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lunedì 20 ottobre 2025

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 20: The House of the Devil (2009)

Il tema della Nuovi Incubi Halloween Challenge di oggi era "Satanici". Ho quindi scelto The House of the Devil, diretto e sceneggiato nel 2009 dal regista Ti West.


Trama: disperata all'idea di non avere i soldi per pagare l'appartamento nuovo, la studentessa Samantha accetta un lavoro come babysitter nella villa del signor Ulman. La generosa offerta, però, è il preludio a una notte di orrore...


The House of the Devil
era uno dei pochissimi film di Ti West a mancarmi all'appello. Ne avevo sempre sentito parlare abbastanza bene, anche se probabilmente la fama del film era stata surclassata da The Innkeepers, che ha poi consacrato il regista a star dell'horror indipendente, quindi ho approfittato della Challenge per recuperarlo. The House of the Devil, in effetti, ha una struttura narrativa abbastanza simile a quella di The Innkeepers, anche se i personaggi non sono altrettanto ben caratterizzati. Si tratta di uno slow burn che, per la maggior parte della sua durata, introduce la protagonista, Samantha, e le crea attorno un'atmosfera di inquietudine pura, prima di far deflagrare l'orrore negli ultimi dieci minuti. Samantha è la classica studentessa squattrinata protagonista di centinaia di horror, che vorrebbe trovare un appartamento dove stare tranquilla ed evitare di avere a che fare con compagne di stanza moleste. Il bisogno di denaro, assieme alla volontà di essere indipendente da genitori e amiche più abbienti, è ciò che la spinge a rispondere all'annuncio di Mr. Ulman, il quale cerca una babysitter per una notte. Dopo averle tirato un pacco clamoroso, Mr. Ulman si rifà vivo con una fretta pazzesca, pronto a sborsare una cifra esorbitante per quattro ore di lavoro; nonostante le raccomandazioni dell'amica Megan, la palese stranezza dell'uomo, l'ondata di strani omicidi a sfondo satanico, l'arrivo di un'eclissi di luna totale, la scoperta che dovrà fare da babysitter non a un bimbo ma a un'anziana, Samantha accetta e, dopo un breve incontro con Ulman e la moglie, rimane tutta sola nella loro enorme casa. Sarà che da bambina ero terrorizzata all'idea di rimanere sola nel piccolo appartamento che dividevo coi miei, ma con me i film dove ai personaggi tocca lo stesso destino funzionano alla perfezione. Come accade ogni volta che rileggo La nonna di Stephen King, mi immedesimo totalmente in chi si sente a disagio all'interno di un ambiente che dovrebbe essere sicuro, eppure viene travolto da un terrore irrazionale; Ti West, in questo caso, è riuscito a ricreare magistralmente le atmosfere Kinghiane e a veicolare il disagio di una ragazza che, consapevole della presenza di un'altra persona sconosciuta e a rischio di sentirsi male in quanto anziana, tende i sensi al massimo dell'allerta e comincia a notare tutte le piccole magagne di una situazione già in partenza non troppo limpida. Mi rendo conto che molti potrebbero trovare molto noioso The House of the Devil proprio perché, per buona parte del suo metraggio, "prepara" la protagonista e gli spettatori allo shock finale (risultando, in alcuni punti, persino didascalico, vedi la questione della pizza, o i dialoghi tra Samantha e Megan), ma per quanto mi riguarda, la parte terrificante del film è proprio questa, mentre il resto è un "di più" anche un po' baracconesco e derivativo.


Sono molto felice anche di avere visto The House of the Devil dopo la recente trilogia realizzata dal regista. Purtroppo, dalla visione di The Innkeepers sono passati quattordici anni e, pur ricordando molto bene l'atmosfera generale, non rammento quasi nulla dello stile e della regia, mentre avendo ben freschi in mente sia X che MaXXXine, mi è sembrato di vedere in The House of the Devil un primo seme dei lavori migliori di Ti West. Girato in 16 mm, riproponendo inquadrature, zoomate, stacchi di montaggio (Ti West qui si è occupato anche di questo aspetto), titoli e sequenze tipiche degli horror anni '70-'80, il film è un omaggio nostalgico e rispettoso ma riesce a mantenere comunque una sua personalità, soprattutto perché non si tratta di una fredda riproposizione dei "vezzi" dell'epoca. Ti West li usa per raccontare la storia di una persona vera, preda di quegli sprazzi di stupidera e ingenuità che ce la rende ancora più vicina, e sfrutta i mezzi dell'epoca per consentire allo spettatore di creare un legame profondo con lei. Come ho scritto sopra, i momenti splatter contano fino a un certo punto, soprattutto alla fine. Abbondano, da un certo punto in poi, e sono persino disgustosi, talvolta inverosimili, ma impallidiscono di fronte alla mazzata inaspettata che colpisce a metà film, con tutta la banalità di un male che, dietro l'apparenza clueless, nasconde un agghiacciante disprezzo per la vita umana. The House of the Devil ha, come punti di forza, anche una location splendida (una villa che il regista trasforma nella più terrificante delle magioni gotiche, fatta di angoli morti, porte chiuse, luce soffusa che incrementa le ombre, riprese dall'esterno delle enormi vetrate, che sembrano fatte apposta per rendere Samantha ancora più vulnerabile) e vanta due attrici che si completano alla perfezione. Jocelin Donahue è fantastica nella sua interpretazione di Samantha, ma la scintilla che la rende ancora più vitale è la Megan di Greta Gerwig, ragazzaccia di buona famiglia nonché la migliore amica che tutti vorremmo avere. Il perché la dinamica tra le due funziona e accentua ancor più la tragica ineluttabilità di The House of the Devil, ve lo lascio scoprire da soli, consigliandovi di recuperare questo piccolo gioiellino firmato Ti West.


Del regista e sceneggiatore Ti West, anche montatore, ho già parlato QUIJocelin Donahue (Samantha), Tom Noonan (Mr. Ulman), Greta Gerwig (Megan), AJ Bowen (Victor Ulman) e Dee Wallace (la padrona di casa) li trovate invece ai rispettivi link.

Mary Woronov interpreta Mrs. Ulman. Americana, ha partecipato a film come Silent Night, Bloody Night, Anno 2000 - La corsa della morte, Eating Raoul, La notte della cometa, Terror Vision, Supermarket Horror, La vedova nera, Scene di lotta di classe a Beverly Hills, Dick Tracy, La casa del diavolo e a serie quali Charlie's Angels, Taxi, Cuore e batticuore, Supercar, La signora in giallo, Highlander, Otto sotto un tetto. Anche sceneggiatrice e regista, ha 82 anni e un film in uscita.


Se The House of the Devil vi fosse piaciuto recuperate The Innkeepers. ENJOY!

martedì 25 luglio 2023

Barbie (2023)

Giovedì sono corsa a vedere uno dei film che aspettavo di più quest'anno, il Barbie diretto e co-sceneggiato dalla regista Greta Gerwig. NIENTE SPOILER, tranne quelli presenti in un trailer per una volta poco rivelatore!


Trama: la vita scorre serena all'interno di Barbieland finché una Barbie comincia a notare stranezze e difetti nella sua esistenza sulla carta perfetta. Per indagare, la Barbie (assieme a Ken) valica i confini che separano il suo mondo da quello umano...


Di Barbie si è già detto e scritto tutto ancora prima che uscisse, quindi non sarà facile scrivere qualcosa di interessante e poco banale, soprattutto senza fare spoiler, ma ci proverò. Preceduto da un trailer accattivante e sciocchino, Barbie, per la prima mezz'ora, è, volutamente, tutto quello che i suoi detrattori pensavano. In un trionfo di rosa e kitsch, veniamo introdotti in quella che è la realtà di Barbieland, un luogo in cui ogni giorno è perfetto ma anche perfettamente uguale a quello precedente, e dove ogni Barbie può essere ciò che vuole, da presidente ad astronauta, in un susseguirsi di scene tra l'esilarante e il paradossale. Furbamente, la Gerwig e Baumbach puntano i riflettori sulla "Barbie" per eccellenza, bionda bella e sorridente, e modellano la perfezione di Barbieland su di lei perché, capirete bene, non tutte le bambine (me compresa) si limita(va)no a pensare noiose quanto glamour giornate di ozio, svago e trionfi per le proprie bambole; questo stereotipo radicato nel tempo da decenni di marketing e pubblicità è però essenziale per rendere ancora più duro lo scontro con la realtà, allorché Barbie, allarmata da terrificanti cambiamenti all'interno della sua routine e dei suoi pensieri, decide di andare nel mondo umano per indagare. E' qui che il film prende una piega inaspettata e devia da quel trailer che ci viene propinato da mesi, diventando una riflessione su un aspetto ben preciso della società, legato a doppio filo al desiderio di Ruth Handler, la creatrice di Barbie, di dare alla figlia e alle donne la possibilità di sognare in grande, proiettando ogni aspirazione su una bambola che non si limitava ad essere solo madre o moglie, ma poteva essere qualunque cosa. Prigione dorat, ehm, rosa dove questo desiderio è portato all'estremo, Barbieland è un'isola felice rigidamente amministrata da un consiglio direttivo della Mattel gestito interamente da uomini, e al suo interno c'è qualcuno che invece NON può essere quello che desidera, perché creato per esistere in funzione di Barbie, ovvero Ken. Si può dunque dire che Barbieland è il riflesso distorto di un'idea di per sé giusta, un luogo che non solo ha creato dei mostri nella realtà, alimentando ideali di bellezza e perfezione irraggiungibili, ma che "vendica" la sopraffazione con una sopraffazione al contrario, dove c'è sempre e comunque qualcuno che soffre e che viene ignorato o considerato "inferiore", a discapito di tutta la tolleranza e l'inclusività moderna predicata dal marchio Barbie.


Alla faccia di tutta la gioiosa idiozia riversataci addosso da trailer, meme ed anteprime, Barbie è un film molto amaro, che non mostra il fianco neppure per un istante a soluzioni semplici ed happy ending posticci. La Gerwig e Baumbach, anzi, sembrano volerci dire che la vita è fatta di scelte e sofferenza, una lotta continua per affermare noi stessi in una società che probabilmente non ci vuole e che ci impone assurdi modelli maschili o femminili; ancora peggio, non esistono cambiamenti nati da illuminazioni improvvise e lo status quo è terribilmente difficile da sradicare, quindi tutto il contrario di ciò che ci è sempre stato insegnato dalla Disney e dai suoi emuli (se poi pensate che l'amore possa vincere su ogni cosa, avete davvero puntato sul film sbagliato). Tutto ciò viene gettato in faccia allo spettatore col sorriso, con i toni garbati di una commedia capace di spingere il pedale sull'acceleratore dell'assurdo senza mai deviare dal suo percorso né imbroccare la via senza ritorno della caciara fine a se stessa, cosa che dimostra l'incredibile lucidità mentale della Gerwig e il suo polso fermissimo sia in fase di scrittura che di regia. Se, a tratti, Barbie vi sembrerà un po' troppo fighetto e "maestrino" nel suo desiderio di aprirci gli occhi al mondo, beh, non sarò io a farvi cambiare idea, perché ogni tanto ho avuto io stessa la sensazione di venire "bacchettata" tra una risata e l'altra (probabilmente avvertivo l'aura di Baumbach, con cui non vado d'accordissimo), ma siccome sul finale sono riuscita persino a commuovermi direi che nel film c'è soprattutto del sentimento, non solo del freddo, cinico calcolo.


Al di là di queste considerazioni che, come avrete capito, non posso sviscerare appieno pena incappare in sgraditi spoiler, Barbie è proprio bello cinematograficamente parlando. Se date un'occhiata QUI, vi farete un'idea di quante, elegantissime fonti d'ispirazione abbiano guidato la Gerwig nella realizzazione del film che, effettivamente, è una gioia per gli occhi fatta di inquadrature iconiche ed intelligenti, con numeri musicali dal sapore vintage, capaci di lasciare a bocca spalancata. Le scenografie sono spettacolari e non potrebbe essere altrimenti: il rosa e i colori pastello delle case dei sogni di Barbieland si accompagnano a fondali disegnati che noi bambine conosciamo molto bene, e non contrastano neppure troppo con la fredda monocromia e regolarità degli uffici della Mattel, proprio a rispecchiare il rigido controllo presente in due mondi strettamente legati. Personalmente, non ho mai avuto molte Barbie con cui giocare ma mi sono ammazzata di cataloghi Mattel (li adoravo, avendo sempre amato disegnare mi davano una fonte d'ispirazione costante per vestire le mie donnine e, in più, erano scritti in almeno un paio di lingue) e non nascondo di avere represso più di un brivido di gioia davanti al rispetto filologico di costumi, pettinature, accessori e linee, spesso utilizzati come ulteriore fonte di ironica presa in giro. La presenza di una narratrice d'eccezione, che spesso sfonda la quarta parete dialogando con spettatori e realizzatori, è l'ulteriore aggiunta a un cast perfetto. Se Michael Cera e Kate McKinnon sfruttano al meglio il poco tempo a loro concesso e Margot Robbie è una Barbie fatta e finita, a rubarle la scena c'è un Ryan Gosling favoloso, che si è gettato anima e corpo in un ruolo che molti avrebbero rifiutato perché troppo "stupido"; l'attore ha reso finalmente giustizia al povero Kentozzi(tm) rendendolo tragico, eroico "imperatore del regno di mille fighe di legno", "monumento" di un algido piccione biondo, che verrebbe voglia di abbracciare per tutta la durata del film. Non mi vergogno a dire che, per quanto mi riguarda, questa è l'interpretazione migliore di Gosling e, prima di venire linciata, vi invito a correre al cinema a vedere Barbie. Lo so, è una cretinata, ma andate con almeno un accessorio rosa, perché vedere una sala gremita di gente tutta vestita a tema, persino nel triste multisala di Savona, è stata un'esperienza bellissima!!


Della regista e co- sceneggiatrice Greta Gerwig ho già parlato QUI. Margot Robbie (Barbie), Kate McKinnon (Barbie), Alexandra Shipp (Barbie), Emerald Fennell (Midge), Ryan Gosling (Ken), Michael Cera (Allan), America Ferrera (Gloria), Helen Mirren (narratrice), Will Ferrell (CEO della Mattel) e Lucy Boynton (Barbie Proust) li trovate invece ai rispettivi link. 

Simu Liu interpreta Ken. Cinese, lo ricordo per film come Shang - Chi e la leggenda dei dieci anelli, inoltre ha partecipato a serie quali Slasher e prestato la voce per I Simpson. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 34 anni e tre film in uscita. 


Rhea Perlman interpreta Ruth. Americana, moglie di Danny De Vito, ha partecipato a film come Matilda 6 mitica e a serie quali Taxi, Blossom, Cin Cin, Innamorati pazzi e Ally McBeal; come doppiatrice ha lavorato ne I Simpson, American Dad!, Robot Chicken e Sing. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 75 anni. 


Tra le mille Barbie e Ken presenti nel film spuntano Dua Lipa e John Cena in versione sirene. Se Barbie vi fosse piaciuto il mio consiglio è di recuperare davvero le fonti di ispirazione della Gerwig, male non farà di sicuro! ENJOY!



martedì 10 gennaio 2023

Rumore bianco (2022)

Neanche il tempo di smaltire i panettoni che è arrivata la stagione dei premi cinematografici. A fronte della candidatura ai Golden Globes per Adam Driver e dell'uscita su Netflix, mi sono messa dunque a guardare Rumore Bianco (White Noise), diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Noah Baumbach a partire dal romanzo omonimo di Don DeLillo.


Trama: la normalissima vita di Jack, Babette e dei loro figli viene sconvolta da una nube tossica che minaccia di porre fine all'esistenza di quanti sono così sventurati da trovarsi nel suo raggio d'azione...


Sto invecchiando male, me ne rendo conto. Non ho più la pazienza di affrontare lunghi film popolati da personaggi logorroici che disquisiscono ininterrottamente di fuffa spacciandola per concetti importanti che, tra l'altro, vengono già sbattuti in faccia allo spettatore senza che finiscano anche per essere reiterati 700 volte nel corso della pellicola; un conto sono gli infiniti dialoghi di Tarantino, zeppi di citazioni pop e sciocchezze talmente divertenti da fare il giro e diventare cool, ma il mumblecore (neppure gore, mannaggia!) d'autore ha cominciato a darmi parecchio sui nervi, soprattutto quando l'autore se la crede troppo. E Noah Baumbach, a quanto pare, se la crede talmente tanto che ha provato a filmare l'infilmabile Rumore bianco di Don DeLillo. Il libro è stato definito infilmabile da chiunque lo abbia letto, insieme di persone all'interno delle quali non rientro, quindi non sarò io a dire se il regista è riuscito o meno nel suo intento. Personalmente, posso solo dire che ho trovato Rumore bianco quasi antipatico come How it Ends, col quale condivide, almeno in parte, un "viaggio della speranza" per fuggire ad una presunta fine del mondo, sfruttato come mezzo per spingere gli strani personaggi ad amare e profonde riflessioni condivise con altri tipi umani peculiari quanto loro; un altro film da me poco apprezzato col quale ho riscontrato delle affinità, almeno a livello di veicolazione del messaggio, è Men, per via dei suoi concetti semplici eppure stiracchiati e convoluti all'infinito tramite la pretesa di un filtro intellettuale atto a mostrare quanto l'Autore sia superiore ai comuni spettatori che hanno la fortuna di ammirare un suo film. In questo caso, Rumore bianco racconta la storia di un'umanità (la nostra) incapace di vivere senza circondarsi di qualunque cosa possa distrarre dal costante pensiero della morte e delle malattie, e, allo stesso tempo, impossibilitata ad andare avanti senza subirne il fascino, quasi fossimo costretti sempre a torturarci o metterci alla prova invece di vivere un po' sereni, godendo della "banale" pace di una vita ordinaria. Tutto il film gira su questi concetti, che passano attraverso le insicurezze della coppia formata da Jack e Babette e i loro goffi tentativi di superarle con metodi non convenzionali, ulteriormente complicati da un paio di situazioni surreali, ovvero una nube tossica che minaccia di uccidere chiunque si trovi nel suo raggio di azione e lo spaccio di una misteriosa medicina dagli effetti sconosciuti.


Tutto ciò che esula dal riassunto che ho postato nelle ultime quattro righe è, appunto, "rumore bianco", il tentativo di Baumbach di riportare sullo schermo lo stile del libro che, mi è parso di capire, dà moltissima importanza al consumismo americano, all'onnipresenza della tecnologia e alla necessità di razionalizzare ogni cosa, tradotto nel mezzo cinematografico attraverso una sovrabbondanza di dettagli e colori (il supermercato è uno spettacolo) e un continuo rumore di sottofondo fatto di parole, suoni, trasmissioni televisive o radiofoniche, oltre alla voce narrante del protagonista. E devo dire che, a livello di regia e, soprattutto, interpretazioni, Rumore bianco non mi è nemmeno dispiaciuto, anzi. Baumbach non è uno scemo e realizza delle sequenze molto interessanti ed ironiche (tutta la tirata sugli incidenti stradali cinematografici è un geniale preludio a quelli che poi verranno girati più avanti da lui e le scene legate all'apocalisse non sfigurerebbero affatto, per montaggio e tensione, in un serissimo film di genere), sfruttando alla perfezione costumi, accessori e pettinature perfette per un'opera di Wes Anderson e che, qui, sottolineano ancor più il tentativo dei personaggi di spiccare, rendersi protagonisti e proteggersi, in qualche modo, dalla morte sempre presente nell'ombra. Adam Driver è ormai una garanzia e la sua lezione su Hitler è una delle scene più belle del film, ne conferma il talento e la capacità di mangiarsi tutto il resto del pur interessante cast, dove spiccano Don Cheadle e la sempre gradita Raffey Cassidy, mentre stavolta ho trovato un po' sottotono la Gerwig, alla quale probabilmente non si addice granché il personaggio plumbeo di Babette. Pur consapevole di tanta bravura e tanta bellezza visiva, non ho potuto fare a meno di annoiarmi spesso e, peggio ancora, di provare irritazione per tutti i motivi di cui ho parlato sopra, il che mi porta a conferire a Rumore bianco il premio di prima delusione cinematografica dell'anno... e a pensare che, forse, io e Baumbach non andiamo particolarmente d'accordo
  

Del regista e co-sceneggiatore Noah Baumbach ho già parlato QUI. Don Cheadle (Murray), Adam Driver (Jack), Greta Gerwig (Babette), Raffey Cassidy (Denise), Lars Eidinger (Mr. Gray), Bill Camp (Uomo con la TV) e Kenneth Lonergan (Dr. Hookstratter) li trovate invece ai rispettivi link.


Ad interpretare Heinrich e Steffie ci sono i due figli dell'attore Alessandro Nivola, Sam e May; Jodie Turner-Smith, che interpreta Winnie, era la Queen di Queen & Slim. Se Rumore bianco vi fosse piaciuto recuperate I Tenenbaum e Don't Look Up. ENJOY!

venerdì 17 gennaio 2020

Piccole donne (2019)

Potevo perdermi un adattamento degli adorati romanzi di Louisa May Alcott? Assolutamente no! Così, martedì sono andata a vedere Piccole Donne (Little Women), diretto e sceneggiato dalla regista Greta Gerwig e candidato a sei premi Oscar: Miglior Film, Miglior Attrice Protagonista (Saoirse Ronan), Miglior Attrice Non Protagonista (Florence Pugh), Miglior Sceneggiatura Non Originale, Migliori Costumi e Miglior Colonna Sonora.


Trama: Jo March, lontana dalla famiglia e impegnata a farsi una carriera come scrittrice, ricorda i momenti salienti della sua adolescenza con le sorelle Meg, Beth e Amy e con l'amico Laurie.


Perdonatemi se comincio con una citazione vile: "Una per tutte, tutte per una, vieni anche tu e saremo una in più". L'una in più è l'adorabile Greta Gerwig, pronta ad aggiungere alle mille incarnazioni delle Piccole donne della Alcott la sua visione particolare e moderna, capace di spiccare tra le altre senza snaturare la natura di un'opera amatissima e conosciuta in tutto il mondo. Piccole donne non così piccine, le sue, dotate di una forza d'animo incredibile e della capacità di inseguire i loro sogni all'interno di una società in cui, tra guerre, povertà e maschilismo imperante, è anche troppo facile perderli o convincersi della loro ininfluenza. Sogni, peraltro, che non potrebbero essere più diversi tra loro e che, in buona parte, sono lontani dall'idea romantica che ci si aspetterebbe da una storia ambientata nella metà dell'ottocento, declamati a gran voce nel corso di alcuni dialoghi che contribuiscono a mostrare le eroine della Alcott sotto una nuova luce che potrebbe tranquillamente riassumersi con "money makes the world go round". E così Jo diventa moderna imprenditrice di se stessa, ironica proprietaria di personaggi da piegare consapevolmente alle regole dell'entertainment in un prefinale talmente witty e cinematograficamente teatrale che l'Academy dovrebbe vergognarsi per non aver candidato la Gerwig nella rosa di registi; Amy, la sciocca, frivola Amy, qui diventa l'ultimo baluardo contro la potenziale indigenza della famiglia, riuscendo a conciliare con inaspettato acume amore, sì, ma anche interesse, mettendo da parte i suoi infantili sogni di gloria con una lucidità invidiabile (e che rimarca, tristemente, la condizione della donna a quei tempi); Meg, pur comprendendo le regole del gioco, sceglie di ignorarle per amore, rinunciando a tutto ciò che, nel corso del film, le è stato agitato sotto il naso, divertimenti ed agiatezze in primis; Beth, la piccola, fragile Beth, immola se stessa per amor della famiglia e del prossimo, rimanendo cristallizzata in un eterno ricordo di innocente perfezione che funge da parametro morale per il resto delle sorelle e da costante fonte di ispirazione. Attorno a questi quattro personaggi indimenticabili, una ridda di comprimari altrettanto interessanti, ognuno caratterizzato alla perfezione anche solo grazie a piccoli gesti rivelatori (ciao Marmee, sì, sto parlando di te) e ognuno aspetto di un diverso frammento di realtà sociale con il quale le piccole donne dovranno necessariamente confrontarsi per crescere e maturare, tra piccoli, fondamentali successi e grandi sconfitte.


Greta Gerwig si approccia ai romanzi della Alcott cominciando in medias res, quando Jo è a New York e la famiglia si è già dispersa per il mondo e ricostruisce, a poco a poco, l'unità di un idillio familiare interamente (o quasi) femminile attraverso fondamentali memorie in cui sono gioia ed unità, a prescindere dalle circostanze, a farla da padrone; lo si capisce anche solo dalla fotografia, vivida e colorata, in contrasto con un presente fatto di toni neutri o cupi, soprattutto quando la salute di Beth comincia a scivolare via dalle dita di Jo e tutto sembra farsi incolore (e quanto è bella quell'inquadratura al mare, con la sabbia che viene portata via dalla marea che Jo cerca disperatamente di fermare?), tutto tranne le immagini girate dalla Gerwig, rese ancora più belle da un montaggio intelligente. Quanto al casting, abbiamo scelte di prim'ordine. Tra le personalissime note negative segnerei giusto Emma Watson, dal visetto troppo giovane per il ruolo di moglie e madre, è lì per lì avrei storto il naso anche davanti a Chalamet ma, riflettendoci, l'attore è perfetto per incarnare il ruolo di un Laurie particolarmente debosciato, decadente ed immaturo, tanto adorabile nel suo essere "Teddy" quanto da prendere a schiaffi per mille altre cose. Tutto il mio amore, ovviamente, va a Saoirse Ronan e Florence Pugh (ma c'è da voler bene anche a Laura Dern, alla giovane Eliza Scanlen e sì, anche a Meryl Streep). La Ronan sembra nata per interpretare Jo e il suo viso così particolare e senza età è perfetto sia per dipingere la Josephine ragazza che quella adulta, inoltre il carisma dell'attrice di origini irlandesi è talmente forte da renderla una protagonista naturale; Florence Pugh, dal canto suo, è una Amy particolare, in grado di conciliare sia l'immaturità della ragazzina che vorrebbe il nasino a punta sia la saggezza di una donna più cresciuta, che nelle altre versioni però perdeva tutto il suo fascino per diventare una figuretta incolore (si veda il film del 1994), cosa che qui per fortuna non accade. Sospendo al momento il toto-Oscar. Mi mancano ancora troppe performance femminili e tra quelle che ho visto c'è una bella competizione, per il resto ogni premio sarebbe un po' un affronto e un "premio di consolazione" a fronte della mancata nomination come regista della Gerwig, quindi spero almeno nei costumi, davvero fantasiosi e belli. Detto questo, chissenefrega dell'Academy e correte a vedere Piccole donne!


Della regista e co-sceneggiatrice Greta Gerwig ho già parlato QUI. Saoirse Ronan (Joe March), Emma Watson (Meg March), Florence Pugh (Amy March), Laura Dern (Marmee March), Timothée Chalamet (Theodore "Laurie" Laurence), Tracy Letts (Mr. Dashwood), Bob Odenkirk (Papà March), Louis Garrel (Friedrich Bhaer), Chris Cooper (Mr. Laurence) e Meryl Streep (Zia March) li trovate invece ai rispettivi link.


Emma Watson ha "ereditato" il ruolo di Meg da Emma Stone, impegnata nelle riprese de La favorita. Del film esistono, come ho scritto nel post, mille versioni: quelle che ricordo con piacere sono Piccole donne del 1994, quello del 1949 e la miniserie della BBC andata in onda nel 2017. Recuperatele tutte e... ENJOY!

mercoledì 9 maggio 2018

L'isola dei cani (2018)

Ho aspettato fino a lunedì ma finalmente anche io ho potuto vedere L'isola dei cani (Isle of Dogs), l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da WES ANDERSON!! (Ok, prometto che è l'ultima volta che userò il caps lock)


Trama: in una metropoli giapponese del futuro, il bieco sindaco Kobayashi ha deciso di confinare tutti i cani su un'isola adibita a discarica, col beneplacito degli abitanti terrorizzati dall'influenza canina. Il suo pupillo, il dodicenne Akira Kobayashi, decide però di andare in cerca del cane Spots e si imbatte in un gruppetto di quadrupedi dell'isola che lo aiuteranno nell'impresa...


Come si fa a non volere bene a quello spocchioso snob di Wes Anderson, un regista che può permettersi di girare un cartone animato pensando solo a margine ai bambini, giusto per il gusto di creare un'elegante opera in stop-motion intrisa di perfezionismo, capace di fare esclamare "oooh! e "aaah!" a chiunque sia un minimo nipponofilo e apprezzi la qualità artigianale di sfondi fatti a mano, pupazzetti creati con pelo vero di alpaca e disegni animati dal tratto pulito ed "antico"? Come si fa a non amare chi inserisce nel suo film dialoghi in giapponese non tradotti per un buon 60%, lasciando che sia la musicalità della lingua nipponica a fluire dalle orecchie al cuore dello spettatore annullando le barriere linguistico-culturali? Certo, all'inizio del film ci sono le istruzioni per affrontare al meglio questa strana scelta e le stesse fanno parte dell'ironia che traspare da ogni sequenza de L'isola dei cani, ma obiettivamente persino il mio compagno di visioni è rimasto abbastanza spiazzato mentre io, che amo il Giappone con tutto il mio indegno corazon, non ho potuto fare altro che abbandonarmi all'atmosfera e piangere forte per non avere avuto il tempo di studiare quanto avrei voluto questa magnifica lingua e godermi così i dialoghi non sottotitolati. Ma calmiamoci un attimo, di cosa parla L'isola dei cani? Come da titolo, la trama racconta di un luogo in cui tutti i cani della città di Megasaki, in Giappone, vengono confinati in un'isola a causa di una presunta epidemia di influenza canina; ciò da il via alla ricerca del piccolo Akira, disperato per la scomparsa del fedele cane Spots ([supottusu]), ma è soprattutto il modo di introdurre quella che a me è sembrata una feroce critica ai partiti di estrema destra sempre più affermati in tutto il mondo, quelli che cavalcano il terrore delle persone e che non si fanno scrupolo ad alimentare voci allarmiste che allontanano i pensieri del popolo da problemi realmente pressanti onde concentrarli su specchietti per le allodole, ricorrendo a segregazione e allontanamento piuttosto che trovare soluzioni più costruttive. Certo, così a farci la figura dei malvagi sono gli amanti dei gatti, cosa che mi ha un po' spezzato il cuore, ma cosa ci vogliamo fare? Per i piccoli, ma anche per i grandi, c'è poi la deliziosa storia dell'amicizia tra il piccolo Akira e il selvatico randagio Chief, con risvolti da soap opera divertenti e commoventi, oltre a tutto il coro di esilaranti comprimari portatori ognuno di una piccola idiosincrasia Andersoniana.


Per quel che riguarda la realizzazione, come ho detto sopra la visione de L'isola dei cani è pura gioia. Gli omaggi alla cultura giapponese si sprecano e mi dolgo solo di non conoscere a menadito il cinema nipponico perché secondo me ci sarebbe da stilare un elenco di influenze tratte da capolavori della settima arte orientale anche meno conosciuti, non solo le opere di Kurosawa o i cani meccanici ispirati a mechaGodzilla; personalmente, mi è sembLato di vedere una citazione del capolavoro del mangaka Junji Ito, Uzumaki, con le inquietanti spirali che increspano le acque che bagnano l'Isola dei Cani a mo' di presagio di sventura, ma Anderson ha sicuramente attinto a piene mani anche dal teatro kabuki, dall'ukiyo-e, dalle stampe tradizionali, mentre passando a occidente non mancano le nuvolette di polvere tipiche di Snoopy, i cartelloni elettorali alla Quarto potere o le capigliature ricce in stile Un angelo alla mia tavola. Poi, c'è da dire che le citazioni saltano sì subito agli occhi ma risultano più interessanti la simmetria sempre tanto gradita al regista, le scelte cromatiche legate a ciò che si dice vedano i cani (niente verde né rosso quando viene mostrato il punto di vista dei cagnolini, ci avete fatto caso?), l'alternanza di vivaci campi lunghi che trasformano le scene in quadri dinamici e di intensi primi piani che non solo sviscerano le emozioni dei pupazzini ma li rendono al meglio, con tutte le loro imperfezioni di animali provati dalla fame, dalla sporcizia, dalla disperazione (e anche gli esseri umani sono ben caratterizzati, con quei visetti duri come porcellana e allo stesso tempo morbidi morbidi, espressivi da morire). A dire il vero, guardando L'isola dei cani occhi e cervello (e orecchie, ché la colonna sonora di Alexandre Desplat è pregevolissima!) vengono caricati da così tanti elementi, così tante cose belle ed interessanti, che bisognerebbe rivederlo almeno un paio di volte per essere in grado di scrivere un articolo sensato che possa rendere omaggio alla bravura inconfutabile di Wes Anderson, quindi vi consiglio di non stare tanto a pensarci su e correre al cinema prima che la distribuzione impietosa lo tolga!


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Bryan Cranston (voce originale di Chief), Edward Norton (Rex), Bob Balaban (King), Bill Murray (Boss), Jeff Goldblum (Duke), Greta Gerwig (Tracy Walker), Frances McDormand (interprete Nelson), Scarlett Johansson (Nutmeg), Harvey Keitel (Gondo), F. Murray Abraham (Jupiter), Tilda Swinton (Oracolo), Ken Watanabe (Primario di chirurgia), Fisher Stevens (Scrap), Liev Schreiber (Spots) e Anjelica Huston (Barboncino muto) li trovate invece ai rispettivi link.

Courtney B. Vance è la voce originale del narratore. Americano, ha partecipato a film come Caccia a Ottobre Rosso, Pensieri pericolosi, Una cena quasi perfetta, La fortuna di Cookie, The Divide, Final Destination 5, La mummia e a serie come E.R. Medici in prima linea e American Crime Story - Il caso O.J. Simpson. Anche produttore, ha 58 anni e due film in uscita.


Roman Coppola è la voce originale di Igor nonché co-sceneggiatore del film. Figlio di Francis Ford Coppola e principalmente produttore, ha partecipato a film come Il padrino, Il padrino - Parte II, Apocalypse Now Redux e Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, inoltre ha lavorato come doppiatore in Fantastic Mr. Fox. Anche regista, ha 53 anni.


Kunichi Nomura, che presta la voce al sindaco Kobayashi, è co-sceneggiatore del film ed è già apparso in film come Lost in Translation e Grand Budapest Hotel. A fargli compagnia tra i doppiatori c'è nientemeno che Yoko Ono, nei panni dell'assistente Yoko-ono, per l'appunto, e sempre rimanendo in ambito scienziati ci sono attori giapponesi assai famosi come Takayuki Yamada (Crows Zero) e Ryuhei Matsuda (Nana, Tabù - Gohatto). Detto questo, se vi fosse piaciuto L'isola dei cani recuperate Fantastic Mr. Fox. ENJOY!


venerdì 2 marzo 2018

Lady Bird (2017)

Anche quest'anno è quasi finita. Manca solo The Big Sick (cartoni animati e film stranieri si recupereranno più avanti o il Bolluomo mi molla...) poi avrò finito i recuperi più importanti per la Notte degli Oscar. Oggi tocca a Lady Bird, uscito proprio ieri in tutta Italia, diretto e sceneggiato nel 2017 dalla regista Greta Gerwig e candidato a cinque Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Saoirse Ronan Miglior Attrice Protagonista, Laurie Metcalf Miglior Attrice Non Protagonista e Miglior Sceneggiatura Originale).


Trama: Christine "Lady Bird" McPherson vorrebbe abbandonare l'odiata Sacramento ed iscriversi a un college di New York ma purtroppo la sua famiglia è povera e i suoi voti sono bassi. L'ultimo anno di liceo diventa quindi un anno di speranze, prime esperienze amorose e sogni infranti...


Suona ipocrita detto da una che ha saltellato all'idea che Get Out finisse nella rosa di varie nomination ma sorge spontanea la domanda: che diamine ha visto l'Academy in Lady Bird per proporlo addirittura come Miglior Film e per la Miglior Regia? L'esordio dietro la macchina da presa della brava Greta Gerwig è l'ennesimo coming of age imperniato su una ragazza "strana" e dalle ambizioni enormi (benché quali, di preciso, non sia dato sapere...), intrappolata all'interno di una cittadina che le sta stretta (nella fattispecie, Sacramento, in California, come ben sottolineato dalla citazione che apre il film) e vessata da una madre che non la capisce e fa di tutto per osteggiarla nonostante le voglia tanto bene, un film dall'anima "indie" che nel 2018 è già diventata cliché perché la sceneggiatura, premiata a sua volta, è ampiamente prevedibile, fin dalle prime sequenze. Christine McPherson, autonominatasi Lady Bird al punto da costringere anche i genitori a chiamarla così, è una diciassettenne andante per i diciotto che spera di venire ammessa a un college di New York per abbandonare l'odiata Sacramento. Purtroppo, la fanciulla è sì molto carina (come sottolineato dal fatto che TUTTI i ragazzi che le interessano capitolino dopo un secondo) ma non è particolarmente intelligente né dotata di qualche talento quindi, vista anche la povertà dei genitori, riuscire nell'intento risulta arduo e l'intero film ruota proprio sulla frustrazione della protagonista e sui suoi costanti tentativi di elevarsi dalla massa oppure farsi notare. E' faticoso seguire le vicende di Lady Bird, più che altro è difficile empatizzare con lei o interessarsi al suo destino visto che non solo il desiderio di "scappare" della ragazza è fine a sé stesso ma il personaggio risulta quasi più insopportabile della Nadine del più riuscito 17 anni: e come uscirne vivi, che perlomeno di tanto in tanto sbroccava, risultando divertente e assurda; i toni di Lady Bird sono invece sussurrati, quasi la Gerwig volesse sottolineare come la protagonista sia una normale adolescente e come la sua situazione sia la medesima di tante altre sue coetanee sparse per l'America, eppure a me è sembrato che qualcosa si inceppasse proprio in questo meccanismo. Forse il problema risiede nel fatto che Lady Bird, già non particolarmente carismatica di suo, è circondata da comprimari appena abbozzati, salvo giusto per la madre, il fidanzatino Danny e forse il papà o l'amica del cuore? Il resto dei personaggi che gravitano attorno alla protagonista lascia il tempo che trova, alcune storie accennate rimangono lì sospese nell'aria e, in generale, nessuno riesce ad influire sulla protagonista in maniera così profonda da cambiarla e farla crescere, magari rendendola più consapevole dei suoi limiti (sì, sul finale c'è la nostalgia di Sacramento, dei genitori, persino della scuola cattolica ma sembra quasi qualcosa di posticcio, aggiunto giusto per necessità di "morale").


Lady Bird mi è sembrato così un lavoro "medio", non mediocre, carino e gradevole ma nulla più, e questa sufficienza si è ripercossa anche sulla mia percezione degli attori. Saoirse Ronan è sempre molto brava e dotata di una bellezza tutta particolare, eppure questa volta non mi è parso che bucasse lo schermo al punto da fissarsi nella mia memoria, ché di ragazzine ribelli dai capelli colorati e vestite in modo particolare è piena la cinematografia mondiale; lo stesso vale per Laurie Metcalf, probabilmente candidata all'Oscar in virtù delle inquadrature finali, durante le quali l'attrice piange in solitario instillando nello spettatore l'unica vera emozione di tutto il film, un'emozione adulta e malinconica che non ha nulla a che vedere con quelle artefatte suscitate dal personaggio principale. A risentire di una scrittura indecisa tra il coming of age indie e quello classico sono anche due attori che agli Oscar hanno fatto faville, uno l'anno scorso con Manchester by the Sea e uno quest'anno con Chiamami col tuo nome, entrambi ingaggiati come fidanzati della protagonista. Lucas Hedges è sicuramente quello caratterizzato meglio tra i due, anche se il colpo di scena che lo riguarda viene poi "sprecato" e utilizzato come l'ennesima botta di sfiga accorsa a Lady Bird, a Timothée Chalamet è andata peggio perché costretto nei panni del mocciosetto fintamente profondo, il tipico bello e tenebroso che alla fine si rivelerà una sòla così che la protagonista possa aprire gli occhi e tornare a prestare attenzione a ciò che conta davvero. Se a ciò aggiungete delle sequenze abbastanza didascaliche (Lady Bird che "cancella" con un colpo di rullo la sua vecchia vita oppure la sequenza in cui pare avere perso un braccio, solo per fare paio di esempi), i soliti omaggi al Rushmore di Wes Anderson accompagnati da autocitazioni che solo i fan della Gerwig possono cogliere e una colonna sonora ruffianetta ma non particolarmente memorabile, capirete perché Lady Bird è un film che mi ha lasciata un po' con l'amaro in bocca, quel gusto leggermente stantìo che sinceramente non mi aspettavo da una regista, sceneggiatrice e interprete che apprezzo da tempo.


Della regista e sceneggiatrice Greta Gerwig ho già parlato QUI. Saoirse Ronan (Lady Bird McPherson), Tracy Letts (Larry McPherson), Lucas Hedges (Danny O'Neill) e Timothée Chalamet (Kyle Scheible) li trovate invece ai rispettivi link.

Laurie Metcalf interpreta Marion McPherson. Americana, ha partecipato a film come Cercasi Susan disperatamente, Io e zio Buck, Affari sporchi, JFK - Un caso ancora aperto, Scream 2, Dick & Jane - Operazione furto e a serie quali Pappa e ciccia, Dharma & Greg, Una famiglia del terzo tipo, Malcom, Grey's Anatomy, Desperate Housewives e The Big Bang Theory; come doppiatrice, ha lavorato nei film Toy Story, Toy Story 2 e Toy Story 3. Ha 63 anni e un film in uscita, Toy Story 4.


Lois Smith interpreta Sorella Sarah Joan. Americana, ha partecipato a film come La valle dell'Eden, Cinque pezzi facili, La vedova nera, Attrazione fatale, Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, Un giorno di ordinaria follia, Dead Man Walking - Condannato a morte, Twister, La promessa, Minority Report e a serie quali Cold Case, Grey's Anatomy, E.R. Medici in prima linea, Desperate Housewives e True Blood. Ha 88 anni e un film in uscita.


Stephen Henderson interpreta Padre Leviatch. Americano, ha partecipato a film come Molto forte, incredibilmente vicino, Lincoln, Il sangue di Cristo, Manchester by the Sea e Barriere. Ha 69 anni e un film in uscita.


John Karna, che interpreta Greg Anrue, era il Noah Foster della serie TV Scream. Detto questo, se Lady Bird vi fosse piaciuto potete recuperare 17 anni: e come uscirne vivi, 20th Century Women e Bella in rosa. ENJOY!

domenica 26 febbraio 2017

Jackie (2016)

L'ultimo film di cui vi parlerò prima che vengano assegnati gli Oscar (per chi fosse interessato, i post sugli altri arriveranno a ridosso delle rispettive uscite italiane) è Jackie, diretto nel 2016 dal regista Pablo Larraín e in concorso con tre nomination (Natalie Portman Migliore Attrice Protagonista, Migliori Costumi e Miglior Colonna Sonora Originale).


Trama: dopo la morte del presidente Kennedy, la moglie Jackie si ritrova a dover tenere in piedi la propria famiglia e ad onorare la memoria del marito senza crollare nel tentativo...


Di base, ritengo quello americano come uno dei popoli più stupidi sulla faccia del pianeta, giudizio che, se possibile, si è intensificato ancora di più dopo l'elezione di quella sorta di imbarazzante Gabibbo malvagio che risponde al nome di Donald Trump. Nonostante questo o forse, chissà, proprio per questo, la storia americana esercita su di me un fascino stranissimo, soprattutto per quel che riguarda il periodo turbolento precedente e successivo alla morte di John Fitzgerald Kennedy. Morto giovanissimo, all'età di 46 anni, questo giovane e sfortunato presidente è diventato nel tempo un mito, il simbolo di un'era, la versione buona del "quando c'era lui" e persino Stephen King (che lo definisce nel ciclo de La Torre Nera "l'ultimo Pistolero del mondo occidentale") è arrivato a chiedersi, nel romanzo 22.11.63, cosa sarebbe successo se JFK non fosse morto. Non ci è dato sapere cosa ne sarebbe stato dell'America e del mondo sotto la sua guida ma quel che è certo è che tra coloro che hanno contribuito a costruire il mito Kennedy c'è sicuramente la moglie Jackie, figura diventata nel tempo altrettanto "mitica" e protagonista del biopic di Pablo Larraín il quale, concentrandosi principalmente sull'intervista concessa dalla ex first lady al giornalista Theodore H. White una settimana dopo la morte del presidente, fa poca luce sulla vita privata di Jacqueline Lee Bouvier in quanto donna. Il punto di vista adottato nel film è infatti piuttosto quello di una neo-vedova, di una Ginevra che ha perso il suo Re Artù e cerca in tutti i modi di consegnarne il ricordo ai posteri tentando, allo stesso tempo, di non soccombere al dolore e proteggere sé stessa e i figli ancora piccoli non solo da eventuali attentati ma anche dall'indigenza e dagli sciacalli mediatici. Intelligente, piena di amore per le arti e la storia, Jackie è nata per essere più un membro di qualche famiglia reale europea piuttosto che la first lady americana; nonostante l'amore del popolo americano, la consacrazione ad icona della moda e l'impegno profuso nel trasformare la Casa Bianca in un museo dedicato alla storia americana, alla morte di Kennedy la donna è diventata per legge una semplice civile che da quel momento in poi avrebbe avuto poco tempo per portare via baracca e burattini dall'edificio presidenziale, lasciando così il posto al neo presidente Johnson e alla moglie.


Larraín racconta dunque questo momento assai delicato nella la vita della ex first lady mettendo sotto i riflettori il dolore per la morte di un marito "ingombrante" ma comunque molto amato (le immagini che mostrano Jackie subito dopo il tristemente famoso attentato a Dallas sono molto crude e fanno riflettere sull'incredibile forza d'animo di una donna che è stata letteralmente investita dalla materia cerebrale e dal sangue del suo compagno di vita), la rabbia, l'impotenza e la confusione di chi non ha più un appoggio spirituale e materiale e di chi non può prevedere un futuro che si prospetta terribilmente buio ed incerto, contestualizzando il tutto attraverso il racconto di un America e di un mondo costretti a cambiare nella maniera più drastica. Oltre a tutto ciò, viene sottolineata anche l'importanza mediatica di Jackie Kennedy non solo nella creazione del mito di Camelot (nome con cui gli americani sono arrivati nel tempo a definire la presidenza Kennedy) ma anche nel rendere in qualche modo più vicina al popolo un'istituzione come la Casa Bianca, mostrata per la prima volta in TV dalla stessa Jackie come fulcro della storia e della cultura americane, quindi un patrimonio nazionale e non solo dimora presidenziale. Inutile dire che l'intero film poggia sulla straordinaria interpretazione di una Natalie Portman che è riuscita a riportare in vita la sfortunata Jackie, impadronendosi di quell'accento mezzo americano, mezzo british e assolutamente posh che la caratterizzava, soprattutto nelle occasioni pubbliche (e che, intelligentemente, si riduce fino a scomparire quando viene mostrata la Jackie più intima ed emotivamente scossa), ma non solo; la fisicità, gli sguardi e i vezzi dell'attrice sono emozionanti sia quando la Portman è da sola, sia quando interagisce con gli altri (la sequenza in cui Jackie vaga per le stanze ubriaca e in lacrime, cambiando un vestito dopo l'altro, è magistrale ma vengono resi alla perfezione anche il rapporto con i figli e Bobby, con Johnson e persino col prete interpretato da John Hurt, Dio lo abbia in gloria sempre) e attorno a lei scenografi, costumisti e soprattutto il direttore della fotografia Stéphane Fontaine, responsabile della bellezza degli innumerevoli primi piani dell'attrice, hanno creato un perfetto scorcio di vita della first lady più amata dagli americani, tra dolorosa realtà e sognanti fantasie da musical.


Di Natalie Portman (Jackie Kennedy), Peter Sarsgaard (Bobby Kennedy), Greta Gerwig (Nancy Tuckerman), Billy Crudup (Il giornalista), John Hurt (Il prete), Richard E. Grant (Bill Walton), Beth Grant (Lady Bird Johnson) e John Carrol Lynch (Lyndon B Johnson) ho già parlato ai rispettivi link.

Pablo Larraín è il regista della pellicola. Cileno, ha diretto film come Tony Manero, No - I giorni dell'arcobaleno, Il club e Neruda. Anche produttore e sceneggiatore, ha 41 anni.


Inizialmente il film avrebbe dovuto girarlo Darren Aronofsky, con Rachel Weisz in qualità di protagonista, ma quando entrambi si sono ritirati dal progetto Aronofsky è rimasto solo come produttore. Diversamente dal solito, se Jackie vi fosse piaciuto non vi consiglio di recuperare altri film a tema, bensì il musical Camelot e il film TV A Tour of the White House, entrambi citati nella pellicola di Larraín. ENJOY!

martedì 21 febbraio 2017

20th Century Women (2016)

Arriva alla notte degli Oscar con una sola nomination (quella per la Miglior Sceneggiatura Originale) ma è bastato per spingermi a recuperare 20th Century Women, diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Mike Mills.


Trama: California, fine anni '70. Caroline, madre single ormai avanti con gli anni, cerca di capire come rapportarsi al figlio Jamie e, per "crescerlo" al meglio, chiede aiuto alle giovani Julie e Abbie.


20th Century Women è l'omaggio di un uomo alle donne che l'hanno cresciuto, il tentativo di capire il grande mistero del sesso femminile nel ventesimo secolo. Un mistero impossibile da risolvere, nonostante convivenze sotto lo stesso tetto e manuali di femminismo duro e puro, soprattutto in un periodo di cambiamenti, libertà ed incertezze come la fine degli anni '70 in cui soprattutto le donne cercavano ancora di capire quale fosse il loro posto nel mondo e come sfruttare al meglio tutte le possibilità che nonne e bisnonne non avevano avuto. Alla base di 20th Century Women c'è proprio questo desiderio "maschile" di comprendere l'altro sesso e anche la lotta quotidiana di un gruppo di donne toste alle prese con i loro problemi di identità, autoaffermazione e, ovviamente, amore, che sia quello per la famiglia, per il partner o per se stesse. Protagonista del film è l'adolescente Jamie (un alter ego dello stesso regista), che si ritrova in quel periodo della vita in cui ogni esperienza è motivo di frustrazione e gioia allo stesso tempo e che vorrebbe capire perché la madre, donna intelligente ed indipendente, viva una vita "ai margini" della scena sociale, amando essere circondata da amici ma, di fatto, non legandosi mai a nessuno e palesando sempre una strana tristezza; allo stesso tempo, Caroline vorrebbe capire un figlio che sente sempre più distante nonostante la leghi a lui un rapporto più d'amicizia che filiale ed è qui che entrano in scena Julie e Abbie, le altre due donne presenti nella vita di Jamie, alle quali Caroline chiede di "educare" questo figlio reso ormai estraneo dal gap generazionale che li separa. Julie è un cliché vivente, la tipica ragazzina problematica che passa da un letto all'altro per "protesta" nonché una "figa di legno" che non la darà mai al protagonista perché altrimenti "diventerebbe come tutti gli altri uomini", Abbie invece è una sorta di sorella maggiore, una ragazza indipendente e assai consapevole del suo essere donna, fiaccata ma non vinta da un cancro all'utero che potrebbe impedirle di avere figli in futuro. Queste tre donne a loro modo forti e peculiari saranno le guide che accompagneranno Jamie dall'adolescenza alla maturità, segnandone profondamente il carattere tra momenti allegri ed esaltanti e altri più malinconici e frustranti, imprevedibili come la vita stessa, e verranno a loro volta forgiate dall'esperienza maturando come persone.


La struttura di 20th Century Women è peculiare quanto i protagonisti che lo popolano. Nonostante il punto di vista attraverso cui viene raccontata la storia sia principalmente quello di Jamie e di Caroline, più volte le sequenze vengono introdotte da una narrazione in prima persona anche degli altri personaggi, che non si limitano a raccontare in tempo reale ma spesso anticipano anche ciò che accadrà loro in futuro. Queste introduzioni dei protagonisti si mescolano anche a citazioni di libri, poesie e saggi, portate all'attenzione dello spettatore da scritte in sovraimpressione che ne riportano l'autore e l'opera dalla quale sono tratte e l'intero film viene contestualizzato nel tempo da stralci di discorsi televisivi, film e brani musicali che influenzano direttamente la vicenda e anche il comportamento dei personaggi. Davanti ad una scrittura così complessa, allo stesso tempo drammatica e divertente, ricca di spunti per lo spettatore, non è difficile capire perché Mike Mills abbia ricevuto una nomination all'Oscar e la vivacità dei dialoghi contribuisce a rendere ancora più godibili le performance di un terzetto di attrici di tutto rispetto. Annette Bening, Elle Fanning e Greta Gerwig (adoratissima fin dai tempi di Damsels in Distress e soprattutto mai banale!) sono la linfa vitale del film, ognuna dotata di un suo personalissimo stile che riverbera automaticamente nell'interpretazione degli altri attori, magari meno incisivi (come Billy Cudrup, uomo incapace di prescindere dalle donne ma impossibilitato ad aver con loro un legame duraturo) ma altrettanto bravi e capaci di offrire ognuno una piccola, importante sfumatura all'interno dell'affresco generazionale creato da Mike Mills. Nel bailamme di filmoni in odore di Oscar 20th Century Women rischia di passare praticamente inosservato e, effettivamente, in Italia non esiste ancora una data d'uscita ma se riuscirete a recuperarlo in futuro dateci un'occhiata perché è davvero ben fatto e piacevole da guardare.


Di Annette Bening (Dorothea), Elle Fanning (Julie), Greta Gerwig (Abbie) e Billy Crudup (William) ho già parlato ai rispettivi link.

Mike Mills è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Thumbsucker - Il succhiapollice e Beginners. Anche produttore e attore, ha 51 anni.


Lucas Jade Zumann, che interpreta Jamie, era il terribile Milo di Sinister 2. Detto questo, se 20th Century Women vi fosse piaciuto recuperate Sing Street e magari anche Il diritto di contare. ENJOY!


venerdì 18 gennaio 2013

Damsels in Distress (2011)

In questo periodo i filmoni da vedere in sala si sprecano, ma ovviamente c'è tempo anche per recuperare quello che era sfuggito nei mesi scorsi, vuoi per la pessima distribuzione, vuoi per altri motivi. Oggi parlerò del delizioso Damsels in Distress, diretto nel 2011 dal regista Whit Stillman.


Trama: Violet, Heather e Rose sono tre studentesse che hanno un solo obiettivo nella vita: salvare i loro compagni dalle tendenze suicide e, in generale, migliorare la vita all'interno del campus... con metodi non proprio ortodossi, però!


Ammetto in tutta sincerità che quando ho cominciato a vedere Damsels in Distress mi aspettavo un film assai simile, sia per spirito che per personaggi, al mio adorato Ragazze a Beverly Hills. Invece mi sono trovata davanti una pellicola particolarissima, che affronta il tema stra-abusato dell'ambiente all'interno delle scuole americane da un punto di vista decisamente inconsueto. Le Damsels in Distress del titolo sono infatti tre fanciulle (alla quale si aggiunge la studentessa nuova, Lily) che, al pari della Cher di Ragazze a Beverly Hills, decidono in un impeto di generosità di consacrare la giovinezza ad aiutare i coetanei che ritengono più sfortunati di loro. A differenza di Cher, però, il terzetto capitanato dalla peculiare Violet non è composto da ragazze alla moda e adorate dalla maggior parte degli studenti, bensì da tre povere sfigate di animo buono che se la credono, convinte di essere illuminate, accondiscendenti, colte, graziose e superiori alla massa quando in realtà sono tre casi umani che non sfigurerebbero in un programma della De Filippi. La capa Violet segue la massima per cui sarebbe giusto e consigliabile stare con ragazzi più stupidi e più brutti della media, giusto per portare un po' di felicità e amore a questi derelitti, inoltre cerca di curare la depressione sua e degli altri attraverso il tip-tap e l'uso terapeutico del profumo di saponetta, Heather è una povera cretinetti di spaventosa ignoranza e Rose, la cinica del gruppo, è talmente intollerante ai cattivi odori che il semplice passaggio dei suoi coetanei in crisi ormonale la porta a svenire. Questo trio all'erta e pieno di brio viene a poco a poco smontato dal punto di vista di Lily che, proseguendo nel film, diventa sempre più consapevole dei limiti delle sue nuove amiche e della loro fondamentale natura di doofi (o doofuses, il dibattito è aperto, comunque in italiano starebbe per goffe, stupide), arrivando alla conclusione che, forse, è meglio essere normali e pensare a sé stessi piuttosto che pretendere di cambiare gli altri rimanendo nella beata inconsapevolezza dei propri spaventosi difetti.


Attorno a questo carismatico quanto sconcertante quartetto di primedonne, ruota un esilarante universo di personaggi che toccano diversi gradi di insanità mentale: c'è il fighètto pervertito che trova giustificazione nella religione, il ballerino depresso che si fa chiamare Freak Astaire e il ragazzo che ignora i nomi dei colori e cade in crisi mistica davanti all'arcobaleno, insomma un bestiario praticamente impossibile da dimenticare e che vi lascio il piacere di scoprire per intero. Detto questo, non aspettatevi tuttavia la tipica commedia demenziale americana. Fin dal primo fotogramma di Damsels in Distress si respira infatti un'aria di film indipendente e assai verboso, di opera divertente ma di quel divertimento intellettuale, un po' alla Wes Anderson per intenderci: basterebbe anche solo citare i particolari titoli di testa, dove i nomi delle quattro attrici sono elencati sotto la dicitura "The Damsels" e quelle degli altri attori sotto "Their Distress", l'elegante suddivisione in capitoli, oppure il finale incredibilmente retrò coronato da due numeri musicali, uno dei quali è un dance-along che insegna come scatenarsi al ritmo della Sambola, ballo inventato dalla stessa Violet. Inoltre, anche i costumi sono assai curati e qui e là si percepisce una sottile critica a quel provincialismo tipicamente americano che porta i giovani a non avere assolutamente idea di chi fosse Truffaut, a temere come la peste le pellicole in bianco e nero e a stupirsi davanti ad un ortaggio apparentemente comune come i carciofi.


Per finire, se ancora non siete convinti, spenderei anche due parole per gli attori. La produzione ha pescato la maggior parte dei coinvolti nell'ampio bacino delle serie televisive o delle recenti pellicole per cccioFFani, tuttavia il regista è riuscito ad ottenere da tutti delle interpretazioni molto valide, sempre in perfetto equilibrio tra commedia e farsa, anche quando i personaggi esulano da ogni possibile legame con la realtà. All'interno del cast spicca la protagonista Greta Gerwig che, senza essere eccessivamente bella o espressiva, sfrutta al meglio un fisico quasi sgraziato e un viso ordinario, riuscendo ad infondere al suo personaggio quel non so che per cui lo spettatore è naturalmente spinto a riconoscersi in alcuni dei suoi atteggiamenti e delle sue manie. C'è quindi un po' di Violet in ognuno di noi? Nel mio caso, direi di sì. Quindi, dopo avervi straconsigliato nuovamente questo carinissimo Damsels in Distress, andrò a rimettere su il film per imparare al meglio i passi della Sambola... d'altronde, stiamo parlando della nuova tendenza internazionale, che presto spopolerà in ogni discoteca!

Whit Stillman (vero nome John Whitney Stillman) è regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha girato film come Barcelona, Metropolitan e The Last Days of Disco. Anche produttore e attore, ha 60 anni.


Greta Gerwig interpreta Violet. Americana, ha partecipato a film come The House of the Devil e To Rome With Love. Anche sceneggiatrice, regista e produttrice, ha 29 anni e un film in uscita.


Megalyn Echikunwoke interpreta Rose. Americana, ha partecipato alle serie E.R. – Medici in prima linea, 24, Buffy the Vampire Slayer, That’s 70’s Show, Supernatural, The 4400, CSI: Miami e 90210. Ha 29 anni e un film in uscita, l’ultimo episodio di Die Hard.


Adam Brody interpreta Charlie. Americano, ha partecipato a film come American Pie 2, The Ring, Jennifer’s Body e Scream 4, oltre a serie come Smallville, Una mamma per amica e The O.C. Anche produttore e sceneggiatore, ha 33 anni e quattro film in uscita.


Se il film vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di Moonrise Kingdom, del già citato Ragazze a Beverly Hills, di Mean Girls e di Schegge di follia. ENJOY!!



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