famosa è quella del 1984, "colorata" ed accompagnata dallo score di Moroder) ma nel 2008 è stata ritrovata al Museo del Cine Pablo Ducrós Hicken di Buenos Aires una copia integrale del film originale, spedita in Argentina nel 1928. Nel 2010 è stata quindi presentata a Berlino la versione "definitiva" di Metropolis, contenente più o meno 25 minuti di scene ritrovate nella copia argentina e accompagnata dalle musiche originali di Gottfried Huppertz, ed è la versione che ho visto io in DVD. Onestamente, visto che Metropolis è unico nel suo genere, non saprei cosa consigliarvi di vedere se vi fosse piaciuto: provate con dei capisaldi come M - Il mostro di Dusseldorf e Tempi moderni. ENJOY!
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venerdì 26 settembre 2014
Il BollOspite: The Butterfly Room - La stanza delle farfalle (2012)
Eccoci arrivati ad un altro appuntamento col BollOspite, che oggi presenta una recensione in tandem con Arwen Lynch (la potete trovare ovviamente anche sul suo blog, La fabbrica dei sogni). Il film stavolta lo ha scelto Arwen e trattasi dell'italianissimo The Butterfly Room - La stanza delle farfalle, diretto e sceneggiato nel 2012 dal regista Jonathan Zarantonello. Contiene qualche SPOILER!
Trama: Ann è una donna solitaria ed educata che ama collezionare farfalle, tenute in una stanza misteriosa. La figlioletta di una vicina di casa scopre a poco a poco che Ann nasconde un oscuro segreto...
Quando, all'inizio dei titoli di testa, ho visto la dedica in italiano e la scritta "prodotto in associazione con RaiCinema" il mio primo istinto è stato quello di spegnere il televisore, il secondo quello di mandare un messaggio ad Arwen per chiederle se non le avesse dato di volta il cervello viste le mie ultime, orrende esperienze col thriller-horror moderno nostrano (Mandare un messaggio a me? Nooo, Bollicina abbi fede, lo sai che quando tocca a me scelgo sempre delle chicche, e come vedi il film t'è piaciuto, hehehe mai spegnere la tv anche se ci vedi RaiCinema all'inizio N.D.Arwen). Poi ho visto il nome di Barbara Steele e di un altro paio di signore avvezze all'horror (nonché di Ray Wise, ovviamente!) e ho deciso di dare comunque una chance a The Butterfly Room, aggiungerei anche per fortuna. La pellicola di Zarantonello infatti, pur non essendo priva di un paio di forzature, è uno dei thriller più intriganti che mi sia capitato di vedere recentemente, una sorta di ritorno alle atmosfere anni '80-'90 in perfetto stile Il patrigno o La mano sulla culla: la protagonista Ann, infatti, è semplicemente una pazza psicopatica tout-court e uno degli enormi pregi del film è quello di non stare a ricamare troppo su eventuali spiegoni legati al suo passato o a traumi ancora irrisolti. Ann, come nelle migliori favole, è "semplicemente" una strega cattiva, in grado di infliggere le peggiori torture psicologiche ai bambini per puro scopo educativo, egoista al punto da non fermarsi di fronte a nulla pur di ottenere l'oggetto delle sue brame. Tale "oggetto", c'è da dire, conferisce un che di morbosetto alla trama di The Butterfly Room, un perfetto esempio di "innocenza del demonio" che purtroppo rappresenta alla perfezione la mentalità di tante ragazzine (e di tante, indegne madri), disposte a fare qualunque cosa per soldi; anzi, a questi punti mi chiedo se Zarantonello non abbia qualche problema con la figura materna o con quella femminile perché, a parte la piccola Julie, delle donne rappresentate non se ne salva una, tutte pazze, sgualdrine, profittatrici e quant'altro. Qui mi fermo nel raccontare trama e personaggi che, ovviamente, vanno scoperti e gustati a poco a poco.
Il pregio della regia di Zarantonello, invece, è la sua capacità innanzitutto di creare immagini assai eleganti ed evocative (la scoperta del "segreto" della butterfly room del titolo è scioccante e meravigliosa allo stesso tempo) poi quella di sfruttare un montaggio fatto di dissolvenze particolari e ancor più particolari "rewind" che introducono ai pochi, necessari flashback necessari per comprendere la vicenda; i flashback in questione, peraltro, sono frammentari e mescolati al normale scorrere del tempo narrativo, cosa che spinge lo spettatore a guardare The Butterfly Room con particolare attenzione. La fotografia inoltre è molto curata e ciò, assieme agli elementi di cui ho già parlato, concorre ad elevare di molto la pellicola rispetto allo standard italiano moderno dei film di genere. Passiamo ora a quello che più mi ha attratto del film, ovvero l'abbondanza di guest star horror! Come spesso accade, alcune di esse sono ben utilizzate, altre meno. La grandiosa Barbara Steele non ha bisogno di presentazioni: elegante, con quel raffinatissimo accento inglese e quei profondi, inquietanti occhi neri, è la perfetta incarnazione del male e ruba la scena a chiunque le stia accanto, senza caricare un personaggio che, se messo in mano ad un'attrice meno esperta, avrebbe rischiato di trasformarsi in macchietta. Ray Wise, Camille Keaton ed Heather Langenkamp fanno giusto delle comparsate (a parte l'ex Nancy che ha un ruolo più consistente) e, obiettivamente, avrebbe fatto piacere vederli un po' di più, mentre la povera Erica Leerhsen interpreta un personaggio così irritante che verrebbe voglia di vederla morta dopo i primi fotogrammi. Molto brave anche le giovani protagoniste, ognuna a modo suo, in particolare i glaciali sguardi di disprezzo che Julia Putnam lancia nei confronti di chicchessia sembrano proprio veri mentre la piccola Ellery Sprayberry è di una tenerezza disarmante e sul finale spezza il cuore. A proposito del finale, forse giusto quello ho trovato un po' forzato, non tanto per l'"evoluzione" del personaggio della Langenkamp ma piuttosto per una situazione familiare a dir poco improbabile. Ciò non toglie, ovviamente, che The Butterfly Room è un film pregevolissimo che vi consiglio assolutamente di recuperare!!
Di Barbara Steele (Ann), Ray Wise (Nick) e P.J. Soles (Karen) ho già parlato ai rispettivi link.
Jonathan Zarantonello (vero nome Gionata Zarantonello) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato a Vicenza, ha diretto film come Medley - Brandelli di scuola e il corto Alice dalle 4 alle 5. Anche attore, responsabile degli effetti speciali e produttore, ha 35 anni.
Erica Leerhsen interpreta Claudia. Americana, ha partecipato a film come Il libro segreto delle streghe: Blair Witch 2, Non aprite quella porta e a serie come I Soprano, Alias, Ghost Whisperer e CSI: Miami. Anche produttrice, ha 38 anni.
Heather Langenkamp interpreta Dorothy. Indimenticabile Nancy in Nightmare - Dal profondo della notte, Nightmare 3 - I guerrieri del sogno e interprete di sé stessa in Nightmare - Nuovo incubo, la ricordo anche per film come Sotto shock; inoltre, ha partecipato a serie come Genitori in blue jeans. Anche produttrice e regista, ha 50 anni e due film in uscita.
Camille Keaton interpreta Olga. Americana, ha partecipato a film come Cosa avete fatto a Solange?, Non violentate Jennifer e Le streghe di Salem. Ha 67 anni e quattro film in uscita.
Nel film a un certo punto compare anche Joe Dante, ovvero il tassista a cui Claudia chiede se è davvero troppo vecchia per indossare certi abiti. The Butterfly Room non è, come si dice nei credits, basato sul romanzo Alice dalle 4 alle 5 (che, di fatto, non esiste) bensì sul corto che porta lo stesso titolo, sempre diretto da Jonathan Zarantonello. Se il film vi fosse piaciuto magari recuperatelo! ENJOY!
Trama: Ann è una donna solitaria ed educata che ama collezionare farfalle, tenute in una stanza misteriosa. La figlioletta di una vicina di casa scopre a poco a poco che Ann nasconde un oscuro segreto...
Il punto di vista di Arwen....
Guardando questo film ho avuto l'impressione che il regista abbia riunito alcuni nomi del cinema horror del passato, senza dubbio si tratta di un opera cinefila e come spesso accade c'è il modus operandi toccato persino da grandi registi come Tarantino ad esempio. Barbara Steele è unica, per chi come me ha visto le opere di Mario Bava sa a cosa mi riferisco, anche in questo film è inquietante da morire, avete notato il suo sguardo allucinante? E' da pelle d'oca che se ci penso ancora mi vengono i brividi. Il film si costruisce su un piano molto comune, la madre che passa un weekend con il suo nuovo compagno e deve lasciare la sua figlioletta, ma a chi la lascia? Alla vicina dall'aspetto rassicurante, senza contare che spesso sono le persone rassicuranti le più pericolose.Il film è costruito come se lo spettatore guardasse tutto con gli occhi di un bambino, in questo caso Julie, che entra in una storia più grande di lei che non può affrontare da sola, il regista Gionata Zarantorello è capace anche di parlare del passato di Ann, attraverso dei flashback intelligentissimi e mirati nei momenti giusti. Si scopre per esempio la presenza di una bambina che non vedremo mai, tranne quando sarà Julie a scoprirla nella stanza delle farfalle, si scopre il mistero legato alla psicosi di Ann e tanti altri misteri. A questo si aggiungono gli omicidi commessi per nascondere il suo oscuro passato dietro la patina di persona rassicurante accrescendo l'ansia dello spettatore. Da sottolineare la presenza del per me mitico Ray Wise - il Leland Palmer di Twin Peaks - uno degli attori che meriterebbero avere maggior risalto nel cinema. La regia è efficace e per nulla scontata, gli attori ben utilizzati, tranne alcuni che rimangono comprimari, il perno ovviamente è Barbara Steele, ritornata al cinema dopo il suo ritiro e si mangia ovviamente tutti quanti come dice Bollicina. L'orrore spesso risiede nelle cose rassicuranti, quelle che ci ispirano fiducia. La madre della bambina poi l'avrei menata pure io, ma come lasci la tua piccola nelle mani di una sconosciuta e te ne vai col tuo amante? Ma dico si può essere così superficiali? SI perchè il film è anche molto realistico oltre che essere un opera di fiction, e questa è una grande abilità del regista lo dobbiamo dire. Niente male come film italiano avere delle guest star americane che hanno fatto film horror. Sul finale invece mi trovo in disaccordo con Bollicina, non è scontato perchè se tu subisci degli abusi, un giorno potresti rimanerne vittima, quindi la storia si ripete e va avanti...non c'è un happy end consolatorio, quello si sarebbe stato fuori luogo. Il regista non fa un semplice horror, ma cerca di far capire agli spettatori che la follia una volta toccata ti segna per la vita e non ne puoi uscire, che la crudeltà e l'orrore si nascondono sempre in persone di cui in apparenza ti puoi fidare, anche se poi le conseguenze saranno devastanti. Zarantonello dirige un film che scava con una storia abbastanza semplice nel passato del glorioso cinema horror, e lo sa rappresentare in maniera fluida e sincera, e questo per il cinema italiano è già qualcosa di eccezionale non credete?
... E quello della Bolla!
Quando, all'inizio dei titoli di testa, ho visto la dedica in italiano e la scritta "prodotto in associazione con RaiCinema" il mio primo istinto è stato quello di spegnere il televisore, il secondo quello di mandare un messaggio ad Arwen per chiederle se non le avesse dato di volta il cervello viste le mie ultime, orrende esperienze col thriller-horror moderno nostrano (Mandare un messaggio a me? Nooo, Bollicina abbi fede, lo sai che quando tocca a me scelgo sempre delle chicche, e come vedi il film t'è piaciuto, hehehe mai spegnere la tv anche se ci vedi RaiCinema all'inizio N.D.Arwen). Poi ho visto il nome di Barbara Steele e di un altro paio di signore avvezze all'horror (nonché di Ray Wise, ovviamente!) e ho deciso di dare comunque una chance a The Butterfly Room, aggiungerei anche per fortuna. La pellicola di Zarantonello infatti, pur non essendo priva di un paio di forzature, è uno dei thriller più intriganti che mi sia capitato di vedere recentemente, una sorta di ritorno alle atmosfere anni '80-'90 in perfetto stile Il patrigno o La mano sulla culla: la protagonista Ann, infatti, è semplicemente una pazza psicopatica tout-court e uno degli enormi pregi del film è quello di non stare a ricamare troppo su eventuali spiegoni legati al suo passato o a traumi ancora irrisolti. Ann, come nelle migliori favole, è "semplicemente" una strega cattiva, in grado di infliggere le peggiori torture psicologiche ai bambini per puro scopo educativo, egoista al punto da non fermarsi di fronte a nulla pur di ottenere l'oggetto delle sue brame. Tale "oggetto", c'è da dire, conferisce un che di morbosetto alla trama di The Butterfly Room, un perfetto esempio di "innocenza del demonio" che purtroppo rappresenta alla perfezione la mentalità di tante ragazzine (e di tante, indegne madri), disposte a fare qualunque cosa per soldi; anzi, a questi punti mi chiedo se Zarantonello non abbia qualche problema con la figura materna o con quella femminile perché, a parte la piccola Julie, delle donne rappresentate non se ne salva una, tutte pazze, sgualdrine, profittatrici e quant'altro. Qui mi fermo nel raccontare trama e personaggi che, ovviamente, vanno scoperti e gustati a poco a poco.
Il pregio della regia di Zarantonello, invece, è la sua capacità innanzitutto di creare immagini assai eleganti ed evocative (la scoperta del "segreto" della butterfly room del titolo è scioccante e meravigliosa allo stesso tempo) poi quella di sfruttare un montaggio fatto di dissolvenze particolari e ancor più particolari "rewind" che introducono ai pochi, necessari flashback necessari per comprendere la vicenda; i flashback in questione, peraltro, sono frammentari e mescolati al normale scorrere del tempo narrativo, cosa che spinge lo spettatore a guardare The Butterfly Room con particolare attenzione. La fotografia inoltre è molto curata e ciò, assieme agli elementi di cui ho già parlato, concorre ad elevare di molto la pellicola rispetto allo standard italiano moderno dei film di genere. Passiamo ora a quello che più mi ha attratto del film, ovvero l'abbondanza di guest star horror! Come spesso accade, alcune di esse sono ben utilizzate, altre meno. La grandiosa Barbara Steele non ha bisogno di presentazioni: elegante, con quel raffinatissimo accento inglese e quei profondi, inquietanti occhi neri, è la perfetta incarnazione del male e ruba la scena a chiunque le stia accanto, senza caricare un personaggio che, se messo in mano ad un'attrice meno esperta, avrebbe rischiato di trasformarsi in macchietta. Ray Wise, Camille Keaton ed Heather Langenkamp fanno giusto delle comparsate (a parte l'ex Nancy che ha un ruolo più consistente) e, obiettivamente, avrebbe fatto piacere vederli un po' di più, mentre la povera Erica Leerhsen interpreta un personaggio così irritante che verrebbe voglia di vederla morta dopo i primi fotogrammi. Molto brave anche le giovani protagoniste, ognuna a modo suo, in particolare i glaciali sguardi di disprezzo che Julia Putnam lancia nei confronti di chicchessia sembrano proprio veri mentre la piccola Ellery Sprayberry è di una tenerezza disarmante e sul finale spezza il cuore. A proposito del finale, forse giusto quello ho trovato un po' forzato, non tanto per l'"evoluzione" del personaggio della Langenkamp ma piuttosto per una situazione familiare a dir poco improbabile. Ciò non toglie, ovviamente, che The Butterfly Room è un film pregevolissimo che vi consiglio assolutamente di recuperare!!
Di Barbara Steele (Ann), Ray Wise (Nick) e P.J. Soles (Karen) ho già parlato ai rispettivi link.
Jonathan Zarantonello (vero nome Gionata Zarantonello) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato a Vicenza, ha diretto film come Medley - Brandelli di scuola e il corto Alice dalle 4 alle 5. Anche attore, responsabile degli effetti speciali e produttore, ha 35 anni.
Erica Leerhsen interpreta Claudia. Americana, ha partecipato a film come Il libro segreto delle streghe: Blair Witch 2, Non aprite quella porta e a serie come I Soprano, Alias, Ghost Whisperer e CSI: Miami. Anche produttrice, ha 38 anni.
Heather Langenkamp interpreta Dorothy. Indimenticabile Nancy in Nightmare - Dal profondo della notte, Nightmare 3 - I guerrieri del sogno e interprete di sé stessa in Nightmare - Nuovo incubo, la ricordo anche per film come Sotto shock; inoltre, ha partecipato a serie come Genitori in blue jeans. Anche produttrice e regista, ha 50 anni e due film in uscita.
Camille Keaton interpreta Olga. Americana, ha partecipato a film come Cosa avete fatto a Solange?, Non violentate Jennifer e Le streghe di Salem. Ha 67 anni e quattro film in uscita.
Nel film a un certo punto compare anche Joe Dante, ovvero il tassista a cui Claudia chiede se è davvero troppo vecchia per indossare certi abiti. The Butterfly Room non è, come si dice nei credits, basato sul romanzo Alice dalle 4 alle 5 (che, di fatto, non esiste) bensì sul corto che porta lo stesso titolo, sempre diretto da Jonathan Zarantonello. Se il film vi fosse piaciuto magari recuperatelo! ENJOY!
venerdì 29 agosto 2014
Transformers 4 e la sua estinzione... forse!
Dando un’occhiata ai programmi stasera in tv, la mia attenzione è caduta sull’inutile “Hong Kong - Colpo su colpo”, film d’azione del 1998 con Jean-Claude Van Damme. E a proposito di “inutile”, mi è così venuto in mente che di recente nelle sale è uscito il 4° capitolo della saga Transformers dal titolo temerario Transformers 4 – L’era dell’estinzione. Ma estinzione di cosa esattamente? Della saga o di che altro?
La mia è ovviamente una provocazione, una domanda che vuole giocare sul fatto che in molti lo ritengono ormai un film privo di ogni significato realizzato solo per accontentare i fanatici degli effetti speciali e delle tuonanti esplosioni che rimbombano per tutto il film. Su una durata della pellicola di 164 minuti (esatto, ben 164 minuti!), credo che almeno 100 siano contornati da incessanti “boom” ed esplosioni di ogni genere.
A tal proposito mi viene in mente proprio una delle scene finali dove per circa 10/15 minuti si assiste alla distruzione di un’intera città dovuto ad un grosso magnete attaccato ad una navicella spaziale enorme in mano al nemico che sovrasta la città. Certo, devo dire che proprio quel magnete genera un suono davvero particolare che grazie al sofisticato impianto sonoro di un cinema ha il suo perché ed anche un certo fascino. Ma sentire questo rumore insieme a quello dei mille vetri che vanno in frantumi o a quello di accartocciamento delle macchine che si ritrovano sospese in aria a causa della potente forza magnetica, alla lunga stanca. E quei 15 minuti diventano così nauseabondi.
Per tutto questo e soprattutto per il fatto che il cast umano del film è totalmente cambiato segnandone così quasi un reboot e facendo sparire del tutto Shia LaBeouf senza alcuna spiegazione logica da dare al pubblico, Transformers 4 risulta senza dubbio uno di quei film privo di significato se non semplicemente quello di intrattenere il pubblico. Certamente questo non sarà uno scopo nobile tipico dei più bei film d’autore che tentano in qualche modo di lasciare un messaggio di vita a chi lo guarda, ma non lo fa neanche rientrare tra i peggiori film della storia dell’umanità.
Di fatto Transformers 4 vuole solo essere una macchina d’intrattenimento ed in questo Michael Bay, regista del film, ci riesce molto bene. Con oltre 2 ore di sceneggiatura su cui ricamare macchine che sfrecciano tra campi di grano ed autostrade, razzi che vengono schivati da enormi giganti di metallo, robot che si prendono a calci e pugni, navicelle spaziali con interni simili a quelli di Alien, allo spettatore viene impressa la giusta energia e il giusto input per non annoiarsi e proseguire il film fino alla fine.
Il regista eccede probabilmente in scene di combattimento proponendone fin troppe, ma si sa bene che Bay ama questo tipo di cose e non a caso è proprio lui lo stesso regista che si è occupato di alcuni titoli come Bad Boys, Armageddon, Pearl Harbor, Pain & Gain e The Island. Film utili solo per passare qualche ora in totale spensieratezza. Nulla di più.
Ma oltre ad essere una macchina d’intrattenimento vuole anche (e soprattutto) essere una macchina per fare soldi. Il film ha infatti incassato talmente tanto nel mondo da farlo rientrare nella classifica dei film con il maggiore incasso nella storia del cinema posizionandosi al momento al 12° posto. Ed è proprio questo che dimostra che Transformers non è una saga giunta al termine ma che anzi è un prodotto molto amato dalla maggior parte delle persone tanto da spenderci qualche soldo per andarlo a vedere al cinema.
La mia è ovviamente una provocazione, una domanda che vuole giocare sul fatto che in molti lo ritengono ormai un film privo di ogni significato realizzato solo per accontentare i fanatici degli effetti speciali e delle tuonanti esplosioni che rimbombano per tutto il film. Su una durata della pellicola di 164 minuti (esatto, ben 164 minuti!), credo che almeno 100 siano contornati da incessanti “boom” ed esplosioni di ogni genere.
A tal proposito mi viene in mente proprio una delle scene finali dove per circa 10/15 minuti si assiste alla distruzione di un’intera città dovuto ad un grosso magnete attaccato ad una navicella spaziale enorme in mano al nemico che sovrasta la città. Certo, devo dire che proprio quel magnete genera un suono davvero particolare che grazie al sofisticato impianto sonoro di un cinema ha il suo perché ed anche un certo fascino. Ma sentire questo rumore insieme a quello dei mille vetri che vanno in frantumi o a quello di accartocciamento delle macchine che si ritrovano sospese in aria a causa della potente forza magnetica, alla lunga stanca. E quei 15 minuti diventano così nauseabondi.
Per tutto questo e soprattutto per il fatto che il cast umano del film è totalmente cambiato segnandone così quasi un reboot e facendo sparire del tutto Shia LaBeouf senza alcuna spiegazione logica da dare al pubblico, Transformers 4 risulta senza dubbio uno di quei film privo di significato se non semplicemente quello di intrattenere il pubblico. Certamente questo non sarà uno scopo nobile tipico dei più bei film d’autore che tentano in qualche modo di lasciare un messaggio di vita a chi lo guarda, ma non lo fa neanche rientrare tra i peggiori film della storia dell’umanità.
Di fatto Transformers 4 vuole solo essere una macchina d’intrattenimento ed in questo Michael Bay, regista del film, ci riesce molto bene. Con oltre 2 ore di sceneggiatura su cui ricamare macchine che sfrecciano tra campi di grano ed autostrade, razzi che vengono schivati da enormi giganti di metallo, robot che si prendono a calci e pugni, navicelle spaziali con interni simili a quelli di Alien, allo spettatore viene impressa la giusta energia e il giusto input per non annoiarsi e proseguire il film fino alla fine.
Il regista eccede probabilmente in scene di combattimento proponendone fin troppe, ma si sa bene che Bay ama questo tipo di cose e non a caso è proprio lui lo stesso regista che si è occupato di alcuni titoli come Bad Boys, Armageddon, Pearl Harbor, Pain & Gain e The Island. Film utili solo per passare qualche ora in totale spensieratezza. Nulla di più.
Ma oltre ad essere una macchina d’intrattenimento vuole anche (e soprattutto) essere una macchina per fare soldi. Il film ha infatti incassato talmente tanto nel mondo da farlo rientrare nella classifica dei film con il maggiore incasso nella storia del cinema posizionandosi al momento al 12° posto. Ed è proprio questo che dimostra che Transformers non è una saga giunta al termine ma che anzi è un prodotto molto amato dalla maggior parte delle persone tanto da spenderci qualche soldo per andarlo a vedere al cinema.
mercoledì 27 agosto 2014
Il Bollospite: La notte del demonio (1957)
Tornano le recensioni in tandem con Arwen de La fabbrica dei sogni! Stavolta è toccato a me scegliere e, complice la visione di Drag Me to Hell e un paio di scambi di messaggi con il buon Roberto E. D'Onofrio, ho deciso di parlare di La notte del demonio (Night of the Demon), diretto nel 1957 dal regista Jacques Tourneur e tratto dal racconto L'incantesimo delle rune di M.R. James. Ovviamente, la recensione potete leggerla anche QUI.
Trama: Lo scettico Dr. Holden si ritrova invischiato nelle indagini riguardanti un culto satanico capeggiato dall'ambiguo Dr. Karswell e viene colpito da una terribile maledizione che rischia di lasciargli solo tre giorni di vita...
Ragazzi che film!!! Innanzitutto ringrazio la mitica Bolla per avermelo fatto conoscere, il film l'ho visto ieri e sono rimasta molto colpita dalla capacità di Jaques Tourneur, di creare tensione e inquietudine ad ogni inquadratura.
E' difficile fare un buon film horror, ma dobbiamo tenere in considerazione che il film è degli anni 50, e seppur girato con i mezzi a disposizione di allora - non c'era ovviamente la tecnologia di oggi, che in parte ha snaturato di molto il genere - c'è molta capacità di creare la giusta tensione in un horror che si rispetti.
Il film viaggia a metà strada su scienza e magia, e presenta due personaggi all'opposto che si scontrano su degli avvenimenti che non possono essere presi con razionalità.
Il personaggio del mago ovvero Karswell è quello che mi ha colpito maggiormente, incarna la figura della persona pericolosa che si scontra con lo scettico scienziato, Dr Holden che lo crede un ciarlatano.
Sarà un gioco da caccia al gatto con il topo, mentre il mago riesce con astuzia a mettere in luce le sue facoltà e a prendere per il naso Holden, quest'ultimo deve far luce sugli strani avvenimenti che hanno causato la morte dello zio di una giovane, che anche lei vuole vederci chiaro.
Sin dall'inizio il regista ci mostra che i fatti messi in luce hanno qualcosa di sovrannaturale, è lo scienziato che non crede in esso, e nel suo scetticismo, non si accorge che è già dentro un gioco più grande di lui.
Gli avvenimenti inspiegabili narrati nel film svolgono un azione sorprendente e repentina, Karswell, è imprevedibile, non è possibile giocare d'astuzia con lui, Holden si renderà conto che non basta la razionalità per far luce sul mistero della morte del collega, nonchè zio di una giovane ragazza che gli ha chiesto esplicitamente di cercare di scoprire cosa è accaduto.
Nel film c'è un lavoro di regia magistrale e attento, Jaques Tourneur lo conoscevo perchè anni fa vidi un altro bellissimo film, Il Bacio della pantera, che spero di recensire presto.
Tourneur è molto bravo a sottolineare questo mix tra razionalità e irrazionalità, tra ciò che si può spiegare, e ciò che non si può spiegare, e si cela in eventi incomprensibili che hanno qualcosa di occulto.
Nel finale però, si capisce un altra cosa, ben più incredibile perchè non se lo aspetta nessuno, perchè Holden smette di essere razionale, e comincia a vedere le cose in un altro modo, e qui il destino gioca a suo favore, ma non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa, dico soltanto che questo è un grandissimo film, che ahimè non sapevo nemmeno della sua esistenza.
Un capolavoro punto.
Ringrazio ancora l'amica Bolla sia per avermi proposto di recensire insieme questo film, sia per avermelo fatto conoscere, perchè ho di fatto aggiunto un altro cult alla lista dei miei film horror preferiti, e il che non è poco.
In conclusione, il film è tutto giocato sull'intelligenza e l'imprevedibilità, in maniera ambigua in cui lo spettatore cerca in un modo o nell'altro di indovinare cosa succede dopo, rendendolo partecipe al film, e questo signori miei succede raramente, molto raramente.
Girato negli anni '50, La notte del demonio è un perfetto esempio di come non siano il sangue o gli effetti speciali a fare un buon horror, ma l'atmosfera e il sapiente uso di una regia in grado di giocare con i dettagli, le luci e le ombre in modo da coinvolgere e confondere lo spettatore. La notte del demonio non offre infatti facili risposte ed è volutamente ambiguo sia per quel che riguarda la sua realizzazione sia per la storia raccontata, un thriller sovrannaturale dove la magia e la demonologia si mescolano alla scienza e alla psicologia, mettendo in scena uno scontro vecchio di decenni. La sequenza iniziale non lascerebbe spazio a dubbi riguardo alla natura "magica" degli eventi che accadono nel corso del film, tuttavia lo spettatore può tranquillamente scegliere se schierarsi dalla parte del Dr. Holden e ritenere il tutto frutto di una suggestione in grado di evocare orribili visioni oppure dalla parte del Dr. Karswell, dal sembiante pacioso e demoniaco al tempo stesso, abile stregone o forse ancor più abile ciarlatano: d'altronde, com'è noto e come viene ripetuto più volte nel corso della pellicola, la magia (e questo vale anche per quella cinematografica) funziona solo se la gente crede in essa e tutto, in La notte del demonio, congiura per cancellare ogni parvenza di scetticismo e per lasciare quindi i protagonisti alla mercé di un'incomprensibile (ir)realtà. Mentre le "coincidenze" mortali si affastellano l'una sull'altra il Dr. Holden viene schiacciato da una cappa di progressiva diffidenza che gli impedisce di discernere gli alleati dai nemici e che lo costringe ad allargare i suoi limitati (per quanto vasti) orizzonti cognitivi onde lasciare uno spiraglio da cui possano entrare anche quei concetti che superano la scienza, tuttavia la particolarità di La notte del demonio è che, fino all'ultimo, il protagonista non dichiarerà di credere perché, tante volte, "è meglio non sapere", come viene ribadito in uno dei finali più moderni e mozzafiato della storia del Cinema.
Dopo quasi 60 anni La notte del demonio riesce a mettere ansia anche grazie alle immagini, ovviamente. Non tanto per quelle che mostrano l'inquietante Bestia che perseguita le vittime della maledizione (immagini volute dal produttore Hal E. Chester, non da Tourneur, e aggiunte pare all'insaputa del regista), quanto per le riprese di dettagli apparentemente insignificanti, per l'oscurità che sembra sempre sostare a pochi centimetri dagli attori, pronta a ghermirli (come la mano di Karswell che, in una sequenza particolarmente riuscita, insegue Holden senza che lui se ne accorga), per la roboante musica carica di tensione che si alterna ad un fischiettio quasi innocente, per quelle spaventevoli nuvole che sembrano squarciare il cielo e anche la pellicola, lo schermo, come se il Demonio stesse venendo a prendere proprio noi. Sfortunatamente, non ho potuto guardare La notte del Demonio in lingua originale ma ho apprezzato ovviamente la prova di tutti gli attori coinvolti. Dana Andrews non si scompone mai e ha sempre quei capelli perfettamente pettinati di chi si mantiene granitico anche davanti al terrore dell'inspiegabile e Peggy Cummins non è la solita damsel in distress ma si propone come un valido modello di donna forte, sicura e in grado di mettere una pezza laddove la sicumera dell'uomo (per di più "scienziato") farebbe solo casini ma il migliore di tutti è senza dubbio Niall McGinnis, che interpreta il Dr. Karswell. Il caratterista irlandese riesce a dar vita ad un personaggio complesso e pieno di sfumature, terrificante in una scena e apparentemente innocuo in quella dopo, talmente imprevedibile che spesso mi sono ritrovata a temere per la vita della vecchia madre impicciona, un elemento bizzarro in grado di stemperare con un pizzico d'ironia una vicenda altrimenti fosca e assai paurosa. Detto questo, cospargo il capo di cenere per aver aspettato così tanti anni a guardare un capolavoro come La notte del demonio e lo consiglio spassionatamente a tutti gli amanti dell'horror e del buon cinema!
Jacques Tourneur è il regista della pellicola. Francese, ha diretto film come Il bacio della pantera, Ho camminato con uno zombi, Il clan del terrore ed episodi delle serie Bonanza e Ai confini della realtà. Anche attore, è morto nel 1977 all'età di 73 anni.
La notte del demonio (che negli USA è conosciuto come Curse of the Demon e non Night of the Demon) è talmente seminale da essere stato citato anche in Science Fiction/Double Feature, canzone di apertura del Rocky Horror Picture Show, dove viene detto che "Dana Andrews said prunes gave him the runes, but passing them used lots of skills". Sempre a proposito di Dana Andrews, l'attore sarebbe poi tornato a collaborare con Tourneur ne La piovra nera. Se La notte del demonio vi fosse piaciuto, guardatevi il già citato omaggio di Sam Raimi, Drag me to Hell, e ovviamente capisaldi come Rosemary's Baby, The Wicker Man e Il bacio della pantera. ENJOY!
Trama: Lo scettico Dr. Holden si ritrova invischiato nelle indagini riguardanti un culto satanico capeggiato dall'ambiguo Dr. Karswell e viene colpito da una terribile maledizione che rischia di lasciargli solo tre giorni di vita...
Il punto di vista di Arwen...
Ragazzi che film!!! Innanzitutto ringrazio la mitica Bolla per avermelo fatto conoscere, il film l'ho visto ieri e sono rimasta molto colpita dalla capacità di Jaques Tourneur, di creare tensione e inquietudine ad ogni inquadratura.
E' difficile fare un buon film horror, ma dobbiamo tenere in considerazione che il film è degli anni 50, e seppur girato con i mezzi a disposizione di allora - non c'era ovviamente la tecnologia di oggi, che in parte ha snaturato di molto il genere - c'è molta capacità di creare la giusta tensione in un horror che si rispetti.
Il film viaggia a metà strada su scienza e magia, e presenta due personaggi all'opposto che si scontrano su degli avvenimenti che non possono essere presi con razionalità.
Il personaggio del mago ovvero Karswell è quello che mi ha colpito maggiormente, incarna la figura della persona pericolosa che si scontra con lo scettico scienziato, Dr Holden che lo crede un ciarlatano.
Sarà un gioco da caccia al gatto con il topo, mentre il mago riesce con astuzia a mettere in luce le sue facoltà e a prendere per il naso Holden, quest'ultimo deve far luce sugli strani avvenimenti che hanno causato la morte dello zio di una giovane, che anche lei vuole vederci chiaro.
Sin dall'inizio il regista ci mostra che i fatti messi in luce hanno qualcosa di sovrannaturale, è lo scienziato che non crede in esso, e nel suo scetticismo, non si accorge che è già dentro un gioco più grande di lui.
Gli avvenimenti inspiegabili narrati nel film svolgono un azione sorprendente e repentina, Karswell, è imprevedibile, non è possibile giocare d'astuzia con lui, Holden si renderà conto che non basta la razionalità per far luce sul mistero della morte del collega, nonchè zio di una giovane ragazza che gli ha chiesto esplicitamente di cercare di scoprire cosa è accaduto.
Nel film c'è un lavoro di regia magistrale e attento, Jaques Tourneur lo conoscevo perchè anni fa vidi un altro bellissimo film, Il Bacio della pantera, che spero di recensire presto.
Tourneur è molto bravo a sottolineare questo mix tra razionalità e irrazionalità, tra ciò che si può spiegare, e ciò che non si può spiegare, e si cela in eventi incomprensibili che hanno qualcosa di occulto.
Nel finale però, si capisce un altra cosa, ben più incredibile perchè non se lo aspetta nessuno, perchè Holden smette di essere razionale, e comincia a vedere le cose in un altro modo, e qui il destino gioca a suo favore, ma non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa, dico soltanto che questo è un grandissimo film, che ahimè non sapevo nemmeno della sua esistenza.
Un capolavoro punto.
Ringrazio ancora l'amica Bolla sia per avermi proposto di recensire insieme questo film, sia per avermelo fatto conoscere, perchè ho di fatto aggiunto un altro cult alla lista dei miei film horror preferiti, e il che non è poco.
In conclusione, il film è tutto giocato sull'intelligenza e l'imprevedibilità, in maniera ambigua in cui lo spettatore cerca in un modo o nell'altro di indovinare cosa succede dopo, rendendolo partecipe al film, e questo signori miei succede raramente, molto raramente.
... E quello della Bolla!
Girato negli anni '50, La notte del demonio è un perfetto esempio di come non siano il sangue o gli effetti speciali a fare un buon horror, ma l'atmosfera e il sapiente uso di una regia in grado di giocare con i dettagli, le luci e le ombre in modo da coinvolgere e confondere lo spettatore. La notte del demonio non offre infatti facili risposte ed è volutamente ambiguo sia per quel che riguarda la sua realizzazione sia per la storia raccontata, un thriller sovrannaturale dove la magia e la demonologia si mescolano alla scienza e alla psicologia, mettendo in scena uno scontro vecchio di decenni. La sequenza iniziale non lascerebbe spazio a dubbi riguardo alla natura "magica" degli eventi che accadono nel corso del film, tuttavia lo spettatore può tranquillamente scegliere se schierarsi dalla parte del Dr. Holden e ritenere il tutto frutto di una suggestione in grado di evocare orribili visioni oppure dalla parte del Dr. Karswell, dal sembiante pacioso e demoniaco al tempo stesso, abile stregone o forse ancor più abile ciarlatano: d'altronde, com'è noto e come viene ripetuto più volte nel corso della pellicola, la magia (e questo vale anche per quella cinematografica) funziona solo se la gente crede in essa e tutto, in La notte del demonio, congiura per cancellare ogni parvenza di scetticismo e per lasciare quindi i protagonisti alla mercé di un'incomprensibile (ir)realtà. Mentre le "coincidenze" mortali si affastellano l'una sull'altra il Dr. Holden viene schiacciato da una cappa di progressiva diffidenza che gli impedisce di discernere gli alleati dai nemici e che lo costringe ad allargare i suoi limitati (per quanto vasti) orizzonti cognitivi onde lasciare uno spiraglio da cui possano entrare anche quei concetti che superano la scienza, tuttavia la particolarità di La notte del demonio è che, fino all'ultimo, il protagonista non dichiarerà di credere perché, tante volte, "è meglio non sapere", come viene ribadito in uno dei finali più moderni e mozzafiato della storia del Cinema.
Dopo quasi 60 anni La notte del demonio riesce a mettere ansia anche grazie alle immagini, ovviamente. Non tanto per quelle che mostrano l'inquietante Bestia che perseguita le vittime della maledizione (immagini volute dal produttore Hal E. Chester, non da Tourneur, e aggiunte pare all'insaputa del regista), quanto per le riprese di dettagli apparentemente insignificanti, per l'oscurità che sembra sempre sostare a pochi centimetri dagli attori, pronta a ghermirli (come la mano di Karswell che, in una sequenza particolarmente riuscita, insegue Holden senza che lui se ne accorga), per la roboante musica carica di tensione che si alterna ad un fischiettio quasi innocente, per quelle spaventevoli nuvole che sembrano squarciare il cielo e anche la pellicola, lo schermo, come se il Demonio stesse venendo a prendere proprio noi. Sfortunatamente, non ho potuto guardare La notte del Demonio in lingua originale ma ho apprezzato ovviamente la prova di tutti gli attori coinvolti. Dana Andrews non si scompone mai e ha sempre quei capelli perfettamente pettinati di chi si mantiene granitico anche davanti al terrore dell'inspiegabile e Peggy Cummins non è la solita damsel in distress ma si propone come un valido modello di donna forte, sicura e in grado di mettere una pezza laddove la sicumera dell'uomo (per di più "scienziato") farebbe solo casini ma il migliore di tutti è senza dubbio Niall McGinnis, che interpreta il Dr. Karswell. Il caratterista irlandese riesce a dar vita ad un personaggio complesso e pieno di sfumature, terrificante in una scena e apparentemente innocuo in quella dopo, talmente imprevedibile che spesso mi sono ritrovata a temere per la vita della vecchia madre impicciona, un elemento bizzarro in grado di stemperare con un pizzico d'ironia una vicenda altrimenti fosca e assai paurosa. Detto questo, cospargo il capo di cenere per aver aspettato così tanti anni a guardare un capolavoro come La notte del demonio e lo consiglio spassionatamente a tutti gli amanti dell'horror e del buon cinema!
Jacques Tourneur è il regista della pellicola. Francese, ha diretto film come Il bacio della pantera, Ho camminato con uno zombi, Il clan del terrore ed episodi delle serie Bonanza e Ai confini della realtà. Anche attore, è morto nel 1977 all'età di 73 anni.
La notte del demonio (che negli USA è conosciuto come Curse of the Demon e non Night of the Demon) è talmente seminale da essere stato citato anche in Science Fiction/Double Feature, canzone di apertura del Rocky Horror Picture Show, dove viene detto che "Dana Andrews said prunes gave him the runes, but passing them used lots of skills". Sempre a proposito di Dana Andrews, l'attore sarebbe poi tornato a collaborare con Tourneur ne La piovra nera. Se La notte del demonio vi fosse piaciuto, guardatevi il già citato omaggio di Sam Raimi, Drag me to Hell, e ovviamente capisaldi come Rosemary's Baby, The Wicker Man e Il bacio della pantera. ENJOY!
domenica 27 luglio 2014
Il Bollospite: Splatters - Gli schizzacervelli (1992)
Qualche giorno fa la simpatica (e saputa, non dimentichiamolo!) Arwen Lynch del blog La fabbrica dei sogni mi ha proposto una recensione a quattro mani di Splatters - Gli schizzacervelli (Braindead), diretto e co-sceneggiato nel 1992 da Peter Jackson. Potevo quindi farmi sfuggire l'occasione? Assolutamente no! A cominciare questo viaggio nella folle mente del regista neozelandese sarà Arwen in persona, dopodiché troverete anche la opinione e, come se non bastasse, l'intero post potrete leggerlo anche su La fabbrica dei sogni. Quindi... ENJOY!
Trama: Lionel, uomo sulla trentina sottomesso alla madre, trova l'amore della sua vita in Paquita. Purtroppo la relazione si complica quando madre, morsa da una rarissima Scimmia-ratto, comincia a trasformarsi in uno zombie...
Avevo letto in giro che Splatters gli schizzacervelli fosse il film più splatter e gore mai realizzato, quando uscì al cinema sull'onda del successo di un altro film di Peter Jackson; il bellissimo Creature del cielo, lo devo dire, per molto tempo e prima che Robydick mi battezzasse con Fulci e Romero, avevo tenuto alla larga questo genere, perchè vedere viscere e sangue a litri mi impressionava, però come sempre succede quando mi avvicino a un genere nuovo, la curiosità prende sempre il sopravvento sulla paura, e lo devo dire, ci sono scene da scompisciare, scene da pelle d'oca, come la Bolla, anche io prediligevo un genere di horror un po' diverso ma la vena umoristica e demenziale di questo film sono irresistibili, molto più del capolavoro La Casa di Sam Raimi, qui Peter Jackson porta alle estreme conseguenze un film dalla trama bizzarra e scompisciata dove tutto è grottesco e portato al limite.
Il film è una commedia horror demenziale che non perde mai il suo fine, i pesonaggi sono bizzarri, abbiamo Lionel, succube di una mamma che grazie al morso di una scimmia diventa uno zombie, che infetterà qualsiasi persone le si avvicini, e cadranno tutti come le pedine del domino, attivando una reazione a catena di difficile risoluzione, il film peraltro è ricchissimo di metafore facendo una satira grottesca e sopra le righe sui rapporti madri/figli, il bello di questo film, è proprio questo.
Tutto è portato all'estremo, all'esagerazione, il colpo di genio di Peter Jackson, ancora lontano dai fasti che lo porteranno a vincere il premio oscar, sta nel ben calibrare il tutto, riuscendo nell'ardua impresa di far ridere lo spettatore in un film horror/splatters, dimostrando non solo di fare qualcosa di nuovo e originale per i tempi, ma anche di innovare un genere piuttosto serioso e drammatico, con una vena goliardica mettendoci il suo senso dell'umorismo.
Si durante la visione mi sono divertita, e mi sono spaventata, e solo Peter Jackson, con il suo enorme talento, è capace di farlo.
Questo film chiude la trilogia splatters con cui Jackson ha cominciato la sua favolosa carriera, ringrazio l'amica Babol per aver accettato di recensirlo con me , ci tenevo a scrivere la recensione con lei perchè come me è una fanatica dell'horror, quindi chi meglio di lei per recensire Splatters?
Brainhead nell'originale ricordiamolo, in Italia hanno sempre il vizio di storpiare, ma va bene, a differenza di Babol, non avevo ancora visto il film, l'ho visionato diversi mesi fa, e devo dire che proprio questo è il momento giusto per recensirlo, dato che in estate di solito si guardano film horror.
Se non vi spaventate alla vista di 15 litri di sangue che sgorga, a vedere gente frullata o maciullata con un tosaerbe è il film giusto per voi, astenersi chi è sensibile alla vista del sangue, anche per poche gocce.
Film che, oltre ad essere a basso costo, la sua realizzazione è piuttosto artigianale.
Quando l'ho programmato per la visione avevo paura di vedere la solita buffonata che me l'avrebbe fatta fare sotto dalla paura, invece mi sono divertita, e non solo...m'ha dato una paura di quelle che non scorderò mai più nella mia vita, questo vuol dire che il film, in tutto il suo essere grottesco centra il bersaglio.
Peter Jackson non voleva fare un film serio, ma tutto sopra le righe, mettendoci anche una satira grottesca sulla famiglia, infatti chi non si metterebbe a ridere sul rapporto tra madre e figlio, chi non si piegherebbe in due dalle risate durante la festa che finisce in un bagno di sangue?
In sostanza, Splatters è un piccolo capolavoro, ormai entrato di diritto tra i miei cult movies di genere horror, e come si fa a non farlo entrare.
Se volete divertirvi anche con un horror è il film giusto per voi, se siete schizzinosi astenetevi, se amate i film demenziali e grotteschi mixate con litri di sangue a palate, e maciullamenti vari è il film giusto per voi, vi divertirete non poco, ma un mondo.
La prima volta che vidi Splatters - Gli schizzacervelli è stata, neanche a dirlo, in una puntata della vecchia Notte Horror e non avete idea di quanto ci rimasi male: quello non era un horror, era una ca**ata bella e buona! Preti e infermiere zombi (che, tra l'altro, se non ricordo male nella versione italiana parlano pure, tra un verso e l'altro), pargoletti deformi, scimmie-ratto, interi apparati interni semoventi e, per finire, una macellata finale più comica che disgustosa erano cose che, all'epoca, non concepivo in un horror, che in quanto tale avrebbe dovuto essere serio e pauroso. Questo già dovrebbe farvi capire quanto Peter Jackson (che già aveva firmato il sanguinosissimo Bad Taste/Fuori di testa) fosse incredibilmente avanti per quegli anni, visto che ora la contaminazione tra horror e commedia è talmente affermata che, spesso, anche nella più truce serietà spunta qualche supercazzola ad alleggerire il tutto... e dovrebbe farvi capire anche che, superato lo shock, una cosa simile non avrebbe potuto lasciarmi indifferente, tanto che la videocassetta di Splatters era stata comunque segretamente conservata e riguardata un altro paio di volte "per capire meglio" e poi perché, sinceramente, vedere un prete scagliarsi contro gli zombi come un novello Bruce Lee al grido di "Sono il ninja di Dio!!" mi aveva fatta sbellicare. La gentile proposta di Arwen è stata una scusa per riguardare Splatters dopo anni con un'ottica più "adulta" e meno legata ad eventuali pregiudizi, cosa che, finalmente, mi ha consentito di apprezzare al meglio questo incredibile, esilarante ed esageratissimo bagno di sangue, l'unico, a quanto pare, in grado di soddisfare l'atavica sete di gore del mio amato Eli Roth. Il che è tutto dire!
Da un punto di vista puramente gore diciamo che, in effetti, Peter Jackson non si fa mancare nulla. Se si togliessero, infatti, tutti gli elementi grotteschi dalla vicenda, si potrebbe tranquillamente dire che il regista neozelandese non abbia avuto pietà di nulla e di nessuno, soprattutto dello spettatore, e che ogni dettaglio schifoso che possa mai venirvi in mente sicuramente riuscirete a trovarlo in Splatters: smembramenti, decapitazioni, gente frullata, cadaveri che esplodono, addirittura persone a cui vengono tirati fuori a forza dal corpo casse toraciche e l'intero apparato digerente (giuro. Tutto!!), nominatene uno e vedrete che Jackson ce l'avrà messo, senza contare che gli zombi fanno ridere sì ma sono anche pericolosissimi. L'inquietudine, invece, è stata completamente bandita da Splatters: tutto ruota infatti attorno alla triste vita di un loser soffocato da una madre che, da zombi, diventa ancora più opprimente e alla storia d'amore tra lui e l'immigrata Paquita. Le gag sull'argomento si sprecano, con questa vecchia rompipalle e cattivissima anche da viva il cui unico scopo è tenere il figlio a guinzaglio e farsi bella agli occhi della società, tanto che la prima parte è molto più divertente della seconda (e sinceramente, il pranzo a base di crema inglese è MOLTO più schifoso della tanto celebrata sequenza del tagliaerbe) che, per contro, tende ad essere ripetitiva: c'è un limite, infatti, anche alle urla e al sangue che posso sopportare e, arrivata alla fine di Splatters, mi sono sentita piena e devastata dal mal di testa, come se avessi mangiato tre cene di capodanno. Tra un'allegra belinata e l'altra quello che salta all'occhio è come la sceneggiatura sia un circolo perfetto che consente al protagonista Lionel di diventare finalmente un cavaliere (un po' come accadrà poi a Shaun in Shaun of the Dead), per quanto imbranato, senza macchia e senza paura, in grado di badare a sé stesso e agli altri e di tagliare letteralmente il cordone ombelicale che lo lega a mmadree: la rinascita del protagonista è sconvolgente e per nulla metaforica, vedere per credere! Gli effetti speciali sono ben fatti e, per quel che ne posso capire, uniscono stop motion, pupazzi e make up prostetico in un mix che, in alcune sequenze, risente un po' il peso del tempo (i fasti della WETA sono ancora lontani!) ma che nel complesso centra in pieno l'atmosfera esageratamente goliardica di Splatters che, per inciso, viene reso ancora più frizzante e simpatico dall'utilizzo di tanti bravi caratteristi sui quali spiccano la stronzissima Elizabeth Moody nei panni della madre e il dinoccolato Timothy Balme in quelli di Lionel. Quindi, se con questo caldo volete farvi una spensierata e rinfrescante doccia di sangue, visceri e quant'altro, avete trovato il film giusto!
Del regista e co-sceneggiatore Peter Jackson, che compare anche nei panni dell'assistente becchino, ho già parlato QUI.
La co-sceneggiatrice Fran Walsh fa una piccola comparsata come una delle mamme al parco; l'attrice Elizabeth Moody, che interpreta la madre di Lionel, è invece comparsa anche in Creature del cielo e nella versione estesa de Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello. Di Splatters - Gli schizzacervelli esistono svariate versioni più o meno uncut. Da quello che mi è dato capire, quella che ho io nel DVD italiano dovrebbe essere Braindead (versione inglese uncut) mancante, tuttavia, dell'inizio dove si vedono la bandiera Neozelandese e la Regina Elisabetta che cavalca sulle note di God Save the Queen. Detto questo, se Splatters - Gli schizzacervelli vi fosse piaciuto recuperate anche Shaun of the Dead, Black Sheep, Dellamorte Dellamore, Il giorno della bestia, La casa, La casa 2 e L'armata delle tenebre. ENJOY!
Trama: Lionel, uomo sulla trentina sottomesso alla madre, trova l'amore della sua vita in Paquita. Purtroppo la relazione si complica quando madre, morsa da una rarissima Scimmia-ratto, comincia a trasformarsi in uno zombie...
Il punto di vista di Arwen...
Avevo letto in giro che Splatters gli schizzacervelli fosse il film più splatter e gore mai realizzato, quando uscì al cinema sull'onda del successo di un altro film di Peter Jackson; il bellissimo Creature del cielo, lo devo dire, per molto tempo e prima che Robydick mi battezzasse con Fulci e Romero, avevo tenuto alla larga questo genere, perchè vedere viscere e sangue a litri mi impressionava, però come sempre succede quando mi avvicino a un genere nuovo, la curiosità prende sempre il sopravvento sulla paura, e lo devo dire, ci sono scene da scompisciare, scene da pelle d'oca, come la Bolla, anche io prediligevo un genere di horror un po' diverso ma la vena umoristica e demenziale di questo film sono irresistibili, molto più del capolavoro La Casa di Sam Raimi, qui Peter Jackson porta alle estreme conseguenze un film dalla trama bizzarra e scompisciata dove tutto è grottesco e portato al limite.
Il film è una commedia horror demenziale che non perde mai il suo fine, i pesonaggi sono bizzarri, abbiamo Lionel, succube di una mamma che grazie al morso di una scimmia diventa uno zombie, che infetterà qualsiasi persone le si avvicini, e cadranno tutti come le pedine del domino, attivando una reazione a catena di difficile risoluzione, il film peraltro è ricchissimo di metafore facendo una satira grottesca e sopra le righe sui rapporti madri/figli, il bello di questo film, è proprio questo.
Tutto è portato all'estremo, all'esagerazione, il colpo di genio di Peter Jackson, ancora lontano dai fasti che lo porteranno a vincere il premio oscar, sta nel ben calibrare il tutto, riuscendo nell'ardua impresa di far ridere lo spettatore in un film horror/splatters, dimostrando non solo di fare qualcosa di nuovo e originale per i tempi, ma anche di innovare un genere piuttosto serioso e drammatico, con una vena goliardica mettendoci il suo senso dell'umorismo.
Si durante la visione mi sono divertita, e mi sono spaventata, e solo Peter Jackson, con il suo enorme talento, è capace di farlo.
Questo film chiude la trilogia splatters con cui Jackson ha cominciato la sua favolosa carriera, ringrazio l'amica Babol per aver accettato di recensirlo con me , ci tenevo a scrivere la recensione con lei perchè come me è una fanatica dell'horror, quindi chi meglio di lei per recensire Splatters?
Brainhead nell'originale ricordiamolo, in Italia hanno sempre il vizio di storpiare, ma va bene, a differenza di Babol, non avevo ancora visto il film, l'ho visionato diversi mesi fa, e devo dire che proprio questo è il momento giusto per recensirlo, dato che in estate di solito si guardano film horror.
Se non vi spaventate alla vista di 15 litri di sangue che sgorga, a vedere gente frullata o maciullata con un tosaerbe è il film giusto per voi, astenersi chi è sensibile alla vista del sangue, anche per poche gocce.
Film che, oltre ad essere a basso costo, la sua realizzazione è piuttosto artigianale.
Quando l'ho programmato per la visione avevo paura di vedere la solita buffonata che me l'avrebbe fatta fare sotto dalla paura, invece mi sono divertita, e non solo...m'ha dato una paura di quelle che non scorderò mai più nella mia vita, questo vuol dire che il film, in tutto il suo essere grottesco centra il bersaglio.
Peter Jackson non voleva fare un film serio, ma tutto sopra le righe, mettendoci anche una satira grottesca sulla famiglia, infatti chi non si metterebbe a ridere sul rapporto tra madre e figlio, chi non si piegherebbe in due dalle risate durante la festa che finisce in un bagno di sangue?
In sostanza, Splatters è un piccolo capolavoro, ormai entrato di diritto tra i miei cult movies di genere horror, e come si fa a non farlo entrare.
Se volete divertirvi anche con un horror è il film giusto per voi, se siete schizzinosi astenetevi, se amate i film demenziali e grotteschi mixate con litri di sangue a palate, e maciullamenti vari è il film giusto per voi, vi divertirete non poco, ma un mondo.
... E quello della Bolla:
La prima volta che vidi Splatters - Gli schizzacervelli è stata, neanche a dirlo, in una puntata della vecchia Notte Horror e non avete idea di quanto ci rimasi male: quello non era un horror, era una ca**ata bella e buona! Preti e infermiere zombi (che, tra l'altro, se non ricordo male nella versione italiana parlano pure, tra un verso e l'altro), pargoletti deformi, scimmie-ratto, interi apparati interni semoventi e, per finire, una macellata finale più comica che disgustosa erano cose che, all'epoca, non concepivo in un horror, che in quanto tale avrebbe dovuto essere serio e pauroso. Questo già dovrebbe farvi capire quanto Peter Jackson (che già aveva firmato il sanguinosissimo Bad Taste/Fuori di testa) fosse incredibilmente avanti per quegli anni, visto che ora la contaminazione tra horror e commedia è talmente affermata che, spesso, anche nella più truce serietà spunta qualche supercazzola ad alleggerire il tutto... e dovrebbe farvi capire anche che, superato lo shock, una cosa simile non avrebbe potuto lasciarmi indifferente, tanto che la videocassetta di Splatters era stata comunque segretamente conservata e riguardata un altro paio di volte "per capire meglio" e poi perché, sinceramente, vedere un prete scagliarsi contro gli zombi come un novello Bruce Lee al grido di "Sono il ninja di Dio!!" mi aveva fatta sbellicare. La gentile proposta di Arwen è stata una scusa per riguardare Splatters dopo anni con un'ottica più "adulta" e meno legata ad eventuali pregiudizi, cosa che, finalmente, mi ha consentito di apprezzare al meglio questo incredibile, esilarante ed esageratissimo bagno di sangue, l'unico, a quanto pare, in grado di soddisfare l'atavica sete di gore del mio amato Eli Roth. Il che è tutto dire!
Da un punto di vista puramente gore diciamo che, in effetti, Peter Jackson non si fa mancare nulla. Se si togliessero, infatti, tutti gli elementi grotteschi dalla vicenda, si potrebbe tranquillamente dire che il regista neozelandese non abbia avuto pietà di nulla e di nessuno, soprattutto dello spettatore, e che ogni dettaglio schifoso che possa mai venirvi in mente sicuramente riuscirete a trovarlo in Splatters: smembramenti, decapitazioni, gente frullata, cadaveri che esplodono, addirittura persone a cui vengono tirati fuori a forza dal corpo casse toraciche e l'intero apparato digerente (giuro. Tutto!!), nominatene uno e vedrete che Jackson ce l'avrà messo, senza contare che gli zombi fanno ridere sì ma sono anche pericolosissimi. L'inquietudine, invece, è stata completamente bandita da Splatters: tutto ruota infatti attorno alla triste vita di un loser soffocato da una madre che, da zombi, diventa ancora più opprimente e alla storia d'amore tra lui e l'immigrata Paquita. Le gag sull'argomento si sprecano, con questa vecchia rompipalle e cattivissima anche da viva il cui unico scopo è tenere il figlio a guinzaglio e farsi bella agli occhi della società, tanto che la prima parte è molto più divertente della seconda (e sinceramente, il pranzo a base di crema inglese è MOLTO più schifoso della tanto celebrata sequenza del tagliaerbe) che, per contro, tende ad essere ripetitiva: c'è un limite, infatti, anche alle urla e al sangue che posso sopportare e, arrivata alla fine di Splatters, mi sono sentita piena e devastata dal mal di testa, come se avessi mangiato tre cene di capodanno. Tra un'allegra belinata e l'altra quello che salta all'occhio è come la sceneggiatura sia un circolo perfetto che consente al protagonista Lionel di diventare finalmente un cavaliere (un po' come accadrà poi a Shaun in Shaun of the Dead), per quanto imbranato, senza macchia e senza paura, in grado di badare a sé stesso e agli altri e di tagliare letteralmente il cordone ombelicale che lo lega a mmadree: la rinascita del protagonista è sconvolgente e per nulla metaforica, vedere per credere! Gli effetti speciali sono ben fatti e, per quel che ne posso capire, uniscono stop motion, pupazzi e make up prostetico in un mix che, in alcune sequenze, risente un po' il peso del tempo (i fasti della WETA sono ancora lontani!) ma che nel complesso centra in pieno l'atmosfera esageratamente goliardica di Splatters che, per inciso, viene reso ancora più frizzante e simpatico dall'utilizzo di tanti bravi caratteristi sui quali spiccano la stronzissima Elizabeth Moody nei panni della madre e il dinoccolato Timothy Balme in quelli di Lionel. Quindi, se con questo caldo volete farvi una spensierata e rinfrescante doccia di sangue, visceri e quant'altro, avete trovato il film giusto!
Del regista e co-sceneggiatore Peter Jackson, che compare anche nei panni dell'assistente becchino, ho già parlato QUI.
La co-sceneggiatrice Fran Walsh fa una piccola comparsata come una delle mamme al parco; l'attrice Elizabeth Moody, che interpreta la madre di Lionel, è invece comparsa anche in Creature del cielo e nella versione estesa de Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello. Di Splatters - Gli schizzacervelli esistono svariate versioni più o meno uncut. Da quello che mi è dato capire, quella che ho io nel DVD italiano dovrebbe essere Braindead (versione inglese uncut) mancante, tuttavia, dell'inizio dove si vedono la bandiera Neozelandese e la Regina Elisabetta che cavalca sulle note di God Save the Queen. Detto questo, se Splatters - Gli schizzacervelli vi fosse piaciuto recuperate anche Shaun of the Dead, Black Sheep, Dellamorte Dellamore, Il giorno della bestia, La casa, La casa 2 e L'armata delle tenebre. ENJOY!
martedì 10 dicembre 2013
Il BollOspite: Pescicane e Pescicagne
Dopo la piacevole esperienza con la brava Beatrix, il Bollalmanacco torna ad ospitare un blogger o, in questo caso, un gruppo di blogger che rispondono al nome collettivo di Dikotomiko. Il film scelto per cominciare questa collaborazione è l'ultima pellicola di Woody Allen, Blue Jasmine che, per una strana coincidenza, sarei dovuta andare a vedere proprio stasera. Purtroppo la Rivolta dei Forconi ha avuto la meglio e, poiché il film verrà probabilmente tolto dal multisala giovedì e ancora non è reperibile in rete, temo riuscirò a vedere Blue Jasmine tra un anno come minimo. Quindi, godetevi la recensione di Dikotomiko (che potete trovare anche QUI) e... ENJOY!!
Blue Jasmine
Woody Allen
2013
2001. Fallimento della Enron: decine di miliardi di dollari in fumo, dipendenti e azionisti in miseria, alti dirigenti che invece si erano parati il culo vendendo le loro quote prima del crac.
2008. Fallimento di Lehman Brothers: nei mercati azionari di tutto il mondo si incenerisce una quantità impressionante di miliardi di dollari, tutte le economie legate in qualche maniera alla finanza moderna ne escono tramortite.
2012. Truffa dei mutui subprime: altri miliardi di dollari in fumo, milioni di cittadini statunitensi disoccupati, effetto domino sulle economie europee. Fioccano condanne severe e suicidi. Troppo pochi i suicidi, purtroppo.
I responsabili di questo sfacelo sono esattamente come ce li immaginiamo: squali dalla faccia pulita, truffatori e imbonitori con il sorriso sul volto e riserve di lingotti d'oro nascosti nel garage. Senza il minimo scrupolo, fedeli solo al Dio Profitto, passano le loro giornate al telefono, escogitando stratagemmi quotidiani per sfangarla, inventando società-scatole cinesi, aprendo conti a raffica nei paradisi fiscali, rovinando migliaia di risparmiatori e famiglie, per poi tornare la sera al loro focolare domestico, dove li aspetta una moglie devota e figli modello. Le mogli devote amano la loro vita sfarzosa e piena di impegni (lo yoga, la beneficenza, lo shopping) e non si fanno troppe domande sul lavoro dei loro adorabili maritini.
La moglie devota nel nuovo film di Woody Allen ha il volto di Cate Blanchett, mentre suo marito-squalo-delinquente ha il non-volto di Alec Baldwin, uno dei misteri più insondabili della storia del cinema, perchè Alec Baldwin non dovrebbe nemmeno esistere, anche quando è in primo piano è come se non ci fosse, anzi se scomparisse non se ne accorgerebbe nessuno.
E nel 2013 anche Woody Allen ammanta inconsapevolmente la propria figura di mistero: lo davamo per morto già da quasi dieci anni. Invece si muove, e dopo troppi film di una vergognosa inutilità, mette in scena una tragedia, sia pure con il suo tocco leggero e manieristico, ma comunque tragedia. La tragedia di una donna ridicola, incapace di vivere fuori dal mondo fatato che il suo viscido marito le aveva costruito attorno e nel quale lei si crogiolava, odiosa idiota meschina e orgogliosa.
Per quanto Allen la segua con sguardo compassionevole, Jasmine resta una persona spregevole, anche se ridotta a parlare da sola su una panchina. Odio di classe? Si, infatti sono i due proletari brutti sporchi e mai troppo cattivi, con le tasche vuote e i cuori colmi di amore e dignità, i personaggi con i quali Dikotomiko empatizza immediatamente. E probabilmente la forza di questo film non è tanto la prova maiuscola della Blanchett, quanto piuttosto la lotta di classe, che attraverso le lenti di Woody si manifesta in football e birra vs. Xanax e Louis Vuitton.
Bravo Woody, lui però non odia e non gode. Ma noi si, la odiamo questa fragilissima signora per bene. E godiamo a vederla distruggersi, vorremmo vederla strisciare, implorare, tremare, con la giacca Chanel lercia e sbrindellata. Woody no. Ovviamente consapevole del chiaro sfondo classista della vicenda, si limita ad accavallare le gambe, seduto comodo, limitandosi al solito a riempire di troppe parole le bocche dei suoi personaggi.
Mi assale un timore improvviso, ora che mi rendo conto di aver apprezzato un film di Woody Allen: i prossimi passi saranno leggere Baricco e Carofiglio o votare per le primarie PD?
Blue Jasmine
Woody Allen
2013
2001. Fallimento della Enron: decine di miliardi di dollari in fumo, dipendenti e azionisti in miseria, alti dirigenti che invece si erano parati il culo vendendo le loro quote prima del crac.
2008. Fallimento di Lehman Brothers: nei mercati azionari di tutto il mondo si incenerisce una quantità impressionante di miliardi di dollari, tutte le economie legate in qualche maniera alla finanza moderna ne escono tramortite.
2012. Truffa dei mutui subprime: altri miliardi di dollari in fumo, milioni di cittadini statunitensi disoccupati, effetto domino sulle economie europee. Fioccano condanne severe e suicidi. Troppo pochi i suicidi, purtroppo.
I responsabili di questo sfacelo sono esattamente come ce li immaginiamo: squali dalla faccia pulita, truffatori e imbonitori con il sorriso sul volto e riserve di lingotti d'oro nascosti nel garage. Senza il minimo scrupolo, fedeli solo al Dio Profitto, passano le loro giornate al telefono, escogitando stratagemmi quotidiani per sfangarla, inventando società-scatole cinesi, aprendo conti a raffica nei paradisi fiscali, rovinando migliaia di risparmiatori e famiglie, per poi tornare la sera al loro focolare domestico, dove li aspetta una moglie devota e figli modello. Le mogli devote amano la loro vita sfarzosa e piena di impegni (lo yoga, la beneficenza, lo shopping) e non si fanno troppe domande sul lavoro dei loro adorabili maritini.
La moglie devota nel nuovo film di Woody Allen ha il volto di Cate Blanchett, mentre suo marito-squalo-delinquente ha il non-volto di Alec Baldwin, uno dei misteri più insondabili della storia del cinema, perchè Alec Baldwin non dovrebbe nemmeno esistere, anche quando è in primo piano è come se non ci fosse, anzi se scomparisse non se ne accorgerebbe nessuno.
E nel 2013 anche Woody Allen ammanta inconsapevolmente la propria figura di mistero: lo davamo per morto già da quasi dieci anni. Invece si muove, e dopo troppi film di una vergognosa inutilità, mette in scena una tragedia, sia pure con il suo tocco leggero e manieristico, ma comunque tragedia. La tragedia di una donna ridicola, incapace di vivere fuori dal mondo fatato che il suo viscido marito le aveva costruito attorno e nel quale lei si crogiolava, odiosa idiota meschina e orgogliosa.
Per quanto Allen la segua con sguardo compassionevole, Jasmine resta una persona spregevole, anche se ridotta a parlare da sola su una panchina. Odio di classe? Si, infatti sono i due proletari brutti sporchi e mai troppo cattivi, con le tasche vuote e i cuori colmi di amore e dignità, i personaggi con i quali Dikotomiko empatizza immediatamente. E probabilmente la forza di questo film non è tanto la prova maiuscola della Blanchett, quanto piuttosto la lotta di classe, che attraverso le lenti di Woody si manifesta in football e birra vs. Xanax e Louis Vuitton.
Bravo Woody, lui però non odia e non gode. Ma noi si, la odiamo questa fragilissima signora per bene. E godiamo a vederla distruggersi, vorremmo vederla strisciare, implorare, tremare, con la giacca Chanel lercia e sbrindellata. Woody no. Ovviamente consapevole del chiaro sfondo classista della vicenda, si limita ad accavallare le gambe, seduto comodo, limitandosi al solito a riempire di troppe parole le bocche dei suoi personaggi.
Mi assale un timore improvviso, ora che mi rendo conto di aver apprezzato un film di Woody Allen: i prossimi passi saranno leggere Baricco e Carofiglio o votare per le primarie PD?
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