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venerdì 17 novembre 2023

The Killer (2023)

L'uscita più importante della settimana era senza dubbio The Killer, diretto dal regista David Fincher e tratto dalla graphic novel omonima di Alexis 'Matz' Nolent e Luc Jacamon.


Trama: dopo un lavoro finito male, un killer solitario comincia una lunga e metodica caccia all'uomo...


The Killer è la risposta elegante e riflessiva, nonché tremendamente ironica (un'ironia amarissima, ma pur sempre ironia), alla marea di film à la John Wick che hanno invaso il mercato cinematografico da una decina d'anni. Al ritmo forsennato e cartoonesco di questo genere di pellicole, Fincher contrappone un'opera che inizia con un'attesa e le riflessioni del killer del titolo, un professionista taciturno che affronta ogni ingaggio col piglio pragmatico di un contabile, accompagnato da un codice inflessibile da cui dipende la sua stessa sopravvivenza. Nonostante il giro di soldi, mezzi, accessori, location e appartamenti di lusso, la professione di assassino prezzolato viene completamente privata di fascino nel momento in cui il protagonista sottolinea la noia (e i pericoli) derivanti dalle lunghe attese, il totale distacco emotivo che si traduce in una vita solitaria, nell'estremizzazione dell'alienazione moderna, in uno spleen accompagnato dalle musiche degli Smiths; questi elementi non cambiano neppure quando un ingaggio andato male dà il via a tutta la trama, costringendo il protagonista a lottare per la propria sopravvivenza e cercare allo stesso tempo vendetta. Anche in questa situazione, però, non c'è alcuna spettacolarizzazione, solo il pragmatismo spersonalizzato di chi fa il proprio lavoro con attenzione e cura ma senza alcun coinvolgimento emotivo, ed è paradossale che lo spettatore si ritrovi, per questo, ancora più coinvolto. The Killer, infatti, è un filo di due ore che si tende fino al parossismo, nell'attesa che qualcosa (ancora) vada storto al protagonista o che ciò che si nasconde appena oltre la sua attenta anticipazione possa franargli addosso senza controllo; si può accusare il film di avere una certa lentezza, eppure io (che ormai dormo della grossa anche davanti agli horror) sono rimasta ipnotizzata dal racconto in prima persona del personaggio principale, dalla sua filosofia di vita e lavoro, da tutti i freddi e razionali ragionamenti che accompagnano ogni sua mossa, un aspetto narrativo che arricchisce una storia di una semplicità tale che ci vorrebbero due minuti a raccontarla.


Fincher apre il film con una sequenza tesissima e dal sapore quasi hitchcockiano, interamente filtrata dall'occhio analitico (e un po' guardone) di un protagonista che costruisce la tensione finché non si affloscia come un Homer a cui manca solo di pronunciare un "d'oh!", e continua a farci indossare i panni di questo assassino senza nome non solo sfruttandone lo sguardo e la parola, ma anche l'udito, poiché ogni cosa che sentiamo (suoni, parole, melodie) è quel poco che il protagonista lascia filtrare nei suoi pensieri. Questi sono due elementi della pellicola che ho apprezzato tantissimo, il terzo è lo showdown col "bruto", totalmente avulso da ogni regola moderna del genere, privo di quelle coreografie di menare che vanno così di moda, eppure talmente ben diretto che mi sembrava di sentire ogni dolorosissimo colpo preso ed inferto dai due contendenti. Il quarto, neanche a dirlo, è Fassbender, la cui teutonica bellezza viene volontariamente "ammorbidita" da abiti un po' anonimi e sfigati, perfetti per farlo passare inosservato. L'espressione glaciale e le mosse controllate dell'attore si animano di guizzi improvvisi, quando crepe di dolorosa consapevolezza (quella di essere, fondamentalmente, una povera minchia di mare in balìa degli eventi) si aprono all'interno di abitudini consolidate ma non infallibili e, forse, neppure utili. Non a caso una delle mie sequenze preferite è quella del confronto con l'"esperta"; il mezzo sorriso che Fassbender tenta di trattenere di fronte a una donna/cotton-fioc che si crede Tarantino in Desperado (o Ceccon/Balbontin nel Gialappa's Show) è delizioso, e la meravigliosa Swinton ci mette del suo, con la solita eleganza che la contraddistingue. Come nel caso di Scorsese e di Killers of the Flower Moon, anche The Killer non rientrerà nella mia top 5 di film di Fincher, ma per quanto mi riguarda sono molto soddisfatta della sua ultima opera e adesso non mi resta altro da fare che leggere il fumetto, giusto per completezza! 


Del regista David Fincher ho già parlato QUI. Michael Fassbender (il  Killer), Tilda Swinton (l'Esperta) e Arliss Howard (Il cliente - Claybourne) li trovate invece ai rispettivi link.


Se The Killer vi fosse piaciuto recuperate Leon e In Bruges - La coscienza dell'assassino. ENJOY! 

domenica 14 novembre 2021

The French Dispatch (2021)

Avviso ai naviganti. Se avete la fortuna di vivere accanto a un cinema che proietta The French Dispatch, l'ultimo film di Wes Anderson, assicuratevi che la sala o il multisala non sia gestito da beoti o rischiate che vi succeda la stessa cosa successa a me, ovvero uno schifo passabile di avere il biglietto rimborsato (non a Savona, ovvio. "Non si può cambiare. Stacce." è stata la risposta ottenuta dall'incauto spettatore che ha preteso che il film venisse interrotto e proiettato a dovere. Ti sono vicina, incauto spettatore, ti ho voluto davvero bene, giuro): l'aspect ratio di The French Dispatch è il vecchio 1.37:1, in omaggio ai film francesi che hanno ispirato il regista, invece del moderno 1.85:1, e il risultato che abbiamo avuto a Savona è stato di avere la parte superiore delle immagini proiettata sul soffitto e quella inferiore tagliata sotto lo schermo, così che alcuni dei sottotitoli e delle didascalie sono andati perduti, il che è una meraviglia quando Léa Seidoux parla un francese così stretto e veloce da essere incomprensibile. Che i gestori del Multisala Diana si vergognino, davvero. Inutile cercare di salvare il cinema visto in sala e i lavoratori della categoria se poi gli spettatori vengono trattati solo come bestie portasoldi, senza un minimo di rispetto nei loro confronti. 


Trama: tre storie tratte dalla rivista The French Dispatch, dedicate una a un pittore, una alle proteste studentesche in Francia e l'ultima a un abilissimo chef di polizia.


Al di là della dabbenaggine di chi gestisce le sale, non stupitevi se vi dico che ho amato The French Dispatch dall'inizio alla fine e nemmeno se vi dico che, se odiate lo stile del regista o vi è venuto a noia, vi conviene stare lontani dalla sala, perché la sua ultima opera è praticamente un compendio di WES ANDERSON. Non so se vi è capitato di andare a vedere a Milano la mostra Il Sarcofago Di Spitzmaus E Altri Tesori, curata proprio dal regista, ma guardare The French Dispatch mi ha fatto lo stesso effetto, ovvero mi ha dato la sensazione di vivere per quasi due ore in un mondo altro, un universo apparentemente caotico, fatto di tante piccole "cose" eleganti, graziose ed ironiche messe assieme senza un filo logico, che tuttavia portano il visitatore (in questo caso lo spettatore) a illuminarsi nel momento esatto in cui riesce ad intuire parte delle complesse regole che lo governano, interamente racchiuse in una mente che i detrattori sicuramente definiranno solo "fighetta" e "manierista", ma che io trovo elegantemente geniale. The French Dispatch, sotto la splendida, ricchissima superficie formale, è un film che ripropone nuovamente tematiche profonde quali la solitudine, la speranza di poter contare qualcosa e distinguersi in un mondo particolarmente spietato con chi è dotato di grande sensibilità, il fortissimo desiderio di instaurare dei legami, la consapevolezza (non di tutti i personaggi, solo di alcuni) che nulla di ciò che faremo potrà mai cambiare il triste fatto che è il fato a governarci e a scombinare tutti i nostri piani di gloria, soprattutto se puntiamo in alto; l'unica cosa che possiamo fare per avere un'illusione di controllo è abbracciare l'arte, in ogni sua forma, perché è l'unica cosa che ci è dato creare e gestire, sempre fino a un certo punto. E' per questo che la perfezione formale dei film di Wes Anderson va sempre a braccetto con personaggi tristi, tragicomici, ridicoli e splendidi, accanto ai quali morte e dolore camminano con naturalezza, accettati quali inevitabili compagni di vita, al pari della delusione.


E così, all'interno della redazione del French Dispatch, situato nientemeno che a Ennui-sur-Blasé (ho riso male), il direttore Arthur Howitzer Jr cerca di tenere a bada dei collaboratori dalle personalità strabordanti, intimando di "non piangere" neppure quando si diventa parte delle storie raccontate e delle notizie riportate, mentre allo spettatore non resta che godere di tre vicende (la prima, con Owen Wilson per protagonista, è un'introduzione alla cittadina, letteralmente un mondo in miniatura nonostante la piantina assurdamente semplice) che contengono tutti gli elementi ai quali ho accennato sopra, ovviamente interpretati da attori in stato di grazia. Se dovessero puntarmi una pistola alla tempia e costringermi a scegliere la mia preferita opterei per la seconda, ambientata ai tempi delle proteste studentesche francesi; lì per lì sembra di trovarsi davanti a una parodia di The Dreamers o di qualche film della Nouvelle Vague francese, in realtà forse, nonostante le ampie dosi di ironia, è il segmento più malinconico di tutti perché sviscera tutto il senso di impotenza di chi la sua vita l'ha già vissuta e la grandeur di chi, ancora giovanissimo, mette in discussione ogni cosa e cerca di cambiare il mondo battendosi spesso per cause "stupide" senza neppure capirle bene, ma comunque mettendoci cuore e anima, oltre a tantissima ingenuità. All'interno dell'episodio in questione, Wes Anderson fa un uso magistrale del bianco e nero e della colonna sonora, mescola l'amore per il cinema a quello per il teatro, propone risoluzioni divertenti e assurde a situazioni da cliché e finalmente rende Timothée Chalamet affascinante e tenero come merita.


Per il resto, The French Dispatch è una continua scoperta, oltre che una gioia per le orecchie e per gli occhi. La sequela di guest star che si rendono indimenticabili o iconiche anche solo per 5 minuti è infinita e fanno tutti da degna spalla agli attori principali, ognuno ugualmente strepitoso; impossibile scegliere tra la strana coppia Del Toro/Séydoux (lo scazzo di lei, un po' da maestrina un po' da mistress, è qualcosa di assurdo), la sempre bravissima Frances McDormand, una Tilda Swinton che non smette MAI di essere favolosamente eccentrica o un Jeffrey Wright capace di spezzare il cuore, quindi per non sbagliare mi asciugo lacrime di commozione davanti a un cast della madonna e passo a ringraziare Wes Anderson per tutte le elegantissime scelte di regia, montaggio, scenografia e costumi, questi ultimi affidati a Milena Canonero. A partire dai disegni debitori dello stile del New Yorker, passando a un bianco e nero dalle mille sfumature, che lascia il posto agli abbacinanti colori della nuova arte di un pittore violento e persino a fumetti trasformati in cartoni animati, senza dimenticare quei "finti" fermo immagine colmi di perfida ironia, ogni sequenza di The French Dispatch è un piccolo capolavoro, e quest'ultimo è un altro di quei film meravigliosi che, come Ultima notte a Soho, riconcilia con la Settima Arte tutta e porta a ringraziare che esistano ancora Autori a questo mondo, non solo registi piegati ai voleri della major. Poi, lo sapete, io sono una Bimba di Wes e non posso fare a meno di amarlo a prescindere. 


Del regista e sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Benicio Del Toro (Moses Rosenthaler), Adrien Brody (Julian Cadazio), Tilda Swinton (J.K.L. Berensen), Léa Seydoux (Simone), Frances McDormand (Lucinda Krementz), Timothée Chalamet (Zeffirelli), Jeffrey Wright (Roebuck Wright), Mathieu Almaric (Il Commissaire), Bill Murray (Arthur Howitzer Jr), Owen Wilson (Herbsaint Sazerac), Bob Balaban (Zio Nick), Henry Winkler (Zio Joe), Lois Smith (Upshur 'Maw' Clampette), Christoph Waltz (Paul Duval), Cécile de France (Mrs. B), Rupert Friend (Sergente), Liev Schreiber (Conduttore del talk show), Willem Dafoe (Albert "l'abaco"), Edward Norton (il chauffeur), Saoirse Ronan (Tossica/Showgirl #1), Elisabeth Moss (Alumna), Jason Schwartzman (Hermès Jones), Fisher Stevens (l'editore), Griffin Dunne (l'avvocato) e Anjelica Huston (la narratrice) li trovate invece ai rispettivi link.

Steve Park interpreta Nescaffier. Americano, ha partecipato a film come Un poliziotto alle elementari, Poliziotto in blue jeans, Toys - Giocattoli, Un giorno di ordinaria follia, Fargo e a serie come Macgyver, La signora in giallo, Friends e Innamorati pazzi. Anche stuntman, ha 70 anni e due film in uscita. 


Tony Revolori interpreta il giovane Rosenthaler. Americano, lo ricordo per film come Grand Budapest HotelSpider-Man: Homecoming, Spider-Man: Far from Home e serie come My Name is Earl. Anche produttore, ha 25 anni e due film in uscita, tra cui Spider-Man: No Way Home


Spunta anche qui la faccetta "stronza" di Alex Lawther, nei panni di Morisot. Kate Winslet avrebbe dovuto interpretare il ruolo andato poi a Elizabeth Moss, ma ha rinunciato per il film Ammonite. Ciò detto, se The French Dispatch vi fosse piaciuto, recupererei l'intera filmografia di Wes Anderson. ENJOY!

domenica 23 febbraio 2020

Diamanti grezzi (2019)

E' stata una fatica ma finalmente, dopo un'ordalia durata giorni, ho concluso la visione di Diamanti grezzi (Uncut Gems) il film scritto e diretto da Benny e Josh Safdie che TUTTI i cinefili hanno adorato. E io...


Trama: Howard commercia diamanti e altri oggetti preziosi ma è subissato da debiti derivanti dalla sua passione per le scommesse. Un giorno si ritrova per le mani degli opali grezzi, che diventano fulcro delle attenzioni del campione di basket Kevin Garnett e la fonte di parecchi casini...


Aiuto. Prima di imbarcarmi in un post su Diamanti grezzi fatemi dire che l'ho odiato dall'inizio alla fine, col cuore. Ho detestato ogni parola, ogni gesto e ogni pensiero dello stupidissimo Howard Ratner interpretato da Adam Sandler, probabilmente il gioielliere ebreo più scemo ed irritante della storia del cinema, con quella faccia da cazzo (sì, sono volgare, me ne frego) resa ancora più cretina da quei denti posticci che hanno fatto indossare a Sandler, un uomo talmente stronzo e testardo da continuare a scommettere anche con una pistola puntata alla testa. Che nessuno mi venga a parlare di moralette come "l'importante è morire col sorriso sulle labbra dopo avercela fatta, almeno una volta" perché comincio ad urlare e a tirare giù improperi come ogni, maledetto singolo personaggio del film, popolato da bonobi urlanti incapaci di portare avanti un discorso senza farsi esplodere i polmoni oppure, Dio non voglia, parlarsi addosso senza smettere un secondo. Lo so, i personaggi di Scorsese che io tanto adoro, se andiamo a vedere, sono altrettanto stronzi perché non accettano l'effimera "vittoria" e si rovinano la vita con le loro mani, eppure a loro sono sempre riuscita (a chi più, a chi meno) a volere bene; ma Howard (leggetelo come lo pronuncerebbe la madre di Wolowitz in The Big Bang Theory, con lo stesso disprezzo) è pittima, infingardo, piagnone, mollo, untuoso, sfigato, fastidioso, inutile, uno che andrebbe preso a schiaffi dal mattino alla sera, e benché i suoi "avversari" siano odiosi quanto lui, non avete idea della soddisfazione che ho avuto vedendogli esplodere il naso sotto un pugno ben assestato, fosse la volta buona che stava zitto, 'st'idiota. Respiro. Diamanti grezzi è stato molto difficile da sopportare anche perché fatica ad ingranare all'inizio, soprattutto per chi, come me, detesta le parlate nigga e qualunque cosa faccia anche solo un vago richiamo allo sport (dopo mezz'ora, alla prima visione, mi sono addormentata), poi però accelera e diventa impossibile da guardare perché ogni sequenza, ogni dialogo, ogni urlo diventano fonte d'ansia. E io in questo periodo non ho proprio bisogno di agitarmi ulteriormente, quindi vai di mezz' ora in mezz'ora (anche qui. Il primo che scrive che i film vanno visti senza interruzioni verrà cortesemente invitato a lavorare, spicciare casa, fare la spola tra medici e gestire l'ansia al posto mio).


Da quanto letto finora avrete concluso che Diamanti grezzi mi ha fatto più che schifo. *Wrong*. Mi è piaciuto, quindi oltre ad essere ansiosa sono anche diventata schizofrenica. Arrivata a un certo punto non sopportavo più di guardarlo ma mi dispiaceva interrompere la visione perché volevo capire dove andasse a parare, trascinata da quello stesso flow di montaggio rapidissimo, riprese allucinate e fiumi di parole, fiumi di parole tra noi, messo in piedi dai fratelli Safdie. Una volta superato il letargismo della prima mezz'ora, in effetti, la vicenda, per quanto sgradevole, è riuscita ad agganciarmi e mi sono ritrovata spesso e volentieri sul ciglio della poltrona con gli occhi spalancati, a mangiarmi le unghie per la tensione provocata dalle continue disavventure di Howard; verso la fine, sono persino arrivata a chiedere a Mirco di guardare al posto mio la partita di basket "risolutiva", perché non avrei retto all'idea di vedere quel gran demente di Howard beffato dalla sfiga e dalla sua stupidità per l'ennesima volta. Obiettivamente, le riprese e il montaggio del film sono entrambi efficacissimi. Se, da un lato, il "lirismo" di una cinepresa che zooma su pietre, buchi e orifizi fino a svelare la vastità di un universo cupo a cui fregacazzi delle vicende dei comuni mortali è quel momento di necessario autocompiacimento cinèfilo che si richiede a queste produzioni, dall'altra parte c'è una frenesia che non cessa un secondo, una perfetta resa di ciò che accade quotidianamente nell'animo di Howard e nell'ambiente che gli gravita attorno, che si traduce in una cacofonia di suoni spesso soverchiati da una colonna sonora invasiva ma calzante (però quella zamarrata di L'amour toujour alla fine proprio no, dai). Avrete infine letto che tutti si sono spellati le mani per l'interpretazione di Sandler. Mi unisco al coro unanime di apprezzamenti, per carità, ma dico anche "grazie al piffero": quello detestabile è nelle commedie e detestabile rimane nei panni di un personaggio tragicomico, anzi. Più diventa tragico, arrivando persino ai pianti sconsolati, più a me viene voglia di prenderlo a badilate nella faccia. Provare per credere, il film lo trovate su Netflix e io non posso che consigliarvelo, anche solo per provare sulla vostra pelle tutte le sensazioni contrastanti che ho provato io e apprezzare ancor più la strana, perversa magia del cinema!


Di Adam Sandler (Howard Ratner), LaKeith Stanfield (Demany), Eric Bogosian (Arno), Tilda Swinton (voce di Anne, auction manager di Adley) e Natasha Lyonne (voce, Boston Player Personnel) ho già parlato ai rispettivi link.

Benny Safdie e Josh Safdie sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Americani, hanno diretto film come Go Get Some Rosemary, Heaven Knows What e Good Times. Anche attori e produttori, Benny ha 34 anni e Josh 36.


Pom Klementieff, la Mantide del MCU, interpreta Lexus mentre Idina Menzel, che interpreta Dinah Ratner, è la voce originale della Elsa di Frozen; John Amos, ovvero il vicino di casa di colore che rifiuta di far usare il bagno al figlio di Howard, ha recitato davvero sia in Il principe cerca moglie che nella serie Good Times, come detto nel film. Inizialmente, Sandler aveva rifiutato il ruolo di Howard e i due registi/sceneggiatori avevano pensato di darlo a Harvey Keitel oppure Sacha Baron Cohen, per poi preferire un attore più giovane, come Jonah Hill e, infine, nuovamente Sandler, convinto dal successo di Good Time, il film precedente dei Safdie, che probabilmente recupererò giusto per curiosità. ENJOY!


martedì 18 giugno 2019

I morti non muoiono (2019)

Sabato sera sono emigrata a Genova per riuscire a vedere I morti non muoiono (The Dead Don't Die), diretto e sceneggiato dal regista Jim Jarmusch.


Trama: in una cittadina pacifica i morti cominciano a risorgere a causa degli sconvolgimenti climatici.


Sono passati due giorni dalla visione de I morti non muoiono e sinceramente non ho ancora capito se questo film mi è piaciuto oppure no. Cioè, per essere più precisi non ho ancora capito se ho visto un'opera geniale o una fantozziana "cagata pazzesca" che aggiunge poco o nulla al mito dello zombi romeriano, non a caso citato anche nei ringraziamenti finali. Sarà che di Jarmusch ho visto proprio pochissimo e non conosco la poetica, se ce n'è una, del regista? Può essere. Partiamo dalle cose che ho sicuramente apprezzato de I morti non muoiono. Innanzitutto, l'ironia. Non poteva essere altrimenti, con un protagonista come Bill Murray, quell'umorismo che col tempo si è fatto sempre più malinconico, così come si è fatta più accentuata la sua aria distaccata dalla realtà, un "se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po' più in là": qui abbiamo l'apice dello scazzo Murrayano, concretizzato in un poliziotto che due anni prima doveva andare in pensione e che, d'un tratto, si ritrova a combattere un'invasione di zombi in una cittadina dove il massimo del criminale è un eremita che forse ruba dei polli. E se Murray, anche in un'occasione come questa, si sposta un po' più in là, ad affiancarlo c'è un Adam Driver esilarante perché ANCORA più scazzato, piagato dall'onniscienza. In mezzo ai due, la povera Chloe Sevigny, innocente ed umana, giustamente sconvolta all'idea che i morti non muoiano mentre i suoi due colleghi paiono contemplare la questione con distacco. Poi, ovviamente, ci sono i morti (che non muoiono), che come gli zombi di Romero tornano a fare quello che facevano in vita come se nulla fosse successo, spinti da un cervello ormai in pappa e da una fame che li porta a mangiare, mangiare e ancora mangiare. Sotto gli occhi dell'eremita Bob, che della città e dei cittadini conosce pregi (pochi) e difetti (molti) si svolge quindi una storia estrema ma vecchia come il mondo, tanto che il finale è già scritto e risaputo, insito com'è nel DNA di una società egoista e di un'umanità che si è auto condannata a morte, beatamente inconsapevole delle implicazioni globali delle azioni del singolo, concentrato nella sua becera quotidianità. E' così che, a rimetterci, sono i cattivi (lo splendido Steve Buscemi col suo "make America white again") ma anche i buoni o i medi, spazzati via senza aver avuto la possibilità di brillare nemmeno una volta.


Ne I morti non muoiono, infatti, non ci sono eroi, solo gente clueless che quando riesce a sopravvivere ai famelici zombi deve tutto alla fortuna (alla sceneggiatura?), non certo all'abilità. Anzi, di abilità non si parla proprio, ché persino i poliziotti se la sentono colare e decidono di non intervenire, ognuno per motivi tutti suoi. Ci sarebbe un deus ex machina, in effetti, sul quale non vi spoilererò nulla, ma è nulla più che un'"aggiunta", una meteora che passa e se ne va, come se non valesse la pena salvare tanta mediocrità concentrata in una cittadina e, per estensione, nel mondo. Un ripensamento, quasi, e in generale (forse è questo che non ho apprezzato granché) un work in progress incompiuto come alcune parti del film. Per esempio, quelle interferenze televisive che sembrano così importanti, tanto da venire introdotte già nei titoli di testa, a cosa portano poi?  I personaggi dei ragazzini imprigionati all'interno del riformatorio hanno un qualche significato, salvo quello di aumentare gli attori presenti? E infine: c'è qualcosa di più, celato dietro un omaggio ironico e ben realizzato agli storici film di Romero? Sinceramente, non saprei rispondere a questa domanda ma ripensandoci, per quanto non sia uscita entusiasta dalla proiezione quanto avrei voluto, I morti non muoiono è comunque un film che sono contenta di aver visto perché è zeppo di momenti memorabili e personaggi sopra le righe, di dialoghi che apparentemente non vanno da nessuna parte ma regalano grande gioia, quasi quanto vedere facce conosciute dietro gli zombi. Quella gioia, ahimé, che non regala l'adattamento italiano, particolarmente sciatto e svogliato, tanto che le parole ossessivamente ripetute dagli zombi a volte vengono tradotte, altre no (giocattoli va bene, coffee non lo traduciamo, non ci va), per non parlare di quel riferimento metacinematografico iniziale tradotto in maniera così farraginosa che probabilmente il 90% degli spettatori se lo perderà. Della serie, i morti non muoiono ma nemmeno la mala adaptación, ahimé.


Del regista e sceneggiatore Jim Jarmusch ho già parlato QUI. Bill Murray (Capo Cliff Robertson), Adam Driver (Agente Ronnie Peterson), Tom Waits (Eremita Bob), Chloe Sevigny (Agente Mindy Morrison), Steve Buscemi (Fattore Frank Miller), Danny Glover (Hank Thompson), Caleb Landry Jones (Bobby Wiggins), RZA (Dean), Larry Fessenden (Danny Perkins), Carol Kane (Mallory O'Brien), Tilda Swinton (Zelda Swinton) e Selena Gomez (Zoe) li trovate invece ai rispettivi link.


Dietro al trucco da zombi ci sono musicisti come Iggy Pop, Sturgill Simpson (autore della canzone che da il titolo al film) e Charlotte Kemp Muhl, anche modella; purtroppo avremmo potuto avere anche Bruce Campbell ma niente, non aveva voglia di partecipare a un altro horror a quanto pare. Se I morti non muoiono vi fosse piaciuto recuperate i film di Romero dedicati agli zombi e aggiungete Shaun of the Dead e Benvenuti a Zombieland. ENJOY!


venerdì 11 gennaio 2019

Suspiria (2018)

Nonostante il boicottaggio del multisala savonese, finalmente sono riuscita a vedere anche Suspiria, uno degli horror che più aspettavo quest'anno, diretto nel 2018 dal regista Luca Guadagnino.


Trama: la giovane Susie si reca a Berlino per frequentare la rinomata accademia di danza di Madame Blanc. Lì, tra misteriose sparizioni e inquietanti incubi, la ragazza si ritroverà invischiata in qualcosa di sovrannaturale...



In mezzo a remake stantii, omaggi terrificanti, rovinatori d'infanzie assortite, ecco spuntare, come la Venere dalle acque, il buon Luca Guadagnino. Il quale, messe da parte le atmosfere bucoliche e delicate di Chiamami col tuo nome, decide di abbracciare quelle fredde e deprimenti di una Berlino Est anni '70, dove il punk va a braccetto con le bombe, non smette di piovere o nevicare nemmeno per sbaglio e la gente muore o sparisce senza un perché, lo spettro della seconda guerra mondiale ancora troppo vicino agli abitanti sconfitti. Nel giro di sei capitoli e un epilogo, Guadagnino si appropria dell'ispirazione Argentiana, partendo dalle suggestioni di quello che per me è il film più bello del vecchio Darione, e va in tutt'altra direzione, scegliendo di raccontare una storia di donne che lottano con le unghie e con i denti per affermarsi in una società che ancora le vuole come sesso debole, schiacciate dalle scelte degli uomini e dalle convenzioni sociali e religiose; nel mondo chiuso dell'accademia di Madame Blanc, dove il maschio viene ridotto ad inutile oggetto da irridere, riti inquietanti mirano a far tornare in forze la "Madre", entità apparentemente primordiale, sicuramente malvagia ma forse, solo forse, anche fautrice di un positivo rinnovamento se "usata" per il bene comune. La congrega capitanata da Madame Blanc è popolata da donne inquietanti, vere e proprie streghe dall'animo insondabile, che allevano giovani fanciulle non solo per amor dell'arte ma anche e soprattutto per i propri scopi. A queste ultime, poverelle, non resta altro da fare che danzare in lieta ignoranza abbracciando i quotidiani incubi notturni senza porsi troppe domande, oppure ribellarsi ad un destino che nessuno riesce bene a comprendere, staccandosi da un luogo che offre sicurezze ma richiede troppo in cambio, andando incontro a conseguenze nefaste; Patricia, Olga, chissà quante altre ragazze "interrotte" sono scomparse nelle tumultuose strade di Berlino, trascinate da fantomatiche brutte compagnie o distratte dai mali terreni del mondo ma Susie no. Susie, lei, è nata per danzare, per sfruttare le sue incredibili capacità onde fuggire dal giogo della famiglia hamish e della madre morente, per essere la donna migliore possibile, non importa a quale prezzo. Non è la Susy di Dario Argento, quella ragazzetta che si limitava a svenire e che giusto per botta di fortuna, sul finale, riusciva ad uccidere la Madre: ben lontana dall'essere agnellino sacrificale, la Susie di Guadagnino è forte e determinata, probabilmente già a metà film intuisce cosa si nasconde dietro il fuoco sacro dell'arte che la muove ma non gliene frega assolutamente nulla.


Il Suspiria di Guadagnino non è dunque un film da vedere senza collegare il cervello e sicuramente necessita almeno di una seconda o terza visione per essere compreso al meglio, senza venire distratti dalla trama principale e dal fascino dell'horror, ché le sottotrame dell'attentato terroristico, reiterata in ogni modo per tutto il film, e del Dr. Klemperer sono ugualmente importanti e fondamentali al fine di capire appieno ciò che scorre sullo schermo. E siccome è già un miracolo che io sia riuscita a vederlo solo una volta, sarà meglio che mi concentri su quello che colpisce di più di Suspiria, anche ad una prima visione superficiale, ovvero la bellezza della messa in scena e delle musiche, la cupa e deprimente fotografia, la versatilità degli attori. La prima morte che avviene sullo schermo è un capolavoro di regia e montaggio, una danza crudele dalle conseguenze impensabili e terribili; personalmente, sono un'ENORME detrattrice di Dakota Johnson ma è chiaro che qui la ragazza si è fatta il mazzo e i suoi movimenti, i suoi respiri, la determinazione che muove il suo personaggio entrano nella pelle dello spettatore che non può che rimanere ammutolito, affascinato davanti alle prove prima e all'esecuzione poi dell'inquietante spettacolo denominato Volk. Ogni numero di danza, a dire il vero, supera di parecchio il barocchissimo finale (al limite del trash, soprattutto per il trucco della Markos, che pare quello di un suppliziante) che ha spinto molti a paragonare Suspiria a Le streghe di Salem. Ora, per quanto sia una delle poche a cui è piaciuto il film di Rob Zombie, capisco persino io che le due pellicole giocano due campionati diversi e che l'opera di Guadagnino è intrisa di una raffinatezza e di una grazia impensabili per Zombie, caratteristiche che si palesano anche davanti alle peggiori macellate e ad uno schermo interamente ricoperto di rosso, l'unico colore "saturo" dell'intero film, capelli della Johnson compresi. Al limite, se vogliamo fare paragoni, possiamo scomodare The Neon Demon, al quale ho pensato durante i deliranti incubi di Susie, ma anche qui parliamo di due cose completamente diverse, ché Guadagnino non perde mai il filo del discorso, non indulge nei colori sgargianti dell'originale argentiano e non offre il fianco alla voglia di privilegiare una regia visionaria a scapito della linearità della trama. E poi, nessuno dei due film aveva la meravigliosa Tilda Swinton a riempire quasi ogni scena, in tre diverse incarnazioni: donna, uomo, mostro. Ecco, questa moltiplicazione di ruoli è qualcosa su cui vorrei riflettere quando avrò modo di riguardare Suspiria senza essere catturata dalle splendide melodie di Thom Yorke e dall'ansia di quei sospiri concitati. Se qualcuno ha qualche bella interpretazione da offrire, ci sono sempre i commenti, nel frattempo consiglio a tutti di non perdere questo purtroppo mal distribuito Suspiria perché è davvero uno spettacolo!


Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI. Dakota Johnson (Susie Bannon), Tilda Swinton (Madame Blanc/Dr. Joseph Klemperer/Helena Markos), Chloë Grace Moretz (Patricia), Mia Goth (Sara) e Jessica Harper (Anke) le trovate invece ai rispettivi link.


Se Suspiria vi fosse piaciuto recuperare l'originale di Dario Argento e aggiungete Inferno e La terza madre per avere un quadro più completo. ENJOY!


mercoledì 9 maggio 2018

L'isola dei cani (2018)

Ho aspettato fino a lunedì ma finalmente anche io ho potuto vedere L'isola dei cani (Isle of Dogs), l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da WES ANDERSON!! (Ok, prometto che è l'ultima volta che userò il caps lock)


Trama: in una metropoli giapponese del futuro, il bieco sindaco Kobayashi ha deciso di confinare tutti i cani su un'isola adibita a discarica, col beneplacito degli abitanti terrorizzati dall'influenza canina. Il suo pupillo, il dodicenne Akira Kobayashi, decide però di andare in cerca del cane Spots e si imbatte in un gruppetto di quadrupedi dell'isola che lo aiuteranno nell'impresa...


Come si fa a non volere bene a quello spocchioso snob di Wes Anderson, un regista che può permettersi di girare un cartone animato pensando solo a margine ai bambini, giusto per il gusto di creare un'elegante opera in stop-motion intrisa di perfezionismo, capace di fare esclamare "oooh! e "aaah!" a chiunque sia un minimo nipponofilo e apprezzi la qualità artigianale di sfondi fatti a mano, pupazzetti creati con pelo vero di alpaca e disegni animati dal tratto pulito ed "antico"? Come si fa a non amare chi inserisce nel suo film dialoghi in giapponese non tradotti per un buon 60%, lasciando che sia la musicalità della lingua nipponica a fluire dalle orecchie al cuore dello spettatore annullando le barriere linguistico-culturali? Certo, all'inizio del film ci sono le istruzioni per affrontare al meglio questa strana scelta e le stesse fanno parte dell'ironia che traspare da ogni sequenza de L'isola dei cani, ma obiettivamente persino il mio compagno di visioni è rimasto abbastanza spiazzato mentre io, che amo il Giappone con tutto il mio indegno corazon, non ho potuto fare altro che abbandonarmi all'atmosfera e piangere forte per non avere avuto il tempo di studiare quanto avrei voluto questa magnifica lingua e godermi così i dialoghi non sottotitolati. Ma calmiamoci un attimo, di cosa parla L'isola dei cani? Come da titolo, la trama racconta di un luogo in cui tutti i cani della città di Megasaki, in Giappone, vengono confinati in un'isola a causa di una presunta epidemia di influenza canina; ciò da il via alla ricerca del piccolo Akira, disperato per la scomparsa del fedele cane Spots ([supottusu]), ma è soprattutto il modo di introdurre quella che a me è sembrata una feroce critica ai partiti di estrema destra sempre più affermati in tutto il mondo, quelli che cavalcano il terrore delle persone e che non si fanno scrupolo ad alimentare voci allarmiste che allontanano i pensieri del popolo da problemi realmente pressanti onde concentrarli su specchietti per le allodole, ricorrendo a segregazione e allontanamento piuttosto che trovare soluzioni più costruttive. Certo, così a farci la figura dei malvagi sono gli amanti dei gatti, cosa che mi ha un po' spezzato il cuore, ma cosa ci vogliamo fare? Per i piccoli, ma anche per i grandi, c'è poi la deliziosa storia dell'amicizia tra il piccolo Akira e il selvatico randagio Chief, con risvolti da soap opera divertenti e commoventi, oltre a tutto il coro di esilaranti comprimari portatori ognuno di una piccola idiosincrasia Andersoniana.


Per quel che riguarda la realizzazione, come ho detto sopra la visione de L'isola dei cani è pura gioia. Gli omaggi alla cultura giapponese si sprecano e mi dolgo solo di non conoscere a menadito il cinema nipponico perché secondo me ci sarebbe da stilare un elenco di influenze tratte da capolavori della settima arte orientale anche meno conosciuti, non solo le opere di Kurosawa o i cani meccanici ispirati a mechaGodzilla; personalmente, mi è sembLato di vedere una citazione del capolavoro del mangaka Junji Ito, Uzumaki, con le inquietanti spirali che increspano le acque che bagnano l'Isola dei Cani a mo' di presagio di sventura, ma Anderson ha sicuramente attinto a piene mani anche dal teatro kabuki, dall'ukiyo-e, dalle stampe tradizionali, mentre passando a occidente non mancano le nuvolette di polvere tipiche di Snoopy, i cartelloni elettorali alla Quarto potere o le capigliature ricce in stile Un angelo alla mia tavola. Poi, c'è da dire che le citazioni saltano sì subito agli occhi ma risultano più interessanti la simmetria sempre tanto gradita al regista, le scelte cromatiche legate a ciò che si dice vedano i cani (niente verde né rosso quando viene mostrato il punto di vista dei cagnolini, ci avete fatto caso?), l'alternanza di vivaci campi lunghi che trasformano le scene in quadri dinamici e di intensi primi piani che non solo sviscerano le emozioni dei pupazzini ma li rendono al meglio, con tutte le loro imperfezioni di animali provati dalla fame, dalla sporcizia, dalla disperazione (e anche gli esseri umani sono ben caratterizzati, con quei visetti duri come porcellana e allo stesso tempo morbidi morbidi, espressivi da morire). A dire il vero, guardando L'isola dei cani occhi e cervello (e orecchie, ché la colonna sonora di Alexandre Desplat è pregevolissima!) vengono caricati da così tanti elementi, così tante cose belle ed interessanti, che bisognerebbe rivederlo almeno un paio di volte per essere in grado di scrivere un articolo sensato che possa rendere omaggio alla bravura inconfutabile di Wes Anderson, quindi vi consiglio di non stare tanto a pensarci su e correre al cinema prima che la distribuzione impietosa lo tolga!


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Bryan Cranston (voce originale di Chief), Edward Norton (Rex), Bob Balaban (King), Bill Murray (Boss), Jeff Goldblum (Duke), Greta Gerwig (Tracy Walker), Frances McDormand (interprete Nelson), Scarlett Johansson (Nutmeg), Harvey Keitel (Gondo), F. Murray Abraham (Jupiter), Tilda Swinton (Oracolo), Ken Watanabe (Primario di chirurgia), Fisher Stevens (Scrap), Liev Schreiber (Spots) e Anjelica Huston (Barboncino muto) li trovate invece ai rispettivi link.

Courtney B. Vance è la voce originale del narratore. Americano, ha partecipato a film come Caccia a Ottobre Rosso, Pensieri pericolosi, Una cena quasi perfetta, La fortuna di Cookie, The Divide, Final Destination 5, La mummia e a serie come E.R. Medici in prima linea e American Crime Story - Il caso O.J. Simpson. Anche produttore, ha 58 anni e due film in uscita.


Roman Coppola è la voce originale di Igor nonché co-sceneggiatore del film. Figlio di Francis Ford Coppola e principalmente produttore, ha partecipato a film come Il padrino, Il padrino - Parte II, Apocalypse Now Redux e Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, inoltre ha lavorato come doppiatore in Fantastic Mr. Fox. Anche regista, ha 53 anni.


Kunichi Nomura, che presta la voce al sindaco Kobayashi, è co-sceneggiatore del film ed è già apparso in film come Lost in Translation e Grand Budapest Hotel. A fargli compagnia tra i doppiatori c'è nientemeno che Yoko Ono, nei panni dell'assistente Yoko-ono, per l'appunto, e sempre rimanendo in ambito scienziati ci sono attori giapponesi assai famosi come Takayuki Yamada (Crows Zero) e Ryuhei Matsuda (Nana, Tabù - Gohatto). Detto questo, se vi fosse piaciuto L'isola dei cani recuperate Fantastic Mr. Fox. ENJOY!


mercoledì 5 luglio 2017

Okja (2017)

Spinta dalle recensioni positive (una, bellissima, è quella di Lucia) e dal fatto di avere finalmente Netflix, qualche giorno fa ho recuperato Okja, scritto e diretto dal regista Bong Joon-Ho.


Trama: una ragazzina coreana deve cercare di liberare il maiale gigante Okja dalle grinfie della multinazionale che ha creato lui e i suoi simili.


Dopo aver visto Okja mi vergogno quasi a dirlo ma io sono carnivora. Non onnivora, proprio carnivora. Dopo due settimane passate in Giappone praticamente senza mangiare nemmeno un pezzetto di ciccia che non fosse raro e triste pollo ho sbranato la casalinga fettina di vitello con gusto estremo. E mi sento molto merda a scrivere questa cosa, non tanto per i miei livelli di salute (per la cronaca, al momento sto benissimo, analisi a posto, grazie) ma proprio perché sono consapevole di ciò che è accaduto all'animaletto che sto ingerendo, non mi nascondo dietro il dito dell'ignoranza né dietro alla concezione SakiHiwatariana del "la mucca ti ringrazia perché non stai sprecando la sua vita e la trasformi in energia per le tue cellule", mi rendo conto da sola che se la mucca potesse parlare mi manderebbe a cagare assieme a tutto ciò che compone il mio organismo e non parliamo poi di quello che mi direbbe il maiale. Ecco, no, parliamo del maiale, anzi, del super-maiale. Okja. Il protagonista di questo film, creato "biologicamente" da una multinazionale per superare il problema della fame nel mondo. Prometto che non aprirò la parentesi del bio e di quello che le persone comprano spendendo una fraccata di soldi solo grazie a quest'etichetta, probabilmente mangerebbero anche mia nonna se le tagliassi delle fettine di chiappa e le mettessi sul mercato assicurandone la natura BIO. Orto bio. Comunque, tornando al film, la multinazionale Mirando Corporation ha scoperto questi maiali giganti assolutamente bio (sì, credici) e ha concesso a ventisei allevatori diversi di tirarne su altrettanti esemplari, così da poter decretare il miglior super-maiale nel giro di una decina d'anni e cominciare a venderli ai consumatori sbavanti. Uno di questi maiali, Okja, viene cresciuto in Corea da un vecchio allevatore che ha una nipotina, Mija, un'orfanella che giustamente riversa sulla creatura tutto l'affetto e l'innocenza di una bimba solitaria trasformandola in qualcosa di più di una maxisalsiccia destinata a finire sul mercato mondiale. Il problema è che Okja, dieci anni dopo, viene incoronata "miglior maiale" e viene portata via dalla sua casa, con conseguente sconforto della piccola Mija, la quale scopre che il nonno non ha mai neppure provato ad acquistare la creatura dalla Mirando Corporation, come invece aveva fatto credere alla bambina. Questi sono i presupposti di un'avventura che porta Mija a scappare di casa per inseguire Okja fino in America, il problema è che la pellicola di Joon-Ho Bong non è un'avventura allegra e spensierata, lo avrete già capito.


Sul suo cammino, Mija trova infatti i peggiori adulti possibili, a partire proprio dal nonno, ma non solo. Accanto ad esseri palesemente abietti come il veterinario televisivo Johnny Wilcox e le folli Lucy e Nancy Mirando, immediatamente inseribili nel novero dei "cattivi" tout court, ci sono anche gli animalisti che dovrebbero essere buoni ma fondamentalmente sfruttano la povera Mija per i loro fini, per quanto nobili; nel corso della pellicola, Mija viene sottovalutata e presa in giro da tutti in primis perché è piccola e "non capirebbe" ma il confronto con l'"altro" passa anche attraverso una barriera linguistica invalicabile, tutti "paletti" che trasformano l'impresa della bambina in un viaggio verso una terra ostile, incomprensibile e violenta, in aperto contrasto con una natura quasi incontaminata dove per parlare a chi è diverso basta il cuore. Per sopravvivere alla follia di una società moderna fatta di contraddizioni, sceneggiate costruite a tavolino per non turbare gli animi sensibili e gente che nasconde la testa sotto la sabbia come gli struzzi, persino Mija è costretta a scendere a compromessi e soprattutto a comprendere i meccanismi che governano la nostra società, così da riuscire a salvare perlomeno il suo piccolo mondo e la propria innocenza, ma il finale di Okja è uno dei più atroci e crudelmente realistici mai mostrati su schermo. Da spettatrice e da carnivora ipocrita ho fatto fatica a guardare tutto ciò che Joon-Ho Bong sceglie di mostrare agli spettatori e a Mija, tutte le brutture a cui viene sottoposta la povera Okja, quell'orrendo spettacolo capace di richiamare alla mente un olocausto umano e ben radicato nella nostra memoria storica, persino i lividi che rimedia la bambina ad ogni passo del suo faticoso percorso verso la libertà e la salvezza del suo amico animale.


Giustamente Joon-Ho Bong deve avere pensato che una simile violenza fosse necessaria per raggiungere le nostre coscienze addormentate ma la verità è che il regista coreano è soprattutto un fine poeta e un Autore con la A maiuscola, capace di portarci a provare per Okja lo stesso affetto che proveremmo verso una creatura reale. E Okja, di fatto, E' reale, un miracolo di computer graphic che non sembra posticcio neppure per un istante, talmente ben integrata con ciò che la circonda da rendere plausibile persino il dolce omaggio iniziale a Il mio vicino Totoro; Okja è vera, conseguentemente risultano veri anche i suoi tristi compagni di sventura, sottoposti a torture inenarrabili, e il nostro cuore arriva a piangere per ognuno di loro, anche se non hanno nome. E' un vero peccato che Okja sia un film disponibile solo su Netflix perché una distribuzione cinematografica renderebbe giustizia ad alcune delle scene d'azione più belle mai girate, una su tutte la concitatissima fuga al supermercato dove tutti i coinvolti, animale compreso, sembrano farsi incredibilmente male, oppure il terribile inseguimento dopo la parata, per arrivare al pluricitato e cupo finale, dove ogni dettaglio dovrebbe imprimersi a fuoco nella mente dello spettatore in saecula saeculorum. Come già avevo scritto nella recensione di Train to Busan, un film come Okja riesce a dare dei punti a qualsiasi blockbuster occidentale mescolando sapiente tecnica artistica al cuore pulsante di una sceneggiatura semplice ma profonda, che rielabora cliché universali in un modo tutto nuovo e parla al mondo intero non solo grazie all'ausilio di bravissimi attori occidentali ma anche e soprattutto grazie al musetto espressivo di una ragazzina bellissima e coraggiosa, con due occhioni addolorati che spezzerebbero il cuore a un sasso. Io mi fermo qui ma avrete capito che Okja è un film splendido che merita di essere visto da chiunque e lo consiglio spassionatamente, anche se rischia di farvi diventare vegani. Faccio solo un appunto agli adattatori italiani: ma perché mettere in bocca ai personaggi frasi come "Cerca di imparare l'italiano, ti sarà molto utile!" quando Mija va a New York? E andiamo, su...


Di Tilda Swinton (Lucy e Nancy Mirando), Giancarlo Esposito (Frank Dawson), Jake Gyllenhaal (Johnny Wilcox), Shirley Henderson (Jennifer), Paul Dano (Jay), Daniel Henshall (Blond) e Lily Collins (Red) ho già parlato ai rispettivi link.

Joon-Ho Bong è il regista e sceneggiatore della pellicola. Sud Coreano, ha diretto film come The Host e Snowpiercer. Anche attore e produttore, ha 48 anni e un film in uscita.


Nei panni di K avrete notato l'attore Steven Yeun, meglio noto come il Glenn di The Walking Dead. Se Okja vi foste piaciuto provate a recuperare E.T. - L'extraterrestre. ENJOY!


mercoledì 7 giugno 2017

War Machine (2017)

Attirata dai martellanti cartelloni pubblicitari sparsi in tutta Roma, durante il viaggio di ritorno dal weekend nella Capitale ho guardato l'ultima produzione Netflix, ovvero War Machine, diretto e co-sceneggiato dal regista David Michôd partendo dal libro The Operators, del giornalista Michael Hastings.


Trama: al generale Glen McMahon viene ceduto il comando delle operazioni che dovrebbero portare alla conclusione del coinvolgimento americano nella guerra in Afghanistan ma il militare non è disposto a ritirarsi senza combattere...


Ci vuole un po' di preparazione psicologica ad affrontare questo filmazzo di due ore prodotto e interpretato da Brad Pitt, nemmeno fosse uno one man show dell'ex Signor Jolie. Innanzitutto, serve un cervello riposato perché War Machine, tratto da un articolo del Rolling Stone diventato poi un libro di non-fiction, è molto logorroico e zeppo di nomi propri, di luoghi e di persona, oltre che di moltissime nozioni interessanti capaci di far sentire l'occidentale medio in generale e l'americano in particolare piccino picciò; io, che riposata non ero, mi sono addormentata dopo venti minuti ma dopo un sonno ristoratore di un'ora ho ripreso prontamente la visione della pellicola, uscendone soddisfatta. La mia soddisfazione potrebbe però non riscuotere consensi e comprendo da sola che War Machine ha mille difetti, non ultimo un'abbondanza di tempi morti che potrebbe scoraggiare più di uno spettatore e una lunghezza che avrebbe giovato di qualche taglio qui e là ma è anche indubbio che War Machine offre la possibilità alla persona comune di gettare uno sguardo oltre l'informazione di TG e giornali e cominciare a scorgere la punta dell'iceberg di tutta la merda che si cela sotto guerre come quella in Afghanistan, il che per me è un valore aggiunto. Il punto di vista adottato dal film è quello della voce narrante di Sean Cullen, giornalista freelance incaricato di seguire le operazioni del generale Glen McMahon, ultimo di una lunga lista di comandanti in campo ai quali è stato chiesto di gestire la guerra in Afghanistan (modellato sul generale ormai in congedo Stanley McChrystal, sputtanato proprio dall'articolo di Rolling Stones scritto da Michael Hastings) e uomo tutto d'un pezzo, una macchina da guerra fermamente convinta di essere l'unica persona in grado di sbrogliare una matassa impossibile da districare e vincere così il conflitto, riuscendo dove altri "sfigati" hanno fallito. Le convinzioni di McMahon e la natura della guerra in Afghanistan, "cercata" dagli USA e considerata come un aiuto verso popolazioni che non lo avevano chiesto, vengono messe alla berlina dal giornalista e conseguentemente rese in tutta la loro follia, risultando in un insieme di situazioni al limite del paradossale vissute da persone che parrebbero delle caricature e invece sono tristemente vicine ai loro modelli reali.


Il fulcro di tutto è la natura alienata (e alienante) di un uomo che ha conosciuto solo la guerra, che ragiona per regole autoimposte e con l'unico obiettivo di vincere, incapace di capire come muoversi nel mondo reale e, conseguentemente, anche di contestualizzare il tessuto sociale dei Paesi in cui viene a trovarsi; i confronti con il presidente interpretato da Ben Kingsley (una figura patetica ma fondamentale), con la moglie e con la politica tedesca sono emblematici del modo tutto americano di affrontare le cose senza pensare alle conseguenze o a ciò che è stato prima, cosa che porta conseguentemente all'impossibilità di spiegare i motivi di determinate scelte e a una sordità nei confronti dei bisogni altrui. La logorrea di War Machine acquista così un nuovo significato, in quanto la guerra, la propaganda, persino la cosiddetta informazione non sono altro che aria fritta utilizzata per confondere le masse e fornire vuote giustificazioni a chi non smette di fare danni pur con le migliore intenzioni. Glen McMahon, nonostante l'alta opinione di sé malcelata da un'umiltà ipocrita, non è che uno dei tanti militari usati come carne da cannone e da eroe di guerra diventerà lo stupido, arrogante capro espiatorio di un intero sistema sbagliato che probabilmente non cesserà mai di esistere ed è questo l'amaro concetto che traspare dalla satira di War Machine. Certo, il "cuore" del film va scovato sotto una parata di volti famosissimi e un approccio che ricorda molto i film prodotti dai Coen e soprattutto da Soderbergh, che è un modo di fare cinema a mio avviso più improntato sulla forma che sul contenuto e può piacere o meno; dal canto suo, Brad Pitt ha scelto di interpretare McMahon come un Braccio di ferro perennemente incazzato (secondo me quest'uomo non riesce a liberarsi dal fantasma di Aldo Rayne così come Johnny Depp non riesce a scrollarsi di dosso quello di Jack Sparrow) e la sua presenza scenica si impone sul resto del cast fino a fare scomparire caratteristi e attori blasonati anche ottimi, il che mi ha fatto un po' storcere il naso ma, in generale, War Machine mi è piaciuto e lo consiglio, soprattutto se avete un abbonamento Netflix da sfruttare.


Di Brad Pitt (Generale Glen McMahon), John Magaro (Cory Staggart), Anthony Michael Hall (Greg Pulver), Topher Grace (Matt Little), Lakeith Stanfield (Caporale Billy Cole), Ben Kingsley (Presidente Karzai), Meg Tilly( Jeannie McMahon), Griffin Dunne (Ray Canucci), Scoot McNairy (Sean Cullen), Tilda Swinton (Politica tedesca) e Russell Crowe (Bob White) ho già parlato ai rispettivi link.

David Michôd è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Animal Kingdom e The Rover. Anche produttore e attore, ha 45 anni.


Alan Ruck interpreta Pat McKinnon. Americano, ha partecipato a film come Una pazza giornata di vacanza, In fuga per tre, Speed, Twister, E venne il giorno e a serie quali I racconti della cripta, Oltre i limiti, Innamorati pazzi, Scrubs, Medium, Ghost Whisperer, CSI: Miami, CSI - Scena del crimine, Numb3rs e The Exorcist. Ha 61 anni e tre film in uscita.


Se War Machine vi fosse piaciuto recuperate M.A.S.H. ENJOY!

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