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mercoledì 12 aprile 2023

Nati con la camicia (1983)

Siccome un po' di tempo fa mi è capitato di vedere in TV Porgi l'altra guancia, mi sono resa conto che non guardavo seriamente un film con Bud Spencer e Terence Hill dal almeno 20 anni e, dato che era disponibile su Netflix, ho deciso di riguardare Nati con la camicia, diretto da E.B. Clucher nel 1983.


Trama: un'ex galeotto e un ventriloquo vengono scambiati per due super spie e ingaggiati dalla CIA per sconfiggere un criminale che vorrebbe distruggere il mondo...


A 42 anni suonati, posso dire che i film di Bud Spencer e Terence Hill sono l'unica certezza che ho, granitica ed immutabile. Non importa se sono passati decenni da quando, bambina, mi sbellicavo dalle risate in braccio a mio padre guardandoli, mi fanno sempre lo stesso effetto e sono una piccola scintilla di gioia in grado di ravvivare anche le giornate più buie. Nati con la camicia, di cui pure ricordavo poche sequenze e battute rispetto agli altri film del duo, non fa eccezione. La trama si sviluppa dal più classico e "budspencereterencehilliano" dei pretesti, ovvero quando due scappati di casa (Bud ex galeotto appena uscito di prigione e Terence vagabondo ventriloquo) vengono scambiati prima per dei ladri ricercati da tempo e poi, proprio per scappare da queste accuse infamanti, vengono presi per due infallibili super spie e trascinati di peso nelle trame della CIA, costretti a smascherare e sconfiggere un supervillain dal sapore Bondiano. E Bondiana è, per l'appunto, tutta la struttura parodica che regge il film. Una volta accettato di fare buon viso a cattivo gioco per amore di un milione di dollari, Bud e Terence vengono dotati di tutta una serie di accessori di lusso indispensabili per il mondo delle spie, di una macchina talmente accessoriata (nonché tamarrissima) da fare invidia all'Ispettore Gadget, e costretti ad affrontare vari scagnozzi dall'aspetto e dall'accento esotici, oltre a ritrovarsi bloccati in ambienti fantascientifici che, a un certo punto, fanno virare il film verso la direzione del nonsense più totale. Non che questo sia un difetto, beninteso. Anzi, Nati con la camicia sembra proprio voler puntare all'esagerazione crescente, quasi a voler sottolineare come la vita dei due poveri buzzurri Doug e Rosco, fatta di espedienti e scazzottate, sia normalissima e spartana in confronto al mondo "altro" delle superspie Steinberg e Mason (che, per inciso, non vengono mai mostrati); nonostante ciò, questo mondo bizzarro e "superiore" viene spesso messo in ridicolo dal semplice buonsenso dei nostri, ai quali bastano un po' di astuzia e faccia tosta per smascherare la cortina di fumo che cela funzionari pasticcioni (la gag del "Potreste non scriverlo nel rapporto?" è esilarante) e cattivoni da operetta, costretti a soccombere davanti al cervello e, soprattutto, ai pugni dei due agenti per caso.


A proposito di pugni, sapete benissimo che io ADORO le scazzottate di Bud Spencer e Terence Hill, è una passione che ho fin da piccola e che già all'epoca mi portava a non aspettare altro che quelle. Quindi è con un po' di delusione che mi tocca sottolineare come Nati con la camicia non sia particolarmente zeppo di pestaggi, anzi, passa anche troppo tempo tra una scazzottata e l'altra. Certo, il film in questione conta una delle scene più iconiche tra quelle aventi Bud Spencer come protagonista, ovvero quella in cui con un "guarda là" e un perfetto gesto dell'ombrello fa fesso il quartetto di "cinesi" mandati ad ucciderlo, ma giustamente Clucher aveva probabilmente per le mani il budget delle grandi occasioni e ha preferito puntare su inseguimenti in auto, lussuosi hotel, panoramiche di Miami e grandi navi da crociera, oltre a un paio di terrificanti capi d'abbigliamento da far indossare ai due protagonisti. A proposito di abbigliamento, il film è del1983 e un paio di cose a cui, ovviamente, non avevo fatto caso da bambina mi hanno letteralmente agghiacciata. Bud Spencer per metà film porta un berretto in testa con su scritto "Kiss me, I'm black" (tradotto in uno dei dialoghi come "Baciatemi, sono ne*ro") e l'intera sequenza in cui, con l'ausilio di un filtro d'amore, l'integerrima segretaria del capo della CIA viene ridotta a una cutrettola sognante dopo essere stata presa in giro dagli uomini in quanto "quella non sa nemmeno cos'è il sesso", vista al giorno d'oggi raggiunge livelli di cringe altissimo. Per fortuna, l'enorme simpatia di Bud e Terence e la loro enorme alchimia compensano ampiamente, e lo stesso vale per la gradevolissima colonna sonora di Franco Micalizzi, che acquista punti in più in quanto autore anche della sigla di Lupin III cantata da Castellina Pasi. Vedete quanto è piccolo il mondo delle cose belle bellissime e quanto fa bene, ogni tanto, ricordarci della loro esistenza?


Di Bud Spencer, che interpreta Doug O'Riordan/Mason, ho già parlato QUI mentre David Huddleston, che interpreta Tigre, lo trovate QUA.

E.B. Clucher (vero nome Enzo Barboni) è il regista della pellicola. Nato a Roma, ha diretto film come Lo chiamavano Trinità..., Continuavano a chiamarlo Trinità, Anche gli angeli mangiano fagioli, I due superpiedi quasi piatti, Non c'è due senza quattro e Renegade, un osso troppo duro. Anche direttore della fotografia e sceneggiatore, è morto all'età di 79 anni.


Terence Hill
(vero nome Mario Girotti) interpreta Rosco Frazer / Steinberg. Nato a Venezia, lo ricordo per film come Il gattopardo, Dio perdona, io no!, I quattro dell'Ave Maria, Lo chiamavano Trinità..., Continuavano a chiamarlo Trinità, ... Più forte ragazzi!, ... Altrimenti ci arrabbiamo!, Porgi l'altra guancia, I due superpiedi quasi piatti, Pari e dispari, Io sto con gli ippopotami, Poliziotto superpiù, Chi trova un amico trova un tesoro, Don Camillo, Non c'è due senza quattro, Miami Supercops, Renegade, un osso troppo duro, Lucky Luke e Botte di Natale, inoltre ha partecipato a serie quali Lucky Luke, Un passo dal cielo e Don Matteo. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 84 anni. 


Se Nati con la camicia vi fosse piaciuto, avete da sbizzarrirvi con la filmografia di Bud Spencer e Terence Hill, ovviamente! ENJOY!

venerdì 25 maggio 2018

Ermanno Olmi Day: Cantando dietro i paraventi (2003)

Siccome il 7 maggio è venuto a mancare un regista e sceneggiatore assai famoso e amato come Ermanno Olmi, la combriccola di blogger capitanata stavolta da Kris di Solaris ha deciso di rendergli omaggio. Io, dall'alto di un'ignoranza Crassa e dal desiderio di NON riguardare mai più nella vita L'albero degli zoccoli, ho scelto di parlare di Cantando dietro i paraventi, scritto e diretto da Ermanno Olmi nel 2003.


Trama: un ragazzo occidentale entra per sbaglio in un bordello cinese che funge anche da teatro e lì assiste alla rappresentazione delle avventure di un'affascinante piratessa vedova.



Di Ermanno Olmi, è inutile nasconderlo, non so praticamente nulla. Traumatizzata dalla visione adolescenziale de L'albero degli zoccoli, ho scelto consapevolmente di evitare i film dell'Autore finché non è arrivato l'amico Toto che con un On Demand mi aveva chiesto di guardare Il segreto del bosco vecchio, uno dei film a cui è più affezionato. La pellicola in questione non mi era dispiaciuta, l'avevo trovata molto poetica benché fiaccata da attori non in formissima e una messa in scena quasi televisiva, tuttavia non mi aveva fatta urlare al miracolo; lo stesso vale per Cantando dietro i paraventi, pur avendolo preferito al film col compianto Paolo Villaggio. In questo caso, infatti, le scelte di scenografia e regia le ho trovate molto curate e raffinate, o forse basta che qualcuno mi regali atmosfere orientaleggianti e io sono felice. Scherzi a parte, il fascino di Cantando dietro i paraventi sta nel suo essere leggenda orale che si fa dapprima teatro e poi cinema. La storia della Vedova Ching (personaggio realmente esistito, pare), affascinante piratessa, nasce come racconto che viene tramandato sul palcoscenico legnoso e vetusto di un bordello cinese, dove un ragazzo occidentale arriva per sbaglio e dove, tra uno spettacolo erotico e l'altro, c'è spazio per un vecchio attore che legge dalle pagine di un libro, coreografie con la spada, processi comici e battaglie navali ricostruite attraverso trucchi artigianali; ai nostri occhi viene consentito di sbirciare nell'immaginazione di un ragazzo catturato dalla magia di quel luogo sconosciuto, e ciò che lui visualizza nella mente diventa il film vero e proprio, una storia dolce e malinconica dove l'avventura è subordinata alle leggi di uomini avidi e corrotti, dove la magia risiede nella luce pallida della luna piuttosto che nella magnificenza di un astro divino incarnato dall'imperatore. A onor del vero, di scorribande non ne vediamo molte, salvo quella iniziale. Piuttosto, Olmi preferisce mostrare il "teatro" della politica, dei burattinai che nei loro luoghi di potere costringono il popolo a subire le angherie dei pirati e questi ultimi a vivere come criminali in un gioco senza fine, oppure si concentra sulla malinconica esistenza della vedova Ching, costretta dalla sete di vendetta ad una vita da reietta e a bramare l'amore e la famiglia, mentre i suoi sottoposti cercano di trarre il meglio dalla loro misera esistenza, ovviamente con le loro sole forze perché "se Dio ascoltasse le preghiere dei cani farebbe piovere ossa".


Cantando dietro i paraventi è quindi una storia di testardaggine e perdono, con un cuore profondamente pacifista (si veda la splendida sequenza nel pre-finale, quella degli aquiloni), arricchita da una cornice esotica che la rende più particolare e, forse, maggiormente appetibile per il pubblico. D'altronde, l'inizio del millennio era un periodo in cui il fascino dell'Oriente si era prepotentemente imposto sulla scena cinematografica internazionale, quindi probabilmente era il momento migliore per proporre nelle sale italiane un film simile, quasi interamente popolato da attori asiatici e accompagnato da melodie tradizionali cinesi. A spingere il pubblico nelle sale ci avrà pensato quasi sicuramente anche Bud Spencer, impegnato in uno dei ruoli più particolari della sua carriera e, se non rammento male, anche uno dei pochi in cui recita non doppiato (qui sfoggia inoltre un inedito accento spagnolo, forse perché anche Jorge Louis Borges ha scritto un racconto basato sulla storia vera della piratessa Ching); il suo ruolo è quello del Vecchio Capitano di origini spagnole, un po' narratore per il pubblico e un po' "guida" della Vedova Ching grazie alla sua esperienza di vecchio lupo di mare, un ruolo da mentore che calza alla perfezione al sembiante barbuto di un gigante buono ormai anziano come l'adorabile Bud Spencer. La presenza del vecchio Bud è stata anche per me uno dei punti di forza di Cantando dietro i paraventi, un film che ne ha parecchi benché magari non sia una di quelle pellicole capaci di catturare immediatamente il pubblico. La narrazione lenta, l'abbondanza di momenti riflessivi, il continuo passare dall'ambientazione teatrale a quella "reale" (talvolta senza molta soluzione di continuità), la protagonista che non rispecchia il canone di piratessa badass a cui potrebbe essere abituato il pubblico odierno, tutti questi elementi rischiano di scoraggiare eventuali spettatori ma la realtà è che Cantando dietro i paraventi è un fulgido esempio di come il cinema italiano non sia fatto solo di commedie pecorecce o mattoni insostenibili, ma anche di fantasia, poesia e sperimentazione capaci di superare inevitabili limiti di budget.

Come scritto nel post, Ermanno Olmi ha già fatto capolino sul Bollalmanacco con Il segreto del bosco vecchio...


Mentre a queste coordinate potete leggere come i miei colleghi hanno deciso di celebrare il famoso regista!

SOLARIS: CENTOCHIODI 
IN CENTRAL PERK: IL POSTO 
NON C'E' PARAGONE: IL SEGRETO DEL BOSCO VECCHIO 
LA FABBRICA DEI SOGNI: TORNERANNO I PRATI

venerdì 22 luglio 2016

Bud Spencer Day: Non c'è due senza quattro (1984)


Il 27 giugno è venuto a mancare lo zione buono di tutti noi bimbi cresciuti negli anni '80, l'immenso Carlo Pedersoli alias Bud Spencer. Per ricordarlo, noi blogger uniti abbiamo deciso di scrollarci di dosso l'apatia estiva e salutare con un doveroso sorriso l'attore che ci ha regalato tanto divertimento. Per contribuire all'omaggio ho scelto Non c'è due senza quattro, diretto dal regista E.B. Clucher nel 1984. ENJOY!


Trama: Eliot Vance e Greg Wonder sono due scapestrati che, un giorno, vengono ingaggiati per sostituirsi a due ricconi brasiliani dei quali sono le copie sputate, onde evitare che questi ultimi vengano fatti fuori da un misterioso individuo...



Come ho detto su e come, giustamente, ha fatto anche il Dottor Manhattan in questo bellissimo post, voglio ricordare Bud Spencer col sorriso e con profonda gratitudine, magari giusto una punta di nostalgia. Quest'ultima sensazione si concretizza soprattutto nell'immagine di me bambina seduta sulle ginocchia di mio padre, che allora puzzava di fumo da far cadere (poi ha smesso quando ho compiuto 8 anni, per fortuna!), pronto ad insegnarmi a giocare a scala 40 oppure a ridere come un pazzo davanti all'ennesimo sganassone ben dato dal possente Bud al malcapitato di turno. E io, ovviamente, a ridere con lui ad ogni "SCIAFF!!" emesso da quelle manone che impattavano sulla nuca o la faccia di quei buffi scagnozzi da operetta mentre il lato più femminile della sottoscritta ammiccava con un "ah però!" davanti all'agilità di Terence Hill e i suoi occhioni blu non ancora Don Babbeizzati. Ma con tutti i film della "strana coppia" che ho visto in braccio a mio padre, perché ho scelto proprio Non c'è due senza quattro per ricordare Bud? Beh, forse perché è proprio in questo film che andrebbe ricercata l'origine della mia insana passione per i cosiddetti what if?, gli universi alternativi in cui non solo gli eventi prendono una piega diversa rispetto alla realtà conosciuta ma, soprattutto, in cui i personaggi cambiano indole e comportamento (la mia saga Marvel preferita è, ancora oggi, L'era di Apocalisse, non sto neanche a dirvi quanto abbia amato la Willow vampira malvagia di Buffy The Vampire Slayer e qui chiudo la parentesi nerd). Immaginatevi la meraviglia di una bimba: DUE Bud Spencer, DUE Terence Hill, tutti nella stessa scena e, per di più, una delle due coppie che agisce in modo diametralmente opposto rispetto al dinamico duo tutto sganassoni e allegria. Praticamente, Natale in anticipo! Antonio e Bastiano, questi i nomi dei doppioni aristocratici, sono infatti due meravigliosi "bulicci" (Antonio più di Bastiano, che perlomeno ha una relazione platonica con una fanciulla), pavidi e codardi come pochi, terrorizzati persino dalla loro ombra e assolutamente disgustati dai "soliti" personaggi di Bud Spencer e Terence Hill i quali, per contro, sono dei grezzoni dal linguaggio a dir poco colorito che fortunatamente riusciranno non solo a salvare capra e cavoli, guadagnando un cospicuo gruzzolone da scoppiarsi in fagioli e riso, ma anche a portare una ventata di allegria tra la servitù dei due nobiluomini.


Tra una scazzottata e un'esibizione di estrema figaggine, il clou di Non c'è due senza quattro (o, perlomeno, la scena che aspettavo fin da bambina) è lo showdown finale con i mercenari dagli altisonanti nomi di Cobra, Apocalisse, Pitone e quant'altro, all'interno del quale le due coppie si scambiano con risultati esilaranti quali le corsette "pazze" di Bastiano e Antonio, gli inaspettati colpi incassati da Spencer e Hill nei panni dei due gentiluomini e, ovviamente, il riscatto di Eliot e Greg a son di schiaffoni, con tanto di favolosa invettiva del cattivo di turno rivolta ad uno scoglionatissimo Bud, capace di sciorinare le espressioni annoiate migliori di sempre (a tal proposito, indimenticabile anche il "E a te che te ne frega?" rivolto da Bud Spencer allo psichiatra, ma lì è da ringraziare lo storico doppiatore Glauco Onorato, al quale devo altrettanto rispetto e massima stima). Riguardandolo con occhio adulto, Non c'è due senza quattro risulta più "audace" rispetto ad altri film della coppia per la quantità di parolacce utilizzate, per le vaghe caratterizzazioni omosessuali di un paio di personaggi e per la quantità di carne al vento presente (d'altronde, siamo in Brasile e pare che lì persino i chiuli parlino), apprezzata in particolar modo proprio dal festeggiato di oggi. Alle musiche mancano gli Oliver Onions, ahimé, tuttavia l'atmosfera brazileira è resa benissimo da brani a tema quali Samba é alegria e dalla Mississippi Blues suonata da Bud Spencer che, a quanto pare, nonostante nel film si esibisca in una performance quantomeno "finta", il sassofono lo sapeva suonare davvero e anche il pianoforte: indubbiamente, a vederlo ballare a ritmo di musica guidando uno stuolo di camerieri indiavolati, assieme alla risata è arrivata l'inevitabile lacrima e anche il pensiero di come il buon Carlo Pedersoli avesse non due, neppure quattro, ma ben mille facce tutte da scoprire. Alcune di esse potete scorgerle nei post dei colleghi blogger, per le altre lascio a voi l'onore, d'altronde si sa che Chi trova un Bud Spencer trova un tesoro!


Bud Spencer è già comparso sul Bollalmanacco nei panni di Diomede, detto Dio, in Quattro mosche di velluto grigio!


Ecco la rassegna completa per il Bud Spencer Day:

WhiteRussian - Bomber
Combinazione Casuale - Lo chiamavano Buldozer
Non c'è paragone - Pari e dispari + Altrimenti ci arrabbiamo
Cuore di celluloide - Lo chiamavano Trinità 
Director's Cult - Io sto con gli ippopotami
GiocoMagazzino - Il soldato di ventura
In Central Perk - Cantando dietro i paraventi
Solaris - I due superpiedi quasi piatti

Aggiungo anche ai link quelli da leggere assolutamente di:

Aislinn
I 400 calci



martedì 28 giugno 2016

Bud Spencer (1929 - 2016)


Il 2016 si porta via un altro pezzo di vita mia, dei miei coetanei, di tutta Italia.
Possano i miei figli e i miei nipoti vivere l'infanzia assieme ai tuoi film, com'è successo a me.
Intanto, faccio partire il coro dei pompieri e che la terra ti sia lieve, gigante buono.

mercoledì 25 agosto 2010

4 mosche di velluto grigio (1971)

Inutile. Per quanto mi sforzi, così come lo splatter anche il genere giallo non mi intriga come dovrebbe (solo Sette note in nero di Fulci pare fare eccezione). Qualche giorno fa ho guardato 4 mosche di velluto grigio, girato nel 1971 dal nostrano Dario Argento, e nonostante lo sbattimento per procurarmene una versione a dir poco maffa non ritengo che il film in sé abbia meritato lo sforzo, anche se qualche piccola perla l’ha regalata. Vediamo un po’.

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Trama: il musicista Roberto, accortosi di un tizio che lo pedina con parecchia insistenza, lo affronta e per sbaglio lo uccide. Potrebbe scappare e fare finta di nulla, se non fosse che un tizio con una maschera in volto ha visto tutto e lo ha persino fotografato ma, invece di andare dalla polizia e denunciarlo, preferisce minacciarlo e rendergli in generale la vita un inferno…

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Che dire. Si muovono in me sentimenti contrastanti. Facciamo qualche piccola precisazione: come giallo in sé 4 mosche di velluto grigio è un po’ una belinata, non tanto per la questione legata all’identità del colpevole (non ho capito fino all’ultimo chi fosse, in effetti, di questo ne rendo atto agli sceneggiatori) e neppure per la trama che comunque è abbastanza articolata e complicatussa, quanto per le motivazioni che spingono il colpevole e il modo in cui lo stesso viene riconosciuto nel finale. Non vi anticipo nulla ma ha a che fare con il titolo che fino a quel momento rimane davvero un’incognita. Detto questo, bisogna dire che nel film sono presenti elementi trash e divertenti a profusione, e qualche inquietante zampata tipicamente argentiana che lo vivacizzano un po’.

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Sul versante “thriller – horror” è sempre apprezzabile l’idea di inserire nel contesto un killer con una maschera da bambola, asettico ed inquietante quanto basta. Al solito, Argento riesce a mettere angoscia con quelle sue maledette e lunghissime inquadrature di finestre che danno sul buio esterno, da dove sembra sempre debba sbucare qualcosa o qualcuno (come in Suspiria), ed aggiunge un altro paio di belle scene. La prima è il sogno ricorrente del protagonista, ambientato in un paese asiatico non meglio definito, nel quale lui si vede nei panni di un boia che prima stiletta il condannato a morte alla base del collo per irrigidirlo, quindi lo decapita con una sciabolata decisa. Sogno ricorrente sprofondato in un bianco abbacinante, che per due o tre volte si blocca prima del taglio mentre alla fine la scena viene mostrata nella sua interezza, profezia di quello che accadrà all’assassino. La seconda è la morte reale dell’assassino in questione, che si schianta contro un camion, scena decisamente ad effetto che ci viene mostrata al ralenti e con diverse inquadrature, quasi il regista volesse prolungare l’agonia del killer. Il tutto senza quasi mostrare una goccia di sangue: il film si basa molto sull’attesa e sulla tensione del “non vedere”, anche se ci sono alcune scene di morti violente. Un’altra sequenza che ho molto apprezzato è quella dove il parco, affollato di gente, si svuota all’improvviso come per magia, lasciando la cameriera sola, perplessa e in balia dell’assassino.

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Tuttavia, secondo me, quello che rende particolare il film è l’abbondanza di momenti comici e trash, per i quali dobbiamo ringraziare personaggi come Dio, il Professore e l’ispettore gay, nonché dei dialoghi francamente imbarazzanti. Forse il monologo più inverosimile è quello finale dell’assassino, che spiega i motivi della sua follia e che ad essere sinceri fa cadere le palle con un sonoro tonfo, ma anche il resto non scherza. Diomede, detto Dio (interpretato da Bud Spencer), viene introdotto con un inequivocabile coro di Alleluia e possiede un pappagallo di nome Affanculo. Ora, già questo di per sé è trash a livelli improponibili, ma Argento getta benzina sul fuoco mettendo in bocca a Dio una frase come “io e lui (il Pappagallo, n.d.B.) non potremmo mai entrare in società assieme. Te lo immagini?” e subito dopo rincara la dose spiegando l’origine del soprannome del Professore: si chiama così perché “non scoreggia mai in pubblico”. Della serie, basta poco, che ce vò? E questa è solo la punta dell’iceberg, perché ci sono postini mazzuolati per motivi futili, amici che raccontano versioni porno della storia di Frankenstein con il mostro iperdotato e pure omosessuale, cugine baldracche, potenziali soccorritori con l’intelligenza di criceti, investigatori che si bullano di non aver risolto nemmeno un caso ergo questa sarebbe la volta buona in base alla teoria delle probabilità e chi più ne ha più ne metta. Detto questo, credo questo film non deluderà gli amanti irriducibili di Argento e del giallo in generale. Personalmente ho visto di peggio ma non mi sono appassionata abbastanza. Comunque, un’occhiata la consiglio, anche perché è vero che Argento lì doveva ancora farsi un po’ le ossa ma sicuramente rispetto ai suoi ultimi lavori 4 mosche di velluto grigio è un capolavoro!

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 Di Dario Argento ho già parlato qui. Al momento pare stia preparando la sceneggiatura del remake di Profondo Rosso. Si vocifera la presenza di Romero come regista, ma il progetto è ancora molto incerto. E per fortuna, direi io.

Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli, interpreta Diomede, detto Dio. Alzi la mano chi non conosce il grande Bud e poi vada immantinente a vergognarsi di esistere, visto che questo attore ha cresciuto e continuerà, si spera, a crescere generazioni di italiani ed estimatori stranieri con i film girati assieme all’inseparabile Terence Hill. Tra le sue pellicole ricordo Dio perdona… io no!, I quattro dell’Ave Maria, Lo chiamavano Trinità, … continuavano a chiamarlo Trinità, Si può fare… Amigo, Più forte ragazzi!, Anche gli angeli mangiano fagioli, Piedone lo sbirro, … Altrimenti ci arrabbiamo, Porgi l’altra guancia, Piedone a Hong Kong, Charleston, I due superpiedi quasi piatti, Piedone l’africano, Lo chiamavano Buldozzer, Pari e dispari, Uno sceriffo extraterreste – poco extra e molto terrestre, Io sto con gli ippopotami, Piedone d’Egitto, Chissà perché.. capitano tutte a me, Chi trova un amico trova un tesoro, Cane e gatto, Banana Joe, Bomber, Nati con la camicia, Non c’è due senza quattro, Miami Supercops, Superfantagenio, il tristissimo (in senso negativo) Botte di Natale, Fuochi d’artificio e le serie tv Detective Extralarge, Big Man e l’ultimissima fatica I delitti del cuoco. Ha 81 anni e un film in uscita, Mafia. Farewell to the Godfather che conta interpreti del calibro di Michael Madsen, Franco Nero, John Rhys – Davies e (ohibò!) Lou Ferrigno. Attendo con fiducia, che dire!

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Oreste Lionello interpreta Il Professore. Altra colonna portante del cinema, del teatro e della tv italiani, voce storica di Woody Allen e in generale doppiatore sopraffino, lo ricordo per film come Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi, Totòtruffa ’62, La signora gioca bene a scopa?; come doppiatore, ha prestato la voce per il particolarissimo cartone animato VIP, mio fratello superuomo e nelle serie Le avventure di Barbapapà e Inuyasha. E’ morto l’anno scorso, all’età di 82 anni.

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Michael Brandon interpreta il protagonista, Roberto. Newyorchese, ha recitato in parecchi telefilm, tra cui La Signora in giallo, La tata, Ally McBeal, Jag, Doctor Who e Bones. Inoltre pare sia la voce narrante delle avventure de Il trenino Thomas. Ha 65 anni e un film in uscita.

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Tra gli altri attori figurano Mimsy Farmer, già presente nel Black Cat di Fulci, nel ruolo della moglie del protagonista, mentre l’investigatore gay è interpretato da Jean – Pierre Marielle, che ha partecipato al recente Il Codice Da Vinci con il ruolo di Jaques Saunière. La cosa assurda è che persino due pezzi da 90 della musica internazionale come Ringo Starr e James Taylor erano stati pensati come interpreti del personaggio principale, mentre alla colonna sonora (composta da un Moricone stranamente sottotono…) dovevano mettere mano nientemeno che i Deep Purple. Torna coi piedi per terra, Dario!! Se il film vi è piaciuto vi consiglio, ovviamente, di vedere Profondo Rosso e poi, siccome 4 mosche di velluto grigio fa pare di un’ideale “trilogia degli animali”, vi direi di vedere anche L’uccello dalle piume di cristallo e Il gatto a nove code, anche se non so dirvi come siano, purtroppo. Rimedierò, un giorno (forse). E ora vi lascio all'inquietantissimo trailer del film... ENJOY!!




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