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martedì 3 luglio 2012

Papà, ho trovato un amico (1991)

Tra i pochi film che mi portano a piangere come un’ossessa c’è senza dubbio Papà, ho trovato un amico (My Girl), diretto nel 1991 dal regista Howard Zieff.


Trama: Vada è un’undicenne che vive col padre e la nonna all’interno di una ditta di pompe funebri, il che la porta a soffrire di varie ed improbabili malattie immaginarie, ovviamente mortali. Nonostante questo, grazie all’amicizia del piccolo Thomas J. le sue giornate trascorrono più o meno serene…


Papà, ho trovato un amico è un film parecchio peculiare. Nonostante la qualità poco più che televisiva della regia, della fotografia e della generale messinscena, è una pellicola che mi è entrata nel cuore e che rivedo spesso e volentieri, tanto da essere arrivata a comprarmi persino il DVD. Molto probabilmente una parte di me ( la stessa che mi ha spinta a comprare la colonna sonora di Edward mani di forbice) è profondamente masochista perché, nonostante io  sappia il film praticamente a memoria e sia quindi consapevole di quello che mi aspetta verso il finale, continuo imperterrita a guardarlo e a piangere tutte le mie lacrime. Papà, ho trovato un amico è infatti una di quelle pellicole bastarde, che si presentano come un film per famiglie incentrato sulla crescita della protagonista e che, tuttavia, usano la tragedia come catalizzatore del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, inserendola alla traditora quando meno ce lo si aspetta.


Detto questo, è ovvio che Papà, ho trovato un amico trovi in suo punto di forza nella natura dolceamara della storia che racconta e, soprattutto, nella bravura degli interpreti. La piccola Anna Chlumsky, qui al suo primo film, ispira una tenerezza incredibile: lungi dall’essere una di quelle ragazzine bambolotte che andrebbero per la maggiore in produzioni simili, il suo faccino espressivo e la sua disincantata, innocente ed ingenua voce narrante diventano il cuore stesso del film, pur senza rubare totalmente la scena agli altri comprimari, ugualmente importanti. Maculay Cuilkin ha un ruolo che lo rende stranamente dolcissimo, l’imbolsito Dan Aykroyd è perfetto per la parte di padre-vedovo burbero e incapace di mostrare i propri sentimenti a chi lo circonda, Griffin Dunne è il professore di cui tutte avremmo voluto innamorarci e Jamie Lee Curtis è semplicemente favolosa con le sue mise anni ’70. Va da sé che il secondo, ma non meno importante, punto di forza di Papà, ho trovato un amico è la sua ambientazione vintage (siamo all’epoca del secondo mandato di Nixon) abbinata ad una deliziosa colonna sonora. Insomma, non sarà sicuramente uno di quei film che ha fatto la storia del cinema, ma sicuramente Papà, ho trovato un amico si è conquistato un posto nel mio cuore ed è per questo che mi sento di consigliarlo a chiunque cercasse una pellicola per famiglie che sia divertente, commovente ma non stupida o banale.


Di Dan Aykroyd (Harry), Jamie Lee Curtis (Shelly), Richard Masur (Phil) e Griffin Dunne (Mr. Bixler) ho già parlato nei rispettivi link.

Howard Zieff è il regista della pellicola. Americano, ha diretto pellicole come Soldato Julia agli ordini, 4 pazzi in libertà e il seguito di Papà ho trovato un amico, Il mio primo bacio. Anche produttore, è morto nel 2009,  all’età di 81 anni.


Anna Chlumsky interpreta Vada. Americana, ha partecipato a film come Io e zio Buck e Il mio primo bacio. Ha 32 anni e due film in uscita. 


Macaulay Culkin (vero nome Macaulay Carson Culkin) interpreta Thomas J. Ammorbante e famosissimo bambino prodigio negli anni ’90, questo attore americano ha subito l’infame destino che tocca alla maggior parte delle giovani star, finire nel dimenticatoio dopo essere passati attraverso un’adolescenza fatta di droga, eccessi ed arresti. Ma noi vogliamo ricordarlo con quella sua faccetta da schiaffi in film a loro modo belli come Io e zio Buck, Mamma ho perso l’aereo, Mamma ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York e per altre ciofeconze come L’innocenza del diavolo, Pagemaster – L’avventura meravigliosa e Richie Rich – Il più ricco del mondo. In tempi più recenti ha partecipato alle serie Will & Grace e Robot Chicken. Ha 32 anni.


Se il film vi fosse piaciuto, consiglierei la visione del seguito, Il mio primo bacio, a mio avviso però parecchio inferiore. ENJOY!!

martedì 27 marzo 2012

It (1990)

Se è vero che Stephen King è il mio scrittore preferito, allora il romanzo che più amo tra quelli da lui scritti è IT, del 1984. Ma prima che ne scoprissi la versione cartacea ero già stata ampiamente terrorizzata da quella televisiva, diretta nel 1990 da Tommy Lee Wallace.


Trama: nel 1958 la cittadina di Derry viene funestata da una serie di brutali infanticidi e un gruppo di sette bambini scopre che l’assassino è un mostro dalle sembianze di clown. In qualche modo, riescono a sconfiggerlo e giurano di riunirsi se mai dovesse tornare. Trent’anni dopo, giunge purtroppo per loro il momento di mantenere la promessa…


La recensione deve cominciare con una dovuta premessa. Pretendere di paragonare questo film per la tv di quasi quattro ore al romanzo da cui è tratto sarebbe come fare un confronto tra Lady Oscar e una bella ragazza che ne fa il cosplay: può sicuramente imitarla per molti aspetti, ma non sarà mai la stessa cosa. L’It scritto da Stephen King è, prima ancora che una meravigliosa storia horror, uno splendido romanzo di formazione e un’opera certosina che racconta la nascita e la morte di una città le cui radici affondano così tanto nel Male da essere arrivata ad integrarlo nel suo tessuto e prosperare solo grazie alla sua presenza. Lo scrittore del Maine, qui più che nel resto delle sue opere, tratteggia dei personaggi talmente vivi ed indimenticabili che, arrivati all’ultima pagina, rimpiangiamo amaramente che non ci siano altri quindici tomi per continuare a seguire la loro vita, i loro pensieri, i loro sogni… e soprattutto le loro paure. Questo, ovviamente, nel film non succede, ma dire che ci troviamo davanti ad una brutta pellicola sarebbe essere ingiusti ed impietosi. Chiudiamo quindi gli occhi, facciamo finta che il libro non sia mai esistito e cerchiamo di valutare il film tv per i suoi (molti) pregi e anche per qualche (ovvio) difetto.


Innanzitutto, lodi lodi lodi (Michele Guardì, ESCA dal mio corpo, grazie!) agli sceneggiatori. Costretti, com’è ovvio, a condensare la mattonella di mille e fischia pagine che è il romanzo originale, hanno scelto innanzitutto di omettere le parti legate alla “mitologia” kinghiana de La Torre Nera, troppo complessa per un pubblico di non fan, assieme a tutte quelle scene stupende da leggere ma oggettivamente improponibili in un film per la tv. Non sto parlando delle sequenze più splatter o di quella, tanto controversa, in cui i giovanissimi protagonisti trovano il modo di rimanere “uniti” nelle gallerie, ma di rumenta trash come la statua semovente di Paul Bunyan o il lebbroso che chiede il servizietto ad Eddie, etc. etc. Nello Shining di Mick Garris si vedevano le siepi muoversi, se qui avessi visto la statua in plastica cercare di uccidere Richie con un’accetta probabilmente non sarei qui a parlare di IT, quindi ben vengano certi tagli. In compenso, vengono mantenute le scene maggiormente d’impatto, come la famigerata sequenza del sangue nel lavandino, il terribile omicidio di Georgie, l’epica battaglia a sassate contro la banda di Bowers e il dolcissimo episodio dell’haiku, solo per fare qualche esempio. Il film riesce comunque a rendere l’idea del profondissimo rapporto che lega i protagonisti, di un’estate allo stesso tempo favolosa e terrificante, della tristezza di un tempo che passa per non tornare più, cancellando persino i ricordi, di una città corrotta dal male. E rende, terribile, l’immagine del mostro più potente mai creato da King, quel Bob Gray alias Pennywise il clown ballerino che tanto ha funestato gli incubi di tutti noi.


Il film stesso, infatti, non esisterebbe se non ci fosse stato qualcuno in grado di interpretare degnamente questo maledettissimo clown. E chi meglio di Tim Curry, il Dio dei transvestites della galassia, l’unico uomo in grado di scomparire sotto il trucco del Diavolo in persona, avrebbe potuto raccogliere questo scomodo scettro? La sua interpretazione è sicuramente ciò che ha elevato il film dalla mediocrità e lo ha fissato nell’immaginario di generazioni di terrorizzati fan, facendo rimpiangere amaramente il finale, dove il clown scompare e It mostra il suo vero (deludente, lo so) volto. Ma dei difetti parleremo dopo, concentriamoci un attimo sugli interpreti. Come gli sceneggiatori, anche il casting ha fatto un lavoro egregio, scegliendo dei bambini che innanzitutto sapessero recitare (e che sarebbero diventati delle star, uno su tutti Seth Green, qui nei panni di Richie) e degli adulti che non facessero rimpiangere le loro giovani controparti, sebbene sia sempre un po’ duro dare un volto “reale” a dei personaggi che si sono amati senza conoscerne il viso. Purtroppo i realizzatori hanno scelto di concentrarsi essenzialmente sui protagonisti, con il risultato che il vecchio Henry Bowers è bolso e moscio da morire, il “povero” marito di Beverly, Tom, viene ridotto all’infima comparsata di un uomo che non ha nemmeno la metà del carisma necessario per interpretarlo e persino Olivia Hussey, nei panni di Audra, non spicca per bravura. Il che ci porta, inesorabilmente, ai difetti.


It patisce infatti della divisione televisiva in due parti. La prima, nella quale i protagonisti da adulti ricevono la chiamata di Mike e rivivono il loro passato prima di riunirsi a Derry, è praticamente perfetta ed accumula ininterrottamente tensione fino alla scioccante scena finale. La seconda parte è invece più “fiacca”, a tratti ripetitiva (si perde nelle costanti discussioni relative allo scendere o meno nelle fogne per sconfiggere definitivamente It) e si sgonfia nella rivelazione finale della natura del mostro, un maffissimo ragno uscito dritto dritto da un film anni ’50, che toglie pathos persino alla scena più triste dell’intera storia, quella che nel libro mi magona per ore, quando non mi porta direttamente a piangere come una fontana. Gli sceneggiatori hanno inoltre deciso di optare per un happy ending definitivo che, se da un lato apprezzo (almeno per quanto riguarda la storia di Ben e Beverly, perché alla fine sono una tenerona), dall’altro snatura purtroppo il senso reale del libro, che si conclude in maniera dolceamara, quasi malinconica, affermando il definitivo scioglimento della banda dei “perdenti”. Insomma, a riguardarlo oggi ci si rende conto che l’IT televisivo racconta, molto banalmente, una storia di mostri e, comprensibilmente, concede molto poco ad un’eventuale riflessione sul senso reale di quel che viene in essa mostrato. Poteva andare molto peggio, comunque, e se non avete mai visto questo piccolo gioiellino televisivo, graziato anche da una splendida ed evocativa colonna sonora, vi consiglio di recuperarlo immantinente. Magari prima che ci facciano un più dettagliato ma sicuramente più brutto remake senza Tim Curry. Eresia.


Di Tim Curry, che interpreta Pennywise, ho già parlato qui, Richard Masur, che interpreta Stan da adulto, lo trovate qua, il compianto John Ritter, qui nei panni di Ben da adulto, è già stato nominato in questi post e anche Olivia Hussey (Audra) ha avuto modo di comparire qui.

Tommy Lee Wallace è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Halloween III: Il signore della notte, Ammazzavampiri 2 ed episodi di serie tv come Ai confini della realtà, Baywatch e Flipper. Anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 62 anni.


Annette O’ Toole (vero nome Annette Toole) interpreta Beverly da adulta. Americana, la ricordo per film come Il bacio della pantera, 48 ore e Superman III, inoltre ha partecipato alle serie Alfred Hitchcock presenta, Oltre i limiti, Nash Bridges e Smallville. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 59 anni.


Jonathan Brandis interpreta il giovane Bill. Americano, lo ricordo soprattutto per avere interpretato Bastian ne La storia infinita II, inoltre ha partecipato a film come Attrazione fatale e Il patrigno II, doppiato film come Oliver & Company e serie come Aladdin; inoltre, ha partecipato ad episodi di Troppo forte, La signora in giallo e Flash. Anche regista, produttore e sceneggiatore, si è impiccato nel 2003, all’età di 27 anni.


Seth Green (vero nome Seth Benjamin Gesshel – Green) interpreta il giovane Richie. Se mi puntassero la pistola alla tempia e mi dicessero, umanamente, chi è il mio attore preferito in tutto il mondo non avrei dubbi: lui. E dico umanamente, perché questo “scimmiottino verde” (come lo chiamano confidenzialmente i miei amici e parenti!) è davvero l’amico nerd che tutti vorrebbero avere. L’aMMore per quest’uomo è nato mentre guardavo Buffy the Vampire Slayer, precisamente la seconda serie, ed è continuato grazie a perle come Scott, il figlio del Dr. Male nei tre film di Austin Powers, il doppiaggio originale di Chris ne I Griffin e la geniale serie Robot Chicken, ma se volete vederlo in azione in qualche altro film segnalo Hotel New Hampshire, Radio Days, Ho sposato un’aliena, Buffy - l’ammazza vampiri, Rollerblades – Sulle ali del vento, A Gillian, per il suo compleanno, Giovani pazzi e svitati, Nemico pubblico, il geniale Giovani diavoli, I perfetti innamorati, Rat Race, Compagnie pericolose, The Italian Job e Scooby Doo 2: mostri scatenati, solo per citare quelli che ho visto. Inoltre, ha partecipato alle serie Beverly Hills 90210, X – Files, Innamorati pazzi, Angel, That’s 70s Show, Will & Grace, Grey’s Anatomy, My Name is Earl, Heroes e doppiato alcuni episodi di American Dad!. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 37 anni e tre film in uscita.


Emily Perkins interpreta la giovane Beverly. Canadese, la ricordo per film come Licantropia Evolution – Ritorno al presente, Insomnia, Ginger Snaps: Unleashed, Licantropia e Juno, inoltre ha partecipato alle serie X- Files e Supernaturals. Ha 34 anni.


Dennis Christopher, che interpreta Eddie Kaspbrak da adulto, sarà tra gli attori che parteciperanno all’imminente nuovo film dello zio Quentin, Django Unchained, mentre Richard Thomas, che invece interpreta Bill da adulto, è tornato a frequentare il “kingverso” durante una puntata della serie Incubi e deliri. Inoltre, una delle mocciose che prende in giro Beverly a inizio film è Laura Harris, che poi avrebbe partecipato al meraviglioso Severance – Tagli al personale, mentre il preside con cui si scontra Richie nella scena della mensa (l’attore William B. Davis) sarebbe diventato il bastardissimo Uomo che fuma della serie X – Files. Se vi fosse piaciuto It, non sto nemmeno a dirlo, recuperate altre miniserie tratte dalle opere di Stephen King, per esempio I Langolieri, che se non erro era abbastanza interessante, oppure gli inquietanti Tommyknockers. ENJOY!

martedì 6 dicembre 2011

La cosa (1982)

Siccome non lo vedevo da più di dieci anni e siccome sta per uscire nelle sale italiane il remake, ho deciso di riguardare in questi giorni La cosa (The Thing), diretto da John Carpenter nel 1982 e già remake de La cosa da un altro mondo del 1951.


Trama: all’interno di una base antartica un gruppo di uomini deve tenere a bada “la cosa”, un alieno in grado di assumere le sembianze di qualsiasi essere vivente, dopo averlo ucciso e assimilato.


Come ho detto, La cosa l’ho visto almeno una decina di anni fa, se non di più. Lo ricordavo noioso e di una lentezza rara, decisamente bruttarello, il che mi lasciava perplessa a ripensarci, visto che Carpenter è il mio regista horror preferito. Adesso mi chiedo cosa cavolo ho guardato all’epoca, perché La cosa di noioso e lento non ha proprio nulla, anzi! Erano anni che non mi capitava di venire catturata così da un horror e di provare una tensione palpabile, la curiosità di sapere “come va a finire” e “chi è il mostro”. Probabilmente allora ero stata confusa dalla fotografia un po’ buia, dagli ambienti tutti uguali e dall’abbondanza di personaggi appena abbozzati, cose che adesso con un po’ più di maturità apprezzo e trovo funzionali.


Il bello de La cosa, infatti, è questa lenta ma costante costruzione della tensione, di un senso crescente di paranoia, di claustrofobia. Immaginatevi di essere isolati dal mondo, in un inferno di ghiaccio, per mesi e mesi con le stesse persone… immaginatevi ora di venire minacciati da un alieno in grado di assumere le sembianze di chi vi sta vicino, senza possibilità di distinguerlo da un normale essere umano e sicuramente pronto a farvi la pelle appena avrete abbassato la guardia. L’idea di perdere il controllo di ciò che ci circonda, della nostra percezione della realtà, l’incapacità di distinguere l’amico dal nemico, l’isolamento fanno nascere sicuramente una paranoia che tende ad essere autodistruttiva, e Carpenter gioca molto su questo, riuscendo a riversare sullo spettatore le stesse sensazioni provate dai protagonisti de La cosa con un semplice espediente: mostrare il minimo indispensabile. Il regista ci preclude l’onniscienza, nessuno di noi sa chi, fra i personaggi del film, sia diventato la cosa (pare che non lo sapesse nemmeno lui!). Certo, ci aspettiamo che MacReady non lo sia ed arriviamo a prendere per vero quello che crede lui, ma ad un certo punto non siamo più sicuri neppure di quello, perché il personaggio è tutt’altro che infallibile e può essere facilmente ingannato. Alcune sequenze sono emblematiche di questo “gioco” del regista: l’inizio in primis, dove un cane viene inseguito e braccato senza un motivo apparente, lo stesso cane che si introduce in una stanza dove siede uno dei protagonisti, di cui vediamo solamente l’ombra (quindi chi è quello che, molto probabilmente, è stato infettato?), il finale dove i sopravvissuti si confrontano in un clima di diffidenza a dir poco palpabile.


Centellinare le apparizioni dell’alieno è quindi una diretta conseguenza della scelta di mostrare il minimo indispensabile. Per carità, gli effetti speciali del mitico Rob Bottin sono devastanti, ottimi, rendono proprio il senso dell’aberrazione incarnata da questo essere, della sua natura pericolosa ed ingannevole, e allo spettatore non vengono risparmiate le scene gore (peraltro una la ricordavo molto bene e lo strazio è stato proprio nell’attesa, nel non rammentare quando avrei dovuto chiudere gli occhi!) … ma il vero terrore nasce dalla consapevolezza che la cosa si trova tra i protagonisti e che è impossibile da individuare. Non a caso, la sequenza che più mi ha messo ansia è quella in cui MacReady riunisce tutti i compagni in una sola stanza e prova a smascherare l’alieno osservando le reazioni che il loro sangue presenta vicino ad una fonte di calore, ma sinceramente ad un certo punto mi bastava anche solo che il regista facesse dei primi piani per puntare il dito e dire “o Cristo!! E’ la Cosa!! E’ lui!! Si sta grattando il naso in modo ambiguo!” e questo per darvi anche un’idea di quanto siano bravi tutti gli attori coinvolti… e di quanto sia importante il bellissimo, minaccioso score di Ennio Morricone. Quanto al finale… eeh, il finale. Mah. Sinceramente, non so come prenderlo ma, personalmente, non l’ho vissuto come un happy ending, anzi. Contagiata dalla paranoia? Forse, ma conoscendo Carpenter le risoluzioni felici non esistono. E neppure i film davvero brutti, perdonami se ho dubitato, John!


Del regista John Carpenter ho già parlato qui (tra l’altro compare anche come attore, nei panni di uno dei norvegesi mostrati in uno dei filmati d’archivio), mentre qua trovate il solito trafiletto sul bellissimo Kurt Russell (MacReady) e qui quello su Keith David (Childs).

Wilford Brimley (vero nome Anthony Wilford Brimley) interpreta il Dr. Blair. Americano, lo ricordo per film come Il Grinta, Hotel New Hampshire, il meraviglioso Cocoon, l’energia dell’universo, Cocoon, il ritorno, Il socio e In & Out, inoltre ha partecipato a serie come Walker Texas Ranger. Anche stuntman, ha 77 anni.


Richard Masur interpreta Clark. Americano, lo ricordo innanzitutto per avere interpretato il “breve ma intenso” Stan Uris dell’It televisivo e per altri film come lo straziante Papà ho trovato un amico, L’uomo senza volto, Il mio primo bacio e Mi sdoppio in quattro; ha inoltre partecipato a serie come MASH, Happy Days e Blossom. Anche regista e sceneggiatore, ha 63 anni.


Donald Moffat interpreta Garry. Inglese, ha partecipato a film come Popeye – Braccio di ferro, Il falò delle vanità e A proposito di Henry, oltre a serie come La casa nella prateria, Dallas, La signora in giallo, Ai confini della realtà, Colombo. Ha 81 anni.


Nel cast doveva anche esserci il meraviglioso Donald Pleasence, già collaboratore di Carpenter nel bellissimo Il signore del male, ma l’attore ha dovuto rinunciare per impegni pregressi, mentre gente del calibro di Jeff Bridges e Nick Nolte hanno rifiutato il ruolo di MacReady. Passando invece all’ambiguo finale, pare ne esistano almeno due alternativi: uno in cui MacReady viene sottoposto a delle analisi del sangue, girato nel caso in cui il pubblico avesse mostrato reazioni negative verso quello “vero”, e un altro in cui un cane lascia la base, correndo tra i ghiacci. Finali a parte, dopo averne letto peste e corna comunico ufficialmente che il remake se ne starà dov’è e che, al massimo, lo recupererò in altro modo! ENJOY!

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