giovedì 13 ottobre 2011

Blood Story (2010)

Con il cuore gonfio di tristi presagi, ieri sera sono andata a vedere Blood Story (Let Me In), remake USA del bellissimo Lasciami entrare, diretto nel 2010 dal regista Matt Reeves. Quanto adoro sbagliarmi, a volte.



Trama: Owen è un ragazzino solitario, timido e preso in giro dai compagni. Un giorno nel suo stesso palazzo arriva una strana bambina, Abby, accompagnata dal padre. Mentre tra i due nasce una profonda amicizia, nel vicinato cominciano a venire commessi dei delitti, e Owen piano piano comincerà a capire la vera natura della piccola Abby…



Lo ammetto, temevo l’ammeriganata. Ho amato talmente tanto il libro Lasciami entrare di Lindqvist e il film di Tomas Alfredson da essermi semplicemente indignata quando ho letto di un remake USA. Immaginavo che la dolce storia di Eli e Oscar sarebbe stata trasformata in un’indegna porcata piena di sangue, inopportune scene d’azione, tamarrate assortite e via dicendo. Quando ero riuscita a vedere il trailer originale la sensazione non era sparita, anzi, si era via via accentuata, e quando ho saputo che i De Laurentis avrebbero prodotto e che il titolo italiano sarebbe stato il terribile Blood Story ho pianto. Poi sulla rete sono spuntate alcune recensioni molto positive, e ho deciso di dare una chance al film. Aggiungerei per fortuna e cospargo il capo di cenere.



Blood Story vive infatti dell’assoluto rispetto dell’atmosfera dolce, malinconica ed inquietante che caratterizza il film originale (ed è per questo che non mi dilungherò sui significati della trama, visto che ho già recensito qui il bellissimo Lasciami entrare). Merito, innanzitutto, di una sceneggiatura rispettosa che si prende giusto qualche licenza (tipo il metodo scelto dal “padre” di Abby per procurarsi le vittime, in perfetto stile Urban Legend, l’introduzione del personaggio dell’investigatore e la perdita di ambiguità di Abby, la cui sessualità non viene mai messa in dubbio), della splendida, intensa interpretazione di Chloe Moretz e di tutti gli attori coinvolti, delle musiche evocative di Michael Giacchino mescolate a qualche hit dell’epoca come la sempre bella Let’s Dance di David Bowie.  La regia di Matt Reeves regala immagini evocative e porta avanti delle scelte stilistiche di tutto rispetto, come quella di non mostrare mai il volto della madre di Owen per sottolineare ulteriormente la solitudine del ragazzo, o come la splendida idea di mostrare l’incidente automobilistico dall’interno della macchina, seguendo il punto di vista del passeggero sul sedile posteriore oppure, infine, come la terribile ed efficacissima immagine dove la mano insanguinata del poliziotto si protende verso quella di Owen… che sceglie invece di afferrare la maniglia della porta e chiudersela alle spalle . Ovviamente e per fortuna vengono anche riprese le sequenze chiave del film originale, come quella scioccante della piscina o quella in cui Abby entra in casa di Owen senza permesso, terribile e dolce allo stesso tempo.



Da buon remake, Blood Story non è comunque esente da difetti. L’”americanata” è subito dietro l’angolo, nella fattispecie in ogni scena dove la natura vampira di Abby diventa evidente, come negli omicidi da lei commessi o nelle orride inquadrature dove si arrampica sugli alberi come un maffissimo gatto (di marmo, o in computer graphic, che è più o meno la stessa cosa). Altra cosa che mi ha fatto storcere un po’ il naso è la riduzione del personaggio di Virginia a mero “intrattenimento gore” un po’ privo di logica; nel film e nel libro è il suo compagno a seguire tutti gli indizi fino ad arrivare ad Abby, spinto dalla morte di qualche amico e dall’orrendo destino della donna, mentre qui il suo ruolo viene ricoperto dall’investigatore interpretato da Elias Koteas. Inutile quindi introdurre la vampirizzazione di Virginia se non per quei tre minuti in cui lo spettatore assiste ad un atto cannibalico in perfetto stile Antropophagus. Ah, iattura. E un po’ di iattura anche al doppiaggio italiano: mi chiedo infatti se Owen parla con la “s” di Paperino anche nella versione inglese. In caso, mi cospargerò di nuovo il capo di cenere, consigliandovi di andare a vedere comunque questo malinconico, atipico e “rispettoso” horror.  



Di Chloe Moretz, che interpreta Abby, ho già parlato qui. Richard Jenkins interpreta il padre, lo trovate qua, mentre Elias Koteas, che interpreta il poliziotto (e da anche la voce telefonica al padre di Owen), lo trovate qui.

Matt Reeves è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto il film Cloverfield, che sarà una delle mie prossime visioni. Anche produttore, ha 45 anni e un film in progetto, un probabile seguito di Cloverfield.



Kodi Smit – McPhee interpreta Owen. Australiano, ha partecipato a due episodi della serie Incubi e deliri. Ha 15 anni e tutta una carriera davanti a sé: ha infatti quattro film in uscita, tra cui un’ennesima versione di Romeo e Giulietta, dove lui sarà Benvolio e la Hailee Steinfeld de Il Grinta sarà Giulietta.



Cara Buono interpreta la madre di Owen. Americana, ha partecipato al film Hulk e a serie come CSI, Law & Order, I Soprano, La zona morta e ER medici in prima linea. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 40 anni e due film in uscita.



Sasha Barrese (vero nome Alexandra Barrese) interpreta Virginia. Americana, ha partecipato a film come American Pie, The Ring, Una notte da leoni e Una notte da leoni 2, oltre a serie come CSI: Miami e Supernatural. Inoltre, ha prestato la voce per alcuni episodi di Robot Chicken. Ha 30 anni.



Per dovere di completezza, il messaggio in codice morse che Owen ed Abby si scambiano alla fine è questo: lei, bussando, gli comunica “Hi”, e lui risponde con “OX”, ovvero abbraccio e bacio. Amori meravigliosi. Ok, mi ricompongo dopo tanta melassa per me inusuale e vi suggerisco di recuperare il meraviglioso Lasciami entrare, ovviamente, di cui vi metto il trailer per par condicio, visto che nel post a lui dedicato avevo messo quello di Blood Story. ENJOY!!


lunedì 10 ottobre 2011

Slaughter (2009) - Recensione

Mai guardare un film a pezzi, in inglese e con l’audio orribile, o si rischia di schifare a morte una cosa innocua e banalotta come Slaughter, diretta nel 2009 dal regista Stewart Hopewell.



Trama: una ragazza con un fidanzato violento decide di scappare e rifarsi una nuova vita in un’altra città. Lì conosce una coetanea, la cui famiglia gestisce una fattoria con mattatoio in campagna. Presto si renderà conto di essere finita dalla padella alla brace…



Che dire di un film che mescola ogni possibile cliché sui thriller “al femminile” e sugli horror ad ambientazione campagnola? Che dire di un film il cui significato, gira che ti rigira, è “gli uomini sono tutti maiali, scema tu che non lo hai ancora capito”? Che dire di un film dove la noia regna sovrana per tre quarti della sua durata e l’incomprensibilità impera nel quarto finale? Effettivamente non ci sarebbe nulla da dire, problema mio che continuo a guardare questi oRori sperando che almeno il finale si riveli risolutivo e interessante, ma questa volta non è successo nemmeno quello. Tutto ciò che ci viene mostrato sono le due tristissime faccette delle protagoniste (una molla come un fico, l’altra forzatamente zoccola), che per tutto il film lavorano nella fattoria spalando escrementi di maiale con camicette e shorts di jeans come novelle Daisy Dukes, nelle pause vanno all’Opera (ma chi ci crede…) e poi in discoteca, il tutto sotto l’ovvia supervisione di un padre orco, un fratello scemo e un fratellino più furbo ma nel complesso sfigato.



E, credetemi, non bastano un paio di scene di “tortura odontoiatrica” che, peraltro, io non ho guardato per non mettermi a piangere come una bambina, a svegliare lo spettatore e a togliergli la convinzione che Slaughter sia scritto, diretto e recitato con i piedi. Al di là dell’ovvia stupidità della protagonista che, dopo avere subito sevizie dall’ex fidanzato, va a vivere con una tizia che nemmeno conosce, passa il tempo a farsi letteralmente i fatti altrui andando ad infilare il naso dentro porte chiuse e porcili in disuso, e verso il finale riesce persino a farsela mettere nello stoppino pur essendo armata fino ai denti, al di là del banale “twist” del film, che qualsiasi spettatore medio sarebbe riuscito ad anticipare praticamente dall’inizio, sta di fatto che, ripensando alle scene iniziali, il film sta poco in piedi, a meno che il tutto non venga introdotto da un flashback giusto per mostrare la padronanza del mezzo cinematografico. Ussignur, non bastava la poetica immagine nelle lucciole nel campo, rovinata dalla scoperta di una carcassa nascosta da un pezzo di cartone, per mostrare velleità pseudo – artistiche!! E vogliamo dire che la trama passa pure per essere tratta da una storia vera? No, è troppo anche per me. Avanti col prossimo…

Stewart Hopewell è il regista della pellicola. Americano, oltre a Slaughter ha diretto tre cortometraggi. Anche sceneggiatore, ha 32 anni.



David Sterne interpreta il padre di Lola, Jorgen. Molto probabilmente inglese, ha partecipato a film come Harry Potter e il calice di fuoco, Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma, I love Radio Rock, Wolfman e lo splendido Non lasciarmi. Di età sconosciuta (a occhio e croce sulla sessantina), ha due film in uscita.



Slaughter fa parte degli “8 films to die for” che annualmente vengono sfornati dall’ indipendente After Dark Horror Fest. Più che Slaughter, io guarderei Dying Breed o, al limite, Perkins’ 14 per avere un assaggio di questi 8 fantomatici film dell’edizione 2009. Vi lascio ora col trailer del film... ENJOY!!

venerdì 7 ottobre 2011

Bollalmanacco on Demand - Un weekend da bamboccioni (2010)

Seconda puntata del Bollalmanacco on Demand, la “rubrica” dove i fan possono decretare il mio destino e scegliere quale film dovrei guardare e recensire, di cui trovate qui la prima parte. Stavolta è toccato al mio buon Cugi e la scelta è caduta su Un weekend da bamboccioni (Grown Ups), commedia diretta nel 2010 dal regista Dennis Dugan. Non il mio genere di film, decisamente, infatti non ne sono rimasta affatto soddisfatta.



Trama: un gruppo di amici di infanzia si ritrova dopo la morte del loro storico allenatore. Assieme cercano di rinverdire gli antichi fasti e insegnare ai viziatissimi figli come ci si divertiva un tempo…



La mia visione di Un weekend da bamboccioni, lo ammetto, partiva già viziata da un paio di preconcetti. Innanzitutto, io ooooooooooooooodio Adam Sandler. Non lo sopporto proprio. Con quella faccetta da fesso, quella comicità indecisa se essere feroce o moscia, quel modo di fare francamente irritante del tizio che “se la crede” (e in questo film “se la crede” molto, ahimé) lo prenderei a badilate da mane a sera. E uno. Poi, il titolo italiano che cavalca l’onda di quella citazione brunettiana che andava tanto per la maggiore all’epoca, giusto per convincere il pubblico pagante (al 90% composto appunto da bamboccioni) ad andare a vedere il film. Biih che camurrìa. E così, già rodendomi il fegato con queste due idee fisse in testa, mi sono accinta a vedere la pellicola, cercando di non farmi influenzare troppo. Procediamo con obiettività, orsù.



Steve Buscemi dopo essere stato pestato dal suo zoccolo duro di fan... WHOOOO!!!



Un weekend da bamboccioni non mi è piaciuto a prescindere da quello che pensavo all’inizio. Posso dirlo con sicurezza perché per la prima mezz’ora ho riso. Ebbene sì, ho riso e mi sono divertita, mettendo in dubbio la mia stessa sanità mentale. D’altronde la comicità di film simili è innocua e sicura proprio perché collaudata: nel gruppo di amici troviamo i soliti stereotipi dello sfigato “fico”, dello sfigato ciccione, dello sfigato donnaiolo, dello sfigato più sfigato e assurdo degli altri e, infine, dello sfigato nero (nel senso di colore), accompagnati ovviamente da un vasto stuolo di mogli e figli. L’interazione tra i vari personaggi lì per lì è dinamica e simpatica, questi amiconi si prendono in giro a vicenda, le mogli socializzano, i figli diventano meno “brats” viziati e più bambini normali, e via così… il che va bene per la prima mezz’ora, appunto, quando le famigliole passano il weekend nella casetta di campagna. Ma quando le stesse gag me le riproponi per tutto il film, cambiando solo lo scenario (prima il parco acquatico, poi la sagra di paese), e ci aggiungi pure un branco di rednecks con un imbarazzante Steve Buscemi a fare da macchietta nonché, orrore degli orrori, la moraletta finale del “hanno bisogno di vincere, qualche volta. E noi, di imparare a perdere” allora, abbia pazienza, ma mi costringi innanzitutto a sbadigliare, poi a mandarti a quel paese, Adam Sandler, a te, la tua famiglia, i tuoi amichetti, il tuo ego gigante e i tuoi soldi. Anzi, l’unico elemento del film che salvo è il cane incapace di abbaiare. Quello mi ha fatto veramente ridere ma è un po’ troppo poco per reggere un’intera pellicola. Ah, e poi ho anche scoperto che Kevin James mi sta sulle palle più di Sandler, il che è tutto dire. Ciccione sfigato e pure patetico che ti fai prendere in giro da ‘sto mezzo gibbone che non fa altro che gigioneggiare e farsi figo sulla pelle altrui. Al rogo. Sugli altri poveri attori coinvolti non mi pronuncio, Salma Hayek e Maria Bello non avrebbero potuto cadere più in basso, credo.



Del regista Dennis Dugan ho già parlato nel post dedicato a L’ululato, dove recitava invece che dirigere. Di Chris Rock, che interpreta Kurt, ho già parlato qui. Nello stesso post troverete anche Salma Hayek, che qui interpreta Roxanne, mentre Maria Bello (Sally Lamonoff) è comparsa in questo vecchio post. Menzione d’onore anche per la già citata Jamie Chung, che qui interpreta una delle figlie di Rob, Amber.  

Adam Sandler interpreta Lenny ed è anche lo sceneggiatore della pellicola. Uno dei comici americani più famosi e anche uno di quelli a cui io spaccherei volentieri il setto nasale con una badilata ben assestata, lo ricordo per film come Airheads – Una banda da lanciare, Terapia d’urto, Cambia la tua vita con un click e Zohan – Tutte le donne vengono al pettine; inoltre, ha partecipato ad alcuni episodi de I Robinson. Anche produttore, sceneggiatore e compositore, ha 45 anni e tre film in uscita.



Steve Buscemi interpreta Wyley. Indubbiamente uno dei miei attori preferiti in assoluto fin da quando l’ho visto interpretare il cinico Mr. Pink de Le Iene, lo ricordo per film come I delitti del gatto nero, Pulp Fiction (per contrappasso, visto che ne Le Iene critica i camerieri, è costretto ad interpretarne uno con le fattezze di Buddy Holly!), Airheads – Una banda da lanciare, Desperado, lo splendido Cosa fare a Denver quando sei morto, il meraviglioso Fargo, Fuga da Los Angeles, Il grande Lebowski, Armageddon, Con Air, Animal Factory, Ghost World, Spy Kids 2 – L’isola dei sogni perduti e Big Fish – Le storie di una vita incredibile. Ha inoltre partecipato a serie come Miami Vice, Innamorati pazzi, I Soprano e E.R., e prestato la voce per i film Monsters & Co., Mucche alla riscossa e un episodio de I Simpson. Americano, anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 54 anni e cinque film in uscita, tra cui il prequel di Monsters & Co. che dovrebbe intitolarsi Monsters University ed essere pronto per il 2013.



David Spade interpreta Higgins. Americano, ha partecipato a film come  Scuola di polizia IV: cittadini… in guardia! e Giovani carini e disoccupati, oltre ad avere prestato la voce per Beavis e Butt – Head alla conquista dell’America, Rugrats – Il film e aver doppiato l’originale Kuzco in Le follie dell’imperatore. Ha partecipato anche alle serie Baywatch e ALF. Anche sceneggiatore e produttore, ha 47 anni e un film in uscita.



Rob Schneider (vero nome Robert Michael Schneider) interpreta Rob. Americano, lo ricordo per film come Mamma ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a New York, Gigolò per sbaglio, Deuce Bigalow – Puttano in saldo, Cambia la tua vita con un click e Zohan – Tutte le donne vengono al pettine. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 48 anni e sei film in uscita.  



Blake Clark interpreta il coach “Buzzer”. Americano, ha partecipato a film come Toys – Giocattoli, The Mask  - Da zero a mito e Ladykillers, ha prestato la voce al cane Slinky in Toy Story 3 – La grande fuga ed è apparso nelle serie Pappa e ciccia, Quell’uragano di papà, Sabrina – Vita da strega, Cold Case e My Name Is Earl. Anche sceneggiatore, ha 65 anni e due film in uscita.



Tra gli altri interpreti, segnalo il piccolo Cameron Boyce che qui interpreta uno dei figli di Adam Sandler mentre in Mirrors – Riflessi di paura era il pargolo di Kiefer Sutherland; Joyce Van Patten invece, che interpreta l’anziana moglie di Rob, è l’ex moglie del regista ed è davvero più vecchia di lui, anche se “solo” di 11 anni. Parlando di chi invece non ce l’ha fatta, ad interpretare il personaggio di Eric avrebbe dovuto essere il comico Chris Farley (il ciccione biondo di Mai dire ninja, per intenderci), che tuttavia è morto nel 1997; pare che questo triste evento abbia ritardato così di tredici anni la realizzazione di Un weekend da bamboccioni. Se vi fosse piaciuto il film l’unica cosa che vi posso consigliare di guardare è Terapia d’urto, dove almeno la presenza di Adam Sandler è “neutralizzata” da quella di Jack Nicholson! Ora vi lascio con il trailer del film e con un'avvertenza: se volete proporre un film per la prossima puntata del Bollalmanacco on Demand scrivete il titolo nei commenti qui sotto o iscrivetevi al gruppo Facebook e commentate lì. Il primo che si prenoterà avrà l'"onore" di vedere recensito il film proposto. ENJOY!!!

martedì 4 ottobre 2011

Il sesto senso (1999) - Recensione

Sono sempre un po’ timorosa quando devo affrontare la recensione di un film che mi è piaciuto particolarmente, perché penso sempre che quello che scrivo non sia nemmeno lontanamente degno di parlare di qualcosa di bello. Quindi è questo lo stato d’animo con cui recensirò il bellissimo Il sesto senso, diretto nel 1999 dal regista M. Night Shyamalan.



Trama: Malcom Crowe è uno psichiatra infantile di fama riconosciuta, che si ritrova a dover aiutare il piccolo Cole, un ragazzino i cui problemi nascono dalla sua capacità di vedere i fantasmi.



Il sesto senso è senza ombra di dubbio l’unico film veramente bello girato dal sopravvalutatissimo regista Shyamalan (o Sciabadà. A me piace chiamarlo così). Quest’uomo ci ha fatto i miliardi speculando sull’unica, vera, interessante idea “ad effetto” che gli è venuta, e negli anni ha provato a ricreare qualcosa di simile, propinandoci uomini – supereroi, villaggi sperduti nei boschi, incurabili virus, persino ninfe acquatiche che compaiono nelle piscine altrui per scassare i cabasisi al prossimo. Il mio consiglio spassionato è quello di chiudere gli occhi di fronte a tanta immondizia e concentrarsi soltanto su Il sesto senso, facendo attenzione a che nessuno sia così bastardo da rivelarvi il finale se non lo avete mai visto. In tal caso, siete autorizzati a spedire l’eventuale chiacchierone di turno dritto dritto nelle schiere di fantasmi che il piccolo Cole dice di vedere.



Non mi sarà facile, quindi, recensire questo film senza scendere nei particolari e rimanendo molto vaga sulla trama. Facendola breve, Il sesto senso ha tutto. La sua sceneggiatura è un perfetto meccanismo ad orologeria, dove ogni singolo dettaglio, anche il più insignificante, acquista significato con il proseguire della storia e arricchisce il film di rinnovata bellezza anche dopo numerose visioni. Il colore rosso, le ferite di Cole, i silenzi, gli sguardi, sono tutti elementi che concorrono a svelare nuovi aspetti della vicenda e a creare contemporaneamente ulteriori misteri, aumentando incertezze ed inquietudine. Anche l’aspetto sovrannaturale de Il sesto senso è dosato con parsimoniosa furbizia. Gli spiriti dei morti incombono più come una presenza silenziosa o violenta, raramente si vedono perché il regista preferisce mostrarci gli effetti del loro passaggio e le reazioni che questo suscita su coloro che non li percepiscono. E quando i morti si mostrano sono sempre raccapriccianti e spaventosi, nonostante la loro intenzione sia semplicemente quella di comunicare; per questo non possiamo fare altro che rimanere terrorizzati assieme a Cole, un bimbo dalla situazione familiare disagiata, ulteriormente oppresso da quello che, più che un dono, è una maledizione.



Come avrete capito, quindi, l’aspetto umano è fondamentale per Il sesto senso. Ben lontano dall’essere un semplice horror, infatti, la pellicola è una riflessione sulla vita, sull’importanza dei legami familiari e sulla necessità di superare ed elaborare il lutto. Essenziale, quindi, la presenza di attori eccellenti. Se devo dire la verità, in questo film Bruce Willis è bravo e a tratti la sua interpretazione è toccante, ma viene completamente eclissato dalle performance di Haley Joel Osment e Toni Collette. Il primo regala un’interpretazione straordinaria, considerata anche la giovanissima età, riuscendo a passare dall’inquietante, al commovente, al divertente, persino all’irritante, senza mai risultare fasullo o irreale. E’ impossibile, infatti, non provare pena per il piccolo Cole o rabbia per la stupidità delle persone che lo circondano e che lo etichettano come mostro. Impossibile anche ignorare la forza che Toni Collette infonde al personaggio di Lynn, una madre single provata dalla vita con un figlio che vede soffrire senza riuscire ad intuirne il motivo, combattuta tra l’amore che prova per lui e la razionalità che le impedisce di capire i mille, inequivocabili segni lasciati dalle invisibili presenze che tormentano Cole. Rileggendo la recensione mi rendo conto di avere detto troppo. Fate come Cole, abbiate fiducia e guardate Il sesto senso, anche se avete paura di quel che potrete vedere. Non ve ne pentirete.

 

Di Bruce Willis, che interpreta il Dr. Crowe, ho già parlato qui, mentre un trafiletto su Toni Collette (che interpreta Lynn, la madre di Cole, ruolo che le è valso la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista), lo trovate qua.

M. Night Shyamalan (vero nome Manoj Nelliyattu Shyamalan) è il regista della pellicola ed interpreta anche il dottore che visita Cole. Vorrei mettere agli atti il fatto che, pur detestandolo con forza, ho visto praticamente ogni suo film, e questo non depone a favore della mia sanità mentale. Indiano, è il responsabile (e sottolineo la parola responsabile) di film come Unbreakable – Il predestinato, Signs, The Village, Lady in The Water e E venne il giorno. Anche sceneggiatore e produttore (il già recensito Devil alla fine è completamente o quasi farina del suo sacco), ha 41 anni.



Haley Joel Osment interpreta Cole, ruolo che gli è valso la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. Sicuramente l’attore prodigio più bravo della sua generazione, anche se di lui si sono ora un po’ perse le tracce, lo ricordo per film come Forrest Gump, Bogus l’amico immaginario, il lacrimevole Un sogno per il domani e A.I. Intelligenza artificiale. Ha inoltre doppiato La Bella e la Bestia: un magico Natale, un episodio dei Griffin e partecipato alle serie Walker Texas Ranger, Jarod il camaleonte e Ally McBeal. Americano, anche produttore, ha 23 anni e due film in uscita.



Olivia Williams interpreta la moglie di Malcom, Anna. Inglese, la ricordo per film come Rushmore, Peter Pan e X – Men – Conflitto finale, inoltre ha partecipato alle serie Friends e Dollhouse. Ha 43 anni e tre film in uscita.



Donnie Wahlberg interpreta Vincent. Americano, lo ricordo per film come l’orrendo L’acchiappasogni, Saw II – La soluzione dell’enigma, Saw III  - L’enigma senza fine e Saw IV. Anche sceneggiatore e produttore, ha 42 anni.  



Tra gli altri interpreti segnalo la partecipazione di Mischa Barton, la sgallettata protagonista dell’orrida serie televisiva The O.C., nei panni della piccola Kyra. Se Il sesto senso vi fosse piaciuto, vi consiglio di cercare e guardare l’altrettanto bello The Others. E ora... sdrammatizziamo! Non vi lascio al trailer del film, a quello di un oscuro capolavoro del thriller... Il sesto scemo.... ENJOY!!

domenica 2 ottobre 2011

I Puffi (2011) - Recensione


Non credevo avrei mai scritto questa recensione e non certo perché mi mancasse la voglia di vedere I Puffi (The Smurfs), diretto dal regista Raja Gosnell. Semplicemente, pensavo che nessuno mi avrebbe accompagnata al cinema, invece ho avuto fortuna e ho avuto modo di vedere questo film... puffoso. Leggete per scoprire quale sarà stavolta l'accezione del versatile termine.



Trama: durante l'ennesima fuga da Gargamella, Grande Puffo, Puffetta, Quattrocchi, Tontolone, Brontolone e Coraggioso vengono risucchiati in un vortice che li catapulta a New York. Lì dovranno capire come tornare a casa, ma siccome il malvagissimo mago li ha seguiti non sarà facile....



Alzi la mano chi non ha mai visto i Puffi. Creati alla fine degli anni '50 dal cartoonist belga Peyo, questi buffi omuncoli blu e la loro assurda nemesi hanno cresciuto generazioni di pargoli, invadendoci le case con orde di pupazzini e casette fatte a fungo (che personalmente ho ancora!) e lasciando i più nerd tra noi a disquisire, spesso e volentieri, sulle tante incongruenze della loro società apparentemente perfetta, dove "tutti hanno il loro ruolo e nessuno è inutile". Io ammetto di non averli mai sopportati. I cartoni animati mi facevano cambiare canale, i fumetti mi facevano venire il latte alle ginocchia, però andavo pazza per il merchandising, chissà perché. Però quando ho avuto notizia, ormai due anni fa, della trasposizione live action di questa storica serie ho fatto voto e solenne giuramento di andare a vedere il film, conscia del fatto che nulla avrebbe potuto essere più trash. E invece, puffa miseria, I puffi è un film carino e divertente, ovviamente nei limiti di quello che dev'essere un film per bambini.



La bellezza de I puffi non risiede nella ovvia banalità della storia (il cui incipit, dove gli umani urlano e strepitano alla vista delle creature blu appena uscite da una scatola o da un gabinetto, è identico a quello del primo Alvin Superstar), con un essere umano dimentico dei valori positivi e troppo attaccato al lavoro che, a poco a poco, imparerà dai semplici ed ingenui Puffi quel che conta davvero nella vita; non risiede neppure nella sempre più perfetta CG che ci mostra dei Puffi verosimili e abbastanza graziosi, né nel triste e inverosimile pretesto con cui gli sceneggiatori rendono omaggio alle storie a fumetti di Peyo, e nemmeno nell'introduzione di qualche nuovo personaggio come lo scozzese Puffo Coraggioso o il Puffo Pazzo gnaulante. No, quel che di positivo si può trovare nel film è un palese debito che la sceneggiatura ha nei confronti del vecchio I visitatori con Jean Reno, perché le gag migliori derivano dallo scontro tra la cultura medievale dei Puffi e (soprattutto!!) Gargamella e quella moderna dei protagonisti Newyorchesi. Vedere il rincoglionitissimo mago che afferra un cestello per lo champagne e ci piscia dentro ringraziando il "paggio" per il "pitale", oppure Puffo Brontolone che concupisce l'M&M's verde vale il prezzo del biglietto, ed è un peccato che questi momenti di comicità "alla Shrek" siano così pochi, a favore invece di un buonismo imperante.



In effetti, è scioccante vedere il Barney di How I Met Your Mother fare la parte dell'amorevole marito e futuro padre, ma mai scioccante quanto la melassa che la moglie di lui schiaffa in faccia allo spettatore ad ogni sua comparsa, regalandoci scene surreali come un pistolotto moralista via cellulare alla bastardissima capa di lui o una dichiarazione d'amore finale con un meraviglioso "Ti puffo". Ma ti puffo nel senso che ti rovino di mazzate!! L'unica fortuna è che queste perle di bontà si concentrano solo nella parte finale del film, mentre prima qualche sprazzo di sano cinismo c'è e per questo non finirò mai di ringraziare Hank Azaria ed il suo Gargamella, lo specchio di tutto ciò che si poteva agitare nel cuore di uno spettatore adulto. Al di là delle sue memorabili gag con un Birba gatto CG naturalissimo ed esilarante, sono le sue dubbie considerazioni sul mondo dei Puffi che fanno scattare l'applauso (a un certo punto il mago dice "Grande Puffo vive in un villaggio con 99 figli maschi e solo una femmina.. ma è normaaale, cosa c'è di straaaanoo?") così come la sua insofferenza contro il loro buonismo imperante e canterino.



E i Puffi stessi, direte voi? Beh, i Puffi sono praticamente identici a quelli della serie, c'è poco di nuovo sotto il sole. Gli sceneggiatori hanno deciso giustamente di prendere quelli forse più famosi e aggiungerne uno nuovo cercando di equilibrarne i caratteri e rendere possibile qualche altra gag. Tontolone dimostra per l'ennesima volta le cantonate che possono derivare da traduzioni sbagliate (a tal proposito mi chiedo perché quando il protagonista paragona il suo capo a Crudelia DeMon gli adattatori hanno lasciato Cruella DeVille, visto che in Italia non la si conosce così...) , perché effettivamente il personaggio non è "tonto", ma semplicemente "maldestro" (Clumsy, appunto) e da qui nasce il suo essere considerato ingiustamente lo scemo del villaggio. Da questo fatto gli sceneggiatori tirano fuori un'altro giusto insegnamento da impartire ai piccoli e insinuano un altro dubbio nella testa dei nerd come me: premesso che con un po' di fiducia in sé stessi si può diventare ciò che si vuole... come ***** vengono decisi i nomi dei Puffi visto che ognuno rimanda ad una caratteristica ben precisa? Cioé, chi dice che io devo essere Clumsy alla nascita, mentre un'altro deve essere Coraggioso? Brutti bastardi, ma andate a cagare! Il protagonista effettivamente lo chiede, ma ottiene risposte molto evasive, le stesse che ottiene la moglie quando consola Puffetta, triste per il fatto di non avere mai avuto un'amica donna né (che schifo!!) un vestito di ricambio. Che vita miserevole, povera Puffetta. Insomma, avrete capito che I Puffi non è un film memorabile, affatto. Ma ha i suoi momenti divertenti, quindi per il genere che è direi che merita la sufficienza e almeno una chance. Pazientate durante i titoli di coda, perché ci sono ancora un paio di scenette simpatiche... ed evitate il 3D, come ho fatto io.



Raja Gosnell è il regista della pellicola. Americano, si era già fatto le ossa con i cartoni Hanna & Barbera girando i live action Scooby Doo e Scooby Doo 2 - Mostri scatenati. Ha 53 anni.



Neil Patrick Harris interpreta Patrick. Universalmente conosciuto come il meraviglioso Barney di How I Met Your Mother, ha partecipato anche a film come Il grande cuore di Clara e Starship Troopers - Fanteria dello spazio, a episodi delle serie Blossom, Pappa e ciccia, La signora in giallo, Oltre i limiti, Will & Grace, Numb3rs e ha doppiato episodi di Capitan Planet, I Griffin e Robot Chicken. Americano, anche regista, ha 38 anni e due film in uscita, tra cui I Muppet.



Hank Azaria interpreta Gargamella. Famoso per essere il doppiatore originale di Apu, del Commissario Winchester e di Boe ne I Simpson, ha partecipato a film come Pretty Woman, Heat - La sfida, Piume di struzzo, I perfetti innamorati, ... e alla fine arriva Polly e Palle al Balzo - Dodgeball; ha inoltre prestato la voce per il film Anastasia e per un episodio di Futurama, oltre ad aver partecipato alle serie Casa Keaton, Genitori in blue jeans, Willy il principe di Bel Air, Innamorati pazzi e Friends. Americano, anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 47 anni ha un film in uscita. 


Tra gli altri attori coinvolti, ricordo che Jayma Mais (che interpreta Grace, la moglie del protagonista), in Heroes era Charley, la ragazza di Hiro, mentre per quanto riguarda i doppiatori originali dei Puffi la lista è infinita. Mi limito a segnalare la cantante Katy Perry nei panni di Puffetta, Anton Yelchin in quelli di Tontolone e lo storico Paul Reubens (alias Pee Wee Herman) in quelli di Burlone, ma il film avrebbe potuto essere molto più cult, ve lo assicuro: a Tarantino era stato proposto il doppiaggio di Quattrocchi (Quentin, perché hai rifiutatooo????), a John Lithgow era stato proposto il ruolo di Gargamella (e lì comprendo che forse ha fatto bene a rifiutare, ma ci ho patito lo stesso) ed infine ad Alyson Hannigan, già collega di Neil Patrick Harris nella serie How I Met Your Mother, era stato proposto quello di Grace (voto 10 al gran rifiuto, dear!). Altre proposte per il doppiaggio dei vari Puffi erano state fatte a gente del calibro di Ben Stiller, Lucy Liu, Ben Affleck e Marisa Tomei... chissà, visto che stanno già progettando il secondo capitolo per l'anno prossimo forse qualcuna di queste star accetterà. Nell'attesa... sigh. Avrei voluto postare il geniale video che girava in rete anni addietro, con la versione "puffosa" del film Se7en, partorita dalla geniale serie Robot Chicken, ma non si riesce. Vi lascio quindi, molto banalmente, con il trailer originale del film... ENJOY!!


venerdì 30 settembre 2011

La pelle che abito (2011) - Recensione

Porca menta. Sono le uniche due parole che ho pronunciato alla fine di La pelle che abito (La piel que habito), l’ultimo film diretto dal regista Pedro Almodóvar, tratto dal romanzo Tarantola di Thierry Jonquet. Un’esperienza senza dubbio scioccante, che lascia inevitabilmente perplessi su un eventuale giudizio.



Trama: dopo la morte della moglie e della figlia, un chirurgo plastico decide di creare la “pelle perfetta”, inattaccabile da fuoco e ferite, usando una misteriosa donna come cavia…



Che se la cosa finisse qui, in effetti, La pelle che abito potrebbe essere un banalissimo thriller. Peccato (o per fortuna…) la trama è fatta a strati come le cipolle, tolta una storia ce n’è un’altra sotto, apparentemente quasi scollegata da quella principale ma in realtà molto funzionale. E tolto lo strato di quest’altra storia, ecco spuntare un’altra vicenda che si ricollegherà poi sempre a quella principale. Alla fine tutto torna, grazie ad un meccanismo praticamente perfetto, come accade il 90% delle volte nei thriller cinematografici. Ma nel frattempo, con La pelle che abito, lo spettatore è passato attraverso diversi stadi di umore ed emozioni… ed è di questi stadi che parlerò, perché il principale punto a favore della pellicola è l’effetto sorpresa che sta nel non conoscere praticamente nulla della trama. Eviterò quindi di fare qualsivoglia altro accenno ad essa (come recensione sarà muy atipica!).



All’inizio mi ha presa la curiosità. Banderas traffica con provette, sangue, altre amenità con questa donna misteriosa segregata in casa e una domestica. Fin qui tutto bene, mi rilasso apprezzando la bellezza dei quadri esposti in casa, l’assoluto splendore dell’attrice principale, la particolarità della stanza in cui è rinchiusa e tutta la serie di piccoli dettagli che ci fanno intuire qualcosa di lei e della sua vita. Alla curiosità si sostituiscono le grasse risate quando viene introdotto il personaggio del Tigre. A voi non deve fregare nulla della sua funzione, ma permettetemi di dire che la sua comparsa fa toccare al film il suo punto più kitsch (non trash, non ancora): st’ominide calvo, grosso, scemo, conciato da tigre causa carnevale, con sta codina sifulotta e quest’enorme pacco ancora più sifulotto sul davanti. Impossibile restare seri, nonostante le scene che seguono il suo arrivo non siano delle più allegre in effetti. Ma tant’è. Il problema è che fino a questo punto (ed è già passata almeno mezz’ora…) il film non decolla e la noia, sotto le risate, regna abbastanza palpabile. E qui cominciano i salti temporali e i poco ameni ricordi dei protagonisti. Torniamo indietro di ben sei anni.



Di fronte a due flashback diversi, come dicevo, tristi ma apparentemente scollegati, la mente dello spettatore vola e và. Nello specifico si chiede il perché debba sopportare dei personaggi poco meno che imbecilli e sommamente irritanti, oltre a “godere” della vista di agghiaccianti amplessi in mezzo a pur splendidi giardini (perché comunque la fotografia, la regia e la colonna sonora sono a livelli di perfezione, semplicemente meravigliosi), secondariamente ci si domanda cosa c’entrino con la storia principale. Per fortuna a poco a poco diventa tutto chiaro e finalmente il film comincia a catturare lo spettatore che, dapprima, gode per una meritata vendetta, si perplime davanti alla sospensione della vendetta stessa… e poi smette di pensare, completamente preso in un gorgo di assurdità, perversione e trash. Mucho trash. Muchísimo trash. Ogni mistero viene dipanato nel modo più inaspettato ed inusuale, Almodóvar non risparmia nessun particolare, nemmeno quelli che “non volevo sapere, grazie. Scusa, ma anche no!!” e firma così un film… geniale. Bello. Grottesco. Particolarissimo e assolutamente NON per tutti i gusti. Impossibile da dimenticare per un bel po’ di tempo, sicuramente.



Basta, la recensione è finita. Mi permetto solo di aggiungere un paio di particolari “tecnici”. Come ho già detto, ci sono delle immagini splendide, che non fanno altro che confermare il talento visivo di Almodóvar: le già citate immagini del giardino, che sembra davvero incantato, la stanza colma di scritte fatte con una matita per il trucco (un’opera d’arte), il collage di coloratissimi abiti strappati in mille pezzi e gettati sul pavimento, l’immagine voyeuristica dello schermo gigante nella stanza di Banderas, il confronto tra lui e la protagonista sulle scale, lei con quell’inquietante maschera bianca e la tutina nera. Per quanto riguarda gli interpreti, Elena Anaya, che interpreta Vera, è una spanna sopra tutti. Banderas è purtroppo sottotono e costretto ad interpretare un personaggio odioso, ma a tratti tira fuori un carisma incredibile quindi voto più che sufficiente. Per quanto riguarda i dialoghi, invece… da dimenticare. Memorabile la frase della vecchia domestica “I miei figli sono folli per colpa mia. Perché io ho la PAZZIA NELLE VISCERE”. Good point. Ma anche i discorsi tra Robert e Vera sotto le coperte non sono male, uno su tutti “No, guarda, lì mi fa ancora male – Beh… facciamolo da dietro, ti va? – Ma… da dietro non mi farà ANCORA più male??? - …. Cazzo, hai ragione”. Good point 2. E nonostante questo, vi consiglio comunque di guardare La pelle che abito. Non essendo fan di Almodóvar l’ho apprezzato, non saprei però se consigliarlo o meno ai suoi aficionados. Sicuramente è adatto a chi è paziente e non si fa scoraggiare, a chi cerca un film non banale e a chi non si fa spaventare dalle storie folli e grottesche.



Di Antonio Banderas, che interpreta Robert, ho già parlato qui.

Pedro Almodóvar è il regista della pellicola. Sicuramente il regista spagnolo più famoso al mondo e anche uno dei più universalmente apprezzati (anche se a me, lo ammetto, non fa impazzire, a parte per il bellissimo Tutto su mia madre), ha diretto film come Donne sull’orlo di una crisi di nervi, Tacchi a spillo, Parla con lei (con il quale ha vinto l’Oscar  per la miglior sceneggiatura) e La mala educación. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 62 anni e un film in uscita.



Elena Anaya interpreta Vera. Spagnola, ha partecipato a film come Parla con lei, Van Helsing e Fragile. Ha 36 anni.



Marisa Paredes interpreta Marilla. L’attrice spagnola ha collaborato spesso con Almodóvar, la ricordo per film come Tacchi a spillo, La vita è bella, Tutto su mia madre e Parla con lei. Ha 65 anni e due film in uscita.

 

Blanca Suárez, che interpreta Norma, la figlia di Robert, ha già partecipato anche ad Eskalofrío, dove interpretava Ángela. Sinceramente, non saprei cosa consigliarvi di vedere dopo La pelle che abito… ma siccome Tutto su mia madre è splendido ed è di Almodóvar guardatevi quello! E ora vi lascio col trailer del film... ENJOY!!!

lunedì 26 settembre 2011

L'alba del pianeta delle scimmie (2011) - Recensione

Dopo un teaser per nulla invogliante e un trailer ufficiale decisamente ispirevole, la curiosità ha vinto e questo weekend sono andata a vedere L’alba del pianeta delle scimmie (Rise of the Planet of the Apes), diretto dal regista Rupert Wyatt.



Trama: durante le ricerche di una cura per l’alzheimer, un genetista scopre un virus che riesce a rendere le scimmie intelligenti come gli esseri umani. Cesare, un cucciolo di scimpanzè da lui adottato, cresce e diventa sempre più consapevole di questo dono, finché non decide di usarlo per liberare i suoi simili prigionieri…



Come dicevo, non volevo andare a vedere L’alba del pianeta delle scimmie. In primis, perché ero già rimasta scottata dal film di Tim Burton, quel Planet of the Apes che aveva già cominciato a segnare il declino artistico del regista. Seconda cosa, non sono mai stata una fan dei film originali, che credo di non aver mai guardato se non qualche spezzone giusto per caso. Quindi, appena saputo dell’esistenza di questo prequel ho sbuffato e storto il naso, soprattutto dopo aver visto il teaser, che mostrava un branco di scimmie in procinto di balzare addosso ad un povero sfigato che passava di lì per caso. E poi… e poi è arrivato il trailer ufficiale, che mi schiaffava John Lithgow in primo piano. Diamine, uno dei miei attori preferiti. Subito dopo, spuntava Tom Felton: voglia di rivedere Draco subito salita a 3000. E infine lui, quello scimmiottino dolcissimo dagli occhioni chiari, quella bestiola così espressiva. Alla fine mi sono quindi decisa a dare una chance al film, e non me ne sono pentita affatto.



Certo, L’alba del pianeta delle scimmie non è il film dell’anno, ma è ben fatto, ben recitato e ha degli effetti speciali che sono la fine del mondo; in più, e non è poco, non bisogna essere fan dei vecchi film per poterselo godere. Ovvio, magari non guasta conoscerne la trama, ecco, visto che solo lo spettatore che più o meno la sa intuirà il significato del finale e della sua particolare prosecuzione durante i titoli di coda, comprendendo così anche il significato del titolo. Ma per il resto, il film si lascia guardare, eccome. La storia non è sicuramente delle più originali, visto che fa leva sul solito binomio “scienziato buono che trova una cura vs profittatori cattivi che condannano la razza umana solo per avidità”, ma è come sempre molto efficace e regala momenti abbastanza toccanti ed emozionanti. Momenti che non esisterebbero senza la bravura degli attori, che poi è il motivo principale che mi ha spinta ad andare al cinema e fondamentalmente la caratteristica che rende L’alba del pianeta delle scimmie diverso da tonnellate di altri film simili.



Essendo abituata a vedere John Lithgow come un vulcano, un carismatico caratterista impossibile da relegare a semplici ruoli di comprimario, il suo personaggio in L’alba del pianeta delle scimmie mi ha stupita; la sua interpretazione è misurata, sofferente, realistica e commovente, assolutamente indispensabile. Infatti, nonostante i protagonisti siano lo scienziato Will e la scimmia Cesare, il personaggio più importante della pellicola è il vecchio Charles; il figlio crea la cura che rende intelligenti i primati proprio per guarirlo dall’alzheimer e decide di accogliere il cucciolo di scimpanzé in casa anche per l’immediata simpatia che il vecchio dimostra nei confronti dell’animale. Si può dire così che la vita di Cesare cominci grazie a Charles e che anche la sua perdita dell’”innocenza” e successiva ribellione coincida con il progressivo aggravarsi delle condizioni dell’uomo. Questi sono i momenti più toccanti dell’intero film e diventano ancora più emozionanti perché la realizzazione di Cesare rasenta la perfezione di un’opera d’arte, dove la bravura mimica di Andy Serkis si fonde con degli effetti speciali incredibili, dando vita ad una creatura espressiva, viva, assolutamente realistica (lo stesso si può dire anche delle altre scimmie, la maggior parte delle quali credo sarebbero indistinguibili da quelle vere, a parte un paio di primati un po’ più “fasulli” perché troppo caratterizzati, come il gorilla, lo scimpanzé orbo o il babbuino).



     
Non è tutto oro quel che luccica, ovviamente, perché alcune finte immagini “da poster” con il gruppetto di primati messi in posa ci sono, e anche perché l’idea che un branco di scimmie, per quanto intelligenti siano, riesca a mettere a ferro e fuoco una città come San Francisco in barba alle forze armate mi risulta un po’ difficile da digerire. Però devo ammettere che L’alba del pianeta delle scimmie mi ha fatto venire voglia di vedere i vecchi film della serie perché, laddove Planet of the Apes di Burton non mi aveva smosso un capello, questo mi ha messo addosso parecchia inquietudine e mi è riuscito difficile parteggiare per le scimmie, per quanto vessate e desiderose di libertà: l’idea che la razza umana si autocondanni all’estinzione e che le scimmie nel frattempo si freghino le mani sottomettendo gli stupidi uomini… mah, mi turba!! Lo ammetto! E ora scappo… il babbuino che tengo in casa mi ha detto di staccarmi dal pc che gli serve, e anche di invitarvi a vedere L’alba del pianeta delle scimmie e di votare per lui alle prossime elezioni. (Aiuto).



Decisamente. AIUTO.



Di Brian Cox, qui nei panni dell’odioso John Landon, ho parlato qua. Immancabile, ovviamente, Andy Serkis, che presta i movimenti e l’espressività a Cesare.

Rupert Wyatt è il regista della pellicola. Inglese, è al suo quarto film. Anche sceneggiatore e produttore, ha 39 anni.



James Franco interpreta Will. Uno dei più famosi attori americani di ultima generazione, lo ricordo per film come Spider – Man (e i suoi due seguiti) e 127 ore, che gli ha valso la nomination all’Oscar come miglior attore protagonista. Ha partecipato anche ad un episodio di X – Files. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 33 anni e otto film in uscita tra cui l’attesissimo (almeno da me!!) Oz: The Great and Powerful di Sam Raimi, dove interpreterà Oz in persona.  



John Lithgow interpreta il padre di Will, Charles. Uno dei miei attori preferiti, soprattutto dopo essermi goduta per anni le sue performance nella meravigliosa ed esilarante serie Una famiglia del terzo tipo, lo ricordo per film come Ai confini della realtà, Footlose, Bigfoot e i suoi amici, Cliffhanger – L’ultima sfida e Rosso d’autunno; ha inoltre prestato la voce al Lord Farquaad di Shrek e partecipato ad episodi delle serie Dexter e How I Met Your Mother. Americano, anche produttore e sceneggiatore, ha 66 anni e quattro film in uscita.



Tom Felton (vero nome Thomas Andrew Felton) interpreta l'odioso Dodge. Attore inglese passato alla storia per avere interpretato un altro personaggio odioso per eccellenza, il Draco Malfoy dei sette film dedicati ad Harry Potter, ha partecipato giovanissimo al film Anna and the King. Ha 24 anni e quattro film in uscita.



Non è facile inserire questo L’alba del pianeta delle scimmie in una cronologia che comprenda gli altri film perché, apparentemente, se ne distacca mantenendo solo qualche riferimento in quanto a nomi e situazioni. Per esempio, Cesare era il protagonista del quarto film della franchise originale, 1999: conquista della terra, ambientato in un futuro alternativo dove lo scimpanzé liberava i suoi simili ritornati ad essere schiavi degli uomini. Quindi, probabilmente L’alba del pianeta delle scimmie sarà un film che preluderà a tutta una nuova serie di reboots delle pellicole originali, anche perché il regista sta già pensando ad un sequel ambientato otto anni dopo le vicende narrate in questo episodio. E ora... so che dovrei lasciarvi con il trailer del film. Ma mentre scrivevo il post una canzone e una sola mi rimbombava nella mente.... ENJOY!!!

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