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martedì 29 aprile 2025

Queer (2024)

La settimana scorsa sono riuscita anche a recuperare Queer, diretto nel 2024 dal regista Luca Guadagnino e tratto dal romanzo omonimo di William S. Burroughs.


Trama: William Lee è uno scrittore che passa le giornate in Messico tra alcool, droga e la ricerca di giovani ragazzi da portare a letto. Un giorno, si invaghisce di Eugene Allerton, un giornalista di passaggio dal comportamento ambiguo...


Piccolissimo disclaimer: non conosco Burroughs. Avevo letto, durante gli anni dell'università, Il pasto nudo, per cercare di comprendere e dare un senso al film omonimo di David Cronenberg, ma era stata un'esperienza ancora più straniante della precedente visione. Queer non l'ho mai letto e, poiché nel frattempo le poche cose che ricordavo de Il pasto nudo e della biografia di Burroughs si sono sfocate all'interno della mia mente, partivo con una buona base di ignoranza. Di conseguenza, non pretendo che questo post sia una critica esatta ed inconfutabile dell'ultimo film di Guadagnino, anzi, sarei molto felice che nei commenti arrivassero quelli che hanno amato la pellicola ad esporre le loro ragioni, possibilmente senza insultarmi. Per quanto mi riguarda, infatti, Queer è, al momento, la pellicola del regista che ho apprezzato di meno tra quelle viste. L'ho trovata, molto più delle altre, un lavoro di ricamo sul nulla, che non è riuscito affatto ad entusiasmarmi né ad incuriosirmi. Queer è diviso in tre capitoli: il primo ambientato in Messico, il secondo in Sudamerica, il terzo nella Foresta Equatoriale. I primi due capitoli li ho trovati una lunghissima, ripetitiva introduzione ai concetti un po' più corposi dell'ultima tranche di film, visionaria e talvolta anche commovente. Lo spettatore, infatti, è costretto a testimoniare l'indolente (ed indulgente) quotidianità di William Lee, scrittore benestante che, non vergando mai un rigo né battendo un singolo tasto della macchina da scrivere, passa le serate a fare cruising da un bar all'altro, talvolta rimediando un incontro notturno, più spesso tornado a casa sempre più triste, solo ed ubriaco. Attorno a lui, come le cosiddette "mosche da bar" dell'omonimo film di Buscemi, ronza un variegato microcosmo di uomini queer, perdigiorno quanto Lee, dall'atteggiamento più o meno predatorio e tutti più o meno inutili all'economia della vicenda, che si avvia davvero solo quando subentra la presenza di Eugene. Di quest'ultimo, un giornalista, Lee si invaghisce perdutamente, nonostante il suo atteggiamento ambiguo e prevalentemente disinteressato; buona parte del film verte sui grotteschi, talvolta imbarazzanti tentativi di Lee di approcciare, conquistare Eugene e, in seguito, di tenere desto il suo interesse impedendogli di abbandonarlo. Un genere di vicenda, insomma, verso la quale ho avuto un'enorme difficoltà a provare qualsivoglia forma di interesse, tanto è ripetitiva e, apparentemente, vacua. 


Dico apparentemente, perché nel momento in cui Queer entra nel terzo capitolo, qualcosa cambia. Intanto aumenta l'elemento ironico e grottesco, già molto presente nel film, e la sensazione di avere davanti una vicenda surreale, persa nel tempo e nello spazio. Inoltre, attraverso immagini oniriche e sequenze completamente scollegate dalla realtà, assume concretezza uno dei concetti chiave del film, una battura ripetuta più volte nel corso di Queer: "I’m not queer. I’m just disembodied". Il desiderio di trovare "un corpo" nella persona dello stesso sesso, di perdersi in esso, di diventare, finalmente, integro e reale; ma, anche, il dolore di sentirsi dissociati dal nostro stesso essere, a causa delle circostanze o di una società che prova disgusto nei nostri confronti. Allora, acquista più senso anche una primo atto ripetitivo, dove il cruising diventa la disperata ricerca del protagonista di qualcosa che gli dia un senso, che lo ancori in una parvenza di sé stesso portata via da "pilastri" instabili come droga ed alcool. E acquista più senso anche il comportamento di Eugene, probabilmente in cerca, a sua volta, di un corpo, un'identità in cui identificarsi, che potrebbe essere Lee ma anche qualcun altro; d'altronde, Eugene, a differenza di Lee, è giovane ed è comprensibile che senta di avere ancora tutta una vita di esperienze davanti, là dove Lee, invece, sente di non avere quasi più occasioni per diventare integro. O magari sto sbagliando tutto, anche perché Queer è zeppo di citazioni che rimandano alla vita di Burroughs, alcune colte grazie proprio alla passata visione de Il pasto nudo, altre sicuramente perse senza nemmeno rendermene conto.


Date queste premesse, Queer è un film che non riguarderei, perché, pur con tutte le riflessioni che mi ha suscitato, nate dal desiderio di andare oltre un "non fa per me", è, in effetti, un'opera che mi ha lasciato ben poco. Oggettivamente parlando, invece, posso dire che l'ho trovato un bel film. Innanzitutto, ha una bellissima colonna sonora, che mescola lo score originale degli ormai immancabili Trent Reznor e Atticus Ross a successi più o meno conosciuti che hanno ben poco a che fare con l'epoca in cui è ambientata la vicenda (salvo la tradizionale Malaguena), con due canzoni dei Nirvana e persino New Order, Prince e Verdena; in particolare per quanto riguarda i NirvanaGuadagnino ha dichiarato di aver voluto creare una sorta di "ponte" tra la personalità di Burroughs e l'audience attuale, in quanto sia i Nirvana che lo scrittore erano molto sensibili a temi quali la depressione, il dolore e il sentirsi outsider all'interno della società contemporanea. Ho inoltre apprezzato il ricorso di Guadagnino a sequenze oniriche, tra momenti più "lirici" e altri che ho interpretato come omaggi da incubo al Pasto Nudo di Cronenberg, e, ovviamente, mi è piaciuta molto l'interpretazione di Daniel Craig. L'attore si è immerso completamente in un personaggio dalla personalità complessa e per nulla accattivante, riuscendo a camminare sul filo sottile che separa il disgusto e l'abbruttimento (onestamente, ho provato per Lee la stessa repulsione provata per il Berlusconi di Sorrentino in Loro, verso un vecchio predatore che sbava davanti alle grazie giovanili) da un'umanissima e profonda tristezza, una solitudine infinita che può suscitare solo compassione e pietà. Tutto questo, senza mai risultare patetico, anzi, spesso l'attore abbraccia una vis grottesca che è perfetta per quel poco che ricordo dello stile di Burroughs. Riassumendo, dunque, Queer non è un film "per me", ma non mi sento di sconsigliarlo.  Posso solo assicurarvi che non è la mattonata sulle palle che temevo, già solo per quello il mio consiglio è quello di provare e "vedere"; astenetevi solo se, come il Bolluomo, amate le pellicole con un inizio, una trama fatta di cause ed effetti, e una fine che concretizzi un qualche "risultato", perché Queer non è proprio il film che fa per voi (infatti, conoscendolo, gliel'ho risparmiato!). 


Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI. Daniel Craig (William Lee), Jason Schwartzman (Joe Guidry), Ariel Schulman (Tom Weston) e David Lowery (Jim Cochran) li trovate invece ai rispettivi link.

Drew Starkey interpreta Eugene Allerton. Americano, ha partecipato a film come American Animals, Le strade del male, Hellraiser e serie quali Scream: la serie. Ha 32 anni e un film in uscita, Onslaught, la nuova pellicola di Adam Wingard


Se Queer vi fosse piaciuto, recuperate Chiamami col tuo nome e Il pasto nudo. ENJOY!

martedì 8 aprile 2025

The Last Showgirl (2024)

Purtroppo a Savona hanno pensato bene di non fare uscire The Shrouds, quindi ho dovuto consolarmi con The Last Showgirl, diretto nel 2024 dalla regista Gia Coppola.


Trama: Shelly è una ballerina ultracinquantenne, impegnata da trent'anni nello show Le Razzle Dazzle, a Las Vegas. Quando arriva la notizia della chiusura improvvisa dello spettacolo, Shelly si ritrova a dover mettere in discussione la sua vita...


Come mi succede ormai da qualche anno, sono andata a vedere The Last Showgirl senza avere visto neppure un trailer, né sapere di cosa parlasse il film. Mi sono mossa "a sentimento", spinta da un cast di attrici che adoro, e curiosa di vedere come se la sarebbe cavata Pamela Anderson in quello che credo sia il suo primo film serio. Sono uscita dalla sala commossa, e con una gran voglia di riguardare Un sogno chiamato Florida, film con cui The Last Showgirl condivide il concetto di "morte del sogno americano" all'interno di uno dei luoghi simbolo della cultura popolare mondiale. Sean Baker raccontava lo squallore che circonda Disneyworld, in coloratissimi motel chiamati Magic Castle o simili, Gia Coppola racconta lo squallore nascosto dalle luci perenni di Las Vegas e, attraverso esso, parla dell'illusione di sentirsi parte di una magia eterna, immuni al tempo che passa, mentre il mondo attorno a noi cambia e diventa sempre meno tenero coi ruderi di una gloria ormai superata. Shelly ha 56 anni, per trenta ha lavorato in uno show (che noi non vedremo mai, per inciso) chiamato Le Razzle Dazzle, in cui bellissime ballerine in sontuosi costumi mostrano il corpo nudo o semi-nudo, impegnate in eleganti coreografie. Una sorta di Moulin Rouge a Las Vegas, quel tipo di spettacolo che attira sempre meno spettatori e turisti, tanto che, un giorno, arriva il fatidico annuncio: Le Razzle Dazzle chiuderà per sempre, e tanti saluti alle ballerine. Il mondo di Shelly crolla in un istante, quel mondo che la donna aveva bisogno di credere immutabile, soprattutto dopo aver sacrificato ad esso l'affetto della figlia, un possibile futuro a New York, una vita diversa. The Last Showgirl ha tantissime similarità non solo con Un sogno chiamato Florida, ma anche con il recente The Substance. Anche qui si parla di donne che non riescono a stare al passo coi tempi, che desiderano conservare l'illusione di essere bellissime e desiderabili, che vengono surclassate da ragazze più giovani e belle. A differenza di Elizabeth, però, Shelly non cova nel cuore acredine e disperazione, bensì l'ingenua speranza di poter continuare a rimanere sotto i riflettori per sempre, così com'è; se Elizabeth vede i suoi difetti al punto da scegliere di cambiare il proprio corpo, Shelly li ignora testardamente, chinando il capo ad ogni spostamento verso il fondo della fila di ballerine, pur di continuare a brillare, di rimanere in uno show sul cui manifesto c'è una lei di trent'anni prima, splendida e sorridente. 


Shelly è un personaggio positivo, benché non perfetto, ed è per questo che The Last Showgirl non prende mai la china di un Viale del Tramonto. La sceneggiatura del film, infatti, è molto attenta ad affiancare alla protagonista delle figure che rappresentano diversi modi di affrontare la terribile realtà al centro della trama. C'è Annette, che pur essendosi riciclata come cameriera non è mai riuscita a "crescere" e vive di stravizi come una ventenne; c'è Eddie, che non ha mai avuto problemi di vecchiaia e bellezza, sia perché è un uomo, sia perché è sempre rimasto dietro le quinte, nel lavoro e nella vita (ed è talmente clueless che persino il suo tentativo abbozzato di mansplaining fa tenerezza); ci sono Jodie e Mary-Anne, che mai vorrebbero il male di Shelly, ma hanno tutta la vita davanti per risolvere i loro problemi ed imparare dagli errori della loro "mamma" adottiva; c'è Hannah, che è veramente figlia di Shelly e che ha cercato di crearsi un futuro disprezzando chi ha scelto un successo effimero invece di passare l'esistenza con lei. L'interazione di Shelly con ognuno di questi personaggi ci permette non solo di scoprirne il carattere a poco a poco, ma anche di osservarne l'evoluzione a seguito del trauma subito, con tutte le umanissime reazioni di disperazione, rabbia, speranza e malinconia. Mai avrei pensato di scriverlo sul blog, ma Pamela Anderson è favolosa. In un mondo di Courtney Cox e Nicole Kidman, lei, un tempo paladina del ritocco estetico, ha scelto di mostrarsi al naturale, col volto deturpato dalla vecchiaia. Tutta la dignità infusa in questa scelta, la Anderson la riversa nel personaggio di Shelly, una donna fragile ma ottimista, orgogliosa di ciò che è stata e di ciò che potrebbe ancora essere, se il mondo non fosse un luogo così spietato. Vedere la Anderson vagare per le strade deserte di una Las Vegas fuori fuoco, o mentre si carica ogni sera di lustrini e trucco pesantissimo stringe già il cuore, ma mai quanto il confronto con il caustico regista di Jason Schwartzman (una delle sequenze più belle del film) o mentre sorride sul commovente finale, accompagnata dalle note di Beautiful that Way di Miley Cyrus.


Come ho scritto sopra, gli altri attori sono il sostegno perfetto alla performance sensazionale di Pamela Anderson. Sono tutti davvero bravi, ma il mio cuore è andato ad un'altra Signora, che non si vergogna assolutamente di mostrare i segni del tempo e della natura matrigna, una Jamie Lee Curtis consapevole di ciò che è stata (una grandissima, tostissima gnocca) e di ciò che sarà ancora, grazie alla sua personalità carismatica. Non c'entra nulla con The Last Showgirl ma sto rileggendo One Piece e lei sarebbe stata una Kureha perfetta. Che gran perdita. Tornando al film, una particolarità che, a causa della miopia e di un po' di astigmatismo, mi ha reso un po' difficile seguire inizialmente le immagini, deriva dalla scelta di Gia Coppola di girarlo come fosse un documentario, ispirata più dalle fotografie che dai film. E' stato fatto dunque largo uso di camera a mano, per seguire da vicino le attrici nei loro movimenti, con una predominanza di primi e primissimi piani che, a causa di lenti particolari, rendono molto sfocato tutto ciò che circonda il soggetto principale, e ciò è stato causa di un po' di mal di mare, almeno finché non mi sono abituata. Inoltre, Gia Coppola e la direttrice della fotografia, Autumn Durald Arkapaw, hanno scelto di non girare in digitale, ma su pellicola. Il risultato è che le immagini di The Last Showgirl sono permeate di toni caldi e molto morbidi, e risultano un po' sgranate, come se i protagonisti vivessero in un mondo da sogno che lentamente si sta disfacendo, lasciando dietro di sé nugoli di lustrini scintillanti, il glitter leggero sulla pelle di Shelly e il blu più triste a cui possiate pensare. Ho scritto il solito sproloquio confuso, quindi tenete a mente solo questo: The Last Showgirl è un film splendido e dovete assolutamente vederlo. Ne uscirete un bel po' depressi, ma è un film che parla anche di speranza, grazie ad alcuni dialoghi molto interessanti, e sta allo spettatore coglierla e farne importantissimo tesoro.


Di Kiernan Shipka (Jodie), Dave Bautista (Eddie), Jamie Lee Curtis (Annette), Billie Lourd (Hannah) e Jason Schwartzman (il regista) ho già parlato ai rispettivi link.

Gia Coppola (vero nome Giancarla Coppola) è la regista del film. Nipote di Francis Ford Coppola, ha diretto film come Palo Alto e Mainstream. Anche attrice, sceneggiatrice e produttrice, ha 38 anni. 


Pamela Anderson
interpreta Shelly. Canadese, famosa per il ruolo di C.J. Parker in Baywatch, ha partecipato a film come Barb Wire, Scooby-Doo, Scary Movie 3, Superhero - Il più dotato fra i supereroi, Baywatch e ad altre serie quali La Tata, Quell'uragano di papà e V.I.P. Vallery Irons Protection; come doppiatrice ha lavorato in Futurama e Stripperella. Anche produttrice e regista, ha 58 anni e un film in uscita, il remake de La pallottola spuntata


Brenda Song
, che interpreta Mary-Anne, era la London Tipton delle serie Zack e Cody al Grand Hotel e Zack e Cody sul ponte di comando. Se The Last Showgirl vi fosse piaciuto, recuperate Un sogno chiamato Florida. ENJOY!

martedì 3 ottobre 2023

Asteroid City (2023)

Il Multisala di Savona ha pensato bene di NON fare uscire Talk to Me. Ciò nonostante, mi sono comunque abbassata a dare dei soldi alla baracca per amore di Asteroid City, l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Wes Anderson. (Comunque la mia intenzione era di fare un ottobre solo horror, ma come si fa a dire di no a Wes?)
EDIT: Con una settimana di ritardo, Talk to me è uscito. Ritiro gli improperi che costellavano l'inizio del post, per ringraziamento.


Trama: una compagnia teatrale mette in scena Asteroid City, la storia di un ritrovo di giovanissimi e geniali scienziati con un twist fantascientifico...


Non è mai facile parlare di un film di Wes Anderson dopo solo una visione, peraltro in versione doppiata, perché il regista mette sempre tanta di quella carne al fuoco, spingendo il cervello dello spettatore a spingere da parte la storia in favore delle splendide immagini, che spesso viene da tacciarlo di superficialità e manierismo. Questo Asteroid City avrebbe tutte le carte in regola per essere un'opera "a rischio" in tal senso, ed è un peccato perché, dopo una nottata di riposo e un po' di tempo per riflettere su una frase in particolare che mi ha dato da pensare, sono riuscita a dare un senso a tutto il cucuzzaro. A un certo punto, lo spettacolare Jason Schwartzman dice "Non puoi svegliarti se non ti addormenti", una frase che viene ripetuta come un mantra all'interno di una classe di recitazione e che contiene in sé la chiave della doppia vicenda raccontata in Asteroid City, un film che continua la poetica andersoniana di persone sole, tristi, incapaci di affrontare la vita o di gestire le proprie emozioni. Ogni personaggio di Asteroid City, infatti, non ha il coraggio di "addormentarsi", ovvero non riesce a lasciarsi andare ed accettare che la vita non abbia soluzioni immediate e comprensibili (la macchina può essere aggiustata cambiando un piccolo pezzo oppure bisogna sostituirla), e combatte con tutte le sue forze la sola idea di qualcosa di imprevisto e sconosciuto (la macchina ha un terzo problema che il meccanico non riesce minimamente a capire). Ognuno di loro, soprattutto gli adulti, ma talvolta anche i ragazzi e bambini, personaggi di finzione o attori che li interpretano, ha bisogno di un filtro, una barriera che li porti a distaccarsi da questa complessità e ridurre l'esistenza a qualcosa di comprensibile, arrivando ovviamente all'incapacità di affrontare qualsiasi evento fuori dalla loro portata. Il primo è, senza dubbio, il geniale scrittore Conrad Earp, con tutte le difficoltà incontrate nel partorire l'opera, seguito subito dopo da Augie Steenbeck e dall'attore che lo interpreta in teatro nascondendosi dietro le lenti di una macchina fotografica e tic marcati che bloccano l'affiorare di qualsiasi emozione, positiva o negativa che sia, tanto che a un certo punto subentra persino il blocco dell'interprete, in un'altra sequenza particolarmente significativa.


L'umorismo caustico di Anderson, derivante dai surreali comportamenti e dai dialoghi assurdi tra personaggi fuori dal tempo, è una patina di leggerezza che nasconde, come sempre, un profondo disagio interiore che lascia cicatrici insondabili ai personaggi mentre li rende affascinanti e "strani" a un occhio esterno, come quello dello spettatore. L'intera cornice teatrale, girata in un elegante bianco e nero e in un formato che ricorda gli speciali televisivi anni '50, è accattivante quanto il geniale set della città titolare, realizzato rispettando non solo l'iconografia di una cittadina semi-deserta dello stesso decennio, ma anche la vivacità dei fondali che si utilizzerebbero a teatro, così da continuare questa compenetrazione di realtà e finzione. Fidatevi se vi dico che, nel 2023, non vedrete mai un'alieno bello quanto quello realizzato in stop motion per il film di Wes Anderson, né un uccellino bizzarro quanto il mini-road runner che concorre a rendere ancora più weird l'atmosfera della cittadina (eppure, anche lì, nessuno si scompone, perché è più facile ignorare o fotografare - distaccandoci dal soggetto - ciò che ci lascia perplessi e persino quello che ci affascina, perché non sia mai ci stravolga la vita), ed è inutile anche che tenti di farvi capire quanto siano perfette e bellissime le singole inquadrature del film, i costumi, il trucco e la colonna sonora: per me, andare a vedere una pellicola di Anderson è come guardare la mostra di un illustratore elegantissimo, e non posso fare altro che riempirmi gli occhi di bellezza, a prescindere che dietro essa ci sia un significato o il vuoto pneumatico. Quanto al cast, basta scorrere i nomi presenti per andare in visibilio, e l'unica cosa che mi preme è sottolineare quanto siano bravi non solo Jason Schwartzman (visivamente, un affascinante mix tra Paolo Ruffini e Furio, cosa che, nonostante tutto, mi ha strappato moltissime risate) e Scarlett Johansson, ovvero i due attori con più screentime, ma anche i giovani e talvolta sconosciuti ragazzini e bimbi che popolano il film, con menzione speciale alla tenerezza delle tre gemelline Faris, capaci di tenere testa a un nome importante come quello di Tom Hanks. Io lo so che Asteroid City è stato massacrato, ma m'importa davvero poco. Sono felicissima di averlo visto e non posso fare altro che consigliarlo, nell'attesa di rivederlo e godermi tutto quello che di sicuro mi è sfuggito!   


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Bryan Cranston (Presentatore), Edward Norton (Conrad Earp), Jason Schwartzman (Augie Steenbeck), Scarlett Johansson (Midge Campbell), Maya Hawke (June), Rupert Friend (Montana), Jeffrey Wright (Generale Gibson), Hope Davis (Sandy Borden), Steve Park (Roger Cho), Liev Schreiber (J. J. Kellogg), Sophia Lillis (Shelly), Tom Hanks (Stanley Zak), Matt Dillon (Meccanico), Steve Carell (Motel Manager), Tony Revolori (Aiutante di campo), Bob Balaban (Manager della Larkings), Tilda Swinton (Dr. Hickenlooper), Jeff Goldblum (L'alieno), Adrien Brody (Schubert Green), Hong Chau (Polly), Willem Dafoe (Saltzburg Keitel) e Margot Robbie (Attrice/moglie) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jake Ryan interpreta Woodrow. Americano, ha partecipato a film come The Innkeepers, Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore, A proposito di Davis, L'isola dei cani e Diamanti grezzi. Ha 20 anni. 


Bill Murray doveva partecipare come direttore del motel, ma ha contratto il COVID all'inizio delle riprese ed è stato sostituito da Steve Carell. Se Asteroid City vi fosse piaciuto recuperate Moonrise Kingdom - Una storia d'amore, Nope e Mars Attacks!. ENJOY! 

mercoledì 13 dicembre 2017

Fantastic Mr. Fox (2009)

Il Bolluomo voleva vedere un "cartone animato" su Netflix e la scelta è caduta così su Fantastic Mr. Fox, diretto e co-sceneggiato nel 2009 da Wes Anderson partendo dall'omonimo racconto di Roald Dahl (tradotto in Italia con Furbo, il signor Volpe).


Trama: Mr. Fox è una volpe che fa il giornalista ma rimpiange i tempi in cui, assieme alla moglie, passava le notti a rubare pollame. Trasferitosi in una nuova casa, Mr. Fox ricomincia la sua vita di furti, attirando su di sé e sulla sua famiglia le ire di tre allevatori...



Fantastic Mr. Fox era uno dei due film di Wes Anderson che ancora non avevo visto (adesso manca solo Un colpo da dilettanti, l'opera di esordio del regista) e sinceramente non so perché abbia aspettato così tanto prima di guardarlo. L'idea di vedere un autore che adoro impegnato nella non facile realizzazione di un cartone animato in stop motion mi intrigava molto ma sapete bene che la mala distribución dalle mie parti impera e anche per questo nel corso degli anni non sono mai riuscita a recuperare Fantastic Mr. Fox. Peccato, perché il film in questione è davvero un gioiellino, in primis per come è stato girato ma anche per il modo "subdolo" in cui le idiosincrasie tipiche del regista e il suo modo di gestire personaggi al limite del weird sono riusciti ad arricchire e conferire nuovi significati ad una storia semplice come quella scritta da Roald Dahl, dando alla luce un prodotto "adulto", quasi sicuramente molto poco appetibile per un pubblico di giovanissimi (e, visti i risultati in termini di incassi, per il pubblico in generale, ahimé). Lungi dall'essere "semplicemente" la storia della lotta tra una volpe e tre allevatori, il Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson racconta la frustrazione di una creatura abituata ad essere, per l'appunto, "fantastica", adorata e rispettata dall'intero regno animale per la sua furbizia, l'arte affabulatoria, la destrezza e l'agilità, costretta da una promessa fatta quasi in punto di morte ad accontentarsi della normalità di un posto fisso come quello di giornalista e a guardare con nostalgia al passato; come accade spesso nei film del regista, Mr. Fox è un adulto "bambino" e ha un rapporto conflittuale sia con la moglie (pur amandola alla follia) sia con un figlio adolescente che non mantiene alto il buon nome della famiglia in quanto goffo, piccolino e pasticcione. La frustrazione di Mr. Fox si sfoga dapprima nell'acquisto di un'enorme casa, poi nello scontro con i tre allevatori più crudeli della regione, stufi di vedersi rubare letteralmente sotto il naso polli, anatre, tacchini e persino sidro e pronti quindi ad eliminare non solo Mr. Fox ma tutti gli animali del bosco dalla faccia della terra; il Mr. Fox di Anderson è quindi un personaggio "negativo", portato dal suo narcisistico egoismo a mettere in pericolo la sua famiglia e gli amici, mentre la creatura di Roald Dahl era un padre che rubava per consentire ai figli di sopravvivere, non per soddisfare il proprio ego.


Le scelte di sceneggiatura di Anderson, per il quale Dahl è comunque una specie di mitico eroe, non intaccano il senso ultimo del personaggio (alla fine Mr. Fox vuole molto bene al figlio "strano", desidera solo il bene per la sua famiglia ed è disposto persino a sacrificarsi per essa) ma approfondiscono la sua personalità e rendono la storia in generale più movimentata, oltre che incredibilmente ironica. Anche il tema del "diverso", assai caro al regista, viene introdotto con eleganza e collegato alla trama grazie all'esilarante conflitto tra due outsider come Ash, figlio di Mr. Fox, e Kristofferson, nipote da parte di madre; come ho accennato nel paragrafo precedente, Ash è diverso in senso "negativo", disadattato e incapace di portare avanti l'eredità di un padre irraggiungibile, mentre Kristofferson è il tipico personaggio Andersoniano che vive in un mondo tutto suo e si diletta con hobby decisamente peculiari, risultando ovviamente eccelso in ognuno di essi. Partendo dal personaggio di Kristofferson si può cominciare poi a parlare dell'incredibile bellezza visiva e dello stile di Fantastic Mr. Fox, Andersoniano dall'inizio alla fine e maniacale per quel che riguarda i dettagli. In un universo tipicamente saturo dei colori caldi tanto amati dal regista, l'unico diverso è proprio Kristofferson, vestito d'azzurro; rimanendo in tema abiti, Mr. Fox veste un completo assai simile a quelli prediletti da Anderson, non a caso le stoffe per realizzarlo provengono proprio dal sarto del regista; lo stesso Wes Anderson ha voluto che i pupazzini dei singoli personaggi fossero manufatti con pelliccia vera (alla faccia degli animalisti) nonostante l'aspetto arruffato che avrebbero avuto dopo miriadi di maneggiamenti e riposizionamenti, e persino i pochi esseri umani presenti nella pellicola hanno in testa capelli veri raccolti dai dipendenti dello studio d'animazione. Questi sono solo alcuni esempi ma anche senza andare nello specifico si intuisce ad una prima occhiata il lavoro certosino che sta dietro ad ogni singolo fotogramma di Fantastic Mr. Fox, ognuno dei quali meriterebbe di essere incorniciato e appeso, con i pupazzini imprigionati negli splendidi ambienti usciti dritti dritti dal gusto peculiare di Wes Anderson. E lo so che il regista è ormai diventato la parodia di sé stesso, col suo manierismo portato all'eccesso e le messe in scena che più hipster non si può, però io lo adoro così e bramerei tantissimo vivere in un universo fatto ad immagine e somiglianza di ciò che si agita in quello spocchioso ed elitario cervello d'artista, anche a costo di diventare una Bolla-pupazzetto. Ho già detto che aDDoro WES ANDERSON!?


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson, che in originale doppia la Donnola, ho già parlato QUI. George Clooney (Mr. Fox), Meryl Streep (Mrs. Fox), Jason Schwartzman (Ash), Bill Murray (Badger), Michael Gambon (Franklin Bean), Willem Dafoe (Rat), Owen Wilson (Allenatore Skip), Garth Jennings (il figlio di Bean), Brian Cox (Action 12 Reporter) e Adrien Brody (Topolino) li trovate invece ai rispettivi link.

Eric Chase Anderson è il doppiatore originale di Kristofferson. Fratello minore del regista, ha partecipato a film come Rushmore, I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou e Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore. Anche regista, ha 45 anni.


Fantastic Mr. Fox ha ottenuto due nomination per gli Academy Award del 2010, una per la Miglior Colonna Sonora Originale e una per il Miglior Film d'Animazione ma entrambi i premi sono andati invece a Up. Lo sceneggiatore Wallace Wolodarsky, voce dell'opossum Kylie, ha partecipato ad altri film di Anderson in veste di attore, come Rushmore, Il treno per il Darjeeling e Grand Budapest Hotel; a doppiare il "cantastorie" Petey c'è invece il frontman dei Pulp, Jarvis Cocker mentre il figlio di Francis Ford Coppola, Roman, presta la voce ad uno degli scoiattoli. Se Fantastic Mr. Fox vi fosse piaciuto recuperate I Tenenbaum, Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore, Rushmore e Coraline e la porta magica. ENJOY!

venerdì 15 settembre 2017

Marie Antoinette (2006)

Ormai un mese fa è passato in TV Marie Antoinette, diretto e sceneggiato nel 2006 dalla regista Sofia Coppola, e finalmente anche io che ho sempre adorato le opere legate alla rivoluzione francese e alla figura dell'iconica regina di Francia sono riuscita a vederlo!


Trama: Maria Antonia d'Asburgo-Lorena, figlia dell'imperatrice d'Austria Maria Teresa, viene promessa in sposa al Delfino Luigi di Francia e mandata a Versailles per il matrimonio. Lì, la giovane Marie Antoinette è costretta a sottostare alla rigida etichetta di corte, a sopportare un marito incapace di toccarla e a subire le maldicenze di nobili e cortigiani...



Guardando Lady Oscar dall'età di sette anni, è normale che sia rimasta affascinata dalle vicende della Rivoluzione Francese e dalla figura di Maria Antonietta, probabilmente la regina più amata/odiata della storia. Chi era davvero Antonietta? La demonessa dello sperpero e della lussuria che teneva in gran dispetto e odio tutto il popolino (pronunciando magari, con rossetto nero d'ordinanza, bufale quali "Il popolo non ha pane? Che mangino brioche!", come accade nella scena più tristemente ironica del film) oppure, semplicemente, una ragazzina ingenua venutasi a trovare nel posto sbagliato al momento sbagliato? La verità, probabilmente, sta nel mezzo anche se ci sono fior di biografie da leggere e sulle quali ragionare, ma sicuramente il ritratto realizzato da Sofia Coppola pende più verso la seconda ipotesi, avvalorata dalla biografia di Antonia Fraser, molto popolare negli USA. La regista, anche in veste di sceneggiatrice, ci mostra fin dall'inizio Maria Antonietta come una ragazzina di buon cuore catapultata in un mondo ostile e spersonalizzante: la ragazza, penultima di sedici figli, è stata ceduta dalla madre come "oggetto" per suggellare l'alleanza tra Francia e Impero Austriaco e viene di fatto abbandonata alla mercé di una Corte sconosciuta, totalmente disinteressata ad Antonietta come "persona". Ad appena quattordici anni, la futura regina di Francia viene da una parte allettata dalla promessa di una vita fatta di agi e lussi, dall'altra la sua natura di donna e il suo valore come essere umano vengono subordinati alla sua capacità di mettere al mondo un erede e di invogliare in primis il Delfino di Francia a giacere con lei, così da adempiere ai suoi doveri. Di fatto, l'unico modo per mantenere un vincolo tra Francia e Austria era proprio dare alla luce un bambino figlio di entrambi i regni, in caso contrario Maria Antonietta sarebbe diventata inutile e probabilmente Re Luigi XV (che già avrebbe dovuto sposare una delle figlie più anziane di Maria Teresa, rimasta sfigurata dal vaiolo) l'avrebbe rimandata dritta a casa dall'Imperatrice; vinta dallo sconforto, dalle parole fredde della madre, dal disinteresse del futuro Luigi XVI, dall'insofferenza verso una vita fatta di regole rigide e protocolli di ferro, ad Antonietta non rimane altra possibilità che fare come qualsiasi ragazza moderna, ovvero darsi allo shopping, ai peccati di gola, alle feste, a tutto ciò che potrebbe darle un'illusione di libertà e felicità, per quanto momentanea.


Sofia Coppola si concentra quindi sull'aspetto più "Bling Ring" della vita di Maria Antonietta, soprattutto nella prima parte del film, accentuandone la frivola modernità con i tanto discussi ammiccamenti alla moda contemporanea (ah, quelle Converse, quei coloratissimi macaron di Ladurée, per non parlare della colonna sonora!) e sorvolando su episodi iconici della vita della sovrana, più legati ad una questione sociale, in primis la famigerata vicenda della collana. A dire il vero, probabilmente per lo spettatore che non conosce a menadito tutte le vicende che hanno portato alla Rivoluzione Francese risulterà anche difficile capire perché ad un certo punto i popolani vorrebbero fare fuori Antonietta e i suoi famigliari, visto che i pesanti problemi di deficit e lo squilibrio tra nobili e il cosiddetto "terzo stato" vengono appena accennati nel film, ma è anche questa scelta a rendere affascinante la pellicola della Coppola. La regia elegante e il montaggio vorticoso, la sovrabbondanza di dettagli per quel che riguarda scenografie e costumi, che inghiottono letteralmente la protagonista, e la fotografia dai colori accesi trasformano la vera Versailles prima e il vero Petit Trianon poi (se siete stati in entrambi i posti non potrà fare a meno di esplodervi il cuore, io vi avviso) in un limbo atemporale capace di sedare i sensi e placare momentaneamente il dolore, un eden dove le brutture della società non arrivano ma dove bisogna anche faticare per rimanere umani e conservare, paradossalmente, qualcosa che sia possibile definire proprio. La seconda parte, quella che coincide con la maternità e maturità di Antonietta, è ben più malinconica e riflessiva della prima e anche lo stile di regia asseconda questo cambiamento di atmosfera, accompagnando lentamente la Sovrana verso il triste destino prefigurato nel finale con eleganti immagini di morte, tra gramaglie e quadri dove i bimbi ritratti scompaiono come se non fossero mai esistiti, mentre la realtà irrompe con forza e violenza in una vita scandita da riti fasulli e assurdamente coreografati... ma non per questo meno vera.


Capita così che, nonostante liberté, egalité et fraternité siano dei concetti santi e condivisibili, sul finale si arrivi persino a versare qualche lacrima per la bellissima Antonietta della Dunst e per quel babbalone di Jason Schwartzman nei panni di Luigi XVI, alla faccia di tutto il "nulla" di cui abbonda lo stilosissimo Marie Antoinette e di tutta la colorata ricchezza che viene sbattuta in faccia con disprezzo sia allo spettatore che al popolo di Parigi. Gli sguardi malinconici di Kirsten Dunst, il sorriso forzato di chi si impegna con tutta sé stessa per piacere inutilmente, lo sguardo gioioso di chi finalmente ha trovato l'amore vero, che sia di uno svedese tutt'altro che freddo oppure dei propri bambini, persino la forza con la quale la protagonista sceglie di essere, finalmente, Regina di Francia fino all'ultimo sono tocchi di profondità che rendono il personaggio umano ed impossibile da odiare, fin dalla prima scena del film. Anzi, oso dire che Marie Antoinette è un film talmente bello, in ogni suo aspetto, che persino Asia Argento (per quanto cagna maledetta sempre e comunque, in saecula saeculorum, amen) mi è sembrata perfetta nei panni della favorita del re, con la sua naturale volgarità e l'incapacità di proferire verbo in una lingua comprensibile, anche se la povera Du Barry non era certo così vajassa ed ignorante come spesso la si dipinge. A dire il vero, alla Coppola rimprovero solo di avere messo un mollo privo di carisma come Jamie Dornan ad interpretare l'affascinante Conte di Fersen, ché se Lady Oscar avesse visto questo antenato di Mr. Grey probabilmente avrebbe scelto di rimanere uomo per il resto dei suoi giorni. E ora, siccome sto scrivendo troppe cretinate, concludo qui il post, ribadendo la bellezza di Marie Antoinette e consigliandovi di non aspettare troppo per recuperarlo come ho fatto io; nell'attesa che esca L'inganno la settimana prossima potrebbe essere un ottimo antipasto... buono quasi quanto i famosi e proibitivi macaron di Ladurée!


Della regista e sceneggiatrice Sofia Coppola ho già parlato QUI. Kirsten Dunst (Maria Antonietta), Jason Schwartzman (Luigi XVI), Judy Davis (Contessa de Noailles), Rose Byrne (Duchessa de Polignac), Asia Argento (Contessa du Barry), Molly Shannon (Zia Vittoria), Shirley Henderson (Zia Sofia), Danny Huston (Imperatore Giuseppe II), Sebastian Armesto (Conte Louis de Provence), Tom Hardy (Raumont) e Steve Coogan (Ambasciatore Mercy) li trovate ai rispettivi link.

Rip Torn (vero nome Elmore Rual Torn Jr.) interpreta Luigi XV. Americano, ha partecipato a film come Il re dei re, L'uomo che cadde sulla Terra, Coma profondo, L'aereo più pazzo del mondo... sempre più pazzo, RoboCop 3, Giù le mani dal mio periscopio, Ancora più scemo, Men in Black, Men in Black II, Palle al balzo - Dodgeball, Men in Black 3 e a serie quali Alfred Hitchcock Presenta, Colombo, Will & Grace e 30 Rock mentre come doppiatore ha lavorato nel film Hercules. Anche regista e produttore, ha 86 anni.


Jamie Dornan interpreta il Conte Hans Axel Von Fersen. Irlandese, meglio conosciuto come Mr. Grey di Cinquanta sfumature di grigio e Cinquanta sfumature di nero, ha partecipato a serie quali C'era una volta. Ha 35 anni e cinque film in uscita.


Il film ha vinto giustamente un Oscar per i Migliori Costumi, andato nelle sante mani di Milena Canonero. La parte di Luigi XV era stata offerta ad Alain Delon il quale però ha rifiutato, sentendosi inadatto al ruolo; per problemi di impegni pregressi, invece, sia Angelina Jolie che Catherine Zeta-Jones hanno dovuto rinunciare ad interpretare la Contessa du Barry, lasciando così tristemente il posto ad Asia Argento mentre a Judy Davis, che è finita a interpretare la Contessa de Noailles, era stato offerto il ruolo di Maria Teresa D'Austria. Se Marie Antoinette vi fosse piaciuto dovete OVVIAMENTE recuperare lo splendido anime Lady Oscar (o il manga di Ryoko Ikeda e magari anche Innocent di Shin'Ichi Sakamoto) e aggiungere L'intrigo della collana, giusto per completare un pezzetto di storia che nel film della Coppola manca. ENJOY!

domenica 11 gennaio 2015

Big Eyes (2014)

A Natale, si sa, i miracoli possono accadere. Ed è così che, senza preavviso, anche il multisala di Savona ha deciso di programmare Big Eyes, diretto dal regista Tim Burton nel 2014. Potevo forse lasciarmelo sfuggire?


Trama: dopo essere scappata dal primo marito portandosi dietro la figlia, l'artista Margaret Hawkins incontra Walter Keane. L'uomo la sposa e, per una serie di circostanze, comincia a spacciare per propri i quadri della donna, caratterizzati da figure coi grandi occhioni, raggiungendo così inaspettate vette di successo...


Tim Burton, lo sanno ormai anche i bambini, è un grande fan della pittrice Margaret Keane, ha comprato lui stesso alcuni suoi quadri e, all'epoca della relazione con Lisa Marie, aveva commissionato all'artista un ritratto della compagna. Eppure, guardando Big Eyes non ho avuto la sensazione di vedere riportata su pellicola la vita di Margaret Keane quanto piuttosto l'ignoranza e l'insensibilità di un certo tipo di pubblico che VUOLE a tutti i costi un determinato prodotto e così non ho potuto fare a meno di pensare ad un parallelo tra il regista e l'artista a cui l'ultimo film di Tim Burton è dedicato. Margaret Keane comincia la sua carriera in sordina ed è solo "grazie" alla lingua lunga del marito Walter che qualcuno, finalmente, nota quei tristi ed inquietanti bimbi dagli enormi occhi lacrimosi; Walter, che ha sempre voluto fare il pittore, rivendica così la paternità di quelle opere e nel corso del film, mano a mano che il suo successo aumenta, schiavizza sempre più la moglie con becere scuse, costringendola a chiudersi in casa a dipingere in segreto per ogni occasione che aumenterebbe la visibilità di questi quadri fino al punto da arrivare a riconoscerli SUOI e, allo stesso tempo, di commercializzarli in ogni salsa, tanto che i grandi occhi dei bambini ritratti perdono ogni parvenza di anima, diventando soltanto dei kitchissimi alienetti disprezzati dalla critica. A quel punto la Keane era già arrivata a realizzare quadri da poter rivendicare anche in pubblico, cercando di realizzarli con uno stile diverso (che purtroppo interessava ben pochi) che potesse dare corpo a sentimenti ed emozioni che ormai la donna non riusciva più ad esprimere tramite quello che era ormai diventato un lavoro a cottimo, prevedibile, viziato dal manierismo. Se la decisione della Keane vi smuove o, perlomeno, vi ricorda qualcosa, molto probabilmente anche voi, una volta nella vita, vi sarete chiesti "che fine ha fatto Tim Burton?".


Non sentitevi in colpa, ché una domanda simile me la sono posta anche io alla fine di Big Eyes. La potenza di un film però sta in quello che lascia nel corso del tempo, non subito dopo la visione, e in questi giorni in me si è innescato un pensiero nuovo che mi ha portata a rivalutare la pellicola e a ritenerla uno dei migliori Tim Burton recenti. Le ultime opere del regista (sì, anche quel Frankenweenie che pur mi era piaciuto) non erano altro che dei quadri di bambini dagli occhi grandi ed immensamente vuoti, il tentativo di tornare a dare al pubblico quello che voleva dopo il devastante cambio di marcia de Il pianeta delle scimmie, con risultati ovviamente disastrosi (tolto Big Fish); sempre il solito Johnny Depp, sempre la stessa Bonham Carter, sempre la solita poetica del diverso, sempre i soliti personaggi vagamente gotici ma sempre più privi di quella poesia, di quell'ironia vintage, di quella struggente malinconia che erano riuscite a rendere unico persino un cinecomic (anche se ancora non si chiamavano così) come Batman - Il ritorno. "Rivogliamo il vecchio Tim Burton" è una cosa che ho detto spesso anche io e ad ogni sua pellicola ancora spero ingenuamente in un suo ritorno ma la verità è che i tempi e le persone cambiano, soprattutto gli artisti; continuare a mungere sempre la stessa vacca, per accontentare pubblico e critica, quando ormai davvero in quell'ambito non si ha più nulla da dire, significa tirare fuori degli obbrobri e venire detestati e svalutati. Ecco così che Burton si affida ad Amy Adams e Christoph Waltz (la prima brava, il secondo immenso, un perfetto cialtrone che ruba spesso e volentieri la scena alla protagonista) per creare il suo film forse meno "personale", meno riconoscibile sicuramente per quel che riguarda lo stile di regia e la colonna sonora, indiscutibilmente "semplicino" e ben lontano dai capolavori del regista ma anche più rilassato, più piacevole dal punto di vista della sceneggiatura, ironico e graffiante a tratti ma soprattutto coinvolgente ed interessante: ecco quello che mancava agli ultimi film di Burton, signori, la capacità di coinvolgere emotivamente un pubblico che si ritrovava a sbadigliare davanti a tanta freddezza, tanto manierismo privo di contenuti e, inevitabilmente, a ricoprire di giusti insulti il povero Tim. Che tornerò, giustamente, ad insultare per la scellerata decisione di dirigere Beetlejuice 2 ma che, dopo questo delizioso Big Eyes, attenderò con piacere per quel che riguarda Miss Peregrine's Home for Peculiar Children, sperando davvero che il regista abbia trovato una nuova strada.


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Amy Adams (Margaret Keane), Christoph Waltz (Walter Keane), Jason Schwartzman (Ruben), Danny Houston (Dick Nolan) e Jon Polito (Enrico Banducci) li trovate invece ai rispettivi link.

Krysten Ritter interpreta DeeAnne. Americana, ha partecipato a film come Margaret, Veronica Mars - Il film e a serie come Veronica Mars, Una mamma per amica e Breaking Bad; come doppiatrice ha lavorato nelle serie Robot Chicken e The Cleveland Show. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 33 anni e due serie Marvel in uscita, A.K.A. Jessica Jones e The Defenders, dove dovrebbe interpretare per l'appunto l'eroina Jessica Jones.


Terence Stamp interpreta John Canaday. Inglese, lo ricordo per film come Superman, Superman II, Link, Priscilla - La regina del deserto e Wanted - Scegli il tuo destino. Ha 75 anni e un film in uscita.


Gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski avevano già lavorato allo script del precedente biopic di Tim Burton, Ed Wood. Kate Hudson e Thomas Haden Church erano la prima scelta per interpretare i due protagonisti ma sono stati "sostituiti" da Reese Witherspoon e Ryan Reynolds; la lunga gestazione del progetto ha costretto però i due attori ad abbandonare l'impresa, lasciando posto così ad Amy Adams e Christoph Waltz. Se volete invece vedere la vera Margaret Keane al di fuori dei titoli di coda, sappiate che la trovate seduta su una panchina alle spalle dei due protagonisti nella scena in cui dipingono al parco. Detto questo, se Big Eyes vi fosse piaciuto recuperate anche Saving Mr. Banks, Big Fish ed Ed Wood. ENJOY!

venerdì 18 aprile 2014

Grand Budapest Hotel (2014)

A breve il Bollalmanacco andrà in ferie ma c'è ancora tempo per recensire qualche bel film... e cosa c'è di più bello di una pellicola attesa come Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel), diretto e co-sceneggiato dal mio adorato Wes Anderson?


Trama: negli anni '30, il consierge del Grand Budapest Hotel, M. Gustave, assieme al fido garzoncello Zero, si ritrova invischiato in una misteriosa storia a base di quadri, vecchie abbienti ed omicidi...


Io amo Wes Anderson. Se la felicità è un cucciolo caldo, per me il cucciolo caldo, nel senso di delizioso e confortevole, è un film di Wes Anderson. Come dice uno dei personaggi di Grand Budapest Hotel, "il suo modo di vivere forse era fuori dal tempo già allora" e lo stesso vale per le creature di questo meraviglioso regista che riesce, con una grazia e una delicatezza incredibili, a prendere lo spettatore e trascinarlo in un mondo atemporale, fatto di vezzi, immagini, icone e regole che solo lui è in grado di gestire e far apprezzare. L'universo di Anderson è un piccolo universo di bomboniera, grottesco, dove personaggi tanto carini ed eleganti quanto folli e pieni di tic e manie turbinano in una girandola di eventi solo appartentemente leggerini e sciocchi (la pellicola è ispirata alle opere dello scrittore austriaco Stefan Zweig, perseguitato ed osteggiato dai nazisti), incantando chi è tanto fortunato da dar loro la chance di esibirsi e mettere in scena le loro strampalate vicende. La solitudine, l'eccentricità portata all'eccesso, quelle incredibili capacità che rendono superiori ma non felici, vite e avventure da favola, la morte o la repressione sempre lì a sogghignare dietro un angolo aspettando furtive il momento di fare la loro mossa, sono tutti elementi tipici della poetica di Anderson e, in Grand Budapest Hotel, si mescolano ad una specie di commedia "gialla" che, se fosse stata girata 50 anni fa, avrebbe visto probabilmente Peter Sellers come unico mattatore. Scendere nei dettagli della trama sarebbe un delitto, bisogna solo lasciarsi trasportare dalle assurdità e dall'arguzia che il regista mette su schermo, dai colori, dagli abiti, dalle scenografie, da quell'incredibile commistione di disegni simil-decoupage e riprese dal vivo, da una colonna sonora questa volta poco modaiola ma tremendamente carina.


E poi, ovviamente, gli attori. Io credo che ogni artista degno di questo nome darebbe l'anima per partecipare ad un film di Wes Anderson, perché mi da l'idea che sul set ci si debba divertire come matti e, soprattutto, che lo stimolo intellettuale sia ai massimi livelli. Ma guardatelo lì, quel Ralph Fiennes di solito compassato e serio, come si trova tremendamente a suo agio nei panni del vanitoso, coltissimo concupitore di vecchie: i dialoghi tra lui e Zero o tra lui e il bellissimo, ipnotico Adrien Brody (che si è fatto ampiamente perdonare l'orrida parentesi Byron Deirdra) varrebbero da soli il prezzo del biglietto! E poi Willelm Dafoe, cosa non è, con quella faccia da mastino e gli abiti da SS, mentre si getta in una corsa a perdifiato sugli sci come non si vedeva dai tempi del meraviglioso Per favore, non mordermi sul collo! Per non parlare di tutti gli attori feticcio di Anderson, dosati col contagocce; voi direte "E che due marroni, in tutti i film fa così" e io dico sì, avete ragione ma sentite un po', quando andate nel vostro ristorante preferito non vi va di mangiare quello stesso piatto che tanto adorate anche se lo avete già fatto millemila volte? E' una cosa che mette a proprio agio, è come ritrovare degli amici... è il cucciolo caldo di cui parlavo a inizio paragrafo, no? Poi, ovviamente, ben vengano i ragazzini scafatissimi ed innamorati dell'amore, nuovi arrivi della famiglia Anderson come la bravissima Saoirse Ronan e il co-protagonista Tony Revolori col baffetto disegnato e l'occhio a palla di chi non crede a quel che vede. Un po' come lo spettatore. Che, tra una risata e l'altra, una lacrima di commozione e un pensiero profondo, non può fare a meno di stupirsi ogni volta di questo piccolo, grande universo Andersoniano.


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato qui. Ralph Fiennes (M. Gustave), F. Murray Abraham (Mr. Moustafa), Adrien Brody (Dmitri), Willelm Dafoe (Jopling), Jeff Goldblum (Kovacs), Harvey Keitel (Ludwig), Jude Law (lo scrittore da giovane), Bill Murray (M. Ivan), Edward Norton (Henckels), Saoirse Ronan (Agatha), Jason Schwartzman (M. Jean), Léa Seydoux (Clotilde), Tilda Swinton (Madame D.), Tom Wilkinson (l'autore), Owen Wilson (M. Chuck), Bob Balaban (M. Martin) e Fisher Stevens (M. Robin) li trovate invece ai rispettivi link.

Mathieu Almaric interpreta Serge X. Francese, ha partecipato a film come Munich, Marie Antoinette, Quantum of Solace, Pollo alle prugne, Cosmopolis e Venere in pelliccia. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 49 anni e quattro film in uscita.


Nonostante il perfetto make up che ha reso Tilda Swinton irriconoscibile, in verità era stata Angela Lansbury a venire scelta per il ruolo; purtroppo, la Signora in giallo era già impegnata sul set della versione teatrale di A spasso con Daisy. Johhny Depp invece sarebbe stato la prima scelta del regista per il ruolo di M. Gustave ma, sinceramente, io preferisco di gran lunga Ralph Fiennes! Se invece aguzzate può essere che riuscirete a scorgere, in mezzo alla sparatoria finale, Mr. George Clooney... Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto, non perdetevi Moonrise Kingdom - Una storia d'amore e tutte le altre pellicole di Wes Anderson. ENJOY!

mercoledì 5 marzo 2014

Saving Mr. Banks (2013)

Oggi prende il via un nuovo Crossposting con Prevalentemente Anime e Manga e stavolta, in via del tutto eccezionale, durerà DUE giorni DUE. Si comincia con Saving Mr. Banks, diretto nel 2013 dal regista John Lee Hancock… e indovinate un po’ con cosa continueremo? QUI trovate il post di Acalia! ENJOY!


Trama: il film racconta la storia della scrittrice P. L. Travers e della sua ventennale battaglia contro Walt Disney, deciso a trasporre in pellicola le avventure di Mary Poppins nonostante la ferma opposizione della scrittrice, perseguitata dai ricordi della propria infanzia…


Quando da piccola guardavo Mary Poppins c’erano due o tre cose che mi colpivano più delle canzoni, dell’allegria e dei pinguini animati che interagivano coi personaggi in carne ed ossa. Innanzitutto, mi sono sempre chiesta perché Mary e lo spazzacamino alla fine non si mettessero insieme, perché Mr. Banks fosse così duro con i figli e, soprattutto, perché la stessa Mary non fosse un personaggio così accomodante e simpatico, anzi. A queste domande ha risposto il dolcissimo, commovente ed esilarante Saving Mr. Banks, che getta un po' di luce su un film amato da molti, sul passato della scrittrice P. L.Travers e sulla sua difficile personalità, nonché qualche piccola ombra sul sempre sorridente e perfetto Walt Disney. Nel corso della pellicola lo spettatore impara a sopportare incredulo le bizze di un'acida zitella londinese e a fare il tifo per lei, quasi sperando che non la dia vinta al papà della Casa del Topo e vergognandosi anche un po' di essersi sempre divertito come un cretino davanti a quelle sequenze e numeri musicali che la Travers detestava, perché Mary Poppins affonda le radici nel triste passato della sua autrice, di cui veniamo a conoscenza attraverso flashback perfettamente inseriti all'interno della narrazione. La tata volante è l'incarnazione di un sogno che non si è mai avverato, una presenza salvifica in grado di regalare un happy ending impossibile, il modo per correggere qualcosa che è andato terribilmente storto quando un animo troppo sensibile è stato brutalmente schiacciato dal peso della realtà e del veleno scelto per evadere dalla routine quotidiana. Per reazione ad un infanzia contemporaneamente bellissima e terribile, la Travers è diventata una donna fredda e diffidente, soprattutto davanti a chi promette di regalare sogni ed illusioni offrendo un'apparenza di gioviale superficialità, ovvero Disney stesso. Quest'ultimo viene trattato dagli sceneggiatori con incredibile rispetto e rappresentato come un uomo allegro, intelligente e sensibile... tuttavia, qui e là, affiorano i tratti tipici di un businessman disposto a tutto pur di ottenere quello che vuole e poco attento ai reali bisogni delle persone (emblematiche le scene in cui regala cartoline con l'autografo prestampato ai visitatori di Disneyland o quella della prima al Chinese Theatre).


La bellezza di Saving Mr. Banks sta nel modo in cui riesce a mescolare un rispetto filologico fatto di documenti, foto di scena, schizzi originali, nastri audio fedelmente riprodotti a un modo assai delicato e poco invadente di romanzare una storia realmente accaduta. Gli scorci di passato vengono sempre intelligentemente richiamati da un'immagine, un suono o una citazione e mostrano pochi momenti davvero importanti e necessari a capire cosa si nasconde dietro alle creazioni della Travers; l'alternarsi di passato e presente, di finzione e reale, crea un turbinio continuo di emozioni che spingono lo spettatore a simpatizzare con la Travers e la sua sfortunata famiglia e, soprattutto, a riguardare Mary Poppins attraverso i suoi occhi, portando ad inevitabili e cocenti lacrime, ve lo posso garantire. A partire dallo struggente e malinconico arrangiamento di Cam Caminì, accompagnato dalla filastrocca "Vento dell'Est", fino ad arrivare alla commozione della bravissima Emma Thompson, ogni fotogramma del film è talmente intriso di rispettosa nostalgia che risulta davvero difficile non commuoversi (o ridere a crepapelle, perché succede anche questo!!), anche perché tutti gli attori coinvolti si impegnano al massimo per rendere vivi i loro personaggi e farli scoprire a poco a poco sia allo spettatore che alla distaccata Pamela: il simpatico Ralph di Paul Giamatti, la strana coppia Sherman & Sherman di Jason Schwartzman e B.J. Novak, la silenziosa disperazione dell'intensa Margaret di Ruth Wilson, l'iconica zia Ellie di Rachel Griffiths, il tristissimo Travers di Colin Farrel e persino il complesso Walt Disney di Tom Hanks (attore che notoriamente non sopporto, lo sapete, ma qui è bravissimo) riescono subito a catturare lo spettatore e a fissarsi indelebilmente nella memoria. Saving Mr. Banks è un film che va visto, assolutamente, anche se non siete appassionati di Mary Poppins, perché l'unione di tutti i suoi elementi lo rende un piccolo gioiello... e un incredibile atto d'amore verso una pellicola che, bene o male, è entrata nell'immaginario cinematografico mondiale.


Di Emma Thompson (P.L. Travers), Tom Hanks (Walt Disney), Colin Farrel (Travers Goff), Paul Giamatti (Ralph), Bradley Whitford (Don DaGradi) e Jason Schwartzman (Richard Sherman) ho già parlato ai rispettivi link.

John Lee Hancock è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Alamo - Gli ultimi eroi e The Blind Side. Anche sceneggiatore e produttore, ha 58 anni.


Ruth Wilson interpreta Margaret Goff. Inglese, ha partecipato a film come Anna Karenina e The Lone Ranger. Ha 32 anni e due film in uscita.


B.J.Novak (vero nome Benjamin Joseph Manaly Novak) interpreta Robert Sherman. Americano, lo ricordo soprattutto per Inglorious Basterd inoltre, come doppiatore, ha lavorato in I puffi e I puffi 2. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 35 anni e un film in uscita, The Amazing Spider Man 2 - Il potere di Electro.


Kathy Baker interpreta Tommie. Americana, ha partecipato a film come Edward mani di forbice, Lo sbirro, il boss e la bionda, A Gillian, per il suo compleanno, Le regole della casa del sidro, Ritorno a Cold Mountain e a serie come Ally McBeal, Monk, Nip/Tuck, Una mamma per amica, Grey’s Anatomy, Medium e Criminal Minds. Anche produttrice, ha 64 anni e quattro film in uscita.


Rachel Griffiths interpreta zia Ellie. Indimenticata Brenda di Six Feet Under, l'attrice australiana ha partecipato anche a film come Le nozze di Muriel, Il matrimonio del mio migliore amico e Blow. Anche regista e sceneggiatrice, ha 45 anni e un film in uscita.


Come viene effettivamente mostrato nel film, P.L. Travers non ha mai accettato che Bert venisse interpretato da Dick Van Dyke ma il bello è che né Walt Disney né lo stesso attore erano molto convinti della scelta e addirittura Disney avrebbe preferito l'inglese Stanley Holloway, che tuttavia ha dovuto rifiutare perché impegnato nella realizzazione di My Fair Lady. Tra le cose che invece sono state "romanzate" nel film c'è l'incontro tra Disney e la scrittrice nella casa londinese di quest'ultima (in realtà i due avevano semplicemente risolto la questione per telefono, quindi pare che il dialogo sia stato riportato fedelmente) e il fatto che la Travers si sia convinta ascoltando la canzone L'aquilone (Let's Go Fly a Kite); in realtà, la donna era stata conquistata da La cattedrale (Feed the Birds). Detto questo, ovviamente, se Saving Mr. Banks vi fosse piaciuto recuperate Mary Poppins e Neverland - Un sogno per la vita. ENJOY!


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