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venerdì 28 novembre 2025

2025 Horror Challenge: Frankenstein (2025)


Siccome la challenge di questa settimana chiedeva di scegliere un film liberamente, dopo più di un mese, sono riuscita anch'io a guardare Frankenstein, diretto e sceneggiato dal regista Guillermo del Toro a partire dall'omonimo romanzo di Mary Shelley.

Trama

Victor Frankenstein, scienziato ossessionato dall'idea di garantire l'immortalità agli umani, crea un essere vivente assemblando pezzi di vari cadaveri ma qualcosa va storto...

Recensione

Del Frankenstein di del Toro hanno ormai parlato tutti, tra chi lo ha amato, chi lo ha odiato e chi conosce la poetica del regista a menadito e ha sicuramente da dire cose molto più interessanti di quelle che potrei scrivere io, quindi sarò molto terra terra. Comincio dicendo la più trita delle banalità, ovvero che Frankenstein è un film visivamente splendido, che avrebbe meritato una capillare diffusione in sala, e non un paio di proiezioni speciali e poi via!, su Netflix, sui televisori scrausi della gente poraccia come la sottoscritta, che non ha spazio per quei catafalchi che prendono mezzo muro e un impianto sonoro adeguato. Vista a casa, la bellezza delle immagini create dal regista è sprecata. Le sequenze di Frankenstein sono dei richiami costanti all'arte, sia pittorica che scultorea; in esse i personaggi vivono immersi all'interno di palazzi sontuosi e strabordanti quadri, le tavole anatomiche sono dei capolavori realizzati a matita, i cadaveri nascondono terrificanti imperfezioni, sistemati in eleganti pose plastiche, ogni edificio è dotato di una simmetria eccelsa, persino la casetta del povero cieco, e i paesaggi sembrano usciti da quadri del periodo romantico, per non parlare dei colori degli abiti femminili, con i rossi accesi, il verde che richiama il dorso iridescente dei maggiolini, e l'azzurro delle piume degli uccelli esotici. Come sempre, del Toro non lascia nulla al caso ed ipnotizza lo spettatore, aiutato da effetti speciali digitali atti ad enfatizzare un gusto per il gotico e il teatrale a cui il regista riuscirebbe a dare forma anche da solo, e realizza un film all'interno del quale convivono un orrore quasi triviale e un lirismo leggero, commovente, caratteristiche che si ripropongono nei personaggi, al di là di ogni preconcetto e convenzione. Anche in questo caso, infatti, del Toro ha ripreso il materiale originale di Mary Shelley e lo ha rivisitato assecondando la propria poetica, che ha sempre un occhio di riguardo nei confronti dei diversi e dei mostri. Così, la creatura interpretata da Jacob Elordi esterna in un sembiante "rattoppato" ma mai sgradevole la sua natura di creatura pura ed innocente, un neonato nel corpo di adulto costretto a subire le angherie di un uomo che non ha mai superato i traumi di un'infanzia priva di affetto e colma di orrore. 

Il carattere di Victor Frankenstein, già non molto gradevole nel romanzo, si estremizza all'interno del film concretizzandosi in un uomo egoista, superbo e cattivo, un immaturo spinto dal fuoco della scienza che, di fronte a un risultato (a suo parere) inferiore a quello sperato, si stufa, letteralmente, della creatura da lui messa al mondo. Nell'opera di Mary Shelley il protagonista inorridisce e quasi impazzisce di fronte all'abominio creato, fugge dalla propria responsabilità finché non è lo stesso mostro, disperato, a decidere di richiamare la sua attenzione nel peggiore dei modi. Qui, invece, Frankenstein inizialmente cerca di educare il mostro attraverso lo stesso crudele distacco del padre, ma rinuncia dopo pochissimo tempo, preferendo intessere una tela di inganni per sviare chi ha capito che la creatura, nonostante l'aspetto, è innocente da far pietà, in primis Elizabeth. Anche quest'ultima è ben diversa dal personaggio creato dalla Shelley, ed è fondamentale per aumentare l'empatia del pubblico nei confronti del "mostro", perché Elizabeth è l'unica che riesce, fin da subito, ad entrare in risonanza con l'animo puro di una creatura che non riuscirà mai ad integrarsi in una società che rifiuta la diversità e l'imperfezione, due caratteristiche che appartengono anche alla ragazza, dolorosamente consapevole di doversi piegare alle leggi del mondo fino a rinnegare se stessa. Una consapevolezza che, ovviamente, non si addice all'arroganza di Frankenstein il quale, combattendo contro le leggi umane e divine, diventa causa della sua stessa rovina. Infatti, tutte le tragedie che colpiscono Frankestein nel film avvengono o direttamente per mano sua, oppure sono una conseguenza immediata delle sue azioni scellerate, mentre la creatura agisce per disperazione o vendetta, ma senza quella vena di malizia crudele che, nel romanzo della Shelley, la spingeva a compiere atti ingiustificabili. Questo cambiamento è perfettamente coerente con la poetica del regista, e mantiene comunque quell'ambiguità che impedisce di connotare i personaggi come semplicemente buoni o cattivi, tanto che sul finale il confronto tra il padre, Victor, e il figlio da lui creato, risulta assai commovente. Non tanto quanto avrei sperato, in effetti, e lo stesso vale un po' per tutto Frankenstein, dal quale mi aspettavo di venire travolta come è successo con altre opere passate di del Toro. Di fatto, ho apprezzato tantissimo l'estetica e gli attori, ma alcune cose a livello di trama mi hanno lasciata freddina. Siccome, però, non vorrei che queste sensazioni derivassero dalle aspettative fomentate dall'entusiasmo della maggior parte degli spettatori, mi riservo di riguardare Frankenstein tra qualche anno, e di lasciarmi conquistare in toto dalla magia di del Toro

Cast

Del regista e sceneggiatore Guillermo del Toro ho già parlato QUI. Oscar Isaac (Victor Frankenstein), Jacob Elordi (la creatura), Christoph Waltz (Harlander), Mia Goth (Elizabeth/Claire Frankenstein), Charles Dance (Leopold Frankenstein), David Bradley (il cieco), Ralph Ineson (Professor Krempe) e Peter MacNeill (Professor Maurus) li trovate invece ai rispettivi link.

Curiosità

Felix Kammerer, che interpreta William Frankenstein, era il protagonista di Niente di nuovo sul fronte occidentale. Andrew Garfield era stato scelto per il ruolo della creatura, ma ha dovuto rinunciare per via di altri lavori. Se Frankenstein vi è piaciuto, recuperate le fonti di ispirazione di del Toro, ovvero il Frankenstein del 1931, La moglie di Frankenstein e aggiungete anche La forma dell'acqua e Crimson Peak. ENJOY!

martedì 22 ottobre 2024

Alien³ (1992)

Seguendo la challenge di Letterboxd, oggi avrei dovuto parlare di Alien - La clonazione, ma che senso avrebbe avuto guardarlo se prima non avessi rivisto Alien³, diretto nel 1992 dal regista David Fincher?


Trama: Ripley sopravvive a un atterraggio di fortuna sul pianeta-prigione Fiorina "Fury" 161 ma scopre che con lei è atterrato anche un alieno...


A dimostrazione di quanto la saga Alien non abbia mai fatto presa sulla mia coscienza di cinefila, neppure ora che, a 43 anni suonati, ne sto riguardando/recuperando i film, comincerò il post dicendo che Alien³ non mi è sembrato così aberrante rispetto ai suoi predecessori. Certo, la coerenza, la solidità che c'erano in Alien e Aliens - Scontro finale qui non si percepisce, ma come potrebbe? David Fincher era al suo primo lavoro importante e, tra ingerenze degli studios, cambi quotidiani di sceneggiatura, pressioni per finire di girare in tempo entro una data d'uscita già definita, è un miracolo che il regista non sia fuggito a gambe levate lasciando la produzione dopo mezza giornata. Tutto ciò ha riempito innanzitutto il film di incongruenze a livello di sceneggiatura e contribuito a rendere alcuni passaggi oscuri, per non parlare di un paio di personaggi che perdono o acquistano importanza apparentemente senza alcun senso, eppure l'atmosfera di tragico, ineluttabile nichilismo, che sarebbe poi esplosa nell'opera più famosa di Fincher, Seven, qui è palpabile fin dall'inizio. In Alien³ non c'è speranza per nessuno. Un potenziale nucleo familiare viene spazzato via con una spietatezza agghiacciante, un sentimento in boccio stroncato alla radice da fiotti di sangue, una flebile speranza di sopravvivenza viene consegnata a chi ne è privo da anni ma l'unica, reale fonte di salvezza e autodeterminazione è la morte. Una morte temuta, certo, ma chiesta più volte come dignitosa conclusione di una battaglia perduta a causa delle macchinazioni di chi non rispetta la vita umana e guarda solo ad uno squallido profitto. E' difficile, se non addirittura impossibile, affezionarsi ai detenuti di Fiorina 161, questo è certo, ma è altrettanto impossibile non amare la Ripley umanissima e stanca di Alien³, la fragilità che trasuda da una tempra d'acciaio ormai fiaccata da innumerevoli traumi, sia fisici che psicologici. Il film di Fincher non diverte mai, piuttosto angoscia per il suo "mai una gioia" reiterato, eppure lo trovo apprezzabile proprio per questo motivo, chiamatemi pazza.


In Alien³, poi, ho trovato quello che per me, al momento, è il miglior personaggio della saga, il medico "decaduto" Clemens di Charles Dance. Pacato, gentile, dotato di britannico aplomb e mai fuori posto (tranne in una scena, porca di quella miseria...), sarei stata ore a guardarlo e sentirlo raccontare la sua triste storia, aggrappandomi alla sciocca speranza di un happy ending che negli Alien in generale, e Alien³ in particolare, è più raro dell'ossigeno. Anzi, a dire il vero mi ha intrattenuto più l'elemento umano di quello alieno. Per quanto mi riguarda, infatti, il vero difetto di Alien³ è, innanzitutto, uno xenomorfo abbastanza orripilante, realizzato con effetti speciali che sembrano molto più vecchi di quelli utilizzati nel '79, poi uno scontro finale che a me è sembrato soporifero. Mai avrei pensato di addormentarmi guardando un Alien (soprattutto perché Alien³ è molto gore), eppure è successo, e l'ultima mezz'ora si è trasformata in un'ora di click sul tasto rewind del telecomando. Non so se è stata colpa dei setting tutti uguali, resi ancora più uggiosi da una cupa monocromia, se è un problema della regia inesperta, del montaggio o del sembiante assai simile dei vari detenuti (avendo ormai difficoltà a ricordare i nomi dei personaggi, l'unica speranza è avere personaggi interpretati da attori dal volto molto familiare, come quello di Pete Postlethwaite), ma prima del gran finale ammetto di essermi persa più volte, ben poco convinta dalla trappola architettata ai danni dello xeno-cane. So che del film esiste una "Assembly Cut", chiamata così perché Fincher, ancora rivoltato dall'esperienza a distanza di anni, si è rifiutato di rimettere mano al girato e ha dato via libera a chiunque volesse riproporlo senza tagli, e forse il modo migliore per fruire di Alien³ sarebbe guardarla prima di emettere giudizi, ma al momento sono a posto così e mi accontento di quanto di buono è rimasto nella versione che potete trovare su Disney +.


Del regista David Fincher ho già parlato QUI. Sigourney Weaver (Ripley), Charles S. Dutton (Dillon), Charles Dance (Clemens), Paul McGann (Golic), Ralph Brown (Aaron), Holt McCallany (Junior), Lance Henriksen (Bishop II) e Pete Postlethwaite (David) li trovate invece ai rispettivi link.


Richard E. Grant
aveva fatto il provino per il ruolo di Clemens, in quanto David Fincher è un grande fan di Shakespeare a colazione e avrebbe voluto riunire Grant a Paul McGann e Ralph Brown. La produzione, purtroppo, ha ritenuto l'attore troppo mite per l'ambiente carcerario e ha preferito dare il ruolo a Charles Dance. Ciò detto, se Alien³ vi fosse piaciuto, recuperate Alien, Aliens - Scontro finale, Alien - La clonazione, Prometheus e Alien: CovenantENJOY!  

venerdì 12 aprile 2024

Omen - L'origine del presagio (2024)

Dopo l'abbuffata di "Presagi" sono andata ovviamente a vedere Omen - L'origine del presagio (The First Omen), diretto e co-sceneggiato dalla regista Arkasha Stevenson.


Trama: nel 1971, la novizia Margaret si trasferisce in un convento di Roma per prendere i voti. Lì si ritroverà invischiata in un complotto per fare nascere l'Anticristo...


Finalmente si è concluso questo mese a base di presagi. In tutta onestà, non poteva finire meglio. Dopo la qualità calante dei sequel de Il presagio, film entrato giustamente a fare parte della storia del genere cinematografico "satanico", questo prequel è stata una boccata d'aria fresca. La cosa è paradossale, potete immaginare perché. The First Omen racconta tutto ciò che conduce all'inizio de Il presagio, quindi sappiamo già come andrà a finire, cioè male, e chi si è da poco immerso nella saga, come me, potrebbe farsi persino un'idea chiara di come e per chi andrà a finire male più o meno dalle prime scene. Non che sia un problema visto che, salvo un paio di incongruenze/forzature e qualche "maccosa", la trama di The First Omen è coinvolgente e interessante. Protagonista è Margaret, novizia americana che si trasferisce a Roma per prendere i voti e viene accolta all'interno di un orfanotrofio per sole bambine. Fin dall'inizio, l'esperienza di Margaret non è tutta rose e fiori: la madre superiora ha un cuore decisamente arido e poco cristiano, una bambina in particolare viene ostracizzata e tenuta separata dalle altre, tremende visioni del passato tornano a perseguitare la novizia e c'è anche il disagio di avere una compagna di stanza decisa a sperimentare piaceri molto terreni prima di indossare per sempre il velo. In generale, ciò che si percepisce di Margaret è uno stato di confusione, solitudine e spaesamento, dettato dapprima dal doversi adattare ad un Paese sconosciuto (il pout-pourri linguistico del film sarebbe molto interessante ma, ahimé, l'adattamento italiano ha dato una bella piallata in tal senso) e poi da eventi sempre più inquietanti che accrescono la diffidenza della protagonista e, parallelamente, anche la sua forte volontà di decidere del proprio destino. Nonostante, infatti, il punto di vista di The First Omen sia prevalentemente femminile, il film parla di una femminilità schiacciata e violata a più riprese, sfruttata da un sistema ecclesiastico governato ovviamente da uomini, dove le donne non sono solo serve/spose di Dio, ma anche sottoposte alle decisioni degli alti prelati. Come già nel Presagio originale, la Chiesa ci fa una ben magra figura, o mostrando una debolezza isterica (sono sempre dell'idea che se Padre Brennan la smettesse di terrorizzare il prossimo coi suoi modi da matto, il Maligno avrebbe meno possibilità) o qualcosa di ancora più oscuro, che nel primo film era stato giusto accennato (sì, negli anni '70 si parlava di satanisti, ma mi sono sempre chiesta perché nella nascita di Damien fossero coinvolti anche dei preti e delle suore) e che qui diventa fulcro stesso della trama, eliminando la nozione di "satanismo".


Rimanendo in tema "violazione della femminilità", The First Omen ha delle sequenze agghiaccianti assimilabili al body horror (un paio delle quali farebbero passare la voglia di partorire persino alla più fervente mamma pancina) che sono poi quelle più originali, riuscite e distanti dai necessari omaggi riaggiornati a Il presagio. Arkasha Stevenson, che si è fatta le ossa con serie interessanti e "visionarie" come Channel Zero, Legion e Al nuovo gusto ciliegia, dimostra di avere occhio per le atmosfere che richiamano l'horror anni '70 e non le scimmiotta, bensì le riporta in vita con gli stessi colori, la stessa morbidezza ed eleganza, spingendo lo spettatore a temere non solo quello che potrebbe nascondersi nel buio, ma anche ambienti familiari, in primis una città turistica come Roma. La sequenza che ho preferito è quella in cui il focus della cinepresa si allarga fino a mostrare come le luci che circondano Margaret siano posizionate in modo da rappresentare un viso demoniaco che la inghiotte, ma non è l'unico tocco di raffinatezza; tutto il film richiama alla mente capolavori come Suspiria, in particolare per l'uso del sonoro (per non parlare di quando esplode, prepotentissimo, lo score di Jerry Goldsmith nella scena clou. Non so se mi ha causato più brividi di gioia quello oppure Rumore della Carrà), mentre Possession viene esplicitamente citato poco prima del finale. A tal proposito, Arkasha Stevenson dimostra di sapere anche scegliere bene gli attori. Nell Tiger Free non è solo bellissima, ma anche brava nell'esprimere il tormento e la forza di Margaret, oltre a prestare il corpo ad un paio di scene disgustose, ma in generale tutto il cast di supporto è formato da facce espressive ed inquietanti, con menzione d'onore per Maria Caballero, la quale sul finale è talmente bella e solenne da mozzare il fiato. L'unica cosa che non ho granché apprezzato di The First Omen è l'apertura verso potenziali spin-off della serie, che manda un po' in vacca l'impressione di avere davanti un'opera curata e realizzata con passione, non con l'intento di fare soldi a palate gabbando, in futuro, gli spettatori babbei. E' vero che produce Disney, e che la malvagità della Casa del Topo supera quella di Damien, ma per stavolta spererei che i presagi finiscano in gloria, con questo bel prequel.


Di Ralph Ineson (Padre Brennan), Charles Dance (Padre Harris) e Bill Nighy (Cardinale Lawrence) ho parlato ai rispettivi link. 

Arkasha Stevenson è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto episodi di serie come Channel Zero, Legion e Al nuovo gusto ciliegia. E' anche produttrice. 


Nell Tiger Free
interpreta Margaret. Inglese, ha partecipato a serie come Il trono di spade e Servant. Ha 25 anni. 


Sonia Braga
, che interpreta Sorella Silva, era la protagonista de Il bacio della donna ragnoOmen - L'origine del presagio è il prequel de Il presagio quindi, se vi fosse piaciuto, recuperate almeno il primo film, visto che il resto della saga non è proprio un capolavoro! ENJOY!

venerdì 28 gennaio 2022

The King's Man - Le origini (2021)

E' stato un miracolo che lo tenessero tre settimane al multisala, quindi ho dovuto onorarlo battendo la sfiga e correndo a vedere The King's Man - Le origini (The King's Man) diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Matthew Vaughn.


Trama: alla vigilia della prima guerra mondiale, un'organizzazione segreta trama per seminare il caos e sta al pacifista Duca di Oxford, assieme a un pugno di fedeli alleati, evitare che la situazione precipiti ancora di più...


The King's Man
era uno dei film che attendevo con più ansia, perché ADORO la zamarrissima saga creata dal regista Matthew Vaughn partendo da un fumetto di Mark Millar che nemmeno ho mai letto (e, onestamente, non ci tengo a farlo). Kingsman - Secret Service era un action sboccato e pieno di momenti WTF ma anche genuinamente esaltanti e, nonostante Il cerchio d'oro fosse decisamente inferiore, ho voluto molto bene anche a quello; davanti a un trailer che mi metteva davanti un Rasputin folle fino al midollo e brutto come il peccato non ho avuto altra scelta che mettermi in paziente attesa anche del prequel, sebbene non ci fossero né Colin Firth Taron Egerton, e per quanto mi riguarda sono stata ripagata, perché con tutti i suoi difetti The King's Man si è rivelato divertente, caciarone ed esaltante quanto i suoi predecessori. L'idea, come immaginate, è quella di rivelare come sono nati i Kingsman partendo dai pochi indizi disseminati nel corso dei primi due film, e in questo caso i realizzatori hanno optato per un esempio di "fantastoria" che mescola eventi realmente accaduti (l'omicidio del duca Ferdinando, lo scoppio della prima guerra mondiale, il messaggio inviato al Messico dalla Germania) e personaggi realmente esistiti ad elementi di pura finzione destinati ad influenzarli. Fin dall'inizio, il Duca di Oxford interpretato da un magnetico Ralph Fiennes si propone come uomo d'altri tempi, elegante e onorevole, che sceglie di utilizzare una ricchezza nata col sangue e la sofferenza di altri per aiutare i più sfortunati, a mo' di compensazione; ad affiancarlo e "contrastarne" il pacifismo c'è il figlio, ancora giovane e quindi impossibilitato a capire cosa significhi immolarsi per la patria ed entrare in guerra, vittima di una concezione di "disonore" e "codardia" inculcata da chi ovviamente ha bisogno che la gente combatta per una causa. Oltre a fare da sfondo a una storia più grande e complessa, lo scontro generazionale tra i due diventa il cuore della futura fondazione dei Kingsman, cristallizzandosi in un momento decisamente inaspettato in cui, come sempre, Matthew Vaughn ribalta tutte le regole del genere lasciando lo spettatore con un palmo di naso dopo una sequenza così eroica e piena di "sentimento" da fare invidia a Spielberg. Ma non spoileriamo.


L'idea che offre The King's Man è quella di un'opera ad ampio respiro; si vede che Vaughn aveva voglia di sbragare, sia a livello di location che di sequenze eleganti, e anche i folli combattimenti dal montaggio serrato che hanno fatto la fortuna dei due film precedenti qui vengono centellinati, in favore di atmosfere più da film di avventura, à la Indiana Jones quasi, o à la James Bond ma senza gadget né inseguimenti in auto. Onestamente, questo cambio di rotta non mi è dispiaciuto, così come la maggiore "serietà" offerta dalla presenza di Ralph Fiennes a discapito di un protagonista più giovane e scavezzacollo, ma per gli amanti del "vecchio" Kingsman e dei suoi personaggi sopra le righe c'è la creatura migliore del film. No, non intendo Rasputin, ché altrimenti Mirco non mi rivolgerebbe più la parola, ma il capronetto protagonista della scena più apprezzata dal Bolluomo. POI c'è Rhys Ifans col suo Rasputin, che purtroppo mangia la scena a tutti, buoni o cattivi che siano, e sì che come cast The King's Man è messo più che benissimo. Ifans danza, gigioneggia, seduce, combatte come un derviscio e disgusta in una sequenza che è già il mio scult del 2022 e di cui vorrei assolutamente vedere il backstage per capire come diamine hanno fatto Fiennes ed Ifans a rimanere seri anche solo per un istante. Purtroppo, a rimetterci davanti a tanta meravigliosa esagerazione sono personaggi dalle altissime potenzialità ma un po' sciapi come la Polly di Gemma Arterton e il Shola di Djimon Hounsou (il figlio di Orlando Oxford, ahilui, è davvero privo di ogni speranza di essere interessante, invece), quanto a Daniel Bruhl ormai si è cucito addosso il personaggio di Barone Zemo e devo dire che gli calza benissimo, anche se vorrei tornare a vederlo in altri ruoli visto che è sempre stato un ottimo attore. Quindi, per concludere, come potete immaginare, aspetto con ansia il terzo capitolo cronologico della saga, che dovrebbe cominciare le riprese quest'anno, perché a mio avviso l'universo di Kingsman ha ancora molto da offrire!


Del regista e co-sceneggiatore Matthew Vaughn ho già parlato QUI. Ralph Fiennes (Orlando Oxford), Djimon Hounsou (Shola), Matthew Goode (Morton), Charles Dance (Kitchener), Gemma Arterton (Polly), Rhys Ifans (Grigori Rasputin), Daniel Brühl (Erik Jan Hanussen), Tom Hollander (Re Giorgio / Kaiser Guglielmo/ Zar Nicola), Aaron Taylor-Johnson (Archie Reid) e Stanley Tucci (Ambasciatore americano) li trovate invece ai rispettivi link.


Essendo un prequel, The King's Man - Le origini si può vedere anche da solo, ma perché perdervi i divertentissimi Kingsman: Secret Service e Kingsman: Il cerchio d'oro? ENJOY!

domenica 13 dicembre 2020

Mank (2020)

E' il film che dopo nemmeno un'ora dalla sua uscita avevano già visto tutti i cinèfili (giuro. Ma come ca**o fate?) ma io mi sono fatta giustamente desiderare e ho guardato Mank, diretto da David Fincher, con quel giorno o due di ritardo che renderanno automaticamente questa recensione già vecchia. Azione!


Trama: ormai fuori dal giro della Hollywood che conta, lo sceneggiatore Herman Mankiewicz viene ingaggiato per scrivere la sceneggiatura del nuovo film dell'ultima stella assurta nella mecca del Cinema, Orson Welles. 

Mank nasce come sceneggiatura del padre di David Fincher, rimasta in un limbo per anni perché considerata poco interessante dalle varie case di produzione. Mamma Netflix, a un certo punto, ha deciso di produrre il film, facendo così un regalo al regista e anche ai cinèfili che pagano l'abbonamento storcendo il naso, bestemmiando contro il colosso dello streaming reo di aver ucciso le sale cinematografiche ancora prima che arrivasse il Covid a dare il colpo di grazia; quegli stessi cinèfili vi diranno che Mank è il film dell'anno, che non esiste omaggio al Cinema più Enorme, che Gary Oldman è il più grande attore vivente, e ve lo diranno sempre bestemmiando, ovviamente, ché un film simile andava visto sul grande schermo, invece ciccia. Io, che quest'anno ho veramente pochissima pazienza e ho scoperto di essere capra in tutto quello che credevo mi riuscisse bene, mi riconfermo capra all'ennesima potenza e non vi parlerò di un capolavoro, bensì di un bellissimo film che DEVE spingervi a recuperare l'unico, vero capolavoro che sentirete nominare da chiunque in questi giorni, ovvero Quarto potere. Anche perché la sottile gabola di Fincher è quella di raccontare una storia "falsa", nemmeno fosse il Vitello dai piedi di Balsa, quindi parte del divertimento di guardare Mank è anche quello di andare a scavare nelle vicende reali che hanno portato alla nascita di uno dei più bei film mai girati. Detto ciò, non starò ad annoiarvi con tutte le inesattezze storiche presenti in Mank, soprattutto perché esse sono parte fondamentale di una struttura creata ad hoc, che sfrutta i retroscena della realizzazione di un film per crearne un altro molto archetipico, un omaggio alle pellicole di una Hollywood scomparsa, la cosiddetta "fabbrica dei sogni" che spazzava sotto un tappeto di glamour tutto il marcio che la caratterizzava. E' un discorso, e adesso verrò lapidata, molto simile a quello portato avanti da una serie sempre Netflix, Hollywood di Ryan Murphy; benché meno legata a una realtà fattuale, la serie in questione sfruttava eventi accorsi e persone esistite per raccontare una favola di edificanti speranze, mentre Mank mette in scena la tipica storia di caduta e riscatto, col protagonista che cerca di fare ammenda per una vita di eccessi ed ubriachezza arrivando a "far giustizia" attraverso la vittoria di un Oscar per la miglior sceneggiatura. A un certo punto c'è persino la risoluzione felice di un dramma buttato lì all'inizio del film e non più nominato per il resto della sua durata, sottolineato dal tipico score gioioso hollywoodiano, per dire quanto Mank non abbia tanto delle pretese filologiche, quanto più ambizioni di omaggio formale, probabilmente anche verso l'epoca vissuta da papà Fincher


E quindi, per forza ci si ritrova commossi davanti alla bellezza di Mank. Il film di Fincher è fotografato in un bianco e nero che sa di "antico", la colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross è un capolavoro vintage che ci catapulta, assieme alla scelta di utilizzare una traccia sonora simile a quelle dell'epoca (credo che il termine tecnico sia "monofonia"), nei cinema degli anni '30 pur stando seduti comodamente a casa, e la storia raccontata non solo è interessante ma anche interpretata meravigliosamente. A onor del vero, che per vedere Mank non serva avere un minimo di infarinatura relativamente agli eventi narrati è una piccola bugia: come ho detto, non ho avuto cuore di guardarlo assieme a Mirco ma mi immagino che per lui non sarebbe stato né facile né interessante seguire gli svariati omaggi ai grandi nomi del tempo, i rimandi inevitabili a Quarto potere o l'importante sottotrama politica che diventa il motore di buona parte della vicenda. Quanto a me, proprio quest'ultima caratteristica del film me lo ha fatto trovare un po' "facilino" e "paraculo", cosa che mi porta a non urlare al capolavoro come molti. Detto ciò, Gary Oldman si riconferma (giovani, SI RICONFERMA: parliamo di Gary Oldman, non dell'ultimo sbarbatello che ha dovuto tirare l'orlo della giacca a Fincher per scoprirsi grande. I social sono davvero una piaga, porca miseria.) uno dei migliori attori viventi ed è un piacere vederlo gigioneggiare negli uffici fumosi della MGM, saltellare leggiadro nei giardini di una villa simile a un Paese delle Meraviglie o sputare veleno in una delle scene a più alto tasso emotivo dell'anno, e il resto del cast supporta con grandissima bravura un'interpretazione così grande. In quest'ultima parte dell'anno Netflix ci ha voluti coccolare un po' e dare materiale per le inevitabili classifiche e io non posso fare altro che ringraziare e "portare a casa", magari con meno entusiasmo di altri ma sicuramente con immenso piacere.


Del regista David Fincher ho già parlato QUI. Gary Oldman (Herman Mankiewicz), Amanda Seyfried (Marion Davies), Lily Collins (Rita Alexander), Tuppence Middleton (Sara Mankiewicz) e Charles Dance (William Randolph Hearst) li trovate invece ai rispettivi link.


Arliss Howard interpreta Louis B. Mayer. Americano, ha partecipato a film come Full Metal Jacket, Natural Born Killers, A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar, Il mondo perduto - Jurassic Park e a serie come L'incredibile Hulk, Ai confini della realtà, Medium e True Blood. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 66 anni e un film in uscita. 


Tuppence Middleton interpreta Sarah Mankiewicz. Inglese, ha partecipato a film come I segreti della mente, In TranceThe Imitation GameEdison - L'uomo che illuminò il mondoDownton Abbey e Possessor. Anche sceneggiatrice, ha 33 anni. 


Se Mank vi fosse piaciuto o se l'argomento vi interessasse, ovviamente il consiglio è quello di recuperare lo splendido Quarto potere (lo trovate su Prime Video) e di aggiungere RKO 281 - La vera storia di Quarto potere, che però non ho mai visto. ENJOY!

domenica 18 dicembre 2016

Viy - La maschera del demonio (2014)

Siccome qualche giorno fa la Midnight Factory ha distribuito sul mercato home video Viy - La maschera del demonio (Viy), diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista Oleg Stepchenko partendo dal racconto omonimo di Nikolai Gogol, mi è presa curiosità e ho deciso di vederlo...


Trama: un cartografo inglese lascia la terra natia per riportare su mappa le zone inesplorate del mondo e finisce in un villaggio ucraino dove aleggia una terribile maledizione.


Dice il saggio: "Sono troppo vecchia per queste str**zate". Sono decisamente troppo vecchia per apprezzare un film non troppo pauroso da essere definito horror, non troppo fantasy da essere definito tale e non troppo emozionante da essere definito d'avventura, girato puntando tutto sulla magnificenza visiva dell'effetto speciale zamarro. Dimenticate le suggestioni di Bava e La maschera del demonio che deturpava il meraviglioso viso di Barbara Steele, qui siamo più dalle parti dello stile caciarone di Timur Bekmambetov, unito all'amore per un bestiario horror/fantastico che purtroppo si esprime al meglio solo in una singola, bellissima sequenza del film. Del racconto di Gogol viene mantenuta l'ossatura, l'idea del teologo (in questo caso anche scienziato) costretto a pregare per tre giorni al capezzale di una presunta strega prima di soccombere alla forze demoniache che sembrano proteggerla e anche la peculiarità del mostro Viy, con quelle lunghissime palpebre che gli toccano terra, per il resto gli sceneggiatori hanno cercato di creare una storia che giustificasse un respiro un po' più "ampio", simile a quello dei blockbuster americani. Protagonista della pellicola non è, infatti, il giovane teologo Khoma, bensì il cartografo Jonathan Green, il quale parte all'avventura senza pensare troppo alla fidanzata che si lascia dietro (continuando comunque a spedirle notizie via piccione) e finendo coinvolto nelle vicende di un villaggio ucraino afflitto dalla serie di maledizioni di cui sopra. Nonostante la cieca fede nella scienza, Jonathan sarà costretto ad ammettere che qualcosa di misterioso sta effettivamente accadendo in quel luogo desolato e ancora legato a superstizioni ataviche, eppure gli sceneggiatori sono molto attenti a mantenere comunque una doppia "facciata": Pannochka e la sorella Nastusya sono davvero delle streghe? Cosa si nasconde nella chiesa in cui ancora giace, insepolta, Pannochka? E qual è la natura del mostro che si aggira nelle paludi del villaggio? La risposta non è così scontata, eppure a mio avviso uno dei difetti di Viy è proprio la volontà di mettere troppa carne al fuoco, mal gestita da sceneggiatori che, forse per il troppo entusiasmo, alla fine hanno creato un mezzo pasticcio per nulla aiutato da un ridoppiaggio inglese francamente imbarazzante.


Se però riuscite a sorvolare sulla trama e da un film cercate innanzitutto sontuosità visiva, soprattutto se non siete disturbati da invasive tecniche di ripresa digitale (nel 2011 il film è stato RI-girato da capo in 3D nonostante fosse praticamente già completato), Viy è l'ideale. La macchina da presa di Stepchenko non sta ferma un minuto, esplora i cieli così come boschi, arrivando a cogliere cunicoli nascosti sotto terra, acque di palude e persino mondi inesistenti; al di là della bellezza degli elementi naturali, gli scenografi hanno fatto un lavoro egregio sia nel rappresentare il dettagliatissimo villaggio in cui si ritrova a vivere Jonathan (questo vale per gli esterni ma anche e soprattutto per gli interni) che l'inquietante chiesa dove giace il corpo di Pannotcha, oltre al fatto che la carrozza ipertecnologica del protagonista contiene elementi steampunk davvero gradevoli. Io, come ormai dovreste sapere, non amo particolarmente l'utilizzo iperbolico della CG e Viy ne è invaso, cosa che rende la fotografia particolarmente "finta" e cartoonesca, tuttavia la già citata sequenza della cena che si trasforma praticamente in un sabba di creature demoniache è quella che più mi è rimasta impressa in quanto non lesina trasformazioni incredibili e mostra moltissima fantasia per quel che riguarda il mostruoso bestiario che all'improvviso circonda il povero Jonathan. C'è da dire che se Viy si fosse limitato soltanto all'utilizzo di streghe e mostri, concentrandosi maggiormente sull'effetto speciale horror, forse avrebbe potuto essere una pellicola migliore, purtroppo ci sono anche tutti quegli attori impegnati a scambiarsi dialoghi e "approfondimenti psicologici" d'accatto. Non è un caso se Jason Flemyng fino ad oggi abbia avuto ruoli di "spalla" visto che, nonostante la faccetta simpatica, come protagonista non è un gran che, ma il resto del cast (che, a quanto pare, contiene la crema del cinema russo) è anche peggio e gli attori si salvano giusto per i loro tratti "cosacchi" rimarcati ulteriormente da un make up perfetto. Ribadisco, il ridoppiaggio inglese è inascoltabile e probabilmente sarebbe stato meglio avere una traccia audio originale per poter giudicare equamente l'abilità dei coinvolti ma il film non merita tanto sbattimento, sono sincera. Nonostante questo, Viy è stato un successone non solo in Russia ma anche in giro per il mondo quindi forse sono proprio io che ormai non amo più questo genere di baracconata a base di effetti speciali e tornerò di conseguenza nel mio universo fatto di terrori sottili e streghe ambigue, lasciando film come Viy a chi saprà apprezzarli al meglio.


Di Jason Flemyng (Jonathan Green) e Charles Dance (Lord Dudley) ho già parlato ai rispettivi link.

Oleg Stepchenko è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Russo, ha diretto due film che non conosco, Jacked e Velvet Revolution, ed è già al lavoro su Viy 2. Anche produttore e attore, ha 52 anni.


Due parole sull'edizione DVD della Midnight Factory (quella che ho potuto vedere io, mentre la versione Blu Ray permette di vedere il film in 3D): col disco letto su un semplice PC dotato di normalissime casse, il video è valido ma l'audio inglese risulta di una pochezza incredibile ed è stata la prima volta che mi sono pentita di non aver dato una chance al doppiaggio italiano (che ci mette una bella pezza, voci di Flemyng e Dance a parte), visto che quello anglofono fatica persino a seguire la sincronia del labiale. Altro appunto, la durata: su IMDB il film risulta lungo 2 ore e 7 minuti, la versione arrivata in Italia dura 111 minuti così come quella presente sul mercato americano e inglese ma non ho trovato ulteriori informazioni su questa discrepanza quindi non saprei a cosa sia imputabile. Per il resto, edizione curata come sempre, con libretto accluso redatto da Manlio Gomarasca e Davide Pulici di Nocturno Cinema e un po' di extra quali Making Of (focalizzato su storia, cast, scenografie, costumi, coreografie, effetti speciali, make up, tecnologia delle riprese in 3D, doppiaggio, colonna sonora e realizzazione del Viy), una breve intervista a Jason Flemyng e backstage di alcune sequenze. Come ho detto sopra, le riprese di Viy 2 sono già in corso e nel cast ci sono attori del calibro di Arnold Schwarzenegger, Jackie Chan e persino Rutger Hauer quindi, nonostante tutto, non posso fare altro che aspettarlo. Nell'attesa, se Viy - La maschera del demonio vi fosse piaciuto consiglio il recupero di Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe, I fratelli Grimm e l'incantevole strega e Stardust. ENJOY!

domenica 27 novembre 2016

Robert Altman Day - Gosford Park (2001)


Dopo una lunghissima pausa è arrivata Alessandra di Director's Cult a tirare fuori da letargico torpore il F.I.C.A., gruppetto di blogger sempre pronti ad unirsi per celebrare registi, attori e Cinema in generale. Oggi tocca a Robert Altman, a dieci anni dalla sua morte, finire sotto i riflettori e io ho scelto di riguardare un film che non vedevo dal lontano 2001, Gosford Park, premiato con l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale. ENJOY!


Trama: a Gosford Park, tenuta dell'opulenta famiglia McCordle, si riuniscono per un weekend tutti i più alti esponenti del parentado e qualche ospite più o meno illustre, oltre ai membri della relativa servitù. Tra una battuta di caccia e un pettegolezzo ci scapperà anche il morto...



Prima di cominciare il post, l'inevitabile premessa: di Altman avrò visto sì e no un paio di film, ovvero l'adorato M.A.S.H. e il bellissimo America oggi, con qualche spezzone di Popeye - Braccio di ferro da bambina. Ciò che ho guardato di suo mi è piaciuto ma non ho mai elevato il regista americano a feticcio, conseguentemente non mi sono mai documentata molto in merito, nemmeno ai tempi dell'università quando, per svariati motivi, mi è capitato di recuperare le pellicole di cui sopra e, ovviamente, Gosford Park. Visto al cinema, per inciso, non perché diretto da Altman ma semplicemente in quanto ambientato in un'Inghilterra affascinante, fatta di Ladyships e Lordships, dove la divisione tra chi sta al piano di sopra (i padroni) e chi in quello di sotto (i servi) è netta ma permeabile. Sì, lo ammetto, le ambientazioni alla Downton Abbey (che, secondo le intenzioni dello sceneggiatore Julian Fellowes, avrebbe dovuto essere uno spin-off del film poi ha preso tutta un'altra direzione) mi sono sempre piaciute tantissimo e il piglio tra il serio e il faceto con cui Altman ha scelto di affrontare questo ambiente probabilmente a lui sconosciuto è talmente interessante che le due ore e passa di film volano via come fossero mezza. Che poi, in soldoni, Gosford Park è un film fatto "di nulla", all'interno del quale l'unico evento davvero degno di nota è l'omicidio di uno dei protagonisti con conseguente investigazione; eppure, nonostante il fulcro dell'azione sia un delitto, chiunque capirebbe che Altman e compagnia non erano interessati a girare un giallo, quanto piuttosto un "documentario" antropologico imperniato sui rapporti tra servitù e padroni, su due microcosmi separati giusto da una rampa di scale. Logorroico e difficile da seguire, Gosford Park immerge subito lo spettatore in un intrico di parentele, nomi e legami dati per scontati ma che si chiariscono solo mano a mano che la pellicola prosegue, e che costringe a mettersi nei panni del servo che raccoglie spizzichi e bocconi di conversazioni per mettere insieme un quadro generale il più possibile esaustivo e, neanche a dirlo, succulento. Inutile fare domande dirette come il povero ispettore Thompson: in Gosford Park ogni informazione passa attraverso l'attenta e silenziosa osservazione, attraverso il rapporto privilegiato tra padroni e valletti personali, fatto di un amore/odio comprensibile soltanto da chi lo vive quotidianamente sulla propria pelle, attraverso riti e consuetudini che sicuramente a noi risultano ridicoli ma comunque imprescindibili per quel tipo di società.


Spinta dalla necessità di riuscire a cogliere anche il più piccolo sussurro e il più sottile degli sguardi indiscreti, la cinepresa di Altman si sdoppia e non sta mai ferma, sguscia dietro porte socchiuse e diventa parte integrante del fermento presente a Gosford Park in un weekend particolarmente difficile, soffermandosi sui mille lavori in cui sono impegnati cuochi, valletti, camerieri ed autisti e non liquidando alcun gesto come inutile o superfluo, neppure quelli dei nobili indolenti. E le emozioni, in tutto questo? In un mondo severamente regolato come quello di Gosford Park l'emotività è di norma riservata agli aristocratici, che la trasformano in un teatrino con il quale è difficile empatizzare. La sofferenza, quella vera in quanto costretta a rimanere celata, è prerogativa di quella servitù tanto disprezzata quanto necessaria, al punto che le scappatelle notturne si sprecano, come se i padroni cercassero disperatamente qualcosa di "reale" a cui appigliarsi al di là dei freddi rapporti tra pari. E' per questo che Gosford Park trova il suo punto di forza principalmente negli attori, sia nei grandi nomi capaci di mangiare la scena con poche battute che nelle semplici comparse, ancora più genuine ed indispensabili in un film corale come questo. Nella miriade di attoroni che popolano i due piani di Gosford Park ce ne sono alcuni che hanno catturato particolarmente la mia attenzione e che reputo degni di menzione, fermo restando che tutti i coinvolti avrebbero meritato l'Oscar. Cominciamo con sua maestà Maggie Smith, un concentrato di wit, cattiveria, taccagneria e sguardi fulminanti, la vecchia carampana che neppure il capofamiglia vuole avere accanto durante il pranzo, e continuiamo scendendo al piano inferiore, dove si nascondono le vere perle: l'impacciata ma decisa Kelly MacDonald, la compassata Helen Mirren, la magnetica Emily Watson, il miserevole Alan Bates e quella faccia da schiaffi di Richard E. Grant che come servo farebbe venire i brividi persino a Tim Curry sono gli attori che mi hanno colpita più di tutti ma probabilmente l'elenco cambierebbe a seconda dello spettatore, tanto non ce n'è uno che sia meno che bravissimo. In conclusione sono dunque felicissima di aver riguardato Gosford Park e di averlo finalmente potuto vedere in inglese, che persino nel 2001 avevo capito quanto più potente sarebbe stato un film simile in lingua originale, quindi grazie Robert Altman per questo particolarissimo esperimento cinematografico!

Robert Altman ha già fatto capolino sul Bollalmanacco col suo M.A.S.H., racconto anti-militare zeppo di humour nero.


I miei compagni di ventura hanno invece partorito questi post, che vi consiglio di leggere:

Director's Cult - I protagonisti
Non c'è paragone - Nashville
Solaris - Radio America
White Russian - I compari



domenica 31 luglio 2016

Ghostbusters (2016)

E così ieri sera sono andata a vedere il Ghostbusters diretto e co-sceneggiato da Paul Feig, in una sala gremita di bambini urlanti, cosa che forse ha inficiato il mio giudizio ma forse anche no. Segue recensione SENZA SPOILER.


Trama: quando in vari luoghi newyorkesi cominciano a fare la loro comparsa pericolosi fantasmi, le scienziate Erin, Abby e Jillian si uniscono all'ex guardia metropolitana Patty per fare fronte al problema...


Come già ho fatto per Poltergeist, proviamo a dividere il post in due parti, una nella quale NON terrò conto dell'esistenza del Ghostbusters del 1984 e un'altra in cui affronterò l'impietoso confronto. Preso come film a se stante, come blockbuster estivo e come intrattenimento da sabato sera Ghostbusters funziona, più o meno a livello di 6/7 nella solita scala da 1 a 10. Posso dirlo con certezza visto che il mio fidanzato è cresciuto nel mito dei cartoni animati ma non in quello del film di Reitman (ci vuole pazienza, lo so) e ha trovato il remake/reboot simpatico e piacevole, non qualcosa da ricordare in saecula saeculorum ma sufficiente per farsi due risate disimpegnate sorvolando sugli inevitabili difetti. Posso però dire anche con certezza che il target di Ghostbusters è quello dei bambini/adolescenti, perché le grassissime risate che hanno funestato buona parte della visione, impedendomi di capire almeno il 30% dei dialoghi, venivano dal pargolame forestiero (ma portarli a spiaggia 'sti minchia di bambini no???) che affollava la sala sabato sera. Il nuovo Ghostbusters infatti è, senza troppi giri di parole, un film per famiglie dalla trama semplice, con un villain poco carismatico, effetti speciali da videogioco solo vagamente spaventevoli e un quartetto di protagoniste che sembrano più interessate a palleggiarsi battute da avanspettacolo piuttosto che a dare realmente la caccia ai fantasmi; in nessun momento si avvertono tensione per il destino delle acchiappafantasmi o incertezza rispetto alla risoluzione della trama e se non fosse per la cazzutissima Holtzmann di Kate McKinnon la maggior parte dei confronti con i fantasmi perderebbe anche quel minimo di epicità che la folle e bionda scienziata riesce ad imporre con la sua sola presenza. La McCarthy e la Wiig interpretano i personaggi a loro più consoni, quelli delle dolci e simpatiche pasticcione, magari un po' grezze e maniacalmente (oltre che in modo poco plausibile) devote alla scienza, la Jones è uno stereotipo vivente ma diverte e chi ne esce peggio è il povero Chris Hemsworth al quale è toccato il ruolo di "bimbo" nell'accezione inglese del termine, ovvero quella dell'oca maschio decerebrata: ora, capisco l'ironia dell'inversione dei ruoli ma davvero c'era bisogno, per sottolineare il contrasto donna intelligente/uomo idiota, di creare un personaggio talmente scemo da fregarsi gli occhi quando sente male alle orecchie? Mah. Di tutto il cucuzzaro, probabilmente ciò che ricorderò in futuro sarà la bella sequenza in cui gli enormi palloncini posseduti sfilano per le strade di New York e la citazione nei titoli di coda di una delle più famose scene di The Mask, il resto probabilmente sparirà nel giro di un paio di giorni in un tripudio di mancanza di infamia o lodi. Tanto casino di haters, rivendicazioni femministe, Ghostbros inferociti e quant'altro per cosa? Ma fatemi il piacere, suvvia. Ribadisco, 6/7 su una scala da 1 a 10. E sono magnanima perché temo di essermi fatta influenzare dalle urla infantili.


D'altra parte, è anche vero che Paul Feig se l'è cercata, eh. Hai voglia a dire "no, facciamo finta che Ghostbusters non sia mai esistito" quando regista e sceneggiatori lo "omaggiano" (plagiano? Strizzano l'occhio come fa J.J.Abrams nelle parodie di Ortolani?) ogni cinque minuti, allontanandosi per cercare uno spunto originale (che poi, originale virgola...) giusto per qualche secondo prima di tornare al calduccio della pellicola originale. La panoramica iniziale, lo "scherzone" ai danni di Erin, i primi due incontri con i fantasmi, il rapporto conflittuale con il sindaco, l'apocalisse finale e persino il primo intervento pubblico con tanto di padrone del locale preoccupato sono presi di peso dal primo, storico Ghostbusters e sepolti all'interno di un'ininterrotta sequela di battutine infantili, utili solo a far rimpiangere la caustica ironia degli anni '80 e l'inevitabile superiorità dei vecchi adattamenti italiani rispetto a quelli attuali. E' inutile, gente: Aykroyd, Ramis, Murray ed Ernie Hudson funzionavano, nel loro quartetto c'erano alchimia e carisma, probabilmente aiutava molto il fatto che la sceneggiatura fosse farina del sacco di due degli stessi attori (per la cronaca, Aykroyd e Ramis), oppure erano altri tempi, vai a sapere, sta di fatto che, a distanza di neppure 24 ore, non ricordo una battuta che sia una e, ribadisco, guardando il nuovo Ghostbusters mi sono sentita fiera solo di fronte a Kate McKinnon, che avrebbe meritato un posto accanto ai "vecchi" acchiappafantasmi, magari come la sorellina cazzuta di Egon. A tal proposito, le guest appearance dei vecchi attori sono un po' tanto sprecate, eh. Dan Aykroyd passa alla cassa in quanto produttore e se ne batte la ciolla, Murray si vede abbattere tra capo e collo una sorta di contrappasso ma viene sfruttato malissimo ahimé, Annie Potts, Sigourney Weaver ed Ernie Husdson sono assai simpatici ma finisce lì e in tutto questo il vincitore morale rimane sempre e comunque l'amatissimo Rick Moranis, che ci ha visto lungo e li ha giustamente mandati tutti a stendere. D'altronde, quando infili persino Ozzy Osbourne in un film vuol dire che se non sei alla frutta stai comunque già cominciando a sentire odore di macedonia. Pollice verso anche per la battaglia finale, ennesima occasione per inanellare una serie infinita di citazioni gratuite che mi hanno causato conati di vomito ininterrotti per varie ragioni (Slimer, mio Dio. Slimer.), per mostrare un uso decisamente improprio del flusso degli zaini protonici e, ancor peggio, per aprire la via al melenso, imbarazzante finale. Se ci sarà un sequel, spero davvero che cominci come Ghostbusters 2, ovvero con le acchiappafantasmi costrette a pagare i danni, altro che We <3 U: mi dite da quando il PG-13 ricostruisce persino i palazzi? Bah. Purtroppo per Feig il 1984 non è stato ancora cancellato dalla faccia della terra quindi Ghostbusters, in una scala che va da Vigo il Crudele a Vigo il Sacrilego, si colloca a livello Vigo la Sporcacciona.


Di Kristen Wiig (Erin Gilbert), Charles Dance (Harold Filmore), Melissa McCarthy (Abby Yates), Chris Hemsworth (Kevin), Bill Murray (Martin Heiss), Michael Kenneth Williams (Agente Hawkins), Andy Garcia (Sindaco Bradley), Annie Potts (Receptionist), Dan Aykroyd (Tassista), Ernie Hudson (Zio Bill), Sigourney Weaver (Rebecca Goring) e Joel Murray (Guardia) ho già parlato ai rispettivi link.

Paul Feig è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Le amiche della sposa, Corpi da reato, Spy ed episodi di serie quali 30 Rock, Weeds e Nurse Jackie. Anche attore e produttore, ha 54 anni e due film in uscita.


Kate McKinnon interpreta Jillian Holtzmann. Americana, famosa per le sue partecipazioni al Saturday Night Live, ha recitato in pellicole come Ted 2 e lavorato come doppiatrice nel film Alla ricerca di Dory e nelle serie I Simpson e I Griffin. Ha 32 anni e tre film in uscita.


Leslie Jones interpreta Patty Tolan. Americana, famosa per le sue partecipazioni al Saturday Night Live, ha recitato in pellicole come Il fuggitivo della missione impossibile e Un disastro di ragazza. Anche sceneggiatrice, ha 49 anni e tre film in uscita.


Tra gli altri attori compaiono il già citato Ozzy Osbourne, gli sceneggiatori del Saturday Night Live Steve Higgins e Neil Casey, rispettivamente nei panni del rettore e di Rowan North, e Daniel Ramis, figlio del compianto Harold, nei panni di un metallaro. Consigliandovi di rimanere al cinema FINO ALLA FINE dei titoli di coda, se Ghostbusters vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Ghostbusters - Acchiappafantasmi e Ghostbusters 2, nell'attesa del probabile sequel. ENJOY!

venerdì 22 aprile 2016

PPZ: Pride and Prejudice and Zombies (2016)

Nonostante fosse una di quelle supercazzole che a Savona avrebbero spopolato, PPZ: Pride and Prejudice and Zombie (film diretto e co-sceneggiato dal regista Burr Steers a partire dal libro Orgoglio e pregiudizio e zombie di Seth Grahame-Smith) non è arrivato nella mia città e sono riuscita a recuperarlo solo ora.


Trama: le sorelle Bennet, tra le quali spicca Elizabeth, sono maestre nelle arti mortali e difendono l'Inghilterra dall'epidemia zombie che sta flagellando il Paese. La loro madre tuttavia vorrebbe vederle sposate e l'intera famiglia va in subbuglio quando arrivano nel vicinato il ricco signor Bingley e, soprattutto, l'orgoglioso ed intrattabile signor Darcy...



Avendo letto un paio di volte il romanzo di Seth Grahame-Smith sapevo già cosa aspettarmi da Pride and Prejudice and Zombie e devo dire che durante la visione mi sono divertita tanto quanto mi era successo durante la lettura. La pellicola di Burr Steers condensa un pochino il libro ed impone una svolta ancora più peculiare rispetto alla "parodia" zombesca del famoso romanzo di Jane Austen, arrivando a scomodare persino l'Anticristo e i quattro cavalieri dell'apocalisse, ma fondamentalmente rispetta la natura di romzomcom ottocentesca propria dell'opera originale. Per tutta la durata la pellicola mantiene infatti in miracoloso equilibrio la sua parte romantica, accontentando di fatto quella parte di pubblico femminile che non vede l'ora di sapere come finiranno le tormentate storie d'amore rappresentate, la sua parte di parodia sociale, ancora più divertente in quanto le convenzioni e le frivolezze dell'alta borghesia vengono applicate in un mondo popolato da zombie o persone che stanno per diventarlo, e infine, ovviamente, quella horror. Il risultato è un gradevole pastiche capace di catturare lo spettatore solleticandolo con personaggi ben costruiti ed una trama avvincente che stimola la curiosità non solo di chi non ha mai sentito parlare dell'"omaggio" di Grahame-Smith (o, Dio non voglia, neppure della fonte originale) ma anche di chi ha letto il libro in questione; la sceneggiatura racconta la pericolosa situazione in cui si trova l'Inghilterra senza ricorrere a verbosità eccessive, affidando buona parte delle spiegazioni a dialoghi frizzanti e ad un paio di ironiche sequenze di raccordo nelle quali viene mostrato l'effetto dell'epidemia sulla società inglese, tutto il resto è fatto di combattimenti all'arma bianca (con l'ausilio di qualche fucilata ben piazzata) e balli dal finale inaspettato, mentre i sentimenti delle coppie prese in esame si sviluppano naturalmente, tra una decapitazione e un sorso di the.


E tutto questo, onestamente, da un regista come Burr Steers non me lo sarei mai aspettata visti i polpettoni mielosetti confezionati nel corso della sua carriera (forse che le minacce di Samuel L. Jackson lo abbiano finalmente riportato alla ragione? Mah!); Pride and Prejudice and Zombies ha delle belle scene d'azione, delle ancor più belle ed eleganti coreografie a base di lame e corsetti e oltretutto azzecca anche i tempi horror, piazzando apparizioni di zombi ben imputriditi quando meno ce lo si aspetta. Devo dire che il trucco degli zombi in questione non è proprio dei migliori, ho ravvisato anche troppe ingerenze "computerizzate", tuttavia la sequenza iniziale, durante la quale viene spiegata la genesi dell'epidemia con l'ausilio di un carinissimo teatrino di figurine, fa tranquillamente perdonare alcune imperfezioni. Lo stesso vale, ovviamente, per la carismatica Lily James, che nei panni di Elizabeth Bennet riesce ad essere femminilmente volitiva e a guidare il resto del cast femminile, sicuramente superiore alle quote "azzurre" capitanate da due bietoloni come Sam Riley e Jack Huston: il primo pare affetto dal morbo di Maurizio Costanzo, ha la stessa voce di un uomo senza collo (ora ricordo di averlo visto in Maleficent e il suo è uno dei rari casi in cui il doppiaggio migliora parecchio la situazione...) e per me è uno degli attori più brutti in circolazione, il secondo è un po' più belloccio ma ahimé insipido. Fortunatamente ci pensa Matt Smith a portare un po' di vivacità tra i maschietti e, nonostante il personaggio del Pastore Collins sia probabilmente il più irritante dell'opera, è anche vero che ci vuole della maestria ed interpretarlo, in bilico com'è tra nera ironia e spietata parodia. Nel complesso comunque Pride and Prejudice and Zombies è un film davvero godibile, che consiglio anche a chi non mastica molto il genere horror e vuole qualcosa di un po' più blando, magari prima di passare a zombi "veri".


Di Sam Riley (Mr. Darcy), Bella Heathcote (Jane Bennet), Charles Dance (Mr. Bennet) e Lena Headey (Lady Catherine De Bourgh) ho già parlato ai rispettivi link.

Burr Steers è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Igby Goes Down, 17 again - Ritorno al liceo e Segui il tuo cuore. Anche attore (era il "frangettone" di Pulp Fiction) e produttore, ha 51 anni.


Lily James (vero nome Lily Chloe Ninette Thomson) interpreta Elizabeth Bennet. Inglese, la ricordo per il film Cenerentola, inoltre ha partecipato alla serie Downton Abbey. Ha 27 anni e due film in uscita.


Matt Smith (vero nome Matthew Robert Smith) interpreta il Pastore Collins. Inglese, famoso per essere stato l'undicesimo dottore della serie Doctor Who, ha partecipato anche a film come Womb e Terminator Genesys. Anche regista e stuntman, ha 34 anni e due film in uscita.


Natalie Portman, produttrice del film, avrebbe dovuto interpretare Elizabeth Bennet ma è stata costretta a rinunciare a causa di altre riprese. Il ruolo è stato poi proposto a Lily Collins, che ha però rifiutato; è andata bene a Lily James che, durante la realizzazione del film, si è anche fidanzata con Matt Smith. Per quel che riguarda il regista, invece, la pellicola era stata affidata a David O. Russel, che a sua volta ha lasciato il progetto perché impegnato con altri film. A questo punto, più che consigliarvi la visione di altre pellicole, se Pride and Prejudice and Zombies vi fosse piaciuto vi direi di recuperare il libro da cui è stato tratto, un romanzo divertente che si legge in due giorni. ENJOY!

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