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martedì 6 febbraio 2024

Il gabinetto del dottor Caligari (1920)

In qualche modo sto riuscendo a continuare la challenge horror di Letterboxd e oggi tocca a "Most popular horror film you haven't seen that's not on your watchlist". Ho avuto quindi occasione di recuperare Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari), diretto nel 1920 dal regista Robert Wiene.


Trama: Franzis racconta la terrificante esperienza avuta con l'ipnotista Caligari e il sonnambulo sotto il suo diretto controllo, trasformato in un assassino..


Siccome non avevo mai visto prima Il gabinetto del dottor Caligari, e il film in questione rientra di diritto nel novero dei capolavori dibattuti nel corso dei decenni, mi asterrò, come sempre, da qualsiasi recensione "tecnica" ma cercherò semplicemente di riportare delle personalissime impressioni. Il gabinetto del dottor Caligari è un'esperienza allucinante. Dopo giorni, ancora mi chiedo come sia stato possibile, nel 1920, girare un'opera così moderna, in grado trasmettere inquietudine anche dopo 100 anni. Non è solo questione di scenografie, anche se quelle aiutano: opera simbolo dell'Espressionismo Tedesco, il film restituisce allo spettatore una realtà distorta, filtrata dal ricordo di chi ha vissuto un'esperienza terrificante, e ogni ambiente rappresentato è un tripudio di angoli aguzzi, linee storte, sentieri senza uscita, geometrie sghembe e chi più ne ha più ne metta. Più che luoghi reali, quelli de Il gabinetto del dottor Caligari sembrano sfondi teatrali e non c'è nessuna volontà, da parte degli scenografi, di far venire meno la sensazione che i personaggi siano intrappolati all'interno di un tunnel dell'orrore, privi di punti di riferimento e disorientati. Non fraintendetemi, trovo le scenografie del film tra le più belle e fantasiose mai realizzate, delle vere e proprie opere d'arte, ma la loro bellezza deriva soprattutto dall'angoscia straniante che provocano, e lo stesso vale per il trucco pesantissimo indossato dai personaggi. A proposito di questi ultimi, c'è un equilibrio incredibile tra aspetti grotteschi ed eleganza gotica, sia tra i personaggi maschili che per Jane, bellissima eppure esageratamente truccata, al punto da sembrare un'illustrazione a china semovente. I primissimi piani degli attori rivelano, come da "programma" del movimento, l'angoscia quasi ultraterrena che li assale, inserendoli di diritto in un mondo dove non solo è il confine tra vita e morte ad essere labile, ma anche quello tra bene e male, con questi occhi grandissimi e pittati che sembrano voler inghiottire lo spettatore e coinvolgerlo nelle stesse spirali di follia di cui sono preda i protagonisti.


A proposito di follia, anche la trama è modernissima. Il gabinetto del dottor Caligari è un gioco di scatole cinesi, un racconto nel racconto introdotto da una cornice malinconica ma "naturale", quella di una conversazione al parco. L'incubo, anche visivo, comincia solo dopo un paio di minuti e si amalgama alle sensazioni veicolate dalle scenografie di cui ho parlato prima in quanto si parla di assassini involontari, di esseri umani privi del controllo del loro corpo e alla mercé di una follia imprevedibile, che stana gli innocenti nelle loro case portando la morte quando meno se lo aspettano. Nonostante, da un certo punto in poi, la trama si inserisca nei binari del giallo horror alla Edgar Allan Poe, col tentativo del protagonista di smascherare il Dottor Caligari e fermare il terrificante Cesare, il plot twist onirico (che non vi racconterò, nel caso ci fossero altre bestie ignoranti come me alla lettura!) è in agguato e arriva a scombinare tutte le carte in tavola, lasciando persino lo spettatore moderno con un palmo di naso e pronto a ricominciare la visione da capo, per lo stupore di essersi lasciato gabbare da un centenario con la verve di un ragazzino. Un'altra cosa che ho apprezzato tantissimo, a tal proposito, è lo stile delle didascalie, allucinante e sghembo quanto quello delle scenografie, che trasmette tutto il caos presente nella testa del narratore e rende anche difficile (ma forse quello è stato un mio limite, tra tedesco che ricordo poco e un carattere al quale non sono abituata) una rapida lettura. Siccome potete trovare il film su Youtube, restaurato dalla Cineteca di Bologna e con sottotitoli in italiano, il mio consiglio è di approfittarne, in quanto non è mai troppo tardi per recuperare certi capolavori e goderne!

Robert Wiene è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Orlacs Hände. Anche sceneggiatore, attore, scenografo e costumista, è morto nel 1938 all'età di 65 anni.


Conrad Veidt i
nterpreta Cesare. Tedesco, ha partecipato a film come Orlacs Hände, L'uomo che ride, Contrabbando, Il ladro di Bagdad e Casablanca. Anche regista e produttore, è morto nel 1943 all'età di 50 anni. 



martedì 18 ottobre 2022

Videodrome (1983)

Oggi comincia il ToHorror Film Fest e il film d'inaugurazione della rassegna sarà la versione restaurata dalla Cineteca di Bologna di Videodrome, diretto e sceneggiato nel 1983 dal regista David Cronenberg. Io stasera purtroppo non potrò essere presente ma parlerò lo stesso del film, visto (sempre in questa splendida versione restaurata) a Savona in occasione della Festa del Cinema.


Trama: Max Renn è lo spregiudicato proprietario di un'emittente televisiva specializzata in programmi pornografici ed ultraviolenti. Un giorno incappa in una trasmissione pirata denominata Videodrome e da quel momento la sua percezione della realtà diventa un crogiolo di inquietanti allucinazioni...


Sarà un bel casino parlare di Videodrome, perché anche se non è il film horror che preferisco (ma è nella top 5) è comunque il mio Cronenberg del cuore, e non vorrei scrivere delle banalità scaturite dall'ansia da prestazione. Credo di averlo guardato, doppiato e in v.o., in VHS, DVD e finalmente al cinema, almeno una dozzina di volte, e ad ogni visione mi sembra di fruire di un film sempre nuovo, zeppo di dettagli che avevo perso o dimenticato; allo stesso tempo, Videodrome mi fa l'effetto di una sanguinolenta, schifida ma confortevole coperta, che mi accoglie e repelle in un modo tutto particolare, lasciandomi comunque sempre a bocca aperta (come può testimoniare il mio sconosciuto vicino di poltrona, che immagino sia rimasto perplesso a vedermi lì, in silenzio, con gli occhi sgranati e il sorriso da ebete per quasi due ore). Questa sensazione di repulsione è comprensibile, perché non solo l'argomento trattato è "scomodo", ma sono gli stessi protagonisti che tendono ad allontanare lo spettatore. Prendiamo Max Renn, "graziato" dalla faccia ambigua e per nulla "aperta" di James Woods, antieroe dai tratti somatici particolarissimi, se mai ce n'è stato uno. Seguire l'ordalia di Max significa parteggiare per uomo senza scrupoli, spregiudicato sul lavoro al punto da solleticare i più bassi istinti degli spettatori della sua emittente televisiva, nonché pronto ad assecondare le voglie masochiste della sua amante; se già da subito non è facile empatizzare con Max, le cose peggiorano ulteriormente man mano che il film prosegue, perché l'uomo viene costretto a subire tutto ciò che gli accade dal momento in cui viene esposto a Videodrome, perdendo dapprima il controllo della realtà che lo circonda, per poi arrivare a smarrire persino la coscienza di sé, cancellata come un nastro dalla riprogrammazione di Convex prima e Bianca poi. Non essendo dotato della stoffa dell'eroe, probabilmente è più semplice vedere Max come l'uomo comune, imperfetto e persino antipatico, al quale potrebbe succedere di venire inghiottito da una tecnologia spietata, da un potere superiore che mira a depersonalizzare ancora di più l'essere umano e sfruttarlo per scopi imperscrutabili.


Nel 2022, purtroppo, la visione modernissima di Cronenberg si è realizzata. Videodrome non ci ha fatto crescere nuovi organi scambiati per tumori (o viceversa), tuttavia ciò che vediamo sugli schermi dei cellulari è diventata la nuova realtà, in grado di tenerci tutti connessi, come viene promesso ai senzatetto ospiti della Chiesa Catodica, e di cambiare letteralmente la nostra percezione della stessa, tanto che anche le verità assodate risultano incerte per chi non ha più nemmeno voglia di aprire un libro. I messaggi più efficaci (pensate ai partiti politici che hanno acquisito prestigio negli ultimi anni, che da una parte esaltano l'autodifesa armata ma dall'altra urlano all'orrore davanti a coppie dello stesso sesso...) sono quelli che parlano alla pancia delle persone e sollecitano quella naturale, perversa fascinazione nei confronti del "proibito" che abbiamo più o meno tutti, oppure quelli che tentano di negarla a tutti i costi; allo stesso modo, le due organizzazioni presenti in Videodrome arrivano a contendersi l'anima di Max e, per estensione, il dominio su un mondo da plasmare attraverso le mutazioni indotte dal tubo catodico. Sia Convex, col suo desiderio di cancellare le perversioni, che gli O' Blivion, che mirano a fare evolvere l'umanità in qualcosa di "nuovo", sono ugualmente deprecabili sia nei loro mezzi che negli intenti ed è questa loro natura prevaricante a mettere angoscia e a rendere le cifre stilistiche di Cronenberg ancora più efficaci e disgustose.


Grazie agli effetti speciali di Rick Baker, le visioni del regista si concretizzano con una lucidità incredibile, consegnando a generazioni di amanti dell'horror immagini cult come televisori e videocassette che non solo respirano, ma diventano soprattutto l'incarnazione voluttuosa e tangibile della fascinazione verso la violenza e il sesso, veicolati dall'unico modo per averli senza incorrere in punizioni, ovvero i video pirata. Le videocassette "senzienti" di Videodrome penetrano, letteralmente, chi non è capace di sottrarsi ai propri istinti come Max e Nicky, privandoli ironicamente di ciò che li rendeva peculiari e riducendoli a mere macchine, alla faccia della "nuova carne" decantata da O' Blivion e figlia, e tra un'allucinazione e l'altra è proprio la realtà stessa raccontata nel film ad assomigliare tristemente a un video d'annata, tanto che risulta difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è. Ad aumentare ancora di più la sensazione di straniamento, infatti, come se non bastasse la già citata ambiguità di James Woods (ma anche di Debbie Harry, talmente sensuale da risultare irreale), ci si mettono anche una fotografia la cui palette di marroni e grigi, intervallata da sprazzi di vivido rosso o dall'azzurrino del tubo catodico, trasmette l'idea di una società squallida e allo sbando anche senza l'intervento di Videodrome, e la colonna sonora di Howard Shore, la cui solennità quasi religiosa viene alterata dai suoni del sintetizzatore, che la rendono ancora più cupa ed inquietante. Basta, ho sproloquiato troppo e mi rendo conto di non avere né i mezzi né le competenze per rendere onore a Videodrome come vorrei, quindi datemi solo retta come si fa con gli scemi e correte a vedere il film al ToHorror. Se non lo avete mai guardato sarà un'esperienza devastante, se invece lo conoscete e lo amate come me sarà un bel modo di innamorarsi di nuovo! E, come sempre... Lunga vita alla nuova carne!
 

Del regista e sceneggiatore David Cronenberg ho già parlato QUI. James Woods (Max Renn) e Debbie Harry (Nicky Brand) li trovate invece ai rispettivi link.


Peter Dvorsky, che interpreta Harlan, avrebbe poi partecipato a un altro film diretto da Cronenberg, La zona morta, assieme a Leslie Carson (Barry Convex), che è comparso anche ne La mosca, sempre diretto da Cronenberg. Se Videodrome vi fosse piaciuto recuperate Il demone sotto la pelle, Rabid - Sete di sangue, Brood - La covata malefica eXistenZ e Crimes of the Future. ENJOY!

domenica 22 dicembre 2019

Il cowboy con il velo da sposa (1961)

Qualche sera fa, per puro caso, ho beccato su Paramount Channel uno dei film che mi piacevano di più da bambina, Il cowboy con il velo da sposa (The Parent Trap), diretto nel 1961 dal regista David Swift e tratto dal romanzo La doppia Carlotta di Erich Kästner.

Trama: Susan e Sharon si incontrano al campo estivo, scoprono di essere identiche e si detestano fin dal primo istante, almeno finché non scoprono l'incredibile segreto che le unisce...


Da bambina dovevo avere un debole per le storie di scambi di identità, forse per retaggio delle varie majokko che popolavano la TV negli anni '80, chissà. Sta di fatto che due dei film Disney che ricordo ancora oggi con estremo piacere (assieme, ovviamente, a quelli col micione siamese, F.B.I. Operazione gatto e Il gatto venuto dallo spazio) dopo averli visti un'infinità di volte sono Tutto accadde un venerdì e questo Il cowboy con il velo da sposa che, per inciso, non rivedevo da credo 15/20 anni e mi è parso fresco e divertente come quando ero piccola. La storia è risaputa e divide in film in tre parti distinte e ugualmente esilaranti. All'inizio, abbiamo l'incontro/scontro di Susan Evers e Sharon McKendrick, la prima un ronzinaccio coi capelli corti e la seconda una signorinella dalle lunghe chiome, due ragazzine che scoprono di avere un aspetto identico e che per questo, oltre che per la differenza profonda tra i loro due caratteri, si detestano e si danno battaglia all'interno del campeggio di Miss Inch; quest'ultima, esasperata, decide di isolarle e costringerle a dormire e mangiare insieme e proprio lì le fanciulle scopriranno il segreto che le unisce e che darà il via allo scambio di persona fulcro della seconda parte del film. Se all'inizio non vi erano equivoci ma solo dispetti, dopo che le ragazze vengono a conoscenza delle loro origini l'attenzione dello spettatore si sposta sulle reazioni perplesse di chi ha a che fare con ragazzine un po' cambiate, con qualcosa che "stona", e ovviamente sulla gioia di Susan e Sharon, gemelle separate alla nascita e costrette a vivere una con la mamma e una col papà, senza conoscere l'altro genitore, che finalmente possono godersi un lato della famiglia fino a quel momento sconosciuto (punto della trama che ho sempre trovato cretino fin da piccola, a momenti sono più credibili i Gremlins ma tant'è, basta dare un calcio alla suspension of disbelief per tornare a farla funzionare a pieno regime e godersi il film!).


Il terzo atto del film prevede la necessità di unire le forze delle gemelle "diverse" così da impedire il catastrofico matrimonio del papà cowboy con una giovane cacciatrice di dote e assicurarsi così l'happy ending per tutta la famiglia, soprattutto dopo che le ragazze hanno gettato la maschera e confessato lo scambio a entrambi i genitori. Qui tocca aprire una parentesi, perché al di là dell'innegabile simpatia di Hayley Mills, con le sue smorfie fenomenali che si sdoppiano grazie agli ottimi effetti speciali del film (ci crediate o meno, ho capito solo dopo averlo visto a 38 anni suonati che le gemelle non esistono e l'attrice è una; effettivamente quando Susan e Sharon dividono la scena e vengono riprese entrambe in volto lo schermo è diviso in due parti esattamente uguali e gli sfondi hanno lievi differenze di illuminazione e colori, mentre quando non è necessario che interagiscano si vede sempre Hayley Mills in primo piano e poi il suo "doppio" ripreso o di spalle o col viso in qualche modo celato ), e delle parentesi musicarelle è il cast di supporto de Il Cowboy col velo da sposa a fare la differenza. Mamma Maureen O'Hara è una perfetta gentildonna di Boston dalla lingua velenosa e i pugni facili, la servitù del papà è spassosa da morire, il nonno delle due ragazzine è semplicemente meraviglioso e quando spunta Leo G. Carroll (quello che era over a barrel when Tarantula took to the hills) nei panni del prete non ce n'è davvero per nessuno; davanti a un cast così ispirato e dall'alchimia perfetta, si arriva a voler bene a tutti i personaggi, antipatica Vicky compresa (anche perché le vengono riservati i dispetti migliori del film), e persino ad intenerirsi davanti alla più bella dichiarazione d'amore mai udita in un film, a base di calzini appesi e solitudine. Lo so, forse sono di parte ma Il cowboy col velo da sposa per me è l'emblema dell'innocenza (intelligente, per nulla melensa) e dei film per famiglie Disney che rallegravano i miei lunedì di bambina e le mie festività di ragazzina quindi non posso non adorarlo anche all'alba dei 40!

David Swift è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Il segreto di Pollyanna ed episodi di serie quali Alfred Hitchcock presenta, Disneyland e La famiglia Bradford. Anche produttore, animatore e attore, è morto nel 2001 all'età di 82 anni.


Hayley Mills interpreta Susan Evers e Sharon McKendrick. Inglese, ha partecipato a film come Il segreto di Pollyanna, Il giardino di gesso, F.B.I. Operazione gatto e a serie come La signora in giallo e Love Boat. Ha 73 anni.


Maureen O'Hara interpreta Maggie McKendrick. Irlandese, ha partecipato a film come Notre Dame, Com'era verde la mia valle, Nel mar dei Caraibi, Il miracolo della 34sima strada, Bagdad, Rio Bravo, Il nostro agente all'Avana e Cara mamma, mi sposo. E' morta nel 2015 all'età di 95 anni.


Leo G. Carroll interpreta il Reverendo Mosby. Inglese, ha partecipato a film come Rebecca la prima moglie, Io ti salverò, L'altro uomo, Rommel la volpe del deserto, Tarantola, Intrigo internazionale e a telefilm come Organizzazione U.N.C.L.E.. E' morto nel 1972 all'età di 85 anni.


Brian Keith, che interpreta Mitch Evers, era lo zio Bill del telefilm Tre nipoti e un maggiordomo. Il cowboy con il velo da sposa vanta tre seguiti, tutti realizzati per la TV: Trappola per genitori II, Una trappola per Jeffrey (col ritorno di Hayley Mills e l'arrivo di Barry Bostwick) e Trappola per genitori - Vacanze hawaiane, sequel diretto del terzo film. La pellicola Disney è già un remake del tedesco Questi nostri genitori, e ovviamente ne sono stati girati molti altri nel corso del tempo. Il più famoso per noi è sicuramente Genitori in trappola, con Lindsay Lohan nel doppio ruolo di Hallie e Annie (per non parlare di Matrimonio a 4 mani, che più o meno si basa sulla stessa storia), ma ne esistono almeno una ventina realizzati in ogni lingua e tra quelli distribuiti in Italia segnalo C'era una volta... di Pressburger, il tedesco Charlie & Louise e lo svedese Martin e Julia. Il mio consiglio è di non recuperarli ma di buttarmi piuttosto su un altro grande classico Disney: Tutto accadde un venerdì! ENJOY!

venerdì 13 dicembre 2019

I Goonies (1985)

Lunedì e martedì anche il multisala savonese ha aderito alla splendida iniziativa di far tornare al cinema I Goonies, diretto nel 1985 da Richard Donner. Potevo forse perderlo?


Trama: il giorno prima dell'esproprio forzato delle loro case, un gruppo di ragazzini denominatosi Goonies parte alla ricerca del tesoro di Willy l'orbo, sepolto da qualche parte nelle caverne sotto la cittadina.


Parlare de I Goonies è come parlare di uno di famiglia, visto che mi tiene compagnia da quando ero bambina. A onor del vero non lo riguardavo da almeno una decina d'anni, complice lo scarso utilizzo della TV e la precedenza accordata a film ancora da vedere, ma mi è bastato sedermi in sala martedì per ritrovare tutte le sensazioni di gioia, meraviglia e divertimento che questo piccolo gioiello suscita in me da sempre. I Goonies è la quintessenza di ciò che dovrebbe essere un film d'avventura per ragazzi, non a caso è un prodotto uscito dalle mani esperte di Steven Spielberg e Chris Columbus, che ne hanno firmato la sceneggiatura. Innanzitutto, ha dei personaggi iconici i cui tratti salienti possono venire riassunti in un'unica, fondamentale scena introduttiva sulla scia di un folle inseguimento con sparatoria (fateci caso, bastano pochi fotogrammi per ognuno: Mouth è lo sbruffoncello, Data l'inventore pasticcione, Chunk il ciccione ingenuo e casinista, Mikey il "capo" ragionevole e malinconico, a cui viene dedicata qualche inquadratura in più); questi stessi personaggi si rapportano tra loro con un cameratismo realistico e divertente e la loro avventura straordinaria nasce da problemi terribilmente ordinari, ovvero debiti, povertà e persone senza scrupoli (tre cose che, se ricordate, doveva affrontare anche il protagonista di Gremlins, sempre scritto da Columbus), che rischiano di rappresentare la fine non solo della loro amicizia ma anche della loro infanzia, dei loro sogni cancellati a colpi di carte bollate. La ricerca del tesoro di Willy l'orbo rappresenta la speranza di fuga, la fantasia che corre in aiuto di ragazzini schiacciati dalla realtà ed è giusto che presenti tutti i topoi di un romanzo d'avventura, con enigmi da risolvere, pericoli mortali, trappole e nemici senza scrupoli che cercano di far loro la pelle, anche se questi nemici sono l'esilarante terzetto formato dalla famiglia Fratelli. Aggiungiamo poi l'indispensabile elemento horror, qui rappresentato da scheletri in abbondanza e soprattutto dal mitico Sloth, che non sfigurerebbe dietro le intercapedini de La casa nera anche se alla fine è tanto buonino come Lupo De' Lupis e più che una creatura paurosa è il vero tesoro scoperto dai Goonies.


Quella de I Goonies è una storia che non perde freschezza da più di trent'anni (anche se noi, da maledetti stronzi quasi quarantenni, abbiamo avuto modo di porci domande scomode che non riporterò in questa sede) ma anche gli altri aspetti della pellicola sono invecchiati benissimo. La colonna sonora funge da suono pavloviano, bastano le prime note per tornare bambini e la faccia di Cindy Lauper per profondersi nel peggiore dei karaoke, ma è bellissimo anche farsi accompagnare da Donner nei meandri oscuri e zeppi di "tracobetti" del sottosuolo di Goon Docks, tra sequenze frenetiche di pura azione e commoventi primi piani ispirati, per non parlare poi della ricchezza e dell'inquietante maestosità della nave di Willy l'orbo, sia all'interno del suo rifugio sia in quell'ultimo viaggio verso l'ignoto, salutata dagli increduli abitanti della cittadina. C'è da dire poi che, visto dopo trenta e fischia anni, I Goonies regala anche delle gioie a livello di casting; si ride parecchio all'idea di un Brand che, per vendicarsi di tutti i soprusi subiti nel corso del film, decide di schioccare le dita ed eliminare un buon 50% della popolazione e si possono trovare parecchie similitudini tra la dolce, quieta testardaggine del piccolo Mikey e la pazienza di Samvise Gamgee, ma il mio cuore ovviamente è sempre per Corey Feldman e le mattane spagnole del suo Mouth, oltre che per l'accento smaccatamente siculo che il doppiaggio italiano ha appioppato a mamma Fratelli e ai sue due figli rincoglioniti. A prescindere da quale personaggio amiate di più, non c'è dubbio che quello de I Goonies è stato un casting particolarmente ispirato che funziona alla perfezione oggi come allora e non c'è uno solo degli attori che non vorrei abbracciare e ringraziare per aver contribuito a realizzare quello che, a mio avviso, è il film per ragazzi più bello di sempre. Un vero peccato che alla proiezione serale delle 21 ci fossimo quasi solo noi adulti, perché per un bambino vedere una pellicola simile al cinema potrebbe diventare un ricordo indelebile ed importante.


Del regista Richard Donner, che compare non accreditato nei panni di un poliziotto, ho già parlato QUI. Sean Astin (Mikey), Josh Brolin (Brand), Corey Feldman (Mouth) e Robert Davi (Jake) li trovate invece ai rispettivi link.

Joe Pantoliano interpreta Francis. Americano, lo ricordo come Ralph Cifaretto de I Soprano ma ha partecipato a film come L'impero del sole, Il fuggitivo, Baby Birba - Un giorno in libertà, Congo, Bound - Torbido inganno, Matrix, Memento, Daredevil e a serie come MASH, I racconti della cripta, Oltre i limiti, Roswell; come doppiatore ha lavorato ne I Simpson e SpongeBob Squarepants. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 68 anni e tre film in uscita.


Anne Ramsey interpreta Mamma Fratelli. Americana, ha partecipato a film come Dovevi essere morta, Getta la mamma dal treno, S.O.S. Fantasmi e a serie quali Charlie's Angels, Wonder Woman, Starsky & Hutch, Chips, La signora in giallo, Casa Keaton, Supercar e ALF. E' morta nel 1988 all'età di 59 anni.


Ke Huy Quan, che interpreta Data, aveva partecipato l'anno prima a Indiana Jones e il tempio maledetto nel ruolo di Short. Cosa faccia ora l'ex ragazzino è un mistero, probabilmente vive girando per convention nerd mentre Jeff Cohen, alias Chunk, ha appeso da molto la recitazione al chiodo ed è diventato un famoso avvocato. Heather Langenkamp aveva fatto il provino per il ruolo di Andy ma, anche se Spielberg e Donner erano entusiasti della sua performance, l'attrice era troppo vecchia per il ruolo; Spielberg ha cercato di scusarsi anni dopo offrendo alla Langenkamp il ruolo della dottoressa Ellie Sattler in Jurassic Park ma l'attrice si era già impegnata con Nightmare - Nuovo incubo. Detto questo, se I Goonies vi fosse piaciuto recuperate Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi, Scuola di mostri, Mud, Navigator, Explorers e Stand by Me - Ricordo di un'estate. ENJOY!


mercoledì 20 novembre 2019

Quei bravi ragazzi (1990)

Tanta è la tristezza per non essere stata tra i fortunati che sono riusciti a vedere The Irishman al cinema, che ho deciso di prepararmi alla visione su Netflix riguardando (e facendo conoscere al Bolluomo) i film che mi hanno fatta innamorare di Martin Scorsese, in primis Quei bravi ragazzi (Goodfellas), da lui diretto e co-sceneggiato nel 1990 a partire dal romanzo Il delitto paga bene di Nicholas Pileggi.


Trama: Henry Hill, dodicenne di padre irlandese e madre siciliana, comincia a fare piccoli lavoretti per il boss Paul Vario e, a poco a poco, si fa un nome nella criminalità organizzata di Brooklyn; crescendo, assieme ai "colleghi" Jimmy e Tommy mette a segno una serie di colpi, truffe ed omicidi, finendo anche in carcere, finché non decide di impelagarsi nello spaccio di stupefacenti...


Io mi vergogno a parlare di Quei bravi ragazzi, perché non ne sono assolutamente degna, men che meno in grado. Rappresenta tutto ciò che adoro in un film, a partire dall'argomento trattato, ché ho sempre avuto un debole per le storie a tema "mafia", e potrei guardarlo anche mille volte senza stufarmi mai, trovando sempre nuovi motivi per entusiasmarmi, gioire e vergognarmi davanti all'assurda vita (vera, tra l'altro) di quella grandissima faccia di merda di Henry Hill. Per la prima volta l'ho guardato con Mirco e giuro, ho provato paura. Paura che non gli potesse piacere, che lo annoiasse, che mi si spezzasse il cuore all'idea che il mio compagno potesse trovare Quei bravi ragazzi meno che folgorante, invece l'ho visto ridere, stupirsi e sconvolgersi davanti a uno dei capolavori di Scorsese, anzi, quello che per me è IL suo capolavoro indiscusso. Guardare Quei bravi ragazzi per me è come salire su una macchina sportiva guidata da un matto e cominciare una sfrenata corsa in mezzo alla città, a rischio di mettere sotto qualcuno o schiantarsi alla prima curva; Scorsese non dà nemmeno il tempo di respirare, non sta fermo un secondo con la macchina da presa (tra piani sequenza, improvvisi restringimenti di campo, soggettive, cambi di prospettiva e il montaggio fenomenale e adrenalinico della Schoonmaker c'è da diventare scemi), perché nella vita frenetica di Henry e soci non ci si può soffermare a godersi nulla e c'è sempre bisogno di nuovi soldi, gioielli, vestiti, donne, cibo, droga. Credo ci siano pochissimi altri film dove lo spettatore viene così bombardato di dettagli contrastanti, attirato un istante prima dalla prospettiva del lusso e della fama ("eravamo come stelle del cinema") e subito dopo mosso a repulsione dall'orrore di un fiotto di sangue o dalla cafoneria di un branco di parvenu disperati, di queste donne truccatissime e sfatte accompagnate da mariti di un'ignoranza e una pochezza abissali. Non solo, lo spettatore viene messo di fronte a più punti di vista ed è costretto a fungere da "freno" per questa corsa disperata, così da non farsi catturare dall'insano fascino di una famiglia che protegge e supporta i suoi membri anche quando razionalmente verrebbe da fuggire a gambe levate davanti a gente che uccide per uno scatto d'ira senza fare distinzione tra amici o nemici.


I punti di vista di Quei bravi ragazzi sono fondamentalmente due, anzi forse tre. Il primo è quello di Henry Hill, ovviamente. Voce narrante per nulla pentita, convinto fautore della vita dei "bravi ragazzi" anche davanti agli eventi più sconvolgenti, Henry è un ragazzino cresciuto con valori distorti che non è mai diventato un adulto e quindi può tranquillamente venire riconosciuto come narratore inaffidabile; non che Henry ci racconti delle palle, quello no, ogni cosa che viene mostrata sullo schermo è effettivamente avvenuta, ma ci viene presentata come la normalità oppure, al massimo, come un piccolo incidente di percorso. Accanto ad Henry, di tanto in tanto, si fa sentire la voce della moglie Karen, di religione ebraica e di buona famiglia, che prende per mano lo spettatore e lo affianca, raccontandogli "la famiglia" vista da un esterno che arriva a poco a poco a comprenderne i meccanismi, alternando un piacevole stupore a perplessità sempre più grandi, a mano a mano che la patina di glamour dorato viene grattata via rivelando uomini abietti e dollari insanguinati, umiliazioni e soprusi a non finire. A fare da "totem", poi, c'è Paul Vario, il boss, interpretato magistralmente da un Paul Sorvino al quale basta uno sguardo per farsi capire, senza bisogno di parole. Paul Vario rappresenta la sicurezza delle regole codificate della strada, il cuore nero della famiglia che protegge ed assicura il perpetuarsi dei valori, per quanto sbagliati e distorti. Persino un bambino capirebbe che i veri nemici dei "bravi ragazzi" non sono poliziotti, governo o federali (che di tanto in tanto spuntano, solo per essere trattati alla stregua di moscerini fastidiosi) ma coloro che, dall'interno, non rispettano le regole, causando così la rovina del sistema; Paul è il guardiano della tribù, silenzioso ma perentorio, la sua è l'oasi relativamente tranquilla di chi conosce quel mondo, lo teme e lo rispetta, ne scandisce il ritmo con "rituali" regolari (Paul era quello che tagliava l'aglio così fine da farlo sciogliere, per dire) mentre Henry, Jimmy e Tommy sono le tre schegge impazzite che a un certo punto, per gratificare il proprio ego, vogliono di più e mandano al diavolo ogni legge del branco, condannandolo alla distruzione senza possibilità di ritorno, come accade spesso nei film di Scorsese. Henry si da allo spaccio, Tommy ammazza senza criterio, Jimmy parrebbe quello più assennato dei tre ma alla fine copre gli altri due in ogni loro sgarro, approfittando di volta in volta dei vantaggi che gli potrebbero derivare, confermandosi così il peggiore del gruppetto.


E che attori, ad interpretare questi personaggi indimenticabili, diventati nel tempo talmente iconici che persino gli Animaniacs li hanno omaggiati con I Picciotti (o i Goodfeathers, chiamateli come volete). Andiamo con ordine. Ray Liotta interpreta Henry ed è bellissimo, almeno all'inizio, con quegli occhi azzurro ghiaccio e il piglio vincente. E' bello come la visione che ha del mondo a cui appartiene, e non si può biasimare Karen per essersi fatta infinocchiare, poi però diventa sempre più brutto e volgare; sul finale, strafatto di coca fino agli occhi, tutto attorno a lui cambia diventando l'allucinazione di un paranoico, cambia persino la fotografia, che si fa più grigia e cupa, mentre l'uomo vaga "sudato che farebbe schifo a un piede" e con gli occhi pallati. Ray Liotta ha affermato di essere "la colla che tiene assieme i glitter". In effetti, la sua interpretazione potrebbe definirsi quasi misurata, perché a risplendere di luce propria (folle, ma pur sempre luce) sono due animali da palcoscenico come Robert De Niro e Joe Pesci. Il Jimmy di De Niro è un bastardo matricolato, calmissimo, a cui basta uno sguardo per dare a intendere un mondo di oscurità e noncuranza verso il genere umano capace di rivaleggiare con quella del grande amicone Tommy, interpretato da un Joe Pesci che, giustamente, ha ottenuto una statuetta come miglior attore non protagonista. Joe Pesci fa paura in Quei bravi ragazzi, ne fa persino a me che avrò guardato il film almeno una ventina di volte e ogni volta stringo i denti nell'attesa di quello che farà Tommy ai poveri malcapitati che hanno avuto la sventura di dire una parola sbagliata, che sia "buffo", "lustrascarpe" o "vai a farti fottere". Joe Pesci è una scheggia impazzita, è la bravura di chi improvvisa e sconvolge persino i suoi colleghi attori, è l'imprevisto costantemente alle calcagna di chi fa la vita da bravo ragazzo e non sa come e dove gli capiterà di morire, è l'aspetto grottesco e tragicamente buffo di gente ridicola, meritevole di venire ridotta a cliché anche quando Scorsese, invece, la eleva a poesia pura. Per dire, è così larger than life il personaggio di Tommy che nella sequenza della "promozione" mi sale un vergognoso magone alla gola. Quanto altro avrei da dire su Quei bravi ragazzi, cominciando con l'apprezzare senza riserve quel delirio di colonna sonora, tra crooner, musicarelli, rock, Layla e My Way che accompagnano alla perfezione ogni singola sequenza. Ma sono solo una povera fangirl di Scorsese, che invece meriterebbe fior di studiosi a venerarlo come merita, e l'unica cosa che posso fare è aspettare The Irishman con trepidazione, riguardando altre mille volte quello che per me è il miglior film sulla mafia di sempre.


Del regista e co-sceneggiatore Martin Scorsese ho già parlato QUI. Robert De Niro (James Conway), Ray Liotta (Henry Hill), Joe Pesci (Tommy DeVito), Paul Sorvino (Paul Vario), Kevin Corrigan (Michael Hill), Michael Imperioli (Spider), Samuel L. Jackson (Stacks Edwards) e Tobin Bell (Agente preposto alla libertà vigilata) li trovate invece ai rispettivi link.

Lorraine Bracco interpreta Karen Hill. Americana, la ricordo per film come 4 pazzi in libertà, Nei panni di una bionda, Ritorno dal nulla e serie quali I Soprano, inoltre ha lavorato come doppiatrice in BoJack Horseman. Anche produttrice e regista, ha 65 anni e due film in uscita.


Frank Vincent interpreta Billy Batts. Americano, ha partecipato a film come Toro scatenato, Casinò e serie quali Le avventure del giovane Indiana Jones, Walker Texas Ranger e I Soprano, inoltre ha lavorato come doppiatore in Shark Tale. Anche produttore, è morto nel 2017 all'età di 80 anni.


Abbastanza scandalosi gli Oscar di quell'anno, che hanno visto Quei bravi ragazzi perdere nella categoria miglior film, regia, sceneggiatura non originale e montaggio contro Kevin Costner e il suo Balla coi lupi; ora, io sono anni che non lo guardo ma anche un po' fanculo, dai, e vivaddio nel 1991 avevo 10 anni e non sapevo quasi cosa fossero gli Oscar, men che meno Scorsese, o sai il nervoso che mi sarei fatta. A 'sti punti giustifico di più la vittoria di Woopi Goldberg come non protagonista per Ghost, al posto di Lorraine Bracco. Parlando di cose più facete, Catherine e Charles Scorsese, madre e padre del regista, compaiono rispettivamente come madre di Tommy e come Vinnie. Tra le "comparsate" di spessore dei futuri componenti del cast de I Soprano, invece, oltre agli ovvi Lorraine Bracco, Michael Imperioli e Frank Vincent che sarebbero diventati la dottoressa Melfi, Chris Moltisanti e Phil Leotardo, segnalo la presenza di Tony Sirico (il futuro, amato e odiato Paulie, qui interpreta Tony Stacks), Vincent Pastore (futuro "Pussy" Bonpensiero), Suzanne Shepherd (qui è la madre di Karen, ne I Soprano è la madre di Carmela), Tony Lip (quello di Green Book, qui interpreta Frankie The Wop, ne I Soprano invece Carmine Lupertazzi Jr.); altre comparsate di lusso sono quelle di Vincent Gallo, che interpreta un membro della banda di Henry negli anni '70, e la figlia di Lorraine Bracco ed Harvey Keitel, Stella Keitel, che interpreta la figlia maggiore di Henry. Passiamo ora a chi, per sfortuna o poca lungimiranza, non ce l'ha fatta, Al Pacino in primis, che ha rifiutato il ruolo di Jimmy per paura di diventare uno stereotipo e poi lo stesso anno è finito a fare Big Boy Caprice in Dick Tracy (anche John Malkovich ha rinunciato al ruolo, comunque), mentre per la parte di Henry all'epoca si parlava di Tom Cruise, Sean Penn o Alec Baldwin. E ora una curiosità divertente: la vita del vero Henry Hill dal momento in cui ha cominciato la vita di testimone sotto protezione, è stata portata sullo schermo come commedia ne Il testimone più pazzo del mondo, scritto da Nora Ephron, moglie di Mitch Pileggi. Magari potreste recuperarlo, nel caso Quei bravi ragazzi vi fosse piaciuto, e ovviamente aggiungere Casino, Donnie Brasco e la trilogia de Il padrino! ENJOY!

martedì 15 ottobre 2019

Taxi Driver (1976)

La febbre da Joker non si è ancora spenta ma, almeno per me, non significa andarmelo a rivedere al cinema ventordici volte, quanto piuttosto riguardare le sue dichiarate fonti di ispirazione, come per esempio Taxi Driver, diretto dal regista Martin Scorsese nel 1976.


Trama: afflitto da un'insonnia cronica, un veterano con problemi mentali decide di lavorare come tassista di notte. Il suo desiderio di ripulire la città si rafforza quando incontra Betsy, sostenitrice di un candidato presidenziale, e Iris, prostituta tredicenne...


Cosa si può dire di Taxi Driver che non sia stato detto? Nulla. Basta aprire qualunque libro di cinema, qualunque biografia su Scorsese, qualunque monografia sul film in sé per scoprire un mondo e innamorarsi di una delle pellicole più belle non solo del regista, ma della cinematografia mondiale. Non ho aneddoti legati alla visione di Taxi Driver, sono sincera. E' uno di quei film recuperati dopo essere stata folgorata sulla via di Damasco da Quei bravi ragazzi e mentre l'epopea mafiosa di Ray Liotta e compagnia è roboante, zeppa di glamour e spesso tragicamente divertente, Taxi Driver è "solo" angosciante e cupo, tanto che alla fine della visione avevo preso tutte le immagini e le avevo rinchiuse nella testa e nel cuore per tenerle per me; non mi sarei MAI sognata di consigliare Taxi Driver ai miei amici con l'entusiasmo con cui invece rompevo le scatole per i film di Tarantino, Quei bravi ragazzi, Casino o persino Arancia meccanica. Perché Taxi Driver ti deprime, ti riversa addosso le atmosfere della New York notturna sporca e pericolosa, fatta di papponi, gente che muore senza un perché, tassisti che si fanno scivolare addosso le peggio cose anche se lo sporco di quelle cose gli rimane attaccato addosso, sui vestiti e sui sedili "impiastricciati". E uno di questi tassisti è Travis Bickle, allucinato dalla mancanza di sonno e da problemi mentali che non vengono mai davvero definiti all'interno del film. Un uomo mite (almeno all'inizio), una persona di cui probabilmente non ci accorgeremmo se ci passasse accanto, un essere umano che si guarda attorno e prova schifo per tutto ciò che vede, per la propria soffocante ed ingiusta solitudine, e come tutti noi soffre in silenzio, almeno finché una serie di esperienze negative non lo porta a fare scelte assai drastiche. Possiamo non essere sotto l'effetto di psicofarmaci, per carità, magari non arriveremo mai ad armarci di tutto punto per ripulire le strade, ma Travis Bickle siamo noi, inutile nasconderci dietro un dito.


Siamo noi con le nostre stranezze e il modo goffo di esistere, quando proiettiamo tutte le nostre speranze su qualcuno che colpisce la nostra attenzione, "angelicandolo" come già faceva Dante con Beatrice. La Beatrice di Travis è Betsy, almeno all'inizio, e come la Beatrice dantesca abbiamo a che fare con una bella stronza, non c'è ombra di dubbio. Lusingata dalla corte di quell'uomo particolare, incuriosita forse dai suoi atteggiamenti poco ortodossi, Betsy accetta di uscire con Travis ma non riesce a capirlo e lo rifiuta; lungi da me darle colpe, poveraccia, ché venire portata in un cinema porno da uno sconosciuto al primo appuntamento farebbe strano anche alla sottoscritta, tuttavia Betsy è come la società che circonda Travis, pronta a giudicarlo e lasciarlo di nuovo solo, senza nemmeno fare lo sforzo di ascoltarlo e capirlo. Lo stesso vale per i colleghi (il dialogo tra Travis e Mago dovrebbe far ridere ma è angosciante), lo stesso vale per l'accondiscentente (e falso) senatore Palantine, lo stesso vale per tutti i freaks che popolano New York e viaggiano sui taxi, lo stesso vale per la "scema" Iris, un'innocente dalle ali spezzate che forse è sola e incompresa quanto Travis ma, a differenza sua, non ha la capacità di difendersi o ripulire il mondo né percepisce le ingiustizie che vengono perpetrate nei suoi confronti. Travis è dannatamente solo e più cerca di uscire da quella solitudine più essa lo inghiotte e lo schiaccia. Anche il finale, che in apparenza dovrebbe essere consolante, la vittoria dell'antieroe finalmente accettato per quel che è e "guarito", in realtà non lo è affatto.


Siamo tutti buoni ad applaudire per Arthur Fleck, agente di caos e ribellione, infinitamente glamour nella sua sfiga, tanto da diventare nemesi di Batman, nientemeno. Ma i cinque minuti di gloria di Travis Bickle sono di una tristezza fuori dal comune, resi ancora più amari dalla consapevolezza che lo sfogo di una sera non basterà né a ripulire New York né, tantomeno, a fare di Travis una persona meno sola o più consapevole di sé; sul finale, il sorriso sensuale di Betsy è quello interessato di chi ha per le mani una celebrità e anche se Travis è riuscito a scorgere cosa si cela davvero dentro la ragazza, vedendola per la vanesia superficiale che è, non è detto che sarà così anche in futuro e che il poveraccio riuscirà a farsi degli amici veri, una moglie o una famiglia. Anzi, quei titoli che scorrono continui, coi taxi che non smettono di correre, ci dicono che probabilmente non cambierà nulla, né per Travis, né per New York... e forse nemmeno per Iris, segnata per sempre da una tragedia che l'ha salvata fisicamente dalla droga e dalla prostituzione ma che probabilmente l'ha danneggiata in modi impensabili. E così, ancora oggi, dopo più di 40 anni, esco dalla visione di Taxi Driver un po' più "sporca" e un po' più amareggiata e questo l'ha capito anche il Bolluomo, poverino, il quale "costretto" a guardare il grande capolavoro di Scorsese per la prima volta l'ha rigettato senza riuscire a farselo piacere, così cupo e pessimista com'è, così focalizzato su un personaggio difficile da decifrare, così fuori dal mondo e allo stesso tempo ancora così tristemente, maledettamente attuale senza essere né ruffiano né costruito ad arte per piacere e fare discutere.


Del regista Martin Scorsese, che interpreta anche il passeggero che spia la moglie alla finestra, ho già parlato QUI. Robert De Niro (Travis Bickle), Peter Boyle (Mago), Albert Brooks (Tom), Jodie Foster (Iris) e Harvey Keitel (Sport) li trovate invece ai rispettivi link.

Cybill Shepherd interpreta Betsy. Americana, la ricordo per film come L'ultimo spettacolo, La dea del successo, inoltre ha partecipato a serie quali Moonlighting e Criminal Minds. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 69 anni e un film in uscita.


Taxi Driver è stato nominato per quattro Oscar senza vincerne nemmeno uno: Miglior Film (quell'anno ha vinto Rocky, nientemeno), Robert De Niro come Miglior Attore Protagonista (andato postumo a Peter Finch per Quinto Potere), Jodie Foster come Miglior Attrice Non Protagonista (ha vinto Beatrice Straight, sempre per Quinto Potere, ma quell'anno era candidata anche Piper Laurie per Carrie - Lo sguardo di Satana) e Miglior Colonna Sonora Originale, l'ultima peraltro scritta da Bernard Herrmann, morto dopo poco. Il ruolo di Travis Bickle era stato offerto a Dustin Hoffman, che lo ha rifiutato per poi pentirsene negli anni a venire mentre Harvey Keitel avrebbe dovuto interpretare Tom ma è finito a fare il pappone; la stessa Tippi Hedren ha invece impedito a Melanie Griffith di accettare la parte di Iris nonostante la figlia fosse la prima scelta per interpretarla (la seconda era Linda Blair) quando il regista avrebbe dovuto essere Brian De Palma. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Lo sciacallo - Nightcrawler, Drive e You Were Never Really Here. ENJOY!

venerdì 2 novembre 2018

L'insaziabile (1999)

Finalmente è arrivato il momento di parlare di uno dei miei film preferiti, L'insaziabile (Ravenous), diretto nel 1999 dalla regista Antonia Bird.


Trama: durante la guerra tra Messico e America, il Capitano John Boyd viene mandato in un avamposto in Sierra Nevada. Un giorno arriva lì Colqhoun, più morto che vivo e reduce da una terribile esperienza di cannibalismo...



L'insaziabile è una bestia stranissima, per questo ancora più adorabile. La sua matrice horror è cristallina (ed è ciò che mi aveva attirata all'epoca assieme al cast maschile all-star, di cui parlerò nel paragrafo successivo), radicata nel mito indiano del Wendigo, demone che arriva a possedere chiunque osi macchiarsi di un crimine orrendo come quello di mangiare carne umana e che, in generale, rappresenta la gola, la rapacità, l'incapacità di contenere i propri desideri. L'insaziabile non è però solo un horror. Il film di Antonia Bird tocca diversi generi, in primis quello della commedia nera, grottesca, popolata da personaggi involontariamente esilaranti nelle loro idiosincrasie; il film "di guerra", all'interno del quale viene sviscerato non solo tutto l'orrore di un campo di battaglia ma anche il dramma umano di chi, pur odiandosi, cede all'istinto di sopravvivenza rifugiandosi in un atto di codardia che decorati generali mai costretti a prendere parte all'azione non riuscirebbero a comprendere; il racconto "di frontiera", fatto di paesaggi brulli ed inospitali, credenze indiane e pellegrini in pericolo. Questo mix di generi crea una pellicola vivace, capace di sorprendere continuamente lo spettatore e di coinvolgerlo in un'atmosfera che diventa sempre più inquietante e claustrofobica man mano che il film prosegue, inoltre porta sullo schermo personaggi complessi che non si limitano allo stereotipo "buono vs cattivo" oppure "vittime vs killer". Anzi, nel corso de L'insaziabile vengono posti parecchi dilemmi morali che sviscerano la natura fallace dell'uomo il quale, se messo alle strette, getta alle ortiche ogni remora affidandosi al mero istinto; la differenza tra Colquhoun e Boyd è sottile, in quanto i due personaggi sono fin dall'inizio assai simili nel loro desiderio di sopravvivere anche a costo di essere considerati due mostri, ma se Colquhoun sceglie consapevolmente di abbracciare la sua disumanità, Boyd ne rifugge, disgustato dalla propria paura della morte, additato come codardo da tutti i suoi commilitoni e, per questo, ritenuto inaffidabile. In sostanza, per quanto comprensibilmente, neppure Boyd è in grado di sacrificarsi per gli altri e ciò lo rende, agli occhi di Colquhoun, deprecabile quanto lui.


Assieme alla bella sceneggiatura (sulla quale non ricamerei oltre per evitare spoiler), ci sono due elementi che saltano all'occhio de L'insaziabile, riuscendo a fissarsi nella mente dello spettatore per anni. La colonna sonora assurda, realizzata da Damon Albarn e Michael Nyman, spicca per la presenza di un banjo che sembra quasi voler scandire il tempo che resta ai protagonisti e si insinua nella testa come il tarlo che divora Colqhoun e Boyd, insistente ed impossibile da ignorare; zeppa di elementi elettronici distorti, la colonna sonora stride con l'ambientazione da vecchio west del film e rende alcune scene ancor più grottesche e concitate, confermandosi come l'ennesima scelta azzardata ma azzeccatissima di un film che di banale non ha davvero nulla. Il secondo motivo per cui L'insaziabile è riuscito a diventare un cult fin dalla prima volta che l'ho visto è la presenza di attori della madonna, gestiti magistralmente da una regista che è scomparsa purtroppo giovanissima e che chissà quali altre chicche avrebbe potuto regalarci. Robert Carlyle è letteralmente mostruoso, tanto che le efferatissime scene splatter di cui è gremito L'insaziabile fanno molta meno impressione di lui, con quegli occhi ferini e i movimenti animaleschi, imprevedibili sia nel bene che nel male, che caratterizzano il suo personaggio anche nel repentino cambiamento di metà film. Anche gli altri attori però non sono da meno. Guy Pearce, il quale pur essendo il protagonista non apre bocca per i primi venti minuti, lascia che sia lo sguardo terrorizzato da bestia braccata a parlare; l'aspetto naturalmente amabile e pacioso di Jeffrey Jones ci fa adorare fin da subito il suo Colonnello Hart, con tutte le conseguenze del caso, mentre tra i soldati "semplici" si distinguono il biondissimo e folle Neal McDonough e il tenerissimo, ridicolo Jeremy Davies, protagonista di una delle scene più raccapriccianti (benché solo suggerita) del film, perfetta combinazione di dialoghi, interpretazioni e montaggio. Se non avete mai visto L'insaziabile consiglio di recuperarlo appena possibile perché è davvero un gioiello che non dimenticherete facilmente, nemmeno se, come me, avete ormai il cervello zeppo di film!


Di Guy Pearce (Capitano John Boyd), Robert Carlyle (Colonnello Ives/F.W. Colqhoun), David Arquette (Soldato Cleaves), Jeffrey Jones (Colonnello Hart) e Neal McDonough (Soldato Reich) ho parlato ai rispettivi link.

Antonia Bird è la regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Il prete e Face. Anche produttrice, è morta nel 2013 all'età di 62 anni.


Jeremy Davies interpreta il Soldato Toffler. Americano, lo ricordo per film come Nell, Twister, Salvate il soldato Ryan, The Million Dollar Hotel e Dogville, inoltre ha partecipato a serie come Melrose Place, Lost, Hannibal, Twin Peaks e American Gods. Ha 49 anni.


Antonia Bird è stata chiamata, su suggerimento di Robert Carlyle, per sostituire il regista Milcho Manchevski, licenziato dopo sole due settimane; la produzione aveva suggerito di affidare il progetto a Raja Gosnell ma giustamente i membri del cast sono insorti. ENJOY!

venerdì 8 giugno 2018

2001: Odissea nello spazio (1968)

Martedì sera sono andata al cinema di Savona in occasione del restauro e della riedizione di 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey), diretto nel 1968 da Stanley Kubrick e sceneggiato dal regista assieme allo scrittore Arthur C. Clarke, che ne ha fatto uscire un romanzo uscito praticamente in contemporanea col film. Segue post da Non Competente Amante del Cinema.


Trama: una spedizione di astronauti trova sulla Luna un misterioso monolite nero. Mesi dopo, un'altra spedizione viene inviata su Giove per svelarne i segreti...



E' arrivato il momento di ammettere anche sulle pagine di questo blog un fatto assai scandaloso: non avevo MAI visto 2001: Odissea nello spazio prima di martedì. Un po' perché ai tempi delle superiori chi lo aveva visto a scuola ne era rimasto annichilito, e non in senso buono, un po' perché nello stesso periodo mi era capitato di vedere l'intera sequenza di apertura, L'alba dell'uomo, in TV e di aver cambiato canale pensando "Ussignur, che strazio...", un po' perché comunque dura quasi tre ore e non sono mai riuscita a fare lo sforzo di volontà, sta di fatto che alla veneranda età di 37 anni ho preso la macchina e sono andata a Savona, mi sono infilata in una sala di sole 20 persone e, agitata come poche volte al cinema, mi sono accinta alla visione. Come faccio spesso per capolavori universalmente apprezzati, incensati, sviscerati e criticati, non starò a scrivere un post dove tenterò di spiegare la poetica Kubrickiana o il significato dell'intera opera (anche perché ovviamente ci ho capito ben poco), ma mi limiterò a parlare delle sensazioni provate guardando 2001: Odissea nello spazio. Tra le quali elencherò anche il sonno, siete avvertiti, perché sono una persona ORRIBILE. Dunque, la prima cosa che mi ha colpita di 2001: Odissea nello spazio è la freschezza incredibile degli effetti speciali (non a caso celebrati con un Oscar), che non hanno nulla da invidiare a quelli odierni e talvolta li surclassano brutalmente, alla faccia della computer graphic. Le astronavi, sia all'interno che all'esterno, sembrano vere, gli ambienti rotanti sono geniali e suggestivi, le sequenze che mostrano i pianeti dall'alto, per non parlare di quella che precede il passaggio nel wormhole, esempio di perfetta simmetria, sono mozzafiato ed esaltano per la loro bellezza insuperata. Finalmente ho capito perché 2001: Odissea nello spazio è un film praticamente senza dialoghi, visto che le immagini riescono a parlare da sole e ad ipnotizzare lo spettatore, guidandolo attraverso una miriade di sensazioni diverse e portandolo ad empatizzare con personaggi e creature che più diverse tra loro non si potrebbe. Non è scontato, infatti, seguire con partecipazione le vicende degli uomini primitivi all'inizio, arrivando a provare la loro stessa terrorizzata fascinazione per l'inquietantissimo monolite nero che giunge a sconvolgere il loro mondo per poi testimoniare con rassegnata tristezza la comparsa della prima arma usata consapevolmente per uccidere i propri simili... né è scontato provare sentimenti contrastanti per un robot.


In 37 anni non ho vissuto sotto una campana di vetro e, tra citazioni, omaggi (a proposito, non odiatemi se per buona parte del film ho pensato a Homer che mangia ciambelle a gravità zero sulle note di Strauss), letture e quant'altro mi si è ghiacciato subito il sangue nelle vene davanti all'occhio rosso di Hal-9000, insidioso ed apparentemente onnisciente, oppure ascoltando la sua voce suadente e innaturalmente calma, perfetta anche nel doppiaggio italiano. Per questo, il respiro concitato dei due astronauti nella seconda parte del film, persi nel silenzio dello spazio siderale, ha rischiato di bloccare il mio nel petto nemmeno stessi guardando un horror. Ho odiato Hal-9000, come Dave ne ho avuto paura, eppure, come a lui, anche a me si è stretto un po' il cuore quando ho visto spegnersi a poco a poco una creatura così complessa e in qualche modo umana, con quelle implorazioni sempre più tristi e quel girogirotondo sempre più lento, nemmeno Dave stesse sopprimendo un suo simile. Poi, ovviamente, sensazioni "semplici" come queste e la consapevolezza di avere davanti delle immagini splendide, frutto di genio registico puro e di un perfezionismo ineguagliato, sono tutto ciò che la mia mente caprina ha potuto ricavare dalla visione di 2001: Odissea nello spazio, ché ovviamente non ci ho capito una mazza. Le parole di Arthur C. Clarke mi confortano, tuttavia, perché un giorno lo scrittore ha detto " If you understand '2001' completely, we failed. We wanted to raise far more questions than we answered". Tranquillo, Arthur, con me non hai fallito. Quel finale psichedelico io l'ho vissuto come una rinascita di Dave, evolutosi fino a raggiungere una natura "aliena" e diventare una sorta di silenzioso guardiano della Terra, fuori dallo spazio e del tempo, ma non avendo letto il romanzo di Clarke né i suoi seguiti potrei sbagliare in pieno e aggiungo anche un po' chissenefrega visto che 2001: Odissea nello spazio non è nato per essere compreso in toto, bensì per essere vissuto.


E io l'ho vissuto, eh. Mi sono immedesimata tanto che, durante la sequenza finale, ho fatto come gli hippy negli anni '60 e me la sono viaggiata, tantissimo, assecondando il desiderio del mio cervello di assopirsi dopo una visione comunque provante a seguito di lavoro, faccende casalinghe da sbrigare, ciclo, mancanza di qualcuno con cui scambiare due parole meravigliate durante il film e ora tarda. Mi tocca ammettere pubblicamente che, probabilmente, rivedrò 2001: Odissea nello spazio solo se e quando lo ridaranno al cinema, ché un film simile visto a casa per me è impossibile da guardare non solo perché le immagini girate da Kubrick rendono soprattutto sullo schermo di una sala cinematografica, ma anche perché una visione casalinga significherebbe dormire dall'inizio alla fine. 2001: Odissea nello spazio, con tutta la sua bellezza, non mi ha infatti folgorata come accadde ai tempi di Arancia meccanica, non mi ha sconvolta come Full Metal Jacket, non mi ha terrorizzata come Shining né mi ha affascinata come Barry Lyndon, solo per citare i miei film preferiti tra quelli girati da Kubrick, forse anche perché la fantascienza, lo ripeto, non è il mio genere. Tuttavia, sono felice di avere finalmente superato questo "scoglio" e di averlo fatto nel migliore dei modi, come fossi uscita di casa nel 1968, emozionata all'idea di andare al cinema come mi succede solo quando esce un nuovo film di Tarantino; nel bene o nel male, la visione di 2001: Odissea nello spazio, film moderno, bellissimo, fresco e ancora in grado di far discutere ed emozionare pur con i suoi 50 anni sul groppone, diventerà un ricordo indelebile e nell'anno domini 2018 queste sensazioni non hanno prezzo!


Del regista e co-sceneggiatore Stanley Kubrick ho già parlato QUI.

Keir Dullea interpreta il Dr. Dave Bowman. Americano, ha partecipato a film come Black Christmas (Un Natale rosso sangue), 2010 - L'anno del contatto e a serie quali La signora in giallo. Ha 82 anni e un film in uscita.


Nel film compare la figlia di Stanley Kubrick, Vivian, nei panni della figlia di Floyd. Stanley Kubrick, dopo aver visto Astroboy, avrebbe voluto che Osamu Tezuka collaborasse al film per quanto riguarda l'impostazione artistica generale, ma il mangaka ha dovuto rinunciare a causa delle difficoltà di trasferimento dal Giappone all'Inghilterra. Nel 1984 è uscito il film 2010 - L'anno del contatto, il sequel ufficiale di 2001: Odissea nello spazio ma gli unici attori a tornare sono stati Keir Dullea e Douglas Rain, la voce di HAL-9000. Se 2001: Odissea nello spazio vi fosse piaciuto potete recuperarlo e magari aggiungere Moon, Arrival e Interstellar. ENJOY!


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