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venerdì 8 marzo 2019

Animas (2018)



La stessa persona che mi ha suggerito di guardare Velvet Buzzsaw ha fatto anche il nome di Animas (Ánimas), film Netflix diretto e sceneggiato dai registi Laura Alvea e Jose F. Ortuño. Occhio agli SPOILER.


Trama: Álex e Bram sono amici d'infanzia ma il loro rapporto comincia a sfaldarsi quando Bram trova una fidanzata e Álex comincia ad essere vittima di visioni sempre più orribili...



Al di là dell'effettiva qualità di Animas, quello che mi ha perplesso maggiormente quando, prima della visione, ho fatto un paio di ricerche on line per capire di cosa parlasse il film, è che la gente non l'abbia capito. "Animas spiegazione" probabilmente è una delle chiavi di ricerca che farà schizzare alle stelle le visite del blog perché a quanto pare questa pellicola è stata definita da più parti "visionaria" ed "incomprensibile", cosa che mi ha fatto sinceramente perdere la poca fiducia residua che ho ancora nell'umanità. E' perplimente, in effetti, la necessità di cercare spiegazioni su un film che, di fatto, palesa il reale rapporto esistente tra i due protagonisti più o meno dopo una mezz'oretta di film o perlomeno porta lo spettatore a farsi delle domande sulle visioni di Alex. Io, da brava seguace de Il sesto senso e di The Others, avrei scommesso già dopo una decina di minuti che la fanciulla fosse morta e che solo Bram potesse vederla, ma è bastata un'inquadratura durante il confronto tra i due e la fidanzata di lui per capire che Alex esiste solo nella testa di Bram, anzi, è parte di lui, come viene chiaramente detto dai protagonisti a un certo punto del film. Se non bastassero gli spiegoni della psichiatra e dello stesso Bram, ci pensano le sequenze che mostrano il palazzo in cui vive Alex come se fosse la testa di Bram, subito dopo aver inquadrato la ragazza mentre legge libri di psicologia nei quali, guarda caso, è raffigurata una testa. Davvero, al netto della trama arzigogolata, all'interno della quale, fondamentalmente, si parla solo di un ragazzino con problemi famigliari e di una fanciulla con problemi di autolesionismo che, dopo essersi sostenuti a vicenda per anni, smettono di parlarsi, gratta gratta Animas è un'opera molto semplice, zeppa di cliché e personaggi stereotipati. Non è un brutto film, per carità. Dopo un inizio a dir poco lento la storia comincia ad ingranare e, nonostante avessi sgamato quasi subito il twist, un po' di curiosità su dove volesse andare a parare il tutto c'era, ma lo capirebbe anche un bambino che Animas è molto fumo e ben poca sostanza.


Parlo di fumo, in effetti, perché il concetto alla base di Animas è un po' lo stesso col quale il mago di Oz riusciva ad ingannare i suoi sudditi. Laura Alvea Jose F. Ortuño puntano infatti moltissimo sulla confezione del prodotto, ricorrendo ad uno stile che una volta si sarebbe potuto definire da "videoclip", adesso invece non saprei perché non guardo video musicali da decenni. In soldoni, i due ricorrono a immagini distorte, scenografie da incubo, cambi di prospettiva, immagini simboliche/oniriche e giri di macchina che vanno contro ad ogni regola della fisica, saturando il tutto con una luce verdastra alternata a momenti in cui sono le ombre (dalle quali potrebbe uscire qualunque cosa) a farla da padrone, trasmettendo più un senso di angoscia che di effettiva paura. Animas, più che un horror, è un thriller psicologico con riferimenti al cinema dell'orrore e ai grandi classici del genere come Psyco, peraltro citato in una locandina all'interno della camera di Bram, che forse rischia di risultare antipatico ed involuto proprio per la volontà dei due registi di farsi vedere "bravi" ed originali, inutilmente "complessi"; nonostante questo, i due non sono degli stupidi e si vede, sia per il modo in cui, quando i due protagonisti sono presenti sullo schermo, Bram si trova sempre a sinistra ed Alex a destra, o per quell'ultima scena dove il protagonista viene immerso in una luce asettica che potrebbe essere sia dannosa che salvifica ma che in definitiva simboleggia la sua solitudine ultima. Insomma, Animas non è il film più brutto che potete trovare nel catalogo Netflix e a modo suo è ben realizzato e particolare, poi è europeo e parte già con una marcia in più. Un'occhiata disimpegnata gliela darei.


Di Ángela Molina, che interpreta Karla Berger, ho già parlato QUI.

Laura Alvea Jose F. Ortuño sono i registi e sceneggiatori del film. Spagnoli, hanno diretto film come The Extraordinary Tale. La Alvea è anche direttrice del casting, attrice, produttrice e ha 43 anni mentre Ortuño è compositore, produttore e ha 41 anni.


domenica 10 novembre 2013

Blancanieves (2012)

Uscito al cinema la settimana di Halloween e prontamente recuperato, oggi parlerò del pregevole Blancanieves, diretto nel 2012 dal regista Pablo Berger. Eccellente compatibilità con i miei gusti, a detta di Muze, e infatti...






Trama: il famosissimo torero Antonio Villalta rimane paralizzato durante uno spettacolo e, lo stesso giorno, vede morire di parto la bellissima moglie. Passano gli anni e la piccola Carmen, una volta morta anche la nonna, torna a vivere col padre che non ha mai visto e, purtroppo, anche con la sua nuova, crudele moglie, Encarna...


Le fiabe classiche sembrano vivere un momento di gloria che non accenna a finire. Dopo Once Upon A Time, il divertente e particolare Biancaneve e l'innominabile Biancaneve e il cacciatore è arrivato il turno di un regista spagnolo che, con questo Blancanieves, rilegge la storia della fanciulla rossa come il sangue e bianca come la neve in chiave melò/kitsch. Per chi ancora non lo sapesse, Blancanieves è un film muto e in bianco e nero, girato come una pellicola degli anni '20, con suggestioni dell'espressionismo tedesco, del Freaks di Browning e con quel gusto per l'assurdo tipicamente spagnolo tanto che, se Pablo Berger avesse osato un po' di più, avrebbe potuto anche toccare le vette di un Santa Sangre: Biancaneve infatti diventa la figlia di un famoso torero, la matrigna un'arrampicatrice sociale perversa e i sette nani riducono il numero (pare che uno sia stato incornato), esacerbando le personalità di quelli Disneyani tanto che Brontolo viene descritto come uno psicopatico patentato, Cucciolo si innamora perdutamente della bella Biancaneve e Mammolo si presenta direttamente en travesti, quindi, considerato che non manca nemmeno l'animaletto mascotte tanto caro alla tradizione Disney, materiale per creare un vero e proprio delirio ce ne sarebbe stato. Berger, invece, si contiene e colpisce duro solo in un paio di sequenze, sbragando nell'inquietantissimo e triste finale con un'immagine disturbante che ancora non accenna ad abbandonare la mia mente.


Quanto a realizzazione, ho preferito Blancanieves all'altro grande film muto che ha conquistato le platee di tutto il mondo, The Artist. Innanzitutto, perché la pellicola di Berger ha un'aria meno moderna e recente, a tratti sembra davvero un vecchio film recuperato in qualche archivio, specialmente all'inizio. Secondariamente, perché adoro l'aria barocca e kitsch che permea quasi tutte le immagini del film, a partire dalle pantomime della nonna per arrivare a quell'aria Madonnara (il Cannibale aveva ragione!) nei momenti che precedono gli spettacoli nell'arena, per non parlare poi della foto col morto o del già citato finale con tanto di bara di vetro. Le altre cose che mi hanno letteralmente encantada sono i costumi e l'incredibile trucco dell'antagonista Encarna che, diciamocela tutta, è il vero fulcro della pellicola fin dal primo momento della sua comparsa: merito della bellezza particolare dell'attrice Maribel Verdú, in grado di eclissare una Biancaneve spaesatella e un po' sciatta (per contro, la piccola attrice chiamata ad interpretare Carmencita è espressiva e carinissima) e anche il codazzo di nani, tra i quali spicca un attore identico a Danny De Vito. Impossibile, invece, non venire toccati dall'interpretazione di Daniel Giménez Cacho, nel ruolo scomodo del freddo e burbero torero segnato dalla morte della moglie che, come in una favola, riacquista una tardiva voglia di vivere tra le braccia della figlioletta ritrovata. Nonostante qualche difetto e un calo di tono nella parte centrale, dunque, direi che Blancanieves mi è piaciuto parecchio. E' una pellicola che non mi sento di consigliare ai più ma, se siete curiosi di vedere un film particolare e amate le fiabe, dategli una chance.

Pablo Berger è il regista e sceneggiatore della pellicola, qui al suo secondo lungometraggio. Spagnolo, anche produttore, ha 50 anni.


Daniel Giménez Cacho interpreta il torero Antonio Villalta. Spagnolo, ha partecipato a film come Y tu mamá también - Anche tua madre, La mala educación, Somos lo que hay e Viaggio in paradiso. Anche regista, ha 52 anni e un film in uscita.   


Ángela Molina (vero nome Ángela Molina Tejedor) interpreta Doña Concha, la nonna. Spagnola, ha partecipato a film come Quell’oscuro oggetto del desiderio, Fantaghirò (era la Strega bianca!), 1492 – La conquista del paradiso, Carne trémula, Gli abbracci spezzati, Baarìa e Barbarossa. Ha 58 anni e un film in uscita.


Maribel Verdú (vero nome María Isabel Verdú Rollán) interpreta Encarna, la matrigna. Spagnola, ha partecipato a film come Y tu mamá también - Anche tua madre e Il labirinto del fauno. Ha 43 anni.


Il film era stato scelto per rappresentare la Spagna agli Oscar di quest'anno ma non è mai finito nella cinquina. Peccato, ma se Blancanieves vi fosse piaciuto potete sempre recuperare il vincitore dell'edizione 2012, The Artist. ENJOY!

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