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venerdì 22 settembre 2023

Assassinio a Venezia (2023)

Attirata da un trailer convincente e dalla prospettiva di andare al cinema con parecchi amici, mercoledì ho guardato Assassinio a Venezia (A Haunting in Venice), diretto dal solito Kenneth Branagh e ispirato a Poirot e la strage degli innocenti, di Agatha Christie.


Trama: in ritiro a Venezia, Poirot viene invitato dalla scrittrice Ariadne Oliver ad una seduta spiritica per smascherare una medium. Quando ci scappa il morto, Poirot decide di tornare a indagare...


Nonostante avessi voglia di vedere Assassinio a Venezia, non avevo aspettative granché alte, salvo per la speranza di avere ancora qualche dettaglio sugli imponenti baffi di Poirot (disattesa, ahimé. Shame on Kenneth). Invece, Assassinio a Venezia risolleva quella che, nel frattempo, è diventata la trilogia di Branagh, dopo il disastroso Assassinio sul Nilo, inserendo elementi gotici e perturbanti che ravvivano un po' le indagini di Poirot e, soprattutto, hanno il pregio di privare il protagonista di parte della sua tracotante sicumera. All'interno di un antico palazzo dalla storia dolorosamente inquietante, una madre disperata per la mancanza della figlia morta suicida convoca, proprio la sera di Halloween, una famosissima medium dal torbido passato; la scrittrice Ariadne Oliver convince Poirot a uscire dal suo esilio autoimposto così da smascherare la medium, ma le cose non vanno come previsto dai due. Scoperto un piccolo trucchetto, ciò che segue la sconvolgente seduta della medium è un crescendo di eventi inspiegabili che mettono a dura prova le salde convinzioni di Poirot, i cui ragionamenti vengono interrotti e deviati dalle visioni, dai suoni misteriosi e dalle ombre che sembrano popolare ogni stanza del fatiscente palazzo e, soprattutto, che parrebbero attirati proprio dal famoso investigatore. Stavolta, più che conoscere l'identità dell'assassino, è interessante capire se il palazzo della cantante Rowena Drake è realmente abitato da presenze, e farsi trascinare dall'atmosfera deliziosamente gotica del luogo, che sembra influenzare i personaggi più di quanto farebbe un'altra location meno suggestiva: abbiamo, infatti, oltre alla medium, la fervente e superstiziosa cattolica, un medico nevrotico con tendenze suicide, un bambino che sembra uscito da Il sesto senso e una cantante malinconica costretta a (non) vivere sospesa tra passato e presente, in un incubo infinito. Purtroppo, a livello di trama, ci sono sempre le solite lungaggini di dialoghi infiniti e di rara pesantezza messi in bocca a Poirot, ma questo aspetto della pellicola è stato fortunatamente mitigato da una regia assai ispirata.


Branagh, stavolta, ha scelto di lasciarsi ispirare dall'espressionismo tedesco, dai barocchi gialli all'italiana e da quel capolavoro ahimé poco conosciuto di A Venezia un Dicembre rosso... shocking, e il suo cambiamento di stile è evidente. Fin dalle prime sequenze, la macchina da presa inquadra Venezia e i suoi luoghi più famosi sfruttando una prospettiva sghemba che incornicia le luci all'interno di ombre dalle linee squadrate, e la regia si fa ancora più "estrema" quando l'azione si sposta all'interno del palazzo. Lì, le mura sembrano avere occhi che osservano i protagonisti da anfratti nascosti, viene fatto uso di fisheye, sfocature e primissimi piani e il regista tenta persino qualche blando jump scare, sfruttando buona parte dei cliché visivi dei thriller/horror moderni. Verso il finale, quando il caso è risolto e qualcosa in Poirot è cambiato, le inquadrature si fanno più ampie ed ariose, come se il protagonista si fosse tolto un peso dal petto, e questo mi è piaciuto davvero molto. Mi è piaciuto meno, per quanto suggestivo, che sia stata sfruttata una festa come Halloween (nel '47? A Venezia?? Tra le suore??? Con orfanelli di tutte le razze????) in una città che già ha il carnevale e tutta una serie di maschere in grado di infondere inquietudine, e onestamente non sono rimasta granché impressionata nemmeno dal cast. Il migliore, per quanto mi riguarda, è stato Jamie Dornan, abbastanza convincente nei panni del dottore traumatizzato, e Tina Fey è un comic relief gradevole, almeno finché la sceneggiatura non sbrocca male (cosa che ha perplesso la mia collega grande fan di Agatha Christie), mentre secondo me due brave attrici come Kelly Reilly Michelle Yeoh hanno scelto, in questo caso, di recitare col pilota automatico; la seconda, alla fine, fa giusto una rapida comparsata quindi ci sta, ma la Reilly mi ha lasciato paradossalmente poco. Non pervenuti e dimenticabilissimi tutti gli altri, Branagh e il suo mini-alter ego Jude Hill a parte, con menzione d'onore per il nostro Scamarcio che ormai è diventato il typecast dello sbirro/mafioso/agente segreto italiano di cui diffidare dal primo minuto di pellicola, peraltro col nome idiota di Vitale PORTFOGLIO. In un'eventuale Saw goes to Italy, il ruolo dell'agente Hoffman sarebbe senza dubbio il suo, peccato solo che si ostini a ridoppiarsi con risultati tristemente simili a quelli del Bracchetto Umbro. Al di là di queste mie divagazioni, comunque, Assassinio a Venezia vale un viaggio al cinema, in particolare se vi piace il genere!


Del regista Kenneth Branagh, che interpreta anche Hercule Poirot, ho già parlato QUI. Riccardo Scamarcio (Vitale Portfoglio), Tina Fey (Ariadne Oliver), Kelly Reilly (Rowena Drake), Jamie Dornan (Dr. Leslie Ferrier) e Michelle Yeoh (Mrs. Reynolds) li trovate invece ai rispettivi link. 


Camille Cottin, che interpreta Olga Seminoff, era Paola Franchi in House of Gucci, mentre il piccolo Jude Hill era il protagonista di Belfast, sempre di Kenneth Branagh. Se vi fosse piaciuto Assassinio a Venezia, recuperate i precedenti Assassinio sull'Orient Express e Assassinio sul Nilo. ENJOY!

venerdì 4 marzo 2022

Belfast (2021)

Nonostante il fastidio provocatomi da Assassinio sul Nilo, ho deciso di ridare fiducia a Kenneth Branagh e domenica sono andata a vedere Belfast, da lui diretto e sceneggiato nel 2021 nonché nominato per 7 premi Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura originale, Ciarán Hinds miglior attore non protagonista, Judi Dench miglior attrice non protagonista, Miglior sonoro e Miglior canzone originale.


Trama: durante i cosiddetti Troubles di fine anni '60, il piccolo Buddy cerca di vivere la sua infanzia nonostante la violenza che scorre nelle strade, i problemi economici dei genitori e quelli di salute del nonno...


Maledetto Kenneth Branagh. Stavolta con me ha vinto davvero facile, trovando terreno fertile nella mia ignoranza crassa di persona che aveva solo una vaga idea di cosa fosse vivere alla fine degli anni '60 nell'Irlanda del Nord, e che quindi non può dire "eh ma sei falso, tendenzioso, e pure un po' paraculo perché il tuo film è anche troppo edulcorato". Posso dire che a me poco importa che il film in questione sia palesemente un'Oscar bait creata ad arte per intenerire ed emozionare il pubblico? D'altronde, se avessi voluto l'aderenza storica, o la rabbia sociale, avrei guardato un documentario o un film di Ken Loach, invece in questo caso c'è "baffo" Branagh che ha deciso di raccontare la storia della SUA infanzia, filtrata dal punto di vista di un bambino di nove anni che, bontà sua, l'aderenza storica e la rabbia sociale non sa neppure cosa siano. E' palese che tutto, in Belfast, sia a misura di bambino, a partire dalle inquadrature, perché allo spettatore arriva "solo" quello che arriva al protagonista, Buddy, ovvero il piccolo alter ego di un Branagh già allora affascinato dal cinema; ci arriva la situazione "tradotta" in modo semplice, per l'appunto infantile, perché l'Irlanda di quei tempi era una polveriera e probabilmente l'unico modo che aveva un bambino di capire qualcosa era semplificare il più possibile, tirando fuori cattivi da film, elevando i genitori, per quanto imperfetti, a eroi positivi, sottolineando la natura amichevole di persone che si conoscono da sempre nemmeno fossero tutti una grande famiglia priva di odi ed invidie. Belfast non è quindi un documentario, quanto piuttosto un coming of age, dove Buddy è costretto ad affrontare lo spauracchio di abbandonare la città dov'è nato e cresciuto, e un inno d'amore a chiunque abbia vissuto lì, che se ne sia andato, che sia rimasto o a chi purtroppo si è perso, come da dedica finale prima dei titoli di coda. 


Come una vecchia fotografia trovata nel cassetto, Belfast è in bianco e nero (splendidamente fotografato, per inciso) e gli unici sprazzi di colore sono i film che Buddy vede al cinema, oppure le opere teatrali, che si ammantano di un'aura magica e salvifica, sprazzi di un mondo di fantasia in cui evadere da una realtà incomprensibile e pericolosa, dove non è così facile conservare l'innocenza e la speranza dei bambini. Le influenze cinematografiche di un bambino affamato di film si ritrovano in moltissime sequenze di Belfast ma saltano maggiormente all'occhio verso il finale, forse perché, paradossalmente, Buddy si scontra con i due eventi più difficili della sua infanzia (lo scontro tra suo padre e Billy sembra il duello di un western, la scena in cui Jamie Dornan canta al funerale ha tutto il sapore di un musical), per il resto le scene di "vita vissuta" mi sono sembrate piuttosto plausibili e non è proprio vero che Branagh rifugge dal mostrare la natura reale della violenza. Certo, l'autoindulgenza del regista e sceneggiatore si evince dalla scelta di affidare il "suo" ruolo ad un bambino dolce e bellissimo, cuginetto ideale del Roman Griffin Davis di JoJo Rabbit, ma stavolta ci sono due attori che strappano la scena al protagonista (e il cuore dal petto dello spettatore), ovvero Ciarán Hinds e Judi Dench, i nonni burberi, scafati e dolci che tutti abbiamo sognato di avere. Fonti inesauribili di insegnamenti per Buddy, nonno e nonna sono due personaggi che rimangono dentro e la Dench mi ha straziata giusto un pelino meno di quanto ha fatto nonna Coco in quel film Disney che non posso più nemmeno nominare senza cominciare a piangere come una fontana; lo sguardo rassegnato, pieno di amore e di dolore, in quel primo piano della Dench, è qualcosa di così devastante che mi viene il magone a scriverne. Quindi sì, Kenneth, sarai pure antipaticissimo e tracotante ma credo che quest'anno tiferò un po' per te agli Oscar.


Del regista e sceneggiatore Kenneth Branagh ho già parlato QUI. Jamie Dornan (Pa), Judi Dench (Nonna) e Ciarán Hinds (Nonno) li trovate invece ai rispettivi link. 

Caitriona Balfe interpreta Ma. Irlandese, ha partecipato a film come Super 8, Now You See Me - I maghi del crimine e Le Mans '66 - La grande sfida. Anche produttrice, ha 43 anni. 


Se Belfast vi fosse piaciuto recuperate Roma e Jojo Rabbit. ENJOY!

martedì 11 maggio 2021

Synchronic (2019)

Sono tornati Aaron Moorehead e Justin Benson e questa volta ci hanno regalato Synchronic, da loro diretto e sceneggiato nel 2019.


Trama: Steve e Dennis sono due paramedici che, all'improvviso, cominciano a trovarsi davanti casi di persone uccise o ferite da oggetti provenienti apparentemente dal passato dopo aver assunto una droga sintetica chiamate Synchronic...


Moore
e Benson non sono mai banali, per fortuna, nemmeno quando la trama potrebbe rischiare di portarli sulla cattiva strada. In quanti si sono infatti impelagati nei viaggi nel tempo, uscendone con le ossa rotte? Certo, i due registi e sceneggiatori col tempo e i loop temporali ci hanno sempre giocato, ma erano cose interessanti, dal budget ridotto, senza attori di richiamo: qui si vede che il budget è aumentato, inoltre la presenza di Jamie Dornan e, soprattutto, di un "vendicatore" come Anthony Mackie rischia di portare un film come Synchronic all'attenzione di un vasto pubblico, con tutto quello che ne consegue, che solitamente non è mai buono. In questo caso però, Moore e Benson non si sono snaturati e sono riusciti a proseguire con la loro poetica di orrore o, in questo caso, di fantascienza, fatta di ritmi lenti, un profondo studio dei personaggi e un racconto non lineare. Questi ultimi due aspetti, in particolare, saltano all'occhio guardando Synchronic, all'interno del quale uno degli elementi più importanti è il rapporto tra Steve e Dennis e il modo in cui si sviluppa la storia tenendo a mente non tanto ciò che accade loro all'interno del film, quanto un trascorso di cui lo spettatore viene reso partecipe attraverso dialoghi, gesti, atteggiamenti di profonda complicità "adulta". Steve è lo "scapestrato" dei due, quello che vive alla giornata passando da un letto all'altro, possibilmente ubriaco e vittima di "droghe ricreative"; Dennis è invece sposato, ha dei figli, e non sa se la sua vita coniugale è ciò che voleva davvero o se non avrebbe fatto meglio, pur amando le figlie, a rimanere come Steve. La profonda differenza tra questi due personaggi e il modo in cui essa rende più forte un legame che dura nel tempo, è fulcro della trama tanto quanto la droga sintetica Synchronic e spinge Dennis, e soprattutto Steve, ad affrontare in quella determinata maniera la diffusione di incidenti temporali e la scomparsa della figlia adolescente di Dennis, creando così una fantascienza "di sentimenti", profondamente coinvolgente (chi non piange sul finale o è un mostro o mente).


Tornando su un tipo di racconto non lineare, poi, è interessante come passato e presente si incrocino, tra epoche distanti che invadono la nostra linea temporale e ricordi che un ingegnoso lavoro di montaggio collega senza soluzione di continuità al flusso narrativo, risultando forse ostico agli spettatori con un occhio sullo schermo e uno sul cellulare. A proposito di cellulari e diavolerie moderne, Synchronic è uno dei pochi film a tema "paradossi temporali" a sottolineare a chiare lettere come il passato faccia schifo, sia un posto di pericolo, di ignoranza, di morte, soprattutto per chi, come Steve, è di colore e si ritrova costretto a nascondersi onde evitare di venire linciato o ucciso; in questo, è molto più realistico di tante pellicole che hanno già trattato l'argomento, anche se magari meno cervellotico nella misura in cui (per fortuna) non si parla di paradossi temporali o astruse regole da tenere a mente per ritrovarsi poi a smontare la trama pezzo per pezzo. Anche perché, a mio avviso, le distorsioni temporali di Synchronic sono importanti fino a un certo punto e ciò che conta è godersi un film che cattura l'interesse dello spettatore anche e soprattutto per la caratterizzazione dei personaggi principali e che, finalmente, mette in luce le capacità attoriali di chi nei film Marvel sta un po' a fare da tappezzeria. A proposito di film Marvel, Moore e Benson dirigeranno la serie Moon Knight, in arrivo chissà quando su Disney +; onestamente, non conosco il personaggio quindi non saprei dire quale approccio potranno adottare i due, spero solo che non verranno snaturati e depersonalizzati come la maggior parte degli autori che finiscono per essere fagocitati dalla malefica casa del topo. Nell'attesa, potete comunque farvi una cultura dei loro film!


Dei registi Aaron Moorehead e Justin Benson, che è anche sceneggiatore, ho già parlato ai rispettivi link. QUI e QUI trovate invece Anthony Mackie (Steve) e Jamie Dornan (Dennis).


Se Synchronic vi fosse piaciuto recuperate Resolution e The Endless: l'ultimo lo trovate su Chili e altre piattaforme streaming mentre Resolution pare non sia mai arrivato in Italia e, nonostante The Endless sia fruibilissimo anche da solo, andrebbero visti in sequenza.  ENJOY! 

venerdì 15 settembre 2017

Marie Antoinette (2006)

Ormai un mese fa è passato in TV Marie Antoinette, diretto e sceneggiato nel 2006 dalla regista Sofia Coppola, e finalmente anche io che ho sempre adorato le opere legate alla rivoluzione francese e alla figura dell'iconica regina di Francia sono riuscita a vederlo!


Trama: Maria Antonia d'Asburgo-Lorena, figlia dell'imperatrice d'Austria Maria Teresa, viene promessa in sposa al Delfino Luigi di Francia e mandata a Versailles per il matrimonio. Lì, la giovane Marie Antoinette è costretta a sottostare alla rigida etichetta di corte, a sopportare un marito incapace di toccarla e a subire le maldicenze di nobili e cortigiani...



Guardando Lady Oscar dall'età di sette anni, è normale che sia rimasta affascinata dalle vicende della Rivoluzione Francese e dalla figura di Maria Antonietta, probabilmente la regina più amata/odiata della storia. Chi era davvero Antonietta? La demonessa dello sperpero e della lussuria che teneva in gran dispetto e odio tutto il popolino (pronunciando magari, con rossetto nero d'ordinanza, bufale quali "Il popolo non ha pane? Che mangino brioche!", come accade nella scena più tristemente ironica del film) oppure, semplicemente, una ragazzina ingenua venutasi a trovare nel posto sbagliato al momento sbagliato? La verità, probabilmente, sta nel mezzo anche se ci sono fior di biografie da leggere e sulle quali ragionare, ma sicuramente il ritratto realizzato da Sofia Coppola pende più verso la seconda ipotesi, avvalorata dalla biografia di Antonia Fraser, molto popolare negli USA. La regista, anche in veste di sceneggiatrice, ci mostra fin dall'inizio Maria Antonietta come una ragazzina di buon cuore catapultata in un mondo ostile e spersonalizzante: la ragazza, penultima di sedici figli, è stata ceduta dalla madre come "oggetto" per suggellare l'alleanza tra Francia e Impero Austriaco e viene di fatto abbandonata alla mercé di una Corte sconosciuta, totalmente disinteressata ad Antonietta come "persona". Ad appena quattordici anni, la futura regina di Francia viene da una parte allettata dalla promessa di una vita fatta di agi e lussi, dall'altra la sua natura di donna e il suo valore come essere umano vengono subordinati alla sua capacità di mettere al mondo un erede e di invogliare in primis il Delfino di Francia a giacere con lei, così da adempiere ai suoi doveri. Di fatto, l'unico modo per mantenere un vincolo tra Francia e Austria era proprio dare alla luce un bambino figlio di entrambi i regni, in caso contrario Maria Antonietta sarebbe diventata inutile e probabilmente Re Luigi XV (che già avrebbe dovuto sposare una delle figlie più anziane di Maria Teresa, rimasta sfigurata dal vaiolo) l'avrebbe rimandata dritta a casa dall'Imperatrice; vinta dallo sconforto, dalle parole fredde della madre, dal disinteresse del futuro Luigi XVI, dall'insofferenza verso una vita fatta di regole rigide e protocolli di ferro, ad Antonietta non rimane altra possibilità che fare come qualsiasi ragazza moderna, ovvero darsi allo shopping, ai peccati di gola, alle feste, a tutto ciò che potrebbe darle un'illusione di libertà e felicità, per quanto momentanea.


Sofia Coppola si concentra quindi sull'aspetto più "Bling Ring" della vita di Maria Antonietta, soprattutto nella prima parte del film, accentuandone la frivola modernità con i tanto discussi ammiccamenti alla moda contemporanea (ah, quelle Converse, quei coloratissimi macaron di Ladurée, per non parlare della colonna sonora!) e sorvolando su episodi iconici della vita della sovrana, più legati ad una questione sociale, in primis la famigerata vicenda della collana. A dire il vero, probabilmente per lo spettatore che non conosce a menadito tutte le vicende che hanno portato alla Rivoluzione Francese risulterà anche difficile capire perché ad un certo punto i popolani vorrebbero fare fuori Antonietta e i suoi famigliari, visto che i pesanti problemi di deficit e lo squilibrio tra nobili e il cosiddetto "terzo stato" vengono appena accennati nel film, ma è anche questa scelta a rendere affascinante la pellicola della Coppola. La regia elegante e il montaggio vorticoso, la sovrabbondanza di dettagli per quel che riguarda scenografie e costumi, che inghiottono letteralmente la protagonista, e la fotografia dai colori accesi trasformano la vera Versailles prima e il vero Petit Trianon poi (se siete stati in entrambi i posti non potrà fare a meno di esplodervi il cuore, io vi avviso) in un limbo atemporale capace di sedare i sensi e placare momentaneamente il dolore, un eden dove le brutture della società non arrivano ma dove bisogna anche faticare per rimanere umani e conservare, paradossalmente, qualcosa che sia possibile definire proprio. La seconda parte, quella che coincide con la maternità e maturità di Antonietta, è ben più malinconica e riflessiva della prima e anche lo stile di regia asseconda questo cambiamento di atmosfera, accompagnando lentamente la Sovrana verso il triste destino prefigurato nel finale con eleganti immagini di morte, tra gramaglie e quadri dove i bimbi ritratti scompaiono come se non fossero mai esistiti, mentre la realtà irrompe con forza e violenza in una vita scandita da riti fasulli e assurdamente coreografati... ma non per questo meno vera.


Capita così che, nonostante liberté, egalité et fraternité siano dei concetti santi e condivisibili, sul finale si arrivi persino a versare qualche lacrima per la bellissima Antonietta della Dunst e per quel babbalone di Jason Schwartzman nei panni di Luigi XVI, alla faccia di tutto il "nulla" di cui abbonda lo stilosissimo Marie Antoinette e di tutta la colorata ricchezza che viene sbattuta in faccia con disprezzo sia allo spettatore che al popolo di Parigi. Gli sguardi malinconici di Kirsten Dunst, il sorriso forzato di chi si impegna con tutta sé stessa per piacere inutilmente, lo sguardo gioioso di chi finalmente ha trovato l'amore vero, che sia di uno svedese tutt'altro che freddo oppure dei propri bambini, persino la forza con la quale la protagonista sceglie di essere, finalmente, Regina di Francia fino all'ultimo sono tocchi di profondità che rendono il personaggio umano ed impossibile da odiare, fin dalla prima scena del film. Anzi, oso dire che Marie Antoinette è un film talmente bello, in ogni suo aspetto, che persino Asia Argento (per quanto cagna maledetta sempre e comunque, in saecula saeculorum, amen) mi è sembrata perfetta nei panni della favorita del re, con la sua naturale volgarità e l'incapacità di proferire verbo in una lingua comprensibile, anche se la povera Du Barry non era certo così vajassa ed ignorante come spesso la si dipinge. A dire il vero, alla Coppola rimprovero solo di avere messo un mollo privo di carisma come Jamie Dornan ad interpretare l'affascinante Conte di Fersen, ché se Lady Oscar avesse visto questo antenato di Mr. Grey probabilmente avrebbe scelto di rimanere uomo per il resto dei suoi giorni. E ora, siccome sto scrivendo troppe cretinate, concludo qui il post, ribadendo la bellezza di Marie Antoinette e consigliandovi di non aspettare troppo per recuperarlo come ho fatto io; nell'attesa che esca L'inganno la settimana prossima potrebbe essere un ottimo antipasto... buono quasi quanto i famosi e proibitivi macaron di Ladurée!


Della regista e sceneggiatrice Sofia Coppola ho già parlato QUI. Kirsten Dunst (Maria Antonietta), Jason Schwartzman (Luigi XVI), Judy Davis (Contessa de Noailles), Rose Byrne (Duchessa de Polignac), Asia Argento (Contessa du Barry), Molly Shannon (Zia Vittoria), Shirley Henderson (Zia Sofia), Danny Huston (Imperatore Giuseppe II), Sebastian Armesto (Conte Louis de Provence), Tom Hardy (Raumont) e Steve Coogan (Ambasciatore Mercy) li trovate ai rispettivi link.

Rip Torn (vero nome Elmore Rual Torn Jr.) interpreta Luigi XV. Americano, ha partecipato a film come Il re dei re, L'uomo che cadde sulla Terra, Coma profondo, L'aereo più pazzo del mondo... sempre più pazzo, RoboCop 3, Giù le mani dal mio periscopio, Ancora più scemo, Men in Black, Men in Black II, Palle al balzo - Dodgeball, Men in Black 3 e a serie quali Alfred Hitchcock Presenta, Colombo, Will & Grace e 30 Rock mentre come doppiatore ha lavorato nel film Hercules. Anche regista e produttore, ha 86 anni.


Jamie Dornan interpreta il Conte Hans Axel Von Fersen. Irlandese, meglio conosciuto come Mr. Grey di Cinquanta sfumature di grigio e Cinquanta sfumature di nero, ha partecipato a serie quali C'era una volta. Ha 35 anni e cinque film in uscita.


Il film ha vinto giustamente un Oscar per i Migliori Costumi, andato nelle sante mani di Milena Canonero. La parte di Luigi XV era stata offerta ad Alain Delon il quale però ha rifiutato, sentendosi inadatto al ruolo; per problemi di impegni pregressi, invece, sia Angelina Jolie che Catherine Zeta-Jones hanno dovuto rinunciare ad interpretare la Contessa du Barry, lasciando così tristemente il posto ad Asia Argento mentre a Judy Davis, che è finita a interpretare la Contessa de Noailles, era stato offerto il ruolo di Maria Teresa D'Austria. Se Marie Antoinette vi fosse piaciuto dovete OVVIAMENTE recuperare lo splendido anime Lady Oscar (o il manga di Ryoko Ikeda e magari anche Innocent di Shin'Ichi Sakamoto) e aggiungere L'intrigo della collana, giusto per completare un pezzetto di storia che nel film della Coppola manca. ENJOY!

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