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mercoledì 13 dicembre 2017

Fantastic Mr. Fox (2009)

Il Bolluomo voleva vedere un "cartone animato" su Netflix e la scelta è caduta così su Fantastic Mr. Fox, diretto e co-sceneggiato nel 2009 da Wes Anderson partendo dall'omonimo racconto di Roald Dahl (tradotto in Italia con Furbo, il signor Volpe).


Trama: Mr. Fox è una volpe che fa il giornalista ma rimpiange i tempi in cui, assieme alla moglie, passava le notti a rubare pollame. Trasferitosi in una nuova casa, Mr. Fox ricomincia la sua vita di furti, attirando su di sé e sulla sua famiglia le ire di tre allevatori...



Fantastic Mr. Fox era uno dei due film di Wes Anderson che ancora non avevo visto (adesso manca solo Un colpo da dilettanti, l'opera di esordio del regista) e sinceramente non so perché abbia aspettato così tanto prima di guardarlo. L'idea di vedere un autore che adoro impegnato nella non facile realizzazione di un cartone animato in stop motion mi intrigava molto ma sapete bene che la mala distribución dalle mie parti impera e anche per questo nel corso degli anni non sono mai riuscita a recuperare Fantastic Mr. Fox. Peccato, perché il film in questione è davvero un gioiellino, in primis per come è stato girato ma anche per il modo "subdolo" in cui le idiosincrasie tipiche del regista e il suo modo di gestire personaggi al limite del weird sono riusciti ad arricchire e conferire nuovi significati ad una storia semplice come quella scritta da Roald Dahl, dando alla luce un prodotto "adulto", quasi sicuramente molto poco appetibile per un pubblico di giovanissimi (e, visti i risultati in termini di incassi, per il pubblico in generale, ahimé). Lungi dall'essere "semplicemente" la storia della lotta tra una volpe e tre allevatori, il Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson racconta la frustrazione di una creatura abituata ad essere, per l'appunto, "fantastica", adorata e rispettata dall'intero regno animale per la sua furbizia, l'arte affabulatoria, la destrezza e l'agilità, costretta da una promessa fatta quasi in punto di morte ad accontentarsi della normalità di un posto fisso come quello di giornalista e a guardare con nostalgia al passato; come accade spesso nei film del regista, Mr. Fox è un adulto "bambino" e ha un rapporto conflittuale sia con la moglie (pur amandola alla follia) sia con un figlio adolescente che non mantiene alto il buon nome della famiglia in quanto goffo, piccolino e pasticcione. La frustrazione di Mr. Fox si sfoga dapprima nell'acquisto di un'enorme casa, poi nello scontro con i tre allevatori più crudeli della regione, stufi di vedersi rubare letteralmente sotto il naso polli, anatre, tacchini e persino sidro e pronti quindi ad eliminare non solo Mr. Fox ma tutti gli animali del bosco dalla faccia della terra; il Mr. Fox di Anderson è quindi un personaggio "negativo", portato dal suo narcisistico egoismo a mettere in pericolo la sua famiglia e gli amici, mentre la creatura di Roald Dahl era un padre che rubava per consentire ai figli di sopravvivere, non per soddisfare il proprio ego.


Le scelte di sceneggiatura di Anderson, per il quale Dahl è comunque una specie di mitico eroe, non intaccano il senso ultimo del personaggio (alla fine Mr. Fox vuole molto bene al figlio "strano", desidera solo il bene per la sua famiglia ed è disposto persino a sacrificarsi per essa) ma approfondiscono la sua personalità e rendono la storia in generale più movimentata, oltre che incredibilmente ironica. Anche il tema del "diverso", assai caro al regista, viene introdotto con eleganza e collegato alla trama grazie all'esilarante conflitto tra due outsider come Ash, figlio di Mr. Fox, e Kristofferson, nipote da parte di madre; come ho accennato nel paragrafo precedente, Ash è diverso in senso "negativo", disadattato e incapace di portare avanti l'eredità di un padre irraggiungibile, mentre Kristofferson è il tipico personaggio Andersoniano che vive in un mondo tutto suo e si diletta con hobby decisamente peculiari, risultando ovviamente eccelso in ognuno di essi. Partendo dal personaggio di Kristofferson si può cominciare poi a parlare dell'incredibile bellezza visiva e dello stile di Fantastic Mr. Fox, Andersoniano dall'inizio alla fine e maniacale per quel che riguarda i dettagli. In un universo tipicamente saturo dei colori caldi tanto amati dal regista, l'unico diverso è proprio Kristofferson, vestito d'azzurro; rimanendo in tema abiti, Mr. Fox veste un completo assai simile a quelli prediletti da Anderson, non a caso le stoffe per realizzarlo provengono proprio dal sarto del regista; lo stesso Wes Anderson ha voluto che i pupazzini dei singoli personaggi fossero manufatti con pelliccia vera (alla faccia degli animalisti) nonostante l'aspetto arruffato che avrebbero avuto dopo miriadi di maneggiamenti e riposizionamenti, e persino i pochi esseri umani presenti nella pellicola hanno in testa capelli veri raccolti dai dipendenti dello studio d'animazione. Questi sono solo alcuni esempi ma anche senza andare nello specifico si intuisce ad una prima occhiata il lavoro certosino che sta dietro ad ogni singolo fotogramma di Fantastic Mr. Fox, ognuno dei quali meriterebbe di essere incorniciato e appeso, con i pupazzini imprigionati negli splendidi ambienti usciti dritti dritti dal gusto peculiare di Wes Anderson. E lo so che il regista è ormai diventato la parodia di sé stesso, col suo manierismo portato all'eccesso e le messe in scena che più hipster non si può, però io lo adoro così e bramerei tantissimo vivere in un universo fatto ad immagine e somiglianza di ciò che si agita in quello spocchioso ed elitario cervello d'artista, anche a costo di diventare una Bolla-pupazzetto. Ho già detto che aDDoro WES ANDERSON!?


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson, che in originale doppia la Donnola, ho già parlato QUI. George Clooney (Mr. Fox), Meryl Streep (Mrs. Fox), Jason Schwartzman (Ash), Bill Murray (Badger), Michael Gambon (Franklin Bean), Willem Dafoe (Rat), Owen Wilson (Allenatore Skip), Garth Jennings (il figlio di Bean), Brian Cox (Action 12 Reporter) e Adrien Brody (Topolino) li trovate invece ai rispettivi link.

Eric Chase Anderson è il doppiatore originale di Kristofferson. Fratello minore del regista, ha partecipato a film come Rushmore, I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou e Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore. Anche regista, ha 45 anni.


Fantastic Mr. Fox ha ottenuto due nomination per gli Academy Award del 2010, una per la Miglior Colonna Sonora Originale e una per il Miglior Film d'Animazione ma entrambi i premi sono andati invece a Up. Lo sceneggiatore Wallace Wolodarsky, voce dell'opossum Kylie, ha partecipato ad altri film di Anderson in veste di attore, come Rushmore, Il treno per il Darjeeling e Grand Budapest Hotel; a doppiare il "cantastorie" Petey c'è invece il frontman dei Pulp, Jarvis Cocker mentre il figlio di Francis Ford Coppola, Roman, presta la voce ad uno degli scoiattoli. Se Fantastic Mr. Fox vi fosse piaciuto recuperate I Tenenbaum, Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore, Rushmore e Coraline e la porta magica. ENJOY!

venerdì 25 agosto 2017

Morgan (2016)

L'avevo perso per i soliti disagi distributivi ma ora sono finalmente riuscita a recuperare Morgan, esordio alla regia di Luke Scott, figlio di Ridley Scott.


Trama: dopo un sanguinoso incidente, la consulente di una misteriosa ditta viene incaricata di indagare una struttura segretissima dove è rinchiusa Morgan, essere umano creato artificialmente in laboratorio che sta sfuggendo al controllo dei suoi creatori...



Nonostante il regista sia figlio d'arte, Morgan è passato un po' sotto silenzio e sinceramente non ricordo di avere visto qualche recensione in proposito (se ce ne sono sui blog che seguo abitualmente mi scuso, segnalatemele, grazie!). Ne ho quindi affrontato la visione memore dei pochi trailer passati al cinema, convinta che mi sarei trovata davanti un horror tout court. Invece, come spesso succede ultimamente, il trailer è stato realizzato meglio del film o, per essere più precisi, veicola delle atmosfere ben precise che in Morgan ho ritrovato soltanto nella prima parte, per poi perdersi miseramente nella seconda. Non sto dicendo che il film di Luke Scott sia brutto, per carità, solo che sfrutta male i concetti che stanno alla base della sceneggiatura e non solo per quel che riguarda la creazione di determinati momenti di tensione ma anche per le riflessioni scaturite dalla natura di Morgan. Può un essere creato artificialmente, con delle direttive di programmazione ben precise, sviluppare una coscienza di sé al punto da poter arrivare a dire "sono finalmente me stesso"? Da dove nascono le emozioni o, meglio, come può una creatura non umana distinguere tra amore reale e amore indotto semplicemente dalle buone azioni altrui? Questi interrogativi vengono sì posti durante il film ma diventano a poco a poco delle mere domande oziose, utili solo per scatenare la fuga di Morgan della struttura e lasciate un po' lì a morire per concentrarsi sulla sete di sangue dell'essere che da il titolo alla pellicola. E' un peccato perché l'inizio, con il team di dottori legato da una sorta di vincolo di parentela, faceva presagire l'approfondimento di tematiche molto importanti e la stessa figura della comportamentista Amy (o dei "papà e mamma" Ziegler e Cheng) avrebbe potuto essere sviluppata meglio invece di ridursi all'animaletto terrorizzato e pigolante mostrato sul finale. Anche l'aspetto horror della vicenda, concentrato sulla misteriosa figura di Morgan e di quelli che dovrebbero essere i suoi poteri, si perde per diventare un'accozzaglia di cat fight e scene d'azione che di inquietante hanno davvero poco o nulla.


Un altro aspetto particolare di Morgan, anche lì poco sfruttato, è l'abbondanza di attori della madonna che hanno accettato di partecipare con ruoli purtroppo risibili. Jennifer Jason Leigh e Brian Cox avrebbero potuto anche non venire coinvolti nel film in quanto i loro personaggi non apportano nulla di particolare alla trama e sarebbero stati identici anche con l'ausilio di attori meno blasonati; va un po' meglio a Toby Jones, Michelle Yeoh e Paul Giamatti, anche se sinceramente non capisco il motivo del piglio astioso che il Dottor Shapiro, interpretato da quest'ultimo, utilizza durante la valutazione psichica di Morgan, che in teoria avrebbe dovuto essere condotta con calma e perizia invece che da un pazzo umorale. Kate Mara e Anya Taylor-Joy sono invece molto brave e perfette per i personaggi che interpretano. L'espressione "talmente antipatica da spingere i container ad andarsene da soli" (cit.) della Mara è l'ideale per un personaggio che fa della mancanza di empatia e dell'efficienza a tutti i costi un punto d'onore mentre Anya Taylor-Joy conferisce a Morgan tutta l'inquietudine nervosa del suo sguardo particolare, già apprezzato in Split e The Witch, ma purtroppo a causa della sceneggiatura banalotta non riesce a rendersi memorabile come nelle altre sue performance. Per quel che riguarda la regia, Scott se la cava bene nella pluricitata "prima parte", tra immagini riflesse che allo spettatore attento rivelano più di quanto facciano i dialoghi, ambienti claustrofobici e momenti di quiete quasi onirica ma in generale non regala emozioni particolari né sequenze capaci di consacrarlo ai posteri come degno figlio/nipote di tanto padre/zio. Pur non essendo giovanissimo, c'è solo da sperare che il ragazzo si possa fare col tempo, anche se non tratterrò il fiato nell'attesa!


Kate Mara (Lee Weathers), Anya Taylor-Joy (Morgan), Rose Leslie (Dr. Amy Menser), Toby Jones (Dr. Simon Ziegler), Boyd Holbrook (Skip Vronsky), Michelle Yeoh (Dr. Lui Cheng), Brian Cox (Jim Bryce), Jennifer Jason Leigh (Dr. Kathy Grieff) e Paul Giamatti (Dr. Alan Shapiro) li trovate ai rispettivi link.

Luke Scott è il regista della pellicola. Inglese, figlio di Ridley Scott, è al suo primo e finora unico lungometraggio. Anche attore, ha 49 anni.


Se Morgan vi fosse piaciuto recuperate Ex Machina. ENJOY!

domenica 12 marzo 2017

The Ring (2002)

Siccome il 16 marzo dovrebbe uscire The Ring 3 in tutta Italia e probabilmente anche a Savona, ho deciso di fare un po' di ripasso con i remake americani della saga nipponica dedicata a Samara/Sadako, cominciando proprio con The Ring, diretto nel 2002 dal regista Gore Verbinski.


Trama: dopo la morte della nipote in circostanze misteriose, la giornalista Rachel comincia ad indagare e scopre l'esistenza di una videocassetta che condanna lo spettatore a morire sette giorni dopo averla guardata.


Questo sarà un post strano, diviso tra passato e presente, nel quale cercherò di essere  più sentimentale e allo stesso tempo più obiettiva possibile. Cominciamo per l'appunto con un momento amarcord. Quella sera lontana di ormai quindici anni fa, seduta al cinema e pronta a guardare The Ring, non avevo assolutamente idea del fatto che esistessero i film di Hideo Nakata o, meglio, lo sapevo ma non avendoli mai visti ero assolutamente "vergine" e la storia di Samara e della videocassetta maledetta mi aveva colta impreparata e conseguentemente uccisa di paura. Ricordo in particolare (e come faccio a dimenticarlo) di essere quasi morta durante la sequenza finale, quella che mostra il destino di chi arriva al settimo giorno e si ritrova alla mercé della cattivissima ragazzina; l'immagine della mocciosa dai lunghi capelli neri che, tra scatti, freeze frame e stacchi improvvisi di montaggio, usciva dalla TV pronta a ghermire il malcapitato di turno mi aveva sconvolta al punto che, arrivata a casa, avevo staccato le spine di tutti gli apparecchi televisivi e, per buona misura, li avevo anche coperti con un asciugamano, per la gioia di mia madre che si era finalmente resa conto di avere una figlia scema. Dopo quella volta, ho rivisto The Ring almeno in altre 3/4 occasioni, l'ultima assieme al Bolluomo (visione interrotta da un blackout che ha convinto il povero Mirco, già impaurito di suo, a non proseguire oltre), e non sono mai riuscita a voler male al remake di Verbinski, nonostante risulti, se paragonato all'originale nipponico, la solita pappetta premasticata e sputata nel piatto del pubblico bue occidentale che abbisogna di spiegoni, retroscena, effetti speciali e make-up ben preciso, così da non lasciare nulla al dubbio o all'immaginazione. Col tempo, fortunatamente, si è attenuata un po' la paura di Samara, sebbene sia la sequenza iniziale che la già citata scena finale mi stringano ancora oggi il petto e non possa quindi dire che The Ring sia un film noioso o poco efficace, eppure riguardandolo qualche sera fa ho dovuto constatare che qualcosa è cambiato in me oppure che gli anni non sono stati proprio clementi con questa pellicola.


Rivedendo The Ring per la quinta volta sono stata colpita come un maglio dalla sua aria "finta". La fotografia è piagata da un filtro che rende ogni immagine verdastra (il che ha senso visto il legame tra Samara e l'acqua) e le immagini dell'acero ripreso al tramonto feriscono gli occhi per quanto sono alterate digitalmente; sicuramente è una scelta stilistica, come se i personaggi dopo aver visto la videocassetta maledetta fossero letteralmente entrati in una dimensione "altra", irreale, però credetemi se dico che i quindici anni passati si sentono tutti. Lo stesso vale per il video di Samara, che a differenza dell'originale giapponese sembra davvero "il lavoro di uno studente di cinema" (come viene detto ironicamente nel film), privo di anima e mai davvero inquietante, per non parlare di alcuni elementi tratti direttamente da esso, come la disgustosa scolopendra in CGI che sembra appiccicata allo schermo (a differenza della mosca. Quella è sempre molto realistica). Purtroppo, anche la sequenza incriminata, ovvero quella in cui Samara esce finalmente dallo schermo, sta cominciando a mostrare il fianco, non tanto per quel che riguarda l'atmosfera quanto proprio per l'effetto digitale che sta dietro alla costruzione della stessa: paradossalmente, nonostante la versione giapponese sia più artigianale, Ringu fa molta più paura, anche grazie all'utilizzo di una colonna sonora capace di fare accapponare la pelle, elemento di cui il film di Verbinski difetta. Quello che è ancora oggi molto apprezzabile è invece la scelta della carismatica Naomi Watts come protagonista, costretta a dismettere gradualmente la sua natura pragmatica man mano che la maledizione comincia ad agire sulle sue percezioni e su coloro che le stanno attorno, e anche il bimbetto che interpreta suo figlio continua ad essere inquietante come la prima volta che l'ho visto, oltre che fastidioso come pochi. Comunque, pur con tutti i difetti e la diminuzione progressiva dei pregi, The Ring ha segnato un'epoca particolare dell'horror (se in maniera positiva o negativa non sta a me dirlo ma punterei il dito su di lui se vi siete stufati, come me, dell'ondata di mostre bianchicce e capellone del cosiddetto J-Horror che per un decennio hanno invaso il mercato occidentale) e ad ogni visione non mi lascia mai insoddisfatta quindi ribadisco il mio voler bene alla creatura di Verbinski. Basta che non me lo chiamate "regista visionario" come nei trailer de La cura dal benessere, ecco. Quello proprio no.


Del regista Gore Verbinski ho già parlato QUI. Naomi Watts (Rachel), Brian Cox (Richard Morgan), Jane Alexander (Dr. Grasnik), Sasha Barrese (una delle due ragazze che fumano con Rachel dopo il funerale di Katie) e Adam Brody (all'epoca solo una comparsa, è il ragazzo che dopo il funerale di Katie racconta a Rachel della cassetta) li trovate invece ai rispettivi link.

Amber Tamblyn interpreta Katie. Figlia di Russ Tamblyn, ovvero il viscido dottor Jacobi di Twin Peaks, ha partecipato a film come The Grudge 2, 127 ore, Django Unchained e a serie quali Buffy l'ammazzavampiri, CSI, Senza traccia, Dr. House e Due uomini e mezzo. Americana, anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 34 anni e tre film in uscita.


Daveigh Chase interpreta Samara. Americana, ha prestato per anni la voce a Lilo nei film Lilo & Stitch, Stitch! The Movie, Leroy & Stitch e in Lilo & Stitch: La serie e ha doppiato Chihiro nella versione inglese de La città incantata oltre ad essere stata Samantha Darko sia in Donnie Darko che nel sequel S. Darko. Ha partecipato a serie come Sabrina vita da strega, Streghe, ER Medici in prima linea, CSI, Cold Case e Senza traccia. Ha 27 anni.


Il ruolo di Rachel era stato offerto a Jennifer Connelly (che avrebbe poi partecipato al remake di Dark Water) poi a Gwyneth Paltrow, Jennifer Love Hewitt e Kate Beckinsale prima di andare a Naomi Watts mentre Daveigh Chase è diventata Samara dopo che le era stata preferita Kristen Stewart per il ruolo della figlia di Jodie Foster in Panic Room. Altro fatto interessante: Chris Cooper avrebbe dovuto essere presente nel film ed interpretare un killer, probabilmente pedofilo, che all'inizio cerca di convincere Rachel a riabilitare il suo nome mentre sul finale riceve dalla giornalista la copia della videocassetta duplicata dal figlio, un subplot completamente tagliato dalla versione definitiva del film assieme ad un altro finale in cui Rachel nasconde la videocassetta tra i titoli di un videonoleggio. The Ring è stato seguito nel 2005 da The Ring 2 (nel mezzo c'è il corto Rings, girato nello stesso anno, utile ma non indispensabile per capire gli eventi iniziali della pellicola) e tra poco arriverà The Ring 3 mentre per quel che riguarda le versioni giapponesi, The Ring è il remake diretto di Ringu (già remake di un omonimo film  TV), il quale ha dato origine alla serie TV in 12 episodi Ringu - Saishuushou, al sequel Ringu 2 e al prequel Ringu 0: Birthday; in realtà, il "vero" sequel di Ringu, in quanto basato sui romanzi di Kouji Suzuki, sarebbe però Rasen, conosciuto come The Spiral, che ha dato vita a una serie TV omonima e ai sequel Sadako 3D e Sadako 3D 2. Se ancora non vi basta, sappiate che esiste anche un remake coreano dal titolo Ring e, come dimenticarlo, Sadako vs Kayako, dove la saga di The Ring si incrocia con quella di The Grudge. Recuperate tutto e... ENJOY!

venerdì 10 marzo 2017

The Autopsy of Jane Doe (2016)

Altro giro, altro horror preso paro paro dalla classifica di Lucia e consigliatomi anche dall'amico Roberto! Oggi si parla di The Autopsy of Jane Doe, diretto nel 2016 dal regista André Øvredal e uscito proprio l'8 marzo in Italia.


Trama: sul luogo di una strage familiare viene ritrovato il cadavere di una donna che, apparentemente, non ha nulla a che vedere con le dinamiche della tragedia. Per comprenderne il mistero, il cadavere viene affidato agli anatomopatologi Tommy ed Austin Tilden, padre e figlio che si ritrovano così a dover gestire qualcosa che va oltre le loro competenze...



Ultimamente mi capitano sotto mano horror che, per quanto siano bellissimi, non riescono proprio a mettermi paura, a meno che non ricorrano al sempre valido "trucco" del jump scare piazzato ad arte. Per intenderci, non è che guardando Train to Busan non mi sia venuta ansia per i protagonisti quando gli zombi li attaccavano, oppure che non me la sia fatta sotto all'idea di una madre e una figlia perseguitate dai djinn nel bellissimo Under the Shadow, ma l'aria di minaccia che ho respirato fin dall'inizio di The Autopsy of Jane Doe è cresciuta e si è sedimentata in maniera particolare, tanto che ad un certo punto mi è venuta persino voglia di andarmi a fare un giro e lasciare i Tilden alle prese con l'inquietante cadavera. Senza fare spoiler, ché io basandomi sugli stessi indizi che sto per scrivere ero arrivata ad una conclusione completamente errata, questa Jane Doe così perfetta all'esterno e maciullata dentro, talmente gnocca che persino con la lingua mozzata e l'occhio vitreo risulta trecento volte più figa di quanto potrei mai essere io truccata di tutto punto, puzza di camurrìa lontano un chilometro. Lo sa bene Øvredal, che non lesina inquadrature del volto della fanciulla, di mani che si avvicinano pericolosamente alla bocca di lei, di "cose" inspiegabili che accadono man mano che i due anatomopatologi toccano le varie fasi dell'autopsia (con dovizia di rumorini, ombre riflesse sugli specchi, dettagli che stonano nell'asettico ambiente di una camera mortuaria) arrivando a scoprire cose parecchio strane su costei; ai fatti tangibili, per così dire, ricavati dall'approccio scientifico dei due e dagli indizi pescati da questo corpo morto, si affiancano conclusioni che fanno arricciare il naso dello spettatore e che lo portano ad aspettare spasmodicamente quella svolta horror che, ovviamente, non tarda ad arrivare. Ma forse non nel modo che uno si aspetta, non con questo canovaccio ridotto all'osso sul quale gli sceneggiatori hanno giocato di furbizia, attori e tecnica.


Una volta entrati nel mood del film, più o meno quando i due protagonisti arrivano a rendersi conto di essere stati incaprettati, la paura un po' passa e la conclusione, riflettendoci, fa abbastanza ridere (SPOOOOILERISSIMO: comodo perpetrare la maledizione attraverso un cadavere che gira per le case dal 1600!!) ma la scelta di ambientare il film in un ambiente claustrofobico come i sotterranei adibiti a morgue di una casa in campagna è sicuramente vincente, soprattutto considerata la natura per nulla rassicurante o moderna dei mezzi utilizzati solitamente dai Tilden per arrivare in superficie. A tutto questo bisogna aggiungere ancora un paio di cosette. La regia di Øvredal è furbissima e il norvegese merita un plauso per il modo in cui è riuscito ad evitare le soluzioni banali che la seconda parte del film avrebbe potuto richiamare, preferendo ricorrere a poche inquadrature mirate di dettagli e a quel "vedo non vedo" che fa molta più paura rispetto al continuo utilizzo di una CGI farlocca. Stiamo pur sempre parlando di un film che si intitola L'autopsia di Jane Doe, quindi anche gli amanti del gore hanno di che gioire, tra incisioni ad ipsilon dalle quali sgorga il sangue e dettagli anatomici abbastanza raccapriccianti (si astengano invece coloro che, giustamente per carità, non amano vedere morire degli animali on screen, anche di morte "naturale") ma il cuore della pellicola, giusto per rimanere in tema, è sottile e inquietante come il mestiere dei due protagonisti. I quali, ovviamente, sono il secondo punto di forza del film, col vecchio leone Brian Cox che palesa un invidiabile aplomb nonché una comprensibile aura di tristezza in grado di renderlo molto umano, ed Emile Hirsch in qualità di figlio desideroso di staccarsi dalla scomoda attività di famiglia eppure, in qualche modo, legato ed interessato ai segreti del mestiere. Menzione speciale la merita però Jane Doe in persona: l'irlandese Olwen Catherine Kelly passerà anche tutto il film sdraiata su un tavolo da autopsia senza muovere un muscolo ma in qualche modo la sua presenza scenica surclassa quella degli altri due bravissimi attori, quindi mi vien quasi da dire che il 2016 sia stato un anno perfetto per i cadaveri cinematografici, Swiss Army Man docet!


Di Brian Cox, che interpreta Tommy Tilden, ho già parlato QUI.

André Øvredal è il regista della pellicola. Norvegese, ha diretto film come Troll Hunter. Anche produttore, ha 44 anni e un film in uscita.


Emile Hirsch interpreta Austin Tilden. Americano, ha partecipato a film come Lords of Dogtown, Into the Wild - Nelle terre selvagge, Milk, Killer Joe, Le belve e a serie quali Una famiglia del terzo tipo, Sabrina vita da strega, Jarod il camaleonte e ER - Medici in prima linea. Ha 32 anni e quattro film in uscita.


Pare che Martin Sheen fosse stato scelto per il ruolo di Tommy ma all'ultimo ha dovuto rinunciare ed è stato perciò sostituito da Brian Cox. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate The VVitch. ENJOY!

venerdì 21 marzo 2014

Lei (2013)

Martedì ho finalmente guardato il film visto ed apprezzato da (quasi) tutta la blogosfera, ovvero Lei (Her), diretto e sceneggiato nel 2013 da quel geniaccio di Spike Jonze e vincitore dell'Oscar per la migliore sceneggiatura originale.


Trama: Theodore è un uomo solitario, provato dalla fine di un lungo matrimonio. Un giorno, per curiosità, decide di acquistare un software in grado di "evolversi" in base alle necessità del padrone ed è così che, a poco a poco, intesse una relazione con questo programma, autodenominatosi Samantha...


Quanta tristezza, quanta bellezza. Durante la visione di Lei sono stata colta da una malinconia talmente profonda che ho fatto fatica ad arrivare alla fine e non perché il film sia brutto, anzi. Solo che, verso la fine, alla malinconia si è aggiunta anche un po' d'inquietudine. La storia di Theodore, ambientata in un futuro prossimo dove le lettere d'amore vengono dettate da appositi impiegati ad un computer che poi le stamperà in bella calligrafia, sembrerebbe quasi la naturale evoluzione di questa società dove le persone sono sempre più isolate e chiuse all'interno di una rete globale in grado di alimentare disagio e solitudine. Il protagonista si trova davanti al suo primo, importante fallimento come essere umano (il matrimonio è andato a rotoli) e non ha più il coraggio di rapportarsi agli altri perché, che scoperta!, l'amore è un sentimento reciproco dove è bello ricevere ma bisogna anche dare... e lui non riesce più a darsi completamente, o forse non c'è mai riuscito, perso nella ricerca egoista di un ideale inesistente e ingiusto. L'unica soluzione è vivere una fantasia, per quanto assurda, con qualcuno che non potrà mai essere alla pari di un essere umano e che tuttavia, apparentemente, è la persona perfetta: Lei. Samantha. Il software che, attraverso l’interazione con Theodore, comincia a comprendere il mondo e sé stessa, ad evolversi e superarsi, a trascendere in modo imprevedibile. La mia inquietudine non deriva tanto dalla svolta vagamente distopica che il film prende verso il finale, quanto dalla consapevolezza che l’essere umano Theodore è, se così si può dire, il “personaggio negativo” del film, un uomo perso nel suo ideale di artistica perfezione che si ammanta di un’aura di sfiga e tenerezza che non lo rende però meno ottuso, debole o ridicolo (si veda la sequenza dell'appuntamento al buio con Olivia Wilde, scioccante in ogni suo aspetto!). E’ più facile empatizzare con Samantha che, poverina, sarà anche infallibile in quanto computer e a tratti istericamente provata dal suo desiderio di vivere accanto a Theodore e convincerlo della possibilità di una relazione, tuttavia palesa sentimenti di inadeguatezza, frustrazione, gelosia, tristezza e curiosità genuinamente e meravigliosamente umani.


Jonze racconta così la favola malinconica di un amore 2.0, di una ricerca disperata della felicità impossibile e anche di amicizia; lo fa con tocco delicato e poetico, regalando allo spettatore momenti divertenti, assurdi e commoventi che ci spingono a riflettere su noi stessi e sul nostro modo di rapportarci agli altri, magari identificandoci di volta in volta con Theodore o con Samantha, anche se la persona più “vera” (nel senso di plausibile) del film è la tenera e frustrata Amy, interpretata da una Amy Adams bravissima e stranamente dimessa. Le sfumature del passato si mescolano ad un presente fatto di note malinconiche, colori tenui e luci soffuse e a squarci di un incerto futuro perso negli sterminati neon di una città cosmopolita, che può offrire agli sperduti protagonisti la speranza e l’amore, come anche la disperazione e il perpetuarsi della solitudine. Joaquin Phoenix regge quasi da solo il film con la sua delicata e convincente interpretazione di un uomo qualunque, senza particolari pregi se non quello di saper mettere su carta i sentimenti altrui (e col fatale difetto di non riuscire a gestire i propri), ma la particolarità del film è la briosa, sensuale e tenera voce di Scarlett Johansson, in grado di rendere viva e reale Samantha e di emozionare lo spettatore anche se priva di un corpo. La cosa incredibile è che Jonze non usa mezzucci per dotarla di una presenza fisica, come un ologramma o un'immagine, ma gli basta semplicemente inquadrare l'inseparabile telefonino che Theodore porta sempre con sé e col quale ha una relazione simbiotica fin dalle prime immagini del film, prefigurazione veritiera di tutto quello che accadrà in seguito. Her è una pellicola lieve e particolare, che bisogna seguire con un po' di attenzione e una certa predisposizione alla malinconia; bisogna stare al gioco del regista e lasciarsi trasportare dai suoni e dalle parole, senza lasciarsi fuorviare dallo stile patinato delle immagini o dalla tematica fantascientifica perché questa, più che la storia di un amore impossibile tra un uomo e una macchina, è una storia sull'impossibilità di amare ed esprimere al meglio quello che proviamo, da vedere e rivedere.


Del regista e sceneggiatore Spike Jonze (che presta anche la voce al bimbetto alieno del videogame) ho già parlato qui. Di Joaquin Phoenix (Theodore), Chris Pratt (Paul), Rooney Mara (Catherine), Kristen Wiig (è la voce di SexyKitten), Scarlett Johansson (la voce di Samantha), Amy Adams (Amy) e Brian Cox (la voce di Alan Watts) ho già parlato ai rispettivi link.

Olivia Wilde (vero nome Olivia Jane Cockburn) interpreta la ragazza con cui Theodore ha l'appuntamento al buio. Americana, la ricordo per film come Turistas, Tron: Legacy, Cowboys & Aliens, In Time, The Words e Rush; inoltre, ha partecipato a serie come The O.C. e Dr House e, come doppiatrice, ha partecipato ad episodi di Robot Chicken e American Dad!. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 30 anni e cinque film in uscita.


Portia Doubleday, che nel film interpreta il "doppio" umano di Samantha, Isabella, nell'imbarazzante Lo sguardo di Satana - Carrie era mora e rispondeva al nome di Chris Hargensen. Originariamente, a dare la voce a Samantha avrebbe dovuto essere l'attrice Samantha Morton, che è stata sul set ogni giorno e aveva già registrato tutti i dialoghi. In fase di montaggio, però, Jonze ha capito che qualcosa non funzionava e, col benestare dell'attrice, ha deciso di ingaggiare la Johansson e farle ri-recitare da capo tutti i dialoghi. Tra l'altro, anche Chris Cooper ha girato alcune scene ma il suo personaggio è stato tagliato completamente fuori dalla pellicola. Un'altra attrice che ha dovuto rinunciare a partecipare al film, sebbene semplicemente a causa di impegni pregressi, è stata Carey Mulligan, rimpiazzata da Rooney Mara. E con questo concludo.. ENJOY!

venerdì 22 novembre 2013

Rushmore (1998)

Dopo tutti questi film recenti è bene tornare a parlare di qualche recupero! Oggi tocca al bellissimo Rushmore, diretto nel 1998 dal regista Wes Anderson.


Trama: Max Fisher è uno studente della prestigiosa accademia Rushmore. Purtroppo, con tutte le sue attività extracurricolari e i vari club, i voti di Max sono a dir poco pessimi e il rischio di venire espulso è sempre dietro l’angolo… e le cose peggiorano quando il nostro si innamora di una nuova insegnante, miss Cross. 


Rushmore è il secondo film diretto da Wes Anderson nonché, all'epoca, il mio primo approccio alla poetica del regista. In esso si trovano, in maniera embrionale ma nemmeno poi molto, tutti i temi che sarebbero diventati il fondamento di quasi tutte le pellicole che sarebbero seguite: il protagonista a suo modo geniale ma disadattato, diverso; l'amore sfortunato, impossibile o contrario ad ogni convenzione; il co-protagonista condannato ad una vita banale e triste; il desiderio di sfogare le proprie particolarità in attività assurde o in qualche forma d'arte, spesso e volentieri il teatro; infine, l'incredibile colonna sonora "alternativa" che accompagna ogni singola immagine. Mancano ancora quell'incredibile, affascinante insistenza sul dettaglio vintage o la particolare fotografia satura e ricca di colori, ma Max Fisher con la sua giacchettina e le mise fuori dal tempo è già un passo avanti rispetto a tutti gli altri personaggi che lo affiancano nella pellicola e i siparietti con i giorni della settimana scritti in corsivo o le riprese al ralenti indicano già la dimensione grottesca, teatrale e spesso atemporale in cui verranno immerse tutte le vicende raccontate da Anderson.


La storia di Rushmore, di per sé, è molto semplice e può essere vista come un racconto di formazione. Max all'inizio del film appare molto sicuro di sé e delle sue capacità, ma capiamo benissimo che per il suo futuro vorrebbe di più e che si vergogna delle sue origini umili. La sua enorme fantasia, la sua grande inventiva sono ancora grezze, quelle di un ragazzino, e per essere "controllate" devono venire egoisticamente focalizzate su un obiettivo preciso, prima la Rushmore poi la dolce miss Cross. Come un moccioso viziato e spocchioso, Max non capisce il valore dell'amicizia, si circonda di galoppini e si impegna in attività che, alla fin fine, servono a soddisfare soprattutto il suo ego e lo stesso vale per colui che diventerà il suo antagonista, Herman Blume, un adulto prosciugato da una vita e un matrimonio insoddisfacenti. Entrambi i contendenti vivono ancorati ad un passato che li vede unici protagonisti, così come la giovane miss Cross, tenacemente legata al ricordo del defunto marito; la malinconica amarezza tipica dei film di Anderson si avverte palpabile anche nei momenti più esilaranti del film e avvolge i protagonisti anche sul finale, che chiude la pellicola con una sequenza volutamente ambigua, quasi in medias res.


Ad assecondare le idee di un regista giovane ma già ambizioso ci pensa un gruppo di attori che diventeranno quasi tutti dei feticci di Anderson: Bill Murray è perfetto come sempre nel ruolo di uomo  triste e fiaccato dall'ennui, un perdente dal cuore d'oro ma con poche speranze di migliorare sé stesso o la sua esistenza, mentre l'allora diciottenne ed esordiente Jason Schwartzman ha la perfetta espressione da sfigato con quel qualcosa in più in grado di renderlo attraente e piacevole. Gradevolissimi anche i personaggi di contorno, soprattutto gli esponenti di spicco della varia umanità studentesca che affiancano o ostacolano Max nelle sue imprese, tra i quali il mio preferito è sicuramente l'irlandesaccio Magnus Buchan, con quel suo incredibile e strafottente accento. Insomma, Wes Anderson colpisce ancora: se dovessi trovare un difetto a Rushmore direi che è soltanto la sua natura di opera seconda e ancora immatura, che lo rende inferiore rispetto ai "veri" capolavori del regista ma, preso da solo, è un gioiello che tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita.


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato qui. Jason Schwartzman (Max Fisher), Bill Murray (Herman Blume), Olivia Williams (Rosemary Cross), Brian Cox (Nelson Guggenheim) e Luke Wilson (Dr. Peter Flynn) li trovate invece ai rispettivi link.

Seymour Cassel interpreta Bert Fisher. Americano, ha partecipato a film come Dick Tracy, Proposta indecente, Mosche da bar, Animal Factory, I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou e alle serie Ai confini della realtà, BatmanE.R. Medici in prima linea. Anche produttore, ha 78 anni e otto film in uscita.


Mason Gamble interpreta Dirk Calloway. Americano, lo ricordo per film come Dennis la minaccia, Spia e lascia spiare, Gattaca - La porta dell'universo e Arlington Road - L'inganno; inoltre, ha partecipato a serie come E.R. - Medici in prima linea e CSI: Miami. Ha 27 anni.


Nel film, in diversi ruoli, compaiono anche Andrew Wilson, fratello maggiore di Owen (che ha co-sceneggiato la pellicola) e Luke, Eric Chase Anderson, fratello minore del regista, e una diciassettenne Alexis Bledel. Infine, se Rushmore vi fosse piaciuto, consiglio il recupero di Moonrise Kingdom - Una storia d'amore, Il laureato, Napoleon Dynamite, Ghost World, Harold & Maude e L'attimo fuggente. ENJOY!

venerdì 6 settembre 2013

Red 2 (2013)

Con un po' di ritardo questa settimana sono riuscita a vedere Red 2 del regista Dean Parisot, seguito di quel Red che tanto mi era piaciuto nel 2010.


Trama: Frank e Sarah ormai stanno insieme e vivono le "gioie" di una vita tranquilla e noiosa. Questo, ovviamente, finché il folle Marvin non decide di coinvolgerli in una crisi internazionale innescata da una bomba atomica e uno scienziato pazzo...


I Reduci Estremamente Distruttivi sono tornati e, sebbene Red 2 non raggiunga le vette del primo, sorprendente e simpatico capitolo, riescono comunque ancora a divertire e spaccare culi nonostante la veneranda età. Se Red presentava i personaggi e il mondo dello spionaggio attraverso gli occhi affascinati di una donna di provincia desiderosa di avventure in Red 2 il focus si sposta prepotentemente sulla coppia Sarah/Frank e tutta la vicenda non è altro che un modo per aiutarli a capire come impostare un rapporto che credevamo idilliaco e che invece soffre la noia e la routine di una vita normale. I personaggi "secondari" (e chiamiamoli così...) come Victoria e Marvin diventano così, tra una sparatoria e l'altra, i consulenti dei due piccioncini e dispensano consigli o tramano riavvicinamenti sfruttando i pericoli incombenti. In questo caso, gli sceneggiatori hanno deciso di fare ripiombare i personaggi in piena guerra fredda e di farli girare come trottole in giro per il mondo, inserendo villain e/o riluttanti alleati che rispecchiano in pieno i cliché spionistici, con quel goccio di esotico che non guasta mai. Il risultato è un film allegro, spigliato, condito dalle solite, accattivanti scene d'azione/inseguimenti/sboronate ma anche, ahimé, troppo pieno di luoghi comuni e, soprattutto, prevedibilissimo sul finale, risolto con un terribile escamotage da bambini delle elementari.


Ma poi, alla fine, chi diavolo era andato a vedere Red 2 per la trama? Non certo io, per carità, che puntavo invece a ritrovare "solo" i miei amati vecchietti e gli attori che li interpretano! Bruce Willis è sempre fico ma questa volta è un po' sottotono, devo ammetterlo: la simpatica e frizzante Mary Louise Parker e, soprattutto, un'indescrivibilmente meravigliosa Helen Mirren gli rubano la scena in più di un'occasione, soprattutto quando quest'ultima si profonde nella folle imitazione della Regina (citando sé stessa in diverse pellicole, tra l'altro), spara o duetta in macchina con Byung-Hun Lee. A proposito del quale posso solo asciugare le bave e rantolare un "tante cose belle e buone": quest'uomo è un incredibile pezzo di fico, che stia fermo o che combatta, sia nudo che vestito. Dico solo che persino la sua tartaruga ha la tartaruga e va bene così! Catherine Zeta Jones invece delude per mancanza di carisma e abbondanza di bruttezza a causa dell'inguardabile taglio di capelli ma Anthony Hopkins compensa col suo fare gigione e Malkovich da il bianco soprattutto grazie alle sue espressioni e al guardaroba da denuncia con cui i costumisti amano vestirlo (a proposito di abiti: le scarpe della Mirren e della Parker mi hanno commossa per lo stile da sbavo. Le voglio ora.), sebbene il suo personaggio risulti più forzato e meno divertente rispetto al primo capitolo. Per finire, da nerd ho molto apprezzato l'uso dei disegni di Cully Hamner (che assieme a Warren Ellis aveva realizzato la serie a fumetti) nei titoli di testa del film e la ripresa del suo stile nei vari "stacchi" che segnalano i diversi spostamenti dei nostri eroi. In definitiva, Red 2 è quindi un simpatico film per passarsi due orette di sana, violenta e disimpegnata allegria ma comincia già a mostrare i primi segni del detto "un gioco è bello se dura poco". Speriamo non decidano di fare un terzo capitolo perché non credo gli andrà più così bene!


Del regista Dean Parisot ho già parlato qui. Bruce Willis (Frank Moses), John Malkovich (Marvin), Mary-Louise Parker (Sarah), Helen Mirren (Victoria), Anthony Hopkins (Bailey), Byung-Hun Lee (Han Cho Bai), Catherine Zeta-Jones (Katja), David Thewlis (La rana) e Brian Cox (Ivan) li trovate invece ai rispettivi link.

Neal McDonough interpreta Jack Horton. Americano, ha partecipato a film come Darkman, L’insaziabile, Minority Report, The Hitcher, Capitan America: Il primo Vendicatore e a serie come Più forte ragazzi, X-Files, Desperate Housewives, CSI: NY e CSI – Scena del crimine. Anche produttore e sceneggiatore, ha 57 anni e sei film in uscita.


Ernest Borgnine avrebbe voluto riprendere il ruolo dell’archivista del primo film e in effetti le sue scene erano già state scritte per il sequel ma purtroppo il grande attore è venuto a mancare nel 2012 e le sequenze sono state girate da Titus Welliver, non riportato nei credits. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Red. ENJOY!!

mercoledì 30 gennaio 2013

X-Men 2 (2003)

Continua l'epopea cinematografica dedicata ai mutanti Marvel! Oggi parlerò di X-Men 2 (X2), diretto nel 2003 dal regista Bryan Singer.


Trama: questa volta gli X-Men sono costretti ad allearsi con Magneto e Mystica per combattere il colonnello William Stryker, uno scienziato militare intenzionato a sterminare ogni mutante sulla faccia della Terra...


Tre anni dopo il deludente X-Men, tocca a questo X-Men 2 tirare un po' su la qualità dei film "mutanti". Se il suo predecessore, infatti, pativa la presenza di personaggi stereotipati e assolutamente incapaci di far provare allo spettatore qualsivoglia emozione, qui gli sceneggiatori si sono dati da fare per rendere sia la vicenda che i suoi protagonisti un po' più vicini allo spirito del fumetto, creando così una storia abbastanza coinvolgente che è persino riuscita a commuovermi un po' sul finale. Nel corso del film abbiamo così l'occasione di apprezzare delle sequenze molto interessanti e ben costruite, che mostrano una Tempesta combattuta tra il suo essere eroina e il naturale odio provato per chi vorrebbe la morte di tutti i mutanti, un giovane Uomo Ghiaccio costretto a fare "outing" e confessare ai genitori di essere diverso, per finire con un Charles Xavier assolutamente alla mercé dei suoi enormi e pericolosissimi poteri. A questi vecchi personaggi se ne aggiungono ovviamente di nuovi che, per una volta, arricchiscono la pellicola anziché diventare dei vuoti contentini per i fan: magistrale l'introduzione di Nightcrawler, uno degli X-Men più amati dai lettori, naturalmente disprezzato per il suo aspetto demoniaco ma dotato di grandissima carità cristiana ed incredibile gentilezza, ma anche il nuovo villain, il terribile e spietato William Stryker (che nei comics era un fanatico religioso mentre nel film è un freddo militare), dà dei punti a Magneto e alla sua Confraternita per come riesce a creare un persistente senso di tensione e di tragedia incombente. Sempre perfetto Hugh Jackman nei panni di Wolverine, che viene reso più consapevole del suo ruolo come X-Man e contemporaneamente outsider alla ricerca delle sue dolorose origini, inoltre questa volta qualche punto in più lo conquista anche Jean Grey, meno "gatta di marmo" rispetto al capitolo precedente (Ciclope no, non riesce a scrollarsi di dosso la sua fondamentale inutilità).


La storia di X-Men 2 si basa vagamente sulla graphic novel L'uomo ama, dio uccide di Chris Claremont, pietra miliare della storia mutante che introduce appunto il personaggio di William Stryker, e prosegue il discorso già cominciato in X-Men, approfondendolo: nel primo film la divisione tra mutanti buoni e malvagi era netta, nel sequel vengono rimescolate le carte in tavola e la giustificabile paura nei confronti del diverso si trasforma in cieco odio. La crociata di Magneto diventa così il "male minore" e ovviamente il sedicente Signore del Magnetismo riesce ad attirare a sé chi, come Pyro, vorrebbe reagire con violenza davanti ad un odio incomprensibile, mentre chi riesce ancora a sopportare e porgere l'altra guancia, come Nightcrawler, trova la sua ragion d'essere nell'idea di pacifica convivenza degli X-Men, un cammino che troppo spesso si rivela difficile, pericoloso e non privo di vittime "sacrificali". Per quanto riguarda gli eventi narrati, la pellicola pone le basi per quello che sarà l'ultimo capitolo della trilogia, quindi lascia in sospeso parecchi quesiti (non viene chiarito del tutto il mistero delle origini di Wolverine) e semina altrettanti indizi che all'epoca avevano fatto drizzare le orecchie ai fan che conoscevano le saghe dei mutanti Marvel (l'uccello di fuoco sul finale, per esempio), ma per il resto è abbastanza fruibile come film a sé stante, anche per i neofiti che non hanno mai letto un comic degli X-Men.


Veniamo ora alla parte tecnica. Premesso che a me, da pignola quale sono, il trucco di Nightcrawler fa a dir poco schifo (demonio blu e pelosetto ma tutto sommato un bel figliolo mi viene trasformato in un mostro liscio come un puffo e dai denti scompagnati? Ma ARGH!!), la bravura di Alan Cumming lo rende comunque guardabile e sopportabile, quasi realistico. I parrucchieri hanno capito che l'acconciatura di Tempesta era un insulto al personaggio e l'hanno leggermente migliorata e i responsabili della CG sono riusciti a conferire un tocco di naturalezza anche agli occhi bianchi della Dea Africana, impegnandosi contemporaneamente per offrire allo spettatore una spettacolare resa dei poteri di tutti i mutanti coinvolti. Le scene d'azione questa volta non sono risicate (e risibili) come in X-Men ma regalano qualche soddisfazione, soprattutto nel corso dell'assalto alla Scuola per giovani dotati, nello scontro tra Mystica e i soldati di Stryker e in quello finale tra Wolverine e la new entry, ahimé poco sfruttata, Lady Deathstrike. Molto bella anche la resa visiva di Cerebro e della sua controparte negativa, inoltre è sempre apprezzabile l'idea di incarnare la pura malvagità in un'innocente ragazzina. Insomma, questa volta i pro sono più dei contro e sicuramente X-Men 2 è un ottimo esempio di sequel che supera la pellicola originale.


Del regista Bryan Singer, Patrick Stewart (Prof. Charles Xavier), Hugh Jackman (Logan/Wolverine), Ian McKellen (Erik Lehnsherr/Magneto), Halle Berry (Ororo Munroe/Tempesta), Famke Janssen (Jean Grey), James Marsden (Scott Summers/Ciclope), Anna Paquin (Marie/Rogue), Rebecca Romijn (Raven Darkholme/Mystica), Brian Cox (William Stryker), Bruce Davison (Senatore Kelly) e Shawn Ashmore (Bobby Drake/Uomo Ghiaccio) ho già parlato nei rispettivi link.

Alan Cumming interpreta Kurt Wagner/Nightcrawler (ruolo che ha ottenuto a scapito del povero Neil Patrick Harris, che non conosceva il tedesco). Scozzese, ha partecipato a film come Goldeneye, Emma, Spice Girls – Il film, Eyes Wide Shut, Titus, Spy Kids e a serie come Mr. Bean,  Una famiglia del terzo tipo e Sex and the City. Come doppiatore, ha lavorato per le serie Leone il cane fifone, Robot Chicken e per i film Garfield: il film e I Puffi. Anche sceneggiatore, produttore, regista e compositore, ha 47 anni e tre film in uscita, tra cui I Puffi 2.


Aaron Stanford interpreta John Allerdyce/Pyro.  Americano, ha partecipato a film come La 25ma ora, Le colline hanno gli occhi, X-Men – Conflitto finale e a serie come Numb3rs e Nikita. Anche produttore, ha 36 anni.


Kelly Hu (vero nome Kelly Ann Hu) interpreta Mariko Oyama/Lady Deathstrike. Ve la ricordate, negli anni ’80, la giapponesina Kaori che parlava “pocopoco” l’italiano ma in compenso si sfondava di Philadelphia? In realtà la signorina era nata alle Hawaii e dopo queste prodezze su suolo italico ha partecipato a film come Venerdì 13 parte VIII: Incubo a Manhattan,  Il re scorpione e a serie come Genitori in blue jeans,  21 Jump Street, Raven, Melrose Place, Renegade, Sentinel, Nash Bridges, Più forte ragazzi, CSI: NY, Numb3rs e CSI: scena del crimine; come doppiatrice, ha lavorato nelle serie Robot Chicken e Phineas and Ferb. Ha 44 anni e due film in uscita.


Come avrete già avuto modo di evincere, X-Men 2 segue X-Men e precede X-Men - Conflitto finale, mentre dalle costole della serie hanno avuto origine i due spin-off X-Men: Le origini - Wolverine e X-Men: L'inizio a cui presto seguiranno The Wolverine (in uscita in Italia a giugno 2013) e X-Men - Giorni di un futuro passato, che dovrebbe essere pronto per il 2014. Nell'attesa, se il film vi fosse piaciuto consiglio la visione di Hellboy, Spiderman, Darkman e dei Batman di Tim Burton. ENJOY!


L'angolo del Nerd (o del gnégnégné, fate voi): 

Nel film compaiono brevemente altri mutanti, per non parlare poi dell’elenco di nomi eccellenti presenti nei files di Stryker. Oltre a Jubilee e Shadowcat, già apparse nel film precedente seppur interpretate da altre attrici, in X-Men 2 troviamo infatti:
Piotr "Colosso" Rasputin: mutante russo in grado di trasformare la sua pelle in acciaio organico, faceva parte della seconda generazione degli X-Men assieme a Wolverine, Tempesta, Banshee, Nightcrawler e il defunto Thunderbird. Nelle storie pubblicate attualmente in Italia milita ancora negli X-Men ma è stato posseduto dal demone Cyttorak e trasformato nel nuovo Fenomeno (personaggio che comparirà nel film X-Men  - Conflitto finale), cosa che lo ha portato a lasciarsi per l'ennesima volta con l'eterna fidanzatina Shadowcat.
Theresa O’Rourke Cassidy/Syrin: Irlandese, figlia del defunto X-Man Banshee (che troviamo adolescente nel film X-Men – L'inizio), è dotata come lui di un urlo sonico che le consente di volare. Nelle storie pubblicate attualmente in Italia milita nel supergruppo investigativo X-Factor, che tra l’altro vanta una delle collane meglio scritte di tutto il panorama dei comics.
Artie: Il ragazzino che nel film mostra la lingua biforcuta, nei comics è in realtà un bambinetto color rosa confetto, leggermente deforme, muto e con l’abilità di proiettare i suoi pensieri come se fossero ologrammi. Al momento dovrebbe essere senza poteri, perso chissà dove, in attesa che qualche scrittore si ricordi di lui.

Tra le varie libertà che si sono presi gli sceneggiatori (contiene qualche SPOILER):
- William Stryker, come si è detto, non è "nato" come militare ma come fanatico religioso a capo dei Purificatori, umani convinti di dover sterminare i mutanti. Il signore non è mai stato coinvolto nel progetto Arma X che ha infuso l'adamantio nello scheletro di Wolverine, inoltre ha ucciso il proprio figlio appena scoperta la sua natura di mutante. I poteri dell'inquietante Jason, così come il suo nome, sono infattamente ispirati a Mastermind, nemico storico degli X-Men in grado di generare illusioni telepatiche.
- Lady Deathstrike, invece, è MOLTO legata a Wolverine. Giapponese, figlia dello scienziato che aveva inventato il processo per legare l'adamantio alle ossa e convinta che il buon Wolvie avesse rubato i progetti del padre, la fanciulla col tempo è diventata un cyborg artigliato con la fissa perenne di far fuori il nostro eroe.
- La (prima) morte e conseguente trasformazione di Jean Grey in Fenice - entità cosmica allo stesso tempo portatrice di rinascita e distruzione, blah blah blah -  è avvenuta nei comics dopo un rocambolesco viaggio di ritorno dallo spazio. L'intera questione è talmente camurriosa e fondamentale per la continuity Marvel che, pur essendo cominciata negli anni '70, continua a far sentire i suoi strascichi ancora ai giorni nostri. Per dire, sta alla base del recentissimo crossover Avengers vs X-Men.








martedì 25 settembre 2012

Coriolanus (2011)

Qualche settimana fa ho deciso di “farmi del male” e buttarmi nella visione di Coriolanus, diretto nel 2011 dal regista e attore Ralph Fiennes e tratto dall’omonima tragedia di William Shakespeare.


Trama: Coriolano è un indomito e orgoglioso condottiero, incapace tuttavia di amare la gente comune. Questo suo limite viene sfruttato per impedirgli di venire eletto console e lo porta a venire esiliato da Roma, costringendolo ad allearsi con il suo vecchio nemico Aufidius per vendicarsi della città intera…


Coriolanus è l’esempio di come, quando la storia di base è buona, bastano un minimo di impegno e di capacità registiche ed attoriali per mettere su un ottimo film. Ammetto l’ignoranza e confesso di non avere mai letto la tragedia di Shakespeare, ma dai dialoghi mi è parso di aver capito che il testo sia stato rispettato abbastanza fedelmente (tanto da rendere ostica una visione senza sottotitoli, vista l’abbondanza di arcaismi e circonlocuzioni…) e anche la storia, per quanto trasposta in epoca moderna, è sostanzialmente la stessa raccontata dal Bardo. Coriolanus ci mostra quindi la parabola discendente di un uomo testardo, tenace ed orgoglioso, forgiato dalla guerra e da una madre a dir poco opprimente, destinato alla grandezza ma pericolosamente avviato sulla strada che lo porterebbe a diventare un tiranno. Al di là dei “magheggi” di due politici più interessati a mantenere il proprio potere che a fare l’interesse del popolo, infatti, non c’è dubbio che Coriolano sia un personaggio ben lontano dall’essere positivo, visto che non fa nulla per nascondere il disprezzo nei confronti della “plebe”, accusata di essere debole e pronta a cambiare bandiera alla minima influenza esterna. Di fronte quindi all’innegabile carisma del personaggio non si può fare a meno di essere influenzati anche dalla sua natura assolutista, cosa che rende perlomeno difficile parteggiare per lui, tuttavia la ridda di comprimari che lo circondano impedisce anche di dargli completamente torto: la madre Volumnia è, a mio avviso, il personaggio più negativo dell’intera vicenda, responsabile per ben due volte della rovina del figlio, ma anche il consigliere Menenius e i due tribuni, da bravi politici, sono perlomeno ambigui. Interessante ma poco sfruttata la figura del condottiero dei Volsci, Aufidius, praticamente l’ideale controparte di Coriolano più che la sua nemesi, meno carismatico ma più legato al popolo e maggiormente fermo nei suoi ideali, come dimostrano le emblematiche sequenze all’inizio e alla fine del film.


Concludo qui l’imbarazzante e breve disamina della trama (indubbiamente vi converrebbe prendere un qualsivoglia libro di critica shakespeariana per trovare un’analisi ben più completa e sensata) e passo a parlare un po’ di come il regista Ralph Fiennes abbia deciso di trasporre la tragedia. Lungi dall’abbandonarsi a barocchismi alla Baz Luhrmann, l’attore inglese punta su una resa un po’ più sobria ma di sicuro impatto, mescolando immagini che richiamano le sanguinose e moderne guerre ad una scenografia e dei costumi di stampo quasi fascista. L’inizio del film, in particolare, cattura fin da subito lo spettatore invogliandolo a capire quello che succederà dopo: Fiennes introduce infatti l’argomento della pellicola intervallando le cupe e violente immagini della gente affamata e in rivolta (mostrate su uno schermo televisivo) a incredibili, sanguinosissime e magistrali sequenze dove ci viene mostrato l’orrore della guerra e il folle ardire di Coriolano, la sua sete di sangue e gloria. Ovviamente, il regista non manca di omaggiare i grandi, come il Coppola di Apocalypse Now, soprattutto prima del finale in cui Coriolano parrebbe l’incarnazione stessa del terribile Kurtz, con tanto di soldati che pendono dalle sue labbra, capelli rasati e fuochi che lo circondano, ma la mia sequenza preferita resta sicuramente l'ultima, in cui la tragedia si consuma nell’assoluto silenzio della morte, degna contrapposizione a tutto il resto del film, che invece è molto dialogato e popolato di personaggi sanguigni (talmente dominati dalle proprie emozioni da prendere decisioni discutibili, come quella che segnerà il destino dello stesso Coriolano), spesso impegnati in violente discussioni.


Per quanto riguarda gli attori, anche in questo campo Coriolanus dà delle soddisfazioni. Ralph Fiennes si ritaglia, molto Branaghianamente, lo scomodo ruolo del protagonista, interpretandolo con parecchio sentimento e facendo molto affidamento sul magnetismo del suo freddissimo sguardo (da antologia le scene in cui Coriolano è ricoperto di sangue, immagini letteralmente da brividi, altro che Voldemort!), ma chi gli ruba la scena spesso e volentieri è una grandiosa Vanessa Redgrave, praticamente perfetta nei panni della madre “padrona” in grado di piegare l’orgoglioso figlio ai suoi voleri intortandolo con una facilità quasi imbarazzante. Bravissimi anche Brian Cox, impegnato con un personaggio comunque difficile e molto sfaccettato, così come James Nesbitt e Paul Jesson, perfetti sobillatori di folle. Un po’ sottotono Gerald Butler, purtroppo eclissato dalla grandezza del protagonista ma comunque bellissimo e fiero come solo chi ha interpretato nientemeno che Leonida può essere, e incredibilmente “molla” Jessica Chastain, sacrificata in un personaggio inutile e debole, che avrebbe potuto benissimo essere interpretato da attrici assai meno in gamba. Per concludere, se vi piace il genere “Shakespeare rivisitato” questo Coriolanus è un film che vi consiglio spassionatamente, con l’unico rammarico che una pellicola così valida non è stata ancora distribuita in Italia e forse non lo sarà mai.


Del regista e interprete di Coriolano Ralph Fiennes ho già parlato qui, mentre Gerard Butler (Aufidius), Brian Cox (Menenius), Jessica Chastain (Virginia) e Vanessa Redgrave (Volumnia) li trovate nei rispettivi link.

James Nesbitt interpreta il tribuno Sicinius. Irlandese, lo ricordo per film come Svegliati Ned e Matchpoint, inoltre ha partecipato a un episodio della serie Le avventure del giovane Indiana Jones. Ha 47 anni e parteciperà alla trilogia de Lo Hobbit.  


Se il film vi fosse piaciuto, consiglio il recupero del ponderoso ma bellissimo Hamlet di Kenneth Branagh e del Romeo + Giulietta di Baz Luhrmann. ENJOY!!


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