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martedì 31 marzo 2026

Bolla Loves Bruno: Armageddon - Giudizio finale (1998)


Aiuto, non so più quanti mesi sono passati dall'ultima volta che ho scritto un post per la rubrica Bolla Loves Bruno, ma non me la sono dimenticata, giuro! Oggi parliamo di Armageddon - Giudizio finale (Armageddon), diretto nel 1998 dal regista Michael Bay.

Trama

Quando la Terra viene minacciata da un asteroide simile a quello che aveva condannato i dinosauri all'estinzione, la NASA compie una scelta disperata e decide di mandare in orbita una squadra di trivellatori per farlo esplodere dall'interno...

RECENSIONE

Non mi sono dimenticata né della rubrica né di Bruce Willis, anche se pensare a lui mi fa talmente male che ogni giorno approccio i social con diffidenza, per paura che arrivi la ferale notizia che non voglio neppure mettere nero su bianco. Purtroppo, tra challenge, uscite recenti, Oscar e recuperi horror, è difficile riuscire a trovare anche il tempo per la filmografia del nostro, e promettere di essere più costante serve a poco. Sia come sia, oggi siamo arrivati a uno dei suoi film più famosi, ironicamente girato come "punizione" per quella storiaccia con Broadway Brawler. Armageddon esce nel 1998, costa 140 milioni di dollari e ne incassa più di 500 in tutto il mondo, segnando un colpaccio allucinante per la Touchstone Pictures e Michael Bay, regista già sulla cresta dell'onda dopo Bad Boys e The Rock. E' un film di merda, capiamoci, e lo dico con tutto l'amore di chi se l'è guardato, nella vita, almeno 3 o 4 volte, odiandolo fin dalla prima visione. Se non siete vissuti su Marte finora e quindi non vi è mai capitato di guardare Armageddon, il perché del mio odio potete immaginarlo, ed è lo stesso motivo che mi porta a fare una smorfia di disprezzo ogni volta che mi compare davanti Ben Affleck (benché, negli anni, lo abbia rivalutato come attore e autore). Documentandomi un po' per il post, ho peraltro scoperto che il mio odio era giustificato fin dall'età di 17 anni: in origine il film doveva essere "duro e puro", al limite focalizzarsi più sul personaggio di Dan Truman, mentre dopo l'uscita di Titanic (altro film che, all'epoca, avevo detestato) i produttori hanno deciso di inserire a forza il mielosissimo, terrificante subplot della storia d'amore tra A.J. e Grace. Sì, sono sempre stata un'adolescente strana e sì, io volevo solo vedere Bruce Willis "fare Bruce Willis" e coprirsi di gloria, altro che saltare in aria e farmi soffocare in pianti straziati ogni maledetta volta. Ma non è solo questo il motivo per cui, razionalmente e a fronte di ogni regola che determina i capolavori cinematografici, Armageddon è un film di merda. Armageddon è l'emblema della faciloneria e dell'orgoglio ammeregano, dove qualsiasi scappato di casa, se ha cuore e un sogno, può salvare il mondo (pazienza se nel frattempo i Paesi "minori" sono già stati spazzati via dai detriti spaziali) e ricoprirlo di bandierine a stelle e strisce; è un film con dialoghi invecchiati malissimo e personaggi imbarazzanti (povero Steve Buscemi...), che appena inciampa in un "maccosa?" lo cancella con un'esplosione, un'esibizione di "celodurismo" o una scena in cui A.J. e Grace limonano/si pastrugnano in un'atmosfera da videoclip zuccheroso. 

Eppure, ciò nonostante, Armageddon è quel genere di film che ti fermi a guardare fino alla fine, volente o nolente, quando lo passano in TV, emozionandoti, tifando per i protagonisti (ovviamente indignandoti per quei pochi americani cattivi che non capiscono i principi base della land of the free e agiscono, guarda un po', come un Trump qualsiasi), commuovendoti come un cretino e diventando, per un paio d'ore, Americano onorario. Il merito ce l'hanno gli attori, ovviamente, il meglio di quello che poteva offrire la fine degli anni '90. Se Bruce Willis si palleggia le battute e le pose cult migliori, affermandosi come esempio massimo di carisma e di duro dal cuore tenero, Will Patton gli fa da ragionevole spalla e Billy Bob Thornton da rispettabile controparte (sempre per la solita storia, anch'essa tipicamente USA, della contrapposizione tra working class hero e colletto bianco); il resto è un delirio di caratteristi al massimo della loro forma, tra i quali spiccano il folle Steve Buscemi, un Peter Stormare sopra le righe, il dolcissimo Michael Clarke Duncan e il buffo Owen Wilson, i quali surclassano senza problema alcuno Ben Affleck, messo lì solo per essere figo pur avendo meno presenza scenica di uno dei satelliti, e Liv Tyler, messa lì solo per essere incredibilmente fregna e attirare papino Steven, assicurando al film la ballad più famosa e strappalacrime degli Aerosmith. Guardando Armageddon dopo quasi 30 anni, c'è da dire che gli effetti speciali non sono invecchiati di un giorno e che qualsiasi sequenza di morte e distruzione, realizzata nel solito, roboante stile di Michael Bay, per quanto sia improbabile appare comunque realistica. Di Bay si può dire quello che si vuole, ma non che non abbia il senso del "ritmo", nemmeno quando ci si dovrebbe ragionevolmente fare due palle cubiche (per esempio durante gli interminabili briefing della NASA), perché persino le sequenze più statiche e introspettive contengono quel dettaglio capace di tenere desta l'attenzione e coinvolgere lo spettatore, anche a costo di infilarci dentro la nota melodrammatica a tradimento oppure la battuta improbabile e di cattivo gusto. Anche questa è arte, signore e signori, ma permettetemi di dire che a me Armageddon ha sempre fatto male, male, male da morire, perché dotato di un finale orribile e ingiusto. #TeamStamper dal 1998, #FuckAJ .

CAST

Di Bruce Willis (Harry S. Stamper), Billy Bob Thornton (Dan Truman), Ben Affleck (A.J. Frost), Liv Tyler (Grace Stamper), Will Patton (Chick), Steve Buscemi (Rockhound), William Fichtner (Colonnello Willie Sharp), Owen Wilson (Oscar), Michael Clarke Duncan (Bear), Peter Stormare (Lev Andropov), Keith David (Generale Kimsey), Jason Isaacs (Ronald Quincy), Grace Zabriskie (Dottie), Udo Kier (Psicologo), Shawnee Smith (Rossa) e Charlton Heston (la voce narrante a inizio film) ho parlato ai rispettivi link.
  • Michael Bay è il regista del film. Americano, ha diretto film come The Rock, Pearl Harbor e tutta la recente saga Transformers. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 60 anni. 

CURIOSITà

Neve Campbell ha dovuto rinunciare al ruolo di Grace Stamper perché impegnata sul set del telefilm Cinque in famiglia. Se Armageddon vi fosse piaciuto recuperate Deep Impact e Independence Day. ENJOY! 



mercoledì 26 novembre 2025

Shelby Oaks (2024)

Nonostante la distribuzione imbarazzante, sono riuscita a vedere Shelby Oaks - Il covo del male (Shelby Oaks), diretto nel 2024 dal regista Chris Stuckmann.


Trama: i presentatori di un canale YouTube dedicato al paranormale vengono uccisi nella città fantasma di Shelby Oaks ma il cadavere di una di loro, Riley, non viene ritrovato. Dopo anni, sua sorella si imbatte in un indizio sconvolgente...


Di Shelby Oaks avevo sentito parlare per la prima volta dal mio insegnante di inglese, un ragazzo delizioso con cui facevo conversazione una volta a settimana fino a qualche mese fa (e che saluto, qualora passasse di qui!). Parlando di cinema e horror, un giorno mi ha detto che il critico di cui si fidava di più era Chris Stuckmann e che non vedeva l'ora che uscisse il suo primo lungometraggio, finanziato da una campagna Kickstarter dall'enorme successo. Questo lungometraggio era proprio Shelby Oaks, per questo ero molto curiosa di guardarlo e, come spesso accade, l'ho fatto a scatola chiusa, sapendo solo che si trattava di un found footage. In realtà, Shelby Oaks comincia come un found footage ma prosegue come horror dalla regia più classica. La vicenda narrata ha origine dalla morte dei presentatori del canale YouTube Paranormal Paranoids e da ciò che le loro telecamere hanno registrato prima che venissero uccisi. L'unica di cui non è stato rinvenuto il cadavere è la sensitiva del gruppo, Riley Brennan, che la sorella maggiore Mia non ha mai smesso di cercare per 17 anni. Dopo l'introduzione dei video in questione, e una serie di filmati televisivi o sul web che coprono "il caso" seguendo un pattern tristemente familiare di sensazionalismo, teorie complottiste e vuote vestigia di ricordi mitizzati, Shelby Oaks diventa un mockumentary, con tanto di interviste a Mia, agli spettatori di Paranormal Paranoids e all'ispettore che ha seguito la vicenda, ma anche questo stile dura poco. Infatti, accade qualcosa di scioccante che cambia completamente il registro del film, con tanto di stacco che anticipa i titoli di testa. Benché la presenza di Riley (e non solo) ne permei ogni sequenza, Shelby Oaks diventa, da quel momento in poi, la storia di Mia, una donna che ha smesso di vivere il giorno in cui la sorella è scomparsa, mettendo in pausa tutto ciò che non era "utile" alla sua ricerca, rapporto col marito compreso. E' una storia di testardaggine ossessiva, che in più occasioni fa dubitare della sanità mentale della protagonista, caratterizzata da una preoccupante mancanza non solo di spirito di autoconservazione, ma proprio di percezione di sé in quanto individuo, tanto la sua vita è legata a doppio filo al destino della sorella. E' anche una storia in cui, proprio per via di questa abnegazione totale verso Riley, Mia si ritrova preda di un'entità malevola senza neppure capirlo, almeno finché non è troppo tardi, ed è proprio questo che rende interessante Shelby Oaks, film che cambia spesso registro e "cliché" mantenendo sempre una coesione invidiabile e spiazzando lo spettatore con una bella serie di colpi di scena.


Proprio l'abilità di Chris Stuckmann di "nascondere" i fili che tengono unite le tante anime del film è ciò che impedisce Shelby Oaks di finire dritto nel cestone degli horror medi, o di risultare un semplice collage di cose già viste. Il rischio c'era, in effetti. La prima parte in particolare richiama tantissimi found footage e mockumentary famosi, non ultime opere recentissime come la saga di Hell House LLC.
Un altro aspetto positivo del film è che Chris Stuckmann, conoscendo molto bene il genere, è riuscito a mettere in pratica questa sua conoscenza creando sequenze che non si appoggiassero esclusivamente a prevedibili jump scare, quanto piuttosto alla tensione creata da spazi vuoti e bui o da dettagli quasi impercettibili (tante volte non ero sicura che ci fosse davvero ciò che mi sembrava di vedere), e giocata più sull'attesa che sul risultato finale. Considerato il budget microscopico, è interessante anche il modo in cui il regista è riuscito a ridurre gli effetti speciali all'osso, preferendo ricorrere a punti di luce, qualche immagine riflessa e alle percezioni incerte derivanti dall'uso della telecamera a mano per dare forma all'orrore di un incubo nell'accezione demoniaca del termine. Una scelta intelligente, perché i pochi effetti digitali sono abbastanza bruttini, e ciò fa ben sperare relativamente a cosa potrebbe fare in futuro Stuckmann con qualche soldo in più. Per il momento, direi che Shelby Oaks è un ottimo debutto, e l'unico vero difetto che gli imputo è la mancanza di coraggio nel perseguire una via che speravo fosse stata aperta una volta per tutte da Immaculate, nonostante sia una scelta di sceneggiatura coerente col passato e il carattere della protagonista. Vi consiglio quindi la visione di Shelby Oaks, magari al cinema, perché nella solitudine di casa il rischio è quello di non riuscire a chiudere occhio, soprattutto se dal letto riuscite a vedere una finestra e quello che potrebbe nascondersi dietro il vetro nel buio.


Di Camille Sullivan (Mia), Keith David (Morton Jacobson) e Derek Mears (Tarion) ho già parlato ai rispettivi link.

Chris Stuckmann è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Famoso principalmente come YouTuber e critico cinematografico, è anche produttore. Americano, ha 37 anni.


Se Shelby Oaks vi fosse piaciuto recuperate The Blair Witch Project, Hell House LLC e Lake Mungo. ENJOY!


venerdì 1 marzo 2024

American Fiction (2023)

Era il "pokémon raro" di questa edizione degli Oscar, poi, il 27 Febbraio, Amazon Prime Video ha deciso di mettere a catalogo American Fiction, diretto e co-sceneggiato dal regista Cord Jefferson a partire dal romanzo Cancellazione di Percival Everett e candidato a cinque premi Oscar: Miglior film, Miglior attore protagonista, Miglior attore non protagonista, Migliore sceneggiatura non originale e Migliore colonna sonora.


Trama: Thelonious "Monk" Ellison è uno scrittore di colore dallo scarso successo. Colpito da gravi problemi lavorativi e familiari, Monk decide di scrivere una parodia dei romanzi "neri" di successo e, inaspettatamente, editori e lettori ne sono entusiasti...


Non sarà facile separare la quantità di candidature ottenute da American Fiction da un giudizio oggettivo sul film anche perché, detto in tutta sincerità, non lo avrei neppure mai guardato se non avesse fatto parte della rosa dei candidati. Il mio timore è quello di essere eccessivamente severa verso un'opera che probabilmente è stata accompagnata da troppe aspettative, quindi cercherò di non ragionare in funzione degli Oscar e di trattare American Fiction come uno dei tanti film che escono annualmente (tenendo anche in considerazione che non ho mai letto il libro Cancellazione). Il film racconta la "lotta" di Thelonious "Monk" Ellison, professore e scrittore di scarso successo, contro un'idea ghettizzata e bianca di letteratura di colore. In pratica, Monk viene accusato dal suo agente di non vendere in quanto troppo acculturato e poco "nero", troppo borghese e tranquillo per fare breccia nel cuore di chi vuole il tragico stereotipo della povertà, della violenza, dell'ignoranza , percepito come l'unica, genuina "verità". Svariati, gravi problemi familiari e il successo di un'autrice con un'opera identica a quelle tanto odiate da Monk, lo spingono a scrivere una parodia di questi libri e ad inviarla al suo agente, cosa che gli procura da subito una prelazione a cifre da capogiro ma anche una serie di dubbi etici e filosofici non da poco. Questo, in soldoni, è il canovaccio principale di American Fiction, al quale si affianca l'approfondimento di un personaggio non particolarmente simpatico attraverso le sue interazioni con i familiari (dai quali si è progressivamente allontanato nel corso del tempo), la nuova fidanzata e un paio di fidati conoscenti che gravitano nell'orbita della casa al mare di Monk. L'aspetto più interessante del film, comunque, non è tanto vedere quanto Monk possa imparare dalla ritrovata famiglia (anzi, le malinconiche pennellate legate alle infedeltà del padre e all'omosessualità del fratello, a mio avviso, aggiungono poco alla storia e sembrano appiccicate con lo sputo) quanto, ovviamente, la critica a una percezione della letteratura asservita alle mode del momento.


American Fiction
. Letteratura americana, sì, ma anche "finzione" americana, la pretesa che la realtà si pieghi a quelle che sono le nostre aspettative, a quello che ci piace o che ci fa sentire bene. Nella fattispecie, la vera "esperienza di colore" deve passare per lo stereotipo del nero ignorante, malvivente, in lotta col mondo, perché non avrebbe senso, altrimenti, leggere di vite troppo simili a quelle dei bianchi borghesi. Come sarebbe possibile, in caso contrario, ripulirsi le coscienze dando soldi a chi percepiamo in difficoltà o bisognoso di riscatto, ergersi a eroi che danno voce agli oppressi, parlare di "genuinità" come se sapessimo con certezza che i neri DEVONO essere così, tutti interessati alle loro radici, a mantenere uno status quo probabilmente non perpetrato da loro? Un paio di dialoghi, a tal proposito, sono molto interessanti, anche perché Monk non è necessariamente un personaggio "affidabile", arroccato com'è nella sua idea di letteratura intellettuale, e altrettanto interessanti sono i tentativi di riprendere la struttura metanarrativa e metatestuale di Cancellazione, magari non originalissimi ma comunque funzionali al concetto che il film vuole veicolare. Purtroppo, questo cambiamento di registro e questa metatestualità sono sprazzi di stile in un film per buona parte convenzionale, sia a livello di regia che di interpretazioni; in particolare, il professore di Jeffrey Wright soffre di un confronto impari con un altro docente nominato all'Oscar, quello interpretato da Paul Giamatti, sicuramente molto più stronzo ma anche umanamente imperfetto e impegnato in un vero percorso di maturazione personale, in grado di coinvolgere ed interessare lo spettatore, mentre Monk sembra affrontare l'esistenza con la tristezza indolente di chi è convinto che tutti ce l'abbiano con lui. Per tutti questi motivi, mi sento un po' come Wiley Valdespino: avrei preferito guardare piuttosto uno stereotipato, dinamico film nigga, mi sarei divertita di più (anche se stranamente non mi sono addormentata!) e non mi vergogno a dirlo.  


Di Jeffrey Wright (Thelonious "Monk" Ellison), Adam Brody (Wiley Valdespino), Keith David (Willy the Wonker) e Sterling K. Brown (Clifford Ellison) ho parlato ai rispettivi link. 

Cord Jefferson è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al primo film dietro la macchina da presa. Americano, ha lavorato come sceneggiatore per la serie Watchmen. Anche produttore, ha 42 anni.


Leslie Uggams
, che interpreta Agnes Ellison, è la Blind Al dei film dedicati a Deadpool e tornerà, ovviamente, nell'imminente Deadpool & Wolverine. Se American Fiction vi fosse piaciuto recuperate Il ladro di orchidee. ENJOY!

venerdì 19 agosto 2022

Nope (2022)

Finalmente i cinema hanno riaperto anche dalle mie parti e, ovviamente, non potevo esimermi dal correre a vedere uno dei film che aspettavo con più impazienza, ovvero Nope, scritto e diretto dal regista Jordan Peele. NO SPOILER, tranquilli.


Trama: dopo la morte del padre, O.J. e la sorella Emerald cercano di salvare la loro attività di addestratori di cavalli dalla bancarotta, proprio quando qualcosa di orribile comincia ad accadere all'interno della loro proprietà...


Mi levo subito il dente, così la facciamo finita. Credo di essere una delle poche persone ad avere avuto qualche problemino con Nope e ammetto di non averlo apprezzato tanto quanto i lavori precedenti del regista. Il motivo è essenzialmente legato a una questione di pancia: l'argomento di Nope, per quanto sia tra le cose che più mi terrorizzano cinematograficamente parlando, è anche uno di quelli che mi infastidisce maggiormente e che mi dà sempre una sensazione di "cheap", di cretinata buttata lì. Di conseguenza, sono rimasta molto meno coinvolta da Nope rispetto a Noi o Get Out, ma ciò non significa assolutamente che l'ultima pellicola di Peele sia un brutto film, anzi, probabilmente è quella più stratificata ed ambiziosa e, di sicuro, non è una cretinata. Senza scendere troppo nello specifico, Nope getta uno sguardo piuttosto feroce su un'altra delle nostre piaghe sociali, la necessità (più che la brama) di essere famosi e speciali per contare davvero qualcosa, quel "picture or it didn't happen" che, più in piccolo, governa anche la nostra quotidianità, tra Facebook, Instagram, Youtube, ecc. Nope però non è una critica ai social, nulla di così banale, ma proprio alla pressione sociale che ormai ha cambiato definitivamente il nostro modo di approcciarci alle cose, trasformando tutto in "spettacolo" usa e getta; alla sincera passione si affianca troppo spesso il desiderio non solo di ricavare del denaro ma, soprattutto, di spiccare, di essere speciali ed unici, anche a scapito della ragionevolezza e del piacere di dedicarsi a qualcosa. I protagonisti di Nope, è vero, sono alla canna del gas e la loro attività (retaggio comunque di un tempo passato in cui i risultati si ottenevano con calma e ci si fidava dei professionisti, senza pensare di saperne più di loro) rischia di mandarli in bancarotta, ma quando l'orrore si abbatte sulle loro vite né O.J., che parrebbe più ragionevole, né l'inaffidabile Emerald pensano di lasciare i loro terreni, e non tanto per una questione di orgoglio o nostalgia, quanto proprio per il triste miraggio del denaro e della fama. Lo stesso vale per Jupe, ex bambino prodigio, protagonista di una side story che, lì per lì, parrebbe non entrarci nulla con la trama principale ma che, invece, nasconde proprio la chiave per interpretare l'intera pellicola. 


Jupe è sopravvissuto a un'esperienza che avrebbe mandato al manicomio più di una persona e ne ha trasfigurato l'orrore in una sorta di benedizione, di autocelebrazione a base di memorabilia capaci di parlare agli istinti più bassi dei curiosi. "Tu sei il prescelto", si ripete Jupe, risparmiato da una furia omicida per puro caso, eppure ovviamente convinto che dietro alla sua fortuita salvezza si nasconda un qualche significato in virtù dell'egocentrismo che abbiamo tutti in misura più o meno minore, e da questa convinzione deriva quella di essere invincibile, speciale e necessario, con tutte le conseguenze che Jordan Peele mette in scena in una delle sequenze più angoscianti del film. Nel trailer, un personaggio si domanda "come si chiama un miracolo al contrario?". Ebbene, qui c'è da chiedersi come si chiama il contrario della speranza gioiosa di Spielberg, di quell'ingegno umano tutto americano e anche un po' sfacciato che consentiva ad adulti e ragazzini di vivere le avventure più meravigliose trovandosi davanti l'ignoto. Si chiamerà "Nope", come a dire "manco per il ca**o" o come a dire "No hope"? In qualunque modo la si voglia chiamare, di sicuro a Peele non manca la grandiosità spielberghiana di una regia che regala immagini splendide ed emblematiche, tra campi lunghi mozzafiato e comunque claustrofobici (perché qualunque cosa può nascondersi nel paesaggio brullo dove i cavalli fuggono spaventati), primi piani di occhi che non ardirebbero guardare ma devono farlo comunque, perché essere testimoni, anche di fronte all'orrore, significa essere speciali ed unici, e punti di vista che cambiano a seconda del personaggio, cosa che ci cala nei panni dei terrorizzati protagonisti, il tutto unito da un montaggio fluido e intelligente. Nope non è un film ottimista, nonostante ci insegni a fare un passo indietro e a rivestirci di umiltà ridimensionando il nostro posto nel mondo, ma è un film che sancisce la fine del sogno americano, dell'innocenza di un far west esistito solo al cinema, e che regala un lieto fine incerto ed amarissimo, racchiuso interamente nel sorriso forzato della brava Keke Palmer. A prescindere da tutto quello che mi ha potuta infastidire (e da tutto quello che ci viene insegnato nel film), a voi consiglio però di non distogliere lo sguardo da Nope e di godervi lo spettacolo messo in scena da Peele, rigorosamente al cinema. 


Del regista e sceneggiatore Jordan Peele ho già parlato QUI. Daniel Kaluuya (O.J. Haywood), Michael Wincott (Antlers Holst), Steven Yeun (Ricky "Jupe" Park), Keith David (Otis Haywood Senior) e Oz Perkins (Fynn Bachman) li trovate invece ai rispettivi link.

Keke Palmer interpreta Emerald Haywood. Americana, ha partecipato a film come Cleaner, e a serie quali Cold Case, E.R. Medici in prima linea, Grey's Anatomy, Scream Queens, Scream: La serie; come doppiatrice ha lavorato in The Cleveland Show, I Griffin, Robot Chicken, L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva e L'era glaciale 5 - In rotta di collisione. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 29 anni. 


Se Nope vi fosse piaciuto recuperate Incontri ravvicinati del terzo tipo e Signs. ENJOY!

venerdì 15 ottobre 2021

Nero come la notte (2021)

Secondo film della serie Welcome to the Blumhouse 2021, secondo "regalo"! Oggi parliamo di Nero come la notte (Black as Night), diretto dalla regista Maritte Lee Go.



Trama: una ragazza di New Orleans viene aggredita dai vampiri e, una volta persa una persona importante per mano loro, decide di vendicarsi...


Dopo i sobborghi dei vecchietti di Bingo Hell passiamo ai sobborghi di New Orleans popolati da drogati, barboni e vampiri. Sempre sobborghi sono, ché a quanto pare dev'essere il fil rouge dei  Welcome to the Blumhouse di quest'anno (scherzo, mi mancano ancora due film da vedere per essere certa di questa mia affermazione), e sempre con pesanti problemi sociali di povertà e disagio che diventano terreno fertile per un terrore sovrannaturale. Sulla carta questi horror "impegnati", alle cui problematiche sociali si aggiungono, in questo caso, un pizzico di coming of age a sfondo razziale e spunti di triste cronaca reale (la storia di Nero come la notte è legata a doppio filo alla tragedia dell'uragano Katrina), avrebbero tutte le potenzialità per diventare opere interessanti come quelle realizzate da Jordan Peele e dai suoi adepti, peccato che, vuoi per la messa in scena terrificante, la trama raffazzonata o gli attori non particolarmente brillanti, non hanno nemmeno un decimo della potenza di un Get Out o un Candyman. Nero come la notte, in particolare, si rivolge a un pubblico di adolescenti e ricicla vaghe atmosfere alla Buffy the Vampire Slayer (nominata un paio di volte nel film) per raccontare la storia di Shawna, ragazza povera, piena di vergogna per la sua pelle scura e per la tossicodipendenza della madre, che un giorno viene aggredita dai vampiri che infestano New Orleans e decide di fare piazza pulita con l'aiuto dell'amico gay, del ragazzo che le piace e di un cartonato che dovrebbe essere l'esperta di vampiri del posto ma che in realtà risulta uno dei personaggi più inutili della storia dell'horror. Come spesso accade in questi horrorini "da cestone", lo spunto e l'inizio non sono nemmeno male, e l'incontro/scontro tra Shawna e i vampiri, seguito dalla terribile scoperta della ragazza in casa della madre, sono molto coinvolgenti; succede però che il film si ammoscia dopo poco, infilando una serie di "snodi" uno più perplimente dell'altro, fino a raggiungere l'apice dell'assurdo in uno scontro tra vampiri ancestrali di natura africana e la "nuova" cricca di vampiri di New Orleans, pronti a creare un esercito di non morti per sottomettere gli inutili umani (che gli altri non mangiano perché poco elegante), ma probabilmente a quel punto vi sarete già addormentati.


Il problema di Nero come la notte è che Shawna potrebbe anche avere il carisma per essere un'ottima protagonista, ma a differenza di Buffy non è affiancata da personaggi in grado di supportarla e farla brillare: Pedro, detto Dro, è la triste caricatura dei cliché dei gay sudamericani, il pezzo di manzo che piace a Shawna è per l'appunto solo un pezzo di manzo e della "Giles" della situazione ho già parlato anche troppo sopra. I vampiri, ovviamente, non sono meglio. Quando mettono più paura i succhiasangue senza nome e quasi senza volto rispetto ai "pezzi grossi" che dovrebbero governarli, c'è qualcosa che non va, soprattutto se le scene in cui Shawna cerca di ucciderne uno vestita da tsoccola sembrano prese pari pari dall'ultima stagione di Sensualità a Corte con Madre e il conte di Bridgerton, e se un valido caratterista come Keith David va praticamente sprecato. Ecco, perlomeno a salvare per il rotto della cuffia Bingo Hell c'erano il gusto sanguinolento di Gigi Saul Guerrero e la faccia naturalmente inquietante di Richard Brake, qui c'è anche troppo poco sangue per essere un film di vampiri e i villain si dimenticano dopo cinque minuti dalla loro apparizione sullo schermo. Non pervenuta neanche la colonna sonora, men che meno la regia, e non mi sentirei di consigliarvi Nero come la notte neppure se adorate qualsiasi opera di fiction avente per protagonisti dei vampiri. A questo punto, mi vien da dire che la paura che dovrebbero fare i Welcome to the Blumhouse deriva semplicemente dall'attesa degli stessi, perché sono letteralmente terrorizzata all'idea di affrontare il prossimo.


Di Keith David, che interpreta Babineaux, ho già parlato QUI.

Maritte Lee Go è la regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americana, è anche produttrice, sceneggiatrice e attrice e ha un film in uscita. 


Asjha Cooper
, che interpreta Shawna, è in questi giorni anche attiva su Netflix, essendo nel cast dell'altra "bella" sòla horror di ottobre,  C'è qualcuno in casa tua. ENJOY!

domenica 28 giugno 2020

Pitch Black (2000)

Qualche sera fa passavano in TV Pitch Black, diretto nel 2000 dal regista David Twohy, e siccome ne ho sentito sempre parlare benissimo ho deciso di dargli un'occhiata.


Trama: dopo un incidente, gli occupanti di un'astronave si ritrovano dispersi su un pianeta sconosciuto, con due enormi problemi da affrontare. Uno, tenere a bada il pluriomicida Riddick, imprigionato proprio all'interno dell'astronave, e due, sopravvivere a fameliche ed implacabili creature.



Guardando Pitch Black mi è tornato tutto alla mente, nemmeno fosse una madeleine proustiana. Correva l'anno 2000 e una Bolla diciannovenne era letteralmente DISGUSTATA da ciò che leggeva su Ciak e affini: Vin Diesel celebrato come il nuovo Bruce Willis, anche se st'informe zamarro pelato non aveva un briciolo del fascino dell'adorato Bruno. Così come, a pelle, avevo provato subitaneo disgusto per Take That, Leonardo di Caprio (poi rivalutato), Titanic et similia, così come ancora oggi quando sento nominare Adam Sandler mi viene la pellagra, così all'epoca avevo bollato ogni film che avesse per protagonista Vin Diesel come indegno di essere guardato in quanto Puttanata Galattica. Ecco perché sono passati vent'anni prima che io decidessi di guardare Pitch Black, e solo perché ne ho sentito parlare benissimo da gente di cui mi fido. Quindi, direte voi, questa è l'illuminazione bollesca sulla via di Damasco che porta alla rivalutazione di Vin Diesel? Ehm, no. Mi dispiace ma ho trovato Pitch Black di una noia mortale e visivamente brutto come il peccato, con l'unico pregio di una protagonista donna che sarebbe stata benissimo a fianco di Ripley e che invece è finita ad avere le caldane davanti al Gigioni (cit. Leo Ortolani), granitico concentrato di smorfie da piacione dispensante sguardi minacciosi a la qualsiasi, costretto ad affrontare bestie più pericolose di lui. Sì, Pitch Black è un sci-fi horror e solo per questo avrei dovuto apprezzarlo molto, avrei dovuto adorare una trama che infila dei desperados su un pianeta decisamente inospitale (o tre soli o buio pesto, per l'appunto, o un caldo porco e zero acqua oppure un freddo culo e bestie che cercano di affondare i denti nel suddetto) e poi li costringe a fuggire da alieni famelici avvantaggiati dalla loro possibilità di vedere al buio mentre le povere vittime brancolano impossibilitate a vedere... tutte, ovviamente, tranne il Gigioni, dotato di occhi bionici che lo rendono ancora più cool, come se non bastassero gli occhialetti che gli hanno piazzato in faccia. Purtroppo, il potenziale di un film cupissimo, dalle atmosfere inquietanti e l'angoscia che avrebbe dovuto tagliarsi col coltello, si è infranto, almeno per me, contro il fatto che i personaggi sono tutti talmente antipatici che di loro non me sarebbe potuto fregare di meno.


In più, come ho scritto sopra, ho trovato la regia, il montaggio e la fotografia francamente orribili. Tanto quanto, l'incidente dell'astronave lasciava ben sperare e se l'intero film si fosse ambientato "indoor", per così dire, forse ne avrebbe giovato visto che le scenografie interne sono molto belle. Il problema comincia quando una luce azzurrastra di ben tre soli viene smarmellata su tutte le immagini, roba da causare più mal di testa della psichedelia di Mandy, per non parlare della "riddickvisione"/"mostrovisione", altra schifezzuola da videogame che mi ha fatto venire voglia di cavarmi gli occhi con le lame tanto amate dal Gigioni. Il quale, passando al montaggio, a un certo punto comincia a cicciare fuori nemmeno i realizzatori stessero giocando a "whack-a-Gigioni", senza soluzione di continuità, comparendo sullo sfondo mentre i personaggi si stanno facendo i fatti loro; basta che uno dica "Riddick" ed ecco che il suddetto fa capolino con la pelata scintillante e poi scompare, mentre i suoi compari di sventura passano con disinvoltura da un ambiente all'altro palesando una velocità di spostamento superiore a quella di Bolt. Ciò, ovviamente, succede quando ci sono ancora abbastanza personaggi, la cosa fortunatamente si appiana quando cominciano a cadere come mosche, fatti fuori in modi nemmeno tanto inventivi, salvo per una tizia fatta fuori da un branco di pipistrelletti volanti. Ma più di tutto, mi dispiace, non ho tollerato Vin Diesel. Riddick è un essere odioso, che se la crede tantissimo, un bonobo mononeuronico che non fa altro che grugnire minacce e dar consigli non richiesti a chiunque. Il momento più alto del film è quando la povera capitana della nave tenta di scassarlo di mazzate, cosa che avrei voluto fare io fin dalla prima inquadratura del film, il secondo è quando ci sono i titoli di coda, che fortunatamente liberano lo spettatore dalla presenza inopportuna di un tizio che nella sceneggiatura originale sarebbe dovuto morire... e invece no, sono usciti ben DUE seguiti. Che, per inciso, non guarderò mai nella vita.


Del regista David Twohy ho già parlato QUI. Vin Diesel (Richard B. Riddick), Radha Mitchell (Carolyn Fry) e Keith David (Abu "Imam" al-Walid) li trovate invece ai rispettivi link.


Poiché lo script originale è stato cambiato e così il destino di Riddick, Pitch Black ha generato tre seguiti: Dark Fury (un cartone animato), Le cronache di Riddick, Riddick: Blindsided (altro corto animato) e Riddick. Esiste anche un prequel, Into Pitch Black, film TV ambientato dopo gli eventi narrati in Pitch Black ma uscito prima, a mo' di materiale pubblicitario. L'anno scorso Vin Diesel aveva parlato dell'uscita di un quarto film, Furya, di cui però non si hanno più notizie, così come della serie Merc City, annunciata già nel 2015 e persasi nell'etere. Poco danno, se posso permettermi. ENJOY!

domenica 16 giugno 2019

You Might Be the Killer (2018)

Siete anche voi orfani di Buffy l'ammazzavampiri o di How I Met Your Mother? Allora l'idea di guardare You Might Be the Killer, diretto nel 2018 dal regista Brett Simmons, potrebbe non dispiacervi...


Trama: Sam raduna un gruppetto di istruttori per un campo estivo da tenersi nei possedimenti della sua famiglia ma a un certo punto arriva un killer che comincia a uccidere tutti i presenti e Sam è costretto a scappare... o forse ad inseguire?


Poiché si sta avvicinando l'estate e le teste cominciano a diventare calde, c'è bisogno di qualche horror divertente e leggero e in tal senso You Might Be the Killer è perfetto. Nato da uno scambio di tweet tra Sam Sykes e Chuck Wendig (produttori della pellicola), riportato molto fedelmente nelle conversazioni telefoniche tra i due protagonisti del film che, di fatto, hanno gli stessi nomi, è una di quelle supercazzole horror che prendono in giro le regole del genere parodiandolo e strappando talvolta qualche grassa risata. Il film parte da una situazione tipica dello slasher, ovvero la preparazione ad un campo estivo, con un gruppo di istruttori che si ritrova per discutere delle imminenti attività e per organizzarsi un po'; in quella, arriva il killer armato di machete che comincia la mattanza di ragazzi aitanti e belle ragazze, continuando fino a farne rimanere soltanto uno... o, meglio, una. Lei, la final girl. Pura, indomita, innocente e possibilmente vergine. E' una delle regole auree dello slasher, come racconta telefonicamente la saputissima Chuck al terrorizzato amico Sam, convinto di essere una delle prossime vittime almeno finché l'amica esperta non gli mette una raccapricciante pulce nell'orecchio: e se il killer fosse proprio lui? A partire da questa domanda, comincia una Guida Pratica allo Slasher che prevede lo snocciolamento di ogni caposaldo del genere, con la realtà che si fa film e viceversa, regolata da punti fermi ineluttabili che i personaggi potranno anche pensare di poter aggirare, prima di doversi arrendere alla triste e sanguinosa evidenza.


Punto forte del film, come già anticipato, è il dialogo telefonico tra Sam e Chuck, che sottolinea ironicamente ogni passaggio della storia, la porta ad intrecciarsi tra flashback, ripensamenti e nuovi punti di vista, tutti scanditi da un bodycount su schermo che aumenta o diminuisce a seconda delle vittime. Il resto, bisogna ammetterlo, è la sagra del "già visto" e non c'è nemmeno questo gran dispendio di sangue, salvo un paio di omicidi particolarmente efferati; Brett Simmons, regista del già poco esaltante Husk (ah, i "bei" tempi dell'Afterdark Horror Fest!), prova lì per lì a ricalcare lo stile degli slasher anni '80 ma poi probabilmente si stufa e il film non arriva a spiccare per originalità né a livello di riprese né di fotografia, scenografia o altro. Fortunatamente ci sono gli attori. Fran Kranz è sicuramente meno conosciuto di Alyson Hannigan ma ha sempre avuto il physique du role dello sfigato "buono", anche quando faceva il fighetto in Dollhouse, e questo Sam innamorato, impacciato e vittima di qualcosa di più grande di lui, a ben vedere, fa anche tanta tenerezza; Alyson Hannigan reindossa i panni della tuttologa Willow e si fa portavoce di qualsiasi esperto di cinema horror abbia mai camminato sul pianeta Terra, trattando una situazione folle con un aplomb e un senso pratico invidiabili ed irresistibilmente esilaranti. Il resto del cast, purtroppo o inevitabilmente, è carne da macello, ma ciò non toglie che You Might Be the Killer sia un film molto simpatico e perfetto per una serata di lieta ignoranza in salsa horror. Piccola avvertenza: si astengano gli spettatori occasionali o chi non conosce le regole del "gioco". Potreste non divertirvi affatto.


Del regista Brett Simmons ho già parlato QUI. Fran Kranz (Sam) e Keith David (voce dello sceriffo James) li trovate invece ai rispettivi link.

Alyson Hannigan interpreta Chuck. Indimenticabile Willow di Buffy The Vampire Slayer e Lily di How I Met Your Mother, la ricordo anche per film come Ho sposato un'aliena, American Pie, American Pie 2, American Pie - Il matrimonio, American Pie: ancora insieme, inoltre ha partecipato ad altre serie come Pappa e ciccia, Angel, That's 70's Show, Veronica Mars e lavorato come doppiatrice in I Rugrats, I Simpson, American Dad! e Robot Chicken. Anche produttrice, ha 44 anni e due film in uscita.


Se You Might Be the Killer vi fosse piaciuto recuperate Scream, The Final Girls e Quella casa nel bosco. ENJOY!



martedì 5 luglio 2016

Bollalmanacco On Demand: Requiem For a Dream (2000)

Quanto siete dolci. Le richieste al Bollalmanacco On Demand si dividono tra esempi di alto cinema trash (ed ogni riferimento ad Obsidian è PURAMENTE casuale) oppure roba che mi prostra a terra per settimane, costringendomi a versare copiosi fiumi di lacrime. A quest'ultima categoria appartiene Requiem for a Dream, diretto e co-sceneggiato nel 2000 da Darren Aronofsky partendo dal romanzo Requiem per un sogno di Hubert Selby nonché richiesto da Arwen Lynch di La fabbrica dei sogni. Il prossimo film On Demand sarà Amadeus e io già fremo d'ignoranza... ENJOY!


Trama: il giovane Harry, la fidanzata Marion e l'amico Tyrone cercano di farsi strada tra gli spacciatori newyorchesi, distribuendo e facendosi di droga, mentre l'anziana madre di Harry, Sara, combatte invano la solitudine tentando di dimagrire per partecipare ad un ambito spettacolo televisivo...



A qualcuno queste parole non suoneranno nuove ma, a costo di ripetermi citerò paro paro un commento postato sulla mia pagina Facebook personale: "Sì, delirante, assurdo, bla bla bla... Ci fosse stata UNA persona che mi avesse detto che avrei pianto come un'imbecille" dopo la visione di Requiem for a Dream. Ma non l'avete ancora capito che sono una creatura sensibilissima, soprattutto alla mia veneranda età di 35enne, nella quale sento arrivare la solitudine e financo la morte per vecchiaia? Io mi aspettavo una roba sragionata come Il teorema del delirio, qualcosa di metaforico come Il cigno nero, non la versione malinconica di Trainspotting, con l'aggravante aggiunta della vicenda di una povera signora abbandonata dal figlio e talmente oppressa dalla solitudine da doversi attaccare alle false speranze offerte da uno show televisivo. Magari anche io dovrei documentarmi prima di affrontare certe pellicole o magari dovrei leggere meglio tra le righe del titolo: d'altronde il film di Aronofsky è davvero il requiem per la morte di quattro sogni metropolitani, sconfitti dalla fredda realtà al punto che l'unico modo di afferrarli è quello di addormentarsi per sempre (nella morte, nella follia, fate voi) o c'è il rischio che diventino degli incubi. Il problema è che se il sogno toccasse solamente chi lo brama, forse la questione potrebbe concludersi senza troppi danni, mentre purtroppo Requiem for a Dream racconta di quattro sogni intrecciati, l'esito positivo o negativo dei quali influenza direttamente quelli degli altri. Harry e Tyrone sognano di farsi un nome (e dei soldi) smerciando droga, Marion sogna una vita idilliaca al fianco di Harry, lontana dai genitori e senza bisogno di dipendere da loro (la conditio sine qua non però è che il ragazzo faccia i soldi), Sara sogna infine che il figlio possa avere un buon lavoro e una famiglia felice, così da poter affrontare con orgoglio e speranza la terribile solitudine della vecchiaia (ma per far avverare il suo sogno Harry deve perseguire il proprio, lasciandola sempre più sola e in balia di una chimera d'accatto). Apparentemente, il mezzo per l'ottima riuscita di tutte queste speranze è la droga, che purtroppo è anche e soprattutto una terribile arma a doppio taglio capace di rendere il mondo idilliaco per un po' prima di pugnalare brutalmente alle spalle trascinando le persone nell'abiezione più impensabile ed infrangendo tutte le loro illusioni.


Il cattivissimo Aronofsky palleggia con abilità le due facce di questa fuga dalla realtà dei quattro protagonisti, alternando momenti di puro idillio amoroso/familiare, con sequenze baciate dal sole in cui Harry e Marion vivono appieno il loro amore quasi adolescenziale e Sara diventa la "diva" del quartiere, curata e riverita da tutte le sue anziane amiche, ad allucinanti momenti da incubo caratterizzati non solo da un fortissimo senso del grottesco (il frigorifero "assassino", le rozze fattezze di Big Tim, di cui viene inquadrato soprattutto il sorriso predatorio, i volgari capelli rossi di cui fa mostra Sara nelle sue allucinazioni, il delirante pubblico del concorso a premi sono solo alcuni esempi) ma anche da una terribile malinconia e da un senso di annullamento definitivo, che mostra i protagonisti sempre più disperati e preda delle loro insane ambizioni. A fare da ironico ed amaro corollario sono le rapide sequenze in cui i personaggi assumono droga, caratterizzate da suoni in grado di palesare l'automatismo delle azioni e la conseguente, incosciente facilità con la quale Harry e gli altri gettano nel cesso la propria esistenza, più o meno inconsapevolmente. La bravura degli attori si sposa alla perfezione con questa crudele bellezza formale ricercata dal regista; accanto ai bravissimi e giovanissimi Jared Leto, Jennifer Connelly (entrambi all'apice della bellezza) e Marlon Wayans spicca una Ellen Burstyn che all'epoca aveva giustamente ricevuto la nomination all'Oscar come miglior attrice protagonista, ahimé strappatole da Julia Roberts per Erin Brokovich; il personaggio della Burstyn, con la sua fragilità emotiva e il bisogno disperato di riempire il vuoto all'interno della famiglia attraverso programmi televisivi ripetuti fino allo sfinimento, buca lo schermo e raggiunge con violenza il cuore dello spettatore facendolo sanguinare, costringendolo a testimoniare impotente mentre gli occhi dell'attrice si fanno sempre più spaventati e folli. Intanto, mentre scrivo a me viene sempre più il magone quindi mi fermo qui e, dopo aver degnamente ringraziato Arwen per la richiesta, vi consiglio di sorvolare sulla natura sproloquiante di questo post e di recuperare uno dei film più belli di sempre!


Del regista e co-sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Ellen Burstyn (Sara Goldfarb), Jared Leto (Harry Goldfarb), Jennifer Connelly (Marion Silver), Ben Shenkman (Dr. Spencer) e Keith David (Big Tim) li trovate invece ai rispettivi link.

Marlon Wayans interpreta Tyrone C. Love. Americano, lo ricordo per film come Scary Movie - Senza paura, senza vergogna... senza cervello!, Scary Movie 2 e Ladykillers. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 44 anni.


Christopher McDonald interpreta Tappy Tibbons.  Americano, ha partecipato a film come Grease 2, Thelma & Louise, Due irresistibili brontoloni, Flubber - Un professore tra le nuvole, The Faculty, L'uomo che non c'era, Spy Kids 2 - L'isola dei sogni perduti, Broken Flowers, Superhero - Il più dotato fra i supereroi e a serie come Hunter, Supercar, Ai confini della realtà, Quell'uragano di papà, Medium, I Soprano, Numb3rs e Broadwalk Empire; come doppiatore, ha lavorato per la serie Kim Possible. Anche produttore e regista, ha 61 anni e sei film in uscita.


Neve Campbell era stata la prima scelta per il ruolo di Marion ma l'attrice ha declinato dopo avere saputo che avrebbe dovuto girare scene di nudo. Detto questo, se Requiem for a Dream vi fosse piaciuto recuperate Perfect Blue di Satoshi Kon (anime citato nella scena in cui Marion urla all'interno della vasca) e ovviamente Arancia Meccanica e Trainspotting. ENJOY!



venerdì 10 giugno 2016

The Nice Guys (2016)

Qualche sera fa sono tornata al cinema per vedere The Nice Guys, diretto e co-sceneggiato dal regista Shane Black.


Trama: un investigatore privato con problemi di alcolismo e un "picchiatore" di professione uniscono le forze per trovare la giovane Amelia, coinvolta in una storia di porno e criminalità che affonda le radici nell'economia stessa dell'America degli anni '70...


Tante volte basta solo il trailer giusto per andare al cinema con la semplice voglia di guardare un film, senza aspettative né sospetti, vada come vada. E' stato il caso di The Nice Guys, pellicola affrontata con la giusta dose di ignoranza, tanto che se vi aspettate la celebrazione di Shane Black (santo sceneggiatore con le palle, assolutamente sì!) o la disamina del film con in mente la serie Arma Letale (visti i film una sola volta da bambina, non li riguardo da anni ma ricordo di essermi divertita molto), avete purtroppo sbagliato blog. Io volevo solo vedere in azione la strana coppia Crowe/Gosling, immersa in un'America vintage quanto basta per intrigarmi e alle prese con una storia che aveva tutte le carte in regola per piacermi, costituita da abbondanti dosi di violenza e momenti di Crassa ironia e, fortunatamente, questo ho avuto da The Nice Guys: quasi due ore di battute al fulmicotone, un buddy movie come non se ne vedevano da tempo interamente costruito sull'alchimia praticamente perfetta tra i due attori principali, con l'ausilio di una giovanissima spalla e un pugno di cattivi abbastanza ben caratterizzati da rischiare la memorabilità, il tutto costellato da picchi di violenza e momenti grotteschi tali da fulminare lo spettatore in poltrona, condannandolo a morire dalle risate. Che poi il tutto sia un po' la presa in giro di film blasonati e seri come Vizio di forma oppure L.A.Confidential o che la trama si sfilacci un pochino sul finale non importa, la vicenda che coinvolge i due protagonisti è sufficientemente intrigante e colma di colpi di scena, sicuramente tiene desta l'attenzione dall'inizio alla fine del film e i due personaggi principali sono così simpatici che è difficile non prenderli a cuore e sperare che non facciano una brutta fine, andando così ad ingrossare il già cospicuo bodycount della pellicola. Altro sulla trama non mi sentirei di aggiungere, il bello di The Nice Guys è anche e soprattutto l'arrivare al cinema, sedersi in poltrona e gustarsi i dialoghi e alcune tra le scene d'azione più divertenti del 2016.


Passando alla realizzazione, non nascondo che The Nice Guys mi aveva già conquistata con la sua aria vintaggia, fatta non solo di costumi, pettinature, arredamenti, locandine e vetture a tema (le cui immagini spesso si fondono con veri filmati d'epoca, soprattutto pubblicità imbarazzanti o, come direbbe il Doc Manhattan, "fuorvianti") ma anche di riferimenti a temi "caldi" per l'epoca, come la diffusione del porno, le prime proteste ambientaliste consapevoli, il terrore di non detenere più il monopolio industriale e le piccole notizie capaci di turbare le menti ancora "ingenue" del popolo americano. In tal senso, Ryan Gosling interpreta un personaggio che è la quintessenza del babbeo credulone ed imbranato, ben diverso dai "superuomini" sicuri di sé nei panni dei quali siamo ormai abituati a vederlo sullo schermo; il bel Ryan è la vera spalla comica della coppia e posso assicurarvi che scene apparentemente facili e sciocche come quella del bagno o quella in cui scopre il cadavere al buio sono un perfetto esempio dell'inaspettata abilità dell'attore di gestire fisicità e tempi comici non per tutti. Dall'altra parte, Russell Crowe è il Bud Spencer del film. Enorme, a modo suo ignorante quanto March ma dotato di un determinato codice d'onore, Healy è la coscienza della coppia e colui che impedisce a questa strana alleanza di perdersi nei fumi dell'alcool o nel desiderio di denaro facile e Crowe, che ormai pare essere abbonato a questi ruoli da vecchio orsone violento e burbero (vedi L'uomo coi pugni di ferro), è il perfetto complemento a Gosling. Gli altri personaggi sono tutti interpretati alla perfezione e piacevolissimi, con menzione speciale a quel gran figo di Matt Bomer, che non riesce ad essere brutto neppure con un bozzo sulla faccia, e soprattutto alla piccola Angourie Rice, con un personaggio che mi ha ricordato molto quello delle furbe e simpatiche spalle adolescenti anni '80/'90 nonché la nipote dell'Ispettore Gadget, Penny. Applausi anche al chirurgo estetico della Basinger, che è riuscito a rendere la riunione tra lei e Crowe, a quasi vent'anni da L.A.Confidential, ancora più imbarazzante del dovuto: all'epoca gli uomini avrebbero fatto follie per lei e le donne (tra le quali mi metto anche io) per lui, ora pare che Crowe si sia mangiato tutte le pagnotte fatte coi campi di grano de Il gladiatore e lei è ormai un manichino privo di espressività. Ah, tempo impietoso! A parte quest'ultima considerazione, correte subito al cinema a vedere The Nice Guys prima che lo tolgano perché merita davvero.


Del regista e co-sceneggiatore Shane Black ho già parlato QUI. Russell Crowe (Jackson Healy), Ryan Gosling (Holland March), Keith David (il tizio più vecchio) e Kim Basinger (Judith Kuttner) li trovate invece ai rispettivi link.

Matt Bomer (vero nome Matthew Staton Bomer) interpreta John Boy. Americano, lo ricordo per film come Non aprite quella porta - L'inizio, inoltre ha partecipato a serie come Tru Calling e American Horror Story. Anche produttore, ha 39 anni e quattro film in uscita.


Angourie Rice, che interpreta Holly, era la piccola Rose del bellissimo These Final Hours mentre Margaret Qualley, che interpreta Amelia, dovrebbe partecipare al remake americano di Death Note come Misa Amane. Tra gli altri attori compare anche il figlio di Val Kilmer, Jack, nei panni del proiezionista Chet. Detto questo, se The Nice Guys vi fosse piaciuto recuperate la serie Arma letale, L'ultimo boyscout, Snatch - Lo strappo e Lock & Stock - Pazzi scatenati. ENJOY!

domenica 3 novembre 2013

Smiley (2012)

Halloween è passato ma per festeggiarlo degnamente in Italia hanno fatto uscire un horror al cinema. Peccato che la scelta, con tutti i film di genere usciti in America in questi ultimi due anni, sia caduta su Smiley, diretto nel 2012 dal regista Michael J. Gallagher.


Trama: una ragazza con alle spalle un passato di turbe psichiche va al college e viene a conoscenza di una leggenda metropolitana incentrata sulla figura di Smiley, il killer delle chat. Quando la leggenda diventerà troppo reale, la poveraccia si ritroverà a dover combattere per il suo equilibrio mentale e anche per sopravvivere...

Effetto vomito, tipico dello spettatore dopo la visione di Smiley
La recensione di quel capolavoro di Smiley sarà molto breve e sommaria soprattutto perché, sopraffatta dalla qualità sopraffina della pellicola in questione, dopo il secondo tempo sono caduta addormentata per almeno 10 minuti e mi sono risvegliata grazie a mia madre che, dalla cucina, si è messa a dire "E basta con questi urli, guarda che su la nonna si sveglia!!". Ma beata la nonna, ché io avrei invece continuato a dormire tranquilla e ignara fino alla fine del film, risparmiandomi così un finale che, forse, nelle intenzioni degli sceneggiatori avrebbe dovuto essere furbissimo e invece era telefonato tipo dall'estate del 1990. Mi sarei risparmiata dei pipponi inenarrabili sul male universale, individuale, metafisico e internettiano o gli urli isterici e strozzati della scream queen di turno o persino un'improbabile panegirico sulla fama costruita o chissà cos'altro perché, giuro, davanti a Smiley anche la mia capacità di capire l'inglese senza sottotitoli è venuta meno. E invece no. Dieci minuti di pace e poi via, di nuovo all'inferno. Perché se mi devo fare del male, meglio farlo fino in fondo. E, a dire il vero, mi sarebbe persino piaciuto essere trollona come i protagonisti del film e convincere gli eventuali lettori di questo post a guardare Smiley decantandone le lodi, così, per trastullo e diletto. Invece sono troppo buona.

L'urlo che sveglia la nonna
Smiley è una merda, anzi, Lammerda©. Perché è stato distribuito in Italia? Beh, perché no, tanto siamo un popolo di boccaloni, io per prima. Innanzitutto è diretto da schifo. Anzi, è diretto come potrebbe esserlo una qualsiasi ficscion televisiva ma in più ha l'aggravante di avere una fotografia talmente torbida che al confronto le foto prese col mio telefonino sono più guardabili. Un tentativo (fallito) di dare un minimo di realismo alla cosa, tipo "cinema verité"? Ciò spiegherebbe perché gli attori siano uno più cane, cesso e verbalmente handicappato dell'altro, tanto che, probabilmente, sarebbe meglio guardare la pellicola in italiano sperando che i doppiatori ci abbiano messo una pezza. Che poi, poverina, non è tanto la protagonista ad essere malvagia, quanto i comprimari, scelti credo tramite una lotteria a cui hanno partecipato le peggio comparse di Hollywood o i primi strepponi che passavano per strada. E poi, vabbé, c'è Smiley. Anzi, no, prima ci sono quei poveri disgraziéti di Keith David e Roger Bart che hanno preso le loro carriere già traballanti e le hanno definitivamente buttate nel gabinetto, POI c'è Smiley: un'occasione di critica sociale clamorosamente mancata, un killer evocato dalla mancanza di cervello di un branco di ragazzini che sembrano la parodia di loro stessi, un pasticciaccio brutto che gli sceneggiatori non sapevano come gestire (non avete idea di quante volte cambi la natura del killer, presunta o reale che sia: qui non si parla di "twist della trama" ma di non sapere che direzione farle prendere) e gli "esperti" del make-up non sapevano come realizzare (non avete idea di quante volte cambi LA FACCIA del killer).


La domanda, quindi, permane. Perché l'ho guardato tutto? Eh beh...

I did it for the lulz
I did it for the lulz
I did it for the lulz

E se adesso Smiley mi compare alle spalle, giuro che gli tiro un calcio nei maroni.

Seh, ciao. Vai a lavorare, vah. Barbone.
Di Roger Bart (il professor Clayton) e Keith David (Diamond) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael J. Gallagher è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo (e speriamo ultimo) lungometraggio, girato dopo vari corti ed episodi di serie televisive. Anche attore e produttore, ha 25 anni.


Uno dei protagonisti, il più sfigato, tale Shane Dawson (che interpreta l'amorazzo della protagonista, Binder), pare sia diventato una star del web grazie al suo canale Youtube, dove, tra le altre cose, fa la parodia delle canzoni più in voga del momento. Se ne avete voglia dategli un'occhiata, io non me la sento. Non posso nemmeno consigliarvi altri film da guardare perché non riesco a credere che a qualcuno 'sta rumenta possa essere piaciuta, quindi vi saluto... ENJOY!

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