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mercoledì 25 marzo 2026

Train Dreams (2025)


La Oscar Rush mi ha fatto recuperare anche Train Dreams, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Clint Bentley a partire dal romanzo di Denis Johnson e candidato a quattro premi Oscar (Miglior film, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia, Miglior canzone originale).

Trama

Robert Grainier è un taglialegna dal carattere schivo. Quando incontra Gladys, i due si innamorano e mettono su famiglia, ma la tragedia è dietro l'angolo...

RECENSIONE

Train Dreams era uscito su Netflix il 21 novembre 2025 e mi ci ero tenuta ben distante. Il primo motivo è che ero già rimasta "scioccata" l'anno scorso da Sing Sing, scritto e diretto da Greg Kwedar, co-sceneggiatore anche di Train Dreams; il secondo è Joel Edgerton, che sono ormai arrivata a considerare sinonimo di pesantezza coi controfiocchi. Il tremendo binomio prometteva un tedio infinito, soprattutto perché Edgerton si presentava nuovamente con un personaggio stundaio (vedi QUI ma anche QUI), quindi ho pensato bene di evitare, almeno finché non è diventato obbligatorio guardare Train Dreams in previsione degli Oscar. Per una volta, mi vedo costretta a cospargere il capo di cenere e ringraziare l'Academy per l'"obbligo", altrimenti avrei perso un film molto bello, poetico e commovente. Nonostante mi sia piaciuto molto, però, non sono sicura di avere capito bene Train Dreams, che a me è comunque parso un film fatto di "nulla", se mi passate l'imprecisione ignorante, o, meglio, un film fatto di sfiga cosmica, chiamata e sopportata da un uomo stolido nella sua ferma volontà di non godersi proprio una mazza. Mi spiego meglio. Robert Grainier è un uomo che non ha mai provato interesse per nulla, un lavoratore indefesso che vive senza curarsi troppo di chi gli sta attorno, senza mai fare quel passo in più per avvicinarsi a qualcuno. L'unico momento che spezza questo stile di vita è l'incontro con Gladys, colei che diventerà il suo grande amore nonché immensa fonte di disperazione e rimpianto. Senza addentrarci troppo in spoiler, il film racconta pezzi della vita di Grainier, alternando semplici momenti di quotidiana felicità casalinga ad episodi più o meno significativi legati al suo lavoro di boscaiolo e tutto un codazzo di compagni incontrati durante le lunghe trasferte lontano da casa. Gli episodi sono legati da un unico fil rouge, che è poi quella che credo sia la chiave di lettura di tutto il film, ovvero i cambiamenti all'interno della società e del paesaggio americano, osservati e talvolta causati da una natura "matrigna" che si lascia "stuprare" dall'uomo fino a un certo punto, prima di riprendere prepotentemente il controllo e ridurlo al ruolo che merita, quello di parassita da schiacciare, bruciare, o lasciare morire lentamente di vecchiaia e malattia. Chi pensa che i suoi tormenti siano importanti vive male, arriva alla fine dell'esistenza senza lasciare nulla e non si accorge, come dice il divino William H. Macy (ma lo dicono un po' anche i Negramaro) "di quanto il mondo sia meraviglioso". In poche parole, serve equilibrio, e la capacità di far fruttare ogni momento, anche il più futile e banale. Ora, io so di avere "solo" 44 anni, ma credetemi se vi dico che Grainier e tutti i suoi poco allegri compagni mi hanno messo addosso una tristezza terribile, la malinconia devastante al pensiero di guardarmi indietro e vedere quante cose non mi sono goduta presa da preoccupazioni futili col senno di poi, e di quanto tempo perderò ancora finché non giungerà il momento in cui non ne avrò più.

La vita di Robert scorre sotto gli occhi dello spettatore, scandita dalla perfetta narrazione "vecchio stampo" di Will Patton; ascoltando la voce dell'attore, sembra di stare seduti accanto al fuoco, ad ascoltare la storia di un'America (e di un tipo di americano) che non esiste più, cancellata da un progresso che è al tempo stesso fonte di rinascita e distruzione. Le immagini del film sono splendide, ricordano molto la bellezza poetica delle opere di Malick, in particolare The Tree of Life. Proprio gli alberi, le foreste sterminate, sono ripresi ed illuminati in tutta la loro gloria, diventano il cuore di Train Dreams, la metà legata alla natura; l'altra metà sono le sequenze connesse a treni e altri mezzi di locomozione, che hanno una qualità appunto onirica, e trasmettono quel misto di speranza e timore con le quali sicuramente si saranno approcciate le persone nell'epoca descritta nel film. Regia e fotografia consegnano una realtà dove i dettagli più prosaici si fanno poesia, dove ogni cosa è importante, dall'albero morto al cucciolo di cane, dai panorami mozzafiato al tavolo di casa propria, dove il mondo degli spiriti è talmente vicino da poter essere toccato e dove ogni storia è degna di essere raccontata. Anche quella di un uomo che praticamente non apre bocca, e che costringe Joel Edgerton ad esprimersi con lo sguardo, con il corpo, con una remissività talmente tenera da fare stare male, perché cosa vuoi dire a questo sfortunato pezzo di pane, "maledetto" da un unico momento di inazione dovuto ad un innato spirito di autoconservazione? In ruoli più brevi ma importantissimi brillano anche Felicity Jones, Kerry Condon (che si è fatta perdonare la partecipazione a quel giocattolone di F1 - Il film e, soprattutto, William H. Macy. William, io ti ho sempre amato e sono sempre stata convinta che la tua presenza rendesse un gioiello anche il film più trascurabile, e qui ne ho avuto l'ulteriore conferma, anche se Train Dreams è già da solo un'opera bellissima. Non fate come me e recuperatelo senza indugio!

CAST

Di Joel Edgerton (Robert Grainier), Clifton Collins Jr. (Boomer), Felicity Jones (Gladys Grainier), Paul Schneider (Frank l'apostolo), William H. Macy (Arn Peeples), Kerry Condon (Claire Thompson), Will Patton (voce narrante) ho già parlato ai rispettivi link.
  • Clint Bentley è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come L'ultima corsa. Anche produttore, attore e montatore, ha 39 anni.

venerdì 16 gennaio 2026

KPop Demon Hunters (2025)

Spinta dai due Golden Globe ricevuti, uno per il miglior film d'animazione e l'altro per la miglior canzone, ho finalmente recuperato KPop Demon Hunters, diretto dai registi Chris Appelhans e Maggie Kang (anche co-sceneggiatrice), disponibile su Netflix.


Trama: Rumi, Mira e Zoey sono le tre componenti del gruppo di idol Huntrix. La loro è però un'attività di facciata, che cela il loro vero compito, quello di impedire che i demoni invadano la nostra dimensione. Il loro successo sembra scontato, almeno finché non compare sulla scena la boyband Saja Boys...


Un sacco di persone che conosco e di cui mi fido avevano speso parole di elogio per questo KPop Demon Hunters, ma lo avevo messo un po' da parte, presa da altre priorità. Ora posso dire di essere felicissima di averlo recuperato, perché il film di Chris Appelhans e Maggie Kang è davvero bellissimo e divertente, fruibile anche da chi, come me, di KPop non sa nulla. Siccome sono intrisa di cultura nipponica e sono totalmente ignorante in materia Corea, sarò costretta ad usare analogie a me familiari, cercate di non odiarmi. Rumi, Mira e Zoey, ovvero il gruppo di idol Huntrix, hanno una doppia vita come ogni majokko che si rispetti; vivono nel mondo scintillante della musica e della moda, ma lo fanno perché, attraverso la loro voce (soprattutto quella di Rumi) riescono a scaldare e unire i cuori degli esseri umani, creando l'energia che da vita a una barriera per tenere a bada i demoni ed impedir loro di invadere la Terra. Oltre a fungere da scudo, le ragazze sono anche delle guerriere, delle cacciatrici, e tra una canzone e l'altra non ci mettono molto a uccidere i demoni che tentano di attaccarle. Soprattutto, però, Rumi, Mira e Zoey sono giovani ragazze come tante. Hanno i loro segreti, i loro problemi, le loro paure, imperfezioni che nel mondo dorato degli Idol non devono esistere, perché i fan esigono che i loro idoli, appunto, siano emblemi di eccellenza ideale; questa stessa eccellenza, inoltre, vale anche per la loro attività di cacciatrici e guardiane della barriera. Il lato oscuro dell'industria dello spettacolo coreana (condiviso, in generale, da tutto l'Oriente) è lo spunto da cui si dipana la trama di KPop Demon Hunters, consentendogli di veicolare un necessario messaggio positivo. Più che ricercare una solitaria perfezione, odiando, senza capirlo, tutto ciò che ci fa paura o risulta "strano", l'invito è quello di aprirsi a chi abbiamo vicino, guardare oltre le apparenze, trasformare i difetti in una forza travolgente in grado di aprirci gli occhi sul mondo. Questo messaggio viene trasmesso senza pedanteria né sdolcinatezza, sfruttando in maniera assai divertente i cliché dei KDrama e dell'universo KPop e concedendo spazio anche a momenti più seri e drammatici, nel corso dei quali la protagonista Rumi diventa qualcosa di più di un bel faccino dotato di una voce angelica. 


Il punto di forza di KPop Demon Hunters, assieme alla trama interessante e al messaggio potente che rivolge agli spettatori, è il mix tra una visione moderna della Corea e le leggende che ne caratterizzano la cultura. Il character design dei Saja Boys è un'esilarante mix dei cliché di ogni boyband mai esistita al mondo, e va a braccetto con la bellezza di ciò che si nasconde dietro gli apparenti ragazzi, ovvero degli splendidi messaggeri di morte che seguono l'iconografia moderna dei Jeoseung Saja, con quel loro tipico cappellaccio nero. Non parliamo poi di quanto siano meravigliose la gazza con tre occhi e la tigrotta azzurra, due spiriti complementari usciti dritti dai dipinti della tradizione coreana e pronti ad entrare nel novero delle mascotte animate più amate di sempre. Anzi, per quanto mi riguarda, i personaggi secondari o gli antagonisti sono anche più belli delle Huntrix, le cui animazioni mi hanno ricordato anche troppo lo stile delle Totally Spies, serie di cui non ho mai apprezzato l'inserimento di espressioni comiche e deformed vicine allo stile degli anime, che ho sempre trovato forzato in quello stile di disegno. Nulla da dire, però, sulla regia e l'animazione delle scene di combattimento o dei numeri musicali, coinvolgenti le prime e tremendamente accattivanti i secondi. Accattivante è anche l'unico aggettivo che mi viene in mente per descrivere brani che ti costringono a muoverti a tempo al primo ascolto, o ti catturano grazie alla bellissima voce della cantante Arden Cho, la doppiatrice originale di Rumi; il brano Golden ha giustamente vinto un meritato Golden Globe, ma le canzoni sono tutte belle e, soprattutto, perfette per i temi e le atmosfere del film. L'unico vero difetto di KPop Demon Hunters, almeno per me, è la mancanza di approfondimento delle due compagne di Rumi, la burbera Mira e l'entusiasta Zoey, ma so che sarebbe stato impossibile dare a tutte le ragazze lo stesso spazio. Per questo, spero nell'uscita di un sequel, dove magari si accenni al passato delle cacciatrici e si approfondisca di più il legame con la loro mentore, Celine, altro personaggio potenzialmente interessante ma mal utilizzato. Aspetto fiduciosa, nel frattempo credo che ascolterò in loop la colonna sonora del film!


Di Ken Jeong (voce originale di Bobby), Lee Byung-hun (Gwi-ma) e Daniel Dae Kim (dottor Han) ho già parlato ai rispettivi link.

Chris Appelhans è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto Il drago dei desideri. Anche animatore, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni.


Maggie Kang
è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio, inoltre doppia anche un paio di personaggi minori. Sudcoreana, come animatrice ha lavorato a Shrek terzo, Shrekkati per le feste, Madagascar 2, Shrek 4: e vissero felici e contenti, Il gatto con gli stivali, Le 5 leggende, Kung Fu Panda 3, Il Grinch Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo. Ha 45 anni.


Ji-young Yoo
, che doppia Zoey, era nel cast di Until Dawn - Fino all'albaKPop Demon Hunters vede anche la reunion di due amatissimi interpreti di Lost, che nella serie interpretavano marito e moglie, ovvero il già citato Daniel Dae Kim Yunjin Kim, qui doppiatrice di Celine. Nell'attesa che esca un sequel già annunciato, se KPop Demon Hunters vi fosse piaciuto recuperate Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria, Belle, Red, Kubo e la spada magica e Nimona. ENJOY!

martedì 23 dicembre 2025

Wake Up Dead Man: Knives Out (2025)

Considerato che la mia idea era andare a vedere Avatar - Fuoco e cenere durante le feste di Natale, l'ultimo film recente di cui parlerò quest'anno è Wake Up Dead Man: Knives Out (Wake Up Dead Man), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson.


Trama: il detective Benoit Blanc viene chiamato ad indagare su un caso di omicidio avvenuto in una chiesa e, ad affiancarlo, c'è padre Jud, accusato proprio dello stesso omicidio...


Avevo adorato il primo Knives Out e mi era piaciuto molto anche Glass Onion, due esempi di gialli ironici, molto ben realizzati e popolati da ottimi attori. Avevo quindi grandissime aspettative per Wake Up Dead Man, ed effettivamente la prima parte mi ha catturata. Attraverso la voce narrante di un prete imperfetto ma sincero, l'ex pugile Padre Jud, ci viene presentata la piccola congrega di una parrocchia governata con pugno di ferro da Monsignor Wicks, uomo al quale non importa nulla all'infuori del potere, non esclusivamente spirituale, esercitato su un pugno di fedeli. Questi ultimi rappresentano un'umanità varia ma, in definitiva, si tratta di persone altoborghesi con problemi lavorativi, familiari e di salute, per i quali il Monsignore rappresenta non solo una fonte di salvezza spirituale, ma anche l'uomo attorno al quale ricostruire una sorta di "élite" di cui far parte e vivere di importanza riflessa; alla cerchia appartengono anche una perpetua e un tuttofare ex alcolista, depositari delle confidenze e dei segreti del Monsignore ma, tutto sommato, trattati come subalterni compiacenti. All'interno di questo microcosmo, Padre Jud ci arriva dopo avere usato i pugni invece della parola, e trova subito un clima ostile nei suoi confronti, in primis da parte dello stesso Monsignore, un rozzo bastardo che cerca in ogni modo di far sentire il giovane parroco in difetto perché troppo "mite" nel diffondere la parola di Dio. Là dove Padre Jud cerca compassione, bontà e una paziente mano sempre pronta ad accogliere e confortare, il Monsignore ritiene più opportuno abbracciare una religione fatta di fuoco purificatore ed intolleranza, e rispondere alla violenza del mondo con durezza. Quando, inevitabilmente, ci scappa il morto, Padre Jud diventa il primo indiziato e sta al detective Benoit Blanc impedire che il giovane prelato finisca in carcere, come vorrebbero sia i parrocchiani che la stessa polizia, tutti convinti della sua colpevolezza. E' qui, paradossalmente, che ho cominciato a fare moltissima fatica a venire coinvolta da Wake Up Dead Man, che sostituisce la scoppiettante battaglia tra Padre Jud e il Monsignore con una didascalica indagine atta a scoprire la dinamica di un delitto perfetto letteralmente da manuale, anzi, da romanzo, e poco si cura di personaggi potenzialmente interessanti, relegati a mero contorno. L'unico ad essere ben delineato dall'inizio alla fine è Padre Jud, attraverso il quale Blanc si riconcilia con una spiritualità consapevolmente ignorata (per non dire disprezzata), ma il rovescio della medaglia di questo aspetto è che persino il detective risulta stereotipato e vuoto.


A differenza dei primi due film, ho fatto fatica a seguire Wake Up Dead Man perché mi sono annoiata al punto da avere difficoltà a rimanere sveglia, persa nel cervellotico autocompiacimento di un protagonista che, in precedenza, avevo adorato. Il desiderio di svelare i meccanismi di una perfezione che sfocia nel miracolo ha fatto sì che mi perdessi più volte, e solo nel corso della rivelazione definitiva sono arrivata commuovermi, sempre grazie al Padre Jud di Josh O'Connor, il quale meriterebbe un film a sé, altro che il nostro Don Matteo. A differenza dei precedenti Knives Out, mi è sembrato che qui anche i meccanismi dietro il delitto e le sue conseguenze fossero "di comodo", molto faciloni, in primis un dettaglio della rivelazione finale che a me sa tanto di "perché sì", assieme al dubbio sortomi sul perché un determinato personaggio dovesse tenersi in casa un complemento d'arredo allucinante. Mi è dispiaciuto molto non riuscire né a divertirmi né ad appassionarmi perché, come sempre, per quanto riguarda scenografie ed oggetti particolarmente importanti per l'indagine, Wake Up Dead Man è di altissimo livello e ho trovato simpatici anche un paio di espedienti narrativi, come il "video nel video" o la lunga introduzione scritta, per non parlare delle doppie narrazioni che, attraverso l'uso di un secondo punto di vista, rivelano la triste realtà di eventi passati. Mi è mancata, purtroppo, la critica sociale corrosiva dei primi due capitoli. Non che qui sia assente, ma l'ho trovata banale, affidata a personaggi talmente superficiali da essere caricature ben poco efficaci, il che si riflette anche nella performance degli attori, non particolarmente entusiasmanti. Chi ne esce a testa altissima è un Josh O'Connor sempre più bravo, e anche Glenn Close e Josh Brolin, che ho faticato a riconoscere, sono degni di nota, mentre mi è parso che Daniel Craig, pur essendosi palesemente divertito, abbia scelto stavolta di interpretare Benoit Blanc inserendo il pilota automatico, lasciando spazio al giovane co-protagonista. Tre anni fa speravo in un crossover coi Muppet, forse sarebbe stato meglio, perché per quanto mi riguarda, e lo dico con sommo dispiacere, Wake Up Dead Man: Knives Out è un film dimenticabilissimo, tanto che non spero neppure ci sia un ennesimo seguito, se i risultati sono questi.


Del regista e sceneggiatore Rian Johnson ho già parlato QUI. Daniel Craig (Benoit Blanc), Josh O'Connor (Padre Jud Duplenticy), Glenn Close (Martha Delacroix), Josh Brolin (Mons. Jefferson Wicks), Mila Kunis (Capo Geraldine Scott), Jeremy Renner (Dr. Nat Sharp), Kerry Washington (Vera Draven), Cailee Spaeny (Simone Vivane), Thomas Haden Church (Samson Holt), Jeffrey Wright (Vescovo Langstrom) e Joseph Gordon-Levitt (è la voce del telecronista di baseball) li trovate invece ai rispettivi link.

Andrew Scott interpreta Lee Ross. Irlandese, ha partecipato a film come Salvate il soldato Ryan, Victor: La storia segreta del dottor Frankenstein, Alice attraverso lo specchio, 1917, Estranei e a serie quali Sherlock, Fleabag, Black Mirror e Ripley. Anche produttore e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.


Lindsay Lohan
Tom Hardy erano stati contattati per partecipare al film, ma i loro ruoli sono andati a Mila Kunis e Jeremy Renner. Se Wake Up Dead Man: Knives Out vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Cena con delitto - Knives Out e Glass Onion - Knives Out. ENJOY!

venerdì 28 novembre 2025

2025 Horror Challenge: Frankenstein (2025)

Siccome la challenge di questa settimana chiedeva di scegliere un film liberamente, dopo più di un mese, sono riuscita anch'io a guardare Frankenstein, diretto e sceneggiato dal regista Guillermo del Toro a partire dall'omonimo romanzo di Mary Shelley.


Trama: Victor Frankenstein, scienziato ossessionato dall'idea di garantire l'immortalità agli umani, crea un essere vivente assemblando pezzi di vari cadaveri ma qualcosa va storto...


Del Frankenstein di del Toro hanno ormai parlato tutti, tra chi lo ha amato, chi lo ha odiato e chi conosce la poetica del regista a menadito e ha sicuramente da dire cose molto più interessanti di quelle che potrei scrivere io, quindi sarò molto terra terra. Comincio dicendo la più trita delle banalità, ovvero che Frankenstein è un film visivamente splendido, che avrebbe meritato una capillare diffusione in sala, e non un paio di proiezioni speciali e poi via!, su Netflix, sui televisori scrausi della gente poraccia come la sottoscritta, che non ha spazio per quei catafalchi che prendono mezzo muro e un impianto sonoro adeguato. Vista a casa, la bellezza delle immagini create dal regista è sprecata. Le sequenze di Frankenstein sono dei richiami costanti all'arte, sia pittorica che scultorea; in esse i personaggi vivono immersi all'interno di palazzi sontuosi e strabordanti quadri, le tavole anatomiche sono dei capolavori realizzati a matita, i cadaveri nascondono terrificanti imperfezioni, sistemati in eleganti pose plastiche, ogni edificio è dotato di una simmetria eccelsa, persino la casetta del povero cieco, e i paesaggi sembrano usciti da quadri del periodo romantico, per non parlare dei colori degli abiti femminili, con i rossi accesi, il verde che richiama il dorso iridescente dei maggiolini, e l'azzurro delle piume degli uccelli esotici. Come sempre, del Toro non lascia nulla al caso ed ipnotizza lo spettatore, aiutato da effetti speciali digitali atti ad enfatizzare un gusto per il gotico e il teatrale a cui il regista riuscirebbe a dare forma anche da solo, e realizza un film all'interno del quale convivono un orrore quasi triviale e un lirismo leggero, commovente, caratteristiche che si ripropongono nei personaggi, al di là di ogni preconcetto e convenzione. Anche in questo caso, infatti, del Toro ha ripreso il materiale originale di Mary Shelley e lo ha rivisitato assecondando la propria poetica, che ha sempre un occhio di riguardo nei confronti dei diversi e dei mostri. Così, la creatura interpretata da Jacob Elordi esterna in un sembiante "rattoppato" ma mai sgradevole la sua natura di creatura pura ed innocente, un neonato nel corpo di adulto costretto a subire le angherie di un uomo che non ha mai superato i traumi di un'infanzia priva di affetto e colma di orrore. 


Il carattere di Victor Frankenstein, già non molto gradevole nel romanzo, si estremizza all'interno del film concretizzandosi in un uomo egoista, superbo e cattivo, un immaturo spinto dal fuoco della scienza che, di fronte a un risultato (a suo parere) inferiore a quello sperato, si stufa, letteralmente, della creatura da lui messa al mondo. Nell'opera di Mary Shelley il protagonista inorridisce e quasi impazzisce di fronte all'abominio creato, fugge dalla propria responsabilità finché non è lo stesso mostro, disperato, a decidere di richiamare la sua attenzione nel peggiore dei modi. Qui, invece, Frankenstein inizialmente cerca di educare il mostro attraverso lo stesso crudele distacco del padre, ma rinuncia dopo pochissimo tempo, preferendo intessere una tela di inganni per sviare chi ha capito che la creatura, nonostante l'aspetto, è innocente da far pietà, in primis Elizabeth. Anche quest'ultima è ben diversa dal personaggio creato dalla Shelley, ed è fondamentale per aumentare l'empatia del pubblico nei confronti del "mostro", perché Elizabeth è l'unica che riesce, fin da subito, ad entrare in risonanza con l'animo puro di una creatura che non riuscirà mai ad integrarsi in una società che rifiuta la diversità e l'imperfezione, due caratteristiche che appartengono anche alla ragazza, dolorosamente consapevole di doversi piegare alle leggi del mondo fino a rinnegare se stessa. Una consapevolezza che, ovviamente, non si addice all'arroganza di Frankenstein il quale, combattendo contro le leggi umane e divine, diventa causa della sua stessa rovina. Infatti, tutte le tragedie che colpiscono Frankestein nel film avvengono o direttamente per mano sua, oppure sono una conseguenza immediata delle sue azioni scellerate, mentre la creatura agisce per disperazione o vendetta, ma senza quella vena di malizia crudele che, nel romanzo della Shelley, la spingeva a compiere atti ingiustificabili. Questo cambiamento è perfettamente coerente con la poetica del regista, e mantiene comunque quell'ambiguità che impedisce di connotare i personaggi come semplicemente buoni o cattivi, tanto che sul finale il confronto tra il padre, Victor, e il figlio da lui creato, risulta assai commovente. Non tanto quanto avrei sperato, in effetti, e lo stesso vale un po' per tutto Frankenstein, dal quale mi aspettavo di venire travolta come è successo con altre opere passate di del Toro. Di fatto, ho apprezzato tantissimo l'estetica e gli attori, ma alcune cose a livello di trama mi hanno lasciata freddina. Siccome, però, non vorrei che queste sensazioni derivassero dalle aspettative fomentate dall'entusiasmo della maggior parte degli spettatori, mi riservo di riguardare Frankenstein tra qualche anno, e di lasciarmi conquistare in toto dalla magia di del Toro


Del regista e sceneggiatore Guillermo del Toro ho già parlato QUI. Oscar Isaac (Victor Frankenstein), Jacob Elordi (la creatura), Christoph Waltz (Harlander), Mia Goth (Elizabeth/Claire Frankenstein), Charles Dance (Leopold Frankenstein), David Bradley (il cieco), Ralph Ineson (Professor Krempe) e Peter MacNeill (Professor Maurus) li trovate invece ai rispettivi link.


Felix Kammerer
, che interpreta William Frankenstein, era il protagonista di Niente di nuovo sul fronte occidentale. Andrew Garfield era stato scelto per il ruolo della creatura, ma ha dovuto rinunciare per via di altri lavori. Se Frankenstein vi è piaciuto, recuperate le fonti di ispirazione di del Toro, ovvero il Frankenstein del 1931, La moglie di Frankenstein e aggiungete anche La forma dell'acqua e Crimson Peak. ENJOY!

martedì 10 giugno 2025

2025 Horror Challenge: Fear Street: Prom Queen (2025)

Sto recuperando un paio di uscite perse durante il viaggio in Campania e siccome per la challenge di oggi c'era un free pick, ne ho approfittato per guardare l'atteso Fear Street: Prom Queen, diretto e co-sceneggiato dal regista Matt Palmer a partire dal romanzo omonimo di R.L. Stine


Trama: Lori si candida come reginetta del ballo per cambiare la sua vita e riabilitare la sua famiglia, distrutta da un tragico evento passato. La ragazza, però, deve vedersela non solo con le acerrime rivali del Wolfpack, capitanate dall'odiosa Tiffany, ma anche con un assassino che sembra avere preso di mira le candidate...


Prom Queen
è, purtroppo, un passo indietro rispetto alla trilogia di Fear Street che ci aveva conquistati qualche anno fa su Netflix. Per motivi imperscrutabili, vi sono solo sparute tracce della lore messa in piedi da Leigh Janiak, e i collegamenti con la saga si riducono a qualche piccolissimo omaggio (più un blink and you'll miss it) e alla reiterazione della rivalità tra Shadyside, dove si ambienta il film, e Sunnyvale, nominata qui e là come luogo ideale dove vivere. Tolti questi pochi dettagli, Prom Queen sembra uno slasher qualsiasi al quale è stato imposto, in fretta e furia, di fare parte ANCHE di una saga, e da questo punto di vista è sbagliato fare paragoni con i tre Fear Street che lo hanno preceduto. I film della Janiak, infatti, erano un tornado di depistaggi e idee innovative, che giocavano a fare a pezzi le aspettative dei personaggi e dello spettatore, mentre Prom Queen segue pedissequamente tutte le regole dello slasher anni '80 e ne ripropone i topoi con un rispetto quasi filologico. Preso per quel che è, il film non è affatto aberrante (ovviamente, deve piacervi il genere) e si propone come una confortevole coperta di Linus per passare un'ora e mezza in letizia, tra uno smembramento e l'altro. L'importante è non cercare i significati più o meno profondi dei primi Fear Street, perché qui i personaggi sono tagliati, talvolta letteralmente, con l'accetta e, salvo un personaggio a mio avviso sprecato (ciao, Melissa!), non hanno né il tempo né il modo di evolversi. I buoni, come la protagonista in cerca di riscatto dopo una vita di prese in giro crudeli per la morte del padre e lo spettro di una madre omicida, rimangono buoni e, al limite, si rendono conto che non basta una coroncina di alluminio per cambiare la triste realtà; i cattivi sono delle facce di merda da primato, le tipiche high school bitches che non esitano a sputare in faccia ad etica, compassione e buon senso, pur di far stare male il prossimo. Nel mezzo, ci sono un paio di "personaggi", nel vero senso della parola, ovvero qualche comprimario caratterizzato da comportamenti eccentrici, e i soliti adulti clueless o matti come cavalli, gente che si permette di riprendere una ragazzetta perché balla al ritmo di Gloria o si scambia sguardi timidi col belloccio di turno. 


Come in uno slasher di cassetta che si rispetti, dunque, non importa chi, importa come. E c'è parecchio "come" in Prom Queen. A differenza dei film per adolescenti della Blumhouse, spesso PG-13, Prom Queen non si tira indietro nel mostrare teste spaccate, gole tagliate, gente impalata e sangue a profusione, con degli effetti speciali anche belli a vedersi, senza grande ingerenza di CGI. Si sono sforzati un po' poco con l'aspetto che killer, che mi ha ricordato il Red Devil della serie Scream Queens, e francamente ho trovato stupidissima la rivelazione dell'identità dietro la maschera, ma il percorso per arrivare alla fine me lo sono abbastanza goduto. L'unico, vero difetto di Prom Queen, per quanto mi riguarda, sono gli attori, soprattutto quelli scelti per interpretare i giovani protagonisti e, in particolare, la final girl Lori e la queen bee Tiffany. Il volto di quest'ultima è anonimo e lei è del tutto inespressiva; non fosse per i dialoghi al veleno che le vengono messi in bocca, il personaggio non avrebbe nemmeno un briciolo del carisma necessario per essere davvero la reginetta stronza della scuola. Quanto a Lori, Dio me ne scampi. Siccome Silvia ha apprezzato, ribadisco anche qui la definizione di "pittima" della final girl. Intanto, si innamora di un mollo senza speranza, poi passa il 70% del film o a piangere o a guardare nel vuoto col sappìn' di chi sta per farlo, senza mai rivolgere una parola scortese o prendere a giuste sberle le ragazze del Wolfpack, limitandosi a subire in silenzio con la lacrima nell'occhio. Due marroni, figlia mia, a un certo punto speravo che il killer prendesse anche te, sono sincera. Voto dieci, invece, alla migliore amica di Lori. E' un po' assurdo pensare che una diciottenne possa avere un'esperienza tale da poter rivaleggiare con Sergio Stivaletti ma, a parte questo e l'inutile marchetta queer che non trova sbocco, se non altro possiamo goderci un'horror geek anni '80, con tanti piccoli oggetti di scena e filmati che fanno sicuramente la felicità degli appassionati! In conclusione, Prom Queen è, purtroppo, un passo indietro che rischia di mettere a repentaglio l'eventuale futuro della saga ma, se vi piace lo slasher e avete voglia di passare una serata divertente, ve lo consiglio perché è sanguinolento e non si perde in orpelli inutili che ne rallenterebbero il ritmo.


Del regista e co-sceneggiatore Matt Palmer ho già parlato QUI. Lili Taylor (Vicepreside Dolores Brekenridge) e Katherine Waterston (Nancy Falconer) le trovate invece ai rispettivi link. 


Chris Klein
, che interpreta Dan Falconer, era l'Oz di American Pie mentre Ariana Greenblatt, che interpreta Christy, era la figlia di America Ferrera in Barbie; quanto ad Ella Rubin, che interpreta Melissa, l'abbiamo vista poche settimane fa come protagonista di Until Dawn. Se Fear Street: Prom Queen vi fosse piaciuto, recuperate Fear Street Parte 1: 1994, Fear Street Parte 2: 1978 e Fear Street Parte 3: 1666. ENJOY!

martedì 13 maggio 2025

Le rose di Versailles - Lady Oscar (2025)

Me l'avevano detto, si capiva già dal trailer, ma ho voluto comunque dare una chance a quel disastro annunciato di Le rose di Versailles - Lady Oscar (ベルサイユのばら - Versailles no Bara), diretto dalla regista Ai Yoshimura e tratto dal manga omonimo di Ryoko Ikeda.


Trama: la vita della Delfina di Francia, Maria Antonietta, e quella di Oscar François de Jarjayes, ragazza cresciuta come un uomo e Capitano delle guardie reali, si intrecciano alla corte di Versailles...


Cercherò di non scrivere la solita recensione boomer basata su infanzie stuprate e via dicendo. Ritengo che le opere famose possano e debbano essere aggiornate al gusto odierno, andare incontro alle nuove generazioni, abbracciare un'originalità che non le stravolga, ma ritengo anche che simili aggiornamenti siano molto difficili, e bisognerebbe eseguirli con intelligenza. Tenendo a mente ciò, ho provato a capire il senso di un'opera come Le rose di Versailles - Lady Oscar, ma sto avendo serie difficoltà ad individuare il target a cui è rivolta. Di sicuro, non è un anime per chi ha adorato la serie storica. Per quanto mi riguarda, e con tutto il rispetto per Ryoko Ikeda, grazie alla quale è nato un simile capolavoro di animazione nipponica, la serie è addirittura superiore al manga, e nessuno potrà mai convincermi del contrario. Il perché è presto detto. Il manga della Ikeda è accuratissimo storicamente, ma anche zeppo di elementi umoristici, con uno stile di disegno che, spesso, si rifà a quello di Osamu Tezuka, e rende i personaggi molto cartooneschi, anche nei momenti meno adatti. L'anime, in particolare dopo l'arrivo di Osamu Dezaki alla regia e grazie al character design di Shingo Araki, ha un taglio tragico, adulto, gode di sequenze indimenticabili e incredibilmente drammatiche proprio grazie al taglio delle inquadrature e all'uso dei chiaroscuri (vorrei ricordare, inoltre, le dettagliatissime "cartoline" coi fermo immagine, tipiche del regista), per non parlare poi delle splendide, dolorose melodie di Koji Makaino, che ancora oggi non riesco ad ascoltare, nemmeno fuori contesto, senza sciogliermi in lacrime. Le rose di Versailles - Lady Oscar, di questa drammaticità al limite del nichilismo e della depressione, non ne ha neppure un'oncia. Piallato dai brillantissimi, computerizzati colori tipici delle produzioni dello Studio NAPPA e, più in generale, di tutta l'animazione giapponese moderna (vedi il remake di Ranma 1/2 o Sailor Moon Crystal), Le rose di Versailles - Lady Oscar è intriso di levità dalla prima all'ultima scena e, salvo per i personaggi principali, è popolato da pupazzetti che si muovono su sfondi in CGI, che nessuna emozione suscitano nello spettatore, a prescindere che passeggino oziosi a Versailles o che muoiano per la Rivoluzione. Il character design è simile per quasi tutti i comprimari, in particolare a livello di struttura fisica, mentre quelli principali alternano un rispetto quasi filologico verso i disegni della Ikeda (i capelli di Oscar hanno le stesse onde tratteggiate del manga) a momenti di locura in cui Maria Antonietta sembra una bambolotta dagli occhioni giganteschi. 


Questi elementi grafici possono sicuramente essere accattivanti per un pubblico più giovane, ovviamente, così come la scelta di puntare molto sui numeri musicali, caratterizzati da una colonna sonora pop, ben lontana dall'epoca in cui è ambientato l'anime. Anzi, un paio di questi momenti "musical" hanno una regia splendida ed invenzioni grafiche che scaldano il cuore, come la sequenza che omaggia l'art nouveau (a mio parere, il momento più alto di un anime deludente; altri dettagli stupendi sono gli abiti di Maria Antonietta, dettagliatissimi, e le scenografie degli interni, che sembrano quasi quelli di un live action), ma anche il piccolo momento onirico sul finale, simbolo di una libertà e un amore che travalicano le convenzioni sociali e le catene di un destino imposto. Però, tutto ciò mi costringe a tornare al discorso che facevo all'inizio, quello del target. Un pubblico di giovani neofiti potrebbe rimanere deliziato dalle animazioni, apprezzare il messaggio di fondo e le due storie d'amore tormentato, ma dubito che qualcuno potrebbe appassionarsi a un'opera superficiale come questa, che trasforma la guerra tra Maria Antonietta e la Du Barry e il tristissimo ballo tra Oscar e Fersen in brevissime parentesi musicali, incomprensibili per chi non conosce la serie originale. Privato di sottotrame fondamentali (anche storicamente) e di ben tre rose (la nera, Jeanne, la gialla, la Contessa de Polignac, e il bocciolo, Rosalie), Le rose di Versailles - Lady Oscar è un bignami storico zeppo di buchi, e talmente rapido negli sviluppi delle storie d'amore che quasi non si capisce perché mai André, a un certo punto, sia così tanto innamorato di Oscar da decidere di commettere un omicidio-suicidio pur di non vederla sposata a Girodel. Né si capiscono il perché Oscar si infatui di Fersen, oppure il livello degli sperperi monetari di Maria Antonietta (la quale risulta molto più stupida ed infantile rispetto all'opera originale), la corruzione e la depravazione dei nobilastri di corte, tutto ciò che ha portato il popolo a ribellarsi in maniera sanguinosa per fuggire alla morte e alla povertà. L'unico approfondimento psicologico-sociale è riservato ad Oscar ma, purtroppo, arriva poco prima del finale ed è eccessivamente pedante, quasi noioso, e priva lo sventurato legame tra Oscar e André di tutto il pathos e la sofferenza che ha reso la loro una delle storie d'amore più belle di sempre. In sostanza, per me è no, anche perché il rischio è che, dopo la visione di Le rose di Versailles - Lady Oscar, i giovani spettatori perdano la voglia di approfondirne le vicende e di recuperare la serie, cosa gravissima. Se siete invece fan di Lady Oscar e deciderete di guardare questo inno alla mediocrità, premuratevi di farlo con un amico pronto a salvarvi la serata con pain au chocolat, macarons e cioccolato ruby allo champagne, che è ciò che ho fatto io. Altrimenti, vi sembrerà di avere buttato via due preziosissime ore!

Ai Yoshimura è la regista della pellicola. Giapponese, ha diretto la serie Ano Hana


Miyuki Sawashiro
, che doppia Oscar, è la voce di Fujiko Mine ormai dai tempi di Lupin III - Il sigillo di sangue, la sirena dell'eternità. Neanche a dirlo, se Le rose di Versailles - Lady Oscar vi fosse piaciuto (ma anche se vi ha fatto schifo), recuperate o riguardate per la trecentesima volta la serie Lady Oscar. ENJOY!

mercoledì 26 febbraio 2025

Wallace e Gromit: Le piume della vendetta (2024)

Tra gli Oscar per il miglior lungometraggio animato non poteva mancare Wallace e Gromit: Le piume della vendetta (Wallace & Gromit: Vengeance Most Fowl), diretto nel 2024 dai registi Nick Park (anche co-sceneggiatore) e Merlin Crossingham.


Trama: in un impeto di pigrizia inventiva, Wallace crea uno gnomo tuttofare per aiutare Gromit in giardino. Ma un vecchio nemico trama per impadronirsi di questa nuova tecnologia e vendicarsi...


Correva l'anno 1999 e, durante la programmazione di Natale, Italia 1 mandò in onda il corto I pantaloni sbagliati, il mio primo incontro con la premiata ditta Wallace e Gromit. Nonostante fosse un cortometraggio assai ironico, quello che ricordo ancora oggi de I pantaloni sbagliati è la terrificante atmosfera thriller che si respirava per tutta la sua breve durata, grazie a un personaggio che sembrava uscito dritto da un episodio di Leone cane fifone, ovvero il muto, inquietantissimo pinguino Feathers McGraw. E' passato un quarto di secolo dall'esordio del criminale pennuto (in Italia. In realtà, il film è stato fatto uscire per celebrare i trentacinque anni de I pantaloni sbagliati), ma il personaggio dev'essere rimasto nel cuore dei fan e di Nick Park, perché eccolo tornare ad esigere vendetta nel secondo lungometraggio dedicato a Wallace e Gromit, distribuito direttamente da Netflix. Loro, al cinema, li avevamo lasciati alle prese con i conigli mannari, nell'altrettanto lontano 2005 e, nel frattempo, la storica pigrizia di Wallace è aumentata, al punto da aver creato persino una macchina per dispensare carezze al povero Gromit. Il punto di non ritorno di questa dipendenza totale dalla tecnologia, triste specchio della nostra società odierna, è l'invenzione di un nano da giardino in grado di sbrigare qualsiasi lavoro, Norbot. Nonostante le buone intenzioni di Wallace, Norbot sconvolge la vita "analogica" di Gromit, povero cane che, almeno in giardino, vorrebbe rilassarsi e tornare ad avere contatti naturali, se non umani. Ancor peggio, come accade nei migliori film di fantascienza, la tecnologia può venire facilmente corrotta dalle mani di un genio votato al male, ed è ciò che accade quando Feathers McGraw, condannato all'ergastolo all'interno di uno zoo, decide di sfruttare Norbot per vendicarsi, finalmente, di chi lo ha mandato al fresco. Non vi spoilero gli sviluppi di questo interessante canovaccio ma, se siete un minimo abituati alle avventure del dinamico duo, sapete già cosa vi aspetta: un'ora e mezza di goffaggine umana, astuzia canina, pericoli, azione e tanto, tantissimo umorismo inglese, con l'unico grande difetto di una durata brevissima a fronte di un'attesa ventennale. Purtroppo, queste sono le gioie e i dolori dell'adorata stopmotion.


Come sempre accade davanti a questo tipo di opere, durante la visione di Wallace e Gromit: Le piume della vendetta non si può fare altro che ammirare in silenzio la perfezione certosina di una tecnica che costringe gli animatori a lavorare un giorno intero per ottenere qualche secondo di metraggio, e che, nonostante ciò, dà l'illusione che i personaggi sullo schermo godano di vita propria. Di più, i lungometraggi di Wallace e Gromit trasudano inside joke e dettagli esilaranti che non vengono affidati ai dialoghi, ma sono lì sullo sfondo, nelle scenografie, pronti ad essere colti da occhi attenti e meravigliati. Vero è che, stavolta, si è preferito evitare le scene troppo affollate e i realizzatori hanno preferito concentrarsi sul design di pochi personaggi (facendosi aiutare da stampanti 3D per un aspetto della trama legato a Norbot), ma, considerato che Wallace e Gromit: Le piume della vendetta avrebbe dovuto essere un corto, e che l'azienda produttrice della plastilina utilizzata ha chiuso due anni fa, una grandeur minore rispetto a La maledizione del coniglio mannaro è comunque grasso che cola. Fantastica anche la regia, ovviamente. Le atmosfere horror che tanto mi avevano elettrizzata ai tempi de I pantaloni sbagliati non sono venute meno (Norbot a un certo punto sembra la scimmia di King, e la suora sembra uscita dritta da l'Esorcista III), ma i cinefili, come sempre, hanno di che gioire. Tra Scorsese e il suo Cape Fear, Terminator, James Bond e Batman Returns, le citazioni cinematografiche si sprecano, arrivando a toccare non solo aspetti macroscopici come l'iconografia dei titoli citati, ma riproponendo persino il taglio delle inquadrature, la colonna sonora e l'illuminazione. Come facciano Nick Park e soci, al ritmo di un minuto di girato alla settimana, a tenere uniti tutti gli elementi che fanno di questi film dei capolavori, devo ancora capirlo; ma la cosa importante è che non smettano mai di regalare al mondo gioiellini come Wallace e Gromit: Le piume della vendetta!


Del co-regista e co-sceneggiatore Nick Park ho già parlato QUI

Merlin Crossingham è il co-regista della pellicola. Inglese, è al suo primo lungometraggio. E' anche doppiatore, animatore e sceneggiatore. 


Se Wallace e Gromit: Le piume della vendetta vi fosse piaciuto, recuperate innanzitutto il corto I pantaloni sbagliati, anzi, guardatelo prima del film. Proseguite poi con Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro e coi corti Una fantastica gita, Una tosatura perfetta e Questione di pane o di morte, assieme a Shaun, vita da pecora - Il film e Shaun, vita da pecora: Farmageddon - Il film. ENJOY!

venerdì 15 novembre 2024

Don't Move (2024)

Attirata dal nome del produttore Sam Raimi, ho recuperato su Netflix Don't Move, diretto dai registi Brian Netto e Adam Schindler.


Trama: pronta a suicidarsi dopo la morte del figlioletto, Iris si ritrova a dover combattere per sopravvivere quando un serial killer le inietta un farmaco paralizzante e comincia a darle la caccia nel bosco...


Disney +
ci invitava a trattenere il respiro, Netflix ci impone di non muoverci, chissà adesso cosa vorrà da noi Prime. Nell'attesa di scoprirlo, Don't Move è l'ennesima aggiunta "media" al catalogo Netflix ed è un peccato vedere il nome di Raimi tra i produttori di una cosina tutto sommato risibile. Il film va poco oltre l'idea riassunta nel titolo, e funziona per quei minuti in cui la protagonista scopre i terribili effetti della tossina iniettatale dal maniaco di turno, ritrovandosi paralizzata in mezzo a un bosco. Capirete anche voi, però, che l'immobilità totale favoleggiata dal killer non potrà durare molto, altrimenti sarebbe stato problematico fare evolvere la vicenda, quindi la protagonista un po' avrà sempre modo di fare qualcosa, in primis sbattere le palpebre per comunicare, rotolando "felice" di plot device in plot device, sempre grazie a gente SCEMA. La cosa davvero innovativa di Don't Move, in effetti, è la stupidità anormale del killer. Quest'ultimo, nella realtà, sarebbe stato sgamato e incaprettato dopo due minuti, fortunatamente per lui i potenziali soccorritori di Iris sono ancora più idioti ed è un bene che la protagonista riesca a muovere gli occhi, così da poter dimostrare il suo disappunto facendoli roteare fortissimo. Capisco che l'idea dietro a Richard sia "family man che nasconde un terribile segreto", ma se solo gli sceneggiatori del film si fossero guardati Spoorloos avrebbero capito che esistono anche modi per renderla inquietante ed efficace, invece Richard è proprio un belinone che persino un bambino riuscirebbe a fregare. Passando ad Iris, quest'ultima ha due caratteristiche. E' piagata dal dolore per la morte di un figlio il cui destino è poco meno idiota di quello del protagonista di Antichrist (io ultimamente piango per un nonnulla ma non ho provato niente davanti al disagio esistenziale di questa madre, giuro) e riesce a mantenere una pelle flawless e capelli perfetti anche dopo avere corso per venti minuti nel bosco ed essere caduta nelle rapide. Credevo che solo Megan Fox potesse ambire a simili risultati, e invece. Il fatto che sembri anche carismatica è interamente dovuto alla dabbenaggine di Richard, che è poi lo stesso motivo per cui, un pochino, ci sentiamo in pena per lei e speriamo sopravviva, ma ammetto che, sul finale, non mi importava granché.


Nulla da dire, letteralmente, sulla regia. Brian Netto e Adam Schindler consegnano un compitino pulito ma anonimo, privo di difetti ma anche di qualcosa per cui entusiasmarsi. Il fatto che l'ambiente montano e il bosco siano sfruttati poco, che non veicolino alcun senso di claustrofobia, ha del criminale, e lo stesso vale per una sorta di "terra di nessuno" talmente priva di personalità che non viene neppure l'ansia al pensiero di incontrare gli autoctoni, cosa gravissima. Quanto agli attori... eh. Io a Finn Wittrock voglio non bene, di più. Però quella faccetta da babbalone belloccio riesce a farla funzionare solo Ryan Murphy e non avete idea di quante volte abbia rimpianto il Dandy di American Horror Story Freakshow, che era scemo, sì, ma faceva anche tantissima paura. Provaci ancora, Finn, sei comunque gnocco e vederti senza maglietta è sempre un piacere. Così come sarà piacevole, non ne dubito, godersi la bellezza di Kelsey Asbille per il pubblico interessato ai volti femminili, ma la ragazza funzionava più come comprimaria nel bellissimo I segreti di Wind River che come protagonista di un intero lungometraggio. Mi direte, ha poco da fare, non deve neppure sforzarsi di essere espressiva, quindi le basta essere bella, però si poteva fare di più. Il che, riassumendo, è il mio pensiero su Don't Move. Carino, guardabile per il tempo che dura, ma si poteva fare MOLTO di più. Avanti il prossimo!


Del co-regista Adam Schindler ho già parlato QUI mentre Finn Wittrock, che interpreta Richard, lo trovate QUA.

Brian Netto è il co-regista della pellicola. Americano, anche sceneggiatore, produttore e attore, è al suo secondo lungometraggio.


Se Don't Move vi fosse piaciuto recuperate What Keeps You AliveHunted, Hush, Man in the Dark e Alone. ENJOY!






venerdì 1 novembre 2024

Woman of the Hour (2023)

Incuriosita da un po' di pareri positivi, ho recuperato Woman of the Hour, recentemente uscito su Netflix, diretto nel 2023 dalla regista Anna Kendrick.


Trama: Sheryl, attrice in difficoltà, viene ingaggiata per essere la concorrente single della trasmissione televisiva The Dating Game. Tra i tre pretendenti maschi, però, si nasconde un pericolosissimo serial killer...


Non sono una di quelle persone che va matta per il true crime, ma ammetto di avere (credo come tutti) un po' di morbosa curiosità verso quelle storie vere talmente allucinanti da spingere a mettere in discussione la già scarsa fiducia verso l'umanità e la legge. Rientra nel novero la vicenda di Rodney Alcala, che negli anni '70 ha stuprato e ucciso un numero imprecisato di donne (vi rimando alla pagina Wikipedia per farvi un'idea di quanta incertezza ancora ci sia sul numero delle sue vittime, è sconcertante), riuscendo a farla franca al punto da partecipare persino al popolarissimo programma televisivo The Dating Game. Chi, come me, è una vecchia degli anni '80, ricorderà Marco Predolin e Corrado Tedeschi, sulle reti del biscione, impegnati a condurne la versione italiana, ovvero Il gioco delle coppie. Le regole erano semplici: un single, di entrambi i sessi, cercava di trovare l'anima gemella ponendo domande a tre contendenti anonimi e alla fine del gioco, in base alle risposte, sceglieva "chi portarsi a casa", ovvero con chi andare a fare il viaggio messo in palio. Era un programma basato su un concetto idiota, perché io mai andrei a fare un weekend con una persona che neppure conosco; infatti, nel 1978, la povera "bachelorette" della settimana, Cheryl Bradshaw, ha rischiato di uscire col serial killer Rodney Alcala, risultato vincitore della puntata. La Bradshaw ha fortunatamente rifiutato l'appuntamento (e chissà cosa sarebbe successo se avesse accettato) e Alcala è tornato alla sua vita di tutti i giorni, continuando a stuprare e uccidere donne per un altro paio d'anni. Per il suo film d'esordio come regista, Anna Kendrick si è messa in gioco proprio con questa inquietante vicenda, usandola come fulcro di una riflessione più ampia su quanto sia pericoloso e frustrante essere donne in una società maschilista, dove sì, il peggio che può capitare è un serial killer, ma ogni giorno c'è da combattere contro complimenti indesiderati, consigli non richiesti, molestie travestite, indifferenza e cattiveria, contro un dolore che potrà arrivare in qualsiasi forma. "Quale di voi mi farà del male?" è la domanda più importante di tutte, d'altronde. 


La Kendrick sceglie una narrazione non lineare né cronologica, mostrando sprazzi dell'orrore inflitto da Alcala alle sue vittime, alternati alla vicenda chiave del Dating Game. Questa struttura, da una parte, amplifica il senso di angoscia che deflagra nel pre-finale al cardiopalma, durante il quale si arriva a temere seriamente per la vita di Sheryl in una sequenza di rara finezza, ambientata in un bar; dall'altra, consente allo spettatore di toccare "con mano" la differenza tra le maschere indossate dai due protagonisti. Sheryl, per raggiungere il sogno di diventare attrice, reprime i suoi pensieri reali, nascondendoli dietro la maschera della ragazza modesta e accondiscendente, che non fa mai domande scomode. Ciò che scatena l'empatia e alimenta ancor più l'inquietudine, è la triste verosimiglianza delle situazioni in cui viene a trovarsi Sheryl, nelle quali tutte, in misura più o meno maggiore, siamo incappate almeno una volta nella vita, e la sua temporanea ribellione nel corso di The Dating Game è qualcosa di estremamente godurioso, ma anche pericoloso. Questo perché Alcala cela invece la sua natura di predatore proprio sfruttando la necessità delle sue vittime di credere che esistano ancora uomini incapaci di nuocere, se non addirittura pronti ad accettarle a braccia aperte con tutti i loro pregi e difetti. Intelligente ed acculturato, Alcala coglie in un attimo ciò che la sua vittima desidera, lo usa contro di lei fino alle estreme conseguenze, e viene fregato solo quando trova qualcuno in grado di giocare secondo le sue stesse regole. Al netto delle situazioni romanzate per ovvi motivi di sceneggiatura (modalità e personalità dei coinvolti all'interno del Dating Game in primis) ciò che mostra la Kendrick è fin troppo verosimile e mette paura, perché ben poco è cambiato dagli anni '70, il che rende la vicenda di un'attualità sconcertante. 


Oltre a questo, Woman of the Hour è un bel film anche a livello formale. La sceneggiatura cura la caratterizzazione dei personaggi secondari, consentendo di brillare anche ad attori con brevissimo tempo sullo schermo, i dialoghi sono naturali, la regia elegante e attenta sia ai diversi "tempi" che scandiscono la vicenda (non ci sono sbavature tra momenti thriller, assai riusciti, la riproposizione quasi documentaristica di una puntata di The Dating Game e persino sequenze di commedia che strappano una sincera risata) che a costumi, scenografie e colori, enfatizzati da una fotografia splendida. Per essere un'opera prima è di alto livello e, in quanto attrice, la Kendrick è riuscita a tirare fuori il meglio dai suoi colleghi sul set. Prendete Daniel Zovatto. Mi rendo conto solo ora di averlo visto in tantissimi altri film e di essermelo dimenticato, mentre la sua interpretazione di Rodney Alcala colpisce per un'intensità che non sconfina mai in overacting e da vita a un personaggio inquietante nella sua normalità; leggenda vuole che Cheryl Bradshaw abbia rifiutato di uscire con Alcala perché lo trovava "creepy" e che gli altri due concorrenti non fossero proprio a suo agio con lui, e Zovatto dà proprio quest'impressione, di un uomo non così strano da far fuggire a gambe levate, ma dotato comunque di qualcosa di "sbagliato". Anna Kendrick, neanche a dirlo, è bravissima e sembra aver trovato la sua dimensione proprio nelle protagoniste nervose e fragili di thriller al cardiopalma, e ci sono un paio di colleghe in grado di darle manforte nell'interpretazione di personaggi femminili ben caratterizzati, come Nicolette Robinson e la splendida Autumn Best. La spooky season è finita ieri, ma il mio consiglio è quello di non perdervi questo delizioso Woman of the Hour, un'ottima aggiunta a un catalogo Netflix che troppo spesso offre enormi sòle ai suoi abbonati (prossimamente vi parlerò di Don't Move, per esempio). Non è questo il caso, tranquilli!


Della regista Anna Kendrick, che interpreta anche Sheryl, ho già parlato QUI. Daniel Zovatto (Rodney) e Tony Hale (Ed) li trovate invece ai rispettivi link.


Se la storia di Alcala vi interessasse, esiste anche un film per la TV intitolato Dating Game Killer, ma onestamente non garantirei sulla qualità. Quindi vi consiglio di recuperare altri film "a tema" come Watcher, Ted Bundy - Fascino criminale e The Clovehitch Killer. ENJOY! 


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