martedì 19 aprile 2022
L' allievo (1998)
venerdì 12 settembre 2014
Il tocco del male (1998)
Trama: il poliziotto John Hobbes cattura il pluriomicida Edgar Reese e lo fa condannare a morte. Poco dopo, tuttavia, i delitti riprendono con un modus operandi simile a quello di Reese e Hobbes si ritrova perseguitato da un'entità misteriosa e pericolosissima...
Trame come quella de Il tocco del male, de L'alieno e, per estensione, anche de Il male di Dylan Dog mi hanno sempre messo addosso un'ansia terribile perché in esse le pulsioni omicide e la follia si diffondono con un semplice tocco e chiunque può diventare, inconsapevolmente, un pericoloso criminale; l'imprevedibilità e la conseguente paranoia sono alla base di queste storie inquietantissime e la loro bellezza sta proprio nell'impossibilità di dare un volto al "colpevole", che può cambiare così in un batter d'occhio. Peggio di una possessione circoscritta ad un unico individuo, infatti, c'è solo la possibilità che il male si propaghi come un virus e che da esso non vi sia difesa ed è proprio quello che accade ne Il tocco del male. La pellicola di Gregory Hoblit, raccontata furbamente da una voce fuori campo come se fosse un noir d'altri tempi, rappresenta tutto ciò che avrebbe dovuto essere Liberaci dal male per poter funzionare, perché immerge l'orrore religioso in un contesto poliziesco, dando vita ad un interessantissimo ibrido che vede scontrarsi delle ordinarie indagini di normalissimi poliziotti contro l'inspiegabile e il paradossale, contro forze esistenti ancor prima che l'uomo arrivasse sulla Terra. L'angelo caduto Azazel, presenza invisibile agli occhi ma anche troppo "tangibile", coinvolge il protagonista Denzel Washington in un gioco tra gatto e topo talmente serrato da diventare a tratti quasi insostenibile, nel quale l'atmosfera di totale incertezza e pericolo imminente riesce senza troppi problemi ad eclissare la pomposità della solita lotta tra il Male sovrannaturale e un inconsapevole prescelto umano e a farsi perdonare alcune ingenuità pseudo-new age.
Se Il tocco del male, già molto inquietante per la trama, funziona a meraviglia, il merito va in gran parte al cast stellare. Denzel Washington è un protagonista validissimo e solido ma la parte del leone la fanno tutti gli altri grandissimi attori e caratteristi che gli sono stati affiancati, a partire da un Elias Koteas che, nonostante si veda solo all'inizio, si incide a fuoco nella mente dello spettatore grazie ad un carisma magnetico (vi sfido a non mettervi a cantare a squarciagola Time Is on My Side degli Stones, tema portante del film, dopo averlo visto fare a lui nella scena della prigione!); Donald Sutherland, James Gandolfini e John Goodman si fanno condurre docilmente per mano da questa grandissima prova attoriale e si giostrano lo spettatore come vogliono, alternando momenti di normalità ad atteggiamenti "sospetti" in grado di mettere i brividi. La regia di Gregory Hoblit è solida e classica ma lascia spazio all'innovazione al momento di mostrare la soggettiva di Azazel (ottenuta grazie all'ausilio di un tipo di pellicola denominato Ektachrome) e, soprattutto, tocca vertici di pura classe nella sequenza in cui Embeth Davidtz viene presa di mira ed inseguita dall'angelo caduto, che propaga la sua essenza di persona in persona per un intero isolato grazie a semplici tocchi, sapientemente coreografati, inquadrati e montati: horror ne ho visti parecchi, ormai lo sapete, e Il tocco del male l'ho guardato ben più di una volta, eppure trovo che questa particolare sequenza sia una delle più belle che siano mai state girate per un film di genere e mi lascia sempre senza fiato. Per non spoilerare eccessivamente la storia è meglio che mi fermi qui ma direi che basterebbe solo questo per spingermi a consigliare la visione de Il tocco del male a tutti, non solo agli appassionati del sovrannaturale... credo comunque che anche dare una scorsa ai grandi nomi coinvolti sia un valido incentivo, quindi recuperatelo se non lo avete mai fatto!!
Di John Goodman (Jonesy), Donald Sutherland (Stanton), Embeth Davidtz (Gretta Milano), James Gandolfini (Lou) ed Elias Koteas (Edgar Reese) ho già parlato ai rispettivi link.
Gregory Hoblit è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Schegge di paura, Frequency - Il futuro è in ascolto, Il caso Thomas Crawford, Nella rete del serial killer ed episodi di serie come N.Y.P.D.. Anche produttore e sceneggiatore, ha 70 anni.
Denzel Washington (vero nome Denzel Hayes Washington Jr.) interpreta John Hobbes. Americano, lo ricordo per film come Il giustiziere della notte, Glory - Uomini di gloria (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior attore non protagonista), Mo' Better Blues, Malcom X, Il rapporto Pelican, Philadelphia, Allarme rosso, Il collezionista di ossa, Training Day (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior attore protagonista), Déjà Vu - Corsa contro il tempo e Pelham 1 2 3 - Ostaggi in metropolitana. Anche produttore e regista, ha 60 anni e un film in uscita.
Se Il tocco del male vi fosse piaciuto recuperate anche L'ultima profezia e Angel Heart - Ascensore per l'inferno. ENJOY!
martedì 19 agosto 2014
Il messaggero (2009)
Trama: per consentire al figlio malato di cancro di essere più vicino all'ospedale che lo ha in cura, la famiglia Campbell si trasferisce in una nuova casa in Connecicut. Presto il ragazzo comincia ad essere preda di orribili visioni legate al sinistro passato della casa, un tempo usata come agenzia di pompe funebri...
Ciò che mi ha salvata dall'oblio durante la visione de Il messaggero (ennesimo esempio di titolo italiano al limite dell'idiozia, messaggero de che, di una sfiga cosmica??) è stato il tempestivo ritorno dei genitori unito alla loro difficoltà nell'aprire la porta di casa o anche questa volta, come già successo con My Soul to Take, mi sarei addormentata senza possibilità di risveglio, neanche mi avesse uccisa Freddy Krueger. Il messaggero è infatti la quintessenza della noia fatta a horror, il classico film dove "non succede niente" ma in senso negativo: non è che Il messaggero giochi sulle atmosfere, sull'inquietudine, sul "non visto che fa ancora più paura", non succede proprio una benemerita mazza e quel poco che succede fa venire il latte alle ginocchia per quanto è banale e raffazzonato. Abbiamo la solita famiglia di poveri cialtroni che, ovviamente, si va a trasferire nella solita casa a due piani con inquietante cantina e soffitta annesse dove, neanche a dirlo, cominciano a manifestarsi i soliti spiriti maligni che un po' spostano piatti, un po' ti compaiono alle spalle per il solo gusto di farlo e per guardarti con scazzo, un po' possiedono il membro più debole della famiglia per fargli fare cose innominabili (nella fattispecie: urlare, giusto un po' di sclero, niente di trascendentale) e un po' tentano di farti capire che diamine è successo nella casa perché, giustamente, di star lì dentro ne hanno voglia ancor meno della famiglia perseguitata e vorrebbero uscire per tornare o in paradiso o all'inferno. Il giochino degli spiriti, in un'ora e mezza di pellicola, durerà sì e no un quarto d'ora scarso, il resto de Il messaggero verte sui tentativi di far magonare lo spettatore attraverso il dramma del povero figlio maggiore affetto da cancro che, come se non avesse già abbastanza problemi, deve anche sopportare il fatto di essere l'unico a riuscire a "vedere la gente morta" in quanto dotato di un piede nella fossa e un altro sulla saponetta.
A peggiorare questo quadro già non troppo edificante, ne Il messaggero non si vede la mano del regista, non ci sono delle ambientazioni gradevoli, non viene giocata la carta vintage perché gli anni '80 nel film somigliano terribilmente ai giorni nostri e anche il twist finale, se di twist si può parlare, non ha proprio molto senso e mostra tutti i limiti di una storia già lacunosa di per sé (si vedano le note finali) sulla quale Hollywood ha dovuto necessariamente ricamare per giustificare la realizzazione di un film, infarcendola così di cliché che potessero "farla filare" per un'ora e mezza. Il messaggero è purtroppo anche uno spreco di un paio di attori validi come Elias Koteas e Virginia Madsen: il primo, che in italiano viene ovviamente doppiato come De Niro per confondere lo spettatore meno scafato, ormai è abbonato ai ruoli da vecchio nonostante abbia appena una cinquantina d'anni ed interpreta un prete talmente pesante che verrebbe voglia di vederlo preso a calci nelle terga dalle entità infestanti mentre la seconda, poveraccia, è l'unica a metterci anima e bravura nell'interpretare la madre distrutta dal dolore e ormai privata della fede, ma immersa in cotanta pochezza è come se gettasse perle ai porci. Obiettivamente, c'è poco altro da aggiungere su Il messaggero, giusto un paio di ulteriori considerazioni su come i realizzatori non sapessero probabilmente che pesci pigliare. Per ingannare/invogliare lo spettatore medio, ovviamente, la pellicola è stata presentata come "tratta da una storia vera" e l'inizio, con la telecamera a mano fissa sulla protagonista intervistata, da l'idea errata di avere davanti l'ennesimo mockumentary ma quello che perplime davvero è il fatto che Virginia Madsen si lamenti della sfortuna che è capitata alla sua famiglia quando poi la storia finisce a tarallucci e vino! E volendo potrei anche citare la presenza di stormi d'uccelli neri che, com'esuli pensieri, migrano sì nel vespero ma in definitiva non c'entrano nulla con gli eventi scatenanti l'infestazione del titolo originale quindi o gli sceneggiatori si sono fumati un pezzo di script oppure non sapevano cosa metterci per aggiungere un po' di colore a questa sciapa storia di fantasmi, medium, preti e strani becchini che adorano seviziare i cadaveri senza un motivo apparente. In poche parole, evitatelo come la peste!
Di Virginia Madsen (Sara Campbell), Kyle Gallner (Matt Campbell), Elias Koteas (Reverendo Popescu) e Martin Donovan (Peter Campbell) ho già parlato ai rispettivi link.
Peter Cornwell è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto anche due episodi della serie Hemlock Grove. Anche produttore e animatore, ha due film in uscita.
La storia vera alla base de Il messaggero coinvolge, neanche a dirlo, i protagonisti di L'evocazione, Lorraine ed Ed Warren, chiamati dalla famiglia Snedeker per capire cosa stesse accadendo nella loro nuova casa, un tempo usata (come nel film) come agenzia di pompe funebri. Pare che il figlio maggiore, affetto dal linfoma di Hodkin, una volta trasferitosi avesse cominciato a soffrire di sdoppiamento di personalità e avesse persino tentato di stuprare la cugina prima di venire messo in manicomio per più di un mese. Nel frattempo, le demoniache presenze che si pensava infestassero la casa passavano le notti a violentare le donne e sodomizzare il marito (!!); i coniugi Warren hanno effettivamente ammesso che durante la loro permanenza in casa Snedeker "qualcosa" di paranormale è successo, tuttavia lo scrittore Ray Garton, autore di In a Dark Place:The Story of a True Haunting, libro che racconta tutta la storia, avrebbe dichiarato che nessuna delle testimonianze dei membri della famiglia Snedeker coincideva con quella degli altri e che persino Ed Warren aveva ammesso davanti a lui che quella gente era semplicemente pazza, pertanto gli aveva consigliato di aggiungere dettagli di fantasia per rendere la storia più terrificante. Quindi, se si considera che la casa in questione è stata abitata prima e dopo da altre famiglie che non hanno riportato alcun problema, true story my ass, come al solito. Tuttavia, se siete curiosi di vedere la vera casa dove si sono svolti questi eventi potete digitare 208 Meriden Avenue, Southington, Connecticut su Google Maps: dovrebbe essere la villetta a due piani col tetto verde e l'ingresso seminascosto da un alberello. De Il messaggero esiste un seguito che tuttavia racconta un'altra storia, The Haunting in Connecticut 2: Ghosts of Georgia (inedito in Italia direi) e da qualche anno si vocifera l'uscita di un terzo capitolo della saga, The Haunting in New York; nell'attesa, se la pellicola vi fosse piaciuta, potete recuperare i film della serie Poltergeist o Amityville. ENJOY!
domenica 8 settembre 2013
L'ultima profezia (1995)
Trama: in Paradiso si combatte da secoli una battaglia tra Angeli, scatenata dalla creazione dell’uomo. Il crudele Gabriel scende sulla Terra per cercare un’anima oscura che guiderà le sue schiere alla vittoria ma un investigatore privo di fede tenterà di impedirglielo…
Non ci sono altre parole per dirlo: adoro L’ultima profezia. Le figure misteriose e particolari degli angeli mi hanno sempre affascinata e, in particolare, mi intrigano tutte quelle opere che, in qualche modo, le sporcano e le rendono inquietanti e pericolose. Non a caso, ai tempi dell’uscita italiana, ero diventata matta per il bellissimo Angel Sanctuary della mangaka Kaori Yuki, che trattava l’argomento in chiave shojo-horror aggiornandolo ovviamente ai gusti giapponesi; L’ultima profezia, come concetto ed iconografia, è invece assai più vicino al mondo occidentale e meno complicato per quanto riguarda l’intreccio dei personaggi ma non è per questo meno valido. L’argomento chiave del film è ovviamente la Fede, nel senso più reale del termine. Il protagonista, Thomas, è un investigatore diventato tale perché, al momento di diventare prete, la sua “voce interiore” ha smesso di parlargli, sostituita da orrende visioni di angeli uccisi e torturati. Attorno a lui si muovono gli angeli Simon e Gabriel, entrambi desiderosi di mettere le mani sull’anima nera di un sadico colonnello morto, ma per motivi opposti; nessuno dei due sente più la voce di Dio ma, mentre la fede del primo lo spinge a combattere per quelli che ricorda essere i dettami del “capo”, il secondo agisce ormai per egoismo e invidia, più demone che angelo. A farne le spese, come spesso accade, è l’innocenza di una bambina, che diventa così per Thomas il fulcro di una lotta non solo fisica ma soprattutto interiore, tra volere e dovere, tra bene e male, fede e libero arbitrio: la redenzione finale, se ci sarà, risulterà dolceamara per tutti… e spruzzata di un sentore di zolfo.
Come horror, L’ultima profezia funziona benissimo. Il sangue non scorre proprio a fiumi ma i flash che mostrano i poveri angeli impalati e uccisi mettono i brividi per la ferocia con cui viene descritta la millenaria battaglia e, soprattutto, sono i protagonisti stessi ad inquietare. Il make-up degli angeli li identifica come esseri sovrannaturali da cui guardarsi bene (si veda quello che attacca Simon a inizio film), tuttavia a fare davvero paura sono quelli dall’aspetto più umano, uno su tutti Gabriel. Ecco, Christopher Walken in questo film è semplicemente perfetto, tutto vestito di nero e con quelle incredibili movenze da rapace è allo stesso tempo inquietante ed affascinante e si mangia tutti gli altri bravissimi attori, tra i quali spicca un Viggo Mortensen/Lucifero che, nonostante alcuni dialoghi da brivido (“Sai quando eri piccolo e avevi paura che io fossi nascosto sotto il letto? Beh, c’ero e ti ascoltavo…), raggiunge dei livelli di bellezza decisamente fuori scala. Sproloqui adolescenziali a parte, ne L’ultima profezia è anche interessante il modo in cui l’iconografia e il credo cristiani si fondano con i riti indiani che spostano così l’azione dalla città al deserto, trasformando la pellicola in un particolare e gradevole ibrido tra horror e road movie che, grazie anche all’uso di determinati attori, richiama alla mente delle atmosfere piacevolmente tarantiniane. Insomma, avrete capito che davanti a L’ultima profezia non sono obbiettiva. Come ho detto, l’adoro e se sarò riuscita a convincervi a dargli una chance potrò dirmi soddisfatta!
Di Christopher Walken (Gabriel), Elias Koteas (Thomas Dagget), Virginia Madsen (Katherine), Viggo Mortensen (Lucifero) e Adam Goldberg (Jerry) ho già parlato ai rispettivi link.
Gregory Widen è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, L’ultima profezia è stato il primo e unico film da lui girato, in compenso come sceneggiatore dobbiamo ringraziarlo per il caposaldo anni ’80 Highlander – L’ultimo immortale. Anche produttore e attore, ha 55 anni.
Eric Stoltz interpreta Simon. Americano, lo ricordo per film come La mosca 2, Killing Zoe, Pulp Fiction, Il tuo amico nel mio letto, Piccole donne, Anaconda eThe Butterfly Effect, inoltre ha partecipato a serie come Innamorati pazzi, Hercules, Will & Grace, Medium e Grey's Anatomy. Anche regista, produttore e compositore, ha 52 anni e un film in uscita.
Amanda Plummer interpreta Rachael. Americana, figlia di Christopher Plummer e indimenticabile Honey Bunny di Pulp Fiction, la ricordo anche per altri film come Hotel New Hampshire, La leggenda del re pescatore, Cose preziose e The Million Dollar Hotel. Ha partecipato anche alle serie Moonlighting e Miami Vice e, come doppiatrice, ha lavorato nel film Hercules e in Phineas & Ferb. Anche sceneggiatrice, ha 56 anni e tre film in uscita, tra cui Hunger Games - La ragazza di fuoco.
Il film ha generato un'intera saga di film a dir poco deprecabili e tutti usciti straight to video: L'angelo del male, La profezia, La profezia - Il libro non scritto e The Prophecy: Forsaken (arrivato in Italia come La profezia prima della fine), questi ultimi due addirittura senza Christopher Walken. Ignorateli tutti e, se L'ultima profezia vi è piaciuto, cercate invece Il tocco del male. ENJOY!!
mercoledì 8 agosto 2012
Dream House (2011)
Trama: Will Atenton è uno scrittore che decide di trasferirsi con la famiglia in una casetta in campagna. La vita scorre lieta, almeno finché l'uomo non scopre che l'amena dimora era stata teatro, anni prima, di una terribile strage...
Sono sincera, mi aspettavo il peggio del peggio da questo Dream House, invece nonostante tutto è un film che si lascia tranquillamente guardare. La trama è sicuramente di una banalità sconcertante, nonostante il doppio twist che sorprende lo spettatore a metà pellicola e sul finale, e sicuramente il film non si distingue per eccessiva complicatezza o ardite scelte registiche, né per la particolare bravura degli attori, ma nonostante tutto Dream House intrattiene per tutta la sua durata e riesce a catturare all'amo lo spettatore con la solita, semplicissima domanda: "cos'è davvero successo in quella casa?". Le risposte arriveranno, con un po' di pazienza e qualche scena "da Mulino Bianco" che rallenta la prima parte della pellicola, ma dalla seconda parte in poi il ritmo accelera e le domande si moltiplicano, così come vengono risolte alcune apparenti incongruenze che mi avevano fatto storcere il naso e lanciare strali contro lo sceneggiatore (la fretta, in questo caso, è cattiva consigliera!). Il risultato finale, almeno per quanto riguarda la trama, non è male ed è risolutivo, a tratti anche commovente, ma sicuramente Dream House vince per la motivazione scatenante più idiota sulla faccia della terra, un misunderstanding talmente grossolano che verrebbe voglia di prendere a badilate in faccia tutti i coinvolti.
Passando all'aspetto tecnico, sarebbe bene segnalare che il regista si è praticamente visto strappare dalle mani il film dai produttori, che lo hanno rimontato in base ai propri gusti, costringendo praticamente Sheridan e gli attori a disconoscere la pellicola. Ciò detto, nonostante Dream House sia una ghost story non ci sono praticamente effetti speciali, il che non è un male in questo caso. Le scenografie mi sono piaciute molto, soprattutto per quel che riguarda la casa del titolo, che riesce ad essere contemporaneamente calda, accogliente (vedi gli infantili ma graziosi fiori che Libby disegna sui muri) e labirintica e misteriosa (il sotterraneo dove Craig trova i mocciosi intenti a celebrare i loro rituali mi ha sconcertata lì per lì!). Gli attori, secondo me, non danno proprio il loro meglio, sebbene Craig e la Weisz si siano conosciuti e innamorati proprio sul set. La migliore tra tutti è sicuramente Rachel Weisz, nei panni di una moglie e madre la cui vita perfetta viene travolta da eventi inspiegabili e sempre più tragici, costretta a prendere consapevolezza di una realtà che sarebbe meglio ignorare; Naomi Watts, l'altra presenza femminile della pellicola, è purtroppo costretta in uno dei ruoli peggiori della sua carriera, poco meno che insignificante, mentre Daniel Craig è bravino, soprattutto quando il personaggio arriva finalmente a scoprire l'atroce verità legata agli omicidi, ma quell'espressione perennemente imbroncettata e una vaga mollezza me lo rendono un po' inviso. Infine, per quanto riguarda la presenza di ottimi caratteristi come Elias Koteas e Marton Csokas, come al solito mi spiace vederli sprecati in ruoli che non ne esaltano le qualità. Riassumendo, quindi, Dream House è un thriller soprannaturale che non stupisce né esalta, ma è comunque un valido intrattenimento ed è sicuramente ben realizzato. Se amate le ghost story un po' particolari come me non dovreste rimanerne delusi, ma se cercate emozioni forti evitate pure.
Di Daniel Craig (Will Atenton), Naomi Watts (Ann Patterson), Rachel Weisz (Libby), Elias Koteas (Boyce) e Marton Csokas (Jack Patterson) ho già parlato nei rispettivi link.
Jim Sheridan è il regista della pellicola. Irlandese, ha diretto film "storici" come Il mio piede sinistro e Nel nome del padre. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 63 anni e tre film in uscita.
Jane Alexander (vero nome Jane Quigley) interpreta la dottoressa Greeley. Americana, ha partecipato a film come Tutti gli uomini del presidente, Kramer contro Kramer, Le regole della casa del sidro, The Ring, Il mai nato e Terminator Salvation. Anche produttrice, ha 63 anni e un film in uscita.
Le due splendide bimbe protagoniste del film, Taylor e Claire Geare, avevano già interpretato la figlia di Leonardo di Caprio (in età diverse, ovviamente) nel bellissimo Inception, mentre Rachel G. Fox, che in Dream House interpreta la figlia di Naomi Watts, aveva già partecipato alla serie Desperate Housewives come figliastra di Lynette. Se il film vi fosse piaciuto, consiglio la visione di Shutter Island, Il sesto senso, Secret Window, The Others o Number 23. ENJOY!
giovedì 13 ottobre 2011
Blood Story (2010)
Trama: Owen è un ragazzino solitario, timido e preso in giro dai compagni. Un giorno nel suo stesso palazzo arriva una strana bambina, Abby, accompagnata dal padre. Mentre tra i due nasce una profonda amicizia, nel vicinato cominciano a venire commessi dei delitti, e Owen piano piano comincerà a capire la vera natura della piccola Abby…
Lo ammetto, temevo l’ammeriganata. Ho amato talmente tanto il libro Lasciami entrare di Lindqvist e il film di Tomas Alfredson da essermi semplicemente indignata quando ho letto di un remake USA. Immaginavo che la dolce storia di Eli e Oscar sarebbe stata trasformata in un’indegna porcata piena di sangue, inopportune scene d’azione, tamarrate assortite e via dicendo. Quando ero riuscita a vedere il trailer originale la sensazione non era sparita, anzi, si era via via accentuata, e quando ho saputo che i De Laurentis avrebbero prodotto e che il titolo italiano sarebbe stato il terribile Blood Story ho pianto. Poi sulla rete sono spuntate alcune recensioni molto positive, e ho deciso di dare una chance al film. Aggiungerei per fortuna e cospargo il capo di cenere.
Blood Story vive infatti dell’assoluto rispetto dell’atmosfera dolce, malinconica ed inquietante che caratterizza il film originale (ed è per questo che non mi dilungherò sui significati della trama, visto che ho già recensito qui il bellissimo Lasciami entrare). Merito, innanzitutto, di una sceneggiatura rispettosa che si prende giusto qualche licenza (tipo il metodo scelto dal “padre” di Abby per procurarsi le vittime, in perfetto stile Urban Legend, l’introduzione del personaggio dell’investigatore e la perdita di ambiguità di Abby, la cui sessualità non viene mai messa in dubbio), della splendida, intensa interpretazione di Chloe Moretz e di tutti gli attori coinvolti, delle musiche evocative di Michael Giacchino mescolate a qualche hit dell’epoca come la sempre bella Let’s Dance di David Bowie. La regia di Matt Reeves regala immagini evocative e porta avanti delle scelte stilistiche di tutto rispetto, come quella di non mostrare mai il volto della madre di Owen per sottolineare ulteriormente la solitudine del ragazzo, o come la splendida idea di mostrare l’incidente automobilistico dall’interno della macchina, seguendo il punto di vista del passeggero sul sedile posteriore oppure, infine, come la terribile ed efficacissima immagine dove la mano insanguinata del poliziotto si protende verso quella di Owen… che sceglie invece di afferrare la maniglia della porta e chiudersela alle spalle . Ovviamente e per fortuna vengono anche riprese le sequenze chiave del film originale, come quella scioccante della piscina o quella in cui Abby entra in casa di Owen senza permesso, terribile e dolce allo stesso tempo.
Da buon remake, Blood Story non è comunque esente da difetti. L’”americanata” è subito dietro l’angolo, nella fattispecie in ogni scena dove la natura vampira di Abby diventa evidente, come negli omicidi da lei commessi o nelle orride inquadrature dove si arrampica sugli alberi come un maffissimo gatto (di marmo, o in computer graphic, che è più o meno la stessa cosa). Altra cosa che mi ha fatto storcere un po’ il naso è la riduzione del personaggio di Virginia a mero “intrattenimento gore” un po’ privo di logica; nel film e nel libro è il suo compagno a seguire tutti gli indizi fino ad arrivare ad Abby, spinto dalla morte di qualche amico e dall’orrendo destino della donna, mentre qui il suo ruolo viene ricoperto dall’investigatore interpretato da Elias Koteas. Inutile quindi introdurre la vampirizzazione di Virginia se non per quei tre minuti in cui lo spettatore assiste ad un atto cannibalico in perfetto stile Antropophagus. Ah, iattura. E un po’ di iattura anche al doppiaggio italiano: mi chiedo infatti se Owen parla con la “s” di Paperino anche nella versione inglese. In caso, mi cospargerò di nuovo il capo di cenere, consigliandovi di andare a vedere comunque questo malinconico, atipico e “rispettoso” horror.
Di Chloe Moretz, che interpreta Abby, ho già parlato qui. Richard Jenkins interpreta il padre, lo trovate qua, mentre Elias Koteas, che interpreta il poliziotto (e da anche la voce telefonica al padre di Owen), lo trovate qui.
Matt Reeves è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto il film Cloverfield, che sarà una delle mie prossime visioni. Anche produttore, ha 45 anni e un film in progetto, un probabile seguito di Cloverfield.
Kodi Smit – McPhee interpreta Owen. Australiano, ha partecipato a due episodi della serie Incubi e deliri. Ha 15 anni e tutta una carriera davanti a sé: ha infatti quattro film in uscita, tra cui un’ennesima versione di Romeo e Giulietta, dove lui sarà Benvolio e la Hailee Steinfeld de Il Grinta sarà Giulietta.
Cara Buono interpreta la madre di Owen. Americana, ha partecipato al film Hulk e a serie come CSI, Law & Order, I Soprano, La zona morta e ER medici in prima linea. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 40 anni e due film in uscita.
Sasha Barrese (vero nome Alexandra Barrese) interpreta Virginia. Americana, ha partecipato a film come American Pie, The Ring, Una notte da leoni e Una notte da leoni 2, oltre a serie come CSI: Miami e Supernatural. Inoltre, ha prestato la voce per alcuni episodi di Robot Chicken. Ha 30 anni.
Per dovere di completezza, il messaggio in codice morse che Owen ed Abby si scambiano alla fine è questo: lei, bussando, gli comunica “Hi”, e lui risponde con “OX”, ovvero abbraccio e bacio. Amori meravigliosi. Ok, mi ricompongo dopo tanta melassa per me inusuale e vi suggerisco di recuperare il meraviglioso Lasciami entrare, ovviamente, di cui vi metto il trailer per par condicio, visto che nel post a lui dedicato avevo messo quello di Blood Story. ENJOY!!
mercoledì 24 marzo 2010
Shutter Island (2009)
Mwahahaha mi viene già da ridere. La sfida postami dal buon Toto all’uscita del cinema è stata: “Scusa, ma come cavolo farai a recensire questo film senza rivelare nulla della trama e del finale??”. E’ una sfida che ho rimandato per qualche giorno, ma ora devo mettermi a scrivere qualcosa sull’ultimo film di Martin Scorsese, ovvero Shutter Island, tratto dal romanzo L’isola della paura, scritto nel 2003 da Dennis Lehane.
La trama: Teddy Daniels è un agente federale, che viene mandato con il suo collega Chuck all’Ashecliff Hospital, una struttura psichiatrica specializzata nel trattamento di psicotici criminali di varia natura, sita su un’isola, Shutter Island appunto. Il motivo per cui i due sono lì è che una paziente è sparita, apparentemente senza lasciare traccia, ma il vero motivo che ha spinto Teddy ad accettare il caso è la speranza di trovare il piromane che ha ucciso sua moglie in un incendio, e che dovrebbe essere rinchiuso lì; da qui si dipana una trama fitta di complotti, allucinazioni, ambiguità e quant’altro.
Detta così potrebbe essere semplice. In realtà in Shutter Island, sebbene avessi capito l’80% del finale già dopo due minuti di film, non c’è nulla di semplice. Poche volte infatti mi è capitato di trovarmi davanti un film così complicato, intrecciato, ambiguo, zeppo di nomi da ricordare e con mille possibili sviluppi della trama. Certo, non siamo ai livelli di Lynch, perché comunque il finale è comprensibile e “spiegato”, ci mancherebbe, ma in quanto ad attenzione richiesta allo spettatore siamo leggermente sopra alla media. Detto questo, il film rischia di perdersi un po’ troppe volte, addormentando il cervello di chi assiste alla proiezione piuttosto che attivarlo, e se non fosse per flashback, allucinazioni varie e qualche sprazzo di grottesca ironia qui e là (i dialoghi con i pazienti sono esilaranti…), il rischio sarebbe quello di provocare disinteresse, il che avrei detto che dovesse essere impossibile davanti ad un film di Scorsese.
Ed effettivamente non sembra di vedere un film di Scorsese. A parte ovvi richiami a Cape Fear, il suo film forse visivamente più simile a questo (tanto che per un attimo ho creduto in un cameo di Robert DeNiro nei panni del piromane, quando invece avevo davanti la faccia sfregiata di Elias Koteas, CACCA su di me!!), non c’è nulla che richiami gli antichi fasti di uno dei miei registi preferiti. Se non fosse per alcune finezze registiche, in effetti, la paternità del film non sarebbe così palesemente Scorsesiana. I già citati flashback e le allucinazioni sono le uniche immagini particolari di un film altrimenti anonimo, scene di una bellezza incredibile anche se terribilmente crude: i corpi ammassati sotto la neve dei prigionieri nei campi di concentramento, di cui solo con il proseguire del film si riesce ad intuire l’orribile quantità; la morte del direttore dello stesso campo di concentramento, con Di Caprio che svetta su di lui come un novello BastErdo mentre dall’alto sembrano piovere documenti e fogli di carta, lo stesso lento movimento che viene ripreso nelle visioni in cui compare la moglie, coloratissime, vive e costellate di ceneri fluttuanti; ed altre toccanti immagini di cui non parlo per non perdere la sfida, immerse in una fotografia dai colori che richiamano quelli azzurrini dell’acqua. Scene come quelle fanno la gioia di ogni cinefilo, ma sembrano messe proprio per dare quel tocco d’autore alla pellicola, e stentano ad amalgamarsi col resto del film.
Film che conta peraltro attori della madonna. Al di là di Leonardo di Caprio, che sembra avere sempre la stessa aria da bamboccione ben pettinato per tutto il film, “no matter what”, e al già citato Elias Koteas, ad un tratto spunta un inaspettato Jackie Earle Haley che sembra essersi portato dietro da Watchmen il personaggio di Rorshach senza maschera e poi ovviamente vedere Ben Kingsley in un personaggio assurdamente grottesco e caricaturale è sempre un piacere per gli occhi, così come è bello il cameo ambiguo di Max Von Sydow, che continua a non perdere smalto dopo millemila anni di carriera. Mark Ruffalo è una buona spalla, ma niente di troppo esaltante, e gli altri attori sono comunque buoni. E voi direte: ma che cavolo di recensione è? Eh, non posso davvero dire altro, se non che alla fine Shutter Island è un film che consiglio, magari non ai fan sfegatati di Scorsese che potrebbero rimanere delusi e piccati (come sono rimasta un po’ io in effetti…), però sicuramente agli amanti di un cinema che presuppone un po’ di sforzo mentale da parte del pubblico. Alla fine è un ottimo thriller, con un finale che consente di discuterne per parecchio, magari davanti a un gelato o a una birra.
Di Jackie Earle Haley ho già parlato qui, mentre per alcune notizie su Max Von Sydow potete guardare qua.
Martin Scorsese è il regista della pellicola, nonché il mio preferito dopo Tarantino e Burton, tanto che nel 2006 ho deciso di fare la tesi proprio su uno dei suoi film più belli, L’età dell’innocenza. Newyorkese ma con ovvie radici italiane, tra le sue pellicole ricordo con sommo piacere innanzitutto i meravigliosi Taxi Driver, Quei bravi ragazzi e Casino, poi a seguire le altre comunque pregevolissime opere: The Big Shave, Mean Streets, Fuori Orario, L’ultima tentazione di Cristo, Cape Fear – Il promontorio della paura, Il mio viaggio in Italia, Al di là della vita, Gangs of New York, The Aviator e The Departed (per il quale ha vinto un tardivissimo Oscar come miglior regista). Ha 68 anni e ben quattro film in uscita.
Leonardo Di Caprio interpreta Teddy Daniels. Attore che mi ha sempre fatto storcere il naso, da che era diventato l’idolo delle adolescenti di tutto il mondo (e quando ero adolescente anche io, intendiamoci, ma preferivo Bruce Willis!) all’epoca di Romeo & Giulietta e ovviamente Titanic, pare che ora abbia sostituito il buon De Niro come attore feticcio di Scorsese, con mio grande dispiacere. Non che non sia migliorato, in quanto a recitazione, negli ultimi anni, ma semplicemente non riesco davvero a farmelo piacere. Tra i suoi film ricordo Critters 3, La mia peggiore amica, Buon compleanno Mr. Grape, Pronti a morire, Poeti dall’inferno, La maschera di ferro, Gangs of New York, Prova a prendermi, The Aviator e The Departed. Ha partecipato anche ad alcuni telefilm a inizio carriera, come Santa Barbara, Pappa e ciccia, Genitori in blue jeans. Ha 36 anni e cinque film in uscita.
Mark Ruffalo interpreta Chuck. Attore americano dalla faccia decisamente anonima, eppure bravo, lo ricordo in diversi film pregevoli tra cui i bellissimi Studio 54, Se mi lasci ti cancello e il meno bello Zodiac. Ha 43 anni e due film in uscita.
Ben Kingsley interpreta il Dr. Cawley. Straordinario attore inglese, capace di immedesimarsi in un personaggio fino ad annullarsi completamente in esso (memorabile la sua interpretazione in Gandhi che non a caso gli ha fatto vincere un Oscar come miglior attore protagonista), tra i suoi film cito Schindler’s List, Specie mortale, il film tv Alice nel paese delle meraviglie (nei panni del Brucaliffo!), A.I. Intelligenza artificiale e Oliver Twist. Scopro ora che era tra i protagonisti di un film TV che ricordo ancora da bambina, Il segreto del Sahara, tra l’altro. Ha 67 anni e quattro film in uscita, tra cui quel Prince of Persia di cui ho visto già quattro o cinque volte il trailer al cinema.
Elias Koteas ha un breve cameo nella parte del piromane Laeddis. Lo cito perché come attore mi piace molto e ho visto, a volte senza nemmeno esserne consapevole, un sacco di film interpretati da lui, tra cui Tartarughe Ninja alla riscossa, Senti chi parla 2, L’ultima profezia, Il tocco del male (due film che ho adorato), L’allievo, La sottile linea rossa, Lost Souls – La profezia, Sim0ne, Zodiac e Il curioso caso di Benjamin Button. Ha partecipato a telefilm come I Soprano, Dr. House, CSI New York e prestato la voce per alcuni episodi di American Dad. Canadese a dispetto del nome e del cognome, ha 49 anni e sei film in uscita.
Michelle Williams interpreta Dolores, la moglie di Teddy. Comunemente denominata da me medesima “Porcellino biondo” a causa della prolungata partecipazione ad uno dei telefilm più inutili (ed inspiegabilmente di successo!) dello scorso decennio, ovvero Dawson’s Creek, del quale era una dei quattro losers protagonisti. Ha poi intrapreso una carriera cinematografica di tutto rispetto (mica perché era la compagna del defunto Heath Ledger? Noo….!) che conta titoli come Specie mortale, Halloween 20 anni dopo e I segreti di Brokeback Mountain, mentre per la TV la ritroviamo in episodi di Baywatch e Quell’uragano di papà. Ha 30 anni e due film in uscita.
Fa ridere pensare che per il ruolo di Ruffalo erano stati fatti i nomi di Robert Downey Jr. e Josh Brolin, peccato che entrambi si sarebbero mangiati Di Caprio in quanto a bellezza e presenza scenica, nonché, ovviamente, bravura. Inoltre il progetto avrebbe dovuto essere affidato alla premiata ditta Fincher/Pitt, che già ci hanno regalato gli splendidi Seven e Fight Club. Una simile accoppiata per questo film mi avrebbe incuriosita, rabbrividisco invece all’idea che avrebbe potuto metterci le mani Wolfgang Petersen, regista di colossali idiozie come Troy oppure banalissimi action come Air Force One (nonché di un film a suo modo poetico come La storia infinita…). Comunque se vi è piaciuto il film non vi dico di gettarvi subito a “provare” un Lynch, ma magari potrebbe interessarvi qualcosa come A History of Violence di Cronenberg, altrettanto complesso e molto, molto bello. E ora vi lascio, molto banalmente, al trailer del film. ENJOY!