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venerdì 8 giugno 2018

2001: Odissea nello spazio (1968)

Martedì sera sono andata al cinema di Savona in occasione del restauro e della riedizione di 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey), diretto nel 1968 da Stanley Kubrick e sceneggiato dal regista assieme allo scrittore Arthur C. Clarke, che ne ha fatto uscire un romanzo uscito praticamente in contemporanea col film. Segue post da Non Competente Amante del Cinema.


Trama: una spedizione di astronauti trova sulla Luna un misterioso monolite nero. Mesi dopo, un'altra spedizione viene inviata su Giove per svelarne i segreti...



E' arrivato il momento di ammettere anche sulle pagine di questo blog un fatto assai scandaloso: non avevo MAI visto 2001: Odissea nello spazio prima di martedì. Un po' perché ai tempi delle superiori chi lo aveva visto a scuola ne era rimasto annichilito, e non in senso buono, un po' perché nello stesso periodo mi era capitato di vedere l'intera sequenza di apertura, L'alba dell'uomo, in TV e di aver cambiato canale pensando "Ussignur, che strazio...", un po' perché comunque dura quasi tre ore e non sono mai riuscita a fare lo sforzo di volontà, sta di fatto che alla veneranda età di 37 anni ho preso la macchina e sono andata a Savona, mi sono infilata in una sala di sole 20 persone e, agitata come poche volte al cinema, mi sono accinta alla visione. Come faccio spesso per capolavori universalmente apprezzati, incensati, sviscerati e criticati, non starò a scrivere un post dove tenterò di spiegare la poetica Kubrickiana o il significato dell'intera opera (anche perché ovviamente ci ho capito ben poco), ma mi limiterò a parlare delle sensazioni provate guardando 2001: Odissea nello spazio. Tra le quali elencherò anche il sonno, siete avvertiti, perché sono una persona ORRIBILE. Dunque, la prima cosa che mi ha colpita di 2001: Odissea nello spazio è la freschezza incredibile degli effetti speciali (non a caso celebrati con un Oscar), che non hanno nulla da invidiare a quelli odierni e talvolta li surclassano brutalmente, alla faccia della computer graphic. Le astronavi, sia all'interno che all'esterno, sembrano vere, gli ambienti rotanti sono geniali e suggestivi, le sequenze che mostrano i pianeti dall'alto, per non parlare di quella che precede il passaggio nel wormhole, esempio di perfetta simmetria, sono mozzafiato ed esaltano per la loro bellezza insuperata. Finalmente ho capito perché 2001: Odissea nello spazio è un film praticamente senza dialoghi, visto che le immagini riescono a parlare da sole e ad ipnotizzare lo spettatore, guidandolo attraverso una miriade di sensazioni diverse e portandolo ad empatizzare con personaggi e creature che più diverse tra loro non si potrebbe. Non è scontato, infatti, seguire con partecipazione le vicende degli uomini primitivi all'inizio, arrivando a provare la loro stessa terrorizzata fascinazione per l'inquietantissimo monolite nero che giunge a sconvolgere il loro mondo per poi testimoniare con rassegnata tristezza la comparsa della prima arma usata consapevolmente per uccidere i propri simili... né è scontato provare sentimenti contrastanti per un robot.


In 37 anni non ho vissuto sotto una campana di vetro e, tra citazioni, omaggi (a proposito, non odiatemi se per buona parte del film ho pensato a Homer che mangia ciambelle a gravità zero sulle note di Strauss), letture e quant'altro mi si è ghiacciato subito il sangue nelle vene davanti all'occhio rosso di Hal-9000, insidioso ed apparentemente onnisciente, oppure ascoltando la sua voce suadente e innaturalmente calma, perfetta anche nel doppiaggio italiano. Per questo, il respiro concitato dei due astronauti nella seconda parte del film, persi nel silenzio dello spazio siderale, ha rischiato di bloccare il mio nel petto nemmeno stessi guardando un horror. Ho odiato Hal-9000, come Dave ne ho avuto paura, eppure, come a lui, anche a me si è stretto un po' il cuore quando ho visto spegnersi a poco a poco una creatura così complessa e in qualche modo umana, con quelle implorazioni sempre più tristi e quel girogirotondo sempre più lento, nemmeno Dave stesse sopprimendo un suo simile. Poi, ovviamente, sensazioni "semplici" come queste e la consapevolezza di avere davanti delle immagini splendide, frutto di genio registico puro e di un perfezionismo ineguagliato, sono tutto ciò che la mia mente caprina ha potuto ricavare dalla visione di 2001: Odissea nello spazio, ché ovviamente non ci ho capito una mazza. Le parole di Arthur C. Clarke mi confortano, tuttavia, perché un giorno lo scrittore ha detto " If you understand '2001' completely, we failed. We wanted to raise far more questions than we answered". Tranquillo, Arthur, con me non hai fallito. Quel finale psichedelico io l'ho vissuto come una rinascita di Dave, evolutosi fino a raggiungere una natura "aliena" e diventare una sorta di silenzioso guardiano della Terra, fuori dallo spazio e del tempo, ma non avendo letto il romanzo di Clarke né i suoi seguiti potrei sbagliare in pieno e aggiungo anche un po' chissenefrega visto che 2001: Odissea nello spazio non è nato per essere compreso in toto, bensì per essere vissuto.


E io l'ho vissuto, eh. Mi sono immedesimata tanto che, durante la sequenza finale, ho fatto come gli hippy negli anni '60 e me la sono viaggiata, tantissimo, assecondando il desiderio del mio cervello di assopirsi dopo una visione comunque provante a seguito di lavoro, faccende casalinghe da sbrigare, ciclo, mancanza di qualcuno con cui scambiare due parole meravigliate durante il film e ora tarda. Mi tocca ammettere pubblicamente che, probabilmente, rivedrò 2001: Odissea nello spazio solo se e quando lo ridaranno al cinema, ché un film simile visto a casa per me è impossibile da guardare non solo perché le immagini girate da Kubrick rendono soprattutto sullo schermo di una sala cinematografica, ma anche perché una visione casalinga significherebbe dormire dall'inizio alla fine. 2001: Odissea nello spazio, con tutta la sua bellezza, non mi ha infatti folgorata come accadde ai tempi di Arancia meccanica, non mi ha sconvolta come Full Metal Jacket, non mi ha terrorizzata come Shining né mi ha affascinata come Barry Lyndon, solo per citare i miei film preferiti tra quelli girati da Kubrick, forse anche perché la fantascienza, lo ripeto, non è il mio genere. Tuttavia, sono felice di avere finalmente superato questo "scoglio" e di averlo fatto nel migliore dei modi, come fossi uscita di casa nel 1968, emozionata all'idea di andare al cinema come mi succede solo quando esce un nuovo film di Tarantino; nel bene o nel male, la visione di 2001: Odissea nello spazio, film moderno, bellissimo, fresco e ancora in grado di far discutere ed emozionare pur con i suoi 50 anni sul groppone, diventerà un ricordo indelebile e nell'anno domini 2018 queste sensazioni non hanno prezzo!


Del regista e co-sceneggiatore Stanley Kubrick ho già parlato QUI.

Keir Dullea interpreta il Dr. Dave Bowman. Americano, ha partecipato a film come Black Christmas (Un Natale rosso sangue), 2010 - L'anno del contatto e a serie quali La signora in giallo. Ha 82 anni e un film in uscita.


Nel film compare la figlia di Stanley Kubrick, Vivian, nei panni della figlia di Floyd. Stanley Kubrick, dopo aver visto Astroboy, avrebbe voluto che Osamu Tezuka collaborasse al film per quanto riguarda l'impostazione artistica generale, ma il mangaka ha dovuto rinunciare a causa delle difficoltà di trasferimento dal Giappone all'Inghilterra. Nel 1984 è uscito il film 2010 - L'anno del contatto, il sequel ufficiale di 2001: Odissea nello spazio ma gli unici attori a tornare sono stati Keir Dullea e Douglas Rain, la voce di HAL-9000. Se 2001: Odissea nello spazio vi fosse piaciuto potete recuperarlo e magari aggiungere Moon, Arrival e Interstellar. ENJOY!


martedì 13 marzo 2012

Bollalmanacco on Demand: Barry Lyndon (1975)




Con riprovevole ritardo si riaffaccia sulle pagine di questo blog la rubrica On Demand, dove i lettori più fortunati possono richiedere film da recensire (e aspettare anni per vedere esaudito il loro desiderio, ovviamente). Questa volta è toccato a uno dei membri più fedeli del gruppo feisbucchiano, che mi aveva chiesto la recensione di Barry Lyndon, diretto nel 1975 dal maestro Stanley Kubrick e tratto dal romanzo La fortuna di Barry Lyndon, scritto nel 1844 da William Thackeray.
(Il prossimo film "on Demand" non è stato ancora deciso, quindi vince il primo che commenta richiedendo una recensione, o qui sotto nei commenti o su Faccialibro!!)


Trama: il film racconta le vicende di Raymond Barry, un ragazzotto irlandese che, vuoi per fortuna, vuoi per incoscienza, finisce per sposare una duchessa ed assumere così il nome di Barry Lyndon… evento che determina l’inizio del suo dramma.


Come sempre succede quando si tratta di capisaldi, soprattutto se firmati Kubrick, il mio coraggio viene meno e non riesco ad avventurarmi in quegli sproloqui che dedico invece a supercazzole horror di bassa lega. Quindi, lungi dal voler fare una critica di Barry Lyndon, trovare nella pellicola strani significati che possano gettare nuova luce sulla poetica kubrickiana o quant’altro, mi limiterò come sempre a spiegare, a chi avesse voglia di leggere, perché a mio avviso questo film rientra in quel novero di capolavori che chiunque dovrebbe vedere almeno una volta nella vita. Parto però da una doverosa premessa, o meglio, un’avvertenza. Il film dura quasi tre ore e ha un ritmo piuttosto lento, senza contare che il protagonista è sommamente irritante nella sua indolenza. Se accettate queste condizioni, andate pure avanti.


Barry Lyndon può tranquillamente essere definito un racconto di NON – formazione; il protagonista “nasce” buono ed ingenuo, innamorato dell’amore al punto da non osare quasi sfiorare la cugina e battersi per lei nonostante la sua natura di fedifraga e profittatrice, per questa sua ingenuità viene fregato nel modo più bieco e allontanato dal paese natale ed è proprio durante questo viaggio tra ladri, eserciti e bari che viene forgiato il suo carattere di donnaiolo, imbroglione e profittatore. Questo solo nella prima parte del film, che si conclude con il suo matrimonio d’interesse con Lady Lyndon; dopo un doveroso interludio comincia quindi la parte tragica della vita di Barry, dove i ritrovati sentimenti di amore (questa volta paterno) e uno sprazzo di antica cavalleria gli costano tutto quello che, fino a quel momento, aveva guadagnato senza abilità e senza fatica, come sottolinea la spietata, ironica voce narrante che scandisce le vicende del film. Se siete arrivati a leggere fin qui, dunque, avrete ormai capito come la trama di Barry Lyndon non sia molto diversa da quella di mille altri pomposi feuilletton dell’epoca, e come il fascino della pellicola non risieda in quello che racconta, ma nel modo in cui Kubrick mette in scena il romanzo picaresco di Thackeray.


Guardare Barry Lyndon, infatti, è come entrare nella National Gallery o nella Tate Britain e immergersi nello splendore dei quadri di Hogarth, Gainsborough o di altri pittori del settecento inglese. In quasi tutte le sequenze, Kubrick parte da un primo piano o da un piano medio per poi arrivare ad un campo lungo, dove il bellissimo paesaggio inglese o gli ambienti interni sono preponderanti e contengono dei personaggi immobili come figurine o come, appunto, soggetti di un dipinto. E questo effetto pittorico viene ulteriormente accentuato dal fatto che il regista abbia deciso di utilizzare quasi esclusivamente la luce naturale per girare il film, che fosse quella del sole o quella di poche candele, una scelta che, assieme agli splendidi, dettagliatissimi costumi e alle sontuose scenografie, concorre a rendere Barry Lyndon molto più di un film in costume, quasi un’opera d’arte in movimento. Anche la fissità degli attori diventa quindi necessaria per ottenere questo effetto “artistico”, poiché ogni sentimento, ogni gesto, ogni sguardo diventano elementi di una rigida etichetta oppure necessari strumenti per ottenere qualcosa di materiale; d’altronde sono il sangue, l’innocenza, la follia e la morte le uniche cose in grado di consentirci di gettare uno sguardo oltre la bellezza immobile e pittorica in cui sono immersi i personaggi e cogliere così quel che resta della loro umanità sotto il trucco e il parrucco. Un’umanità che lentamente si perde, scandita dalle note della Sarabanda di Händel, finché sarà solo il tempo a rendere i personaggi tutti uguali e parigradi, a prescindere dai loro sforzi per elevarsi dalla massa. In due parole, un altro imperdibile capolavoro di un genio del Cinema, quello con la C maiuscola.


Del regista Stanley Kubrick ho già parlato qui.

Ryan O’Neal (vero nome Charles Patrick Ryan O’Neal) interpreta Redmond Barry. Americano, lo ricordo per film come Love Story, che gli è valso la nomination all’Oscar come miglior attore protagonista, e Luna di carta, inoltre ha partecipato di recente alle serie Desperate Housewives e Bones. Anche produttore, ha 71 anni e un film in uscita.


Marisa Berenson interpreta Lady Lyndon. Americana, ha partecipato a film come S.O.B. e serie come La signora in giallo. Ha 65 anni.


Patrick Magee (vero nome Patrick Joseph Gerard Magee) interpreta il Cavaliere di Balibari. Irlandese, lo ricordo innanzitutto per aver interpretato lo sfortunato Mr. Alexander in Arancia Meccanica; ha inoltre partecipato a film come La maschera della morte rossa, Black Cat (Gatto nero) e Il club dei mostri. E’ morto di infarto nel 1982, all’età di 60 anni.


Steven Berkoff (vero nome Leslie Steven Berks) interpreta Lord Ludd. Inglese, ha partecipato a film come Arancia meccanica, Professione: reporter, Un piedipiatti a Beverly Hills, Rambo II: la vendetta e Millenium - Uomini che odiano le donne. Anche sceneggiatore e regista, ha 75 anni e quattro film in uscita, tra cui quello che si preannuncia un trashissimo Strippers vs Werewolves.


Barry Lyndon ha vinto quattro premi Oscar tutti, a mio avviso, meritatissimi: miglior scenografia, migliori costumi, miglior fotografia e miglior colonna sonora non originale. Nessun Oscar per gli attori invece, parlando dei quali vengo a sapere che anche Robert Redford era un papabilissimo candidato per il ruolo di Redmond Barry. Concludo consigliandovi di riguardare tutti i film di Kubrick se ancora non li avete mai visti… e di farvi due risate cercando gli sketch di Sensualità a corte, le cui atmosfere barocche e alcune musiche (per non parlare di Mmmadreeee) richiamano un po’ il capolavoro di cui ho indegnamente parlato finora. ENJOY!

mercoledì 17 marzo 2010

Shining (1980)

Non paga delle condizioni di salute a dir poco pessime che mi fanno delirare e mi rendono difficile anche fare le cose più semplici, ecco che mi è punta vaghezza di recensire un capolavoro indiscusso del genere horror, anzi forse l’horror più bello che sia mai stato girato, ovvero Shining (The Shining) di Stanley Kubrick, del lontano 1980. Nonostante sia tratto dal romanzo omonimo che Stephen King ha scritto nel 1977, le differenze sono molte, e l’opera cinematografica surclassa prepotentemente un libro che è il più brutto tra quelli scritti dal “Re”.


La trama: Jack Torrance, uno scrittore fallito, ottiene un lavoro come custode invernale dello sperduto Overlook Hotel. Assieme alla moglie Wendy e al figlio Danny, dotato di un potere di chiaroveggenza chiamato “luccicanza” (The Shining, appunto), si stanzia nell’hotel e tutto parrebbe andare per il meglio, se non fosse che piano piano qualcosa comincia a fare impazzire Jack, spingendolo a ripercorrere i passi del precedente custode dell’hotel, reo di avere massacrato la moglie e le due figliolette..


Premettendo che non ho assolutamente intenzione di fornire una critica ad un film che è stato recensito, criticato e sviscerato da ogni cinefilo che si rispetti fin dalla sua uscita. Come per Arancia Meccanica e Il settimo sigillo mi limiterò a dire perché questo film dovrebbe essere guardato. Innanzitutto perché, come ho già accennato, è uno dei pochi film che supera l’opera originale da cui è tratto. Lo Shining di Stephen King è un lungo e noioso racconto che punta molto sulla classica rappresentazione della casa infestata (anche se in questo caso c’è un hotel), la cui influenza va a demolire la psiche di un uomo fondamentalmente non malvagio ma soggetto comunque ad ogni possibile sfiga, scatto d’ira e debolezza. A coronare il tutto c’è il pargoletto dotato di questa Luccicanza, guidato dal fantasma di un bambino di nome Tony, che con la sua sola presenza riesce a rendere i fantasmi dell’hotel più pericolosi e forti di quanto normalmente non siano. Il finale è diversissimo nelle due versioni, tanto che nel libro l’hotel esplode per “noncuranza”, diciamo, mentre nel film rimane ad incombere come se fosse eterno. Però è diversa anche la scelta degli elementi su cui porre l’accento: Kubrick non ci mostra un uomo debole ma fondamentalmente buono, bensì qualcuno che è già propenso a diventare un mostro e ben contento che gliene venga data la possibilità; la luccicanza non è un potere positivo che aiuta il piccolo Danny a ritrovare il padre all’interno del mostro che è diventato, bensì una maledizione che permette solo di osservare impotenti un futuro che non si riesce a cambiare e un passato che minaccia di inghiottirci; quella di Kubrick è un’analisi impietosa della follia là dove Stephen King puntava il dito contro il suo passato di drogato ed alcolista, esorcizzandolo. Nel libro l’hotel si impossessa di Jack, nel film invece parrebbe che il padre di Danny fosse già da tempo parte dell’Overlook, che si è limitato a richiamarlo a sé.


Ciò che rende lo Shining di Kubrick perfetto è l’incredibile capacità del regista di cogliere le immagini essenziali del libro, privarle di inutili orpelli e renderle ancora più inquietanti. Il regista elimina giustamente le scene più trash dal punto di vista visivo, come quella delle siepi semoventi a forma di animali, che è stata sciaguratamente ripresa nel film TV prodotto dallo stesso King, e gli elementi inutili come il fantasma di Tony (usando il ben più inquietante escamotage di Danny che fa parlare un suo dito con un’altra voce) . L’Overlook diventa il protagonista assoluto, una presenza incombente ma mai buia; la caratteristica di Shining è infatti quella di essere un horror che va controcorrente, perché ogni scena, anche la più cruenta, è girata in piena luce. E le scene memorabili sono molte, val la pena vedere il film solo per la bellezza di certe immagini e per l’inquietudine che possono trasmettere con il solo ausilio della penetrante colonna sonora. E siccome ho già detto troppo, e molti spezzoni del film sono talmente famosi che è inutile anche starli a descrivere, dico solo come la bravura del regista riesca a commuovermi ogni volta che Jack Nicholson si mette a guardare il modellino di labirinto all’interno di una sala dell’Overlook, incombendo con il suo ghigno satanico mano a mano che la telecamera zooma in avanti e mostra le piccole figure di Wendy e Danny che giocano all’interno del vero labirinto fuori dall’hotel, senza soluzione di continuità. La scena più bella dell’intero film secondo me. 


Concludo questa breve e atipica recensione magnificando la recitazione non solo di Jack Nicholson, ma anche di Shelley Duvall. Il primo è un demonio, privo di qualsivoglia residuo di umanità ed affetto paterno o coniugale che King avesse voluto infondere al personaggio; al di là dei dialoghi che sono praticamente perfetti sulla sua bocca, gli basta solo uno sguardo per raggelare il sangue e far capire che la mente di Jack Torrance è ormai oltre ogni possibilità di recupero, e se volete una prova inconfutabile della sua bravura basta solo che osserviate con attenzione la famosa scena della vecchia nella stanza: in tempo zero passa da un’espressione spiacevolmente sorpresa, ad una decisamente più sollevata, ad una definitivamente lubrica e porca, tre sguardi che svelano il suo stato d’animo meglio di qualsiasi parola. Quanto a Shelley Duvall, il fatto che il regista le abbia provocato più di una crisi di nervi durante la realizzazione di Shining è risaputo, ma ciò non toglie che la sua Wendy bruttina, vessata dal marito e spiritata sia uno spettacolo da vedere, alla faccia di qualsiasi “scream queen” venuta prima o dopo di lei. In poche parole: guardatelo. Ne vale davvero la pena.


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Del Maestro per eccellenza, ovvero Kubrick, ho già parlato qui, mentre un piccolo excursus sull’attività del divino Jack Nicholson lo trovate qui.

Shelley Duvall interpreta Wendy Torrance. Texana, e nonostante il cognome non imparentata con il grande Robert Duvall, la ricordo per film come Nashville, Io & Annie, Popeye – Braccio di ferro, Frankenweenie, Roxanne e Ritratto di signora. Ha partecipato anche a episodi di Ai confini della realtà e Frasier. Ha 61 anni.


Scatman Crothers, che interpreta il cuoco Dick Halloran (personaggio ripreso poi da Stephen King per un flashback nel suo romanzo più bello, IT), anche lui dotato della luccicanza, aveva già recitato in un film che aveva Jack Nicholson come protagonista, Qualcuno volò sul nido del cuculo, e ha anche prestato la voce allo Scat Cat de Gli Aristogatti. Il piccolo Danny Lloyd invece, meraviglioso interprete di Danny, non ha proseguito con la carriera cinematografica, preferendo dedicarsi all’insegnamento di scienza e biologia. A costo di ribadire l’ovvio, la scritta ripetuta infinite volte “il mattino ha l’oro in bocca”, cambia lingua e proverbio a seconda delle versioni del film (in inglese è “All work and no play makes Jack a dull boy). Leggenda narra che ci siano un sacco di scene eliminate e almeno un finale alternativo, che la versione italiana sia più breve di quella USA, e che Kubrick avesse pensato a De Niro o, addirittura, Robin Williams (che avrebbe poi recitato in Popeye – Braccio di Ferro proprio con Shelley Duvall) per interpretare il ruolo di Jack Torrance, e non oso immaginare cosa sarebbe uscito fuori! Al di là delle leggende, però, è palese che a Stephen King l’adattamento di Kubrick non sia mai andato troppo giù, quindi lo scrittore del Maine nel 1997 ha scritto direttamente la sceneggiatura dello scialbo film TV Stephen King’s The Shining, con Jack Torrance interpretato da un ancor più scialbo Steven Weber, habitué delle produzioni kinghiane e già reo di essersi scopato la “Jenifer” argentiana nei Masters of Horror. Da evitare come la peste!! E ora beccatevi il meraviglioso omaggio de I griffin unito a veri pezzi tratti dal film... ENJOY!!


venerdì 11 dicembre 2009

Arancia Meccanica (1971)

Periodo questo in cui mi diletto a recensire capolavori, pare. E se per Il settimo sigillo è stato difficile, per Arancia Meccanica sarà praticamente impossibile. Perché la pellicola di Stanley Kubrick che, pur essendo stata girata nel 1971, è ancora attualissima, è il mio film preferito in assoluto assieme ad un altro splendido film dello stesso regista, Shining. Come per Il settimo sigillo, proverò, senza nessuna pretesa. Cominciamo a parlare della trama (nel caso ci fosse al mondo qualcuno che non la conoscesse), basata sul romanzo omonimo di Anthony Burgess che consiglio tanto quanto il film.


Alex è un giovane votato all’ultraviolenza, allo stupro e alla musica classica, in particolare Beethoven. Assieme ai suoi tre drughi passa le notti seviziando le sue vittime, inermi o meno, finché un giorno i suoi compagni decidono di tradirlo. Alex finisce in prigione e lì viene a conoscenza della “Cura Ludovico”, un metodo apparentemente infallibile atto ad eliminare per sempre il desiderio di violenza dalle persone. Per tornare libero, decide di offrirsi come cavia, andando incontro a conseguenze decisamente impreviste…


Come convincere la gente a vedere un film simile, a mio avviso imprescindibile, senza essere considerata una maniaca psicopatica è una sfida che sostengo dalla prima volta in cui ho avuto la fortuna di vederlo al cinema, nella riedizione di fine anni ’90. Immaginatevi una ragazza del liceo, che aveva giusto una vaga idea della trama del film, trovarsi davanti i titoli decisamente scarni che scandiscono l’inizio della pellicola, accompagnati dallo sguardo fisso, gelido, da brividi, di Malcom McDowell, e dall’inquietante e solenne musica al sintetizzatore che è poi la firma di tutto il film. Impossibile, fin dall’inizio, distogliere lo sguardo dalle immagini, ignorare quella musica che ti entra nella mente, la voce dell’”umile narratore” Alex, che racconta la sua terribile storia in prima persona. E infatti, nonostante la violenza delle immagini e la follia di una simile trama, mi sono letteralmente innamorata di ogni singolo fotogramma: perché non se ne può fare a meno, perché ogni nota della colonna sonora è perfetta, come ogni attore, ogni gesto, ogni parola, ogni abito e ogni colore, e fusi assieme creano un’opera indelebile e di fortissimo impatto, ancora oggi. Tralasciando un attimo il tipo di immagini e concetti che vengono mostrati, chiunque abbia un minimo di senso estetico dovrebbe inchinarsi davanti ad un film simile.


Passando alla trama, e a ciò che viene effettivamente mostrato, posso accettare il fatto che Arancia Meccanica non sia un film per tutti. Il compiacimento con il quale Alex e i suoi Drughi stuprano e picchiano è fastidioso e fin troppo attuale, ma è anche vero che non c’è il realismo che troviamo in film come The Strangers oppure Eden Lake, perché il tutto è portato all’esasperazione quasi grottesca, basti solo pensare alle “divise” dei Drughi, al loro linguaggio a tratti incomprensibile, alla costante musica che rende le loro bravate quasi dei “balletti”, per quanto violenti e terribili. Superando lo shock di quello che viene mostrato, però, cerchiamo di arrivare a quello che è il cuore e il dilemma del film ( e del romanzo), per nulla banale: è meglio vivere in un mondo imperfetto e pericoloso, ma popolato da uomini in grado di scegliere liberamente come agire, oppure è meglio un mondo dove la mente delle persone è condizionata a fare del “bene”, senza possibilità di scelta? L’inizio del film, una celebrazione dell’ultraviolenza e della lucida follia di Alex, ci porterebbe a propendere per la seconda ipotesi, quella del mondo perfetto e condizionato. Però il trucco del film è proprio quello di farci entrare, entro certi ovvi limiti, nella mente del protagonista, e di rendercelo quasi simpatico; tanto che dal momento in cui, come dice il prete, “cessa di essere umano” perché privo della possibilità di scelta, il film prende una piega triste e drammatica, dove lo spettatore è portato a provare pietà per il ragazzo e disgusto per i suoi aguzzini, qualunque siano i loro motivi. Alla fine quello che suggeriscono regista e scrittore è che, nonostante la depravazione di Alex, la sua è comunque una scelta libera, che quindi lo rende uomo e non bestia (non a caso lo mostrano come molto acculturato); diversamente, la società che cerca di renderlo inoffensivo prima e di sfruttarlo poi è vista come il vero mostro, un meccanismo che depersonalizza e rende l’uomo miserevole. Il finale è una sorta di happy ending, dove si può dire che il protagonista finalmente impara a sfruttare le sue pulsioni distruttive per far fessa la società e al contempo ottenere qualcosa di duraturo e tangibile.


Come ho già avuto modo di dire, il film vive di scene memorabili, messe in piedi da quel genio della cinepresa che era Kubrick, un artista più che un regista. Le mie preferite sono le assurde inquadrature del Korova Milk Bar con i manichini da cui i Drughi prendono il latte, l’attacco alla gang di Billy Boy quello, al ralenti, che vede Alex contro i suoi Drughi, la tortura della Cura Lodovico, tutte scandite da una commistione di musica classica e partiture elettroniche che rendono la colonna sonora di Arancia Meccanica unica nel suo genere. A proposito di suoni, anche i dialoghi hanno segnato un’epoca, soprattutto per il modo di parlare del protagonista e dei suoi compagni, un mix di inglese antico, russo, italiano, parole inventate e quant’altro, reso benissimo anche nel nostro doppiaggio. E ovviamente il film non esisterebbe senza l’interpretazione di un Malcom McDowell, allora ventottenne, che mise anima e corpo nel personaggio di Alex ma anche nella realizzazione stessa della pellicola: sua, dice la leggenda, l’idea di intonare Singin’in The Rain nella famosa scena dello stupro a casa dello scrittore, così come sue le lesioni alle cornee che gli ha procurato la Cura Lodovico e altre contusioni in diverse scene. A mio avviso, se esistesse un Oscar per le migliori interpretazioni di sempre, dovrebbe andare a lui. Menzione d'onore va anche agli splendidi costumi e alle scenografie, per l'epoca futuristici, e allucinanti e stilosissimi ancora ai nostri giorni. Imperdibile, semplicemente.

Stanley Kubrick è uno dei registi più famosi al mondo, se non il più famoso. Nonostante in quarant’anni di carriera abbia fatto pochi film se paragonato ad altri registi più prolifici, ognuno o quasi di essi è stata una pietra miliare, sia per la particolarità dei temi trattati, che per l’azzeccata scelta di attori e musiche, oltre che ovviamente per la messinscena spettacolare, che li ha resi universalmente conosciuti e citati. Tra i suoi film che ho avuto l’onore di vedere, cito Il bacio dell’assassino, Lolita, il geniale Il Dr. Stranamore: ovvero, come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, l’ahimé tediosissimo 2001: Odissea nello spazio, Barry Lindon, i meravigliosi Shining e Full Metal Jacket, e l’ultimo capolavoro Eyes Wide Shut. E stato nominato all’Oscar come regista per quattro volte, ma l’unica statuetta l’ha portata a casa 2001: Odissea nello spazio e solo per gli effetti speciali. E’ morto nel 1999, a 71 anni, per cause naturali.


Malcom McDowell interpreta Alex DeLarge. Attore inglese dalla faccia particolarissima e dai penetranti occhi azzurri, è uno dei miei preferiti, anche se la sua carriera ha contato anche film improponibili. Ha partecipato a Caligola, Il bacio della pantera, Star Trek: Generazioni, Tank Girl, Mr Magoo, il bellissimo Gangster N.1, Evilenko, Halloween: The Beginning, Halloween 2, e Bolt, come doppiatore. Per la TV ha lavorato in Racconti di mezzanotte, Frasier, Monk, Law and Order, Heroes ed ha doppiato episodi di Batman, Spiderman, Biker Mice da Marte (Dio, quanto lo amo!!), South Park, Robot Chicken. Ha 66 anni e nove film in uscita.


Vi lascio ora con il trailer originale, se non erro lo stesso che mi spinse ad andare al cinema a vederlo, tanto tanto tempo fa... ENJOY!!



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