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martedì 18 maggio 2021

She Dies Tomorrow (2020)

Altro film presente nella classifica 2020 di Lucia che mi ero persa è She Dies Tomorrow, diretto e sceneggiato nel 2020 dalla regista Amy Seimetz.


Trama: Amy è convinta di stare per morire. Con questa convinzione in testa, parla con l'amica Jane, scatenando una reazione a catena...


She Dies Tomorrow
è un film che metterà alla prova chiunque tenterà di vederlo, almeno per i primi 15 minuti. Vi sfido a superare indenni scene senza apparentemente né capo né coda, dove una Kate Lyn Sheil depressa vaga per la casa nuova e per il giardino accompagnata da sprazzi di Lacrimosa dal Requiem di Mozart (mai colonna sonora più adatta), mentre deliranti visioni o ricordi del passato spezzano l'azione di tanto in tanto, creando ancora più confusione. Se, e sottolineo se, riuscirete a superare questo scoglio, e i minuti potrebbero anche essere 20 (ma vi sembreranno almeno 50), arriverete al punto in cui She Dies Tomorrow vi prenderà per non lasciarvi più andare, infilzati all'amo di una frase pronunciata con una sicurezza disperata e ineluttabile: "Domani morirò". Amy è convinta, al 100%, che morirà il giorno dopo. Nulla può convincerla del contrario, il suo è l'atteggiamento rassegnato di chi sa, di chi non ha mezzi per impedire l'inevitabile, di chi rimane inebetito dalla rivelazione e cerca in ogni modo di "distrarsi", come se fosse possibile farlo quando hai un tarlo che ti rode la testa. E voi direte, e quindi? E quindi a un certo punto Amy è costretta a raccontare all'amica Jane, fino a quel momento presa dai suoi problemi molto terreni e superficiali ma anche preoccupata dall'atteggiamento della protagonista, cosa la turba, col risultato che Jane, tornata a casa... rimane vittima di una consapevolezza ineluttabile: domani morirà anche lei, una certezza assoluta che distrugge in un attimo la sua sanità mentale e tutte le pretese di razionalità con cui cercava di dissuadere Amy dalla tragica convinzione. E, ovviamente, mica finisce qui, visto che la convinzione di morire diventa un virus capace di mettere in ginocchio tutti quelli che vi entrano in contatto.


Quella di Amy Seimetz è un'apocalisse in piccolo, una pandemia psicologica, dove non importa, in effetti, sapere se la protagonista e tutti gli altri hanno o meno ragione (probabilmente sì ma, vi avviso già nel caso cercaste un film con un finale chiaro, non è dato sapere) quanto piuttosto assistere all'ultimo giorno di gente che sa di dover morire e cercare di mettersi nei loro panni: cosa fareste, voi, se sapeste di dover morire domani? Io probabilmente sarei annichilita dall'ansia e sprecherei l'ultimo giorno piangendo e basta, nel film della Seimetz qualcuno fa come me, qualcun altro cerca di rifugiarsi (perlomeno ci prova) nei piaceri terreni, altri risolvono le cose in sospeso, altri ancora parlano di nulla cercando di arrivare a vedere l'alba, ma la certezza è una sola, ovvero che nessuno di quanti vengono toccati dal "virus" è pronto né rassegnato e assistere alle loro allucinate reazioni affascina e inorridisce nemmeno ci si trovasse davanti a uno splatter. Il film è tutto qui, è un'idea, dove contano più la suggestione e la scrittura, a volte qualche sequenza più allucinata di altre, perché la messa in scena è dimessa, gli attori pochi e gli effetti speciali ancora meno, il che rende She Dies Tomorrow la dimostrazione di come sia possibile fare cinema interessante e coinvolgente con pochissimi mezzi. Di sicuro non è un film per tutti ma comunque lo consiglio spassionatamente.    


Della regista e sceneggiatrice Amy Seimetz ho già parlato QUI. Jane Adams (Jane), Chris Messina (Jason), Josh Lucas (Doc), Adam Wingard (uomo delle Dune Buggy), Michelle Rodriguez (Sky) e Olivia Taylor Dudley (Erin) li trovate invece ai rispettivi link. 

Kate Lyn Sheil interpreta Amy. Americana, ha partecipato a film come You're Next, V/H/S, The Sacrament, Equals e serie quali Oucast. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 36 anni e due film in uscita.


Katie Aselton
interpreta Susan. Americana, ha partecipato a film come La foresta dei sogni, Regali da uno sconosciuto - The Gift, Synchronic, Bombshell - la voce dello scandalo e serie quali Legion. Anche sceneggiatrice, regista e produttrice, ha 36 anni e due film in uscita.



martedì 29 agosto 2017

Death Note (2017)

Oggi avrei voluto parlare di Amityville - Il risveglio ma siccome venerdì è uscito su Netflix il lungometraggio live action su Death Note, diretto dal regista Adam Wingard e tratto dal manga omonimo di Takeshi Obata e Tsugumi Oba, ho pensato fosse meglio scrivere due righe su questo scempio...


Trama: lo studente liceale Light Turner entra in possesso del cosiddetto "quaderno della morte" appartenente al Dio della morte Ryuk. Grazie al quaderno il ragazzo può uccidere le persone soltanto scrivendone il nome sulle pagine, così decide di utilizzare questo potere per eliminare i peggiori criminali della società... almeno all'inizio.


Allora, siccome Death Note è stato "liberamente tratto" dal manga omonimo, dal quale prende giusto lo spunto iniziale, non parlerò del film paragonandolo all'opera cartacea (Benché l'abbia letta. Più di una volta. E mi sia piaciuta molto. Tra l'altro ne ho parlato già QUI) ma come creatura a sé stante. Una creatura sciocca, che mescola ogni possibile cliché dell'horror adolescenziale per offrire in pasto allo spettatore una storia poco appassionante, dei personaggi da mettere al rogo dopo quindici minuti dall'inizio del film e persino una regia poco entusiasmante, cosa che francamente da Wingard non mi sarei mai aspettata. Le premesse sono le stesse del manga (ho detto che non avrei fatto paragoni ma alcuni fatti vanno comunque spiegati): un adolescente più intelligente della norma trova un quaderno zeppo di regole che permette di uccidere chiunque, a patto che vengano scritti sulle sue pagine nome e cognome della vittima tenendo ben a mente il suo volto. Padrone del quaderno, un Dio della morte dall'aspetto mostruoso e ghiotto di mele il quale, per motivi tutti suoi, sceglie di affidarlo a un umano e divertirsi a sue spese, rimanendo fondamentalmente a fare da spettatore mentre il nuovo proprietario del Death Note utilizza l'oggetto con tutte le conseguenze del caso. Detta così, è una premessa MOLTO intrigante. Un quaderno simile, se esistesse, potrebbe raddrizzare molti torti e togliere di mezzo persone deprecabili, che è poi lo scopo principale per cui viene utilizzato, almeno inizialmente, da Light, sia nel film che nel manga; da qui, è proprio interessante la riflessione che si viene a creare relativamente al CHI debba ergersi a giudice e boia dei propri simili e soprattutto per quale motivo, in virtù di quale superiorità morale, oltre ovviamente a domandarsi come reagirebbero le masse davanti all'esistenza di un Dio "Kira". Questo Dio che porta morte ai criminali verrebbe adorato oppure osteggiato? E ancora, quali crimini meritano o meno la morte? Ci sarebbe di che ragionarci per settimane, altro che un'ora e mezza, quindi per non sbagliare gli sceneggiatori della versione americana di Death Note hanno tagliato la testa al toro offrendo due minuti di sbrigativa riflessione e trasformando Light da anti-eroe tormentato sempre più folle... ad adolescente infoiato affamato di pilu, che giusto sul finale mostra un minimo della machiavellica e terrificante intelligenza della sua controparte cartacea.


Il Death Note di Netflix non si sviluppa come un thriller tesissimo dalle forti connotazioni poliziesche, bensì come un banalissimo horror dove il protagonista non è nemmeno tale, ma si limita a fare da marionetta alla vera psicopatica della situazione, la cheerleader Mia Sutton. Una tizia talmente cretina, signori miei, che sentendosi inutile in quanto cheerleader decide di consacrare la sua esistenza ad uccidere gente, arrivando ovviamente a scopazzarsi Light onde approfittare del quaderno. "Ti amo ma sono stronza quindi devi morire" rappresenta un ottimo riassunto della personalità di Mia, l'unica cheerleader col cervello di una tenia ma capace di mettere ko un agente dell'FBI nel picco più WTF dell'intera sceneggiatura, una sorta di "vorrei mettere in piedi una roba arzigogolata come farebbero i giapponesi ma non posso". Eccomi di nuovo a nominare il manga, lo so, sono una persona male, ma è una cosa che davvero non capisco. Agli sceneggiatori, giustamente o meno, non va di riproporre pedissequamente una cosa già portata al cinema dai nipponici ma sono attratti dal concept della vicenda in se? Va benissimo ma, perdiana, NON andatevi a impelagare con uscite cretine girando un film incomprensibile! Senza fare troppi spoiler, all'inizio il Dio Ryuk dice a Light che il quaderno non può garantire morti improbabili, per esempio far morire un tizio sul cesso masticato da uno squalo... ma il finale di Death Note E' improbabile a questi livelli, perché se non puoi controllare uno squalo fino a farlo finire negli scarichi, allora non puoi neppure controllare le pagine di un quaderno affinché vadano da sole ad incenerirsi nell'unica fiamma presente nei dintorni (oltre a mille altre "alterazioni di probabilità" da fare invidia alla Scarlet dei Vendicatori). E su. Se non siete capaci di creare qualcosa di nuovo e logico, chinate il capo e lasciate fare ai giapponesi, che ne sanno a pacchi.


La cosa imbarazzante è che gli americani hanno scelto di distaccarsi dal manga per quel che riguarda la trama ma hanno voluto dare comunque dei contentini ai fan (probabilmente rendendosi conto del fatto che gli stessi, soprattutto gli "estremisti", sono facilmente gabbabili), introducendo per esempio il personaggio del superinvestigatore L, che peraltro ha fatto infuriare gli estremisti di cui sopra già ai tempi del casting in quanto nero, classico esempio di chi si indigna per la pagliuzza senza vedere la trave. L è bellino, per carità, con l'attore più bravo del mucchio dotato di una fisicità perfetta, ma onestamente perché mai l'investigatore più abile del mondo dovrebbe impegnarsi tanto per un ragazzetto che manco sa allacciarsi le scarpe, soprattutto dopo averlo sgamato a metà pellicola? La rivalità tra Light e L, che nel manga è uno scontro di intelletti talmente raffinato da risultare scioccante, qui è fondamentalmente inutile e l'astio di L viene scatenato semplicemente dall'ennesimo, grossolano errore di Light e dalla stronzaggine congenita di Mia, sempre per l'assunto fondamentale che le cheerleader sono talmente autoconsapevoli della loro inutilità da scegliere di mettersi con lo sfigato della scuola (!!) dopo che quest'ultimo racconta loro di parlare con un essere mostruoso che vede solo lui e di poter ammazzare la gente con l'ausilio di un quaderno. Vabbè. E poi la scema era Misa Amane, poverella. Dell'intera baracca, in definitiva, salvo solo il sembiante e la voce di Ryuk. Va bene, il Dio della morte si vede poco, va bene che è fondamentalmente inutile pure lui (ma nel manga è anche più ignavo, quindi...) ma vederlo prendere a coppini verbali quel cretino di Light e soprattutto farlo con la splendida voce di Willem Dafoe è da applauso compulsivo. Per il resto, avrete capito che Death Note è davvero pochissima roba. Anzi, visto il risultato finale forse sarebbe meglio farsi una bella maratona di Final Destination, perlomeno lì ci sono morti fantasiose, gore e una stupidità accettabile e, soprattutto, all american. Non come in questo triste ibrido nippoamericano.


Del regista Adam Wingard ho già parlato QUI. Lakeith Stanfield (L), Willem Dafoe (voce originale di Ryuk) e Shea Whigham (James Turner) li trovate invece ai rispettivi link.

Nat Wolff interpreta Light Turner. Americano, ha partecipato a film come Colpa delle stelle. Anche compositore e produttore, ha 23 anni e quattro film in uscita.


Margaret Qualley, che interpreta Mia Sutton, aveva già partecipato al film The Nice Guys mentre Masi Oka, ovvero l'Hiro di Heroes, compare nel film nei panni del detective Sasaki ma è anche e purtroppo uno dei produttori dell'intera baracca; a proposito di produttori, la Warner Bros. ci aveva visto lungo e aveva abbandonato il progetto, che Wingard ha poi dirottato verso Netflix. Gli altri due che hanno capito quale schifezza sarebbe uscita sono i registi Shane Black e Gus Van Sant, che hanno abbandonato l'impresa. Detto questo, se vi interessasse approfondire il discorso Death Note sappiate che, oltre al manga edito in Italia da Planet Manga, esistono una serie animata giapponese del 2006 (che ha generato film TV quali Death Note Relight - Visions of a God e Death Note Relight 2 - L's Successors) e una serie di live action che comprendono il film Death Note (2006), Death Note: The Last Name (2006), L: Change the World (2008) e Death Note: Light Up the New World (2016) seguiti da una miniserie televisiva del 2016 intitolata Death Note: New Generation. Potete quindi guardare tutta questa roba, oppure l'intera saga di Final Destination. ENJOY!

domenica 23 aprile 2017

The Guest (2014)

Prima di partire ho fatto in tempo a veder passare in TV quel The Guest di cui avevano parlato già tutti un paio di anni fa, diretto nel 2014 dall'amico Adam Wingard.


Trama: un soldato di nome David si presenta alla famiglia Peterson dicendo di essere amico del primogenito Caleb, morto in guerra. I Peterson lo accolgono come un membro della famiglia ma David non è cortese e carino come sembra...



Aaaah, Dan Stevens!!! Quanta inglesità, quanto aMMore, quanta bellezza, che gran figopaur... ehm... no, scusate, mi è andata in cortocircuito la capoccia ma dovete capire che tra docce, momenti "Aidontuontiutubiioursleivpappapparappappà" che fanno molto Coca Cola anni '90 e millemila inquadrature dell'occhio azzurro del buon vecchio David Haller DICIAMO che mi sono ricordata di essere donna e di avere qualcosa chiamato "ormone impazzito" in grado di farmi sragionare. Ma torniamo a The Guest che, a parte la momentanea fangirlitudine per Dan Stevens (sul quale tornerò ma, a proposito di inglesi fighi, ciao Joseph non mi sono scordata di te, attendo con trepidazione giugno) è un film molto ma molto simpatico e ben fatto. D'altronde, dall'adorabile puccio Wingard me lo aspettavo visto che, tolta quella vaccata di Blair Witch, il suo stile e le sue scelte cinematografiche mi hanno sempre garbato molto, soprattutto quando riprende dei cliché da determinati generi, li frulla, li rimastica e li sputa creando un collage nostalgico e molto apprezzato. In questo caso c'è un po' di thriller anni '80, un po' (tanto) Carpenter, persino un po' di tamarrata alla Van Damme e il cocktail che viene così assemblato e offerto allo spettatore è una di quelle robe leggere che vanno giù che è un piacere, capace di appagare sia la voglia di passare una serata divertente ad alto tasso di ignoranza sia l'occhio di chi guarda, non solo quello femminile. Certo, bisogna sorvolare sulla sceneggiatura dell'altro amico Simon Barrett, fatta di personaggi scemi come un tacco che non si pongono la minima domanda su David e cominciano a portarselo dietro persino per andare in bagno, a mo' di sostituto del figlio/fratello morto, ma questa è la conditio sine qua non per avere da una parte il quadretto pseudofelice della famiglia borghese americana, dall'altra gli inevitabili momenti thriller derivanti da questa situazione paradossale, soprattutto quando il film imbocca la strada dell'horror sci-fi che alla fine non ti aspetti, senza troppi spiegoni per lasciare a "David" quell'aura di fatale mistero che ti porta a pregare di non incrociare MAI la sua strada.


Oddio, se proprio Dan Stevens volesse incrociare la mia, di strada, che venga, lo aspetto, ma detto questo (Bolla ripigliati!) buona parte della riuscita del film è da imputare proprio all'attore inglese. Il quale, lo ammetto, mi è piaciuto molto di più in Legion ma qui ha quella perfetta ambiguità da Giano bifronte, che ti conquista col sorrisino, il consiglio fraterno, l'addominale scolp... la gentilezza, la faccetta da bravo ragazzo e poi ti fredda con lo sguardo di ghiaccio dello psicopatico capace di uccidere gente a caso senza stare troppo a pensarci su, profondendosi in freddissimi ma spettacolari corpo a corpo e sparatorie che John Wick, scansati un attimo, vecchiodimmerda. I momenti più riusciti, sul versante attoriale, sono in effetti quelli in cui il ragazzo duetta con la particolare Maika Monroe (colpevole di quella colonna sonora un po' così, che ha devastato i maroni del Bolluomo e che però, a ripensarci, non sta nemmeno male all'interno del film e soprattutto ricorda tanto Carpenter, It Follows e Refn), in un gioco di sguardi e atteggiamenti talmente carichi di sottintesi erotici che a registi e sceneggiatori meno "onesti" sarebbe scappato di mano portando all'inevitabile e banalissima scopata mentre qui si mantiene, aggiungo con molta coerenza, a "semplice" livello di tensione. Meno bene gli altri attori, anche se qualche faccia simpatica spunta qui e là (Ciao, Ethan Embry!), ma benissimo per quel che riguarda regia, fotografia e scenografie, con quei meravigliosi colori isterici nell'horror labirinto del finale, tra giochi di specchi e fumo anni '80, che catapultano lo spettatore in quel decennio tanto amato al giorno d'oggi senza fargli venire il tipico mal di testa da strizzata d'occhio. Quindi, riassumiamo: protagonista figo, molto figo, tremendamente figo, tamarreide, thriller, orrore, gente che muore male, colonna sonora straniante e colori fluo. Siete ancora qui a leggere? Ma che diamine, andate subito a guardare The Guest!

#Ciaone
Del regista Adam Wingard ho già parlato QUI. Dan Stevens ("David"), Maika Monroe (Anna Peterson) e Ethan Embry (Higgins) li trovate invece ai rispettivi link.

Lance Reddick interpreta il Maggiore Carver. Americano, ha partecipato a film come Godzilla, Attacco al potere, John Wick, John Wick - Capitolo 2 e a serie quali La tata, CSI: Miami, Numb3rs, Lost e American Horror Story. Anche produttore, ha 55 anni e sei film in uscita.


Chase Williamson interpreta John Hardesty. Americano, ha partecipato a film come John Dies at the End, Beyond the Door SiREN. Anche produttore, ha 29 anni e sette film in uscita.


Il film è stato pesantemente tagliato e ridotto di durata dopo i primi, insoddisfacenti test screening: sono stati eliminati tutti gli spiegoni relativi a cosa sia davvero David, cosa gli sia successo, perché agisca in questo modo e in cosa consista il programma militare in cui è stato coinvolto. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate il primo Halloween, Drive e magari qualche bel thriller anni '80 come Il patrigno. ENJOY!

venerdì 30 settembre 2016

Blair Witch (2016)

Ma che, si fa così? Uno aspetta con trepidazione Blair Witch e il ritorno alla regia di Adam Wingard e poi... vabbé, continuate a leggere il post.


Trama: dopo la scomparsa della sorella Heather nei boschi di Burkittsville, avvenuta anni prima, e il recente ritrovamento di un filmato che la vedrebbe protagonista, il giovane James prende con sé un gruppo di amici e si dirige negli stessi luoghi dove, si dice, dimori la Strega di Blair...



Forse sto invecchiando. Ma sì, sto invecchiando, lo ammetto. Non è possibile arrivare alla fine del primo tempo di un film come Blair Witch con la voglia di cavarsi gli occhi e vomitare le viscere, dai. D'altra parte, se non stessi invecchiando come credo, potrebbe voler dire che l'ultimo film di Wingard è una sòla pazzesca, per di più non nobilitata neppure da una regia degna di questo nome, e mi spiace perché a tanti amici adorati è piaciuto e Wingard, con quella faccetta da orsottino barbettoso, è talmente puccio da non meritare insulti. Però, se fossi ancora GGiovane nel cuore, perché The Blair Witch Project mi era piaciuto così tanto all'epoca (anzi, ancora oggi) e invece Blair Witch no? Forse perché il found footage ibridato al mockumentary ha ormai rotto il pazzo? Può darsi benissimo, eh. Anzi, diciamo proprio che ha rotto il pazzo e basta. Ok, torniamo seri un attimo. Cosa c'è di bello in Blair Witch? L'effetto nostalgia, quello sì. Il brivido di risentire dopo tredici anni nomi come Burkittsville, Elly Kedward e Heather Donahue, di rivedere quel terrificante finale messo a mo' di prologo predispone l'animo ad inenarrabili terrori reminescenti della tarda adolescenza, quei simboletti fatti con rametti e corde gelano ancora oggi il sangue, per non parlare delle maledette manine di poveri infanti messi al muro per non vedere. Ed effettivamente, signori, io metà film non l'ho vista. O, meglio, l'ho vista a metà, con gli occhi opportunamente riparati dalle MIE di mani, onde proteggere il cuore dalle miriadi di salti sulla sedia fatti ogni volta che la videocamera partiva a riprendere il bosco di notte, tra urla belluine, movimenti sospetti, illusioni ottiche e chi più ne ha più ne metta, con l'ulteriore aggiunta di claustrofobici tunnel dove la gente si incastra per la gioia di chi, come me, ha ereditato il terrore paterno degli spazi chiusi. Insomma, Blair Witch FA paura, va bene. Però me n'imbelino, così sono buoni tutti, perlomeno finché non cominciano a scorrere i titoli di coda. Cerchiamo invece di capire perché il film di Wingard ha smesso di farmi paura nel momento esatto in cui ho messo piede fuori dal cinema.


Non ricordo dove l'ho letta ma la differenza, almeno per me, è interamente racchiusa in questa frase: "The Blair Witch Project era un film su persone che si PERDONO nel bosco, Blair Witch è un film su persone che vengono CACCIATE all'interno del bosco". In soldoni, io so già, in questo caso, dove andrà a parare la strega e cosa farà, così come so più o meno anche come e dove si concluderà il film: di fatto, il mio spaventarmi è automatico, perché ormai conosco il meccanismo della saga, il quale dal 1999 ad oggi non è mai cambiato. Heather, Josh e compagnia si perdevano nel bosco, c'era la tremenda angoscia di non poterne uscire, di non riuscire a comunicare con l'esterno, tutta la costruzione della tensione che probabilmente mi avrebbe uccisa anche se la strega non si fosse palesata; insomma, la strega era un di più, forse frutto di illusione, forse vera, non era questo l'importante. In Blair Witch invece lo sceneggiatore Simon Barrett si è addirittura inventato il barbatrucco "per attirare persone nel bosco", ché la strega di Blair necessita di vittime sacrificali. Insomma, alla strega fornisci delle motivazioni, un intelligenza malvagia, uno schema che non la rende più entità astratta ma semplice, banalissimo boogeyman. Per non sbagliarsi, e per non confondere il pubblico, Wingard a un certo punto piazza nella radura non già dei pupazzetti fatti di rami ma dei giganti fatti di tronchi, come a dire "Yuhuuu!! Ci sono!! Guardate che la strega c'è, non è una ilusion en vuestro piensamento!", mentre la già citata sceneggiatura inserisce qui e là elementi horror completamente inutili ai fini della trama (la ferita al piede della ragazza di colore, del tutto fine a sé stessa, resa ulteriormente ridicola dal fatto che una tipa zoppa e febbricitante per mezzo film si trasformi alla fine in provetta scalatrice di alberi) e buoni soltanto a trasformare la terrificante casa del primo film in un vomitoso luna park dove la logica va a farsi un po' benedire. E va bene, la storia del loop temporale ha il suo fascino ed è anche carina, tuttavia è ancora troppo cervellotica per una storia ancestrale come quella della strega di Blair. Wingard, Barrett, siamo gente semplice, l'orrore deve entrarci sottopelle con la forza di un ago arrugginito, senza tanti fili da ricamo attaccati. Se volevate la cosa fine, potevate ignorare lo stile dell'originale e utilizzare delle riprese classiche, perlomeno non sarei uscita dal cinema con la voglia di vomitare l'anima e quella di prendervi amorevolmente a coppini.


Del regista Adam Wingard ho già parlato QUI.

Callie Hernandez interpreta Lisa. Americana, ha partecipato a film come Machete Kills, Sin City - Una donna per cui uccidere e a serie come Dal tramonto all'alba. Ha tre film in uscita, tra i quali La La Land e Alien: Covenant.


James Allen McCune, che interpreta perlappuntamente James, era il fidanzatino di Beth nella seconda stagione di The Walking Dead, alla fine della quale è stato poco cerimoniosamente sbranato dagli zombie. Blair Witch segue The Blair Witch Project e, vivaddio, ignora Il libro segreto delle streghe: Blair Witch 2, il sequel che c'è ma non esiste; se vi fosse piaciuto recuperate quindi il capostipite e aggiungete la saga di REC, Altered - Paura dallo spazio profondo e The Witch. ENJOY!

domenica 29 settembre 2013

You're Next (2011)

Anche se la recensione è slittata a causa della divinità di The World's End, martedì sono andata a vedere l'horror sulla bocca di tutti: You're Next, diretto nel 2011 dal regista Adam Wingard.


Trama: i membri di una famiglia si riuniscono per festeggiare l'anniversario di matrimonio dei genitori ma non sanno che, nei pressi della villa, si aggirano degli psicopatici mascherati che trasformeranno la festa in una mattanza...


Col tempo ho sviluppato una passione per i cialtroni (cosa che si evince anche dalle mie scelte in fatto di uomini, tra l'altro) o, per meglio dire, per quei registi che fanno un horror peso ma anche dannatamente divertente. Il mio amore per Eli Roth ormai è risaputo, Nicholas Lopéz mi ha conquistata col suo stupidissimo Aftershock e adesso spunta anche questo Adam Wingard che, assieme al collega sceneggiatore Simon Barret, aveva attirato la mia attenzione già con l'esilarante e beffardo Q is for Quack in The ABCs of Death. You're Next è un valido rappresentante di cotanta cialtroneria che, beninteso, non coincide con una manifesta incapacità o sciatteria registica, au contraire: più Severance che The Strangers, più Hatchet che La notte del giudizio, il film di Wingard non aggiunge assolutamente nulla di nuovo al genere horror e non vuole sicuramente fare critica sociale su nulla ma è reso vivace da personaggi grotteschi e stupidi (i dialoghi dei coinvolti fanno cadere le braccia e ridere per ore!), da un paio di twist inaspettati, da una colonna sonora che, da metà pellicola in poi, assomiglia tantissimo a quella dei film fulciani e da parecchie belle sequenze ed inquadrature che dimostrano come il regista ci sappia decisamente fare dietro la macchina da presa anche se, la prossima volta che deciderà di usare i flash di una macchina fotografica come effetto speciale, andrò personalmente a tagliargli le manine.


Ovviamente, a tutti i pregi di cui sopra, si aggiunge anche una buona dose di gore. You're Next afferma fin dall'inizio la sua natura di thriller/horror dove abbondano sangue e morti violente e riesce a sviare gli spettatori per parecchio tempo spacciandosi per banale slasher a base di tette e mortiammazzati; col prosieguo della storia la pellicola si evolve in modo inaspettato ma le scene d'impatto e gli effetti splatter (tra l'altro abbastanza realistici) non diminuiscono e acquistano anzi una valenza ancora maggiore. Gli omicidi più efferati vengono infatti compiuti da un personaggio... peculiare. Che, per la cronaca, ha popolato i miei incubi martedì notte, tanto che al mattino mi sono risvegliata letteralmente distrutta per il gran correre/uccidere/nascondersi onirico. E considerato quanti film simili vedo all'anno, impressionarmi in questo modo non è sicuramente cosa facile. Dunque, nonostante sicuramente You're Next non abbia le carte in regola per diventare l'horror che cambierà la vita degli appassionati, ho di che dichiararmi ampiamente soddisfatta del lavoro del mio nuovo amichetto Adam Wingard e sorridere davanti all'ennesima, bella sorpresa di quest'anno stranamente ricco di gioiellini sanguinolenti.


Di Ti West, che interpreta Tariq, ho già parlato qui.

Adam Wingard è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come A Horrible Way to Die, V/H/S, The ABCs of Death e V/H/S 2. Anche attore, sceneggiatore, produttore e compositore, ha 30 anni e un film in uscita.


Sharni Vinson interpreta Erin. Australiana, ha partecipato a film come Shark 3D, alla soap Home & Away e alle serie CSI: NY e Cold Case. Ha 30 anni.


AJ Bowen (vero nome Alfred C. Bowen Jr.) interpreta Crispian. Americano, ha partecipato a film come Creepshow III, Signal, The House of the Devil, Hatchet II e A Horrible Way to Die. Anche produttore, ha 36 anni e un film in uscita. 


Joe Swanberg interpreta Drake. Americano, ha partecipato a film come Cabin Fever 2: Spring Fever, A Horrible Way to Die e V/H/S. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 32 anni e tre film in uscita.


Sotto la maschera della tigre troviamo lo sceneggiatore Simon Barrett, mentre mamma Aubrey è interpretata da Barbara Crampton, veterana di horror/thriller anni '80 come Omicidio a luci rosse, Re-Animator o Terrore dall'ignoto. Se, infine, You're Next vi fosse piaciuto, recuperate La notte del giudizio, The Strangers e Funny Games. ENJOY!

domenica 14 aprile 2013

The ABCs of Death (2012)

Dopo averne parlato qui è normale che mi venisse voglia di vedere The ABCs of Death, film horror corale del 2012, diretto da 26 registi ai quali è stata assegnata una lettera dell'alfabeto per uno e un tema comune, ovvero parlare della morte a partire da quella lettera. Volete vedere cosa ne è uscito fuori? Ecco a voi le 26 mini-recensioni (trovate i miei corti preferiti in rosso!) e un breve commento finale sull'opera nel suo insieme. Seguono ovvi SPOILER.


A is for Apocalypse di Nacho Vigalondo (Spagnolo, classe 1971, regista di Extraterrestre)
Appetitoso. Il primo segmento introduce il “gioco” che caratterizzerà poi l’intero film, ovvero quello di fornire la chiave per l’interpretazione dei cortometraggi mettendo il loro titolo alla fine. La lettera A è un corto simpatico e particolare, leggermente penalizzato dalla pochezza degli effetti speciali e dall’approccio grottesco dei due attori.

B is for Bigfoot di Adrián García Bogliano (Spagnolo, classe 1980, regista di Habitaciones para turistas, Grité una noche, Sudor Frío e Penumbra).
Bellino! L’idea di costruire una storia horror basata sui bambini che non vogliono dormire è sempre vincente, così come quella di minacciarli con un fantomatico Uomo Nero (in questo caso lo Yeti e non il Bigfoot in effetti…). Rapido ed inquietante il twist finale, che rende il corto meno banale di quanto sembrasse di prim’acchito.

C is for Cycle di Ernesto Díaz Espinoza (Cileno, classe 1978, regista di Mirageman e Mandrill).
Curioso. Il corto sembrerebbe un omaggio agli episodi più inquietanti di Ai confini della realtà e mette i brividi nonostante la sua “semplicità”. Sicuramente è tra le lettere che mi sono piaciute di più.


D is for Dogfight di Marcel Sarmiento (Americano, co-regista di Dead Girl).
Doloroso e paradossalmente dolce. Particolare per il metodo di regia scelto, che mostra la vicenda attraverso la percezione rallentata ed intontita di un pugile suonatissimo, e anche per il modo di raccontare, attraverso le figure di una bimbetta e un cane, come i valori più puri (innocenza, amicizia e amore) possano venire pervertiti in un secondo da persone abiette e prive di scrupoli. Nei titoli di coda, comunque, si specifica che nessun animale è stato realmente maltrattato mentre per il bimbo non si può garantire. E andiamooo!!

E is for Exterminate di Angela Bettis (Americana, classe 1973, ha recitato in film come May, Carrie, The Woman e nell’episodio Sick Girl dei Masters of Horror).
EEEEEEEEEEKKKK!!! Angela, io ti adoro (alla fine dei titoli di coda ringrazi persino Lansdale!) ma sei una zoccola, l’ho detto. Episodio che ho visto solo per metà e che ha rischiato di farmi morire di schifo, tratto dal racconto breve The Spider and the Man di tale Brent Hanley, chiaro omaggio al già citato Sick Girl e debitore della più tremenda delle urban legend. Se, come me, aborrite ragni e insetti, saltate alla lettera successiva che è meglio (oddio, non lo so se è meglio…).

F is for Fart di Noboru Iguchi (Giapponese, classe 1969, regista di chicche come Machine Girl, Robogeisha, Zombie Ass e Dead Sushi).
Folle!! Totalmente folle. Dopo Zombie Ass ci mancava effettivamente la morte per scoreggia d’aMMore, che sia di Dio o dell’insegnante preferita. Effetti speciali ovviamente ridicoli, interpretazioni da avanspettacolo giapponese e risate a profusione garantiscono un livello trash quasi poetico.


G is for Gravity di Andrew Traucki (Australiano, regista di Black Water e The Reef).
Gran delusione. Interamente girato con videocamerina digitale portatile è poco chiaro e causa un principio di nausea allo spettatore. Probabilmente l’episodio peggiore del film. 

H is for Hydro-Electric Diffusion di Thomas Cappelen Malling (Norvegese, classe 1970, regista di Norwegian Ninja).
Ha visto i draghi questo!! Spacchiusissimo mix di computer graphic ed esseri umani travestiti da animali antropomorfi, ha un sapore retrò che ricorda tantissimo Iron Sky e una cattiveria che potrebbe andare a braccetto con i folli Ren & Stimpy. Sicuramente uno degli episodi più particolari ma anche meno “horror”.

I is for Ingrown di Jorge Michel Grau (Messicano, regista di We Are what We are).
Insostenibile. L’episodio più impegnato dell’intera pellicola e il più devastante, testimonia la “banalità” di un brutale ed immotivato omicidio ai danni di una donna, i cui ultimi, dolorosissimi istanti vengono impietosamente ripresi in ogni minimo dettaglio. Accompagnato da un terribile e triste messaggio durante i titoli di coda: Negli ultimi 10 anni, in Messico sono state uccise 2015 donne. 200 donne al mese. L’orrore NON è sullo schermo.


J is for Jidai-Geki di Yudai Yamaguchi (Giapponese, regista di Meatball Machine).
Japponotto. Durante un rituale di seppuku, il kaishakunin (ovvero la persona deputata a decapitare l'oggetto del rito) riesce a scorgere il lato più grottesco, terribile ed esilarante della morte. Un altro esempio di quanto l'orrore giapponese sia assai diverso dal nostro, simpatico soprattutto per il teatralissimo finale.

K  is for Klutz di Anders Morgenthaler (Danese, classe 1972, cartoonist conosciuto per le strip Wulffmorgenthaler e Dolph l’ippopotamo fascista).
Kazzatina divertente. Klutz, se non ho capito male, starebbe per stupido, goffo, ed effettivamente la protagonista del cartone animato tanto furba non è. E nemmeno il suo modo di morire è molto dignitoso. L'animazione del corto è gradevolissima e le risate non mancano.

L is for Libido di Timo Tjahjanto (Indonesiano, regista di uno degli episodi di V/H/S 2).
Laido. Un gioco al massacro dove i concorrenti sono costretti, letteralmente, ad ammazzarsi di pippe. Pur non condannando il porno, non tollero quando viene unito a cose terribili come la pedofilia o le menomazioni: alla vista del laido vecchiaccio che si eccita di fronte al povero bambino violentato (fortunatamente fuori dall'inquadratura) mi sono immedesimata così tanto nello schifo provato dal protagonista che quando ha vomitato sono dovuta correre in bagno preda dei conati. Timo Tjahjanto, col cuore, mavaffanculo vah. Ti meriteresti di subire il finale e la punizione dell'invasata con la motosega.


M is for Miscarriage di Ti West.
Maledetto. Altra cosa che non sopporto è vedere affrontato con leggerezza un tema come l'aborto. In perfetto stile West assistiamo ad un normale evento quotidiano che poi avrà risvolti imprevedibili e tristi. A prescindere dall'argomento trattato, il corto è comunque assai deludente.

N is for Nuptials di Banjong Pisanthanakun (Thailandese, regista di Shutter)
Nescio (Scemo, in ligure). Una bagatella condita da uno spruzzo di humor nero, messa lì giusto per alleggerire la pesantezza della Libido. Più un siparietto comico che un pezzo di antologia horror.

O is for Orgasm di Hélène Cattet e Bruno Forzani (Francesi, registi di Amer)
Originale. Regia ineccepibile e le immagini più belle dell'intero film. Forse un po' troppo autoriale per un film simile, ma l'idea della donna che emette bolle di sapone dalle labbra durante l'orgasmo è poetica da norire.


P is for Pressure di Simon Rumley (Inglese, classe 1970, regista di Little Deaths e The Living and the Dead).
Penoso. Nel senso che il senso di pena nel twist finale mi ha quasi ammazzata, facendomi piangere e portandomi ad invocare una bella punizione divina su Rumley, maledetto porco. E pensare che fino a quel momento Pressure era stato l'unico corto, assieme a quello di Grau, a dare una dimensione reale e dolorosa all'orrore quotidiano.

Q is for Quack di Adam Wingard (Americano, classe 1982, regista di A Horrible Way to Die, V/H/S e V/H/S 2).
Quest'uomo è un pazzo. Altro esempio di nerissimo umorismo, il corto si candida nella rosa dei migliori anche per la sua forte componente metacinematografica. Nei titoli di coda si scopre che il segmento è dedicato al protagonista, Mr. Quackers il papero, al quale si augura di trovare nella morte la pace che non ha avuto in vita.

R is for Removed di Srdjan Spasojevic (Serbo, classe 1976, regista di A Serbian Film).
Raccapricciante. Il segmento più disturbante e incomprensibile del film, probabile metafora della rovina del cinema in generale e dell'horror in particolare, ma potrei sbagliarmi. Il regista non si risparmia prolungati primi piani di bisturi che scavano pelle martoriata e disgustosi dettagli ospedalieri, ma richiama alla mente anche gli albori del cinema e i fratelli Lumière. Tutto sommato, molto interessante.


S is for Speed di Jake West (Inglese, classe 1972, regista di Evil Aliens e Doghouse)
Stilosissimo. Il corto offre una fotografia vividissima, due protagoniste che parrebbero uscite da un film di Rodriguez e dialoghi al fulmicotone. Sicuramente un po' banale, ma come metafora della battaglia condotta quotidianamente da un drogato all'ultimo stadio è parecchio azzeccata.

T is for Toilet di Lee Hardcastle (Inglese probabilmente, creatore, come dice il suo sito ufficiale, di corti in claymation non adatti ai bambini)
Tosto. Anche se girato con la tecnica della claymation, Toilet è una macellata che il 90% dei registi coinvolti nel progetto non riuscirebbero a concepire nemmeno nei loro sogni più perversi. Sicuramente mi ha messo parecchia paura e il finale è a dir poco geniale.

U is for Unearthed di Ben Wheatley (Inglese, classe 1972, regista di Kill List)
Un altro dei miei preferiti. Il corto è innovativo nel suo raccontare la vicenda dal punto di vista soggettivo del mostro (probabilmente un vampiro), consentendo così allo spettatore di immedesimarsi sia nella creatura braccata sia nei paesanotti che gli danno la caccia, scambiando continuamente i ruoli di preda e predatore.


V is for Vagitus di Kaare Andrews (Canadese, regista di Altitude e dell'imminente Cabin Fever: Patient Zero)
Very Good! Intanto, pur nella sua natura di corto non manca di effetti speciali e stunts che farebbero invidia a produzioni fantascientifiche ben più grandi e pretenziose. Inoltre, nella sua natura distopica è parecchio inquietante ed è l'unico di tutti i segmenti che meriterebbe di diventare un lungometraggio.

W is for WTF? di John Schnepp (Americano, co-creatore della serie animata Metalocalypse)
WTF, indeed!! E' la prima cosa che mi è venuta da dire alla fine di questo delirantissimo corto che mescola animazione, metacinema, fantasie nerd, effetti speciali da scuole medie, clown zombie, trichechi che devastano città, guerriere procaci e chi più ne ha più ne metta. Geniale, e lo dice una che normalmente DETESTA gli horror indipendenti fatti con due lire e pieni di assurdità gratuite. 

X is for XXL di Xavier Gens 
Xavierata. Decisamente per stomaci forti e splatterosissimo ma sicuramente un modo interessante di criticare il sistema che vorrebbe noi donne tutte perfette, bellissime e magrissime. Certo, piuttosto che arrivare agli estremi della protagonista del corto, sarebbe meglio non mangiare quella roba innominabile che tiene in frigo, ma tant'è.


Y is for Youngbuck di Jason Eisener (Canadese, regista di Hobo with a Shotgun)
Yuck. C'è una scena in questo corto che mi ha rivoltato lo stomaco, ma il montaggio, la fotografia e la colonna sonora sono splendidi. Inquietantissimo anche il laido protagonista.

Z is for Zetsumetsu di Yoshihiro Nishimura.
Zio cantante!, come direbbero gli Elii. The ABCs of Dead si conclude "in bellezza" con un delirio giapponese che cita a piene mani Il Dottor Stranamore e Arancia Meccanica di Kubrick, una spietata, per quanto semi-incomprensibile, critica al Giappone di oggi e alla pesante influenza americana nel mondo. Non esistono parole per descriverlo, bisognerebbe guardarlo e rimanere annichiliti davanti allo schermo.


In conclusione, due parole sul progetto in generale. L'idea di base è assai interessante ma, francamente, 26 corti sparati senza soluzione di continuità sono davvero troppi e anche un'amante dell'horror come la sottoscritta sente il bisogno di prendere un po' d'aria dopo qualche tempo (ho fatto una pausa a metà, ero davvero stordita). La qualità e il tenore dei corti, inoltre, sono troppo altalenanti e si passa dal lavoro dilettantesco al capolavoro, dalla pesantezza alla cazzatina, con un paio di opere che avrei fatto a meno di inserire in quella che, comunque, dovrebbe essere un'antologia horror. Sicuramente, The ABCs of Dead è un film imprescindibile per gli appassionati, tuttavia una maggiore uniformità e l'inserimento di meno segmenti, magari un po' più lunghi, lo avrebbe reso sicuramente migliore. Insomma, gli do la sufficienza ma "si poteva fare di più". Se il film vi fosse piaciuto vi consiglierei di cercare gli altri titoli diretti dai registi coinvolti (cosa che farò io) oppure guardare per intero Grindhouse con tutti i suoi geniali fake trailer e Creepshow. ENJOY!





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