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mercoledì 12 ottobre 2022

Hellraiser (2022)

Lo si aspettava con un po' di trepidazione, quindi appena ho potuto ho cercato di guardare il nuovo Hellraiser, diretto dal regista David Bruckner.


Trama: una ragazza entra in possesso di un rompicapo capace di spalancare le porte di una dimensione infernale...


Non essendo un'esperta di Hellraiser, di cui credo di avere visto giusto il primo film della saga (oltre ad aver letto The Hellbound Heart di Clive Barker, che ha dato origine al mito dei supplizianti) e qualche pezzetto dei sequel, mi sono approcciata al reboot di David Bruckner senza particolari aspettative né pregiudizi e devo dire che la visione mi ha lasciata parecchio soddisfatta. La trama, frutto di una sceneggiatura a tre mani, prende solo spunto dal romanzo e dal film di Barker, per il resto va in una direzione completamente nuova, anche se non esattamente imprevedibile. La protagonista è un'ex tossicodipendente dalla vita sregolata, che all'improvviso si ritrova per le mani la famigerata Configurazione dei Lamenti o scatola/cubo di Lemarchand, un rompicapo in grado di richiamare i Cenobiti (o Supplizianti, chiamateli un po' come volete) dalla loro dimensione infernale; purtroppo per lei, negli anni '80 le creature si limitavano a torturare chi era tanto sventurato da risolvere il puzzle e poi se ne tornavano a casa, mentre in questo reboot l'oggetto ha sette configurazioni diverse e i Cenobiti stanno sul collo del momentaneo proprietario della scatola finché quest'ultimo non è riuscito a procurarsi altrettanti sacrifici per giungere alla configurazione finale, in grado di esaudire qualsiasi desiderio. A fronte di questa trama, la struttura del nuovo Hellraiser diventa assai simile a quella di uno slasher "a tappe", con final girl annessa, e il conseguente aumento di personaggi priva questi ultimi di buona parte della personalità, connotandone la maggioranza come mera "carne da macello" sulla quale i Supplizianti possono sfogarsi. Ci sono un paio di carte jolly che gli sceneggiatori scelgono di giocare per complicare un po' di più la trama, ma in generale questo Hellraiser è un horror "tranquillo", dall'impostazione assai classica, dove l'orrore risiede ovviamente nella natura maligna e sovrannaturale dei Supplizianti e nel destino della protagonista, costretta a combattere il suo destino di carnefice di innocenti, mentre l'opera prima di Barker era molto più ambigua e il desiderio sessuale, prima ancora del connubio tra eros e thanatos, era una componente fondamentale dell'opera, capace di repellere e allo stesso tempo attrarre non solo i personaggi, ma anche gli spettatori.


Qui, di sesso e perversione ce n'è poco o niente, se non prendete in considerazione la bava che ho dovuto asciugare con un fazzoletto alla vista di un Goran Visnjic malvagio e disgustoso ma sempre più figo, mentre la perfetta unione di eros e thanatos la incarna la bellissima Jamie Clayton, il nuovo "Priest" o Pinhead, se preferite, dotata di un fascino ultraterreno che la ascrive indifferentemente alla categoria degli angeli o dei demoni, tanto è algida ed elegante nella sua incredibile presenza scenica. Diciamo che, a fronte di protagonisti abbastanza anonimi (si salva giusto la protagonista, connotata come pazza isterica e malata, quindi gioca parecchio facile), i nuovi Supplizianti sono una gioia per gli occhi, e vanno dal genuinamente orribile al giusto mix di sensualità e orrore che dovrebbe essere la caratteristica principale di questi eleganti e silenziosi mostri deputati alla ricerca del piacere supremo; la loro presenza viene centellinata all'inizio per diventare più preponderante e gore sul finale e la loro eleganza viene ulteriormente amplificata dalla bella regia di David Bruckner, regista che già con The RitualThe Night House aveva dimostrato di essere molto bravo a gestire atmosfere da incubo legate non tanto ai jump scares quanto piuttosto alle scenografie (la villa di Voight, dove si svolge l'atto finale del film, è uno spettacolo per gli occhi), alle luci e ombre, ai colori e agli spazi che circondano gli attori. Il livello tecnico di Hellraiser lo eleva dunque di parecchie spanne rispetto alla sciatteria straight to video di molti suoi seguiti, che mi è capitato di sbirciare in TV ai tempi di Notte Horror, tuttavia gli manca quel pizzico di coraggio "popporno" che, onestamente, avrei preteso nell'anno del Signore 2022 e che, in mano ad un regista raffinato come Bruckner, avrebbe potuto trasformare Hellraiser in un perverso incubo erotico in grado di tenere alta la fama del conclamato sadomasochismo dei Cenobiti. Chissà che non esca qualche seguito in grado di esaudire il mio desiderio!


Del regista David Bruckner ho già parlato QUI mentre Goran Visnjic lo trovate QUA.

Jamie Clayton interpreta The Priest. Americana, ha partecipato a film come The Neon Demon, L'uomo di neve e a serie quali Sense8. Ha 44 anni. 


Ovviamente, se Hellraiser vi fosse piaciuto, potete recuperare l'originale di Clive Barker. ENJOY!


venerdì 12 novembre 2021

The Night House (2020)

Il covid ha fatto parecchi danni a livello distributivo. Tra qualche giorno The Green Knight uscirà direttamente su Prime Video, nemmeno fosse un Welcome to the Blumhouse qualsiasi (oh, non mi sono dimenticata degli ultimi due, ma indovinate un po' chi non ha tempo nemmeno di respirare?), mentre questo The Night House, diretto nel 2020 dal regista David Bruckner, è finito su Disney + senza passare dalle sale. Il che è un vero peccato...


Trama: dopo la morte del marito, Beth si ritrova sola in una casa che ogni notte diventa l'equivalente di un incubo...


The Night House
è un horror peculiare, non si può negare. Per affrontarlo servono una buona dose di attenzione, un cervello sveglio (non guardatelo dopo una stancante giornata di lavoro) e una discreta sensibilità. Questo perché, come tutte le opere più interessanti, The Night House sfrutta i cliché dell'horror per raccontare una storia incredibilmente umana ed offre uno sguardo non banale sull'elaborazione del lutto e su qualcosa di oscuro e strisciante come la depressione, alimentata dal terrore e dalla solitudine, dalla mancanza di punti fermi su cui contare. E' quello che succede a Beth quando il marito si suicida con un colpo di pistola alla tempia dopo averle lasciato un biglietto ambiguo; il mondo di Beth crolla perché, dei due, era lei quella che ha sempre sofferto di depressione, sempre minacciata da un buco nero pronta ad inghiottirla, e l'idea che il suo sostegno si sia suicidato è semplicemente intollerabile, oltre che assai doloroso. All'interno di una casa vuota, Beth scopre che il marito conduceva una sorta di seconda vita e la sua sanità mentale comincia a corrodersi sempre di più, finché anche gli spettatori non vengono catturati dalle notti allucinate della donna, fatte di episodi sovrannaturali annaffiati da abbondanti dosi di alcool e nervosismo, qualcosa che ovviamente ci porta a dubitare dell'effettiva verosimiglianza di ciò che vede la protagonista. Eppure, se fosse solo così, The Night House sarebbe un film ben banale, invece sotto la superficie della ghost story e della "doppia vita" si cela qualcosa di ancora più inquietante, che è bello scoprire a poco a poco.


Importantissimi per l'atmosfera allucinata del film sono il montaggio e la regia. Le notti di Beth sono fatte di "viaggi", non si possono definire in altro modo, durante i quali la donna finisce in una realtà altra quasi impossibile da distinguere rispetto a quella vera, tanto il montaggio è realizzato senza stacchi né apparente soluzione di continuità; inoltre, ad aggiungersi all'incertezza di non capire dove e quando si trovi la protagonista in un determinato momento, c'è tutto un gioco di prospettive, ombre e luci per cui non si capisce neppure se ciò che la sta osservando è davvero un essere fuso con l'oscurità oppure un gioco della nostra immaginazione. In tutto questo, ci si può godere un'interpretazione praticamente perfetta della bravissima Rebecca Hall. Forse ciò che ho apprezzato di più in The Night House è proprio il modo in cui l'attrice ha infuso in un personaggio difficile come quello di Beth una gamma vastissima di emozioni; quello che rischiava di essere un personaggio cupo, talmente depresso da risultare monocorde, diventa grazie alla Hall un essere umano a tutto tondo, non necessariamente piacevole, ma comunque ricco di sfumature che rende gradevolissime e interessanti non solo le scene in cui è costretto ad affrontare l'ignoto del sovrannaturale ma, soprattutto, la realtà di tutti i giorni dopo un lutto dolorosissimo. La sequenza in cui Beth "rimette a posto" la mamma di un suo studente e quella della bevuta al bar, con le facce sconvolte dei colleghi troppo curiosi, a mio avviso valgono da sole la visione. So bene che la Casa del Topo è il male incarnato, ma cercate di non perdervi The Night House, datemi retta. 


Del regista David Bruckner ho già parlato QUI. Rebecca Hall (Beth), Vondie Curtis-Hall (Mel) e Stacy Martin (Madelyne) li trovate invece ai rispettivi link.



domenica 11 marzo 2018

Southbound - Autostrada per l'inferno (2015)


Ne avevo letto già bene sul blog di Lucia e ora la Midnight Factory ha distribuito sul mercato dell'home video l'horror corale Southbound - Autostrada per l'inferno (Southbound), diretto e sceneggiato nel 2016 dai registi Radio Silence, Roxanne Benjamin, David Bruckner e Patrick Horvath.

Trama

Lungo una strada americana diretta verso sud, diversi gruppetti di persone vanno incontro a un destino orribile e sanguinoso...

RECENSIONE

A differenza di altri horror corali o a episodi Southbound - Autostrada per l'inferno racconta un'unica lunga storia dalla struttura circolare e ogni episodio presenta uno o due personaggi che si ripropongono in quello seguente, fungendo così da collante tra un segmento e l'altro. Al gruppo di registi Radio Silence è stato dato il compito di aprire e chiudere le danze con un inizio che è anche fine (e viceversa) ma nonostante questo si mantiene ambiguo per tutta la sua durata. In esso, abbiamo due uomini che non riescono a fuggire da inquietanti entità oscure decise ad ucciderli; il motivo per cui i due protagonisti si siano ritrovati sull'autostrada del titolo italiano lo verremo a scoprire solo nel finale di Southbound ma, anche lì, Radio Silence confeziona il più classico degli home invasion senza rivelare granché relativamente ai personaggi coinvolti. Come inizio non c'è male, tra splatter ed elementi perturbanti in abbondanza, mentre il finale è spiazzante al punto giusto e lascia lo spettatore con un palmo di naso a chiedersi... "cosa diamine ho visto?". Chiedere al Bolluomo per credere.

Più lineare, ma non per questo meno inquietante, Siren, diretto e co-sceneggiato dall'unica donna del gruppetto, Roxanne Benjamin (già apprezzata per il "mostruoso" contributo in XX - Donne da morire, sempre distribuito da Midnight Factory). Qui le protagoniste sono i membri di una band tutta al femminile, che si ritrovano in panne sulla maledetta autostrada e vengono "salvate" da una strana coppia. L'intero episodio è giocato prima su elementi che stridono contro l'apparente perfezione e gentilezza dei salvatori di fanciulle, poi sulla paranoia e il senso di esclusione, fino ad arrivare alla terribile risoluzione finale. Niente splatter, quindi, nonostante la presenza di un paio di elementi disgustosi, ma le atmosfere inquietanti e claustrofobiche di un certo tipo di horror/sci-fi in stile L'invasione degli ultracorpi si sprecano e personalmente le ho gradite molto, Siren è sicuramente uno dei corti che ho preferito.

Lo surclassa però brutalmente The Accident, diretto dallo stesso David Bruckner del recente Il rituale. Se l'horror Netflix puntava più sulle atmosfere, questo corto è una splatterata incredibilmente ironica e crudele dove un uomo si ritrova solo ad affrontare il senso di colpa, affidandosi ciecamente a chiunque millanti di avere la soluzione per il casino che ha combinato (ovviamente, non vi dirò mai quale!). Interamente girato in un unico, spettralissimo ambiente e con un solo attore impegnato in una conversazione telefonica, The Accident colpisce lo spettatore allo stomaco e accumula elementi ansiogeni senza mai perdere di ritmo, mettendo i brividi anche sul finale. Sarò una persona semplice ma questo è il corto che mi è piaciuto di più.

Ultimo, o meglio, penultimo segmento prima del ritorno di Radio Silence è Jailbreak, che arriva a "spiegare" più o meno la natura del luogo dove si svolge il film, che diventa così palese anche agli occhi dello spettatore meno scafato. Attenzione, però, non si tratta del classico e tanto detestato spiegone pedante, quanto piuttosto un elegante insieme di suggerimenti e suggestioni incastonato in una cornice squisitamente horror che mi ha ricordato parecchio le sequenze migliori di Dal Tramonto all'alba, pur senza la tamarreide di Rodriguez. Jailbreak sicuramente non appagherà chi cerca delle certezze ma a mio avviso è emblema della cura infusa nell'intera operazione e fa risaltare all'occhio il fil rouge che lega tutti i racconti.

Nell'insieme, Southbound - Autostrada per l'inferno è un viaggio all'interno del senso di colpa e dei fantasmi che gli esseri umani si portano dietro. Tutti i personaggi principali hanno qualcosa per cui vergognarsi, orrori nascosti nel loro passato o mancanze verso i loro cari e anche quando il loro dolore non viene sviscerato appieno, esso viene comunque fatto intuire nello spazio risicato concesso da un corto; i protagonisti di Southbound sono anime perdute e non è un caso che sugli schermi televisivi passi un cult come Carnival of Souls, scelta intrigante benché forse "spoilerosa" (ma tanto, anche il sottotitolo italiano qualche indizio lo offre). Inoltre, a differenza di quello che accade di solito con altre opere simili, i vari registi e sceneggiatori coinvolti sono riusciti a creare un affresco omogeneo, caratterizzato da sfumature individuali perfettamente amalgamate tra loro, al punto che è difficile definire Southbound come un mero insieme di corti, vista la palese volontà di lavorare assieme senza dare al film l'aspetto di una "vetrina" di talenti. Certo, Southbound non è un'opera perfetta però è affascinante quanto basta per consigliarla e ringraziare la Midnight Factory di averla fatta arrivare in Italia!

CAST

Di Roxanne Benjamin, regista e co-sceneggiatrice del corto Siren oltre che voce di Claire, la moglie del protagonista di The Accident, ho già parlato QUI mentre David Bruckner, regista e sceneggiatore del corto The Accident, lo trovate QUA. Ho anche già parlato di Larry Fessenden, che presta la voce al D.J.

  • Il collettivo Radio Silence ha diretto i segmenti "The Way Out" e "The Way In". Radio Silence è formato da Matt Bettinelli - Olpin (anche sceneggiatore dei corti e interprete di Jack, di lui ho parlato QUI), Tyler Gillett (di cui ho parlato QUA) e Chad Villella; quest'ultimo, che interpreta anche Mitch, è americano, anche sceneggiatore, produttore, tecnico degli effetti speciali e ha co-diretto un episodio del film V/H/S.
  • Patrick Horvath è il regista e co-sceneggiatore del corto Jailbreak. Ha diretto film come The Pact II ed è anche attore, produttore e compositore.

CURIOSITà

L'edizione DVD della Midnight Factory, sempre corredata dal libretto redatto dalla redazione di Nocturno Cinema, non presenta stavolta extra a parte il trailer. Detto questo, se Southbound vi fosse piaciuto recuperate Carnival of Souls, ampiamente citato all'interno del film, V/H/S, Last Shift, The Void e Baskin. ENJOY!


venerdì 16 febbraio 2018

Il rituale (2017)

Siccome Netflix mi ha persino avvisata via mail potevo forse non guardare Il rituale (The Ritual), diretto nel 2017 dal regista David Bruckner e tratto dal romanzo omonimo di Adam Nevill? No, ci mancherebbe!


Trama: quattro amici vanno in vacanza in Svezia e quando uno di loro si infortuna al ginocchio decidono di prendere una scorciatoia nella foresta. Lì cominceranno a venire perseguitati da qualcosa di mostruoso...


Non capisco se sono diventata un'incredibile rompipalle perché ormai ho visto troppi horror (ma esistono persone al cui confronto sono una novellina quindi direi di no) o perché sono una vecchia stanca che si addormenta per un nonnulla e non riesce quasi più a vedere un film intero senza farsi cogliere dal tocco di Morfeo (cosa più probabile). Me lo chiedo perché l'amichetta Kara Lafayette mi ha consigliato spassionatamente Il rituale e io, che lo avevo già visto, mi sono vergognata di non averlo apprezzato, perdendomi parte del secondo atto perché tediata dal risvolto "cultista" dell'intera vicenda e ormai abbandonata dal brivido dell'introduzione interamente ambientata nei terrificanti boschi svedesi. Quindi, per la prima volta da che esiste il blog, ho deciso di fermare qui la recensione de Il rituale e di tornare a scrivere solo dopo aver recuperato i dieci minuti perduti causa nanna incombente così da tentare di rientrare nel mood giusto.


Rewind. Ieri sera mi sono messa sulla poltrona scomoda, eccheccavolo, e ho guardato con ESTREMA attenzione tutto ciò che mi ero persa, rivalutando Il rituale. Per carità, la mia opinione non è cambiata così tanto da arrivare a considerarlo uno degli horror più belli recenti ma è comunque un film interessante, ben realizzato e ben recitato. Continuo a preferire la prima parte rispetto alla seconda ma è semplicemente un'opinione derivante dal mio modo di percepire l'orrore e da ciò che mi fa paura. Il pensiero di non poter uscire da un luogo che fin da bambina ho imparato ad associare a qualcosa di positivo, che di notte rischia tuttavia di diventare una trappola per tutti gli ignari escursionisti "di città", mi angoscia fin dai tempi di The Blair Witch Project quindi l'idea di qualcosa nascosto nel bosco, assieme alla vista di una bambola demoniaca e le riprese all'infrarosso, è un topos cinematografico abbastanza efficace con me. D'altronde, anche le favole che ci leggevano da bambini parlavano di Pollicino che si perdeva nel bosco e Hansel che finiva nella casa della strega assieme a Gretel, quindi il terrore della foresta notturna sarà insito nel DNA di ogni uomo, forse come retaggio della nostra natura di uomini delle caverne; ciò, ovviamente, non si applica ai baldi protagonisti de Il rituale, che cercando una scorciatoia decidono di infilarsi nelle fresche frasche svedesi accogliendo a braccia aperte la botta di testosterone inevitabilmente richiamata da una vacanza tra uomini (uomini virgola, ché Dom è pippa quanto potrei essere io). I fanciulli notano che qualcosa non va allorché trovano appeso a un albero un cervo sventrato, mentre intorno a loro cominciano ad apparire simboli incisi sulle cortecce, ma piuttosto che far la figura delle femminucce decidono di dormire all'interno di una casa abbandonata che nasconde, al piano di sopra, un'inquietantissima scultura di legno e giuro che ciò che succede dopo questo incipit è terrore puro uscito dritto dai peggiori incubi di chiunque. David Bruckner per una mezz'ora concitatissima stuzzica la mente dello spettatore utilizzando dei meri simboli, lo turba proprio con la mancanza di spiegazioni e con qualche immagine ad hoc di corpi violati senza un perché, appoggiandosi più che altro a suggestioni uditive fatte di urla e suoni misteriosi; in tutto questo scava nell'animo di un uomo morto dentro in quanto soverchiato dal senso di colpa per un terribile evento accaduto nel passato, "costretto" ad una vacanza di gruppo che gli provoca solo disagio, esacerbando conflitti, senso di claustrofobia e scelte sbagliate fino all'inevitabile punto di rottura.


Ed  è un peccato che questo punto di rottura coincida con un brusco calo della tensione, quando Il rituale diventa un mix tra un torture porn e un horror anni '70/'80 a base di sette e culti (uno su tutti The Wicker Man ma si respira anche aria di un Grano rosso sangue meno poveraccio) ma privo del mistero che li caratterizzava, sostituito dal gusto tutto moderno per lo spiegone offerto dal personaggio giusto al momento giusto. Le immagini continuano a rimanere molto affascinanti e in qualche modo Bruckner trova mille modi per non mettere mai perfettamente a fuoco la natura di "colui che cammina tra le fratte", sfruttando oscurità, fiaccole piazzate ad hoc, visioni e pertugi da cui sbirciare, però l'aver messo tutte le carte in tavola, comprensive di un nome anche abbastanza importante, mi ha fatto un po' scendere l'entusiasmo. Al posto della paura rimane giusto la curiosità di capire quale sarà la scelta finale di un determinato personaggio e se il film si concluderà con un happy ending o con qualcosa di più indefinito, persino l'introspezione psicologica dell'inizio si stempera nella riproposizione ciclica di un'allucinazione che a un certo punto viene a noia (forse è anche per quello che mi sono assopita...). Detto questo, Rafe Spall è degno figlio di tanto padre e mi piace sempre molto vederlo, con quella sua faccetta scazzata alla Ribisi, inoltre il design della creatura, pur essendo stranissimo, non risulta fasullo come quello di tanti suoi cuginetti cinematografici: il confronto tra i due segna fortunatamente il ritorno all'atmosfera inquietante e onirica di inizio film oltre a completare il percorso "riabilitativo" del personaggio di Luke che, finalmente, viene a patti coi suoi demoni interiori nel modo più "maschio" possibile. La morale della storia comunque è "mai andare a fare i fighetti in Svezia senza seguire pedissequamente bussole e cartine", che anche in un luogo apparentemente carino e simpatico come quello c'è da farsela nei pantaloni... e non dimenticate di tornare sui vostri passi se qualcosa vi è sembrato orribile a causa di un colpo di sonno! Hej då!


Di Rafe Spall, che interpreta Luke, ho già parlato QUI.

David Bruckner è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Signal, V/H/S e Southbound - Autostrada per l'inferno. Anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 41 anni.


Sam Troughton interpreta Dom. Inglese, ha partecipato a film come Alien vs. Predator e Slumber - Il demone del sonno e a serie quali. Ha 41 anni.


Se Il rituale vi fosse piaciuto recuperate The Wicker Man e Kill List. ENJOY!

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