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venerdì 1 agosto 2025

2025 Horror Challenge: Parents - Pranzo misterioso (1989)

Per la horror challenge di oggi dovevo scegliere un film uscito al compimento dei miei otto anni, ed è uscito fuori Parents - Pranzo misterioso (Parents), diretto nel 1989 dal regista Bob Balaban.


Trama: Michael, bambino cupo e taciturno, si trasferisce con i genitori dal Massachusetts a un sobborgo della California. Lì, si accorge che i genitori hanno dei comportamenti a dir poco bizzarri...


Come al solito, non ho idea del perché Parents sia finito nella mia watchlist di Letterboxd, ma tant'è, era lì, che mi aspettava. Non so bene neppure perché Parents sia stato categorizzato come film horror, quando in realtà è una commedia nerissima, molto weird che, sì, parla di cannibalismo, ma non in maniera particolarmente inquietante. Per quanto riguarda l'ultima considerazione, forse il problema però è mio, che ho trovato Parents abbastanza noioso. Il film è l'esordio alla regia di Bob Balaban, attore diventato famoso grazie a Incontri ravvicinati del terzo tipo, faccia conosciutissima per chi bazzica il cinema di Wes Anderson, sceneggiatore, produttore, scrittore e quant'altro. E' probabile che da una personalità così eclettica mi aspettassi qualcosa di più, una satira graffiante della società americana oppure un ruolo maggiormente assertivo del piccolo protagonista; invece, Parents mi è sembrato una pietanza un po' insipida, piena di belle idee che, forse per inesperienza, Balaban non è riuscito a concretizzare in qualcosa di originale ed eccitante. Il film racconta di come il piccolo Michael arrivi, pian piano, a non fidarsi più dei suoi genitori, in un crescendo di episodi che iniziano come potenziale effetto di un punto di vista distorto (il bambino, fin dall'inizio, sembra destabilizzato dal cambiamento di ambiente) per poi diventare sempre più reali e impossibili da equivocare; il film mantiene sempre la qualità un po' onirica di un incubo urbano e, complice anche la natura di narratore "inattendibile" del protagonista, Parents gioca parecchio sull'ambiguità delle percezioni del bambino. Il terreno su cui si crea l'ironia nera è il fatto che i Laemle sono presentati come la quintessenza della perfezione borghese, con una madre casalinga e cuoca provetta, e un marito lavoratore (con una stoccata, però, perché Nick lavora in una fabbrica che produce agenti chimici potenzialmente mortali per la popolazione), ma comunque affettuoso e presente con la moglie e il figlio. Tanti piccoli indizi, tuttavia, incrinano la perfezione fin da subito, perché i Laemle vengono dal Massachusetts, hanno paura del giudizio altrui in quanto sanno che i diversi rischiano di finire bruciati e, soprattutto, Michael ha conoscenze di rituali che avevo trovato all'interno di un libro di stregoneria ai tempi delle superiori e ne parla agli insegnanti come fosse la cosa più normale del mondo. Insomma, qualquadra non cosa, e forse il difetto più grande del film è che, più o meno a metà, le carte vengono scoperte senza possibilità di errore.


Probabilmente, se Parents si fosse mantenuto ambiguo per tutta la sua durata, sarebbe stato più interessante, anche perché, a tratti, ha uno stile quantomeno Lynchiano, e non è solo per la presenza di Angelo Badalamenti, che ha composto la colonna sonora originale alternandola a ballabilissimi successi degli anni '50, epoca in cui è ambientato il film, come The Purple People Eater o Cherry Pink and Apple Blossom White. Infatti, i personaggi sono tutti più o meno weird, c'è un accostamento di elementi pop e leziosi che si affiancano a tematiche cupe, inoltre il regista realizza spesso sequenze oniriche (quali il sogno iniziale di Michael, che salta sul materasso per poi affondare in un lago di sangue, oppure il momento in cui il bambino vede i suoi fare sesso, un trionfo di abbaglianti luci bianche e di labbra sporche di sangue). Manca però a Balaban la coerenza di Lynch, la capacità di fare una satira che non si limiti a banalità superficiali e di inserire elementi perturbanti nel corso di tutta la durata del film, per tenere desta la curiosità e il senso di inquietudine dello spettatore e, soprattutto, quella di scegliere attori iconici. Tra tutti, il migliore del cast è Randy Quaid, ma la sua è un'interpretazione che non lascia il minimo dubbio, fin dall'inizio, sulla natura folle di Nick, basta vedere il modo con cui si rapporta col figlio (mentre con la moglie è normalissimo, il che lascia un po' perplessi). Mary Beth Hurt è una madre ben poco incisiva o memorabile, il piccolo protagonista un blocco di tufo che non si scioglie nemmeno negli ironici titoli di coda e, benché qualche interpretazione interessante si possa trovare tra i personaggi secondari, come la piccola Sheila o l'assistente sociale, mentirei se dicessi che Parents è un film che mi ha colpita o che mi sento di consigliare, visto che l'ho trovato un'opera prima non particolarmente incisiva né memorabile. 
 

Del regista Bob Balaban ho già parlato QUI.

Randy Quaid interpreta Nick Laemle. Americano, fratello di Dennis Quaid, ha partecipato a film come L'ultima corvé, Balle spaziali 2 - La vendetta, Un Natale esplosivo, Giorni di tuono, Freaked - sgorbi, Independence Day e I segreti di Brokeback Mountain; come doppiatore, ha lavorato in The Ren & Stimpy Show. Anche produttore e sceneggiatore, ha 75 anni. 



mercoledì 9 maggio 2018

L'isola dei cani (2018)

Ho aspettato fino a lunedì ma finalmente anche io ho potuto vedere L'isola dei cani (Isle of Dogs), l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da WES ANDERSON!! (Ok, prometto che è l'ultima volta che userò il caps lock)


Trama: in una metropoli giapponese del futuro, il bieco sindaco Kobayashi ha deciso di confinare tutti i cani su un'isola adibita a discarica, col beneplacito degli abitanti terrorizzati dall'influenza canina. Il suo pupillo, il dodicenne Akira Kobayashi, decide però di andare in cerca del cane Spots e si imbatte in un gruppetto di quadrupedi dell'isola che lo aiuteranno nell'impresa...


Come si fa a non volere bene a quello spocchioso snob di Wes Anderson, un regista che può permettersi di girare un cartone animato pensando solo a margine ai bambini, giusto per il gusto di creare un'elegante opera in stop-motion intrisa di perfezionismo, capace di fare esclamare "oooh! e "aaah!" a chiunque sia un minimo nipponofilo e apprezzi la qualità artigianale di sfondi fatti a mano, pupazzetti creati con pelo vero di alpaca e disegni animati dal tratto pulito ed "antico"? Come si fa a non amare chi inserisce nel suo film dialoghi in giapponese non tradotti per un buon 60%, lasciando che sia la musicalità della lingua nipponica a fluire dalle orecchie al cuore dello spettatore annullando le barriere linguistico-culturali? Certo, all'inizio del film ci sono le istruzioni per affrontare al meglio questa strana scelta e le stesse fanno parte dell'ironia che traspare da ogni sequenza de L'isola dei cani, ma obiettivamente persino il mio compagno di visioni è rimasto abbastanza spiazzato mentre io, che amo il Giappone con tutto il mio indegno corazon, non ho potuto fare altro che abbandonarmi all'atmosfera e piangere forte per non avere avuto il tempo di studiare quanto avrei voluto questa magnifica lingua e godermi così i dialoghi non sottotitolati. Ma calmiamoci un attimo, di cosa parla L'isola dei cani? Come da titolo, la trama racconta di un luogo in cui tutti i cani della città di Megasaki, in Giappone, vengono confinati in un'isola a causa di una presunta epidemia di influenza canina; ciò da il via alla ricerca del piccolo Akira, disperato per la scomparsa del fedele cane Spots ([supottusu]), ma è soprattutto il modo di introdurre quella che a me è sembrata una feroce critica ai partiti di estrema destra sempre più affermati in tutto il mondo, quelli che cavalcano il terrore delle persone e che non si fanno scrupolo ad alimentare voci allarmiste che allontanano i pensieri del popolo da problemi realmente pressanti onde concentrarli su specchietti per le allodole, ricorrendo a segregazione e allontanamento piuttosto che trovare soluzioni più costruttive. Certo, così a farci la figura dei malvagi sono gli amanti dei gatti, cosa che mi ha un po' spezzato il cuore, ma cosa ci vogliamo fare? Per i piccoli, ma anche per i grandi, c'è poi la deliziosa storia dell'amicizia tra il piccolo Akira e il selvatico randagio Chief, con risvolti da soap opera divertenti e commoventi, oltre a tutto il coro di esilaranti comprimari portatori ognuno di una piccola idiosincrasia Andersoniana.


Per quel che riguarda la realizzazione, come ho detto sopra la visione de L'isola dei cani è pura gioia. Gli omaggi alla cultura giapponese si sprecano e mi dolgo solo di non conoscere a menadito il cinema nipponico perché secondo me ci sarebbe da stilare un elenco di influenze tratte da capolavori della settima arte orientale anche meno conosciuti, non solo le opere di Kurosawa o i cani meccanici ispirati a mechaGodzilla; personalmente, mi è sembLato di vedere una citazione del capolavoro del mangaka Junji Ito, Uzumaki, con le inquietanti spirali che increspano le acque che bagnano l'Isola dei Cani a mo' di presagio di sventura, ma Anderson ha sicuramente attinto a piene mani anche dal teatro kabuki, dall'ukiyo-e, dalle stampe tradizionali, mentre passando a occidente non mancano le nuvolette di polvere tipiche di Snoopy, i cartelloni elettorali alla Quarto potere o le capigliature ricce in stile Un angelo alla mia tavola. Poi, c'è da dire che le citazioni saltano sì subito agli occhi ma risultano più interessanti la simmetria sempre tanto gradita al regista, le scelte cromatiche legate a ciò che si dice vedano i cani (niente verde né rosso quando viene mostrato il punto di vista dei cagnolini, ci avete fatto caso?), l'alternanza di vivaci campi lunghi che trasformano le scene in quadri dinamici e di intensi primi piani che non solo sviscerano le emozioni dei pupazzini ma li rendono al meglio, con tutte le loro imperfezioni di animali provati dalla fame, dalla sporcizia, dalla disperazione (e anche gli esseri umani sono ben caratterizzati, con quei visetti duri come porcellana e allo stesso tempo morbidi morbidi, espressivi da morire). A dire il vero, guardando L'isola dei cani occhi e cervello (e orecchie, ché la colonna sonora di Alexandre Desplat è pregevolissima!) vengono caricati da così tanti elementi, così tante cose belle ed interessanti, che bisognerebbe rivederlo almeno un paio di volte per essere in grado di scrivere un articolo sensato che possa rendere omaggio alla bravura inconfutabile di Wes Anderson, quindi vi consiglio di non stare tanto a pensarci su e correre al cinema prima che la distribuzione impietosa lo tolga!


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Bryan Cranston (voce originale di Chief), Edward Norton (Rex), Bob Balaban (King), Bill Murray (Boss), Jeff Goldblum (Duke), Greta Gerwig (Tracy Walker), Frances McDormand (interprete Nelson), Scarlett Johansson (Nutmeg), Harvey Keitel (Gondo), F. Murray Abraham (Jupiter), Tilda Swinton (Oracolo), Ken Watanabe (Primario di chirurgia), Fisher Stevens (Scrap), Liev Schreiber (Spots) e Anjelica Huston (Barboncino muto) li trovate invece ai rispettivi link.

Courtney B. Vance è la voce originale del narratore. Americano, ha partecipato a film come Caccia a Ottobre Rosso, Pensieri pericolosi, Una cena quasi perfetta, La fortuna di Cookie, The Divide, Final Destination 5, La mummia e a serie come E.R. Medici in prima linea e American Crime Story - Il caso O.J. Simpson. Anche produttore, ha 58 anni e due film in uscita.


Roman Coppola è la voce originale di Igor nonché co-sceneggiatore del film. Figlio di Francis Ford Coppola e principalmente produttore, ha partecipato a film come Il padrino, Il padrino - Parte II, Apocalypse Now Redux e Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, inoltre ha lavorato come doppiatore in Fantastic Mr. Fox. Anche regista, ha 53 anni.


Kunichi Nomura, che presta la voce al sindaco Kobayashi, è co-sceneggiatore del film ed è già apparso in film come Lost in Translation e Grand Budapest Hotel. A fargli compagnia tra i doppiatori c'è nientemeno che Yoko Ono, nei panni dell'assistente Yoko-ono, per l'appunto, e sempre rimanendo in ambito scienziati ci sono attori giapponesi assai famosi come Takayuki Yamada (Crows Zero) e Ryuhei Matsuda (Nana, Tabù - Gohatto). Detto questo, se vi fosse piaciuto L'isola dei cani recuperate Fantastic Mr. Fox. ENJOY!


domenica 27 novembre 2016

Robert Altman Day - Gosford Park (2001)


Dopo una lunghissima pausa è arrivata Alessandra di Director's Cult a tirare fuori da letargico torpore il F.I.C.A., gruppetto di blogger sempre pronti ad unirsi per celebrare registi, attori e Cinema in generale. Oggi tocca a Robert Altman, a dieci anni dalla sua morte, finire sotto i riflettori e io ho scelto di riguardare un film che non vedevo dal lontano 2001, Gosford Park, premiato con l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale. ENJOY!


Trama: a Gosford Park, tenuta dell'opulenta famiglia McCordle, si riuniscono per un weekend tutti i più alti esponenti del parentado e qualche ospite più o meno illustre, oltre ai membri della relativa servitù. Tra una battuta di caccia e un pettegolezzo ci scapperà anche il morto...



Prima di cominciare il post, l'inevitabile premessa: di Altman avrò visto sì e no un paio di film, ovvero l'adorato M.A.S.H. e il bellissimo America oggi, con qualche spezzone di Popeye - Braccio di ferro da bambina. Ciò che ho guardato di suo mi è piaciuto ma non ho mai elevato il regista americano a feticcio, conseguentemente non mi sono mai documentata molto in merito, nemmeno ai tempi dell'università quando, per svariati motivi, mi è capitato di recuperare le pellicole di cui sopra e, ovviamente, Gosford Park. Visto al cinema, per inciso, non perché diretto da Altman ma semplicemente in quanto ambientato in un'Inghilterra affascinante, fatta di Ladyships e Lordships, dove la divisione tra chi sta al piano di sopra (i padroni) e chi in quello di sotto (i servi) è netta ma permeabile. Sì, lo ammetto, le ambientazioni alla Downton Abbey (che, secondo le intenzioni dello sceneggiatore Julian Fellowes, avrebbe dovuto essere uno spin-off del film poi ha preso tutta un'altra direzione) mi sono sempre piaciute tantissimo e il piglio tra il serio e il faceto con cui Altman ha scelto di affrontare questo ambiente probabilmente a lui sconosciuto è talmente interessante che le due ore e passa di film volano via come fossero mezza. Che poi, in soldoni, Gosford Park è un film fatto "di nulla", all'interno del quale l'unico evento davvero degno di nota è l'omicidio di uno dei protagonisti con conseguente investigazione; eppure, nonostante il fulcro dell'azione sia un delitto, chiunque capirebbe che Altman e compagnia non erano interessati a girare un giallo, quanto piuttosto un "documentario" antropologico imperniato sui rapporti tra servitù e padroni, su due microcosmi separati giusto da una rampa di scale. Logorroico e difficile da seguire, Gosford Park immerge subito lo spettatore in un intrico di parentele, nomi e legami dati per scontati ma che si chiariscono solo mano a mano che la pellicola prosegue, e che costringe a mettersi nei panni del servo che raccoglie spizzichi e bocconi di conversazioni per mettere insieme un quadro generale il più possibile esaustivo e, neanche a dirlo, succulento. Inutile fare domande dirette come il povero ispettore Thompson: in Gosford Park ogni informazione passa attraverso l'attenta e silenziosa osservazione, attraverso il rapporto privilegiato tra padroni e valletti personali, fatto di un amore/odio comprensibile soltanto da chi lo vive quotidianamente sulla propria pelle, attraverso riti e consuetudini che sicuramente a noi risultano ridicoli ma comunque imprescindibili per quel tipo di società.


Spinta dalla necessità di riuscire a cogliere anche il più piccolo sussurro e il più sottile degli sguardi indiscreti, la cinepresa di Altman si sdoppia e non sta mai ferma, sguscia dietro porte socchiuse e diventa parte integrante del fermento presente a Gosford Park in un weekend particolarmente difficile, soffermandosi sui mille lavori in cui sono impegnati cuochi, valletti, camerieri ed autisti e non liquidando alcun gesto come inutile o superfluo, neppure quelli dei nobili indolenti. E le emozioni, in tutto questo? In un mondo severamente regolato come quello di Gosford Park l'emotività è di norma riservata agli aristocratici, che la trasformano in un teatrino con il quale è difficile empatizzare. La sofferenza, quella vera in quanto costretta a rimanere celata, è prerogativa di quella servitù tanto disprezzata quanto necessaria, al punto che le scappatelle notturne si sprecano, come se i padroni cercassero disperatamente qualcosa di "reale" a cui appigliarsi al di là dei freddi rapporti tra pari. E' per questo che Gosford Park trova il suo punto di forza principalmente negli attori, sia nei grandi nomi capaci di mangiare la scena con poche battute che nelle semplici comparse, ancora più genuine ed indispensabili in un film corale come questo. Nella miriade di attoroni che popolano i due piani di Gosford Park ce ne sono alcuni che hanno catturato particolarmente la mia attenzione e che reputo degni di menzione, fermo restando che tutti i coinvolti avrebbero meritato l'Oscar. Cominciamo con sua maestà Maggie Smith, un concentrato di wit, cattiveria, taccagneria e sguardi fulminanti, la vecchia carampana che neppure il capofamiglia vuole avere accanto durante il pranzo, e continuiamo scendendo al piano inferiore, dove si nascondono le vere perle: l'impacciata ma decisa Kelly MacDonald, la compassata Helen Mirren, la magnetica Emily Watson, il miserevole Alan Bates e quella faccia da schiaffi di Richard E. Grant che come servo farebbe venire i brividi persino a Tim Curry sono gli attori che mi hanno colpita più di tutti ma probabilmente l'elenco cambierebbe a seconda dello spettatore, tanto non ce n'è uno che sia meno che bravissimo. In conclusione sono dunque felicissima di aver riguardato Gosford Park e di averlo finalmente potuto vedere in inglese, che persino nel 2001 avevo capito quanto più potente sarebbe stato un film simile in lingua originale, quindi grazie Robert Altman per questo particolarissimo esperimento cinematografico!

Robert Altman ha già fatto capolino sul Bollalmanacco col suo M.A.S.H., racconto anti-militare zeppo di humour nero.


I miei compagni di ventura hanno invece partorito questi post, che vi consiglio di leggere:

Director's Cult - I protagonisti
Non c'è paragone - Nashville
Solaris - Radio America
White Russian - I compari



venerdì 21 febbraio 2014

Monuments Men (2014)

Mercoledì sera sono andata a vedere Monuments Men (The Monuments Men), diretto e sceneggiato da George Clooney a partire dal libro The Monuments Men: Allied Heroes, Nazi Thieves, and the Greatest Treasure Hunt in History di Robert M. Edsel.


Trama: sul finire della seconda guerra mondiale un plotone di critici d’arte, architetti, restauratori ecc. si riunisce col nome di Monuments Men per recuperare le opere rubate dai nazisti ed impedire che, al momento della disfatta, quelle già trafugate vengano distrutte…


Dopo aver letto critiche tra il tiepido e il disgustato, mi sono accinta alla visione di Monuments Men a dir poco prevenuta, nonostante la presenza di due beniamini come Bill Murray e John Goodman. Alla fine non è andata male come temevo ma è indubbio che in Monuments Men qualcosa non abbia girato per il verso giusto e me ne sono accorta persino io che il libro di Edsel non l’ho mai letto (ma ho intenzione di farlo). Sulla carta, la storia vera di questi “eroi dell’arte” non è affascinante, di più: immaginatevi un gruppo di esperti che si sono giustamente incaponiti per salvare quanto di più prezioso abbia prodotto l’ingegno umano nel corso dei secoli, quelle opere che dovrebbero renderci orgogliosi e che, senza troppi giri di parole, assieme alle meraviglie della natura possono farci arrivare persino a credere nei miracoli ed elevarci dalle brutture della vita. Immaginatevi non tanto la piccineria di un ometto che voleva queste opere tutte per sé in un museo personale ma l’orrore derivante dalla scellerata decisione di DISTRUGGERE questi inestimabili tesori, patrimonio dell’umanità intera, nel caso l’ometto in questione avesse perso la guerra. La missione dei Monuments Men, lo capirebbe anche un bambino, è giusta, importante e legittima quanto quella di qualsiasi altro soldato, perché a che servirebbe la pace senza la bellezza e la cultura? Il problema però è che, come ha detto meglio di me Andrea Lupia nel suo articolo , sembra quasi che Clooney si scusi di continuo con lo spettatore medio per aver scelto di raccontare la storia di questi eroi poco convenzionali e che cerchi di giustificare la loro esistenza e ogni loro azione attraverso dialoghi, voci fuori campo, postille, lettere strappalacrime e quant'altro. Questi spiegoni giustificativi non solo rallentano mortalmente la prima parte della pellicola, ma dopo un po' suonano forzati e fastidiosi. Ma non è questo l'unico problema del film.


Come già accadeva nel più surreale L'uomo che fissava le capre, non a caso diretto dal produttore e co-sceneggiatore di Monuments Men, Grant Heslov, la pellicola non sa se essere seria o faceta e stenta a trovare un equilibrio tra la sua natura di storia vera e le esigenze di spettacolo. Alcuni momenti sono sinceramente emozionanti, come la sequenza in cui Bill Murray (il più bravo assieme a John Goodman e un inaspettato Bob Balaban) piange nella doccia o le terribili scene in cui i nazisti bruciano alcune tra le più belle opere d'arte esistenti, altri sono ironici al punto giusto, si veda la cena a lume di candela tra Damon e la Blanchett o l'incontro di Murray e Balaban con il giovane soldato tedesco, ma altre cose sono al limite del WTF. Nella fattispecie non capisco perché mai i francesi debbano sempre venire dipinti come dei poveri cretini sentimentali che vivono in un mondo tutto loro: va bene l'inesperienza del plotone, ma non puoi in mezzo alla guerra soffermarti ad ammirare la natura o imitare Chaplin quando ti stanno spianando dei mitra contro! E ci sarebbero tanti altri momenti in cui la simpatica guasconeria o il fine umorismo si trasformano in attentati contro l'intelligenza dello spettatore. A parte questo, comunque, gli attori sono tutti in gran forma e Clooney ci mette del suo, come regista, a non privare splendidi edifici e ancor più meravigliose opere d'arte (per quanto ricostruite) del loro naturale fascino: diciamo che, per quel che riguarda la scenografia, Monuments Men è talmente ben curato che varrebbe la pena vederlo anche solo per questo. Non sarà il film dell'anno, anzi, è stato sicuramente un po' deludente, ma racconta un importante pezzo di storia poco conosciuta... e se vi farà venire la curiosità, com'è successo a me, di leggere il libro da cui è stato tratto, tanto meglio!


Di George Clooney, regista, sceneggiatore della pellicola e interprete di Frank Stokes, ho già parlato qui. Di Matt Damon (James Granger), Bill Murray (Richard Campbell), Cate Blanchett (Claire Simone), John Goodman (Walter Garfield), Jean Dujardin (Jean Claude Clermont), Bob Balaban (Preston Savitz) e Grant Heslov (il dottore) ho già parlato invece ai rispettivi link.

Hugh Bonneville (vero nome Hugh Richard Bonneville Williams) interpreta Donald Jeffries. Inglese, ha partecipato a film come Frankenstein di Mary Shelley, Il domani non muore mai, Notting Hill, Ladri di cadaveri – Burke & Hare e alle serie Doctor Who e Downtown Abbey. Ha 51 anni e due film in uscita.


Nei panni del vecchio Stokes compare nientemeno che Nick Clooney, padre di George. Al posto di Matt Damon, invece, avrebbe dovuto esserci Daniel Craig, che però ha rinunciato per impegni pregressi. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Il treno e, ovviamente, Inglorious Basterds! ENJOY!

domenica 9 dicembre 2012

Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (2012)

Poiché giovedì scorso è uscito inaspettatamente, anche dalle mie parti, venerdì non mi sono fatta assolutamente scappare un film che aspettavo da qualche mese, ovvero Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (Moonrise Kingdom), diretto da quel Wes Anderson che è uno dei miei registi preferiti in assoluto.


Trama: Sam e Suzy sono due ragazzini problematici ed innamorati l'uno dell'altra. Insieme, progettano una fuga che metterà in subbuglio amici, genitori, tutori dell'ordine e capi scout...


E' arrivato infine uno dei momenti che più aspettavo e temevo... la recensione di un film di Wes Anderson. Eclettico, stilosissimo, intellettuale regista americano che non ha girato un film normale nemmeno a pagarlo oro, almeno parlando di quelli che ho visto io. Questo Moonrise Kingdom non fa eccezione: a fronte di una trama già particolare di per sé, il regista crea un film che posso solo definire vintage e tremendamente artistico fin dalle prime, splendide immagini e dalle prime, incantevoli note della sempre splendida colonna sonora: una carrellata continua che mostra le stanze di una costruzione che parrebbe una casa delle bambole più che un edificio vero, le persone che vivono dentro questa strana casa impegnate nelle attività più inusuali (tre bimbetti che ascoltano tranquilli e composti un disco che insegna come è composta una sinfonia!!) e immerse in un'atmosfera fatta di colori vivacissimi, mobili ed abiti di squisito modernariato, debitori di un gusto più europeo che americano. Questo è il cinema di Wes Anderson, una commistione quasi retrò di arte, moda, arredamento e musica che racchiudono come un guscio gli stranissimi personaggi che popolano il mondo bizzarro del regista.


Anche in questo caso, i protagonisti del film non sono i normali ragazzini che troveremmo in qualsiasi produzione americana, anzi. Sam e Suzy sono due reietti nonostante siano, a modo loro, incredibilmente geniali o dotati di qualità positive come la fantasia o la capacità di provare sentimenti profondi e pensare "in grande". Come spesso accade nei film di Anderson, questi due protagonisti disagiati e soffocati dalla banale realtà in cui vivono sono, per l'appunto, circondati da figure genitoriali praticamente inesistenti (Sam per esempio è orfano e i suoi tutori legali non sono minimamente interessati al suo destino...) e altre figure "autoritarie" talmente stereotipate da rasentare il ridicolo, incapaci di vedersi come esseri umani e ridotti a definirsi soltanto attraverso il ruolo che svolgono: i genitori di Suzy parlano solo delle cause che hanno in corso e sono incapaci di comunicare tra loro, il capo Scout Ward si definisce PRIMA capo scout e POI insegnante di matematica, sull'isola esiste un Narratore che racconta la storia al pubblico e addirittura il personaggio di Tilda Swinton viene chiamato direttamente Servizi Sociali. L'unica persona che riesce a mostrare umanità verso i due fuggitivi è il triste e quasi patetico capitano Sharp che, in qualche modo, cerca di uscire fuori dal ruolo in cui lo ha relegato la società e di capire cosa passi per la testa di Sam.


E' il capitano Sharp l'unico a capire, in modo sicuramente goffo, che Sam e Suzy rischierebbero, se separati e lasciati in balia dei freddi meccanismi della società, di diventare esattamente come i patetici adulti che popolano l'isola. Prima ancora, sono gli stessi bambini che all'inizio, forse per invidia, emarginano Sam ad aiutare i due dopo aver capito i bisogni dei due innamorati e il significato della loro fuga: crearsi un Moonrise Kingdom sicuramente non perfetto ma in grado di proteggere i sogni di chi desidera vivere di questo (emblematico il dialogo tra i due: "Tu cosa vuoi essere da grande?" "Non lo so, ma vorrei vivere delle avventure"), dove gli orecchini più preziosi sono fatti con gli scarabei, dove l'amore si coltiva ancora per via epistolare, dove due dodicenni possono giocare ad imitare gli aspetti più divertenti e maliziosi dell'età adulta, dove un binocolo si trasforma in un incredibile superpotere e il matrimonio acquista il significato che dovrebbe avere anche nel mondo reale.


Vorrei parlare più in dettaglio della regia tutta particolare di Wes Anderson, di come una sola inquadratura sia riuscita a trasformare una vetrata in una vera Arca di Noé, dell'esilarante Frances McDormand che convoca i figli col megafono, della battaglia campale sotto l'acqua e i fulmini, dell'arditissimo montaggio che mescola immagini simboliche ad altre più realistiche, delle riprese in soggettiva e di ogni singola nota della meravigliosa colonna sonora e della composizione di ogni dettagliatissima scena ma, lo ammetto, non ne sono in grado: il mio consiglio quindi è quello di lasciarvi conquistare dai colori e dai suoni di questa dolcissima, particolare favola moderna. Chissà che, tra le righe di questo strano racconto, non riusciate a scoprire il segreto per raggiungere il vostro Moonrise Kingdom personale.


Di Bruce Willis (il capitano Sharp), Bill Murray (Walt Bishop), Frances McDormand (Laura Bishop), Tilda Swinton (Servizi Sociali) e Harvey Keitel (il Comandante Pierce) ho già parlato nei rispettivi link.

Wes Anderson (vero nome Wesley Wales Anderson) è il regista della pellicola. Sicuramente uno dei miei registi preferiti, ha girato film particolarissimi come Rushmore, I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou e Il treno per il Darjeeling. Americano, anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 43 anni e un film in uscita.


Edward Norton interpreta il Capo Scout Ward. Americano, lo ricordo per film come Larry Flynt - Oltre lo scandalo, American History X, Fight Club, Red Dragon, La 25a ora, The Italian Job, The Illusionist e L'incredibile Hulk, inoltre ha doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttore e regista, ha 43 anni.


Jason Schwartzman interpreta il cugino Ben. Americano, lo ricordo per film come Rushmore, S1m0ne, Marie Antoinette, Il treno per il Darjeeling e Scott Pilgrim vs. the World. Anche compositore, produttore e sceneggiatore, ha 32 anni e tre film in uscita.


Bob Balaban (vero nome Robert Elmer Balaban) interpreta il narratore. Americano, lo ricordo per film come Incontri ravvicinati del terzo tipo, Il mio piccolo genio, Caro zio Joe, Scappo dalla città 2, Harry a pezzi, The Mexican, Ghost World, Gosford Park, Lo smocking, Capote e Lady in the Water, inoltre ha partecipato alle serie Miami Vice e Friends. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 67 anni e tre film in uscita. 


I due giovani attori che interpretano Sam e Suzy, Jared Gilman e Kara Hayward, sono invece alla loro prima esperienza cinematografica. Se Moonrise Kingdom vi fosse piaciuto, consiglio il recupero dei geniali Rushmore e I Tenenbaum. ENJOY!!

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