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martedì 18 luglio 2023

Nimona (2023)

Ne parlavano tutti benissimo, quindi mi è venuta voglia di guardare Nimona, diretto dai registi Nick Bruno e Troy Quane (anche co-sceneggiatore) e tratto dall'omonima graphic novel di ND Stevenson, pubblicata in Italia da Bao Publishing.


Trama: in un medioevo futuristico, il cavaliere Ballister Boldheart viene accusato ingiustamente dell'omicidio della regina e viene scovato da Nimona, una mutaforma che insiste per diventare suo scudiero...


Come al solito, il mio approccio con Nimona è partito viziato da totale ignoranza, perché non ho mai letto la graphic novel di ND Stevenson, quindi non sapevo proprio cosa aspettarmi da questo nuovo film distribuito da Netflix. Di sicuro, non mi aspettavo di rimanere a fissare rapita lo schermo dopo nemmeno cinque minuti, trasportata in un mondo dove il medioevo è diventato futuristico, con castelli attraversati da automobili volanti, regine che salutano da enormi schermi all'interno di città moderne e cavalieri che diventano tali con un gran clamore pubblicitario, quasi partecipassero a dei reality, mentre i sudditi camminano per le strade armati di cellulari all'ultimo grido. Non mi aspettavo di rimanere coinvolta dalle vicende di Ballister Boldheart, unico cavaliere di origini plebee ad arrivare all'investitura, e della sua entusiasta aiutante Nimona, ragazzina assetata di sangue, violenza e caos, in grado di cambiare aspetto con uno schiocco di dita. Figuratevi che una mattina ho persino rischiato di arrivare tardi a lavoro perché non mi ero accorta che era già passata mezz'ora da quando mi ero seduta e, come i bambini, non volevo staccarmi dallo schermo. Questo perché c'è tanto cuore in Nimona, oltre a tanto ritmo. Il cuore del racconto è la necessità di capire e accettare ciò che diverso, certo, ma anche e soprattutto il ruolo fondamentale svolto dalla paura nel soggiogare il cuore e le menti delle persone preservandole nell'ignoranza (se ritenete di vivere in un momento storico che sfrutta questo sentimento negativo allo stesso modo, forse sapete di cosa sto parlando), nel travisare i fatti consegnandone versioni distorte alla storia, nel tirare fuori il peggio di noi stessi nonostante buone intenzioni e flebili speranze, trasformandoci in mostri e costringendoci a vedere gli altri come tali. Ci sono delle sequenze, in Nimona, che annullano ogni tipo di cinismo snob, saggiamente mutuate dai capolavori Miyazakiani dello Studio Ghibli, dalle scene più iconiche de La spada nella roccia e persino da quelle poesie animate che sono le opere del Cartoon Saloon, e arricchiscono con punte di coinvolgente sentimento (per non dire che ho pianto come una fontana) una trama che fa dell'orgoglio scapestrato e punk della co-protagonista uno dei suoi punti di forza.


Il contrasto tra Ballister e Nimona, l'uno cupo sia di animo che di vestiario, l'altra una "pinkissima" scintilla indemoniata che non sta ferma né zitta un secondo, è ciò che rende il film vivacissimo e scorrevole, fatto di dialoghi esilaranti e concitate sequenze di lotta animata (una delle quali omaggia la doppiatrice Chloe Moretz con una certa canzone) imperniate sulle mille, spassosissime trasformazioni della ragazzina titolare. Nonostante la risposta alla domanda "chi ha incastrato Roger Knight?" sia facilmente intuibile dopo qualche minuto, è interessante capire come si svilupperà il rapporto tra la scudiera e il suo riluttante cavaliere e, soprattutto, se quest'ultimo si lascerà traviare dallo sconforto e dai sussurri del diavoletto rosa appollaiato sulla spalla diventando "Blackheart", in aperto contrasto con la dorata purezza di tutto ciò che riguarda non solo il regno, ma anche il compagno di Ballister, dall'evocativo nome di Ambrosius Goldenloin. A tal proposito, l'intera opera è fatta di contrasti, anche a livello grafico e realizzativo. Sfondi, scenografie e abiti sono un mix di forme morbide, realizzate con colori vivaci, e motivi geometrici più stilizzati e minimal, ai quali sono stati aggiunti elementi "gotici" e, ovviamente, caratteristiche che potessero richiamare lo stile della graphic novel, più legato alle varie trasformazioni di Nimona. Inoltre, ho trovato gradevolissima la commistione tra personaggi in 2D dal character design moderno e accattivante (ho adorato, letteralmente, il viso di Ballister, con quei baffoni e gli occhi enormi, e le versioni "bambine" di Nimona, per non parlare del kaiju) e gli effetti grafici di animazione in CGI, anche se forse i fan dell'opera di ND Stevenson saranno rimasti sconvolti dallo stravolgimento totale dell'aspetto dei personaggi. Ci sarebbero mille altre cose da dire su Nimona ma non vorrei fare spoiler né fomentare troppo le aspettative, quindi mi limito, in parte, a citarmi. Il giorno in cui la Disney (che, per inciso, ha fatto chiudere i Blue Sky Studios rischiando così che Nimona non vedesse mai la luce) e la Pixar realizzeranno un film così, commovente, divertente e rispettoso del pubblico, in cui anche le quote "diverse" e "queer" non verranno trattate come eclatanti trovate di marketing ma saranno parte integrante e naturale della storia, sarà un giorno di tripudio e magno gaudio in tutto il regno.


Di Chloë Grace Moretz (Nimona), Riz Ahmed (Ballister Boldheart) e  Frances Conroy (la Direttrice) ho parlato ai rispettivi link.

Nick Bruno è il co-regista della pellicola e doppiatore di Sir Nicholas Brun. Americano, ha diretto il film Spie sotto copertura. Principalmente, lavora come animatore. 
Troy Quane è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, oltre che doppiatore di Sir Troy Quartermane. Americano, ha diretto il film Spie sotto copertura. Principalmente, lavora come scenografo e animatore. 

RuPaul presta la voce al conduttore Nate Knight. Se Nimona vi fosse piaciuto recuperate I Mitchell contro le macchine, Wolfwalkers - Il popolo dei lupi, La città incantata e persino la trilogia di Madoka Magica. ENJOY! 

martedì 23 maggio 2023

Bollalmanacco on Demand: Greta (2018)

Torna il Bollalmanacco On Demand con un film richiesto nientemeno che da Mr. Ink del blog Diario di una dipendenza! Oggi parlerò di Greta, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Neil Jordan. Il prossimo film On Demand sarà L' Orribile Segreto Del Dr. Hichcock! ENJOY!


Trama: la giovane Frances, da poco orfana di madre, trova sulla metro una borsa abbandonata e la riporta a Greta, elegante vedova di origini europee che vive da sola. Dall'episodio nasce un'amicizia, che si incrina quando Frances scopre l'inquietante segreto di Greta...


Purtroppo è passato tantissimo tempo da quando Michele mi ha chiesto di recensire Greta e non ricordo, ahimé, il contesto in cui è nata quest'occasione di confronto, quindi chiedo al diretto interessato di dire la sua, magari nei commenti! Per quanto mi riguarda, guardare Greta è stato come fare un tuffo negli anni '80/'90, in piena febbre da "Ciclo Alta Tensione", che offriva allo spettatore thriller sul filo dell'assurdo dove persone assolutamente normali vedevano la loro vita sconvolta da matti col botto. E' ciò che accade alla povera Frances, ragazzotta di buon cuore finita a fare la cameriera a New York, che in un giorno come tanti trova sulla metro una borsa abbandonata e decide di restituirla personalmente alla proprietaria. Quest'ultima è la Greta del titolo, un'elegante signora dall'accento francese che, complice la condizione di vedova solitaria e con figlia lontana, si accattiva le simpatie della sensibile Frances ed instaura un rapporto di sincera amicizia con la ragazza. Tutto crolla quando Frances scopre l'inquietante segreto di Greta, che inizialmente va a collocarla, su una scala di follia da zero a psicopatica, al livello "follower di Giorgia Soleri". La ragazza decide comprensibilmente di non avere più niente a che fare con Greta e tutto finirebbe lì, non fosse che la signora si incaponisce e da "semplice" eccentrica diventa una stalker via via sempre più pericolosa, con sviluppi della trama che vi lascio il piacere di scoprire. Come tutti i film di genere, Greta funziona grazie a un po' di sospensione dell'incredulità (soprattutto verso la conclusione, a causa di una scelta di Frances che lascia abbastanza perplessi), aiutata dal fatto che, purtroppo, è vero che la legge non tutela minimamente le vittime di stalking finché il persecutore non passa alle minacce fisiche vere e proprie, quando ormai è già troppo tardi; diversamente da altre pellicole simili, invece, la protagonista non viene fatta passare per scema, e la sua migliore amica la sostiene fin da subito nel corso della sua lotta disperata contro le attenzioni indesiderate di Greta, elemento della trama che mi è piaciuto molto.


Per quanto riguarda la realizzazione, Greta ha il difetto di essere leggermente piatto e trattenersi troppo durante il primo e il secondo atto, forse per rispetto di un'attrice blasonata come Isabelle Huppert. Ciò è un vero peccato, perché l'attrice esplode nel terzo, folle atto, che la trasforma in una strega cattiva da fiaba e va incontro alla vocazione registica di Neil Jordan, il cui stile è perfetto per questo genere di storie dark e un po' grottesche; a differenza di un thriller come Watcher, che vede come protagonista proprio Maika Monroe, Greta non riesce a sfruttare appieno gli ambienti in cui viene a trovarsi la protagonista (tranne quando la casa di Greta, all'interno della quale i suoni esterni e il tempo sembrano annullarsi, diventa il luogo principale dell'azione), né a creare un reale senso di isolamento attorno alla Moretz, di conseguenza risulta piatto e privo di personalità, almeno fino al provvidenziale tintinnio del forno a microonde, un suono che preannuncia il cambiamento di registro della pellicola, rendendola molto più interessante (e anche schifosa. In una scena che coinvolge una siringa ho dovuto distogliere lo sguardo). Avessero deciso di giocare fin da subito la carta del weird, Greta avrebbe potuto essere un capolavoro, ciò nonostante il film risulta molto godibile, perché si regge interamente sull'interpretazione di attrici assai brave. Chloë Grace Moretz, coi suoi grandi occhioni e il sembiante da brava ragazza ingenua, fa tutto quello che si può chiedere a una protagonista, la Huppert si è palesemente divertita e, come ho scritto sopra, non si sottrae alla richiesta di alzare il tasso di weirdness da un certo punto in poi, cosa che rende il suo personaggio ancora più inquietante, e la Monroe fa come il buon vino, ovvero migliora se lasciata a riposo. Capirete il perché di quest'ultima affermazione guardando il film, che ovviamente vi consiglio, anche in virtù di una breve durata che gli impedisce di annoiare lo spettatore, trattenendolo dall'inizio alla fine. Peccato che ormai questa regola aurea di brevità non venga più seguita!


Del regista e co-sceneggiatore Neil Jordan ho già parlato QUI. Isabelle Huppert (Greta Hideg), Chloë Grace Moretz (Frances McCullen), Maika Monroe (Erica Penn), Colm Feore (Chris McCullen) e Stephen Rea (Brian Cody) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Greta vi fosse piaciuto recuperate Watcher (lo trovate a noleggio su varie piattaforme legali). ENJOY!

martedì 12 gennaio 2021

Shadow in the Cloud (2020)

La prima, interessante sorpresa del 2021, scoperta ovviamente grazie a Lucia (e anche un po' grazie a Letterboxd, in verità) è stata Shadow in the Cloud, diretto e co-sceneggiato nel 2020 dalla regista Roseanne Liang


Trama: durante la seconda guerra mondiale, una pilota si imbarca su un aereo con un pacco misterioso e si ritrova bloccata in una torretta, presa tra la misoginia dell'equipaggio e i pericoli tangibili rappresentati dagli aerei giapponesi e da un gremlin.


Era dai tempi del secondo Kick-Ass che avevo perso un po' le tracce di Chloe Moretz, ex bambina prodigio di grandissime speranze protagonista in molti film interessanti, ridotta poi al rango di comparsa o di titolare di filmetti tra il dimenticabile e il brutto. Per fortuna è arrivato questo Shadow in the Cloud a dimostrarmi che la bravura della bella Chloe, nel frattempo diventata ventitreenne, non si è esaurita; il film di Roseanne Liang è sì un action ma l'azione, per buona parte del tempo, è interamente concentrata all'interno di una torretta nella pancia di un aereo, dove la macchina da presa indugia unicamente sul volto e sul corpo della Moretz e talvolta su quello che il personaggio di Maude è costretta a vedere dalla sua prigione, nella fattispecie il vuoto da 8000 piedi d'altezza, aerei giapponesi pronti a distruggere il fragile guscio di vetro che la separa da morte certa e, se questo non bastasse ancora, persino un gremlin, l'elemento "horror" di questo film che sarebbe al cardiopalma già di per sé così. Una volta chiusa la parentesi claustrofobica la pellicola non si fa meno ansiogena, anche se diventa sicuramente più cazzuta ed ancora più inverosimile ma sempre, quasi per tutta la sua interezza, affidata alle spalle di un'attrice che riesce a coniugare doti recitative evidenti a una fisicata di tutto rispetto che la rende un'eroina action assolutamente verosimile, all'interno di un film che non lesina colpi di scena fino alla fine e riesce a dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte.


Il colpo al cerchio è sicuramente l'aver calcioruotato Max Landis fuori dal progetto a causa delle accuse di vari abusi sessuali. Il nome di Landis Jr. è rimasto nei credits a causa delle regole della Writers Guild of America ma credo che gli unici suoi contributi rimasti siano stati il gremlin e l'areo, perché Maude Garrett è l'emblema della donna forte e femminile, capace di mettere al loro posto non uno ma una mezza dozzina di uomini con due parole ben messe, consapevole della sua intelligenza e delle sue capacità prima ancora di trasformarsi nella versione più cazzuta dell'Atomica Bionda, il che ci porta al colpo alla botte. Sfido infatti qualunque broflake reazionario pronto ad unirsi al sacco del Congresso Americano a non esaltarsi davanti alla visione di una Moretz incazzata nera capace di rendere plausibili scene talmente surreali da dare il cinque ad uno Sharknado qualsiasi, coadiuvata da una regia e da un montaggio incredibilmente dinamici e da una colonna sonora perfetta, tutti elementi che, uniti assieme, fanno tranquillamente sorvolare su evidenti limiti di budget ed effetti speciali a tratti inverosimili. Vi dico solo che, arrivati alla fine di Shadow in the Cloud, vi verrà voglia di riguardarlo da capo e di consigliarlo a chiunque perché è perfetto per una serata ad alto tasso di adrenalina e, nonostante ciò, non è né fatto a tirar via, né popolato da attori cani, né tanto meno stupido, come spesso succede in questi casi.


Di Chloë Grace Moretz, che interpreta Maude Garrett, ho già parlato QUI.

Roseanne Liang è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Neozelandese, ha diretto un altro lungometraggio, My Wedding and Other Secrets. E' anche produttrice e attrice.




martedì 14 luglio 2020

Le paludi della morte (2011)

Qualche mese fa passavano in TV Le paludi della morte (Texas Killing Fields), diretto nel 2011 dalla regista Ami Canaan Mann, e siccome ai tempi dell'uscita mi intrigava, mi sono messa a guardarlo.


Trama: due detective della omicidi in Texas si ritrovano a indagare sulla scomparsa di giovani ragazze trovate poi morte nelle paludi che circondano la cittadina.



Le paludi della morte si basa su una serie di delitti, in buona parte insoluti e probabilmente compiuti da più di una persona, accorsi nei pressi di Texas City, all'interno dei cosiddetti "killing fields". Zona paludosa dove il cellulare non prende nemmeno per sbaglio, così distante dalla strada che nessuno può sentirti urlare e talmente fitta di vegetazione brulla da far invidia ai bush australiani dove impera Mick Taylor, questa terra di nessuno rappresenta l'habitat ideale per chi ha velleità di serial killer, soprattutto quando la città confinante abbonda di giovani donne ai margini della società e, in generale, impera un'aria di squallore e degrado. Lo sa bene Mike Souder, nato e cresciuto lì, segnato da un'infanzia mai vissuta, a base di ubriaconi e schifo assortito; è costretto ad impararlo sulla sua pelle Brian Heigh, convinto dell'importanza di una fede salvifica e pronto ad aiutare le persone meno fortunate come la piccola Ann, figlia di una prostituta e reduce dal riformatorio. Lo scontro tra i metodi dei due è il cuore del film ma non si tratta di un confronto tra "poliziotto buono e poliziotto cattivo", è più il tentativo di due persone di mantenere la sanità mentale all'interno di una città dove il disagio si spande come un miasma e dove vige un'omertà da far spavento, dove quasi quasi sono guardati con più sospetto i pochi che cercano di fare qualcosa di positivo piuttosto che chi conduce un'esistenza violenta e prospera sulla disperazione altrui. All'interno della trama si incrociano diverse storie di criminalità e perversione, alcune delle quali non avranno risoluzione alla fine del film, e ciò che le accomuna è la mancanza di sensazionalismo: deviati e criminali assortiti, in città si confondono col paesaggio triste e desolato, e sono la quintessenza stessa della banalità, tanto che persino una tranquilla serata passata in casa può avere come conseguenza la morte.


Ami Canaan Mann, degna figlia di tanto padre (Michael Mann è produttore del film), confeziona immagini cupe e violente, spesso ad alto tasso ansiogeno, immerse in una fotografia per l'appunto paludosa, come se l'influenza dei killing fields protendesse una mano artigliata e posasse una cappa di uggia perenne sulla vicina cittadina; ci sono sequenze difficili da dimenticare, come quella al cardiopalma del rapimento improvviso, altre molto interessanti come il pedinamento impedito da alberi provvidenziali, e tutti gli attori, all'interno di di un cast di tutto rispetto, recitano al meglio. Mi mordo le dita, onestamente, per due cose. Primo, non aver guardato Le paludi della morte in lingua originale come avrebbe meritato e, secondo, non aver riconosciuto Sheryl Lee nei panni della madre di Ann, il che dimostra come l'attrice non sia solo un bel faccino e come sia drammaticamente poco utilizzata a fronte delle sue grandi capacità. A una Jessica Chastain ahimé poco sfruttata si contrappongono Sam Worthington e Jeffrey Dean Morgan, entrambi decisamente in forma, e una Chloe Grace Moretz che all'epoca non sbagliava ancora un film, per non parlare di Jason Clarke e Stephen Graham, capaci di lasciare il segno con personaggi distanti dai loro soliti ruoli, soprattutto il secondo. Da brava "cinèfila" mi sto appassionando all'utilizzo di Letterboxd e trovo disarmante la quantità di recensioni negative ottenute da Le paludi della morte. A me è sembrato un thriller affatto banale, ben diretto e ben recitato, capace di lasciare una cappa di inquieta tristezza addosso allo spettatore per parecchio tempo, quindi ve lo consiglio.


Sam Worthington (Mike Souder), Jeffrey Dean Morgan (Brian Heigh), Jessica Chastain (Pam Stall),  Chloë Grace Moretz (Ann Sliger), Jason Clarke (Rule), Annabeth Gish (Gwen Heigh), Sheryl Lee (Lucie Sliger) e Stephen Graham (Rhino) li trovate ai rispettivi link.

Ami Canaan Mann è la regista della pellicola. Inglese, figlia del regista Michael Mann, ha diretto film come Jackie & Ryan e serie quali House of Card, Runaways e Cloak & Dagger. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 51 anni.


All'inizio il film avrebbe dovuto essere diretto da Danny Boyle, con Bradley Cooper nel ruolo di Brian Heigh. Se Le paludi della morte vi fosse piaciuto recuperate Se7en, Zodiac, Il collezionista d'ossa e Il silenzio degli innocenti. ENJOY!

venerdì 11 gennaio 2019

Suspiria (2018)

Nonostante il boicottaggio del multisala savonese, finalmente sono riuscita a vedere anche Suspiria, uno degli horror che più aspettavo quest'anno, diretto nel 2018 dal regista Luca Guadagnino.


Trama: la giovane Susie si reca a Berlino per frequentare la rinomata accademia di danza di Madame Blanc. Lì, tra misteriose sparizioni e inquietanti incubi, la ragazza si ritroverà invischiata in qualcosa di sovrannaturale...



In mezzo a remake stantii, omaggi terrificanti, rovinatori d'infanzie assortite, ecco spuntare, come la Venere dalle acque, il buon Luca Guadagnino. Il quale, messe da parte le atmosfere bucoliche e delicate di Chiamami col tuo nome, decide di abbracciare quelle fredde e deprimenti di una Berlino Est anni '70, dove il punk va a braccetto con le bombe, non smette di piovere o nevicare nemmeno per sbaglio e la gente muore o sparisce senza un perché, lo spettro della seconda guerra mondiale ancora troppo vicino agli abitanti sconfitti. Nel giro di sei capitoli e un epilogo, Guadagnino si appropria dell'ispirazione Argentiana, partendo dalle suggestioni di quello che per me è il film più bello del vecchio Darione, e va in tutt'altra direzione, scegliendo di raccontare una storia di donne che lottano con le unghie e con i denti per affermarsi in una società che ancora le vuole come sesso debole, schiacciate dalle scelte degli uomini e dalle convenzioni sociali e religiose; nel mondo chiuso dell'accademia di Madame Blanc, dove il maschio viene ridotto ad inutile oggetto da irridere, riti inquietanti mirano a far tornare in forze la "Madre", entità apparentemente primordiale, sicuramente malvagia ma forse, solo forse, anche fautrice di un positivo rinnovamento se "usata" per il bene comune. La congrega capitanata da Madame Blanc è popolata da donne inquietanti, vere e proprie streghe dall'animo insondabile, che allevano giovani fanciulle non solo per amor dell'arte ma anche e soprattutto per i propri scopi. A queste ultime, poverelle, non resta altro da fare che danzare in lieta ignoranza abbracciando i quotidiani incubi notturni senza porsi troppe domande, oppure ribellarsi ad un destino che nessuno riesce bene a comprendere, staccandosi da un luogo che offre sicurezze ma richiede troppo in cambio, andando incontro a conseguenze nefaste; Patricia, Olga, chissà quante altre ragazze "interrotte" sono scomparse nelle tumultuose strade di Berlino, trascinate da fantomatiche brutte compagnie o distratte dai mali terreni del mondo ma Susie no. Susie, lei, è nata per danzare, per sfruttare le sue incredibili capacità onde fuggire dal giogo della famiglia hamish e della madre morente, per essere la donna migliore possibile, non importa a quale prezzo. Non è la Susy di Dario Argento, quella ragazzetta che si limitava a svenire e che giusto per botta di fortuna, sul finale, riusciva ad uccidere la Madre: ben lontana dall'essere agnellino sacrificale, la Susie di Guadagnino è forte e determinata, probabilmente già a metà film intuisce cosa si nasconde dietro il fuoco sacro dell'arte che la muove ma non gliene frega assolutamente nulla.


Il Suspiria di Guadagnino non è dunque un film da vedere senza collegare il cervello e sicuramente necessita almeno di una seconda o terza visione per essere compreso al meglio, senza venire distratti dalla trama principale e dal fascino dell'horror, ché le sottotrame dell'attentato terroristico, reiterata in ogni modo per tutto il film, e del Dr. Klemperer sono ugualmente importanti e fondamentali al fine di capire appieno ciò che scorre sullo schermo. E siccome è già un miracolo che io sia riuscita a vederlo solo una volta, sarà meglio che mi concentri su quello che colpisce di più di Suspiria, anche ad una prima visione superficiale, ovvero la bellezza della messa in scena e delle musiche, la cupa e deprimente fotografia, la versatilità degli attori. La prima morte che avviene sullo schermo è un capolavoro di regia e montaggio, una danza crudele dalle conseguenze impensabili e terribili; personalmente, sono un'ENORME detrattrice di Dakota Johnson ma è chiaro che qui la ragazza si è fatta il mazzo e i suoi movimenti, i suoi respiri, la determinazione che muove il suo personaggio entrano nella pelle dello spettatore che non può che rimanere ammutolito, affascinato davanti alle prove prima e all'esecuzione poi dell'inquietante spettacolo denominato Volk. Ogni numero di danza, a dire il vero, supera di parecchio il barocchissimo finale (al limite del trash, soprattutto per il trucco della Markos, che pare quello di un suppliziante) che ha spinto molti a paragonare Suspiria a Le streghe di Salem. Ora, per quanto sia una delle poche a cui è piaciuto il film di Rob Zombie, capisco persino io che le due pellicole giocano due campionati diversi e che l'opera di Guadagnino è intrisa di una raffinatezza e di una grazia impensabili per Zombie, caratteristiche che si palesano anche davanti alle peggiori macellate e ad uno schermo interamente ricoperto di rosso, l'unico colore "saturo" dell'intero film, capelli della Johnson compresi. Al limite, se vogliamo fare paragoni, possiamo scomodare The Neon Demon, al quale ho pensato durante i deliranti incubi di Susie, ma anche qui parliamo di due cose completamente diverse, ché Guadagnino non perde mai il filo del discorso, non indulge nei colori sgargianti dell'originale argentiano e non offre il fianco alla voglia di privilegiare una regia visionaria a scapito della linearità della trama. E poi, nessuno dei due film aveva la meravigliosa Tilda Swinton a riempire quasi ogni scena, in tre diverse incarnazioni: donna, uomo, mostro. Ecco, questa moltiplicazione di ruoli è qualcosa su cui vorrei riflettere quando avrò modo di riguardare Suspiria senza essere catturata dalle splendide melodie di Thom Yorke e dall'ansia di quei sospiri concitati. Se qualcuno ha qualche bella interpretazione da offrire, ci sono sempre i commenti, nel frattempo consiglio a tutti di non perdere questo purtroppo mal distribuito Suspiria perché è davvero uno spettacolo!


Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI. Dakota Johnson (Susie Bannon), Tilda Swinton (Madame Blanc/Dr. Joseph Klemperer/Helena Markos), Chloë Grace Moretz (Patricia), Mia Goth (Sara) e Jessica Harper (Anke) le trovate invece ai rispettivi link.


Se Suspiria vi fosse piaciuto recuperare l'originale di Dario Argento e aggiungete Inferno e La terza madre per avere un quadro più completo. ENJOY!


mercoledì 4 novembre 2015

Dark Places - Nei luoghi oscuri (2015)

Memore di quel trionfo che è stato Gone Girl ho deciso di guardare Dark Places - Nei luoghi oscuri, diretto e co-sceneggiato dal regista Gilles Paquet - Brenner e a sua volta tratto da un romanzo di Gillian Flynn.


Trama: Libby Day è la sola sopravvissuta della strage che ha coinvolto la sua famiglia, apparentemente per mano del fratello Ben. Venticinque anni dopo, Libby viene contattata da un gruppo di appassionati al caso, che vorrebbero riaprirlo e scagionare Ben in quanto convinti della sua innocenza..


Cosa differenzia un film meraviglioso che ricordo ancora a distanza di un anno da un film che passa tranquillamente senza però lasciare nulla? Dopo tanti anni e tante stupidaggini scritte su questo blog ammetto di doverlo ancora capire ma paragonando Gone Girl a Dark Places mi sono resa conto che c'è qualcosa in Dark Places che non funziona ed è qualcosa che si può trovare facilmente nella prima metà del colpo di scena finale. Da incompetente appassionata non posso stare a sindacare sulla regia, anche se Fincher è un Autore mentre Paquet-Brenner mi è sembrato un bravo mestierante, ma posso tranquillamente dire che mentre Gone Girl mi aveva angosciata non tanto per ciò che mostrava quanto per quello che implicava, le riflessioni di Dark Places mi sono invece scivolate addosso perché l'intera pellicola mi è sembrata forzatamente proiettata verso QUELLO scoppio di follia, verso QUELLA "terribile" combo di psicosi familiare. Naturalmente, parlo da persona che ha solo visto il film senza leggere il romanzo di Gillian Flynn ma mi è parso che la rappresentazione dei luoghi "oscuri" dell'animo umano sia stata in questo caso molto superficiale; l'intero discorso del "male" insito nel sangue della famiglia Day, della perversa volontà di fare del male innanzitutto a sé stessi ma anche agli altri, dei terribili errori e sofferenze patite in nome dell'amore e del disagio radicato all'interno dei ceti sociali più poveri avrebbe meritato a mio avviso un approccio meno didascalico e più lasciato all'interpretazione dello spettatore, qui abbiamo solamente personaggi talmente "vinti" dall'esistenza che a un certo punto verrebbe voglia di allargare le braccia sconsolati ed increduli prima di andarsi ad impiccare in giardino. Allo stesso modo, mi è sembrato che sui personaggi ci fosse molto altro da dire, soprattutto per quel che riguarda Libby, suo fratello Ben, la madre e la sorellina impicciona, invece il regista e sceneggiatore non è mai riuscito a farli emergere del tutto da una condizione poco meno che stereotipata, impedendo loro di bucare lo schermo come avrebbero dovuto.


Dopo tutto questo, forse non mi crederete quando dico che Dark Places non è affatto un film brutto, anzi. A me è piaciuto perché questo tipo di thriller legati al marcio nascosto (neanche tanto) all'interno della provincia americana, dove i personaggi sono costretti a ricostruire e rivivere un passato che avevano cercato di lasciarsi alle spalle, è un genere che mi intriga parecchio, però mi è sembrato privo di personalità ed è stato incapace di coinvolgermi emotivamente. Un po' forse è anche colpa degli attori. Charlize Theron è sempre molto professionale e bellissima ma chissà perché mi è sembrato che stavolta la sua interpretazione "riposasse" sulle spalle di quelle di altre donne "dure" da lei già interpretate nel corso della carriera, Corey Stoll si vede sempre più spesso sul grande schermo ma a mio avviso non ha ancora il carisma necessario per accollarsi questo genere di personaggi ambigui e Chloe Moretz, dopo anni passati in cima alla classifica di piccole attrici da coccolare e seguire con attenzione, mi pare sempre più incapace ed esagerata nelle sue interpretazioni, una sorta di giovane Nicolas Cage in gonnella. Avrei preferito che venisse dato un po' più spazio a Kristina Hendricks e al suo personaggio di madre disperata e anche che l'"investigatore" di Nicholas Hoult fosse maggiormente approfondito invece di limitarsi a fungere da giovane e determinato deus ex machina. Insomma, speravo che Dark Places potesse darmi molto, forse troppo, e proprio per questo motivo sono rimasta più delusa di quanto avrei dovuto; la pellicola di Gilles Paquet-Brenner scorre placida, con qualche momento interessante, ma in definitiva lascia proprio poco dietro di sé. Forse giusto un po' di amaro in bocca e la voglia di leggere il romanzo della Flynn. Se questo era lo scopo, beh, direi che i realizzatori l'hanno raggiunto in pieno!


Di Charlize Theron (Libby Day), Nicholas Hoult (Lyle Wirth), Corey Stoll (Ben Day) e Chloe Grace Moretz (Diondra da ragazza) ho già parlato ai rispettivi link.

Gilles Paquet-Brenner è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto film come Walled In - Murata viva e La chiave di Sara. Ha 41 anni.


Per la serie "dove li ho già visti?": L'undicenne Sterling Jerins, che interpreta Libby da piccola, era già stata figlia di Brad Pitt in World War Z e figlia dei Warren in L'evocazione - The Conjuring; Tye Sheridan, il giovane Ben, aveva già partecipato a due filmoni come The Tree of Life e Mud e tornerà presto sul grande schermo nei panni di Ciclope nell'imminente X-Men: Apocalypse mentre Sean Bridgers, che interpreta Runner Day, era il disgustoso marito del film The Woman. Bentrovata anche alla bella Drea Di Matteo, Adriana La Cerva ne I Soprano, che qui interpreta Krissi Cates, ruolo che sarebbe dovuto andare a Christina Hendricks, la quale tuttavia ha poi preso il posto di Samantha Morton, impossibilitata a partecipare al film come Patty Day. Il ruolo di Libby sarebbe invece dovuto andare ad Amy Adams, la quale tuttavia non era disponibile quando è stato finalmente dato il via alle riprese. Detto questo, se Dark Places vi fosse piaciuto recuperate Mystic River, Sleepers e ovviamente L'amore bugiardo - Gone Girl. ENJOY!

martedì 28 gennaio 2014

Lo sguardo di Satana - Carrie (2013)

Finalmente anche io sono riuscita a vedere Lo sguardo di Satana - Carrie (Carrie), diretto nel 2013 dalla regista Kimberly Peirce. Siccome questo film è stato già recensito dai più esimi blogger esistenti in Italia, che l'hanno giustamente CACCAto senza pietà, cercherò di fare qualcosa di diverso e utilizzare la mia scarsa memoria per ricordare la prima volta in cui ho visto Carrie - Lo sguardo di Satana di Brian De Palma per poi mettermi nei panni dello spettatore odierno che, invece, guarderà Lo sguardo di Satana - Carrie (come se ad invertire le due cose la zuppa cambiasse).


Trama: Carrie è una ragazza vessata dai compagni di scuola e cresciuta all'ombra della madre, fanatica religiosa e pazza. Le cose cambieranno quando la ragazzina si accorgerà di avere poteri telecinetici... 


Avevo visto il Carrie di De Palma per la prima volta in videocassetta, registrato dalla TV assieme ad un altro grande classico tratto da un'opera di Stephen King, Shining. Dopo la visione l'avevo cancellato, per un semplice motivo: mi aveva terrorizzata. Fatti dovuti calcoli, sarò stata alle medie e avevo cominciato già la visione del film come si affronta un nemico, per quanto affascinante. La fotografia patinata e retrò, quel sapore antico, il sonoro invecchiato, quelle ragazze vestite e pettinate diversamente da me e dalle mie amiche erano tutte cose che facevano già un po' impressione e creavano un effetto straniante. La protagonista non era un anonimo pezzo di carne da macello, tuttavia era priva di carisma, bianchiccia, fragile... e inquietante, inquietante da morire. Inquietante quanto il San Sebastiano che la terribile Madre teneva nello sgabuzzino e sembrava seguire con lo sguardo sia Carrie che lo spettatore? No, ovvio. Ogni sequenza ambientata in Quella Casa e Quello Sgabuzzino, con Quella Donna, soffocante, religiosa, pazza, terribile, mi creava un'angoscia fuori da ogni grazia di Dio, letteralmente. Quella Casa era maligna, come le migliori case stregate della letteratura horror, i poteri di Carrie (appena percettibili, latenti, quasi insignificanti ma comunque un piccolo barlume di speranza e riscatto) erano strettamente legati a quell'ambiente malsano e non avrebbero portato a nulla di buono, lo capivo persino io. Perché sulla fronte di Sissy Spacek c'era scritto SVENTURA a caratteri cubitali. E poi c'era il suono, quel suono! La colonna sonora di Pino Donaggio, così delicata da entrarti sotto pelle e nel cervello, infamina e falsamente rassicurante ma mai quanto quel terribile STRIDIO che spaccava letteralmente lo schermo, quel senso di snervante attesa quando Chris strattona il filo, lo strattona, aspetta, lo ristrattona, che qualcunocazzolafermi perché succederà un casino quando Carrie verrà inondata di sangue, possibile che non lo capisca De Palma?? Possibile che non capisca quanto orrore mi abbia riversato addosso inquadrando i giganteschi occhi della Spacek, implacabili, che dispensano morte a chiunque, senza nemmeno permettere allo spettatore di capire chi sia sopravvissuto, chi è buono e chi è cattivo? Non c'è tregua, nemmeno un attimo, fino alla fine, perché la Madre muore male ma non c'è liberazione, non c'è catarsi, San Sebastiano esce da quel maledetto sgabuzzino e quel suono stridente non smette, non smette la musica di Donaggio, non smette Carrie di farmi paura, nemmeno da morta. E io per i giorni a venire mi immagino la mano che ghermisce una Sue Snell ormai pazza e rischio di diventare pazza anch'io mentre la colonna sonora mi risuona in testa. Fine del trauma pre-adolescenziale.


Inizio del trauma dell'età adulta. Il Carrie di Kimberly Peirce non merita nemmeno di essere acquistato in DVD, lo capirebbe anche un bambino, lo cancellerò subito, ma dalla mente. Seduta in poltrona al cinema affronto la visione del film come si affronta un nemico, un nemico rozzo e indegno di essere chiamato tale. La regia rientra perfettamente nella media dei 300 altri horror prodotti annualmente dalle varie major, è curata, priva di guizzi o difetti, la fotografia è pulita e nitida, il sonoro asettico come può essere il Sony 4K del multisala, le ragazzette che chiocciano sul maxischermo sono la quintessenza dell'americanità, mi fanno un po' impressione perché sembrano tutte uguali e fatte con lo stampino, non per altro. La protagonista ha carisma da vendere, per quanto cerchi di nasconderlo, non inquieta per nulla perché so che ad un certo punto prenderà a calci nel culo tutte le sue compagnucce, è più bella lei ingobbita, struccata e spettinata di quanto potrò mai essere io dopo una seduta dall'estetista. Quando arriva a casa, una casa pulita e assolutamente anonima, con qualche santino sparso nella casa o all'interno di uno sgabuzzino, l'aspetta la madre, spettinata e pazza, l'attrice più brava del cast ma non ai livelli di Piper Laurie, nemmeno nei suoi sogni più perversi; da lei nessun tipo di inquietudine, ahimé. I poteri di Carrie sono già stati mostrati con dovizia di effetti speciali e CG a quel punto, talmente simili a quelli di un qualsiasi mutante da farmi pensare, per un attimo, di stare guardando un episodio di Heroes, non oso immaginare cosa tireranno fuori nella scena clou. Sulla fronte di Chloe Grace Moretz non c'è scritto nulla, ma a poca distanza dalle sue labbra perennemente schiuse si intravede la scritta "invisible penis"*, una roba terribile che l'accompagnerà fino alla fine del film. I suoni che si odono sono fastidiosi scricchiolii in perfetto stile Esorcista, che rimbombano nella testa e farebbero vibrare le otturazioni, se ne avessi. Colonna sonora non pervenuta, nemmeno durante le scene del ballo, che si trascinano leziosette e fastidiose finché Chris strattona il filo. Lo strattona. Lo ristrattona mentre la stessa scena viene ripetuta all'infinito. E TIRALO STO CA**O DI FILO, SEMBRI UNA MONGOLA!! Possibile che non capisca Kimberly Peirce che la tensione non si costruisce sull'incapacità attoriale delle persone? Possibile che non capisca quanto orrore mi abbia riversato addosso mostrandomi un paio di pulitissime morti a effetto, i sopravvissuti che se la chiacchierano e la Moretz che si muove come se l'avesse morsa una tarantola, agitando le mani scomposta, con 'sti occhioni sbarrati, l'invisible penis a un centimetro dalla bocca, un incrocio tra il Mago Otelma e un porno-mimo francese??? Non c'è tregua, nemmeno un attimo, fino alla fine, perché la Madre muore male, sembra di vedere Matrix, poi tutto finisce a tarallucci e vino (dimostrando inoltre che, per quanto il remake sia più fedele al libro di King, le ultime righe evidentemente non le hanno lette...) e gli spiegoni, quei maledetti spiegoni che rendono prevedibile e univoca ogni sequenza del film, mi perseguitano fino all'ultima scena uccidendo anche l'ultimo dei miei neuroni, quello che ancora canticchiava tra sé la melodia di Donaggio e si illudeva di poter dare un'interpretazione personale a questo inutile, inutilissimo remake.


Di Julianne Moore (Margaret White), Chloë Grace Moretz (Carrie White) e Judy Greer (Ms. Desjardin) ho già parlato ai rispettivi link.

Kimberly Peirce è la regista della pellicola. Americana, ha diretto anche Boys Don’t Cry e un episodio della serie The L World. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 46 anni.  


Gabriella Wilde, che interpreta Sue Snell, aveva partecipato anche a I tre moschettieri nel ruolo di Constance. Parlando invece di chi non ce l'ha fatta, tra le attrici che hanno partecipato all'audizione per il ruolo di Carrie c'erano Emily Browning e Lily Collins (che a mio avviso avrebbero avuto un sembiante migliore vista la situazione...) mentre Jodie Foster era stata la prima scelta per il ruolo di Margaret White e in questo caso brinderei allo scampato pericolo, se non fosse che tanto, peggio di così, il film non sarebbe potuto uscire. E preparatevi, perché nel blu ray sarà incluso il finale alternativo, dove la mano insanguinata di Carrie esce dalla baginga di una Sue in sala travaglio. Per fortuna è solo un incubo, che scherzone! E che raffinatezza! Nell'attesa, se Lo sguardo di Satana - Carrie vi fosse piaciuto vi consiglierei il recupero del cult Carrie - Lo sguardo di Satana, ma se volete continuare a farvi del male esistono anche il film TV Carrie del 2002 e l'aberrante Carrie 2. ENJOY!

*la dicitura "invisible penis" è stata utilizzata svariate volte dall'amico Simone nel corso della visione. Ho rischiato di morire cercando di non scoppiare a ridere ed evitare così di venire linciati dal resto del pubblico pagante.

venerdì 23 agosto 2013

Kick-Ass 2 (2013)

E fu così che qualche sera fa sono riuscita ad andare a vedere il primo dei film che attendevo di più quest’anno: Kick-Ass 2, diretto dal regista Jeff Wadlow e tratto dal fumetto omonimo di Mark Millar e John Romita Jr. L’attesa è stata ripagata? Nì.


Trama: Dave Lizewski torna ad indossare il costume di Kick-Ass ma questa volta non è solo perché l’idea degli eroi “fai da te” ha portato alla nascita di un gruppo chiamato Justice Forever. E mentre Dave si diverte a combattere i criminali con i nuovi amici, la povera Hit Girl è costretta a dismettere il costume e ad affrontare la dura vita di un’adolescente. Nel frattempo, purtroppo per tutti, si profila all’orizzonte la minaccia di MotherFucker…


Poteva essere un capolavoro questo Kick-Ass 2 e invece sono uscita dal cinema un po’ tanto DIlusa, forse perché sono entrata in sala dopo aver letto e amato (anche se non tanto quanto il primo, son sincera) il secondo capitolo della serie di Millar. A dire la verità l’entusiasmo mi è un po’ sceso nel corso della seconda parte della pellicola perché la prima parte l’ho trovata invece frizzante, interessante e divertente quasi quanto il primo, geniale film. Mi è piaciuto infatti il modo graduale in cui gli spettatori vengono preparati a quello che avrebbe dovuto essere il momento clou della pellicola e introdotti alle nuove realtà di Dave, Mindy e Chris; se i due ragazzi non hanno imparato una benemerita mazza dagli eventi di Kick-Ass ma, anzi, vanno peggiorando nella loro ossessione, la ragazzina viene invece costretta da un tutore amorevole ma severo a diventare un’adolescente "normale" con tutto quello che ne consegue. Ci vengono presentati quindi gli improbabili membri della Justice Forever (tra i quali spicca un Jim Carrey che vale da solo il prezzo del biglietto), possiamo ridere della stupidità di un Motherfucker a dir poco tragicomico nel suo patetico tentativo di diventare supercriminale e, soprattutto, possiamo ammirare la bravura con la quale Chloë Grace Moretz affronta il mondo degli adolescenti di oggi, preso spietatamente in giro dal regista/sceneggiatore anche grazie ad un esilarante video che praticamente è la summa di tutte quelle cose che mandano in brodo di giuggiole le Beliebers e le Directioners di questo povero mondo. Tutto questo e l’incredibile, devastante presenza della culturista ucraina Olga Kurkulina, assolutamente perfetta per il ruolo di Mother Russia, uno dei personaggi più riusciti, riescono ad ficcare di forza Kick-Ass 2 nell’ambito della sufficienza e sicuramente a qualche spettatore è anche piaciuto quasi ai livelli del primo… ma io il pressapochismo non posso tollerarlo, abbiate pazienza.


Ora, capisco che gli adattamenti cinematografici non debbano essere pedissequi. Ne risentirebbe l'originalità dell'opera cartacea, soprattutto a danno di chi l'aveva già letta, inoltre si parla di due linguaggi e due tipi di pubblico spesso completamente differenti. QUI sta il difficile e, di conseguenza, è estremamente importante l'abilità di regista e sceneggiatore (in questo caso, tu guarda, la stessa persona) perché altrimenti, bello mio, non sceglievi questo mestiere e andavi a lavorare in un ufficio come me. Non è che, solo perché il tuo è un lavoro "artistico", ci devi mettere meno impegno rispetto all'impiegato delle poste, per dire. Il problema di Kick-Ass 2 è proprio questo: si è voluta ricercare la soluzione facilona o comica a tutti i costi, senza capire che ci sono modi (e non sta a me trovarli né diro, per la miseria, è perlappuntamente il lavoro dello sceneggiatore!!) per mantenere intatto il significato dell'opera originale e la natura dei personaggi rimanendo nei limiti del PG-17. Perdonatemi gli SPOILER che seguiranno ma a 'sto giro sono necessari.


Nel secondo volume di Kick-Ass Millar spinge l'accelleratore della farsa e del cattivo gusto per rendere ancora più straniante questa vicenda che, sostanzialmente, parla di un gruppo di alienati scontenti che perseguono l'insano sogno di diventare supereroi o supercriminali. La questione viene parzialmente centrata nel film con il personaggio di Hit Girl, impossibilitata a integrarsi con le compagnette stronze e condannata per colpa del padre ad avere una visione distorta di sé stessa e del mondo. Perché dico parzialmente? Perché visto l'escamotage usato per avere vendetta sulle stronze della scuola direi che il prossimo Kick-Ass 3, se mai ci sarà, lo faranno direttamente sceneggiare da John Waters o dai Vanzina, mentre per il finale (Gesù, quell'orrendo finale!!!!) chiameranno Moccia. Sembra infatti che Wadlow non riesca a staccarsi dalla folle idea di voler far ridere a tutti i costi anche quando c'è davvero poco per cui stare allegri o che l'eroe della storia debba essere per forza un finto-nerd in realtà palestrato e figo e il cattivo invece un demente da avanspettacolo. Per dire, che nel primo film Dave riuscisse alla fine ad uscire con Katie in barba al pessimismo Milleriano non mi era dispiaciuta come idea, ma c'è un limite a tutto, non lo si può trasformare in atletico stallone: Kick-Ass è e deve rimanere uno sfigato, un incapace che fa solo casini, costretto a ricorrere ad una ragazzina per cavarsi dagli impicci, un umanissimo ragazzo che, preda della disperazione e del desiderio di vendetta, spinge un coetaneo giù da un palazzo rendendolo paraplegico, altro che integerrimo eroe dal cuore d'oro! Alla fine del secondo ciclo di Kick-Ass Mindy viene giustamente arrestata perché colpevole di avere ucciso quasi un centinaio di persone, seppure a fin di bene, ma viene comunque osannata dalla folla perché capace di fare tutte quelle cose che un super dovrebbe poter fare, quindi anche l'unica in grado di far sognare la gente comune e tirarla fuori dalla grigia esistenza quotidiana. Il nocciolo di Kick-Ass, lo spunto di riflessione dell'intera serie, è tutto qui. Non vanno bene le pacchianate, non va bene dipingere Motherfucker come un povero bimbominchia (cit.): Chris D'Amico è Hit Girl senza la mano salda di Big Daddy, è un pericoloso e viziatissimo nerd convinto di voler essere un supercriminale ed è lo specchio di tutti quei freddi mocciosi che violentano, uccidono e picchiano riprendendosi coi cellulari e bullandosi con gli amici. Non esiste redenzione nel fumetto per Motherfucker, non dopo aver ucciso intoccabili come cani e bambini, non dopo aver ripetutamente violentato Katie (altro che la stupida scena in cui vorrebbe stuprare Night Bitch ma non riesce, altro che "non siamo mica barbari"). MotherFucker è il livello più estremo delle storie allucinanti che sentiamo un giorno sì e l'altro anche ai TG e fa paura proprio per il suo essere sfigato ed infantile tanto quanto Kick-Ass. Ma questo Wadlow non l'ha capito e, peggio ancora, non l'ha fatto capire al pubblico.


Ecco, lo sapevo. Mi sono arrabbiata e ho cominciato a sproloquiare, rendendomi così conto che Kick-Ass 2 mi è piaciuto meno di quanto io stessa avessi pensato. La sufficienza la merita comunque anche se, riflettendoci, nemmeno la colonna sonora e i combattimenti (tranne quelli di Mother Russia) mi hanno entusiasmata. Mi rimangono, oltre ai citati Carrey e Moretz, un Mintz-Plasse sempre da antologia... e beh, e poi la foto trash dell'anno. L'unica cosa che da sola vale a cancellare tutto il nervoso, tutta la voglia che avrei di picchiare forte Jeff Wadlow. E sapete cosa faccio? Siccome su Facebook si sono tanto prodigati per procurarmela ve la metto qui. Così potete decidere se andare a vedere Kick-Ass 2 nonostante i miei strali o accontentarvi di vedere la cosa più bella del film sul Bollalmanacco. Ah, nel caso decidiate comunque di accingervi alla visione, ricordatevi di rimanere fino alla fine dei titoli di coda, non fate come tutti quei pirla in sala che sono usciti di corsa come un branco di pecore lasciando praticamente solo me e i miei amici a spernacchiarli e irriderli.

... senza parole!! XDXDXD
Di Aaron Taylor – Johnson (Dave Lizewski/Kick-Ass), Chloë Grace Moretz (Mindy McReady/Hit Girl), Donald Faison (Dr. Gravity), Lyndsy Fonseca (Katie Deuxma), Christopher Mintz-Plasse (Chris D’Amico/Motherfucker), John Leguizamo (Javier), Jim Carrey (Colonnello Stars and Stripes) e Andy Nyman (The Tumor) li trovate ai rispettivi link.

Jeff Wadlow (vero nome Jeffrey Clark Wadlow) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto anche Nickname: Enigmista e probabilmente tra qualche anno si cimenterà nella realizzazione di X-Force. Anche produttore e attore, ha 37 anni.


Morris Chestnut interpreta il Detective Marcus Williams. Americano, ha partecipato a film come L’ultimo boyscout – Missione sopravvivere, Soldato Jane, Io sono tu, The Call e a serie come Freddy’s Nightmare, E.R. Medici in prima linea, Bones, V e American Horror Story, inoltre ha doppiato un episodio di American Dad!. Anche produttore, ha 44 anni e un film in uscita.


Probabilmente in pochi lo ricorderanno ma Evan Peters, ovvero il Tate e Kit di American Horror Story, nel primo Kick-Ass interpretava Todd ma per impegni con la terza stagione della mia adorata serie ha lasciato il posto al meno conosciuto Augustus Prew. Aspettando che il buon Evan si faccia vedere nei panni di Quicksilver in X-Men: Giorni di un futuro passato, nel caso Kick-Ass 2 vi fosse piaciuto recuperate assolutamente il fumetto da cui è tratto (in questi giorni tra l’altro per la Planet Comics esce lo spin-off Hit Girl) e buttatevi su Super, un film che devo ancora vedere ma di cui mi hanno parlato benissimo. ENJOY!!

giovedì 17 maggio 2012

Dark Shadows (2012)

Dopo una lunga attesa, sono riuscita ad andare a vedere l’ultima fatica di Tim Burton, Dark Shadows, tratto dall’omonima serie televisiva americana andata in onda alla fine degli anni ‘60.


Trama: il ricco Barnabas Collins, reo di avere rifiutato l’amore di una strega, viene trasformato da quest’ultima in vampiro e rinchiuso sottoterra per quasi duecento anni. Nel 1972 il vampiro viene casualmente liberato e si ritrova a dover affrontare un’epoca sconosciuta, i suoi disastrati discendenti e quella stessa strega che lo aveva maledetto…


Diamo innanzitutto risposta alla domanda che, da almeno un anno, affliggeva tutti i Burtonomani: Tim è tornato? Hmmmmmmnì. O meglio, avrei detto sì fino a ben oltre la metà del film. Dark Shadows comincia con un meraviglioso, gotico ed emozionante flashback che ci introduce alla vicenda e ci catapulta in una fine ‘700 non molto dissimile da quella dei meravigliosi vecchi horror in costume della Hammer. Ci troviamo davanti ad un mix quasi perfetto di regia, costumi, scenografie e musica, con un Johnny Depp intensissimo e una Eva Green perfetta nei panni della sensuale amante scornata. Il film poi vira su un registro più ironico e camp quando Barnabas si risveglia nel 1972. Se avete visto Mars Attacks! sapete sicuramente di cosa sto parlando, ovvero di un Tim Burton che abbandona la sua anima gotica e apre la fiera del modernariato dei freaks, immergendosi in un’epoca e in un’America nelle quali la “diversità” comincia ad emergere per diventare “normalità”: fricchettoni, lava lamp, esseri inquietanti ed ambigui come Alice Cooper, improbabili abiti e capigliature, droga, amore libero, movimenti per la parità dei sessi e chi più ne ha, più ne metta. In tutto questo ben di Dio regista e sceneggiatore (su cui poi torneremo) ci sguazzano e Dark Shadows prosegue mantenendo un miracoloso equilibrio tra horror, ghost story, soap opera e commedia: geniale e trashissima la sequenza in cui Barnabas e la sua vecchia amante si abbandonano al fuoco della passione distruggendo un ufficio, splendida l’immagine del fantasma di Josephine che danza attorno al meraviglioso lampadario del salone del maniero dei Collins, incredibilmente cinefilo l’arrivo di Barnabas sulla strada principale, con gli spettatori che escono da un cinema in cui si proiettano Superfly e soprattutto 1972: Dracula colpisce ancora! (film con il buon Christopher Lee, che in Dark Shadows compare in un cameo come boss dei pescatori), esilaranti i mille modi in cui il disperato vampiro cerca di mettersi a dormire. Insomma, puro divertimento vintage e visionarietà targati Tim Burton.


Questo per quanto riguarda la regia, sicuramente la cosa migliore di Dark Shadows. Anche la storia, di per sé, è interessante e scorrevole e i personaggi sono simpatici e divertenti (basta non scavare troppo a fondo ma, come ho detto, ne parliamo dopo). Neanche a dirlo, Johnny Depp è perfetto nel ruolo del vampiro fuori dal tempo, contemporaneamente gentiluomo innamorato e ironico assassino, ma stavolta viene superato di gran lunga dalla favolosa femme fatale Anjelique, brillantemente interpretata da un’Eva Green in formissima: sorrisetto affilato, sguardo da pazza, aspetto supersexy e alcune tra le battute migliori dell’intero film rendono la “povera” strega innamorata uno dei migliori  personaggi dell’universo di freaks burtoniani (basterebbe solo il momento in cui “imbavaglia” Johnny Depp con un paio di mutande in pizzo rosso per consacrarla nell’Olimpo del cult). Per quanto riguarda la famiglia Collins, se devo proprio essere sincera, a parte la meravigliosa ed enigmatica Elizabeth di Michelle Pfeiffer il resto dei componenti è un po’ sottotono: Chloe Moretz è divertente ma fin troppo rigida nelle sue movenze da ragazzina che vuole fare la vamp, il piccolo Gulliver McGrath è praticamente inesistente e Jonny Lee Miller viene cacciato a calci dal film dopo solo un’oretta (e ne parliamo, ne parliamo…). Quanto a Helena Bonham Carter e Jackie Earle Haley, è un peccato vederli rilegati a semplici caratteristi, ma sono entrambi perfetti per i loro ruoli di dottoressa e custode ubriaconi e sicuramente partecipano ad alcune delle sequenze più esilaranti dell’intera pellicola, mentre gli enormi occhioni e l’aspetto “antico” di Bella Heathcote (talmente bella sul finale, assieme a Johnny Depp, che avrebbero meritato entrambi di essere immortalati da qualche grande artista Romantico) portano quasi a dimenticare l’assoluta mancanza di carisma del suo personaggio, che in teoria dovrebbe essere uno dei principali. Il che ci porta, finalmente, a parlare dei difetti della pellicola.


Purtroppo Dark Shadows cade vittima di un pre-finale (che non rivelerò) a dir poco orrendo e attaccato alla bell’e meglio al resto della trama, un twist talmente assurdo che riesce ad agire come uno schiaffo sullo spettatore ipnotizzato dalla mirabolante e ritrovata verve burtoniana. Lo spettatore in questione, infatti, si ripiglia un attimo e comincia a porsi delle domande. A ricordare, nella fattispecie, come Seth Grahame – Green, il furbone matricolato autore di Orgoglio, pregiudizio e zombie, sia sì uno scrittore in grado di cavalcare le mode ed  imbastire una buona ed interessante trama generale, ma anche di sorvolare sui dettagli e sulla coerenza, infilando cose “ad mentula canis”, come si suol dire. E così, la maschera di perfezione di Dark Shadows comincia a creparsi come il bellissimo viso di Eva Green, quando cominciamo a pensare…  ma era il caso di liberarsi di Jonny Lee Miller in quel modo così imbecille? Cosa lo avete messo a fare il suo personaggio nel cast? Perché mai lo spettatore viene spinto a chiedersi più volte che fine abbia fatto il marito di Michelle Pfeiffer… e poi la cosa viene lasciata cadere lì? Perché, in generale, la famiglia Collins parrebbe semplicemente un’accozzaglia di pittoreschi figuri appena abbozzati tanto per dare colore? Perché l’interessante passato di Vicky viene accennato e poi lasciato lì a languire? Perché il finale viene tirato via di corsa, come se tutti avessero fretta di tornare a casa, e chiuso giusto con un paio di battutine ad effetto? Insomma, riflettendoci bene Dark Shadows è come una di quelle partite di calcio dove i giocatori fanno dei numeri della madonna ma poi, gira che ti rigira, palle in rete ne mandano poche o nessuna. Però è anche la dimostrazione di come Tim Burton non sia ormai privo di cose da dire, anzi. Gli basterebbe tanto così per regalarci un film degno dei suoi antichi fasti. Nella fattispecie, il tanto così sarebbe prendere Seth Grahame – Green e seppellirlo vivo, lasciandolo sottoterra per almeno duecento anni. Voi però non aspettate così tanto e andate a vedere Dark Shadows perché, a prescindere da queste imperfezioni, merita davvero.


Del regista Tim Burton, Johnny Depp (Barnabas Collins), Michelle Pfeiffer (Elizabeth Collins Stoddard, personaggio presente anche nella serie originale), Chloe Moretz (Carolyn Stoddard, un po' più adulta nella serie e "fulcro" di molteplici storie d'amore), Helena Bonham Carter (Dr. Julia Hoffman, presente anche nella serie, solo che lì era una dei più fedeli alleati di Barnabas), Jackie Earle Haley (Willie Loomis, che nella serie originale era colui che liberava Barnabas e diventava suo schiavo) e Christopher Lee (Clarney) ho già parlato nei rispettivi link.

Eva Green (vero nome Eva Gaelle Green) interpreta Anjelique Bouchard. Francese, la ricordo per film come The Dreamers - I sognatori e Casino Royale. Ha 32 anni e un film in preparazione, 300: Battle of Artemisia.


Jonny Lee Miller (vero nome Johnathan Lee Miller) interpreta Roger Collins, personaggio già presente nella serie originale. Figliuole, lo ricordate quel figo di Sick Boy in Trainspotting? Un po' più calvo e un po' più brutto, ma eccolo qui! Tra gli altri suoi film ricordo Dracula's Legacy - Il fascino del male, Melinda e Melinda e Aeon Flux - Il futuro ha inizio, inoltre ha partecipato alle serie Doctor Who e Dexter. Inglese, ha 40 anni e due film in uscita.


Bella Heathcote interpreta Victoria Winters (presente come governante anche nella serie ma un po' diversa dalla versione del film) e il fantasma Josette. Australiana, ha partecipato al film Acolytes e In Time. Ha 24 anni e un film in uscita.


Tra gli altri attori che compaiono nella pellicola, segnalo il piccolo Gulliver McGrath (David Collins, altro personaggio mutuato direttamente dal vecchio telefilm), già comparso in Hugo Cabret, e ovviamente la presenza, come ospiti dell'happening, di alcuni membri del cast originale della serie Dark Shadows: oltre all'immancabile Jonathan Frid, il "vero" Barnabas Collins, compaiono anche Kathryn Leigh Scott (il cui personaggio, Maggie Evans, era in realtà la donna molto somigliante alla Josette amata da Barnabas, non Victoria), Lara Parker (l'Anjelique originale) e David Selby (Quentin Collins, personaggio che nel film non compare). Mi sembra una soap un po' complicatussa ma personalmente cercherò di recuperare Dark Shadows nell'immediato futuro, giusto per poter fare un confronto. ENJOY!




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