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venerdì 15 febbraio 2019

Crucifixion - Il male è stato invocato (2017)

E' uscito in Italia ieri Crucifixion - Il male è stato invocato (The Crucifixion), diretto nel 2017 dal regista Xavier Gens.


Trama: una giornalista si reca in Romania per indagare sull'omicidio di una suora, morta dopo essere stata crocefissa nel corso di un esorcismo.


Ok, Xavier Gens, uno degli enfant terrible della scorsa generazione di autori horror francesi, è ufficialmente impazzito. Devo ancora recuperare Cold Skin, di cui Lucia dice un gran bene e che è stato distribuito dopo Crucifixion, ma considerato che il suo prossimo film è un Una notte da leoni ambientato a Budapest, non posso che arrivare alla conclusione di cui sopra. Crucifixion, in particolare, è l'emblema del tedium vitae. Un horror che parte mollo già dal trailer, che ti fa proprio venire voglia dire basta sia al male, ormai usato nei titoli italiani in tutte le sue declinazioni, che ai film a base di demoni ed esorcismi. Chiamarlo solo "Crucifixion" pareva brutto, bisognava sottolineare la presenza del "male", tra l'altro aggiungendo che è stato "invocato" quando invece non è vero. Il male c'è, in questo film. Punto. Non c'è bisogno di invocarlo, ché il demone protagonista arriva da solo, approfittando della debolezza di coloro che finiranno a fargli da ospiti vuoi perché toccati dall'indemoniato morente oppure perché aperti al "peccato" o, orrore!, privi di fede. Come se ai preti servisse la fede, visto la brutta fine che fanno spesso in questo genere di film. Sembra quasi una presa in giro dire alle vittime "eh ma se non hai fede..." e sinceramente mi sarei risparmiata l'ora di tedio totale durante la quale, nel corso del film, si sottolinea la triste storia della protagonista, che si è vista morire la madre proprio per la troppa fede della genitrice. Piccata, a causa di ciò, con Dio, Gesù e tutto il clero (tranne quando non vuole copulare il bel pretonzo con gli occhi neri e quel sapor mediorientale), la giovane Nicole parte da New York grazie alle raccomandazioni dello zio J.J.Jameson e in pratica si fa una vacanza pagata in Romania cercando di capire se una suora è morta perché davvero indemoniata oppure se la sua dipartita ha a che fare con l'ignoranza di un popolo che, nell'anno del Signore 2004, va in giro vestito come se la seconda guerra mondiale non fosse mai finita. SPOILEROFTL: la suora era davvero indemoniata, ovvio, e Nicole comincerà presto a capire perché il detto recita "chi si fa i fatti suoi campa 100 anni".


Crucifixion procede quindi come qualsiasi film a tema demoniaco, senza fantasia, senza un guizzo, prevedibile dall'inizio alla fine e ulteriormente fiaccato dalla pretesa di farne un elegante mistery più che un horror. La presenza del demone viene infatti centellinata, ci sono un paio di jump scare qui e là (tra l'altro gli stessi due presenti nel trailer, una furbata!), qualche presenza inquietante incarnata in un ragazzetto muto con la passione per le maschere mostruose e, quel che è peggio, ci sono dei disgustosi effetti in CGI aventi per protagoniste delle mosche. Eew. L'unica cosa particolare del film è il montaggio, che prevede il passaggio dal presente ai flashback senza soluzione di continuità, sfruttando la presenza di uno specchio o di una finestra, soluzione assai migliore delle periodiche ricapitolazioni fatte dalla protagonista richiamando i vari dialoghi del film come voci fuori campo, cosa che non solo spezza il ritmo ma riduce lo spettatore a livello di scemo del villaggio. Terrificante, infine, l'idea di affidare il ruolo di protagonista all'unica attrice inglese con problemi di dizione e credibilità in grado di rivaleggiare con quelli delle interpreti nostrane, una cagna maledetta che ha giusto il carisma per essere una scassapalle di proporzioni epiche, fastidiata dal mondo, con una voglia di cippa sacra che levati. Insomma, pollice verso contro tutta l'operazione, apprezzo anche io giusto la presenza di tale Corneliu Ulici nei panni del prete biker (che, probabilmente, alla fine della storia, si sarà spretato come Don Luca alias Prete), per il resto il mio consiglio è quello di disertare la sala e dedicarvi ad altro.


Del regista Xavier Gens ho già parlato QUI.

Sophie Cookson interpreta Nicole Rawlins. Inglese, ha partecipato a film come Kingsman: Secret Service, Il cacciatore e la regina di ghiaccio e Kingsman: Il cerchio d'oro Ha 29 anni e due film in uscita.


Crucifixion - Il male è stato invocato, si basa sulla storia vera dell'esorcismo di Tanacu, durante il quale una suora perse la vita per mano di un prete e di alcune sue consorelle. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto, avete poco da fare: recuperate tutti gli horror degli ultimi 10 anni il cui titolo italiano finisce con "del male" oppure fermatevi a L'esorcista. ENJOY!

martedì 4 ottobre 2016

Among Friends (2012)

A proposito di thriller/horror scelti a scatola chiusa, qualche sera fa ho guardato Among Friends, diretto nel 2012 dalla regista Danielle Harris.


Trama: un gruppo di amici viene invitato da una psicologa ad una "cena con delitto" che tirerà fuori da ognuno dei presenti i peggiori segreti.



Danielle Harris bazzica l'horror dalla tenera età di undici anni, dal momento cioé della sua partecipazione ad Halloween 4. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e il visetto di Danielle, nonostante le incursioni in film e telefilm lontani dal genere, è comunque diventato riconoscibile per gli appassionati, consacrando di fatto la fanciulla a reginetta dell'horror moderno, ed era inevitabile che prima o poi le venisse voglia di passare dietro la macchina da presa. Among Friends è il primo film che la vede alla regia in solitaria (nel 2008 c'era già stato Prank, che non ho visto, diretto a sei mani con Ellie Cornell e Heather Langenkamp) e, pur non essendo nulla di eclatante, è un simpatico filmetto che avvince lo spettatore grazie alle confidenze di un gruppo di amici che, per come sono fatti, assecondano alla perfezione il detto "dai nemici mi guardi Iddio che dagli amici mi guardo io". Interamente girato all'interno di una sala da pranzo, Among Friends è infatti la tipica pellicola all'interno della quale degli apparentemente solidi legami di amicizia vengono distrutti da un paio di rivelazioni piazzate ad hoc, in questo caso con l'ausilio di un paio di filmati e di una padrona di casa particolarmente sadica; il divertimento, per lo spettatore, non sta tanto nel godere delle torture appioppate ai poveri malcapitati, bensì quello di vedere sputtanate delle persone odiosissime, emblema di una classe sociale fatta di attorucoli e fancazzisti che passano il loro tempo a drogarsi, bere e viziarsi con i loro passatempi da ricconi annoiati. Provare antipatia per Bernadette, psichiatra più pazza dei suoi pazienti, è difficile una volta scoperti gli altarini degli amichetti e fortunatamente la pellicola lascia spazio anche ad un minimo di giustizia karmica ponendo un paio di domande di scottante attualità (è più colpevole chi compie una violenza o chi vi assiste senza fare nulla per fermarla, facendo persino finta che non sia successo nulla? Pensateci, perché la risposta non è facile).


Purtroppo, nonostante le buone premesse la Harris si è affidata ad un branco di terribili cagnastri ai quali ha affidato l'interpretazione di persone che, sì, non necessitavano di reduci dell'Actor's Studio, però avrebbero potuto anche essere rese meglio. L'unico che si salva in tutta la baracca è AJ Bowen, il cui personaggio è fornito perlomeno dello spessore di uno straccio da cucina (mentre agli altri è toccata la carta velina), gli altri vanno dal livello "In the Market", come per esempio la sceneggiatrice Alyssa Lobit la quale avrebbe dovuto limitarsi a scrivere senza comparire nel film, al livello "Ubaldo Terzani Horror Show", come Dana Aubrey con la sua vocetta terrificante oppure Brianne Davis, insopportabile nei panni della bionda strafatta di droghe e perennemente allucinata. Purtroppo il personaggio di Jules è il necessario veicolo per una delle scene più carine e metacinematografiche del film, all'interno della quale la tavolata di amici si trasforma in un incubo a base di veri attori e registi, zeppo di omaggi all'attuale scena horror. Il resto del film, bisogna dirlo, scorre via piacevole ma senza troppi guizzi registici, sequenze memorabili o splatter esagerato: al limite, può far sorridere la scelta del dressing code richiesto per la "cena con delitto", che trasforma l'intera operazione in un kitschissimo ritorno agli anni '80 tra pizzi, frisée, colori shocking e mullet. Perlomeno, c'è da essere quasi sicuri che i coinvolti si siano divertiti!


Della regista Danielle Harris, che compare in un cameo travestita da clown come in Halloween 4, ho già parlato QUI. AJ Bowen (Adam), Kane Hodder (l'autista), Xavier Gens (se stesso) e Michael Biehn (se stesso) li trovate invece ai rispettivi link.

Jennifer Blanc interpreta Melanie. Moglie dell'attore Michael Biehn, ha partecipato a film come Il corvo - The Crow,  The Divide e a serie come Beverly Hills 90210, Bayside School, Party of Five, Dark Angel, CSI - Scena del crimine e Veronica Mars. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 42 anni e ben quattordici film in uscita.


Dana Daurey, che interpreta Lily, la ricordo dai tempi di ... E vissero infelici per sempre, dove interpretava la zoccolotta Amber. Detto questo, se Among Friends vi fosse piaciuto recuperate Cheap Thrills, Piccoli omicidi tra amici, Una cena quasi perfetta e Cose molto cattive. ENJOY!

martedì 9 febbraio 2016

Bollalmanacco On Demand: The Divide (2011)

Primo appuntamento dell'anno col Bollalmanacco On Demand! Il post odierno esaudisce la richiesta di Laura e verte interamente sull'angosciante e bellissimo The Divide, diretto nel 2011 dal regista Xavier Gens. Il prossimo On Demand sarà L'inquilino del terzo piano. ENJOY!


Trama: a seguito di un attacco nucleare un gruppo di persone si ritrova bloccato all'interno di uno scantinato. La situazione precipita quando le poche provviste cominciano a scarseggiare...



Alla fine di The Divide mi sono chiesta perché diavolo nessuno mi avesse mai parlato di questo film, un gioiellino talmente carico di angoscia e cattiveria che arrivare al termine della visione non è stata proprio una passeggiata, tanto che sul finale sono scoppiata in un pianto tra il liberatorio e lo sconfortato. Probabilmente è la vecchiaia che mi porta a versare lacrime per un film telefonato sin dalle prime sequenze, all'interno del quale ogni personaggio ha un destino e un'evoluzione scritti in fronte alla prima comparsa, ma sta di fatto che, nonostante le trame basate su un gruppo di persone costrette a convivere in condizioni estreme siano tante quante le stelle in cielo, le vicende di Eva e compagnia mi hanno presa all'amo e non sono più riuscita a staccare gli occhi dallo schermo. Forse è perché all'angoscia di un evento terribile come un attacco nucleare viene fatto seguire l'inspiegabile comportamento violento di quelli che dovrebbero essere i "salvatori" degli eventuali superstiti, cosa che rende la prigionia dei protagonisti ancora più claustrofobica e porta inevitabilmente lo spettatore a concentrarsi sul progressivo sgretolamento della sanità mentale dei pochi sopravvissuti; fin da subito capiamo infatti che Eva e gli altri sono una triste accozzaglia di casi umani e c'è solo da scommettere su chi perderà la testa per primo. Gli eventi di The Divide scalfiscono lentamente ma inesorabilmente le corazze e le maschere indossate dai protagonisti, rivelando la reale natura celata dalle convenzioni sociali o sopita da anni di comodità e sicurezza. Come da manuale, quelli che fanno la voce più grossa saranno i primi a soccombere al terrore di questa nuova situazione mentre altri coglieranno la palla al balzo per tirare fuori un insospettato coraggio e troncare i legami con un'esistenza insopportabile: tante volte, pare suggerire il finale di The Divide, è meglio chiudere gli occhi e fare un salto nel buio anche a costo di affrontare qualcosa di ancora peggiore piuttosto che continuare a crogiolarsi in un falso, opprimente senso di sicurezza.


La trama "banale" di The Divide viene ovviamente resa più emozionante da un paio di interpretazioni con i controcosiddetti e da una regia che sceglie di contrapporre l'oscurità, lo sporco e lo squallore del rifugio "sicuro" all'abbacinante bianco di un'ingannevole salvezza esterna; tra l'altro, per essere una produzione piccola rispetto a quelle dei blockbuster internazionali, The Divide vanta una sequenza iniziale e una finale che lasciano a bocca aperta per la cura con la quale sono stati realizzati i rispettivi effetti speciali. Per quel che riguarda gli attori, Lauren German, Michael Biehn e un'irriconoscibile Rosanna Arquette offrono delle performance da pelle d'oca ma chi mi ha sorpreso in positivo, nonostante non lo tollerassi già dai tempi di Heroes, è Milo Ventimiglia, capace di passare in un attimo da eroe senza paura a sfattone in grado di provocare allo stesso tempo disgusto, fascino, terrore e pietà. Sono andata poi a guardare la filmografia di Xavier Gens perché, per un attimo, una delle scene clou di The Divide mi ha richiamato alla mente Gloria e temevo di avere davanti una "DuWelzata", mi si perdoni lo svarione provocato dagli shock dovuti alle mie terribili esperienze con gli horror francesi di ultima generazione. Devo dire comunque che, dopo la splatterata quasi insopportabile di Frontiers, questo approccio più pacato passante per l'horror post-apocalittico del regista francese non mi è dispiaciuto per nulla e sono contenta che, per una volta, la nascita di un'eroina cazzuta e consapevole non sia passata per la mortificazione del suo corpo o di quello di qualche bambino non ancora nato. Al momento, Gens sta girando The Crucifixion, interamente basato su un esorcismo finito male, chissà che il suo modo di affrontare i cliché del genere horror non subisca un'ulteriore evoluzione. Staremo a vedere, nel frattempo cercate di recuperare The Divide perché ne vale davvero la pena!


Del regista Xavier Gens ho già parlato QUI. Lauren German (Eva), Milo Ventimiglia (Josh) e Michael Eklund (Bobby) li trovate invece ai rispettivi link.

Michael Biehn interpreta Mickey. Americano, ha partecipato a film come Grease, Terminator, Aliens - Scontro finale, La settima profezia, The Abyss, The Rock e Planet Terror. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 60 anni e otto film in uscita.


Rosanna Arquette interpreta Marilyn. Americana, la ricordo per film come Cercasi Susan disperatamente, Fuori orario, Pulp Fiction, Crash e FBI - Protezione testimoni, inoltre ha partecipato a serie come Will & Grace, Malcom, Grey's Anatomy e Medium. Anche regista, produttrice e sceneggiatrice, ha 57 anni e quattro film in uscita.


Se The Divide vi fosse piaciuto recuperate The Hole e The Experiment. ENJOY!




domenica 14 aprile 2013

The ABCs of Death (2012)

Dopo averne parlato qui è normale che mi venisse voglia di vedere The ABCs of Death, film horror corale del 2012, diretto da 26 registi ai quali è stata assegnata una lettera dell'alfabeto per uno e un tema comune, ovvero parlare della morte a partire da quella lettera. Volete vedere cosa ne è uscito fuori? Ecco a voi le 26 mini-recensioni (trovate i miei corti preferiti in rosso!) e un breve commento finale sull'opera nel suo insieme. Seguono ovvi SPOILER.


A is for Apocalypse di Nacho Vigalondo (Spagnolo, classe 1971, regista di Extraterrestre)
Appetitoso. Il primo segmento introduce il “gioco” che caratterizzerà poi l’intero film, ovvero quello di fornire la chiave per l’interpretazione dei cortometraggi mettendo il loro titolo alla fine. La lettera A è un corto simpatico e particolare, leggermente penalizzato dalla pochezza degli effetti speciali e dall’approccio grottesco dei due attori.

B is for Bigfoot di Adrián García Bogliano (Spagnolo, classe 1980, regista di Habitaciones para turistas, Grité una noche, Sudor Frío e Penumbra).
Bellino! L’idea di costruire una storia horror basata sui bambini che non vogliono dormire è sempre vincente, così come quella di minacciarli con un fantomatico Uomo Nero (in questo caso lo Yeti e non il Bigfoot in effetti…). Rapido ed inquietante il twist finale, che rende il corto meno banale di quanto sembrasse di prim’acchito.

C is for Cycle di Ernesto Díaz Espinoza (Cileno, classe 1978, regista di Mirageman e Mandrill).
Curioso. Il corto sembrerebbe un omaggio agli episodi più inquietanti di Ai confini della realtà e mette i brividi nonostante la sua “semplicità”. Sicuramente è tra le lettere che mi sono piaciute di più.


D is for Dogfight di Marcel Sarmiento (Americano, co-regista di Dead Girl).
Doloroso e paradossalmente dolce. Particolare per il metodo di regia scelto, che mostra la vicenda attraverso la percezione rallentata ed intontita di un pugile suonatissimo, e anche per il modo di raccontare, attraverso le figure di una bimbetta e un cane, come i valori più puri (innocenza, amicizia e amore) possano venire pervertiti in un secondo da persone abiette e prive di scrupoli. Nei titoli di coda, comunque, si specifica che nessun animale è stato realmente maltrattato mentre per il bimbo non si può garantire. E andiamooo!!

E is for Exterminate di Angela Bettis (Americana, classe 1973, ha recitato in film come May, Carrie, The Woman e nell’episodio Sick Girl dei Masters of Horror).
EEEEEEEEEEKKKK!!! Angela, io ti adoro (alla fine dei titoli di coda ringrazi persino Lansdale!) ma sei una zoccola, l’ho detto. Episodio che ho visto solo per metà e che ha rischiato di farmi morire di schifo, tratto dal racconto breve The Spider and the Man di tale Brent Hanley, chiaro omaggio al già citato Sick Girl e debitore della più tremenda delle urban legend. Se, come me, aborrite ragni e insetti, saltate alla lettera successiva che è meglio (oddio, non lo so se è meglio…).

F is for Fart di Noboru Iguchi (Giapponese, classe 1969, regista di chicche come Machine Girl, Robogeisha, Zombie Ass e Dead Sushi).
Folle!! Totalmente folle. Dopo Zombie Ass ci mancava effettivamente la morte per scoreggia d’aMMore, che sia di Dio o dell’insegnante preferita. Effetti speciali ovviamente ridicoli, interpretazioni da avanspettacolo giapponese e risate a profusione garantiscono un livello trash quasi poetico.


G is for Gravity di Andrew Traucki (Australiano, regista di Black Water e The Reef).
Gran delusione. Interamente girato con videocamerina digitale portatile è poco chiaro e causa un principio di nausea allo spettatore. Probabilmente l’episodio peggiore del film. 

H is for Hydro-Electric Diffusion di Thomas Cappelen Malling (Norvegese, classe 1970, regista di Norwegian Ninja).
Ha visto i draghi questo!! Spacchiusissimo mix di computer graphic ed esseri umani travestiti da animali antropomorfi, ha un sapore retrò che ricorda tantissimo Iron Sky e una cattiveria che potrebbe andare a braccetto con i folli Ren & Stimpy. Sicuramente uno degli episodi più particolari ma anche meno “horror”.

I is for Ingrown di Jorge Michel Grau (Messicano, regista di We Are what We are).
Insostenibile. L’episodio più impegnato dell’intera pellicola e il più devastante, testimonia la “banalità” di un brutale ed immotivato omicidio ai danni di una donna, i cui ultimi, dolorosissimi istanti vengono impietosamente ripresi in ogni minimo dettaglio. Accompagnato da un terribile e triste messaggio durante i titoli di coda: Negli ultimi 10 anni, in Messico sono state uccise 2015 donne. 200 donne al mese. L’orrore NON è sullo schermo.


J is for Jidai-Geki di Yudai Yamaguchi (Giapponese, regista di Meatball Machine).
Japponotto. Durante un rituale di seppuku, il kaishakunin (ovvero la persona deputata a decapitare l'oggetto del rito) riesce a scorgere il lato più grottesco, terribile ed esilarante della morte. Un altro esempio di quanto l'orrore giapponese sia assai diverso dal nostro, simpatico soprattutto per il teatralissimo finale.

K  is for Klutz di Anders Morgenthaler (Danese, classe 1972, cartoonist conosciuto per le strip Wulffmorgenthaler e Dolph l’ippopotamo fascista).
Kazzatina divertente. Klutz, se non ho capito male, starebbe per stupido, goffo, ed effettivamente la protagonista del cartone animato tanto furba non è. E nemmeno il suo modo di morire è molto dignitoso. L'animazione del corto è gradevolissima e le risate non mancano.

L is for Libido di Timo Tjahjanto (Indonesiano, regista di uno degli episodi di V/H/S 2).
Laido. Un gioco al massacro dove i concorrenti sono costretti, letteralmente, ad ammazzarsi di pippe. Pur non condannando il porno, non tollero quando viene unito a cose terribili come la pedofilia o le menomazioni: alla vista del laido vecchiaccio che si eccita di fronte al povero bambino violentato (fortunatamente fuori dall'inquadratura) mi sono immedesimata così tanto nello schifo provato dal protagonista che quando ha vomitato sono dovuta correre in bagno preda dei conati. Timo Tjahjanto, col cuore, mavaffanculo vah. Ti meriteresti di subire il finale e la punizione dell'invasata con la motosega.


M is for Miscarriage di Ti West.
Maledetto. Altra cosa che non sopporto è vedere affrontato con leggerezza un tema come l'aborto. In perfetto stile West assistiamo ad un normale evento quotidiano che poi avrà risvolti imprevedibili e tristi. A prescindere dall'argomento trattato, il corto è comunque assai deludente.

N is for Nuptials di Banjong Pisanthanakun (Thailandese, regista di Shutter)
Nescio (Scemo, in ligure). Una bagatella condita da uno spruzzo di humor nero, messa lì giusto per alleggerire la pesantezza della Libido. Più un siparietto comico che un pezzo di antologia horror.

O is for Orgasm di Hélène Cattet e Bruno Forzani (Francesi, registi di Amer)
Originale. Regia ineccepibile e le immagini più belle dell'intero film. Forse un po' troppo autoriale per un film simile, ma l'idea della donna che emette bolle di sapone dalle labbra durante l'orgasmo è poetica da norire.


P is for Pressure di Simon Rumley (Inglese, classe 1970, regista di Little Deaths e The Living and the Dead).
Penoso. Nel senso che il senso di pena nel twist finale mi ha quasi ammazzata, facendomi piangere e portandomi ad invocare una bella punizione divina su Rumley, maledetto porco. E pensare che fino a quel momento Pressure era stato l'unico corto, assieme a quello di Grau, a dare una dimensione reale e dolorosa all'orrore quotidiano.

Q is for Quack di Adam Wingard (Americano, classe 1982, regista di A Horrible Way to Die, V/H/S e V/H/S 2).
Quest'uomo è un pazzo. Altro esempio di nerissimo umorismo, il corto si candida nella rosa dei migliori anche per la sua forte componente metacinematografica. Nei titoli di coda si scopre che il segmento è dedicato al protagonista, Mr. Quackers il papero, al quale si augura di trovare nella morte la pace che non ha avuto in vita.

R is for Removed di Srdjan Spasojevic (Serbo, classe 1976, regista di A Serbian Film).
Raccapricciante. Il segmento più disturbante e incomprensibile del film, probabile metafora della rovina del cinema in generale e dell'horror in particolare, ma potrei sbagliarmi. Il regista non si risparmia prolungati primi piani di bisturi che scavano pelle martoriata e disgustosi dettagli ospedalieri, ma richiama alla mente anche gli albori del cinema e i fratelli Lumière. Tutto sommato, molto interessante.


S is for Speed di Jake West (Inglese, classe 1972, regista di Evil Aliens e Doghouse)
Stilosissimo. Il corto offre una fotografia vividissima, due protagoniste che parrebbero uscite da un film di Rodriguez e dialoghi al fulmicotone. Sicuramente un po' banale, ma come metafora della battaglia condotta quotidianamente da un drogato all'ultimo stadio è parecchio azzeccata.

T is for Toilet di Lee Hardcastle (Inglese probabilmente, creatore, come dice il suo sito ufficiale, di corti in claymation non adatti ai bambini)
Tosto. Anche se girato con la tecnica della claymation, Toilet è una macellata che il 90% dei registi coinvolti nel progetto non riuscirebbero a concepire nemmeno nei loro sogni più perversi. Sicuramente mi ha messo parecchia paura e il finale è a dir poco geniale.

U is for Unearthed di Ben Wheatley (Inglese, classe 1972, regista di Kill List)
Un altro dei miei preferiti. Il corto è innovativo nel suo raccontare la vicenda dal punto di vista soggettivo del mostro (probabilmente un vampiro), consentendo così allo spettatore di immedesimarsi sia nella creatura braccata sia nei paesanotti che gli danno la caccia, scambiando continuamente i ruoli di preda e predatore.


V is for Vagitus di Kaare Andrews (Canadese, regista di Altitude e dell'imminente Cabin Fever: Patient Zero)
Very Good! Intanto, pur nella sua natura di corto non manca di effetti speciali e stunts che farebbero invidia a produzioni fantascientifiche ben più grandi e pretenziose. Inoltre, nella sua natura distopica è parecchio inquietante ed è l'unico di tutti i segmenti che meriterebbe di diventare un lungometraggio.

W is for WTF? di John Schnepp (Americano, co-creatore della serie animata Metalocalypse)
WTF, indeed!! E' la prima cosa che mi è venuta da dire alla fine di questo delirantissimo corto che mescola animazione, metacinema, fantasie nerd, effetti speciali da scuole medie, clown zombie, trichechi che devastano città, guerriere procaci e chi più ne ha più ne metta. Geniale, e lo dice una che normalmente DETESTA gli horror indipendenti fatti con due lire e pieni di assurdità gratuite. 

X is for XXL di Xavier Gens 
Xavierata. Decisamente per stomaci forti e splatterosissimo ma sicuramente un modo interessante di criticare il sistema che vorrebbe noi donne tutte perfette, bellissime e magrissime. Certo, piuttosto che arrivare agli estremi della protagonista del corto, sarebbe meglio non mangiare quella roba innominabile che tiene in frigo, ma tant'è.


Y is for Youngbuck di Jason Eisener (Canadese, regista di Hobo with a Shotgun)
Yuck. C'è una scena in questo corto che mi ha rivoltato lo stomaco, ma il montaggio, la fotografia e la colonna sonora sono splendidi. Inquietantissimo anche il laido protagonista.

Z is for Zetsumetsu di Yoshihiro Nishimura.
Zio cantante!, come direbbero gli Elii. The ABCs of Dead si conclude "in bellezza" con un delirio giapponese che cita a piene mani Il Dottor Stranamore e Arancia Meccanica di Kubrick, una spietata, per quanto semi-incomprensibile, critica al Giappone di oggi e alla pesante influenza americana nel mondo. Non esistono parole per descriverlo, bisognerebbe guardarlo e rimanere annichiliti davanti allo schermo.


In conclusione, due parole sul progetto in generale. L'idea di base è assai interessante ma, francamente, 26 corti sparati senza soluzione di continuità sono davvero troppi e anche un'amante dell'horror come la sottoscritta sente il bisogno di prendere un po' d'aria dopo qualche tempo (ho fatto una pausa a metà, ero davvero stordita). La qualità e il tenore dei corti, inoltre, sono troppo altalenanti e si passa dal lavoro dilettantesco al capolavoro, dalla pesantezza alla cazzatina, con un paio di opere che avrei fatto a meno di inserire in quella che, comunque, dovrebbe essere un'antologia horror. Sicuramente, The ABCs of Dead è un film imprescindibile per gli appassionati, tuttavia una maggiore uniformità e l'inserimento di meno segmenti, magari un po' più lunghi, lo avrebbe reso sicuramente migliore. Insomma, gli do la sufficienza ma "si poteva fare di più". Se il film vi fosse piaciuto vi consiglierei di cercare gli altri titoli diretti dai registi coinvolti (cosa che farò io) oppure guardare per intero Grindhouse con tutti i suoi geniali fake trailer e Creepshow. ENJOY!





lunedì 22 ottobre 2012

Frontiers (2007)

C’è stato un periodo in cui “cinema horror francese” era il sinonimo di macellate incredibili e violenza oltre ogni dire. In quel periodo, o meglio nel 2007, usciva Frontiers (Frontière(s)) di Xavier Gens, che ovviamente è un validissimo esempio di quanto sopra…


Trama: dopo una rapina, quattro ragazzi si danno appuntamento in un fatiscente hotel appena prima della frontiera. Quando i gestori si riveleranno essere dei folli neonazisti, quanti di questi ragazzi pensate sopravviveranno….?


Frontiers riattizza la mia antipatia per il cinema di genere francese. Intendiamoci, come horror splatter (o meglio, torture porn) è un trionfo perché è ipersadico, iperviolento, con secchiate di sangue che si riversano sullo spettatore fino ad annegarlo e brutalità inenarrabili che scorrono sullo schermo praticamente senza soluzione di continuità… ma posso permettermi di dire “che due palle”? Gens non apporta davvero nulla di nuovo al genere, anzi, si adagia nel desiderio di privare la sua creatura di ogni caratteristica “europea”, o quasi. Infatti, dopo un promettente inizio che si collega direttamente alle rivolte nelle Banlieu parigine, la pellicola si distacca quasi completamente dal tema introduttivo, salvo per qualche blandissima riflessione sull’impossibilità di preservare dal caos la vita che verrà e sul timore di un futuro incerto, diventando una sorta di Texas Chainsaw Massacre dove il parallelismo tra polizia violenta e maniaci neonazisti diventa quasi inquietante e, francamente, un po’ ridicolo (vogliamo fare una seria riflessione sulla violenza congenita nella società e il rischio che l’ordine diventi caos guardando un horror? C’è il bellissimo e nostranissimo Diaz di Vicari, non dobbiamo andare fino in Francia).


Ci troviamo quindi di fronte alla solita storiaccia splatter e tipicamente aMMeregana in cui un gruppetto di sfigati viene massacrato dalla solita famiglia di maniaci macellai cannibali e capeggiati da un patriarca tanto vecchio quanto rincoglionito, gente particolarmente stronza che non si limita a mettere le vittime sotto sale, ma ama anche molto dileggiarle durante cene organizzate espressamente per loro (vedi il già citato Texas Chainsaw Massacre con il meraviglioso nonno mummificato che cerca di fracassare la testa a una povera fanciulla…); all’ormai quasi simpatico quadretto familiare d’ispirazione americana, Gens aggiunge poi il gusto tutto francese di prendersela con delle donne, possibilmente incinte, che chissà perché cominciano a venire seviziate e spogliate della loro identità femminile/sanità mentale con una bella rasatura della chioma, per poi ritrovarsi sul finale completamente folli, urlanti e immerse nel loro sangue e in quello di altre millanta persone. Anche per quanto riguarda la regia Gens si discosta dal gusto europeo per rifugiarsi in soluzioni molto americane e videoclippare, come l’abbondante uso di ralenti, un montaggio serratissimo e addirittura riprese fatte a mano con una telecamera digitale opportunamente messa in mano ad uno dei malcapitati, per non parlare del finale dove abbondano esplosioni e raffiche di mitra manco fossimo ne I mercenari.


Detto questo, il mio giudizio sul film non è completamente negativo. In mezzo a tutta questa sanguinolenta banalità qualche momento di vera (ma non alta) tensione c’è, come l’incredibile sequenza che mostra due dei protagonisti mentre si infilano stupidamente in uno strettissimo cunicolo, oppure la brillante idea di non mostrare mai completamente i bambini presumibilmente deformi che abitano nella vecchia miniera. Validi anche gli attori, Karina Testa in primis, visto che per una volta non ci troviamo davanti i soliti giovinetti bellocci che popolano gli horror, bensì un paio di credibilissimi abitanti delle Banlieu (nonostante siano comunque imbecilli come i loro “cugini” americani, eh). In definitiva, quindi, credo che ogni amante dell’horror potrebbe trovare pane per i suoi denti in Frontiers, a patto di non cercare l’originalità a tutti i costi… sicuramente, le persone deboli di stomaco sono pregate di astenersi.


Di Karina Testa, che interpreta Yasmine, ho parlato qui.

Xavier Gens è il regista e sceneggiatore della pellicola. Francese, ha girato film come Hitman e The Divide. Anche attore, ha 37 anni e tre film in uscita.


Per chi ha amato quella trashissima miniserie (ovvero io), segnalo che Aurélien Wiik, l’attore che interpreta Alex, figurava in La maledizione dei templari come Edoardo III. Se per caso Frontiers vi fosse piaciuto, vi consiglio invece di vedere Alta tensione, Eden Lake, Borderland o Non aprite quella porta. ENJOY!

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