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mercoledì 30 luglio 2025

Bolla Loves Bruno: Codice Mercury (1998)

Per la rubrica Bolla Loves Bruno parliamo oggi di Codice Mercury (Mercury Rising), diretto nel 1998 dal regista Harold Becker e tratto dal romanzo Simple Simon di Ryne Douglas Pearson.


Trama: un bambino autistico decifra accidentalmente un codice sviluppato dalla NSA e il direttore, per non perdere la faccia, decide di farlo uccidere. Art Jeffries, agente dell'FBI caduto in disgrazia dopo una missione finita in tragedia, si ritrova accidentalmente a dover proteggere il bimbo...


Dopo The Jackal, il sito Imdb inserisce Bruce Willis come attore nella commedia romantico-sportiva Broadway Brawler. In realtà, di questo progetto non è rimasto nulla, perché è stato tolto dalla produzione dopo soli 20 giorni di riprese e ben due anni di pre-produzione, quando Bruce Willis ha fatto licenziare diversi membri della troupe (tra i quali il direttore della fotografia e la regista), insoddisfatto dei risultati; Broadway Brawler avrebbe dovuto essere distribuito dalla Walt Disney Company che, per evitargli una penale salata, ha imposto a Bruce di partecipare con un compenso ben più basso del solito a tre film, ovvero Armageddon, Il sesto senso e Faccia a faccia, i primi due destinati ad entrare a far parte dei maggiori successi commerciali dell'attore. Prima di Armageddon, però, esce questo Codice Mercury, che non riguardavo da anni e che ho riscoperto essere un'opera dignitosissima, soprattutto per come amalgama le caratteristiche ormai tipiche del "personaggio" Bruce Willis a quelle di un innocente con la I maiuscola, un bambino autistico completamente incapace di sopravvivere da solo, neppure in circostanze normali. In questo caso particolare, il piccolo Simon finisce nel mirino del glaciale direttore dell'NSA dopo aver trovato per puro caso (letteralmente per gioco) la chiave di un codice virtualmente indecifrabile. Invece di prendere Simon e portarsi lui e i genitori in qualche base dove mettere a frutto le incredibili capacità del bambino, il direttore Kudrow preferisce assoldare una serie di spietati sicari per eliminare l'improbabile testimone e tutti quelli che gli sono stati vicini, a cominciare da papà e mamma. Fortunatamente, si mette di mezzo Bruce Willis nei panni di Art Jeffries, un agente dell'FBI traumatizzato da un'operazione sotto copertura finita malissimo, con la morte di due giovanissimi criminali, poco più che ragazzini. Proteggendo Simon contro tutto e tutti (sfruttando pochissimi conoscenti e un'imprevista alleata), Art cerca di fare ammenda per delle morti che gli pesano sulla coscienza, e lo fa cercando il giusto equilibrio tra epici momenti d'azione e la necessità di superare il muro impenetrabile eretto da un bambino che lo considera giustamente un estraneo e che, non percependo il pericolo, cerca di scappare e tornare a una vita che non esiste più.


Come dice da sempre mio padre: "Sun propriu cini". Per apprezzare Codice Mercury bisogna innanzitutto sorvolare sul suo stupidissimo assunto iniziale, che vede due nerd dell'NSA testare l'impenetrabilità del codice pubblicando un rompicapo su una rivista di enigmistica, e la natura psicopatica del direttore dell'NSA (non il fatto che una donna decida di aiutare Bruce Willis, dandogli persino un posto dove dormire, senza avere idea di chi sia, questo lo farei anche io), che opta per sterminare una normalissima famiglia in virtù di un patriottismo distorto. Per fortuna, lo spettatore viene distratto dalla stupidità della trama, che risulta comunque avvincente, grazie alla bellissima alchimia che si viene a creare tra Bruce Willis e Miko Hughes, complice anche un'intensa colonna sonora di John Barry, non proprio l'ultimo dei pivelli. Miko Hughes, in particolare, è uno degli enormi misteri del mondo del cinema, perché non si capisce come abbia potuto un bambino così dotato scomparire dagli schermi proprio poco dopo l'uscita di Codice Mercury. Immagino abbia voluto prendersi una pausa per godere di un'esistenza normale e non fare la fine di tanti suoi coetanei, ma vista la straordinaria, realistica interpretazione di un bambino autistico, mi permetto di dire che è stato proprio uno spreco; nel personaggio di Simon non c'è traccia di pigrizia, di scappatoie che si adagiano nei cliché, solo un palese impegno derivante dallo studio della malattia e dal contatto prolungato con bambini autistici, e chissà cosa avrebbe potuto fare Hughes se avesse deciso di proseguire la carriera con questo stesso impegno. Bruce Willis non si lascia eclissare da un simile talento, ma ammorbidisce i tratti spigolosi e piacioni tipici dei suoi personaggi "action" per mettere sul piatto un cuore vero, un reale desiderio di proteggere e capire il bambino, in un percorso di crescita difficile e non banale, che si conclude in un finale tanto verosimile quanto toccante. Il resto del cast si assesta su livelli abbastanza medi, così come la regia, la fotografia e il montaggio, ma Codice Mercury è uno di quei film "di cassetta" che fa comunque piacere rivedere, di tanto in tanto, anche solo per vedere spuntare quelle belle faccette all'epoca non proprio famosissime (come Peter Stormare e John Carroll Lynch) che tante gioie ci avrebbero dato negli anni a venire. 


Di Bruce Willis (Art Jeffries), Alec Baldwin (Nick Kudrow), Miko Hughes (Simon Lynch), Kim Dickens (Stacey), Peter Stormare (Shayes), John Carroll Lynch (Martin Lynch) e Jack Conley (Detective Nichols) ho già parlato ai rispettivi link.

Harold Becker è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Crazy for You, Seduzione pericolosa e Malice - Il sospetto. Anche produttore, ha 97 anni. 


Chi McBride
interpreta Tommy B. Jordan. Americano, ha partecipato a film come La rivincita dei nerds III, Sospesi nel tempo, Fuori in 60 secondi, Faccia a faccia, The Terminal e a serie quali Willy il principe di Bel Air, Dr. House, Monk, How I Met Your Mother; come doppiatore, ha lavorato in Phineas e Ferb e Beavis and Butthead . Anche sceneggiatore e produttore, ha 64 anni. 


Fun fact: Nicolas Cage e George Clooney erano due dei nomi papabili per interpretare Art Jeffries. ENJOY!

martedì 12 novembre 2019

Motherless Brooklyn - I segreti di una città (2019)

Indecisa su cosa andare a vedere, alla fine sabato sono stata "pilotata" dagli orari del multisala, e sono finita così nella sala dove proiettavano Motherless Brooklyn - I segreti di una città (Motherless Brooklyn), diretto e co-sceneggiato dal regista Edward Norton a partire dal romanzo Brooklyn senza madre (tradotto la prima volta con Testadipazzo) di Jonathan Lethem.


Trama: dopo la morte del suo mentore, un investigatore affetto da sindrome di Tourette comincia ad indagare per capire chi lo abbia ucciso e perché.


Troppe cose per le mani, troppe cose. Edward Norton è sempre stato un attore eclettico e bravissimo. Nel 2000 aveva esordito dietro la macchina da presa con Tentazioni d'amore, una commedia romantica a base di preti e rabbini innamorati, in cui recitava accanto a Ben Stiller e Jenna Elfman, poi più nulla, è tornato a fare il regista dopo quasi 20 anni con questo Motherless Brooklyn, ritagliandosi anche il ruolo di sceneggiatore. Come ho scritto prima, troppe cose. Al solito, mi tocca confessare di non aver mai letto il romanzo di Jonathan Lethem, poliedrico scrittore e sceneggiatore in grado di spaziare dalla fantascienza, ai comics, al crime, quindi non farò confronti tra il testo scritto e quello cinematografico, ma sarei curiosa di leggere Brooklyn senza madre per capire se anche il romanzo è un giro intorno al mondo che alla fine lascia il lettore con un enorme "e quindi?" (per non dire "e sticazzi?") sulla capoccia. Che è purtroppo il risultato del film di Norton, tanto splendido e splendente nella realizzazione e nelle interpretazioni quanto sfilacciato e perplimente per quanto riguarda la sceneggiatura. Senza fare troppi spoiler, come nella migliore tradizione noir abbiamo un misterioso omicidio sul quale il protagonista deve indagare. La particolarità di Lionel, detto Brooklyn, è la malattia che lo affligge, quella sindrome di Tourette che lo condanna a spasmi incontrollabili e a parlare in modo buffo ma che gli ha reso anche il cervello "come un brillante", capace di ricordare qualunque conversazione, volto o dettaglio; la voce fuori campo di Lionel non balbetta e non sragiona, anzi, conduce lucidamente lo spettatore attraverso l'indagine che lo porterà a scoprire tutti gli scandalosi segreti di una New York anni '50 corrotta e razzista, nelle mani del visionario costruttore Moses Randolph, il quale per realizzare un futuro da sogno non si fa scrupoli a rendere un inferno il presente dei poveracci che vivono nei bassifondi della Grande Mela. Purtroppo, preso com'è dalla grande personalità di Brooklyn e dalla resa Trumpiana di Randolph, Norton si perde dei pezzi per strada (i colleghi dell'agenzia investigativa di Minna, il mentore di Brooklyn, che a un certo punto spariscono), riannoda fili fondamentalmente poco importanti e che lo spettatore aveva quasi dimenticato dopo un tempo infinito (SPOILER che Vermonte facesse il doppiogioco e si scopasse la moglie di Minna era palese al minuto due della pellicola, frega abbastanza una cippa di "scoprirlo" a dieci minuti dalla fine, visto che non aggiunge nulla alla risoluzione dell'inghippo FINE SPOILER), ed offre non solo una motivazione risibile per ben due omicidi, ma anche un "villain" fondamentalmente impunito (RI-SPOILER Sì, alla fine Lieberman se la prenderà nello stoppino, non sono scema, ma Randolph continuerà a farsi gli affari suoi dopo essere sbroccato solo per una figlia di colore? Siamo nei razzisti anni '50 ma tu sei anche pieno di soldi, figlio mio, paga quel che c'è da pagare e mollaci con la solfa del "sono potente, posso far quello che voglio" FINE RI-SPOILER).


Poi, per carità, se tutti i giri intorno al mondo che approdano al nulla fossero così, salterei sul primo aereo disponibile. Edward Norton regista è di una finezza deliziosa, si ritaglia tocchi di pura poesia all'interno di una città che ne è priva e riesce persino, a un certo punto, a far vivere sulla pelle dello spettatore la sindrome di Lionel; c'è una sequenza in particolare, infatti, in cui regia, montaggio e colonna sonora trovano un equilibrio miracoloso e la forsennata partitura jazz suonata dal cosiddetto "trombettista" si ripercuote su ciò che sta accadendo al protagonista, rendendo così l'atmosfera ancora più concitata, tanto che mi sono accorta a un certo punto di avere la mascella contratta e di star battendo il piede nemmeno avessi un tic nervoso. La colonna sonora è per l'appunto bellissima. La musica è una delle poche cose capaci di calmare i tic nervosi di Lionel e giustamente Norton la sfrutta alla perfezione, tra il già citato jazz ed eleganti melodie realizzate da Thom Yorke e Flea, che arricchiscono ancor più le immagini mostrate da Norton e anche le interpretazioni degli attori. Ora, lo sapete che sono di parte. Sprecare Bruce Willis è un delitto imperdonabile, ma fortunatamente Norton si redime con lo strano personaggio di Lionel, che poteva essere caricato all'inverosimile e risultare ridicolo, invece è di una tenerezza incredibile, buffo e divertente; Baldwin, da par suo, è molto più borderline, e sembra davvero l'imitazione di Trump, forse anche troppo per essere davvero credibile, nonostante il suo personaggio si basi su una persona realmente esistente, mentre il resto del cast fa il suo lavoro, con menzione speciale alla Laura di Gugu Mbatha-Raw, dotata di uno spessore che fortunatamente va al di là dell'essere solo il love interest di Lionel. Motherless Brooklyn è dunque un film difficile da demolire, nonostante l'eccessiva lunghezza, perché ha tantissimi aspetti positivi, però non sono riuscita ad apprezzarlo quanto avrei voluto, a causa del senso di incompiutezza e "spreco" che ho provato quando hanno cominciato a scorrere i titoli di coda. A mio avviso, anche perderselo sarebbe un peccato ma con tutti i film belli in programmazione questa settimana forse è meglio aspettare una distribuzione su streaming o in home video.


Del regista e co-sceneggiatore Edward Norton, che interpreta anche Lionel Essrog, ho già parlato QUIGugu Mbatha-Raw (Laura Rose), Alec Baldwin (Moses Randolph), Bobby Cannavale (Tony Vermonte), Willem Dafoe (Paul), Bruce Willis (Frank Minna), Ethan Suplee (Gilbert Coney), Cherry Jones (Gabby Horowitz), Dallas Roberts (Danny Fantl), Fisher Stevens (Lou), Michael Kenneth Williams (il trombettista) e Leslie Mann (Julia Minna) li trovate invece ai rispettivi link.

Josh Pais interpreta William Lieberman. Americano, ha partecipato a film come Tartarughe Ninja alla riscossa, Scream 3, Denti, La famiglia Fang, Joker e a serie quali I Robinson, Sex and the City e I Soprano. Anche sceneggiatore e regista, ha 61 anni e due film in uscita.




venerdì 1 febbraio 2019

BlacKkKlansman (2018)

Il recupero dei film in vista della Notte degli Oscar procede con BlacKkKlansman, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Spike Lee partendo dal libro autobiografico Black Klansman di Ron Stalworth e candidato a sei premi Oscar: Miglior Colonna Sonora Originale, Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Regia, Miglior Attore Non Protagonista (Adam Driver) e Miglior Montaggio.


Trama: Ron Stalworth, poliziotto di colore da poco entrato nel corpo di polizia, ottiene l'incarico di infiltrarsi all'interno di una branca del Ku Klux Klan con l'aiuto del collega ebreo Flip Zimmerman.


Come sanno molti di quelli che mi conoscono e che leggono il Bollalmanacco, Spike Lee è un regista che non mi è mai andato molto a genio, salvo quella volta in cui ha diretto La 25sima ora, film obiettivamente splendido. BlacKkKlansman non si avvicina nemmeno per sbaglio alle vette di quella pellicola meravigliosa, ma è comunque una visione gradevole e, soprattutto, per nulla banale, che sfrutta i toni della commedia per raccontare una storia vera, di fatto e purtroppo mai conclusasi definitivamente. Siamo negli anni '70, in piena epoca di Ku Klux Klan e di rivendicazioni sociali (anche violente) da parte delle persone di colore, un periodo in cui il razzismo serpeggia ovunque e i bianchi non si sono ancora abituati all'idea di "diritti civili per tutti". Ron Stalworth, ragazzo di colore, decide di cambiare il sistema da dentro e di entrare nel corpo di polizia di Colorado Springs, aiutato da un po' di faccia tosta e dalla capacità di parlare americano corrente e non solo in jive, come lo definiscono sprezzanti i suoi colleghi; dopo qualche tempo passato in archivio, la recluta giustamente si scazza e decide di chiedere un lavoro più dignitoso, quello di detective, che lo porta a fare il doppio gioco all'interno di un gruppo di attivisti di colore... e a sdoppiarsi per infiltrarsi nella cellula locale del Ku Klux Klan. Ron Stalworth diventa quindi la ragionevole, suadente voce che convince i klansmen locali di volerlo a tutti i costi con loro e, fisicamente, si palesa agli incontri con la pelle bianca, il nasone e l'aplomb di Flip Zimmerman, guarda caso un poliziotto di origini ebraiche che riesce a conquistare persino i membri più diffidenti della cellula. Se Tarantino in Django Unchained dipingeva gli antenati del Ku Klux Klan come un branco di dementi Spike Lee non è da meno, ma invece di fungere da comic relief la rappresentazione di questo gruppo di invasati, ubriaconi e stupidi assortiti perculati da un nero e un ebreo mette solo una gran tristezza mista a un senso di angoscia che mantiene lo spettatore costantemente sul chi va là, perché obiettivamente le vicende di Stalworth hanno dell'incredibile e filano anche troppo lisce, quasi come un film di Bud Spencer e Terence Hill.


Infatti la gabola c'è, e BlacKkKlansman non è la commedia superficiale e demenziale che si intuiva dai trailer, fuorvianti quanto la presenza di dialoghi da buddy cop movie e dello stupidissimo Gran Sacerdote David Duke (peraltro, uomo realmente esistito che ha scoperto di aver avuto a che fare con un "negro" solo qualche anno fa). Il disagio di due realtà sociali pronte a scontrarsi da un momento all'altro, di slogan imbarazzanti perché riproposti anche nell'anno del Signore 2019, di un'ignoranza che serpeggia incontrollata e rende insensibili e ciechi di fronte alla Storia, il desiderio di rivendicazione violenta presente sia tra i bianchi che tra i neri, sono tutte costanti di BlacKkKlansman, la cappa oscura capace di rendere amara qualsiasi risata, qualsiasi tentativo di rendere cool una vicenda che farebbe invidia agli eroi della blacksploitation opportunamente citati nel corso del film e ciò che fa più male è vedere ribaltato il lieto fine con immagini prese di peso dalla realtà in cui viviamo. Il film è infatti dedicato alla memoria di Heather Heyer, investita da un'auto guidata da un neonazista e lanciata contro la folla di protestanti che stavano manifestando contro il raduno Unite the Right a Charlottesville, una delle purtroppo tante vittime di una stupida lotta razziale che non si è mai fermata, né in America né altrove. Per questo le valide interpretazioni di John David Washington, degno figlio di tanto padre, e Adam Driver sono divertenti ma anche tanto dolorose: Ron è un poliziotto di colore e per questo viene guardato con sospetto sia dai suoi colleghi sia dai suoi conrazziali in quanto "maiale", Skip è bianco ma è ebreo, che in un mondo "normale" non vorrebbe dire nulla ma agli occhi dei razzisti lo etichetta come ladro, assassino ed inferiore a prescindere dal colore della pelle. E' la consapevolezza di essere diversi senza un perché o il lento insorgere di questa consapevolezza a renderli profondi, a consentire loro di bucare lo schermo fino a raggiungere le coscienze degli spettatori. Quello descritto da Spike Lee è un cancro stupido, violento e schifoso che coi suoi tentacoli infetta ancora oggi il mondo in cui viviamo e ben vengano film come BlacKkKlansman a farci riflettere e vergognare, visto che la nostra memoria è labile quanto il nostro senso della realtà.


Del regista e co-sceneggiatore Spike Lee ho già parlato QUI. Alec Baldwin (Dr. Kennebrew Beauregard), Adam Driver (Flip Zimmerman) e Topher Grace (David Duke) li trovate invece ai rispettivi link.

Nicholas Turturro interpreta Walker. Fratello di John Turturro, ha partecipato a film come Fa' la cosa giusta, Mo' Better Blues, Jungle Fever, Malcom X, Alla ricerca di Jimmy, World Trade Center  e a serie quali Le avventure del giovane Indiana Jones, Hercules, The Twilight Zone, Tremors e CSI - Scena del crimine. Anche sceneggiatore, produttore, regista e compositore, ha 56 anni e cinque film in uscita.


John David Washington, che interpreta Ron Stalworth, è figlio di Denzel Washington, Paul Walter Hauser, che interpreta Ivanhoe, era l'infamissimo Shawn di Tonya mentre Michael Buscemi, che interpreta Jimmy Creek, è il fratello di Steve Buscemi. Guest star d'eccezione, il cantante Harry Belafonte, che interpreta l'anziano Jerome Turner. ENJOY!


martedì 29 gennaio 2019

A Star Is Born (2018)

Cominciano oggi i recuperi pre-Oscar sperando di riuscire a vedere più film possibili prima della fatidica notte. Stavolta tocca a A Star Is Born, diretto nel 2018 da Bradley Cooper e candidato a otto premi: Miglior Canzone Originale (Shallow), Miglior Missaggio Sonoro, Miglior Film, Miglior Attore Protagonista (Bradley Cooper), Miglior Attrice Protagonista (Lady Gaga), Miglior Attore Non Protagonista (Sam Elliott), Miglior Sceneggiatura Non Originale e Miglior Fotografia.


Trama: Ally si barcamena tra un lavoro ingrato e qualche piccolo concerto in un club di travestiti. Un giorno, proprio nel club incontra il famosissimo cantautore e chitarrista Jackson Maine, il quale si invaghisce non solo di lei ma anche e soprattutto della sua musica.


A Star Is Born era il film di cui più mi pesava il recupero e la visione non ha sfatato questo mio pregiudizio. Remake del remake del remake del remake di una storia portata al cinema già nel 1932 ma resa immortale da George Cukor prima e Frank Pierson poi, A Star Is Born è un film talmente banale e fasullo che non saprei nemmeno come scrivere un post privo di livore, senza dargli più importanza del necessario. Razionalmente parlando, non merita nemmeno uno degli Oscar che gli sono stati assegnati salvo forse quello per la Miglior Canzone Originale, effettivamente molto bella, e francamente continuo a non capire tutto l'entusiasmo per un film che non è altro che l'ennesima riproposta di un tema vecchio come il cucco: cantante/attrice di belle speranze incontra chi la fa diventare famosa, i due si innamorano, uno dei due ci perde, indovinate un po' chi. E come si fa a biasimare il povero Jackson Maine, cantante e musicista soffocato da un gorgo di alcool e droga, fiaccato dalla solita, tristissima storia di abusi famigliari e da una malattia all'udito, che sperava di aver trovato una cantante sensibile e si ritrova per le mani la brutta copia, per l'appunto di Lady Gaga? Ally, lei così bruttarella col naso importante ma tanto sensibile, con una voce della Madonna (e questo non può negarlo nessuno) e doti di paroliera che nemmeno Mogol, si ritrova all'improvviso centro delle attenzioni di un povero cristiano disilluso che in lei rivede l'innocenza e la forza perdute, e che se la trascina sul palco di un mega concerto a cantare una canzone a) sentita una sola volta b) mai provata prima ma soprattutto c) eseguita perfettamente da Ally, Jackson e persino tutta l'orchestra, cosa che le spalanca le porte della fama nazionale ed internazionale in un batter d'occhio. E certo. Avete idea di quanto ridesse il Bolluomo, provetto bassista? E avete idea di quanto stessi male io, che notoriamente ODIO i film dove mostrano tutto facile, bello e improvviso, soprattutto dopo che Whiplash e Tonya hanno dato un doveroso schiaffo a tutto questo ottimismo d'accatto?  Appunto. E da lì in poi il film è un crescendo, con scene d'aMMore strappalacrime, canzoni orribili, una prevedibilità imbarazzante non solo per la trama ma anche e soprattutto per la scelta del montaggio, le soluzioni di regia, il trucco e parrucco di una Lady Gaga sempre più vajassa (ma oh, lo stesso tanto sensibile!), quel finale fintamente commovente durante il quale la compianta Whitney Houston si stava sicuramente rivoltando nella tomba.


Ecco che mi sono lasciata trasportare, non volevo, lo giuro. Facciamo una cosa più schematica e razionale o da qui non ne usciamo. Allora. Miglior Film. Va bene che questo è l'anno della mediocrità, con Black Panther e Bohemian Rhapsody, due film che mi sono piaciuti ma che sono pellicole di vastissimo consumo, dimenticabili dopo una settimana o due, ma inserire una roba così banale ed ordinaria nella categoria è un insulto ad opere come La forma dell'acqua o ad altri film che invece non ce l'hanno fatta come Gosford Park o Pulp Fiction. Miglior Attrice Protagonista. Nulla da dire contro Lady Gaga ma, andiamo, gente, non è che l'abbiano messa ad interpretare Anna dei miracoli. Deve semplicemente essere se stessa, ovvero cantare e recitare un minimo. Che lo faccia bene è indubbio ma da qui ad elevarla ad attrice della Madonna ne passa. Miglior Attore Protagonista. Bradley Cooper è un figo assurdo, avrebbero tutte le ragioni per dargli l'Oscar come Miglior Mitifarei. Ma, per citare il bardo, "miocuggino è preoccupante e parla coi rutti", e il fatto di avere un personaggio meno monodimensionale di quello appioppato a Lady Gaga non lo rende automaticamente degno di vincere l'ambita statuetta. Su Sam Elliott non mi pronuncio, secondo me le lacrime sul prefinale derivavano dall'aver partecipato a questa cretinata per femminucce sospiranti ma tra i tre obiettivamente è comunque quello che fa una miglior figura. Il resto, lo ammetto, non posso giudicarlo. La fotografia sì, bellina ma non avendola particolarmente notata significa che non ha superato la barriera della mia ignoranza come, che so, quella di Blade Runner 2049 o de La forma dell'acqua, e per la miglior sceneggiatura non originale... davvero, onestamente, ci vuole tanto a sceneggiare una roba così? Per dire, non mi sono emozionata nemmeno per un istante, nemmeno sul finale, e si che io ho la lacrima facilissima. Con due candidati come La ballata di Buster Scruggs e BlacKKKlansman, articolati e complessi, nonché profondi, davvero merita qualcosa questa banalità deprimente? Bah. E' l'unico commento che mi sento ancora di fare su questo film. Evidentemente, non è proprio il mio genere.


Del regista Bradley Cooper, che interpreta anche Jackson Maine, ho già parlato QUI. Sam Elliott (Bobby), Alec Baldwin (se stesso) e Ron Rifkin (Carl) li trovate invece ai rispettivi link.

Lady Gaga (vero nome Stefani Joanne Angelina Germanotta) interpreta Ally. Cantante e compositrice americana, la ricordo per film come Men in Black 3, Machete Kills e Sin City - Una donna per cui uccidere, inoltre ha partecipato a serie quali I Soprano, American Horror Story e doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 33 anni.


Dave Chappelle interpreta George "Noodles" Stone. Americano, lo ricordo per film come Robin Hood - Un uomo in calzamaglia, Il professore matto e Con Air, inoltre ha partecipato a serie quali Quell'uragano di papà. Anche sceneggiatore e produttore, ha 46 anni.


Greg Grunberg interpreta Phil, l'autista di Jack. Americano, lo ricordo per film come L'uomo senza ombra, Austin Powers in Goldmember, Ladykillers e Super 8 , inoltre ha partecipato a serie quali Melrose Place, Baywatch, La zona morta, Dr. House, Alias, Monk, Heroes, Lost, CSI - Scena del crimine, e doppiato episodi di American Dad! e Robot Chicken. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 52 anni e quattro film in uscita tra cui Star Wars: Episode IX.


A contendersi il ruolo di Ally c'erano in primis Beyoncé, fortemente voluta dai produttori, poi Jennifer Lopez, Shakira, Demi Lovato, Selena Gomez, Kesha, Rihanna e Janelle Monáe. Il film è l'ennesimo rifacimento di A che prezzo Hollywood? e E' nata una stella (del 1937, 1954 e 1976) quindi se vi fosse piaciuto cercatene tutte le versioni e aggiungete Bohemian Rhapsody, giusto per restare in tema Oscar, e La La Land. ENJOY!

mercoledì 28 gennaio 2015

Still Alice (2014)

Dopo la tamarreide torniamo in territorio Oscar con Still Alice, diretto e co-sceneggiato nel 2014 dai registi Richard Glatzer e Wash Westmoreland, tratto dal romanzo Perdersi di Lisa Genova e candidato a un premio Oscar per Julianne Moore come miglior attrice protagonista.


Trama: Alice Howland è una stimata linguista a cui un giorno viene diagnosticata una forma di Alzheimer precoce. Nonostante i ricordi e la percezione di sé stessa e della propria famiglia comincino a scivolare via a poco a poco, la donna cerca in qualche modo di affrontare la malattia...


L'Academy, si sa, adora i malati. Adora le storie strappalacrime, le storie vere di americani che "ce l'hanno fatta" o che possano fungere da esempio per le masse, raccontando vicende edificanti o strazianti, dove il pedale della lacrima facile e del dramma patinato è talmente tanto pigiato che spesso la macchina si sfonda prima di arrivare a fine corsa. Non deve stupire, dunque, che Julianne Moore abbia praticamente in mano la statuetta di miglior attrice protagonista e purtroppo, nonostante il mio tifo continui ad andare spudoratamente verso Rosamund Pike, non troverei motivo alcuno per dare torto all'Academy. Still Alice, infatti, E' Julianne Moore. L'intera pellicola ruota attorno alla figura di Alice, donna di mezza età, intelligente e bella, ammalatasi di Alzheimer precoce; il percorso inevitabile che porterà la protagonista da signora sicura di sé ed ammirata a vegetale privo di ricordi ed incapace di focalizzare ciò che la circonda è graduale, filtrato attraverso i gesti, gli sguardi e le parole di un'attrice che, per fortuna, non cerca né la pietà del pubblico né i fiumi di lacrime che mi sarei aspettata di versare (cosa che non è avvenuta) ma tenta piuttosto di trasmettere l'angoscia di una condizione terribile, di un "inferno sulla terra", di un lento deterioramento che la protagonista avverte come qualcosa di tangibile, che la viola nel profondo. La battaglia contro l'Alzheimer mostrata nel film non diventa un inno alla ricerca di cure alternative o una campagna sui diritti delle persone malate ma mantiene una dimensione interamente personale e non contempla né eroi né scienziati in grado di salvare Alice; il destino della protagonista è segnato fin dall'inizio e a noi non resta che testimoniare, impotenti, al cambiamento fisico e psicologico incarnato alla perfezione da Julianne Moore, mentre il montaggio della pellicola si fa sempre più frammentato e le immagini sempre più evanescenti. Questi sono i lati positivi di Still Alice... eppure, attrice protagonista a parte, il film non mi ha né emozionata né particolarmente soddisfatta.


L'incredibile, ingenuo difetto di Still Alice, infatti, è la mancanza di personaggi secondari e attori capaci di "smussare" l'indubbio carisma della protagonista e fornire un'amalgama di sensazioni e punti di vista in grado di stordire emotivamente lo spettatore. Fin dalla prima inquadratura della famiglia riunita a un tavolo, fin dalle prime parole dei convenuti, si avverte già una terribile sensazione di dejà vu e pare di vedere spuntare sulla fronte degli attori delle etichette indelebili: marito comprensivo fino a un certo punto ma comunque assente, figlio buono ma inutile, figlia approfittatrice che sarà simpatica e disponibile finché le cose andranno bene ma quando la merda colpirà il ventilatore scapperà finché le andranno le gambe, figlia scapestrata che per amore di mammà si rivelerà la persona migliore di tutte. Non c'è un minuto di incertezza in Still Alice, né c'è la possibilità di empatizzare con personaggi che incarnano ogni cliché del genere e che sono di conseguenza interpretati da attori mediocri ma perfetti per la parte, come per esempio Kristen Stewart che, nei panni della scazzatona ribelle con velleità attoriali, calza i panni di Lydia come se avesse addosso un guanto e risulta così molto meno irritante del solito. Altro punto dolente, l'irreale momento "thriller" con tanto di messaggio dal passato che, se da un lato vuole testimoniare l'eccezionale intelligenza di Alice, dall'altro risulta anche troppo stiracchiato e non porta ad alcuna riflessione costruttiva sul disagio che una malattia come l'Alzheimer provoca non solo a chi ne è affetto ma anche a chi ha la sfortuna di essere sano e vedere la persona amata diventare un'estranea priva di ricordi, una tabula rasa che si "limita" a respirare e vivere l'attimo senza fare tesoro di alcuna esperienza. Sono convinta che un argomento simile meritasse un approccio più coraggioso e più lontano dal melodramma, qualcosa che portasse lo spettatore a porsi domande difficili e a mettere in discussione sé stesso e il suo rapporto con la famiglia e la società; realizzato così, mi spiace dire che Still Alice rischia di essere per molti spettatori (me compresa) soltanto un freddo esercizio di bravura attoriale.


Di Julianne Moore (Alice Howland), Alec Baldwin (John Howland) e Kristen Stewart (Lydia Howland) ho già parlato ai rispettivi link.

Richard Glatzer è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, affetto da SLA, ha diretto film che non avevo mai sentito nominare, come Fluffer e Quinceañera. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 63 anni.


Wash Westmoreland è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Fluffer e Quinceañera. Anche aiuto regista, sceneggiatore, produttore e attore, ha 48 anni.


Kate Bosworth (vero nome Catherine Anne Bosworth) interpreta Anna Howland-Jones. Americana, ha partecipato a film come Le regole dell'attrazione, Superman Returns e Comic Movie. Anche produttrice, ha 31 anni e cinque film in uscita.


Nonostante la Moore sia candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista pare che il ruolo di Alice fosse stato offerto prima a Michelle Pfeiffer, Julia Roberts Nicole Kidman, che hanno tutte rifiutato. Detto questo, se Still Alice vi fosse piaciuto recuperate La teoria del tutto. ENJOY!

mercoledì 3 dicembre 2014

The Departed - Il bene e il male (2006)

Per il debutto del Bollalmanacco su V-Radio (a proposito, per chi se lo fosse perso il podcast è QUI) mi è stato chiesto di parlare di The Departed - Il bene e il male (The Departed), diretto da Martin Scorsese nel 2006 e vincitore di quattro premi Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura non originale, Miglior Montaggio). E forse, vista la qualità dell'opera, è bene parlarne anche un po' qui!


Trama: Colin Sullivan è appena diventato agente di polizia e la sua carriera è in costante ascesa; purtroppo, il ragazzo è un poliziotto corrotto al soldo del boss Frank Costello. Anche Billy è un novellino ma a lui è toccato invece lo scomodo compito di infiltrarsi nella gang di Costello per riuscire ad assicurare il boss alla polizia. Quando le strade dei due si incroceranno la situazione precipiterà inevitabilmente...


Lo sapete perché non avevo visto The Departed quando era uscito al cinema? Molto probabilmente anche perché ero in Australia ma soprattutto perché Leonardo Di Caprio mi stava incredibilmente sulle scatole e non potevo accettare che il mio Martino si abbassasse a collaborare con quel mocciosetto imberbe. Poi sono arrivati Scorsese e Nicholson e mi hanno presa a schiaffi forti sulla faccia perché The Departed è il più bel film recente diretto dal regista, perfetto in ogni suo aspetto, dalla trama alla regia, dagli attori alla colonna sonora. Sì, anche se è stato Mark Wahlberg (quasi irriconoscibile!) l'unico a portare a casa una nomination, tutti gli attori sono favolosi, anche e soprattutto Di Caprio, che non sfigura affatto né durante i duetti con il mostro sacro Jack Nicholson né davanti ai suoi colleghi, pur essendo costretto ad interpretare il personaggio più difficile della pellicola. Dei due protagonisti, Billy è infatti quello che, per come è stato costruito, rischiava di venire banalizzato oppure troppo caricato; un ragazzo proveniente da un ambiente malavitoso che è riuscito ad allontanarsi dalle sue radici solo per essere brutalmente ricacciato nel sottobosco criminale e che, ogni giorno, perde la sua identità e la sua sanità mentale. Di Caprio riesce a rendere il suo Billy credibile ed umano, fragile e duro al tempo stesso, mentre Matt Damon da vita a uno degli esseri più abietti mai visti al cinema, un codardo profittatore talmente falso e miserabile da risultare patetico, un verme celato da un'apparenza di bellezza, professionalità e carisma che in realtà non è altro che un lacché facilmente malleabile dalle sataniche mani di Frank Costello. Ecco, ovviamente Jack Nicholson da il bianco con un personaggio totalmente imprevedibile, un vero e proprio agente del Caos in grado di spezzare gli equilibri con uno schioccare di dita; ogni volta che la "partita" a carte coperte tra Colin e Billy, il loro gioco del gatto e del topo, sembra arrivare da qualche parte e favorire l'uno o l'altro inconsapevole contendente, spunta Costello a rimescolare tutto e a schiacciare lo spettatore con un costante senso di ansia e di imminente, sanguinosa tragedia.


Scorsese da par suo dirige con la solita finezza, dando vita a sequenze indimenticabili che acquistano ulteriore profondità grazie al montaggio della fantastica Thelma Schoonmaker e che creano sì un'atmosfera tesa ma anche molto grottesca, quasi una prefigurazione di quello che sarebbe stato poi The Wolf of Wall Street; ad una scena drammatica ne segue subito un'altra quasi farsesca (la morte di uno dei personaggi principali colpisce allo stomaco proprio perché è inaspettata visto il "clima" goliardico del momento), senza soluzione di continuità. Lo spettatore assiste così ad un vero e proprio balletto dalle mosse finemente pianificate, un'emozionante e tesissima corsa che ci fa arrivare alla fine senza fiato, cadenzata dalla splendida colonna sonora di Howard Shore, uno stranissimo mix di melodie latine (il cui ritmo somiglia molto a quello di un tango) e chitarre "americane", tipiche dei film polizieschi, a cui ovviamente si aggiungono pezzi già conosciuti come la devastante I'm Shipping Out to Boston dei Dropkick Murphys che, non so voi, ma a me esalta sempre un sacco e soprattutto incarna perfettamente un certo spirito irlandese. Oltre alla perfezione "formale", la tensione e il ritmo sono quindi assicurati in ogni aspetto di The Departed e lo spettatore viene inevitabilmente catturato da quel mondo fatto di sangue, religione, criminalità ed ipocrisia che ha sempre affascinato Martin Scorsese e che rende i suoi film migliori dei capolavori unici nel loro genere, da vedere, ascoltare e vivere fino in fondo. E pazienza se stavolta la sceneggiatura non è originale ed è stata addirittura tratta dal film hongkonghese Internal Affairs, pazienza se ci allontaniamo dai miei adorati mafiosi italo-americani per addentrarci nei meandri della mala irlandese: il cuore nero e malato dell'America, il malcelato senso di colpa di vivere una vita al di fuori dei dettami cattolici e sociali, il desiderio di diventare altro da sé non hanno confini né limiti e Martin lo sa bene!


Del regista Martin Scorsese ho già parlato QUI. Di Leonardo Di Caprio (Billy), Matt Damon (Colin Sullivan), Jack Nicholson (Frank Costello), Mark Wahlberg (Dignam), Ray Winstone (Mr. French), Vera Farmiga (Madolyn), Alec Baldwin (Ellerby), Kevin Corrigan (Cugino Sean) e James Badge Dale (Barrigan) ho già parlato ai rispettivi link.

Martin Sheen (vero nome Ramon Antonio Gerard Estevez) interpreta Queenan. Americano, padre di Charlie Sheen ed Emilio Estevez, lo ricordo per film come Apocalypse Now, Gandhi, La zona morta, Fenomeni paranormali incontrollabili, Wall Street, Hot Shots! 2 e Prova a prendermi, inoltre ha partecipato a serie come Colombo, Due uomini e mezzo e doppiato episodi delle serie Capitan Planet e i Planeteers e I Simpson. Anche produttore e regista, ha 74 anni e quattro film in uscita.


Anthony Anderson interpreta Brown. Americano, ha partecipato a film come Io, me & Irene, Urban Legend: Final Cut, Scary Movie 3 - Una risata vi seppellirà, American Trip - Il primo viaggio non si scorda mai, Scary Movie 4, Scream 4 e a serie come Tutto in famiglia e The Bernie Mac Show; come doppiatore ha invece partecipato a film come Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 44 anni e un film in uscita.


Per partecipare a The Departed Leonardo Di Caprio ha rifiutato il ruolo di protagonista in The Good Shepherd - L'ombra del potere, subito sostituito da Matt Damon, mentre Robert De Niro ha rifiutato il ruolo di Queenan proprio per partecipare a quel film; Ray Liotta, invece, ha dovuto rinunciare al ruolo di Dignam per impegni pregressi e lo stesso è successo a Mel Gibson, scelto per il ruolo di Ellerby ma già impegnato sul set di Apocalypto. Brad Pitt invece, dopo aver rifiutato la parte di Colin Sullivan (e Tom Cruise avrebbe dovuto essere Billy), è diventato uno dei produttori della pellicola. Tra gli altri "rifiuti" c'è anche quello di RZA, per fortuna, contattato per la parte di Brown ma impegnato in altri progetti. Come ho detto nel post, inoltre, The Departed è praticamente il remake di Internal Affairs e dei suoi due seguiti, di cui contiene alcuni elementi. Se il film vi fosse piaciuto potreste provare a guardarli, altrimenti buttatevi fiduciosi su The Town, Heat - La sfida e Donnie Brasco. ENJOY!

martedì 10 dicembre 2013

Il BollOspite: Pescicane e Pescicagne

Dopo la piacevole esperienza con la brava Beatrix, il Bollalmanacco torna ad ospitare un blogger o, in questo caso, un gruppo di blogger che rispondono al nome collettivo di Dikotomiko. Il film scelto per cominciare questa collaborazione è l'ultima pellicola di Woody Allen, Blue Jasmine che, per una strana coincidenza, sarei dovuta andare a vedere proprio stasera. Purtroppo la Rivolta dei Forconi ha avuto la meglio e, poiché il film verrà probabilmente tolto dal multisala giovedì e ancora non è reperibile in rete, temo riuscirò a vedere Blue Jasmine tra un anno come minimo. Quindi, godetevi la recensione di Dikotomiko (che potete trovare anche QUI) e... ENJOY!!



Blue Jasmine
Woody Allen
2013

2001. Fallimento della Enron: decine di miliardi di dollari in fumo, dipendenti e azionisti in miseria, alti dirigenti che invece si erano parati il culo vendendo le loro quote prima del crac.

2008. Fallimento di Lehman Brothers: nei mercati azionari di tutto il mondo si incenerisce una quantità impressionante di miliardi di dollari,  tutte le economie legate in qualche maniera alla finanza moderna ne escono tramortite.

2012. Truffa dei mutui subprime: altri miliardi di dollari in fumo, milioni di cittadini statunitensi disoccupati, effetto domino sulle economie europee. Fioccano condanne severe e suicidi. Troppo pochi i suicidi, purtroppo.


I responsabili di questo sfacelo sono esattamente come ce li immaginiamo: squali dalla faccia pulita, truffatori e imbonitori con il sorriso sul volto e riserve di lingotti d'oro nascosti nel garage. Senza il minimo scrupolo, fedeli solo al Dio Profitto, passano le loro giornate al telefono, escogitando stratagemmi quotidiani per sfangarla, inventando società-scatole cinesi, aprendo conti a raffica nei paradisi fiscali, rovinando migliaia di risparmiatori e famiglie, per poi tornare la sera al loro focolare domestico, dove li aspetta una moglie devota e figli modello. Le mogli devote amano la loro vita sfarzosa e piena di impegni (lo yoga, la beneficenza, lo shopping) e non si fanno troppe domande sul lavoro dei loro adorabili maritini.

La moglie devota nel nuovo film di Woody Allen ha il volto di Cate Blanchett, mentre suo marito-squalo-delinquente ha il non-volto di Alec Baldwin, uno dei misteri più insondabili della storia del cinema, perchè Alec Baldwin non dovrebbe nemmeno esistere, anche quando è in primo piano è come se non ci fosse, anzi se scomparisse non se ne accorgerebbe nessuno.


E nel 2013 anche Woody Allen ammanta inconsapevolmente la propria figura di mistero: lo davamo per morto già da quasi dieci anni. Invece si muove, e dopo troppi film di una vergognosa inutilità, mette in scena una tragedia, sia pure con il suo tocco leggero e manieristico, ma comunque tragedia. La tragedia di una donna ridicola, incapace di vivere fuori dal mondo fatato che il suo viscido marito le aveva costruito attorno e nel quale lei si crogiolava, odiosa idiota meschina e orgogliosa.

Per quanto Allen la segua con sguardo compassionevole, Jasmine resta una persona spregevole, anche se ridotta a parlare da sola su una panchina. Odio di classe? Si, infatti sono i due proletari brutti sporchi e mai troppo cattivi, con le tasche vuote e i cuori colmi di amore e dignità, i personaggi con i  quali Dikotomiko empatizza immediatamente. E probabilmente la forza di questo film non è tanto la prova maiuscola della Blanchett, quanto piuttosto la lotta di classe, che attraverso le lenti di Woody si manifesta in football e birra vs. Xanax e Louis Vuitton.


Bravo Woody, lui però non odia e non gode. Ma noi si, la odiamo questa fragilissima signora per bene. E godiamo a vederla distruggersi, vorremmo vederla strisciare, implorare, tremare, con la giacca Chanel lercia e sbrindellata. Woody no. Ovviamente consapevole del chiaro sfondo classista della vicenda, si limita ad accavallare le gambe, seduto comodo, limitandosi al solito a riempire di troppe parole le bocche dei suoi personaggi.


Mi assale un timore improvviso, ora che mi rendo conto di aver apprezzato un film di Woody Allen: i prossimi passi saranno leggere Baricco e Carofiglio o votare per le primarie PD?

martedì 4 dicembre 2012

Le 5 leggende (2012)

Dopo una marea di meravigliosi trailer, domenica sera ho coronato i miei sogni di eterna bimba e sono andata a vedere Le 5 leggende (Rise of the Guardians) del regista Peter Ramsey, tratto dalla serie di romanzi The Guardians of Childhood, scritta da William Joyce.


Trama: quando il malvagio Pitch decide di scatenare le sue ombre sul mondo, i quattro guardiani "storici" (Babbo Natale, Sandman, la Fata dei dentini e il Coniglietto pasquale) si alleano con l'ultimo eletto, l'invisibile e tormentato Jack Frost, per proteggere tutti i bambini..


Le 5 leggende è un gioiello, poche storie. Non arriva ad essere un capolavoro solo perché la trama, per quanto poetica, universale ed interessante, segue schemi leggermente banali e già percorsi in sterminati anni di animazione per bambini, tuttavia è uno dei cartoni più belli che mi sia mai capitato di vedere su grande schermo. Il trailer prometteva immagini che erano pura magia e, per una volta, il film regala allo spettatore tutto quello che era lecito aspettarsi e anche di più; arricchito da un 3D nitido e luminoso come raramente si vede, Le 5 leggende mostra la sua perfezione tecnica sin dalle prime sequenze, quando Jack Frost sorge da un lago ghiacciato e si osserva la mano, talmente ben fatta e realistica che, sottopelle, si vedono persino le vene. Non ho assolutamente modo di descrivere la sensazione di meraviglia assoluta nel vedere un mondo di fantasia diventare praticamente reale davanti ai miei occhi, mirabili esempi sono gli incredibili colori del regno della Fata dentina e del Coniglietto pasquale oppure la consistenza delle terribili ombre evocate da Pitch, ma soprattutto non ho modo di descrivere il rapimento provato davanti agli splendidi sogni di sabbia dorata di Sandman, con la sala che sembrava diventare un tutt'uno con le immagini, come se lo schermo non esistesse più e il sonnacchioso e paffuto omino fosse entrato davvero nel nostro mondo a portare la magia dei sogni, dei desideri e della fantasia... oppure come se Jack Frost avesse preso tutti gli spettatori e li avesse portati a giocare sulla neve, a compiere incredibili evoluzioni su uno slittino, spinti dal freddo vento sul ghiaccio.


Ovviamente, se Le 5 leggende fosse "solo" perfezione tecnica ci sarebbe poco da dire, tuttavia la pellicola fa centro sia per quanto riguarda la caratterizzazione dei singoli personaggi, sia per la storia che racconta. Il Babbo Natale guerriero di origine russa, con due tamarrissimi tatuaggi sugli avambracci (ovviamente Good e Naughty), il Coniglio pasquale di origine maori, il dolcissimo Sandman, la frizzante Fata dentina con la sua schiera di piccole aiutanti simili a colibrì, il Jack Frost d'ispirazione manga (alcuni dei duelli ricordano quelli di Goku!!) e l'oscuro Pitch, personaggio terrificante e contemporaneamente pietoso e triste, sono figure difficili da dimenticare e perfette in ogni singolo dettaglio, coadiuvate da uno stuolo di deliziosi ed esilaranti personaggi minori, come gli yeti, gli elfi natalizi e i piccoli pargoli che arriveranno a ricoprire un ruolo importantissimo nella storia. Storia che, peraltro, è la quintessenza del racconto di formazione natalizio e una degna rievocazione di tutto quello che non dovremmo mai dimenticare dell'infanzia: il protagonista Jack Frost è tristemente inconsapevole del suo posto nel mondo, eppure è l'unico tra tutti i guardiani che ancora si rapporta direttamente con i bambini anche se loro non possono vederlo né sentirlo, mentre le altre quattro "leggende" lavorano come pazzi per portare gioia, meraviglia, speranza e ricordi eppure non sono in grado di compiere i più semplici gesti di conforto. Il rischio concreto di venire dimenticati e diventare simili a Jack Frost farà ovviamente crescere quest'ultimo, rendendolo consapevole dei suoi veri poteri e in grado di accettare il suo destino, e farà maturare anche i più famosi beniamini dell'infanzia, con un finale divertente e commovente come raramente capita di vedere.


La magia di Le 5 leggende continua anche nei titoli di coda, ovviamente. Lasciatevi catturare dalla splendida Still Dream, cantata dal soprano Renée Fleming, una canzone così simile a quella dei vecchi cartoni Disney da provocare più di una fitta di nostalgia con lacrimuccia annessa a noi "adulti", e divertitevi a scoprire cosa è successo dopo il commovente finale. Sinceramente, non mi vergogno a dire che sarei rimasta anche per il secondo spettacolo, quindi consiglio spassionatamente Le 5 leggende a tutti, genitori, bambini, ragazzi e nerd affetti da sindrome di Peter Pan come la sottoscritta... se c'è un film in grado di evocare lo spirito natalizio (o pasqualizio, sennò il coniglio si offende!) senza essere stucchevole e predisporci alle imminenti feste è proprio questo, quindi andatelo a vedere prima che lo tolgano dalle sale. Ah, un ultimo appuntino per i genitori o per chi si ritroverà ad accompagnare i bimbi al cinema: molto intelligentemente, i realizzatori fanno notare che da noi in Europa la Fata Dentina non esiste e che il suo posto è occupato dal Topolino dei denti, tuttavia nessuno da piccolina mi ha mai parlato di Jack Frost o del Sandman, personaggio che ho conosciuto attraverso una memorabile puntata di The Real Ghostbusters, quindi... documentatevi e preparatevi alle inevitabili domande dei piccini, perché la globalizzazione passa anche attraverso la leggenda di esseri che in Italia non hanno mai messo piede!


Di Alec Baldwin (doppiatore originale di Nord), Jude Law (doppiatore originale di Pitch) e Hugh Jackman (doppiatore originale del Coniglio) ho già parlato ai rispettivi link.

Peter Ramsey è il regista della pellicola. Probabilmente americano, ha diretto anche lo special televisivo Mostri contro alien: Zucche mutanti venute dallo spazio. E' anche animatore e doppiatore.


Chris Pine (vero nome Christopher Whitelaw Pine) è il doppiatore originale di Jack Frost. Americano, ha partecipato a film come Star Trek: Il futuro ha inizio e a serie come E.R. Medici in prima linea, CSI: Miami e Six Feet Under. Anche sceneggiatore e produttore, ha 32 anni e tre film in uscita.


Isla Fisher è la doppiatrice originale della Fata Dentina. Originaria dell'Oman, ha partecipato a film come Scooby - Doo, The Wedding Crashers e alla soap australiana Home and Away. Ha 36 anni e quattro film in uscita.


Tra gli altri attori coinvolti, segnalo Dakota Goyo, il doppiatore originale del piccolo Jamie, che è stato il figlio di Hugh Jackman in Real Steel. Infine, se Le 5 leggende vi fosse piaciuto, consiglio ovviamente la visione del capolavoro The Nightmare Before Christmas. ENJOY!!

sabato 21 gennaio 2012

Beetlejuice - Spiritello porcello (1988)

E’ arrivato finalmente il momento di scrivere una recensione su uno dei miei film preferiti in assoluto, l’esilarante, grottesco, fantasiosissimo Beetlejuice – Spiritello porcello (Beetlejuice), diretto nel 1988 da uno sfolgorante Tim Burton.


Trama: Adam e Barbara sono due sposini felici che, un brutto giorno, muoiono a causa di un incidente. Come fantasmi, tornano nella loro casa solo per vederla invasa dai Deetz, una famiglia di eccentrici yuppies con una figlia malinconica e darkettona, Lydia. Incapaci di scacciare gli “invasori” con le loro sole forze, Adam e Barbara sono costretti a chiedere l’aiuto di Beetlejuice, famigerato e strampalato bio-esorcista…


Beetlejuice è uno dei motivi per cui mi verrebbe voglia di picchiare Burton, ora come ora. Agli inizi della sua oscura, particolare, splendida carriera il buon Tim era all’apice della creatività, in grado di confezionare film assolutamente imprevedibili, popolati da personaggi indimenticabili e meravigliosi, oltre che di gettare i semi per quelle che sarebbero poi diventate le sue pellicole più popolari (fanatici di The Nightmare Before Christmas, ditemi voi se i vermi della sabbia non sono identici ad un paio di pupazzi costruiti da Jack e company, e se la cima della giostra che ad un certo punto compare in testa a Beetlejuice non è uguale alla faccetta dello stesso Jack!!). Adesso, e mi fa male dirlo, il regista ricicla spesso e volentieri sé stesso, come mostrano le foto dal set del nuovo Dark Shadows, dove Johnny Depp è un incrocio tra il Cappellaio Matto di Alice in Wonderland, il Willy Wonka de La fabbrica di cioccolato e il Joker di Batman. Asciugo una lacrima di frustrazione e vado avanti.


Cosa c’è di bello in questo Beetlejuice? Tutto. Tutto, tutto, tutto. E’ innanzitutto geniale l’idea di ribaltare il comune cliché horror della casa infestata, dove sono i morti che “disturbano” i vivi, e decidere di mostrarci un’ingenua coppia di fantasmi la cui non-vita viene messa sottosopra dall’arrivo dei chiassosi, antipatici viventi. E’ divertente vedere un aldilà anche troppo reale, fatto di sale d’attesa, uffici, noiosa burocrazia, libri che sembrano manuali d’istruzioni più che esoterici tomi su quel che ci aspetta dopo la morte. E’ fondamentale l’uso della stop – motion, a partire dai già citati vermi della sabbia per arrivare alle statue semoventi di Delia o al Beetlejuice serpente. E questo solo per cominciare, perché le due cose che rendono davvero unico questo film sono la bravura di Michael Keaton e la colonna sonora.


Keaton mette tutto sé stesso nell’interpretare l’essere assolutamente schifoso e divertente che è Beetlejuice. Sotto un trucco che lo rende letteralmente irriconoscibile (altro che Johnny Depp!!), nonostante il tempo in cui il personaggio compare nel film sia minore rispetto a quello concesso agli altri, l’attore regala ai posteri uno dei “mostri” più indimenticabili del cinema fantastico. Logorroico, laido, cialtrone, a tratti anche pericoloso, da il suo meglio nelle indimenticabili sequenze dell’esumazione all’interno del plastico (altro colpo di genio di sceneggiatori e registi) e durante il matrimonio forzato con Lydia, quando prima del fatidico sì riesce a rievocare in due secondi netti tutta la felice vita da single. E poi, si diceva, la colonna sonora. Oltre al preponderante, bellissimo score del solito Danny Elfman quello che è davvero importante in Beetlejuice è l’utilizzo delle canzoni di Harry Belafonte, del “calypso”. Oltre ad essere un genere decisamente inusuale da inserire all’interno di un horror, da vita ad una delle sequenze più belle della storia del cinema (senza esagerare, davvero!!), quella in cui gli “invasori” umani vengono posseduti durante la cena e cominciano a cantare e ballare al ritmo della Banana Boat Song, Day – O, prima di venire aggrediti dal cocktail di gamberi! Senza dimenticare il bellissimo finale scandito dall’altrettanto divertente e trascinante Jump in the Line, una delle mie canzoni preferite. Mi sembra strano che chi legge questo blog non abbia mai visto Beetlejuice, ma in caso ve lo consiglio caldamente, come avrete capito. Chi invece ha già avuto l’onore, lo riguardi, che non fa mai male!


Del regista Tim Burton, Michael Keaton (Beetlejuice), Winona Ryder (Lydia), Glenn Shadix (Otho) e Catherine O’Hara (Delia) ho già parlato nei rispettivi link.

Alec Baldwin (vero nome Alexander Rae Baldwin III) interpreta Adam. Uno dei più famosi attori americani e membro di una famiglia assai attiva in campo cinematografico (i fratelli sono Stephen, William e Daniel Baldwin, tutti attori), lo ricordo per film come Una vedova allegra… ma non troppo, Una donna in carriera, Talk Radio, Caccia a Ottobre Rosso, Bella, bionda.. e dice sempre sì, Il sospetto, Americani, L’uomo ombra, L’urlo dell’odio, Codice Mercury, I Tenenbaum, Il gatto… e il cappello matto, … e alla fine arriva Polly, The Aviator, Elisabethtown e Dick e Jane – Operazione furto. Ha inoltre doppiato Come cani e gatti, Spongebob il film, episodi delle serie Due fantagenitori, I Simpson, Spongebob Squarepants e partecipato a telefilm come Friends, Nip/Tuck, Will & Grace e 30 Rock. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 53 anni e cinque film in uscita, tra cui il Bop Decameron di Woody Allen.


Geena Davis (vero nome Virginia Elisabeth Davis) interpreta Barbara. Attrice famosissima negli anni ’80 e primi ’90, ex moglie dell’altrettanto famoso attore Jeff Goldblum, la ricordo per film come l’inquietante La mosca, il cult Le ragazze della terra sono facili, Thelma & Louise (che le è valso l’Oscar come migliore attrice protagonista), Ragazze vincenti e Stuart Little – Un topolino in gamba (con i suoi due seguiti), inoltre ha partecipato a serie come Supercar, Fantasilandia, Riptide, Casa Keaton e Will & Grace. Americana, anche produttrice e sceneggiatrice, ha 55 anni.


Jeffrey Jones interpreta Charles Deetz. Ottimo caratterista americano, lo ricordo per film come Amadeus, Howard … e il destino del mondo, Caccia a Ottobre Rosso, Ed Wood, L’avvocato del diavolo, il bellissimo L’insaziabile, Il mistero di Sleepy Hollow, Stuart Little – Un topolino in gamba e Heartbreakers – vizio di famiglia, inoltre ha partecipato a serie come Il tenente Kojak, Ai confini della realtà, Oltre i limiti. Ha 65 anni e un film in uscita.


Sylvia Sidney (vero nome Sofia Kosow) interpreta Juno. Attrice americana, famosissima negli anni ’30 e attiva comunque fino ai ’90, ha partecipato a film come La maledizione di Damien e Mars Attacks!, oltre a serie come Starsky & Hutch, Love Boat e Magnum P.I. E’ morta nel 1999 per un cancro alla gola (profetico Burton!!), all’età di 88 anni.


Robert Goulet interpreta Maxie. Caratterista americano che avrete visto almeno 1000 volte durante gli anni ‘80/’90, lo ricordo aver partecipato a Una pallottola spuntata 2 e ½: l’odore della paura e a serie come Love Boat, Fantasilandia, La signora in giallo, L’ispettore Tibbs. E’ morto nel 2007 per una fibrosi polmonare, all’età di 73 anni.


E ora un paio di curiosità. Originariamente, Beetlejuice doveva essere un horror tout court e il personaggio del titolo un demone alato che scendeva sulla terra in forma umana per uccidere i Deetz. Il ruolo di Lydia sarebbe stato molto ridimensionato, in quanto avrebbe dovuto essere la sorella di sei anni (personaggio assente dalla versione definitiva) quella in grado di vedere i fantasmi; inoltre, tra le sequenze previste ci sarebbe stata la trasformazione della piccola in un topo rabbioso e il tentativo di stupro da parte di Beetlejuice ai danni di Lydia. Francamente, preferisco il Beetlejuice che conosco! Ma rimaniamo in tema “quel che avrebbe potuto essere”. Tim Burton avrebbe voluto il suo idolo d’infanzia Sammy Davis Jr. nel ruolo di Beetlejuice, ma si è beccato il veto dagli studios; per quanto riguarda Catherine O’Hara, la sua scelta deriva dal fatto che Anjelica Huston in quel periodo aveva problemi di salute, mentre in lizza per il ruolo di Lydia c’erano nomi come Juliette Lewis (che ha fatto il provino ed è stata scartata), Sarah Jessica Parker, Brooke Shields e Jennifer Connelly (che hanno direttamente rifiutato la parte). Dal film è stata tratta nell’89 la serie animata Beetlejuice che, se non ricordo male, è arrivata anche in Italia. Più che cercare la serie in questione, però, se vi fosse piaciuto il film vi consiglio di recuperare tre capisaldi della commedia horror come La morte ti fa bella, Gremlins e La famiglia Addams. ENJOY!

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