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venerdì 22 settembre 2023

Assassinio a Venezia (2023)

Attirata da un trailer convincente e dalla prospettiva di andare al cinema con parecchi amici, mercoledì ho guardato Assassinio a Venezia (A Haunting in Venice), diretto dal solito Kenneth Branagh e ispirato a Poirot e la strage degli innocenti, di Agatha Christie.


Trama: in ritiro a Venezia, Poirot viene invitato dalla scrittrice Ariadne Oliver ad una seduta spiritica per smascherare una medium. Quando ci scappa il morto, Poirot decide di tornare a indagare...


Nonostante avessi voglia di vedere Assassinio a Venezia, non avevo aspettative granché alte, salvo per la speranza di avere ancora qualche dettaglio sugli imponenti baffi di Poirot (disattesa, ahimé. Shame on Kenneth). Invece, Assassinio a Venezia risolleva quella che, nel frattempo, è diventata la trilogia di Branagh, dopo il disastroso Assassinio sul Nilo, inserendo elementi gotici e perturbanti che ravvivano un po' le indagini di Poirot e, soprattutto, hanno il pregio di privare il protagonista di parte della sua tracotante sicumera. All'interno di un antico palazzo dalla storia dolorosamente inquietante, una madre disperata per la mancanza della figlia morta suicida convoca, proprio la sera di Halloween, una famosissima medium dal torbido passato; la scrittrice Ariadne Oliver convince Poirot a uscire dal suo esilio autoimposto così da smascherare la medium, ma le cose non vanno come previsto dai due. Scoperto un piccolo trucchetto, ciò che segue la sconvolgente seduta della medium è un crescendo di eventi inspiegabili che mettono a dura prova le salde convinzioni di Poirot, i cui ragionamenti vengono interrotti e deviati dalle visioni, dai suoni misteriosi e dalle ombre che sembrano popolare ogni stanza del fatiscente palazzo e, soprattutto, che parrebbero attirati proprio dal famoso investigatore. Stavolta, più che conoscere l'identità dell'assassino, è interessante capire se il palazzo della cantante Rowena Drake è realmente abitato da presenze, e farsi trascinare dall'atmosfera deliziosamente gotica del luogo, che sembra influenzare i personaggi più di quanto farebbe un'altra location meno suggestiva: abbiamo, infatti, oltre alla medium, la fervente e superstiziosa cattolica, un medico nevrotico con tendenze suicide, un bambino che sembra uscito da Il sesto senso e una cantante malinconica costretta a (non) vivere sospesa tra passato e presente, in un incubo infinito. Purtroppo, a livello di trama, ci sono sempre le solite lungaggini di dialoghi infiniti e di rara pesantezza messi in bocca a Poirot, ma questo aspetto della pellicola è stato fortunatamente mitigato da una regia assai ispirata.


Branagh, stavolta, ha scelto di lasciarsi ispirare dall'espressionismo tedesco, dai barocchi gialli all'italiana e da quel capolavoro ahimé poco conosciuto di A Venezia un Dicembre rosso... shocking, e il suo cambiamento di stile è evidente. Fin dalle prime sequenze, la macchina da presa inquadra Venezia e i suoi luoghi più famosi sfruttando una prospettiva sghemba che incornicia le luci all'interno di ombre dalle linee squadrate, e la regia si fa ancora più "estrema" quando l'azione si sposta all'interno del palazzo. Lì, le mura sembrano avere occhi che osservano i protagonisti da anfratti nascosti, viene fatto uso di fisheye, sfocature e primissimi piani e il regista tenta persino qualche blando jump scare, sfruttando buona parte dei cliché visivi dei thriller/horror moderni. Verso il finale, quando il caso è risolto e qualcosa in Poirot è cambiato, le inquadrature si fanno più ampie ed ariose, come se il protagonista si fosse tolto un peso dal petto, e questo mi è piaciuto davvero molto. Mi è piaciuto meno, per quanto suggestivo, che sia stata sfruttata una festa come Halloween (nel '47? A Venezia?? Tra le suore??? Con orfanelli di tutte le razze????) in una città che già ha il carnevale e tutta una serie di maschere in grado di infondere inquietudine, e onestamente non sono rimasta granché impressionata nemmeno dal cast. Il migliore, per quanto mi riguarda, è stato Jamie Dornan, abbastanza convincente nei panni del dottore traumatizzato, e Tina Fey è un comic relief gradevole, almeno finché la sceneggiatura non sbrocca male (cosa che ha perplesso la mia collega grande fan di Agatha Christie), mentre secondo me due brave attrici come Kelly Reilly Michelle Yeoh hanno scelto, in questo caso, di recitare col pilota automatico; la seconda, alla fine, fa giusto una rapida comparsata quindi ci sta, ma la Reilly mi ha lasciato paradossalmente poco. Non pervenuti e dimenticabilissimi tutti gli altri, Branagh e il suo mini-alter ego Jude Hill a parte, con menzione d'onore per il nostro Scamarcio che ormai è diventato il typecast dello sbirro/mafioso/agente segreto italiano di cui diffidare dal primo minuto di pellicola, peraltro col nome idiota di Vitale PORTFOGLIO. In un'eventuale Saw goes to Italy, il ruolo dell'agente Hoffman sarebbe senza dubbio il suo, peccato solo che si ostini a ridoppiarsi con risultati tristemente simili a quelli del Bracchetto Umbro. Al di là di queste mie divagazioni, comunque, Assassinio a Venezia vale un viaggio al cinema, in particolare se vi piace il genere!


Del regista Kenneth Branagh, che interpreta anche Hercule Poirot, ho già parlato QUI. Riccardo Scamarcio (Vitale Portfoglio), Tina Fey (Ariadne Oliver), Kelly Reilly (Rowena Drake), Jamie Dornan (Dr. Leslie Ferrier) e Michelle Yeoh (Mrs. Reynolds) li trovate invece ai rispettivi link. 


Camille Cottin, che interpreta Olga Seminoff, era Paola Franchi in House of Gucci, mentre il piccolo Jude Hill era il protagonista di Belfast, sempre di Kenneth Branagh. Se vi fosse piaciuto Assassinio a Venezia, recuperate i precedenti Assassinio sull'Orient Express e Assassinio sul Nilo. ENJOY!

domenica 3 gennaio 2021

Soul (2020)

Buon anno a tutti, innanzitutto, sperando che il 2021 porti solo cose belle. Il 2020 ne ha portata sicuramente una, almeno in campo cinematografico, ed è Soul, diretto e co-sceneggiato dai registi Pete Docter e Kemp Powers. Vi avviso che questo sarà un post molto personale, quindi avete tutto il diritto di fermarvi qui, dove dico che Soul è splendido e merita di essere visto, per poi tornare alle vostre faccende.


Trama: Joe è un insegnante di musica il cui unico sogno è quello di sfondare nel mondo del jazz. Proprio quando sta per arrivare, inaspettata, la sua occasione, Joe finisce in coma e cerca in tutti i modi di tornare nel suo corpo...


In un anno brutto come questo, Soul può distruggere una persona o può salvarla. In ogni caso, di sicuro è un film che fa riflettere. L'anno prossimo, ahimé, compirò 40 anni. Un tempo era già una bella età, anzi, se rileggo oggi i libri scritti da Stephen King, a 40 anni si era già considerati decrepiti; adesso, certo, non è proprio così ma più o meno vuol dire che sono già arrivata a metà della mia vita e che la parte migliore ce l'ho ormai alle spalle. Non mi è stato quindi molto difficile identificarmi con Joe, uomo di mezza età con una grande passione per la musica il quale, brutto da dire, nella vita non ha mai combinato un belino: ringrazio dal profondo Pete Docter e soci per avermi dato la prima mazzata più o meno a venti minuti dall'inizio del film, quando Joe mostra all'animella 22 la sua esistenza noiosa e monotona, priva di eventi particolarmente significativi, successi o sogni che diventano realtà. Una vita simile, giustamente, è impossibile che offra a 22, anima che a cominciare un'esistenza sulla Terra non ci pensa nemmeno, un motivo per cambiare idea. Certo, anche il Seminario dell'Io non è il posto più esaltante dell'universo ma almeno è un posto conosciuto e sicuro, mentre la Terra è piena di incognite e, se dev'essere altrettanto noiosa, tanto vale rimanere "non nati", a far disperare anime importanti che hanno tagliato ogni traguardo possibile e immaginabile e non si capacitano del fatto che 22 sia così "banale". Ah, la banalità. Probabilmente prima che spuntasse questa piaga che sono i social, molte meno persone avevano una percezione chiara di essere banali, medie se non mediocri, prive di una "scintilla" capace di farle spiccare in mezzo a una marea di persone tutte uguali e tutte omologate, ma adesso tutti DEVONO spiccare in qualcosa e i confronti sono sempre meno costruttivi, sempre più legati all'imperativo di venire "guardati" ed "ammirati", possibilmente invidiati. C'è gente che quest'anno, durante i vari lockdown, ha guardato in se stessa e ha riflettuto sulla propria esistenza in senso costruttivo e positivo, io purtroppo non ho avuto nemmeno quel lusso, anzi, ho continuato la mia banale vita di tutti i giorni che, ovviamente, è andata peggiorando: lutti, depressione, malanni assortiti, un senso di paura e precarietà costante, una perenne mancanza di tempo per fermarmi, riflettere o rilassarmi, pianti a giorni alterni e un odio crescente verso tutto e tutti, in primis verso me stessa. 


Non c'è da stupirsi se, per più di metà film, guardando Soul, ho pensato: porca puttana, sono come Joe. Prendete il miraggio del posto fisso. Io per ora ce l'ho, lavoro dal 2007 sempre nello stesso posto, ma mi piace quello che faccio? Nemmeno per sogno, lo faccio perché devo, così come Joe insegna musica senza capire davvero perché, senza metterci anima ma solo un costante senso di rimpianto e frustrazione, che si accresce il giorno in cui entra in coma proprio quando avrebbe la sua occasione di diventare un musicista vero. Le occasioni perdute, che ci impediscono di guardare al presente e al futuro perché è molto più facile piangere sulla sfiga che abbiamo sempre avuto; eppure, se ci si mette nei panni di 22 invece, magari si scopre che la sfiga non è tale ma è facilmente sostituibile da una nostra fondamentale mancanza di coraggio. Un esempio "recente"? Non ho fatto l'artistico non per sfiga, ma perché (ah, anche lì, le "voci" che ci costringono all'immobilità e al disprezzo verso noi stessi) mi dicevano che non mi avrebbe portata a nulla, anche se amavo disegnare. Grazie a questo cambio di rotta ho scoperto di amare le lingue, certo, ma l'amore per il disegno mi è rimasto e quest'anno è crollato tutto quando, dopo un paio di corsi on line, ho capito di essere mediocre ed incapace, cosa che mi ha resa ancora più depressa di quanto già non fossi. Posso solo ringraziare Mirco, un paio di amici online che mi hanno incoraggiata con dei regali a tema, il maestro del corso e sì, anche Soul, se in questi giorni di festa ho cominciato a guardare a questa incapacità (e alle opere ben più belle di tutti i miei compagni di corso e di un sacco di amici su Facebook) e a tutte le cose che mi fanno male da anni con un po' di coraggio, cercando di accettare quel che è stato e quel che sono e provando a migliorarmi, anche di poco, senza arrendermi e, soprattutto, cercando di godere di quel che ho.


Questo per dire che Soul ci insegna che la vita, con tutte le sue difficoltà spesso anche terribili, può essere bella. E che banalità, direte voi, e avete ragione. Soul ci insegna che la vita è bella anche nella sua normalità, ma SOLO se noi vogliamo che lo sia, solo se riusciamo ad armarci del coraggio di accettare quello che abbiamo senza rinunciare a migliorarlo e migliorarci ma soprattutto senza abbatterci se vediamo che proprio non si riesce. Joe, concentrandosi sull'obiettivo di sviluppare la sua "scintilla", ha di fatto smesso di vivere: "Poor Joe", come avrebbe detto con disprezzo mammà Soprano, non vede al di là del suo naso, non vede gli studenti che gli chiedono aiuto, non si interessa di amici e conoscenti, non percepisce i problemi altrui né la bellezza di quello che lo circonda e io, purtroppo, mi sono resa conto di essere uguale a lui. Uguale a lui e anche un po' uguale a 22, che per paura e per la pesantezza dei giudizi altrui, rinuncerebbe alla possibilità di qualcosa di nuovo, magari spaventoso ma magari anche positivo, chissà. E' riunendo queste due anime, "jazzando" sulle ali dell'improvvisazione e di punti di vista differenti, che forse è possibile davvero dare un senso all'esistenza e imparare a vivere, non solo a sopravvivere come sto (stiamo?) facendo ora. E' lo schiaffo finale di Soul a far aprire gli occhi definitivamente ed è uno schiaffo che, per qualche minuto prima dell'inevitabile happy end, mi ha distrutta dalle lacrime: Joe alla fine capisce, purtroppo lo fa troppo tardi, proprio quando rinuncia alla propria vita per salvare 22 dalla tristezza oscura che l'ha annullata. E' lì, giuro, che ho pregato irrazionalmente che il cartone non finisse con la morte di Joe e dove l'unica cosa che ho pensato è stata: e sua madre? E le vecchiette? E i suoi amici, i suoi studenti, così orgogliosi di lui anche quando avevano davanti il "normale" Joe? E la sua vita banale? Credeteci o no, sto scrivendo il post (sconclusionato, me ne rendo conto) con difficoltà, perché ho le lacrime agli occhi e il magone a ripensare alla vergogna e alla paura provata guardando Soul, e anche al piccolo senso di speranza e voglia di cambiare che mi ha lasciato. Sicuramente è stato il film giusto al momento giusto e, come tutte le opere, è impossibile che scateni le medesime sensazioni in tutti coloro che ne fruiranno, ma io mi sento (dopo averli maledetti spesso nel corso del film) di ringraziare Docter e soci per questo piccolo gioiellino, che mi fa riflettere da giorni.  


Del co-regista e co-sceneggiatore Pete Docter ho già parlato QUI. Jamie Foxx (voce originale di Joe), Alice Braga (Jerry), Phylicia Rashad (Libba) e Angela Bassett (Dorothea) li trovate invece ai rispettivi link. 

Kemp Powers è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lavoro dietro la macchina da presa. Americano, è anche attore e produttore.


Tina Fey
è la voce originale di 22. Attrice comica del Saturday Night Live, ha partecipato a film come Anchorman 2 - Fotti la notizia e a serie quali 30 Rock; come doppiatrice ha lavorato in Ponyo sulla scogliera, Megamind e serie come Spongebob Squarepants, Phineas e Ferb, I Simpson. Americana, anche sceneggiatrice e produttrice, ha 50 anni.


Graham Norton
, presentatore ufficiale dell'Eurovision per la BBC, presta la voce a Spartivento. Se Soul vi fosse piaciuto recuperate Il libro della vita, Inside Out, La sposa cadavere, Coco... e, ovviamente, cercate su Youtube qualunque cosa riguardi La linea di Osvaldo Cavandoli, che mi è tornata in mente ogni volta che compariva Terry! ENJOY!

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