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martedì 31 marzo 2026

Bolla Loves Bruno: Armageddon - Giudizio finale (1998)


Aiuto, non so più quanti mesi sono passati dall'ultima volta che ho scritto un post per la rubrica Bolla Loves Bruno, ma non me la sono dimenticata, giuro! Oggi parliamo di Armageddon - Giudizio finale (Armageddon), diretto nel 1998 dal regista Michael Bay.


Trama: quando la Terra viene minacciata da un asteroide simile a quello che aveva condannato i dinosauri all'estinzione, la NASA compie una scelta disperata e decide di mandare in orbita una squadra di trivellatori per farlo esplodere dall'interno...


Non mi sono dimenticata né della rubrica né di Bruce Willis, anche se pensare a lui mi fa talmente male che ogni giorno approccio i social con diffidenza, per paura che arrivi la ferale notizia che non voglio neppure mettere nero su bianco. Purtroppo, tra challenge, uscite recenti, Oscar e recuperi horror, è difficile riuscire a trovare anche il tempo per la filmografia del nostro, e promettere di essere più costante serve a poco. Sia come sia, oggi siamo arrivati a uno dei suoi film più famosi, ironicamente girato come "punizione" per quella storiaccia con Broadway Brawler. Armageddon esce nel 1998, costa 140 milioni di dollari e ne incassa più di 500 in tutto il mondo, segnando un colpaccio allucinante per la Touchstone Pictures e Michael Bay, regista già sulla cresta dell'onda dopo Bad Boys e The Rock. E' un film di merda, capiamoci, e lo dico con tutto l'amore di chi se l'è guardato, nella vita, almeno 3 o 4 volte, odiandolo fin dalla prima visione. Se non siete vissuti su Marte finora e quindi non vi è mai capitato di guardare Armageddon, il perché del mio odio potete immaginarlo, ed è lo stesso motivo che mi porta a fare una smorfia di disprezzo ogni volta che mi compare davanti Ben Affleck (benché, negli anni, lo abbia rivalutato come attore e autore). Documentandomi un po' per il post, ho peraltro scoperto che il mio odio era giustificato fin dall'età di 17 anni: in origine il film doveva essere "duro e puro", al limite focalizzarsi più sul personaggio di Dan Truman, mentre dopo l'uscita di Titanic (altro film che, all'epoca, avevo detestato) i produttori hanno deciso di inserire a forza il mielosissimo, terrificante subplot della storia d'amore tra A.J. e Grace. Sì, sono sempre stata un'adolescente strana e sì, io volevo solo vedere Bruce Willis "fare Bruce Willis" e coprirsi di gloria, altro che saltare in aria e farmi soffocare in pianti straziati ogni maledetta volta. Ma non è solo questo il motivo per cui, razionalmente e a fronte di ogni regola che determina i capolavori cinematografici, Armageddon è un film di merda. Armageddon è l'emblema della faciloneria e dell'orgoglio ammeregano, dove qualsiasi scappato di casa, se ha cuore e un sogno, può salvare il mondo (pazienza se nel frattempo i Paesi "minori" sono già stati spazzati via dai detriti spaziali) e ricoprirlo di bandierine a stelle e strisce; è un film con dialoghi invecchiati malissimo e personaggi imbarazzanti (povero Steve Buscemi...), che appena inciampa in un "maccosa?" lo cancella con un'esplosione, un'esibizione di "celodurismo" o una scena in cui A.J. e Grace limonano/si pastrugnano in un'atmosfera da videoclip zuccheroso. 


Eppure, ciò nonostante, Armageddon è quel genere di film che ti fermi a guardare fino alla fine, volente o nolente, quando lo passano in TV, emozionandoti, tifando per i protagonisti (ovviamente indignandoti per quei pochi americani cattivi che non capiscono i principi base della land of the free e agiscono, guarda un po', come un Trump qualsiasi), commuovendoti come un cretino e diventando, per un paio d'ore, Americano onorario. Il merito ce l'hanno gli attori, ovviamente, il meglio di quello che poteva offrire la fine degli anni '90. Se Bruce Willis si palleggia le battute e le pose cult migliori, affermandosi come esempio massimo di carisma e di duro dal cuore tenero, Will Patton gli fa da ragionevole spalla e Billy Bob Thornton da rispettabile controparte (sempre per la solita storia, anch'essa tipicamente USA, della contrapposizione tra working class hero e colletto bianco); il resto è un delirio di caratteristi al massimo della loro forma, tra i quali spiccano il folle Steve Buscemi, un Peter Stormare sopra le righe, il dolcissimo Michael Clarke Duncan e il buffo Owen Wilson, i quali surclassano senza problema alcuno Ben Affleck, messo lì solo per essere figo pur avendo meno presenza scenica di uno dei satelliti, e Liv Tyler, messa lì solo per essere incredibilmente fregna e attirare papino Steven, assicurando al film la ballad più famosa e strappalacrime degli Aerosmith. Guardando Armageddon dopo quasi 30 anni, c'è da dire che gli effetti speciali non sono invecchiati di un giorno e che qualsiasi sequenza di morte e distruzione, realizzata nel solito, roboante stile di Michael Bay, per quanto sia improbabile appare comunque realistica. Di Bay si può dire quello che si vuole, ma non che non abbia il senso del "ritmo", nemmeno quando ci si dovrebbe ragionevolmente fare due palle cubiche (per esempio durante gli interminabili briefing della NASA), perché persino le sequenze più statiche e introspettive contengono quel dettaglio capace di tenere desta l'attenzione e coinvolgere lo spettatore, anche a costo di infilarci dentro la nota melodrammatica a tradimento oppure la battuta improbabile e di cattivo gusto. Anche questa è arte, signore e signori, ma permettetemi di dire che a me Armageddon ha sempre fatto male, male, male da morire, perché dotato di un finale orribile e ingiusto. #TeamStamper dal 1998, #FuckAJ . 


Di Bruce Willis (Harry S. Stamper), Billy Bob Thornton (Dan Truman), Ben Affleck (A.J. Frost), Liv Tyler (Grace Stamper), Will Patton (Chick), Steve Buscemi (Rockhound), William Fichtner (Colonnello Willie Sharp), Owen Wilson (Oscar), Michael Clarke Duncan (Bear), Peter Stormare (Lev Andropov), Keith David (Generale Kimsey), Jason Isaacs (Ronald Quincy), Grace Zabriskie (Dottie), Udo Kier (Psicologo), Shawnee Smith (Rossa) e Charlton Heston (la voce narrante a inizio film) ho parlato ai rispettivi link.

Michael Bay è il regista del film. Americano, ha diretto film come The Rock, Pearl Harbor e tutta la recente saga Transformers. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 60 anni. 


Neve Campbell ha dovuto rinunciare al ruolo di Grace Stamper perché impegnata sul set del telefilm Cinque in famiglia. Se Armageddon vi fosse piaciuto recuperate Deep Impact e Independence Day. ENJOY! 



martedì 9 maggio 2023

Bolla Loves Bruno: Billy Bathgate - A scuola di gangster (1991)

Torna la rubrica Bolla Loves Bruno con Billy Bathgate - A scuola di gangster (Billy Bathgate) diretto nel 1991 dal regista Robert Benton e tratto dal romanzo omonimo di  E. L. Doctorow.


Trama: affascinato dalla figura del gangster Dutch Schultz, il giovane Billy riesce ad entrare nelle sue grazie ma scopre che la malavita non è un gioco...


Sono passati quattro mesi dall'ultimo post dedicato a Bruce Willis e questo soltanto a causa della mia pignoleria. Invece di guardare e recensire il più disponibile L'ultimo boy scout mi sono incaponita col film che l'ha preceduto, Billy Bathgate, talmente introvabile tra i vari servizi streaming legali e non che, alla fine, ho dovuto acquistare il DVD usato su EBay per non rimanere bloccata per sempre. Scema io, tra l'altro, visto che lo screentime di Bruce Willis sarà di un quarto d'ora scarso, giusto il tempo di profondersi in uno dei ruoli che più gli si confanno, quello del viveur consumafemmine dal sorriso assassino (Tom Hanks, mi spiace, non sarai d'accordo ma è così), e di pastrugnare un po' con una Nicole Kidman disponibilissima a mostrarsi completamente ignuda. Tolto Bruno dall'equazione, rimane di Billy Bathgate una storia di gangster, come da titolo italiano, e un racconto di formazione che ha come protagonista il giovane Billy, ragazzotto irlandese che, per diventare qualcuno, si fa notare dal gangster ebreo Dutch Schultz, inconsapevolmente arrivato alla fine del suo lungo momento di gloria. Come nei migliori film a tema, la pellicola si concentra sull'ascesa e caduta di un ragazzo affascinato dal mondo della malavita, dipinto all'inizio come fonte di soldi e divertimento ma presto sporcato da sangue, violenza e soprusi, e aggiunge anche la femme fatale Drew Preston per dare un po' di pepe. Quest'ultima nasce come "pupa del gangster" e si evolve in un personaggio leggermente più ambiguo, diventando non solo il fulcro della maturazione sentimentale e sessuale di Billy ma anche l'elemento critico che gli consentirà di aprire gli occhi e cominciare a contestare i metodi del suo boss, pur senza mai sconfinare in un tradimento aperto.


Rispetto ad altri film simili, molti dei quali hanno fatto la storia del Cinema, Billy Bathgate è moscio, non saprei come altro definirlo. Il protagonista, nonostante tutto, resta abbastanza monodimensionale perché non si sporca mai davvero le mani e, fin da subito, viene "elevato" da semplice galoppino a pupilla (non ho sbagliato vocale, capirete perché se guarderete il film) di Schultz, cosa che rende molto meno coinvolgente, per lo spettatore, la sua graduale presa di coscienza. Lo stesso Schultz, costretto a un certo punto a dover fuggire in un paesino dell'Upstate e a promuovere una campagna per comprarsi la stima e l'affetto degli abitanti, non ha il carisma dei modelli a cui guarda e, spesso, fa la figura del povero minchione a cui giova solo la presenza del fidato consigliere Otto Berman, il personaggio migliore del mucchio. La cosa ha dello sconvolgente visto il cast che è stato messo in piedi e considerato che Dustin Hoffman, Nicole Kidman e Steven Hill offrono delle performance molto convincenti; inoltre, Billy Bathgate è stato scritto da Tom Stoppard, lo sceneggiatore del mio adorato Rosencrantz e Guilderstern sono morti, non proprio dall'ultimo degli scappati di casa, quindi è difficile capire cosa non abbia funzionato, a parte la direzione poco incisiva di Robert Benton, forse provato dalle molte difficoltà avute sul set con Dustin Hoffman. Per chi, come me, adora però scovare volti amati in film precedenti alla loro consacrazione, Billy Bathgate è un piccolo tesoro in quanto, oltre a Bruce Willis, regala comparsate di Steve Buscemi (che, come mi faceva notare il Bolluomo, all'epoca somigliava tantissimo a Bill Skarsgard), Frances Conroy e Stanley Tucci, quindi non è stato proprio tempo perso guardarlo!


Di Dustin Hoffman (Dutch Schultz), Nicole Kidman (Drew Preston), Bruce Willis (Bo Weinberg), Steve Buscemi (Irving), Stanley Tucci (Lucky Luciano), Mike Starr (Julie Martin), Frances Conroy (Mary Behan), Kevin Corrigan (Arnold) e Xander Berkeley (Harvey Preston) ho già parlato ai rispettivi link.

Robert Benton è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Kramer contro Kramer e Le stagioni del cuore. Anche sceneggiatore, produttore, attore e scenografo, ha 91 anni.


Loren Dean
interpreta Billy Bathgate. Americano, ha partecipato a film come Apollo 13, Gattaca - La porta dell'universo, Nemico pubblico, Mumford, Space Cowboys, Il corriere - The Mule e serie quali Numb3rs, Bones, CSI - Scena del crimine e Grey's Anatomy. Ha 54 anni.


Curiosità: Moira Kelly, che nel film Fuoco cammina con me ha sostituito Lara Flynn Boyle nei panni di Donna Hayward, interpreta la ragazza di Billy. Se il film vi fosse piaciuto potete recuperare Quei bravi ragazzi, C'era una volta in America e Bronx, male non fa mai! ENJOY!




domenica 22 settembre 2019

I delitti del gatto nero (1990)

Nel catalogo Amazon Prime, purtroppo solo in lingua italiana, è spuntato un film che volevo rivedere da qualche anno, I delitti del gatto nero (Tales From the Darkside: The Movie), diretto nel 1990 dal regista John Harrison.


Trama: per salvarsi da una donna che vorebbe farlo al forno, il piccolo Timmy le racconta tre storie tratte dal libro Tales from the Darkside.


Introdotta da una cornice divertente, all'interno della quale "Blondie" decide di servire ai suoi commensali un bambino arrosto (dopo aver promesso al parroco di recarsi, domenica, al coro della chiesa), la prima storia delle tre che compongono il film è tratta dal racconto La mummia di Arthur Conan Doyle, reso ovviamente in maniera molto più splatter e ironica, con tanto di twist finale. Protagonista, uno sfigatissimo studente universitario (Steve Buscemi, come al solito perfetto) con la passione per i reperti antichi e un sacco di odio da sfogare verso gli altri, nella fattispecie due ricchi compagni di università, di cui uno particolarmente paraculo e odioso, ma mai quanto la fidanzata (Julianne Moore, al suo primo ruolo in un film distribuito al cinema). Lo sfigatello si farà giustizia da sé con l'ausilio di una mummia particolarmente efferata e vendicativa, memore dei metodi di imbalsamazione ai quali è stata sottoposta, e tanto è splatter la giustizia che farà calare sui predestinati tanto sono ironici il prefinale e il finale del segmento. Che, nonostante la "banalità" della trama e l'ausilio di terrificanti dissolvenze che nemmeno il filmino del matrimonio di mio cuGGino, è forse il più godibile e movimentato dei tre.


D'altra parte, Il gatto nero vince per l'efferatezza della scena finale, che dopo quasi 30 anni risente un po' degli effetti speciali datati ma continua comunque a fare schifo. Non a caso, il gatto nero creato da Stephen King (dal racconto Il gatto del diavolo, pubblicato nella raccolta Al crepuscolo) e Romero è rimasto anche nel titolo italiano, dopo essere stato "scartato" da Creepshow 2 per motivi di budget, e l'episodio è comunque molto divertente, non fosse altro che per i vecchi odiosi che lo infestano. Probabilmente l'espressione "gatto nero appeso ai marroni" è stata coniata da chi ha visto l'episodio, ma non ci metto la mano sul fuoco. Vedere per credere, ma non lamentatevi poi se avrete paura a rimanere soli in casa col vostro adorato micio.


La promessa degli amanti conclude il film, più o meno, perché subito dopo c'è anche la risoluzione della cornice a tema Hansel e Gretel. Debitore delle atmosfere delle leggende giapponesi della Yuki-Onna, l'episodio è una storia d'amore frettolosissima e obiettivamente priva del ritmo che caratterizza le due precedenti ma ha dalla sua un inizio strepitoso e sanguinosissimo e il suo pregio più grande è il favoloso make up del gargoyle che attacca il protagonista (gli effetti speciali sono gentilmente offerti da Nicotero & Berger), a dir poco terrificante ancora oggi, forse anche grazie all'effetto sorpresa sfruttato in ben due occasioni.


I delitti del gatto nero è divertente come lo ricordavo anche se a tratti soffre il peso dei trent'anni che si porta sulla schiena e ormai non fa per nulla paura (anzi, forse non l'ha mai fatta ma chi può dirlo?). Chi ama il cinema si ritroverà a gioire trovando qui e là guest star inaspettate, soprattutto nel primo episodio, chi ama l'horror potrebbe venire spinto a recuperare i racconti da cui sono stati tratti i primi due episodi, chi ama la musica rimarrà malissimo davanti alla vista di una "Blondie" casalinga e strega ma sempre molto affascinante. Non avendo mai visto un solo episodio di Un salto nel buio (serie alla quale Christian Slater, Debbie Harry e William Hickey avevano già partecipato) non so dire se il film rispetta lo spirito della serie originale ma di sicuro offre un'ora e mezza di divertimento allo spettatore e considerato che lo trovate su Prime Video vi direi di darci un'occhiata se non lo avete mai incontrato nei suoi vari passaggi televisivi.


Di Christian Slater (Andy), Steve Buscemi (Bellingham), Julianne Moore (Susan), William Hickey (Drogan) e Mark Margolis (Gage) li trovate ai rispettivi link.

John Harrison è il regista della pellicola. Americano, ha girato film come Book of Blood ed episodi di serie quali Un salto nel buio, Nightmare Cafe e I racconti della cripta. Anche sceneggiatore, compositore, produttore e attore, ha 71 anni.


Debbie Harry interpreta Betty. Ex membro della band Blondie, la ricordo per film come Videodrome e Grasso è bello, inoltre ha partecipato a serie quali Un salto nel buio e Sabrina vita da strega. Americana, anche produttrice e sceneggiatrice, ha 74 anni.


Se guardate attentamente, le guest star anche meno importanti si sprecano: il piccolo Timmy è interpretato da Matthew Lawrence, uno dei figli di Robin Williams in Mrs. Doubtfire, il killer de Il gatto nero è David Johansen, già fantasma del natale passato in S.O.S. Fantasmi; nello stesso episodio, Alice Drummond, la bibliotecaria di Ghostbusters, interpreta Carolyn mentre ne La promessa degli amanti la protagonista è Rae Dawn Chong, la Cindy di Commando. I delitti del gatto nero è spesso erroneamente considerato come il terzo episodio della saga Creepshow; in realtà, Un salto nel buio è nato come ideale prosecuzione televisiva di Creepshow, solo con un titolo diverso per questioni di diritti, e questo è il film tratto dalla serie. Quindi, se I delitti del gatto nero vi fosse piaciuto potete recuperare Un salto nel buio e aggiungere i primi due Creepshow. ENJOY!

martedì 18 giugno 2019

I morti non muoiono (2019)

Sabato sera sono emigrata a Genova per riuscire a vedere I morti non muoiono (The Dead Don't Die), diretto e sceneggiato dal regista Jim Jarmusch.


Trama: in una cittadina pacifica i morti cominciano a risorgere a causa degli sconvolgimenti climatici.


Sono passati due giorni dalla visione de I morti non muoiono e sinceramente non ho ancora capito se questo film mi è piaciuto oppure no. Cioè, per essere più precisi non ho ancora capito se ho visto un'opera geniale o una fantozziana "cagata pazzesca" che aggiunge poco o nulla al mito dello zombi romeriano, non a caso citato anche nei ringraziamenti finali. Sarà che di Jarmusch ho visto proprio pochissimo e non conosco la poetica, se ce n'è una, del regista? Può essere. Partiamo dalle cose che ho sicuramente apprezzato de I morti non muoiono. Innanzitutto, l'ironia. Non poteva essere altrimenti, con un protagonista come Bill Murray, quell'umorismo che col tempo si è fatto sempre più malinconico, così come si è fatta più accentuata la sua aria distaccata dalla realtà, un "se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po' più in là": qui abbiamo l'apice dello scazzo Murrayano, concretizzato in un poliziotto che due anni prima doveva andare in pensione e che, d'un tratto, si ritrova a combattere un'invasione di zombi in una cittadina dove il massimo del criminale è un eremita che forse ruba dei polli. E se Murray, anche in un'occasione come questa, si sposta un po' più in là, ad affiancarlo c'è un Adam Driver esilarante perché ANCORA più scazzato, piagato dall'onniscienza. In mezzo ai due, la povera Chloe Sevigny, innocente ed umana, giustamente sconvolta all'idea che i morti non muoiano mentre i suoi due colleghi paiono contemplare la questione con distacco. Poi, ovviamente, ci sono i morti (che non muoiono), che come gli zombi di Romero tornano a fare quello che facevano in vita come se nulla fosse successo, spinti da un cervello ormai in pappa e da una fame che li porta a mangiare, mangiare e ancora mangiare. Sotto gli occhi dell'eremita Bob, che della città e dei cittadini conosce pregi (pochi) e difetti (molti) si svolge quindi una storia estrema ma vecchia come il mondo, tanto che il finale è già scritto e risaputo, insito com'è nel DNA di una società egoista e di un'umanità che si è auto condannata a morte, beatamente inconsapevole delle implicazioni globali delle azioni del singolo, concentrato nella sua becera quotidianità. E' così che, a rimetterci, sono i cattivi (lo splendido Steve Buscemi col suo "make America white again") ma anche i buoni o i medi, spazzati via senza aver avuto la possibilità di brillare nemmeno una volta.


Ne I morti non muoiono, infatti, non ci sono eroi, solo gente clueless che quando riesce a sopravvivere ai famelici zombi deve tutto alla fortuna (alla sceneggiatura?), non certo all'abilità. Anzi, di abilità non si parla proprio, ché persino i poliziotti se la sentono colare e decidono di non intervenire, ognuno per motivi tutti suoi. Ci sarebbe un deus ex machina, in effetti, sul quale non vi spoilererò nulla, ma è nulla più che un'"aggiunta", una meteora che passa e se ne va, come se non valesse la pena salvare tanta mediocrità concentrata in una cittadina e, per estensione, nel mondo. Un ripensamento, quasi, e in generale (forse è questo che non ho apprezzato granché) un work in progress incompiuto come alcune parti del film. Per esempio, quelle interferenze televisive che sembrano così importanti, tanto da venire introdotte già nei titoli di testa, a cosa portano poi?  I personaggi dei ragazzini imprigionati all'interno del riformatorio hanno un qualche significato, salvo quello di aumentare gli attori presenti? E infine: c'è qualcosa di più, celato dietro un omaggio ironico e ben realizzato agli storici film di Romero? Sinceramente, non saprei rispondere a questa domanda ma ripensandoci, per quanto non sia uscita entusiasta dalla proiezione quanto avrei voluto, I morti non muoiono è comunque un film che sono contenta di aver visto perché è zeppo di momenti memorabili e personaggi sopra le righe, di dialoghi che apparentemente non vanno da nessuna parte ma regalano grande gioia, quasi quanto vedere facce conosciute dietro gli zombi. Quella gioia, ahimé, che non regala l'adattamento italiano, particolarmente sciatto e svogliato, tanto che le parole ossessivamente ripetute dagli zombi a volte vengono tradotte, altre no (giocattoli va bene, coffee non lo traduciamo, non ci va), per non parlare di quel riferimento metacinematografico iniziale tradotto in maniera così farraginosa che probabilmente il 90% degli spettatori se lo perderà. Della serie, i morti non muoiono ma nemmeno la mala adaptación, ahimé.


Del regista e sceneggiatore Jim Jarmusch ho già parlato QUI. Bill Murray (Capo Cliff Robertson), Adam Driver (Agente Ronnie Peterson), Tom Waits (Eremita Bob), Chloe Sevigny (Agente Mindy Morrison), Steve Buscemi (Fattore Frank Miller), Danny Glover (Hank Thompson), Caleb Landry Jones (Bobby Wiggins), RZA (Dean), Larry Fessenden (Danny Perkins), Carol Kane (Mallory O'Brien), Tilda Swinton (Zelda Swinton) e Selena Gomez (Zoe) li trovate invece ai rispettivi link.


Dietro al trucco da zombi ci sono musicisti come Iggy Pop, Sturgill Simpson (autore della canzone che da il titolo al film) e Charlotte Kemp Muhl, anche modella; purtroppo avremmo potuto avere anche Bruce Campbell ma niente, non aveva voglia di partecipare a un altro horror a quanto pare. Se I morti non muoiono vi fosse piaciuto recuperate i film di Romero dedicati agli zombi e aggiungete Shaun of the Dead e Benvenuti a Zombieland. ENJOY!


mercoledì 17 gennaio 2018

Morto Stalin se ne fa un altro (2017)

Approfittando dell'illuminata programmazione del cinema d'élite savonese e della zampa ancora infortunata, sabato scorso sono andata a vedere Morto Stalin se ne fa un altro (The Death of Stalin), diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Armando Innucci e tratto dalla graphic novel La morte di Stalin, di Fabien Nury e Thierry Robin.


Trama: alla morte di Stalin, il collettivo di suoi più stretti collaboratori deve decidere le dinamiche della successione e come gestire una Nazione potenzialmente allo sbando...


Avevo letto benissimo di Morto Stalin se ne fa un altro sul blog della Poison, a seguito della programmazione al Festival del Cinema di Torino (dove ha vinto il premio Fipresci) ed ero rimasta parecchio incuriosita, non solo dalla foto di un Jason Isaacs particolarmente gnocco in divisa militare. Ho varcato la soglia della sala in lieta ignoranza, ché ormai la storia della Russia è per me un po' nebulosa, aspettandomi sinceramente di capire poco di un film che rivedeva in chiave satirica i giorni successivi alla morte di Stalin, invece mi sono goduta una commedia grottesca dove la Storia viene ridotta a gioco per bambini stupidi e dove anche le tragedie più grandi vengono mostrate come il risultato delle decisioni scellerate di individui egoisti e "piccini", con ben poca considerazione della vita umana. Punto di partenza, come dice il titolo, è la morte di Stalin, dittatore dal pugno di ferro che istillava nella nazione cieco terrore e altrettanto cieco (ed inspiegabile, lo ammetto) rispetto attraverso un sistema di spie, divieti, liste e purghe che non risparmiava nessuno, nemmeno i suoi più stretti collaboratori; per un Nikita Khruschchev che detta alla moglie tutte le frasi pronunciate in presenza di Stalin, così da pararsi le chiappe, c'è un Molotov che accetta di accusare di tradimento la consorte per mettersi in salvo, per ogni figlio che consegna il proprio padre alla polizia c'è un direttore d'orchestra che sviene temendo di avere offeso Stalin per sbaglio ed essere stato registrato. Gli esempi di questo clima di follia, purtroppo vero, continuano per tutta la pellicola, che si concentra sulla lotta di potere scoppiata dopo la morte di Stalin soprattutto tra Khruschchev e il capo della sicurezza Lavrenty Beria, i due poli "complottisti" capaci di ergersi in mezzo a un gruppo di lacchè incapaci e di mettere in moto eventi terribili per affermare la rispettiva supremazia. In mezzo viene a trovarsi Georgy Malenkov, diretto successore di Stalin descritto nel film come un imbecille senza spina dorsale che prende decisioni a seconda di chi, tra i suoi consiglieri, riesce a fare la voce più grossa, un uomo che da Stalin ha imparato solo le "pose" da leader, non il carisma. Questo tristissimo triangolo di individui cerca di sopravvivere ai due tragicomici giorni seguenti la morte di Stalin, tra funerali organizzati neanche fossero un matrimonio, mine vaganti in forma umana (uno su tutti il figlio del leader), scontri tra esercito e milizia privata, accenni di depravazione sessuale e pochissime voci fuori dal coro che morirebbero pur di non dover sottostare ad un regime così assurdo.


Per ogni risata che viene strappata da questa satira feroce, arriva la mazzata tra capo e collo di una realtà fatta di esseri umani che muoiono per un capriccio o un dubbio mai comprovato del tutto, a seconda di cos'è più comodo per il regime. La figura di Beria, uomo rubicondo al quale non si darebbe un centesimo (per di più se doppiato in italiano da Mino Caprio, la voce italiana di Peter Griffin, fonte di grandi risate solo mie, ché il resto del pubblico superava i 60 anni), è l'emblema di questa dicotomia: un essere molliccio, quasi ridicolo, che tuttavia gestisce gli aspetti più terribili delle purghe e ama torturare uomini e seviziare donne, soprattutto ragazzine. Lo spettatore non può non ridere dei dialoghi assurdi che intercorrono tra lui e gli altri personaggi eppure si prova anche un terribile senso di revulsione all'idea che probabilmente, al netto dell'umorismo grottesco alla Monty Python, queste persone forse erano davvero così, opportuniste, ignoranti, crudeli ed infide... come il novanta per cento dei politici attuali, del resto, in tutto il mondo, non solo in Russia e non solo durante una dittatura. Anche per questo Iannucci ha fatto un enorme lavoro sugli attori, prima ancora che sulla regia, comunque assai valida. Steve Buscemi, Jason Isaacs, Jeffrey Tambor e Michael Palin regalano le migliori interpretazioni da anni, riuscendo nel difficile compito di rimanere in equilibrio perfetto tra farsa e dramma (vedere il finale per credere), senza trasformare i loro corrispettivi reali in caricature senza profondità alcuna. Altro aspetto bellissimo del film è la colonna sonora, che si apre sulle note del Lago dei cigni di Tchaikovsky e continua con l'originalità dello score di Christopher Willis, ispirato alle melodie del compositore Sostakovich, in attività non a caso proprio ai tempi di Stalin benché spesso censurato dal regime (non è che so tutte queste cose perché nasco saputa ma la colonna sonora, per una volta, mi ha colpita particolarmente e mi sono chiesta se fossero musiche originali oppure di qualche compositore famoso ma a me sconosciuto). Se dovessi proprio trovare un difetto a Morto Stalin se ne fa un altro, oltre all'orripilante titolo nostrano, è la scellerata distribuzione italiana, che lo ha fatto arrivare in pochissime sale in tutta Italia, quando una simile commedia nera meriterebbe maggior riconoscimento alla faccia di tutti quelli che dicono che ridere di simili tragedie è di cattivo gusto. Recuperatelo, in lingua o doppiato, che ne vale la pena!


Di Steve Buscemi (Nikita Khruschchev), Jason Isaacs (Georgy Zhukov), Andrea Riseborough (Svetlana Stalin), Jeffrey Tambor (Georgy Malenkov), Richard Brake (Tarasov), Paddy Considine (Compagno Andryev) e Michael Palin (Vyacheslav Molotov) ho già parlato ai rispettivi link.

Armando Iannucci è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Scozzese, ha diretto film come In the Loop ed episodi di serie quali I'm Alan Partridge e Veep - Vicepresidente incompetente. Anche produttore e attore, ha 53 anni.


Tom Brooke, che interpreta Sergei, era l'esilarante Fiore della serie Preacher. Se Morto Stalin se ne fa un altro vi fosse piaciuto potreste recuperare la graphic novel La morte di Stalin, edita da Mondadori, e guardare In the Loop. ENJOY!

martedì 31 ottobre 2017

Monster House (2006)

Dopo dieci anni ho rivisto grazie a Netflix il film Monster House, diretto nel 2006 dal regista Gil Kenan. E siccome buona parte del film è ambientata ad Halloween colgo l'occasione per augurarvi un meraviglioso 31 ottobre, con menzione a parte e un augurio specialissimo a Giulia de La collezionista di biglietti!!


Trama: DJ è un ragazzino curioso che passa le giornate ad osservare il vicino di casa, un anziano e rabbioso signore che impedisce a chiunque di avvicinarsi alla sua dimora. Proprio per colpa di un contrasto con DJ, l'uomo viene un giorno portato via dall'ambulanza e la casa priva di guardiano si rivela pericolosamente viva e famelica...



Correva l'anno 2006 e la Bolla Australiana si fiondava al cinema spinta dalla pubblicità e dalle recensioni entusiaste piovute addosso a Monster House, per uscire dal cinema ovviamente galvanizzata, nonostante le difficoltà linguistiche e l'assenza di sottotitoli. Undici anni dopo posso dire che Monster House, anche visto in italiano su uno schermo piccino, non ha perso verve e che rimane un piccolo gioiellino d'animazione, nonché un esempio di come si possa realizzare un ottimo film horror per ragazzi. Non lasciatevi infatti ingannare dall'utilizzo dell'animazione (o, meglio, della motion capture): Monster House sarà anche, e ci mancherebbe, privo di sangue, torture o violenze gratuite ma E' comunque un horror, non una belinata edulcorata per venire incontro ai bisogni dei più piccini. Inoltre, grazie a numi tutelari come Steven Spielberg e Robert Zemeckis è un horror per ragazzi dalle atmosfere molto anni '80 e la sceneggiatura racchiude molti degli stilemi di pellicole quali Scuola di mostri, Goonies, Non aprite quel cancello, per non parlare poi dei richiami a Poltergeist - Demoniache presenze (è un caso che Gil Kenan sia finito a dirigere quell'inutile remake? Noi del Bollalmanacco pensiamo di no!) o all'onnipresente Stephen King (omaggiato più volte durante il film). I protagonisti di Monster House sono tre ragazzini normalissimi e anche un po' sfigati, ai quali capita di venire "toccati" dal sovrannaturale proprio durante una tranquilla vigilia di Halloween in cui il personaggio principale, DJ, viene lasciato solo dai genitori. Nel corso del film, DJ, Timballo e Jenny non si trovano solo ad avere a che fare con la casa infestata del titolo ma anche e soprattutto con l'idea di mortalità, con la consapevolezza che gli adulti non saranno sempre lì a togliere le castagne dal fuoco per loro (se mai ci sono stati), che le persone sono molto più complesse di come appaiono, che crescere non significa abbandonare banalmente i passatempi d'infanzia bensì diventare consapevoli di noi stessi e degli altri pur continuando a fare "dolcetto o scherzetto" con gli amici scemi. Il tutto mentre una casa senziente e maligna cerca di divorarli, dopo che per anni l'inquietante padrone ha terrorizzato il vicinato con divieti d'accesso, urla e soprusi, senza contare che persino la babysitter e il suo ragazzo sono cattivissimi con DJ. Insomma, disagio e brividi a palate, il che rende Monster House non proprio adattissimo a un pubblico di bambini piccoli.


Le atmosfere cupe del cartone vengono appena mitigate da un umorismo nero e da battute che starebbero bene in una commedia per adulti eppure c'è anche spazio per almeno un momento di sincera commozione; anche lì, è un sentimento che probabilmente non tutti i giovani spettatori potranno capire poiché mescola dolore, rabbia, desiderio di vendetta e amore e offre il fianco a delle considerazioni molto tristi ed inquietanti, inusuali per un cartone animato. A fronte di tutte queste particolarità, bisogna dire che la confezione di questo gioiellino è altrettanto preziosa. Primo film dalla sceneggiatura originale ad essere stato girato quasi interamente con la tecnica della motion capture (Zemeckis, qui produttore, aveva già realizzato nel 2004 Polar Express), porta sullo schermo personaggi dall'aspetto caricaturale ma gradevole e, soprattutto, delle animazioni già molto fluide. L'aspetto horror è interamente racchiuso nel sembiante della casa e viene reso non solo grazie all'incredibile accuratezza con cui gli animatori hanno dotato l'edificio di caratteristiche antropomorfe ma anche ad un valido uso di luci, ombre e inquadrature, interamente derivate dalla tradizione horror: la casa di Amityville è la prima che salta alla mente ma ci sono anche echi raimiani negli alberi del giardino, che si animano nemmeno fossimo in un Evil Dead qualsiasi. Purtroppo, agli Academy Award del 2007 gli è stato preferito Happy Feet (pur diretto da un George Miller probabilmente drogato, per carità!), a dimostrazione di come qualunque cosa vagamente in odore di horror venga guardata ancora con sospetto dai maledetti vecchiacci dell'Academy; altra cosa che mi stupisce, sul web di Monster House si parla poco ed è un peccato perché è una pellicola ottimamente scritta e realizzata, che meriterebbe un ripescaggio e miglior considerazione!


Del regista Gil Kenan ho già parlato QUI. Steve Buscemi (Neddercracker), Catherine O'Hara (Mamma), Fred Willard (Papà), Maggie Gyllenhaal (Zee), Jason Lee (Punk), Kevin James (Agente Landers) e Kathleen Turner (Constance) li trovate invece ai rispettivi link.


La doppiatrice della bambinetta all'inizio, l'attrice Ryan Newman, sarebbe poi finita a fare la figlia di Fin Sheperd nel terzo e quarto capitolo della saga Sharknado mentre il doppiatore originale di Freak è Jon Heder, alias Napoleon Dynamite. In fase di realizzazione la sceneggiatura è stata tagliata e modificata in un paio di punti: in particolare, per ottenere un PG rating si è dovuto fare uscire dalle fondamenta della casa le vittime inghiottite durante il film (più o meno per lo stesso motivo due bulletti che DJ attira consapevolmente nella casa per usarli come esche non sono stati inseriti nella pellicola) mentre il fatto che Punk e Freak fossero parte dello stesso gruppo musicale è semplicemente stato lasciato fuori dalla pellicola. Detto questo, se Monster House vi fosse piaciuto recuperate ParaNorman, Coraline e la porta magica e magari anche Scuola di mostri. ENJOY!

venerdì 13 giugno 2014

Il Bollalmanacco on Demand: Mister Hula Hoop (1994)

Torna dopo una lunghissima pausa la rubrica On Demand! Oggi soddisferò la richiesta della cara Arwen Lynch, padrona del blog La fabbrica dei sogni, che qualche tempo fa mi chiese di parlare di Mr. Hula Hoop (The Hudsucker Proxy), diretto nel 1994 da Joel Coen. Il prossimo film On Demand, per la cronaca, sarà Cracks. ENJOY!!


Trama: il capo della compagnia Hudsucker si suicida gettandosi dall'ultimo piano di un grattacielo e i dirigenti dell'azienda cercano un sostituto idiota che possa convincere gli azionisti a far crollare il titolo. La scelta cade sul neo-assunto Norville Barnes che, tuttavia, ha più di un asso nella manica...


Mr. Hula Hoop era uno dei pochi film dei Coen che non avevo ancora visto e, neanche a dirlo, l'ho adorato. Surreale ed esilarante, mi è sembrato uno strano e bellissimo incrocio tra il miglior Fantozzi e Il canto di Natale (o forse è meglio dire di Capodanno) di Dickens, incentrato ovviamente su quel tipico esemplare di perdente tanto caro ai due fratellini. A differenza dei suoi esimi colleghi, però, Norville si distingue per essere un Candido, un'anima pura coinvolto involontariamente in un gioco di potere più grande di lui; il protagonista di Mr. Hula Hoop non cerca il successo facile, non è frustrato né schiacciato da una vita che non ama perché, come viene chiarito all'inizio, è senza esperienza. Senza esperienza lavorativa e, soprattutto, senza esperienza di vita, Norville è un animo semplice che ambirebbe sì ad una posizione alta all'interno della Hudsucker Company ma non si fa problemi a partire dal gradino più basso in quanto dotato di un'idea rivoluzionaria che, ne è consapevole, lo porterà lontano. Saranno poi le esperienze, la cattiveria o la furbizia di chi lo circonda, soprattutto i soldi guadagnati troppo facilmente a perderlo, privarlo del desiderio di inventare cose meravigliose per rendere felici i bambini in primis e trasformarlo in una brutta persona; tuttavia, siccome Norville non si è scavato volontariamente la fossa della rovina  per avidità o cattiveria (come invece succede ai protagonisti di Fargo o L'uomo che non c'era, giusto per fare due fulgidi esempi), i Coen decidono di dargli una seconda chance e la possibilità di imparare dai suoi errori, per crescere e diventare un uomo degno di tenere tra le mani il tanto bramato successo, per rimanere SU senza buttarsi GIU', letteralmente e metaforicamente.


Questo delicato racconto di formazione viene gestito dai Coen (coadiuvati nella sceneggiatura da Sam Raimi) in modo bizzarro e particolare anche per i loro canoni, sebbene non manchi una fantastica scena onirica sulle note della Habanera della Carmen che ricorda tanto il sogno del Drugo ne Il grande Lebowski. La regia e il montaggio sono frenetici, soprattutto all'inizio, dove immagini, dialoghi e musiche si susseguono senza soluzione di continuità come se il protagonista si trovasse in un vortice: l'interno dell'azienda, dal caotico ufficio postale fino ai piani alti, sembra uscito dritto da un film di Terry Gilliam e riesce a provocare sensazioni di sconcerto, ilarità ed inquietudine. Proseguendo, la pellicola diventa più un divertito omaggio alle commedie anni '50, non solo per i costumi ma anche per la colonna sonora e le inquadrature (emblematica quella del bacio tra Norville ed Amy), amalgamandosi completamente allo straniante inizio senza che si venga a creare un fastidioso senso di rottura, per poi concludersi con un finale che, nonostante l'assurdità e il palese impianto teatrale del deus ex machina, risulta invece convincente e indispensabile. Ovviamente, anche gli attori sono favolosi. Con quella faccia un po' così, l'allampanato Tim Robbins è un perfetto esemplare di loser Coeniano mentre Paul Newman, il cui carisma con l'età si è accentuato anziché diminuire, è un elegante e spietato squalo della finanza. Chapeau anche a tutti gli interpreti di "secondo piano", tra i quali spiccano caratteristi d'eccellenza come Bruce Campbell, Bill Cobbs e Steve Buscemi, capaci di entrare nel cuore con soli 10 minuti di presenza sullo schermo e, soprattutto, alla bella Jennifer Jason Leigh, convincente dark lady per imposizione, dal cuore tenero come burro. Se, come me, non avete mai visto Mister Hula Hoop, cercate di recuperarlo appena possibile perché è davvero un gioiellino!!!


Dei registi Joel Coen ed Ethan Coen (non accreditato come regista ma come sceneggiatore) ho già parlato qui. Tim Robbins (Norville Barnes), Jennifer Jason Leigh (Amy Archer), Bill Cobbs (Moses), Bruce Campbell (Smitty), Steve Buscemi (Beatnik Barman) e Sam Raimi (che, oltre ad essere co-sceneggiatore, offre anche la silhouette ad uno dei "cervelloni" della Hudsucker che cercano il nome per l'hula hoop) li trovate invece ai rispettivi link.

Paul Newman (vero nome Paul Leonard Newman) interpreta Sidney J. Mussburger. Americano, lo ricordo, oltre che per la sua linea di sughi pronti, soprattutto per film come Lassù qualcuno mi ama, La lunga estate calda, La gatta sul tetto che scotta, Lo spaccone, Hud il selvaggio, Nick mano fredda, Butch Cassidy, La stangata, L'inferno di cristallo, Il verdetto, Il colore dei soldi (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior attore protagonista) ed Era mio padre, inoltre ha prestato la voce per il film Cars - Motori ruggenti. Anche produttore, regista e sceneggiatore, è morto nel 2008, all'età di 83 anni.


Il produttore Joel Silver, a capo della Silver Pictures, avrebbe voluto Tom Cruise al posto di Tim Robbins ma, per fortuna, i Coen hanno insistito e vinto la battaglia; il ruolo di Sydney Mussburger, invece, era stato offerto a Clint Eastwood mentre Jennifer Jason Leigh è riuscita a spuntarla su nomi del calibro di Nicole Kidman, Winona Ryder e Bridget Fonda. Per concludere, se il film vi fosse piaciuto recuperate anche Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Essere John Malkovich o Ricomincio da capo. ENJOY!

mercoledì 19 marzo 2014

Il grande Lebowski (1998)

Dopo non so più ormai quante migliaia di anni, in questi giorni ho deciso di riguardare Il grande Lebowski (The Big Lebowski), diretto e sceneggiato nel 1998 da Joel ed Ethan Coen.


Trama: Jeffrey Lebowski, detto il Drugo, viene aggredito da due delinquentelli a causa di uno scambio di persona. Deciso ad essere risarcito (i due hanno gli hanno pisciato sul tappeto che “dava un tono all’ambiente”), il Drugo va a cercare il suo omonimo Grande Lebowski, infilandosi così in un’intricata vicenda di denaro e rapimenti…


La prima volta che vidi Il grande Lebowski ci rimasi così male che per poco non buttai via la videocassetta. Folgorata da quello che per me, a tutt'oggi, è il capolavoro dei fratelli Coen, ovvero Fargo, immaginatevi come posso essermi sentita davanti a questa verbosissima commedia grottesca fatta di equivoci e deliri con una trama esilissima dove fondamentalmente è il caos a farla da padrone e dove, alla fin fine, succede davvero poco. Probabilmente il mio pensiero all'epoca sarà stato "Ma come? Nessun morto ammazzato? E quindi? Il sangue dov'è, dov'è la giusta vendetta di un incazzatissimo Walter o Drugo? Perché c'è quella patata lessa della Moore?". Per fortuna questi dubbi amletici non sono risorti dopo più di 10 anni di ostinata inimicizia, perché Il grande Lebowski non è riuscito a scalzare Fargo dalla classifica ma è davvero un film divertentissimo, zeppo di dialoghi esilaranti, interpretato da grandissimi attori... e capisco anche come il buon Drugo (The Dude in originale) possa aver dato vita ad un culto del dudeismo che conta parecchi seguaci perché se tutti prendessimo la vita come lui probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore. Drugo Lebowski è la perfetta sintesi del "se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po' più in là", l'incarnazione biblica della Terra che, mentre una generazione passa e l'altra giunge (cosa che, effettivamente, accade nel film), sta lì immota ad aspettare in eterno, senza apparentemente venire toccata dalle vicende umane: dategli un White Russian e una canna e il Drugo solleverà il mondo o, meglio, aspetterà che voi lo solleviate con lui seduto sopra. Principe dei loser Coeniani, lui nel suo essere outsider ci sguazza e, se ci pensate bene, effettivamente tutte le disavventure che gli capitano nel film derivano dal fatto che gli altri lo spingano ad uscire dal comodo guscio che si è creato e ad essere un "avido" criminale e ricattatore.


Il Drugo è una spugna e non solo perché beve come un carcamanno. Si lascia trascinare dalla follia guerrafondaia dell'amico Walter, dai problemi del Grande Lebowski e dal fascino dell'indipendente Maude e da ognuno di loro, anzi, da ogni cosa che lo circonda afferra frasi, concetti, modi di dire che troverà modo di ripetere ad eventuali nuovi interlocutori o si affastelleranno nelle deliranti sequenze oniriche girate da degli ispiratissimi Coen. La struttura stessa de Il grande Lebowski è un delirio, imprevedibile quanto il suo fattissimo protagonista: raccontato in prima persona come un noir dalla quintessenza dell'americanità (un cowboy, nientemeno), inserisce di tanto in tanto personaggi iconici che hanno davvero pochissima funzionalità all'interno della trama e interrompe la narrazione con i sogni del Drugo che, in definitiva, riassumono la situazione fino a quel momento filtrandola attraverso l'occhio del subconscio che ingigantisce dettagli apparentemente insignificanti tratti da varie scene e avvenimenti. Lo spettatore non può fare altro che perdersi in questo delirio e ridere della goffaggine del Drugo e compari, simpatizzando con loro fin dal primissimo istante nonostante Walter sarebbe da prendere a schiaffi ogni due per tre (ma d'altronde, chi non ha un amico fanatico ed impulsivo?).


Jeff Bridges si annulla completamente in una delle interpretazioni più memorabili della sua carriera, arrivando ad interpretare una vera forza (immota) della natura, una persona che "conforta" sapere che c'è; personalmente, nonostante le mise inguardabili e la sbronza costante, l'ho trovato anche bellissimo come uomo ma qui si parla di devianza, lasciate stare. John Goodman è la forza opposta: se il Drugo è l'occhio del ciclone, Walter è lo tsunami che passa e lascia distruzione ovunque, assolutamente certo delle sue idee e dei suoi mezzi fino a prova contraria. L'attore offre una prova grandiosa e a farne le spese, come giusto contrappasso dopo la logorrea di Fargo, è il povero Steve Buscemi che viene costantemente e malamente zittito dal ciccione guerrafondaio ma, in qualche modo, riesce comunque a risultare indispensabile nel suo fragile, piccolo silenzio. Indimenticabili anche Philip Seymour Hoffman, Peter Stormare, Julianne Moore, John Turturro (favoloso!!!!) e David Huddleston, ognuno a modo loro, ognuno parte integrante di questo folle noir dei poveri orchestrato dai fratelli Coen. E, a proposito di orchestra, meravigliosa anche la colonna sonora, nella quale spicca un'Hotel California versione Gipsy Kings che mi fa stramazzare a terra dalle risate ancora adesso. Sono passati dieci anni, come dicevo... e finalmente con Il grande Lebowski ho fatto pace, al punto da arrivare a considerarlo un gioiello, sebbene non un cult assoluto. Meglio tardi che mai, no?


Dei registi e sceneggiatori Joel ed Ethan Coen ho già parlato qui. Jeff Bridges (Jeffrey "Drugo" Lebowski), John Goodman (Walter Sobchak), Julianne Moore (Maude Lebowski), Steve Buscemi (Theodore Donald 'Donny' Kerabatsos), Philip Seymour Hoffman (Donnie), Tara Reid (Bunny Lebowski), Peter Stormare (Karl Hungus), David Thewlis (Knox Harrington) li trovate invece ai rispettivi link.

David Huddleston interpreta il Grande Lebowski. Americano, ha partecipato a film come Mezzogiorno e mezzo di fuoco, I due superpiedi quasi piatti, Nati con la camicia, Qualcosa di cui... sparlare, The Producers e a serie come Vita da strega, Kung Fu, Charlie's Angels, Magnum P.I., La signora in giallo, Colombo, Lucky Luke, Walker Texas Ranger Una mamma per amica. Anche regista e produttore, ha 84 anni.


Mark Pellegrino (vero nome Mark Ross Pellegrino) interpreta lo scagnozzo biondo di Treehorn. Americano, ha partecipato a film come Arma letale 3, Il mondo perduto - Jurassic Park, Mulholland Drive, The Hunted - La preda, Il mistero dei templari, Truman Capote, Number 23 e a serie come Hunter, Racconti di mezzanotte, Renegade, E.R. - Medici in prima linea, Nash Bridges, X- Files, N.Y.P.D., Grey's Anatomy, Dexter, Prison Break, Numb3rs, Criminal Minds, Fear Itself, Ghost Whisperer, CSI - Scena del crimine, Lost, il pilot di Locke & Key (sarebbe stato Rendell ç_ç), CSI: Miami Supernatural. Ha 49 anni.


John Turturro interpreta Jesus Quintana. Americano, lo ricordo per film come Toro scatenato, Cercasi Susan disperatamente, Hannah e le sue sorelle, Il colore dei soldi, Fa' la cosa giusta, La tregua, Fratello, dove sei?, Terapia d'urto, Secret Window Zohan - Tutte le donne vengono al pettine, inoltre ha partecipato a serie come Miami Vice e Monk. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 57 anni e cinque film in uscita.


Sam Elliott (vero nome Samuel Pack Elliott) interpreta lo Straniero. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto in blue jeans, Scappatella con il morto, Hulk, Ghost Rider e a serie come Missione impossibile, inoltre ha doppiato un episodio di Robot Chicken. Anche produttore e sceneggiatore, ha 70 anni e due film in uscita.


Tra gli altri interpreti segnalo la presenza di Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, che compare nei panni di uno dei compari di Karl Hungus, mentre l'ex compagno di Madonna Carlos Leon interpreta uno degli scagnozzi di Maude; altre guest star eccellenti sono Charlie Kaufman, che siede tra il pubblico durante lo spettacolo teatrale e la musicista Aimee Mann, l'unica donna nel gruppo di tedeschi. Tra quelli che "non ce l'hanno fatta" figura invece Charlize Theron, brevemente considerata per il ruolo di Bunny. Per finire, se Il grande Lebowski vi fosse piaciuto, recuperate Fargo e gli altri film dei Coen. ENJOY!

domenica 27 ottobre 2013

Hotel Transylvania (2012)

Martedì ho ricominciato con l’amico Toto la vecchissima (e purtroppamente caduta in disuso) usanza di ritrovarci una sera e punirci vicendevolmente con film scelti alla bisogna. Questa volta Toto è stato clemente e, incoraggiato da Muze che indicava una compatibilità oltre misura, ci è andato leggero scegliendo Hotel Transylvania, diretto nel 2012 dal regista Genndy Tartakovsky.


Trama: Dracula ha avuto una figlia e, per proteggerla dai pericolosi umani, ha creato l’Hotel Transylvania, un luogo dove i mostri possono rilassarsi in tutta tranquillità. Un giorno però un umano riesce ad eludere tutti gli inganni del vampiro e a profanare l’ameno luogo di villeggiatura…


Da quando avevo letto il nome del vituperato Adam Sandler tra i doppiatori originali e i produttori non avrei dato un solo euro a questo Hotel Transylvania. Per fortuna, la storia e i personaggi sono talmente simpatici e originali che questo difetto viene presto dimenticato davanti a un film in grado di mescolare l’ovvia parodia del genere horror, una gran quantità di momenti divertenti e anche qualche lacrimuccia, veicolando il tipico messaggio positivo che invita il pubblico infantile ad essere sempre di mente aperta verso i diversi (anche se in questo caso sarebbero gli esseri umani) e possibilmente sinceri e corretti verso le persone amate. A mio avviso, la genialata della trama è quella di incarnare l’elemento di “disturbo” in un umano globetrotter e cosmopolita con l'aspetto da scoppiato, un esempio di come si possa essere allo stesso tempo cool ma con la testa sulle spalle, un ventunenne che nella vita ha provato tutto ed è stato ovunque ma è rimasto comunque un animo candido. Un grande, insomma. L'altra idea simpatica è quella di dipingere Dracula come un matusa nel vero senso della parola, così impegnato a tenere la figlia chiusa in una teca di vetro da dimenticare qualsiasi basilare nozione di divertimento, con grandissimo scorno dei suoi migliori amici mostri, una sterminata banda di chiassosi casinisti.


Tra una gag, una citazione e un momento serio (pochi in effetti) il film mantiene intatto il ritmo accontentando sia adulti che bambini nonostante l'animazione, a tratti, non sia delle migliori e nemmeno il character design, con alcuni personaggi troppo spigolosi, uno su tutti il lupo mannaro. A compensare qualche piccolo difetto nell'animazione ci pensano però i colori, di una vivacità incredibile, l'abbondanza di scene affollatissime che indicano una grandissima cura del dettaglio e i simpatici titoli di coda che, per stile, ricordano qualche vecchio cartone della Hanna & Barbera. Non sono rimasta però molto entusiasta della sdolcinata canzoncina pesudo-zamarra finale, mentre un paio di numeri musicali seriamente truzzi (o un paio di geniali idee come quelle degli scheletri mariachi o degli zombi dei musicisti famosi) contribuiscono all'atmosfera cazzara ed amichevole della pellicola e sono molto gradevoli. Insomma, questo Hotel Transylvania così divertente e tuttavia rispettoso (per la maggior parte) dell'amore che noi horrorofili nutriamo nei confronti delle Creature della notte e delle regole e cliché del genere mi è piaciuto davvero parecchio e lo consiglio per una serata disimpegnata anche se avete dei bimbetti piccoli, che non dovrebbero spaventarsi per un paio di violente ed inaspettate escandescenze del vecchio Dracula.


Di Adam Sandler (Dracula, che in Italia è doppiato da Claudio Bisio), Steve Buscemi (il licantropo Wayne), David Spade (Griffin, l’uomo invisibile) e Jon Lovitz (Quasimodo) ho già parlato ai rispettivi link.

Genndy Tartakovsky è il regista della pellicola. Russo, ha diretto episodi delle serie animate Le superchicche, Il laboratorio di Dexter e Samurai Jack. Anche produttore, sceneggiatore, animatore e doppiatore, ha 43 anni e in produzione un film che dovrebbe uscire nel 2015, Popeye.


Andy Samberg (vero nome Andrew David Samberg) è la voce originale di Jonathan. Giovane comico americano, ha lavorato come doppiatore nei film Piovono polpette, Piovono polpette 2 – La rivincita degli avanzi e per le serie Adventure Time, American Dad! e SpongeBob. Inoltre, ha partecipato al film Un weekend da bamboccioni 2 e alla serie 30 Rock. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 35 anni.


Selena Gomez è la voce originale di Mavis (in Italia la doppiatrice è Cristiana Capotondi). Americana, la ricordo per film come Missione 3D – Game Over, Spring BreakersAftershock, inoltre ha partecipato a serie come Zack & Cody al Grand Hotel, Hannah Montana e Wizards of Waverly Place. Anche cantante, produttrice e regista, ha 21 anni e due film in uscita. 


Kevin James (vero nome Kevin George Knipfing) è la voce originale di Frankenstein. Americano, ha partecipato a film come 50 volte il primo bacio, Zohan – Tutte le donne vengono al pettine, Un weekend da bamboccioni, Un weekend da bamboccioni 2 e a serie come Tutti amano Raymond e Più forte ragazzi; inoltre, come doppiatore ha lavorato nel Pinocchio di Benigni e in Monster House. Anche produttore e sceneggiatore, ha 48 anni e un film in uscita. 


Fran Drescher (vero nome Francine Joy Drescher) è la voce originale della moglie di Frankenstein, Eunice. Indimenticabile Tata televisiva, la ricordo per film come La febbre del sabato sera, Cadillac Man, Jack e L’amore è un trucco; inoltre, ha partecipato alla serie Saranno famosi e doppiato un episodio de I Simpson. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 56 anni e un film in uscita.


Molly Shannon è la voce originale della mannara Wanda. Americana, ha partecipato a film come Il tagliaerbe 2: the cyberspace, Terapia e pallottole, Mai stata baciata, Il Grinch, Osmosis Jones, Amore a prima svista, Scary Movie 4, Marie Antoinette, Talladega Nights – The Ballad of Ricky Bobby,  Scary Movie V e a serie come Twin Peaks, Ellen, Sex and the City, Will & Grace, Scrubs, 30 Rock e Hannibal; inoltre, ha lavorato come doppiatrice nella serie American Dad!. Anche sceneggiatrice, ha 49 anni e due film in uscita. 


Nel cast c’è anche (oltre alla famiglia Sandler quasi al gran completo con moglie e una delle figliolette che, rispettivamente, doppiano la moglie di Dracula, Mavis da piccola e la lupacchiotta Winnie) il cantante CeeLoo Green, che presta la voce alla mummia Murray. Per doppiare Mavis invece era stata scelta la leccamartelli Miley Cyrus, che ha rinunciato per dedicarsi ad altri progetti, appunto. Nel 2015 dovrebbe uscire il seguito di Hotel Transylvania ma se nel frattempo avete voglia di vedere all'opera i protagonisti della pellicola sappiate che nel DVD è incluso il cortometraggio Good Night Mr. Foot, realizzato con lo stesso stile d'animazione dei titoli di coda; inoltre, potete sempre guardare Monsters & Co. o Frankenweenie. ENJOY!

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