Ho un rapporto di amore e odio con lo scrittore Nick Hornby. L’unico suo libro che ho letto, Non buttiamoci giù, è qualcosa che vorrei dimenticare, da tanto l’ho trovato brutto ed insipido. Per contro ho adorato questo Alta fedeltà (High Fidelity), diretto nel 2000 da Stephen Frears e tratto dall’omonimo romanzo dell’autore inglese.
Trama: dopo essere stato mollato dalla fidanzata Laura, Bob stila la Top 5 delle storie sentimentali che gli hanno spezzato il cuore e cerca di capire cosa non va nella sua vita costellata di fallimenti…
Non intendendomi affatto di musica, mi rendo conto che non sono in grado di apprezzare appieno un film come Alta Fedeltà, che cita a piene mani e vive su album, autori più o meno storici, band conosciute che hanno segnato generazioni. Mi rendo anche conto che, non avendo mai letto il libro, probabilmente avrò capito meno della metà di quello che Hornby voleva comunicare. Però, è anche vero che, se tanto mi da tanto, al mondo ce ne saranno parecchie di persone come me e, considerato che Alta Fedeltà mi è piaciuto tantissimo, uno dei vantaggi del film è quello di essere comunque “universalmente” godibile. Il merito, sicuramente, è da ricercarsi nella trama (particolare ma “semplice”, molto umana), negli attori (semplicemente eccelsi, soprattutto John Cusak, perfetto nel ruolo, e Jack Black, qui in una delle sue prime apparizioni ma già in grado di rubare la scena a tutti gli altri protagonisti e dotato di un’abilità canora sorprendente) e nella colonna sonora, importantissima per la trama stessa di Alta Fedeltà, che conta canzoni come I Want Candy, Walking on Sunshine, Crocodile Rock, Baby I love Your Way, We Are the Champions, e artisti come Elton John, Bruce Springsteen, Lou Reed, Aretha Franklin, i Queen, Elvis Costello, Bob Dylan, Stevie Wonder e Burt Bacharach.
Alta Fedeltà è la storia di un uomo “qualunque”, forse più intelligente di altri, sicuramente più egocentrico e psicolabile. La cosa bella del film è che il punto di vista della vicenda, per come ci viene mostrata, è quello assolutamente parziale di Bob, che ammicca costantemente allo spettatore rivolgendosi direttamente all’audience, come se il filtro dello schermo non esistesse. Detto questo, è ovvio che fin dall’inizio parteggiamo per lui: Bob è simpatico ma sfigato, è stato mollato per ben cinque volte da delle donne che, chi più chi meno, lo hanno trattato come un deficiente, tradito, preso in giro… e poi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, Laura, che lo ha abbandonato quasi per capriccio dopo una storia durata anni. Se consideriamo che, in aggiunta, il povero Bob lavora in un negozio di dischi assieme a un pazzo fanatico di musica e ad uno sfigatello che ha paura persino della propria ombra, non possiamo fare altro che esser solidali. Purtroppo per il protagonista, però, il punto di vista soggettivo a poco a poco viene insidiato dalle testimonianze di amici, parenti ed ex fidanzate che ci mostrano una realtà ben diversa, costringendo anche Bob, spesso e volentieri, a fare dietrofront e a scusarsi quasi con il pubblico che fino a quel momento era stato ingannato dalla sua autocommiserazione. Ma, del resto, non siamo un po’ tutti come Bob? Non ci fissiamo su quello che non possiamo avere, magari tralasciando stupidamente quel che abbiamo e mitizzando un passato che forse non è proprio come lo ricordiamo? Meditate, gente, meditate… e magari stilate anche voi una Top 5 di quello che vi piace o non vi piace, non sia mai che serva come valvola di sfogo!
Di John Cusack, che interpreta Rob, ho già parlato qui, mentre la sorella Joan, qui nei panni della sorella di Rob, Liz, la trovate qua. Immancabile anche la presenza di Jack Black, che interpreta il folle Barry e che è già stato nominato qua. Comparsata anche per l’eclettico Tim Robbins, ovvero Ian, che già trovate in questo post. Last but not Least, Lili Taylor, già nominata qui, che in Alta Fedeltà interpreta una delle ex di Rob, Sarah.
Stephen Frears è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto uno dei miei film preferiti in assoluto, il sontuoso Le relazioni pericolose, oltre a Mary Reilly. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 70 anni e un film in uscita.
Catherine Zeta – Jones interpreta una delle ex di Rob, Charlie. Da anni moglie di Michael Douglas e vincitrice di un Oscar come miglior attrice non protagonista (per il musical Chicago), la ricordo per film come La maschera di Zorro, Entrapment, Haunting – Presenze, Traffic, Chicago (con cui ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista) e Ocean’s Twelve. Gallese, ha 42 anni e due film in uscita.
Lisa Bonet (vero nome Lisa Michelle Boney) interpreta la cantante Marie De Salle. L’attrice americana deve sicuramente la sua popolarità al telefilm I Robinson, dove interpretava Denise, e la sua carriera si è espansa poi anche in campo cinematografico, dove ha recitato per film come Angel Heart – Ascensore per l’inferno e Nemico pubblico. Anche regista, ha 44 anni.
Todd Louiso interpreta il timido Dick. Americano, lo ricordo per film come Scent of a Woman – Profumo di donna, Apollo 13, The Rock, Jerry Maguire e Snakes on a Plane; inoltre, ha partecipato alle serie Weeds, Dr. House e Medium. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 41 anni.
Impossibile non citare tra le guest star il cantautore Bruce Springsteen, guru dei sogni di Rob (anche se nelle intenzioni di John Cusak avrebbe dovuto esserci Bob Dylan al posto suo). Se il film vi è piaciuto, comunque, io vi consiglio spassionatamente di guardare anche I Love Radio Rock e ovviamente di cercare la colonna sonora da ascoltare quando volete. Intanto vi lascio al trailer originale di Alta fedeltà... ENJOY!!!
lunedì 13 giugno 2011
giovedì 9 giugno 2011
Frozen (2010)
Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaahmioddioaaaahhhh!!!! La recensione sul film Frozen, diretto nel 2010 dal regista Adam Green, potrebbe concludersi qui, perché è ciò che ho urlato per tutta la sua durata, quindi dovrà pur dir qualcosa, no?
Trama: un trio di amici rimane bloccato su una seggiovia di domenica. Peccato che l’impianto riaprirà il venerdì seguente. Che Giuliacci abbia previsto brutto tempo. Che i lupi non siano in letargo. Che i tre siano al 50% idioti e al 50% sfigati, poverini.
Questo, ridotto all’essenziale, è ciò che vedrete in Frozen. Tre tizi bloccati su una seggiovia. Come mi ha fatto notare un ottimo amico “Ma che menata. E’ come Buried. Sempre gli stessi personaggi, sempre nello stesso posto, e cosa potranno mai fare?” Beh beh beh. Innanzitutto io Buried non l’ho visto quindi non posso replicare in modo ottimale, però non è che in questo Frozen non succeda proprio nulla. Guardarlo è come vedere un Alive, o qualsiasi altro thriller che sfocia nel survival horror (che, detto tra noi, sono quelli che mi mettono più ansia): non è questione di avere un rompipalle armato d’ascia che cerca di sfondarti la capoccia o, peggio, affrontare una maledizione o degli zombie. Inconsciamente, sappiamo benissimo che ciò non ci potrà mai accadere (spero). Ma schiantarsi contro una montagna, sopravvivere, essere costretti a cibarsi di carne umana per non morire di fame o, nella fattispecie, rimanere bloccati in mezzo a una bufera su un impianto fermo… beh, qui sta a regista, sceneggiatori e attori farci immedesimare per bene e convincerci che potrebbe succedere anche a noi, tanto da farci domandare come reagiremmo. E, ovviamente, inventare imprevisti plausibili che possano evitare allo spettatore lo sbadiglio compulsivo.
In Frozen, ahimé, ci riescono, e anche bene. E’ vero, l’idea dei lupi è una troiata fine a sé stessa, lo ammetto. Utile quanto si vuole, spaventosa quanto basta, ma un po’ tirata per i capelli. Ciononostante raggiunge lo scopo, ovvero quello di creare una situazione dalla quale è virtualmente impossibile uscire: sotto i lupi e l’altezza vertiginosa, sopra cavi taglienti, in loco l’assideramento e l’inedia. Non aggiungo altro perché già questo rivela un po’ troppo del film, che trova il suo punto di forza proprio in questi elementi e anche sulla verosimiglianza dei personaggi. Certo, forse i dialoghi sono un po’ innaturali a tratti, ma d’altronde è anche vero che confezionare una pellicola che mostrasse solo gente scioccata e ammutolita per il freddo e il terrore avrebbe fatto addormentare gli spettatori. E poi tutto concorre a renderceli più simpatici, e a dispiacersi per quello che accade loro. Un unico appunto: se avete visto una delle puntate natalizie degli Happy Tree Friends, probabilmente ad un certo punto sarete colti da un attacco di risa isteriche, com’è successo a me. Per il resto, guardatelo, gente.
Adam Green è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto un horror parecchio famoso, che purtroppo non sono ancora riuscita a vedere, lo slasher Hatchet (e il suo seguito). Anche attore e produttore, ha 36 anni e un film in uscita.
Emma Bell interpreta Parker. Americana, la ricordo per serie come Law & Order, Ghost Whisperer, Dollhouse, Supernatural e, soprattutto, The Walking Dead, dove interpretava Amy. Ha 25 anni e due film in uscita, tra cui il quinto episodio di Final Destination.
Shawn Ashmore interpreta Joe Lynch. Cercando di ricordare dove avevo già visto la sua faccetta, mi ha colpita l’ironia del fatto che nei tre film dedicati agli X – Men questo attore ha interpretato nientemeno che un giovanissimo Bobby Drake… alias l’Uomo ghiaccio. Voto 10 alla citazione da brava nerd. Comunque, l’attore ha partecipato anche a serie come Smallville e film come Hatchet II. Americano, anche produttore, ha 28 anni e tre film in uscita.
Kevin Zegers interpreta Dan. Canadese, ha partecipato a film come lo splendido Il seme della follia e L’alba dei morti viventi, a serie come X – Files, Piccoli brividi, Smallville, Dr. House e Gossip Girl e inoltre ha prestato la voce per lo storico Brividi e polvere con Pelleossa. Ha 27 anni e quattro film in uscita.
E ora qualche curiosità. Il personaggio di Parker compare anche in Hatchet II, sempre interpretato da Emma Bell. Se però, cronologicamente parlando, gli eventi narrati in Hatchet avvengono prima o dopo Frozen, non posso ovviamente dirlo, per non rovinare eventuali sorprese. Comunque, se il film vi fosse piaciuto, simili per genere se non per trama sono il già citato Alive – Sopravvissuti, L’urlo dell’odio, Ore 10: Calma piatta e il recente 127 ore. Un po’ più distaccati dalla realtà ma sempre “ansiogeni” sono invece Cube – Il cubo, Cujo e The Hole, oltre a Buried, che però non ho mai visto. Vi lascio ora con il trailer originale del film... ENJOY!!
Trama: un trio di amici rimane bloccato su una seggiovia di domenica. Peccato che l’impianto riaprirà il venerdì seguente. Che Giuliacci abbia previsto brutto tempo. Che i lupi non siano in letargo. Che i tre siano al 50% idioti e al 50% sfigati, poverini.
Questo, ridotto all’essenziale, è ciò che vedrete in Frozen. Tre tizi bloccati su una seggiovia. Come mi ha fatto notare un ottimo amico “Ma che menata. E’ come Buried. Sempre gli stessi personaggi, sempre nello stesso posto, e cosa potranno mai fare?” Beh beh beh. Innanzitutto io Buried non l’ho visto quindi non posso replicare in modo ottimale, però non è che in questo Frozen non succeda proprio nulla. Guardarlo è come vedere un Alive, o qualsiasi altro thriller che sfocia nel survival horror (che, detto tra noi, sono quelli che mi mettono più ansia): non è questione di avere un rompipalle armato d’ascia che cerca di sfondarti la capoccia o, peggio, affrontare una maledizione o degli zombie. Inconsciamente, sappiamo benissimo che ciò non ci potrà mai accadere (spero). Ma schiantarsi contro una montagna, sopravvivere, essere costretti a cibarsi di carne umana per non morire di fame o, nella fattispecie, rimanere bloccati in mezzo a una bufera su un impianto fermo… beh, qui sta a regista, sceneggiatori e attori farci immedesimare per bene e convincerci che potrebbe succedere anche a noi, tanto da farci domandare come reagiremmo. E, ovviamente, inventare imprevisti plausibili che possano evitare allo spettatore lo sbadiglio compulsivo.
In Frozen, ahimé, ci riescono, e anche bene. E’ vero, l’idea dei lupi è una troiata fine a sé stessa, lo ammetto. Utile quanto si vuole, spaventosa quanto basta, ma un po’ tirata per i capelli. Ciononostante raggiunge lo scopo, ovvero quello di creare una situazione dalla quale è virtualmente impossibile uscire: sotto i lupi e l’altezza vertiginosa, sopra cavi taglienti, in loco l’assideramento e l’inedia. Non aggiungo altro perché già questo rivela un po’ troppo del film, che trova il suo punto di forza proprio in questi elementi e anche sulla verosimiglianza dei personaggi. Certo, forse i dialoghi sono un po’ innaturali a tratti, ma d’altronde è anche vero che confezionare una pellicola che mostrasse solo gente scioccata e ammutolita per il freddo e il terrore avrebbe fatto addormentare gli spettatori. E poi tutto concorre a renderceli più simpatici, e a dispiacersi per quello che accade loro. Un unico appunto: se avete visto una delle puntate natalizie degli Happy Tree Friends, probabilmente ad un certo punto sarete colti da un attacco di risa isteriche, com’è successo a me. Per il resto, guardatelo, gente.
Adam Green è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto un horror parecchio famoso, che purtroppo non sono ancora riuscita a vedere, lo slasher Hatchet (e il suo seguito). Anche attore e produttore, ha 36 anni e un film in uscita.
Emma Bell interpreta Parker. Americana, la ricordo per serie come Law & Order, Ghost Whisperer, Dollhouse, Supernatural e, soprattutto, The Walking Dead, dove interpretava Amy. Ha 25 anni e due film in uscita, tra cui il quinto episodio di Final Destination.
Shawn Ashmore interpreta Joe Lynch. Cercando di ricordare dove avevo già visto la sua faccetta, mi ha colpita l’ironia del fatto che nei tre film dedicati agli X – Men questo attore ha interpretato nientemeno che un giovanissimo Bobby Drake… alias l’Uomo ghiaccio. Voto 10 alla citazione da brava nerd. Comunque, l’attore ha partecipato anche a serie come Smallville e film come Hatchet II. Americano, anche produttore, ha 28 anni e tre film in uscita.
Kevin Zegers interpreta Dan. Canadese, ha partecipato a film come lo splendido Il seme della follia e L’alba dei morti viventi, a serie come X – Files, Piccoli brividi, Smallville, Dr. House e Gossip Girl e inoltre ha prestato la voce per lo storico Brividi e polvere con Pelleossa. Ha 27 anni e quattro film in uscita.
E ora qualche curiosità. Il personaggio di Parker compare anche in Hatchet II, sempre interpretato da Emma Bell. Se però, cronologicamente parlando, gli eventi narrati in Hatchet avvengono prima o dopo Frozen, non posso ovviamente dirlo, per non rovinare eventuali sorprese. Comunque, se il film vi fosse piaciuto, simili per genere se non per trama sono il già citato Alive – Sopravvissuti, L’urlo dell’odio, Ore 10: Calma piatta e il recente 127 ore. Un po’ più distaccati dalla realtà ma sempre “ansiogeni” sono invece Cube – Il cubo, Cujo e The Hole, oltre a Buried, che però non ho mai visto. Vi lascio ora con il trailer originale del film... ENJOY!!
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domenica 5 giugno 2011
Dying Breed (2008)
Da noi sarà anche un genere ancora semisconosciuto e poco apprezzato (Wolf Creek e Saw a parte) ma anche gli australiani picchiano duro in quanto a horror o Ozploitation, come riportano i siti specializzati. Per esempio Dying Breed, film diretto nel 2008 dal regista Jody Dwyer, nonostante la banalità della storia non è affatto male.
Trama: quattro ragazzi decidono di fare una spedizione nei boschi della Tasmania per cercare un animale estinto da qualche decennio, la Tigre della Tasmania appunto (da non confondersi con il beneamato Taz). Gira che ti rigira, troveranno qualcos’altro di carnivoro, ovvero i discendenti del galeotto cannibale Alexander Pierce, detto Pieman…
Non ho ancora ben capito perché un film come Dying Breed mi sia piaciuto più di altri e cosa abbia trovato di diverso rispetto ad altre 300 produzioni praticamente identiche. Sarà il paesaggio particolare che fa da sfondo a tutta la vicenda, perché effettivamente la natura australiana ha qualcosa che la rende diversa da tutto il resto del mondo. Sarà che l’inizio è fuorviante e lì per lì pensavo a qualche strano incrocio tra uomini e tigri tasmaniane, cosa che mi avrebbe fatto storcere parecchio il naso e che, per fortuna,non viene contemplata. Sarà la sottile crudeltà di fondo e il fatto che le scene sono parecchio cruente ma anche quasi contenute, suggerite piuttosto (il che è anche peggio!!). Saranno gli attori che, per una volta, sono bravi e capaci di far immedesimare lo spettatore nelle loro terribili vicende, anche se uno dei protagonisti fa venire voglia di trucidarlo appena apre bocca. Sarà l’esaltante mix di accento “aussie” e “oirish” che arricchisce i dialoghi originali. Sarà quel che sarà, Dying Breed mi è piaciuto parecchio.
Non è un horror originale, questo no. Le famiglie di “inbred” (se riuscite a trovare un termine italiano fatemelo sapere, a me piace un sacco questo!) che sviluppano gusto per la carne umana hanno infestato la cinematografia USA praticamente da quando è nato il genere horror, e anche le povere e bistrattate meatpie hanno subito l’indegno trattamento di contenere praticamente qualsiasi porcata (non pretendo abbiate visto La rabbia dei morti viventi, ma sicuramente quasi tutti avrete fatto la conoscenza delle “worst pies in London” di Mrs. Lovett nel film Sweeney Todd), senza contare che anche i boschi abitati da bestiole o esseri pericolosi ormai hanno fatto il loro tempo. Eppure, nonostante questo, Dying Breed riesce a mettere parecchia ansia, a fare accapponare la pelle per il disgusto (provate a vedere quale segreto nasconde il retro del pub o a sopportare un primo piano del cannibale in piena fase “degustativa” e ditemi poi se non vi viene da chiudere gli occhi, anche solo per un secondo…) e anche a sorprendere con un finale maligno fino all’inverosimile: d’altronde, come dice Stephen King, quando ci sono di mezzo bambini malvagi il successo è assicurato. Insomma, lunga vita all’horror australiota!
Di Nathan Phillips, che interpreta Jack, ho già parlato qui.
Jody Dwyer è il regista della pellicola. Inglese, o forse australiano, ha ancora poca esperienza come regista, avendo diretto un paio di film e un episodio di Two Twisted. Età non pervenuta.
Leigh Whannell interpreta lo sfortunato Matt. Creatore e sceneggiatore di una delle serie più famose e (almeno all’inizio) innovative dell’ultimo decennio, ovvero Saw, ha partecipato come attore a film come Matrix Reloaded, Saw – L’enigmista e Saw III – L’enigma senza fine, oltre che alla soap opera Neighbours. Australiano, anche sceneggiatore e produttore, ha 34 anni e un film in uscita.
E ora vi lascio con il trailer del film... ENJOY!!
Trama: quattro ragazzi decidono di fare una spedizione nei boschi della Tasmania per cercare un animale estinto da qualche decennio, la Tigre della Tasmania appunto (da non confondersi con il beneamato Taz). Gira che ti rigira, troveranno qualcos’altro di carnivoro, ovvero i discendenti del galeotto cannibale Alexander Pierce, detto Pieman…
Non ho ancora ben capito perché un film come Dying Breed mi sia piaciuto più di altri e cosa abbia trovato di diverso rispetto ad altre 300 produzioni praticamente identiche. Sarà il paesaggio particolare che fa da sfondo a tutta la vicenda, perché effettivamente la natura australiana ha qualcosa che la rende diversa da tutto il resto del mondo. Sarà che l’inizio è fuorviante e lì per lì pensavo a qualche strano incrocio tra uomini e tigri tasmaniane, cosa che mi avrebbe fatto storcere parecchio il naso e che, per fortuna,non viene contemplata. Sarà la sottile crudeltà di fondo e il fatto che le scene sono parecchio cruente ma anche quasi contenute, suggerite piuttosto (il che è anche peggio!!). Saranno gli attori che, per una volta, sono bravi e capaci di far immedesimare lo spettatore nelle loro terribili vicende, anche se uno dei protagonisti fa venire voglia di trucidarlo appena apre bocca. Sarà l’esaltante mix di accento “aussie” e “oirish” che arricchisce i dialoghi originali. Sarà quel che sarà, Dying Breed mi è piaciuto parecchio.
Non è un horror originale, questo no. Le famiglie di “inbred” (se riuscite a trovare un termine italiano fatemelo sapere, a me piace un sacco questo!) che sviluppano gusto per la carne umana hanno infestato la cinematografia USA praticamente da quando è nato il genere horror, e anche le povere e bistrattate meatpie hanno subito l’indegno trattamento di contenere praticamente qualsiasi porcata (non pretendo abbiate visto La rabbia dei morti viventi, ma sicuramente quasi tutti avrete fatto la conoscenza delle “worst pies in London” di Mrs. Lovett nel film Sweeney Todd), senza contare che anche i boschi abitati da bestiole o esseri pericolosi ormai hanno fatto il loro tempo. Eppure, nonostante questo, Dying Breed riesce a mettere parecchia ansia, a fare accapponare la pelle per il disgusto (provate a vedere quale segreto nasconde il retro del pub o a sopportare un primo piano del cannibale in piena fase “degustativa” e ditemi poi se non vi viene da chiudere gli occhi, anche solo per un secondo…) e anche a sorprendere con un finale maligno fino all’inverosimile: d’altronde, come dice Stephen King, quando ci sono di mezzo bambini malvagi il successo è assicurato. Insomma, lunga vita all’horror australiota!
Di Nathan Phillips, che interpreta Jack, ho già parlato qui.
Jody Dwyer è il regista della pellicola. Inglese, o forse australiano, ha ancora poca esperienza come regista, avendo diretto un paio di film e un episodio di Two Twisted. Età non pervenuta.
Leigh Whannell interpreta lo sfortunato Matt. Creatore e sceneggiatore di una delle serie più famose e (almeno all’inizio) innovative dell’ultimo decennio, ovvero Saw, ha partecipato come attore a film come Matrix Reloaded, Saw – L’enigmista e Saw III – L’enigma senza fine, oltre che alla soap opera Neighbours. Australiano, anche sceneggiatore e produttore, ha 34 anni e un film in uscita.
E ora vi lascio con il trailer del film... ENJOY!!
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mercoledì 1 giugno 2011
Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (2011)
Dopo l’interruzione di cinque anni ieri sera mi sono reimmersa nel mondo di Jack Sparrow, e sono andata al cinema a vedere (rigorosamente in 2D!) la sua ultima avventura, Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (Pirates of the Caribbean: On Stranger Tides), diretto da Rob Marshall.
Trama: Jack Sparrow questa volta deve cercare nientemeno che La fonte della giovinezza. Ovviamente Barbossa, questa volta corsaro al servizio della Corona inglese, cercherà di mettergli i bastoni tra le ruote, ma il nemico più terribile è il pirata Barbanera, la cui figlia, Angelica, è un’ex fiamma di Sparrow.
Se, come me, avete già visto i primi tre episodi della saga dedicata allo strepponissimo Capitan Sparrow, questa recensione vi servirà a poco, perché sapete già a cosa andate incontro con Oltre i confini del mare. Inutile che la gente dica “è meno bello dei precedenti episodi”, “ha stufato”, o altre simili amenità. Sono tutte balle. La formula che ha decretato il successo dei primi tre film non è assolutamente cambiata, a parte l’assenza di Orlando Bloom e Keira Knightley (e francamente dei loro personaggi non me n’è mai potuto fregare di meno…) e a parte il fatto che questo episodio è a sé stante e non fa parte di alcuna trilogia (forse…). Se avete apprezzato i film precedenti vi piacerà molto anche questo, salvo il fatto che Jack Sparrow potrà avervi stufato, ma questo è affar vostro, o di Johnny Depp al limite.
Personalmente, l’ho trovato divertente, avventuroso, simpatico e molto dinamico. La storia è interessante e infarcita di leggende ben conosciute ma in qualche modo rivisitate, così da catturare un po’ tutti gli spettatori, scritta e diretta a beneficio anche di quanti non avessero visto i primi tre film ma con qualche strizzata d’occhio ai vecchi fan (la comparsa del papà di Jack, la Perla Nera in bottiglia, la scimmietta dispettosa, i famigerati “salti nel vuoto” di Jack Sparrow e la sua esilarante camminata da checca). Ci sono dei graditissimi momenti “horror”, con la ciurma zombie e le sirene – vampiro e ancor più graditi momenti esilaranti, quasi tutti legati al personaggio di Jack Sparrow che in Oltre i confini del mare riesce ad essere anche più rincoglionito e cialtrone del solito (dichiarare di essere entrato in un convento scambiandolo per un bordello o riuscire a liberarsi dalle corde che lo imprigionano sfilandosi, letteralmente, da una palma, non è da tutti), e poi c’è il ritorno di personaggi riuscitissimi come il grandioso Barbossa e il geniale Gibbs. Per le bimbeminkia c’è anche la mielosa sottotrama dell’amore tra un prete che farebbe venire voglia a chiunque di andare in chiesa solo per gridare “che spreco!” e una sirena, ma diciamo che quel che conta, come direbbe Rufy di One Piece, è l’avventura. Certo, il film non è esente da difetti, che si concentrano tutti, paradossalmente, sull’introduzione dei due personaggi nuovi, Barbanera e Angelica. Il primo, nonostante tutto il potere che palesa, non ha nemmeno la metà del carisma di Barbossa (d’altronde, Geoffrey Rush è Geoffrey Rush…), mentre la seconda, a parte strusciarsi su Jack Sparrow e biascicare qualche impropero con accento spagnolo, fa ben poco ahimé. Credo comunque di poter tranquillamente consigliare Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare sia ai fan sia a chi non conosce la saga, a patto che rimaniate fino alla fine dei titoli di coda… lì c’è una (piccola) sorpresa.
Di Johnny Depp ho già parlato qui, mentre Geoffrey Rush lo trovate qua.
Rob Marshall è il regista della pellicola. Americano, ha diretto i film Chigago, Memorie di una Geisha e Nine. Anche produttore, ha 51 anni.
Penélope Cruz interpreta la piratessa Angelica. Forse la più famosa attrice spagnola, attualmente sposata con Javier Bardem (fortunata!!!), la ricordo per film come Prosciutto Prosciutto, Apri gli occhi, il bellissimo Tutto su mia madre, l’orrido Il mandolino del capitano Corelli, Vanilla Sky, Gothica, Vicky Cristina Barcellona e Nine, che le ha fatto vincere l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Ha 37 anni e due film in uscita, tra cui Bop Decameron di Woody Allen.
Ian McShane interpreta il pirata Barbanera. Inglese, ha doppiato film come Shrek Terzo, Kung Fu Panda, Coraline e la porta magica e un episodio di Spongebob, inoltre ha partecipato alle serie televisive Radici, Magnum P.I., Dallas, Miami Vice e Colombo. Anche regista e produttore, ha 69 anni e un film in uscita.
Kevin McNally interpreta Gibbs. Inglese, ha partecipato all’intera trilogia dei Pirati dei Caraibi e a film come Agente 007 La spia che mi amava, Sliding Doors, La leggenda del pianista sull’Oceano, Entrapment, Johnny English e Il fantasma dell’Opera, oltre che ad alcuni episodi della serie Doctor Who. Anche sceneggiatore, ha 55 anni e tre film in uscita.
Stephen Graham interpreta Scrum. Dell’attore inglese ricordo perfettamente la faccetta quando interpretava lo sfigatissimo Tommy di Snatch – Lo strappo, ma ha anche partecipato ad altri film, come Gangs of New York e Inkheart – La leggenda del cuore d’inchiostro. Ha 38 anni e quattro film in uscita.
Tra le guest star della pellicola, oltre a Keith Richards che torna in una breve sequenza come padre di Jack Sparrow, segnalo anche Richard Griffiths (lo Zio Vernon di Harry Potter) nei panni dello sfattissimo Re Giorgio. Pare ci siano già un quinto e sesto episodio della saga in cantiere, anche se, da ultime indiscrezioni, Johnny Depp non sembrava troppo convinto. Chi vivrà vedrà, come sempre. Nel frattempo, se sentite la mancanza di epiche avventure, riguardatevi La maledizione della prima luna, La maledizione del forziere fantasma e Ai confini del mondo… e se non vi basta, riguardate anche la trilogia del Signore degli Anelli e quella de La Mummia! Vi lascio ora al trailer originale con l'introduzione di Jack Sparrow in persona... ENJOY!!
Trama: Jack Sparrow questa volta deve cercare nientemeno che La fonte della giovinezza. Ovviamente Barbossa, questa volta corsaro al servizio della Corona inglese, cercherà di mettergli i bastoni tra le ruote, ma il nemico più terribile è il pirata Barbanera, la cui figlia, Angelica, è un’ex fiamma di Sparrow.
Se, come me, avete già visto i primi tre episodi della saga dedicata allo strepponissimo Capitan Sparrow, questa recensione vi servirà a poco, perché sapete già a cosa andate incontro con Oltre i confini del mare. Inutile che la gente dica “è meno bello dei precedenti episodi”, “ha stufato”, o altre simili amenità. Sono tutte balle. La formula che ha decretato il successo dei primi tre film non è assolutamente cambiata, a parte l’assenza di Orlando Bloom e Keira Knightley (e francamente dei loro personaggi non me n’è mai potuto fregare di meno…) e a parte il fatto che questo episodio è a sé stante e non fa parte di alcuna trilogia (forse…). Se avete apprezzato i film precedenti vi piacerà molto anche questo, salvo il fatto che Jack Sparrow potrà avervi stufato, ma questo è affar vostro, o di Johnny Depp al limite.
Personalmente, l’ho trovato divertente, avventuroso, simpatico e molto dinamico. La storia è interessante e infarcita di leggende ben conosciute ma in qualche modo rivisitate, così da catturare un po’ tutti gli spettatori, scritta e diretta a beneficio anche di quanti non avessero visto i primi tre film ma con qualche strizzata d’occhio ai vecchi fan (la comparsa del papà di Jack, la Perla Nera in bottiglia, la scimmietta dispettosa, i famigerati “salti nel vuoto” di Jack Sparrow e la sua esilarante camminata da checca). Ci sono dei graditissimi momenti “horror”, con la ciurma zombie e le sirene – vampiro e ancor più graditi momenti esilaranti, quasi tutti legati al personaggio di Jack Sparrow che in Oltre i confini del mare riesce ad essere anche più rincoglionito e cialtrone del solito (dichiarare di essere entrato in un convento scambiandolo per un bordello o riuscire a liberarsi dalle corde che lo imprigionano sfilandosi, letteralmente, da una palma, non è da tutti), e poi c’è il ritorno di personaggi riuscitissimi come il grandioso Barbossa e il geniale Gibbs. Per le bimbeminkia c’è anche la mielosa sottotrama dell’amore tra un prete che farebbe venire voglia a chiunque di andare in chiesa solo per gridare “che spreco!” e una sirena, ma diciamo che quel che conta, come direbbe Rufy di One Piece, è l’avventura. Certo, il film non è esente da difetti, che si concentrano tutti, paradossalmente, sull’introduzione dei due personaggi nuovi, Barbanera e Angelica. Il primo, nonostante tutto il potere che palesa, non ha nemmeno la metà del carisma di Barbossa (d’altronde, Geoffrey Rush è Geoffrey Rush…), mentre la seconda, a parte strusciarsi su Jack Sparrow e biascicare qualche impropero con accento spagnolo, fa ben poco ahimé. Credo comunque di poter tranquillamente consigliare Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare sia ai fan sia a chi non conosce la saga, a patto che rimaniate fino alla fine dei titoli di coda… lì c’è una (piccola) sorpresa.
Di Johnny Depp ho già parlato qui, mentre Geoffrey Rush lo trovate qua.
Rob Marshall è il regista della pellicola. Americano, ha diretto i film Chigago, Memorie di una Geisha e Nine. Anche produttore, ha 51 anni.
Penélope Cruz interpreta la piratessa Angelica. Forse la più famosa attrice spagnola, attualmente sposata con Javier Bardem (fortunata!!!), la ricordo per film come Prosciutto Prosciutto, Apri gli occhi, il bellissimo Tutto su mia madre, l’orrido Il mandolino del capitano Corelli, Vanilla Sky, Gothica, Vicky Cristina Barcellona e Nine, che le ha fatto vincere l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Ha 37 anni e due film in uscita, tra cui Bop Decameron di Woody Allen.
Ian McShane interpreta il pirata Barbanera. Inglese, ha doppiato film come Shrek Terzo, Kung Fu Panda, Coraline e la porta magica e un episodio di Spongebob, inoltre ha partecipato alle serie televisive Radici, Magnum P.I., Dallas, Miami Vice e Colombo. Anche regista e produttore, ha 69 anni e un film in uscita.
Kevin McNally interpreta Gibbs. Inglese, ha partecipato all’intera trilogia dei Pirati dei Caraibi e a film come Agente 007 La spia che mi amava, Sliding Doors, La leggenda del pianista sull’Oceano, Entrapment, Johnny English e Il fantasma dell’Opera, oltre che ad alcuni episodi della serie Doctor Who. Anche sceneggiatore, ha 55 anni e tre film in uscita.
Tra le guest star della pellicola, oltre a Keith Richards che torna in una breve sequenza come padre di Jack Sparrow, segnalo anche Richard Griffiths (lo Zio Vernon di Harry Potter) nei panni dello sfattissimo Re Giorgio. Pare ci siano già un quinto e sesto episodio della saga in cantiere, anche se, da ultime indiscrezioni, Johnny Depp non sembrava troppo convinto. Chi vivrà vedrà, come sempre. Nel frattempo, se sentite la mancanza di epiche avventure, riguardatevi La maledizione della prima luna, La maledizione del forziere fantasma e Ai confini del mondo… e se non vi basta, riguardate anche la trilogia del Signore degli Anelli e quella de La Mummia! Vi lascio ora al trailer originale con l'introduzione di Jack Sparrow in persona... ENJOY!!
lunedì 30 maggio 2011
The Tree of Life (2011)
Per una volta che, miracolosamente, anche il multisala della mia zona ha ignorato le istanze puramente commerciali che lo spingono a mettere in cartellone solo film di sicuro successo, ne ho approfittato e sono andata a vedere l’ultima fatica di Terrence Malick, The Tree of Life, premiato a Cannes con la palma d’oro come miglior film (o, come ha detto l’impiegata del multisala “è stato premiato al Coso col Coso”).

Trama (anche se parlare di trama in questo caso è molto riduttivo…): attraverso i ricordi di un disilluso uomo d’affari, Jack, assistiamo alla sua vita, dalla propria nascita alla morte del fratello minore, e alla progressiva perdita dell’innocenza e della fede in Dio.

Ora, io proverò a recensire questo bellissimo e particolare film, e lo farò indegnamente, sia per manifesta incapacità, sia perché credo l’interpretazione di The Tree of Life debba essere molto soggettiva, e lasciata alla percezione e all’esperienza del singolo spettatore. Quindi sarò molto breve. L’ultimo film di Malick è Cinema, con la C maiuscola, pura poesia, una commistione praticamente perfetta di immagini e suoni come raramente si può vedere nei tempi moderni. In un’epoca di 3D, di fracasso, di Dolby Surround, Malick ha il coraggio di mettere in scena il Silenzio per buona parte della pellicola, di lasciare che siano le splendide immagini a parlare, talvolta accompagnate dai sussurri della natura, talvolta da musica sacra (delle sequenze talmente belle che mi hanno messo i brividi, e mi hanno lasciata letteralmente a bocca aperta, tanto da impormi di chiuderla per non fare figuracce…). Sì perché, per come l’ho capita io, The Tree of Life è il personalissimo omaggio (o la personalissima riflessione) del regista sul rapporto tra l’uomo e Dio o sulla scelta, come si evince all’inizio, tra la “via” della Natura e quella della Grazia. Una dicotomia che gli spettatori potranno ritrovare nelle due figure che guidano e segnano l’infanzia e la vita di Jack, il dispotico e frustrato padre (un Brad Pitt grandioso) e la dolcissima e triste madre (una splendida Jessica Chastain, attrice che non conoscevo affatto). E non solo.

Al di sopra dei genitori, degli amici e dei fratelli minori, c’è Dio. Un Dio né buono né malvagio, semplicemente il Creatore, che ha dato vita al miracolo dell’esistenza senza pretendere di condizionarla in seguito, lasciando che gli eventi scorressero senza imporre un controllo. E’ una visione assai difficile per un bambino cresciuto in una famiglia profondamente religiosa, nella Grazia appunto. Quando all’innocenza subentra l’esperienza, e Jack nota che le cose brutte accadono anche alle persone buone, che le preghiere non vengono ascoltate, che anche dove dovrebbe esserci sincerità ci sono un’ipocrisia e una cattiveria che non vengono punite, quando arriva la Morte, inaspettata e crudele, subentra il rifiuto della Grazia e la decisione inconsapevole di abbracciare la via della Natura e della disillusione. Alla fine c’è una sorta di riconciliazione con questo Dio così sfuggente ed inconoscibile, ma secondo me non esiste un finale che si possa definire “lieto”. Dipende, come ho detto, tutto dal punto di vista dello spettatore.

E non crediate neppure che la “storia” sia lineare come ve l’ho raccontata. Non esiste una “trama”, perché la vita vera non ne ha una. Siamo abituati a vedere film che riportano ogni singolo dialogo, come se gli eventi ci scorressero davanti in quel preciso momento, ma se ci pensate bene quando noi proviamo a ripensare alla nostra vita, non ricordiamo ogni singolo istante o ogni singolo dialogo, ma sprazzi di immagini, di parole, di suoni, di sensazioni che sono importanti per noi, non per gli altri. Ecco perché Malick ci mostra immagini spesso prive di senso, ininfluenti per quanto riguarda la trama, riprese da un punto di vista soggettivo, straniante, e filtrate da distorsioni che si potrebbero definire quasi oniriche. Del Tree of Life, insomma, ci vengono mostrati i rami, per quanto riguarda la vita di Jack… e ci vengono mostrate anche le radici, indispensabili, ma di cui spesso non ci rendiamo conto nonostante siano sempre intorno a noi: l’intrinseca bellezza della vita, della natura, del mondo, che va avanti incurante delle nostre “piccole” tragedie personali, che è sempre andato avanti, dalla sua Origine, ai dinosauri, a oggi. Un miracolo, il più grande, talmente grande e “scontato” che ormai non ci dona nemmeno più sollievo. Per fortuna, però, ogni tanto arriva qualcuno come Malick a ricordarci di aprire gli occhi, che si sia o meno credenti.

Cavolo, doveva essere una recensione breve ma mi sono lasciata trasportare, dopo due giorni di riflessione praticamente ininterrotta sul film. Brevemente, concludo dicendo The Tree of Life non è un film facile, affatto, e nemmeno esente da difetti. Francamente, sono rimasta sconcertata dall’arrivo dei dinosauri, lo ammetto. E’ stata un’immagine stridente che mi ha fatto pensare, ahimé, a quei tristissimi documentari che davano alla Macchina del Tempo e che mi ha fatto ingoiare le risate all’interno di una sala silenziosissima (non so se perché gli spettatori erano attentissimi o semplicemente perplessi e timorosi di esternare i loro pensieri più reconditi…!). Nonostante questo e nonostante la complessità, lo consiglio spassionatamente a tutti coloro che vedono il cinema come qualcosa di più che semplice intrattenimento e che non hanno bisogno di vedere per forza un film dal significato lineare, visto che il regista pone mille domande ma non da alcuna risposta. Gli altri si astengano, per il loro stesso bene! Personalmente, credo che vorrò rivederlo tra molto tempo, per capire se altre esperienze personali me ne daranno una visione diversa.

Di Brad Pitt, che interpreta il signor O’Brien, il padre di Jack, ho già parlato in abbondanza qui.
Terrence Malick è il regista della pellicola. Animo schivo, autore che non si mostra in pubblico da anni, tra i suoi film ammetto di avere visto solo il bellissimo La sottile linea rossa. Americano, anche sceneggiatore e produttore, ha 68 anni e un film in progetto.

Sean Penn interpreta Jack da grande. Uno dei più bravi attori della sua generazione, che per fortuna è stato in grado di staccarsi dalla sua antica fama di rissoso ex marito di famose cantanti e attrici (Madonna e Robin Wright nella fattispecie), lo ricordo per film come Shangai Surprise, Colors: colori di guerra, Non siamo angeli, Carlito’s Way, Dead Man Walking – Condannato a morte, She’s So Lovely – Così carina, The Game – Nessuna regola, Bugie baci bambole e bastardi, La sottile linea rossa, Il mistero dell’acqua, Mi chiamo Sam, il bellissimo Mystic River (che gli è valso l’Oscar come miglior attore protagonista) e Milk, che gli ha portato il secondo Oscar della carriera. Ha partecipato anche alle serie televisive La casa nella prateria, Ellen e Friends. Americano, anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 51 anni e un film in uscita.

Jessica Chastain (vero nome Jessica M. Howard) interpreta la madre di Jack. Americana, ha partecipato a serie come E.R., Veronica Mars, Law & Order e ad alcuni film che non conosco. Ha 30 anni e cinque film in uscita.

E ora un paio di curiosità. Pare che Heath Ledger avrebbe dovuto partecipare al film nel ruolo del sig. O’Brien, ruolo ereditato da Brad Pitt per ovvi motivi, ma anche Colin Farell e Mel Gibson avrebbero dovuto essere della partita, a dimostrazione di quanto sia stato ponderato questo The Tree of Life, che sembra Malick avesse in mente addirittura fin dagli anni ’70. Non penso esista un film che possa consigliarvi per rivivere gli stessi temi o le stesse immagini della pellicola, ma azzarderei forse un Il settimo sigillo o al limite un felliniano 8 ½. Sono comunque film che vale la pena vedere!! E ora vi lascio con il bellissimo trailer... ENJOY!!
Trama (anche se parlare di trama in questo caso è molto riduttivo…): attraverso i ricordi di un disilluso uomo d’affari, Jack, assistiamo alla sua vita, dalla propria nascita alla morte del fratello minore, e alla progressiva perdita dell’innocenza e della fede in Dio.
Ora, io proverò a recensire questo bellissimo e particolare film, e lo farò indegnamente, sia per manifesta incapacità, sia perché credo l’interpretazione di The Tree of Life debba essere molto soggettiva, e lasciata alla percezione e all’esperienza del singolo spettatore. Quindi sarò molto breve. L’ultimo film di Malick è Cinema, con la C maiuscola, pura poesia, una commistione praticamente perfetta di immagini e suoni come raramente si può vedere nei tempi moderni. In un’epoca di 3D, di fracasso, di Dolby Surround, Malick ha il coraggio di mettere in scena il Silenzio per buona parte della pellicola, di lasciare che siano le splendide immagini a parlare, talvolta accompagnate dai sussurri della natura, talvolta da musica sacra (delle sequenze talmente belle che mi hanno messo i brividi, e mi hanno lasciata letteralmente a bocca aperta, tanto da impormi di chiuderla per non fare figuracce…). Sì perché, per come l’ho capita io, The Tree of Life è il personalissimo omaggio (o la personalissima riflessione) del regista sul rapporto tra l’uomo e Dio o sulla scelta, come si evince all’inizio, tra la “via” della Natura e quella della Grazia. Una dicotomia che gli spettatori potranno ritrovare nelle due figure che guidano e segnano l’infanzia e la vita di Jack, il dispotico e frustrato padre (un Brad Pitt grandioso) e la dolcissima e triste madre (una splendida Jessica Chastain, attrice che non conoscevo affatto). E non solo.
Al di sopra dei genitori, degli amici e dei fratelli minori, c’è Dio. Un Dio né buono né malvagio, semplicemente il Creatore, che ha dato vita al miracolo dell’esistenza senza pretendere di condizionarla in seguito, lasciando che gli eventi scorressero senza imporre un controllo. E’ una visione assai difficile per un bambino cresciuto in una famiglia profondamente religiosa, nella Grazia appunto. Quando all’innocenza subentra l’esperienza, e Jack nota che le cose brutte accadono anche alle persone buone, che le preghiere non vengono ascoltate, che anche dove dovrebbe esserci sincerità ci sono un’ipocrisia e una cattiveria che non vengono punite, quando arriva la Morte, inaspettata e crudele, subentra il rifiuto della Grazia e la decisione inconsapevole di abbracciare la via della Natura e della disillusione. Alla fine c’è una sorta di riconciliazione con questo Dio così sfuggente ed inconoscibile, ma secondo me non esiste un finale che si possa definire “lieto”. Dipende, come ho detto, tutto dal punto di vista dello spettatore.
E non crediate neppure che la “storia” sia lineare come ve l’ho raccontata. Non esiste una “trama”, perché la vita vera non ne ha una. Siamo abituati a vedere film che riportano ogni singolo dialogo, come se gli eventi ci scorressero davanti in quel preciso momento, ma se ci pensate bene quando noi proviamo a ripensare alla nostra vita, non ricordiamo ogni singolo istante o ogni singolo dialogo, ma sprazzi di immagini, di parole, di suoni, di sensazioni che sono importanti per noi, non per gli altri. Ecco perché Malick ci mostra immagini spesso prive di senso, ininfluenti per quanto riguarda la trama, riprese da un punto di vista soggettivo, straniante, e filtrate da distorsioni che si potrebbero definire quasi oniriche. Del Tree of Life, insomma, ci vengono mostrati i rami, per quanto riguarda la vita di Jack… e ci vengono mostrate anche le radici, indispensabili, ma di cui spesso non ci rendiamo conto nonostante siano sempre intorno a noi: l’intrinseca bellezza della vita, della natura, del mondo, che va avanti incurante delle nostre “piccole” tragedie personali, che è sempre andato avanti, dalla sua Origine, ai dinosauri, a oggi. Un miracolo, il più grande, talmente grande e “scontato” che ormai non ci dona nemmeno più sollievo. Per fortuna, però, ogni tanto arriva qualcuno come Malick a ricordarci di aprire gli occhi, che si sia o meno credenti.
Cavolo, doveva essere una recensione breve ma mi sono lasciata trasportare, dopo due giorni di riflessione praticamente ininterrotta sul film. Brevemente, concludo dicendo The Tree of Life non è un film facile, affatto, e nemmeno esente da difetti. Francamente, sono rimasta sconcertata dall’arrivo dei dinosauri, lo ammetto. E’ stata un’immagine stridente che mi ha fatto pensare, ahimé, a quei tristissimi documentari che davano alla Macchina del Tempo e che mi ha fatto ingoiare le risate all’interno di una sala silenziosissima (non so se perché gli spettatori erano attentissimi o semplicemente perplessi e timorosi di esternare i loro pensieri più reconditi…!). Nonostante questo e nonostante la complessità, lo consiglio spassionatamente a tutti coloro che vedono il cinema come qualcosa di più che semplice intrattenimento e che non hanno bisogno di vedere per forza un film dal significato lineare, visto che il regista pone mille domande ma non da alcuna risposta. Gli altri si astengano, per il loro stesso bene! Personalmente, credo che vorrò rivederlo tra molto tempo, per capire se altre esperienze personali me ne daranno una visione diversa.
Di Brad Pitt, che interpreta il signor O’Brien, il padre di Jack, ho già parlato in abbondanza qui.
Terrence Malick è il regista della pellicola. Animo schivo, autore che non si mostra in pubblico da anni, tra i suoi film ammetto di avere visto solo il bellissimo La sottile linea rossa. Americano, anche sceneggiatore e produttore, ha 68 anni e un film in progetto.
Sean Penn interpreta Jack da grande. Uno dei più bravi attori della sua generazione, che per fortuna è stato in grado di staccarsi dalla sua antica fama di rissoso ex marito di famose cantanti e attrici (Madonna e Robin Wright nella fattispecie), lo ricordo per film come Shangai Surprise, Colors: colori di guerra, Non siamo angeli, Carlito’s Way, Dead Man Walking – Condannato a morte, She’s So Lovely – Così carina, The Game – Nessuna regola, Bugie baci bambole e bastardi, La sottile linea rossa, Il mistero dell’acqua, Mi chiamo Sam, il bellissimo Mystic River (che gli è valso l’Oscar come miglior attore protagonista) e Milk, che gli ha portato il secondo Oscar della carriera. Ha partecipato anche alle serie televisive La casa nella prateria, Ellen e Friends. Americano, anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 51 anni e un film in uscita.
Jessica Chastain (vero nome Jessica M. Howard) interpreta la madre di Jack. Americana, ha partecipato a serie come E.R., Veronica Mars, Law & Order e ad alcuni film che non conosco. Ha 30 anni e cinque film in uscita.
E ora un paio di curiosità. Pare che Heath Ledger avrebbe dovuto partecipare al film nel ruolo del sig. O’Brien, ruolo ereditato da Brad Pitt per ovvi motivi, ma anche Colin Farell e Mel Gibson avrebbero dovuto essere della partita, a dimostrazione di quanto sia stato ponderato questo The Tree of Life, che sembra Malick avesse in mente addirittura fin dagli anni ’70. Non penso esista un film che possa consigliarvi per rivivere gli stessi temi o le stesse immagini della pellicola, ma azzarderei forse un Il settimo sigillo o al limite un felliniano 8 ½. Sono comunque film che vale la pena vedere!! E ora vi lascio con il bellissimo trailer... ENJOY!!
mercoledì 25 maggio 2011
Signori, il delitto è servito (1985)
Chi non ha mai passato almeno un giorno o una sera divertendosi tra amici con dei sani e vecchi giochi di società? Monopoli, Trivial Pursuit, Taboo, Pictionary, Saltinmente, chi più ne ha più ne metta… mi piacciono davvero tutti, ma uno dei miei preferiti era Cluedo, e proprio da questo gioco, nel 1985, è stato tratto un film dal titolo Signori, il delitto è servito (Clue), diretto dal regista Jonathan Lynn.

Trama: un gruppo di persone viene invitato da un misterioso personaggio ad un’altrettanto misteriosa cena, dove i partecipanti dovranno usare degli pseudonimi. Sotto lo sguardo attento del maggiordomo Wadsworth il mistero si infittisce, i cadaveri aumentano e i legami tra i personaggi si fanno sempre più chiari… o no?

Per cominciare a parlare di Signori, il delitto è servito, sarebbe meglio chiarire, per chi ancora non lo sapesse, come si gioca a Cluedo. In pratica lo scopo del gioco è scoprire quale personaggio ha compiuto un omicidio, con quale arma e dove, e tutto sta all’acume del giocatore, che dovrebbe vestire i panni dell’investigatore. Detta così è facile, ma una partita si può portare avanti anche per un’ora buona e si rischiano di fare le ipotesi più assurde. Il film riprende in pieno i personaggi, le armi e soprattutto lo spirito del gioco: la trama è un esile e mero pretesto, una logorroica e rapidissima corsa alla scoperta del colpevole, dove non importa tanto che i personaggi muoiano quanto il come, il perché e, soprattutto, il chi! E siccome leggenda narra che il colpevole sia sempre il maggiordomo, il Virgilio del film, la persona che ci aiuterà a dipanare il mistero, sarà proprio l’apparentemente compassatissimo ed impeccabile Wadsworth.

Quello che però distingue Signori il delitto è servito dal resto dei gialli cinematografici dalla struttura simile è l’ininterrotta serie di gag. Nonostante l’abbondanza di vittime non aspettatevi nulla di serio, anche perché i protagonisti sono delle macchiette: non voglio svelare assolutamente nulla in questa recensione ma preparatevi a scoprire stupidissimi segreti, imbarazzanti doppie personalità, motivazioni risibili ed imprevedibili quanto esilaranti colpi di scena. E se, alla fine, crederete di avere scoperto il colpevole… dovrete ricredervi, perché il film ha ben TRE finali diversi! Detto questo, capirete che, per rendere bello il film, si è puntato molto sulla bravura degli interpreti: Tim Curry nei panni di Wadsworth è semplicemente perfetto, ma anche tutti gli altri attori non scherzano (i personaggi di Miss Scarlett e Mr Green sono semplicemente esilaranti, lei di un’ignoranza spaventosa e lui gay fino al midollo e sempre preso a schiaffi dagli sventurati compagni) e la versione inglese del film è un susseguirsi continuo di giochi di parole e assurdità assortite (“I’m a butler” “And what do you do?” “I buttle, Sir”: solo con questa ho riso per mezz’ora). In poche parole, se non avete mai visto Signori il delitto è servito, fatelo, ne vale la pena.

Di Christopher Lloyd, che interpreta il Professor Plum, ho già parlato qui, mentre di Madeline Kahn, che interpreta Mrs. White, ho parlato qua.
Jonathan Lynn è il regista della pellicola. Inglese, lo ricordo per aver diretto altri film come Suore in fuga, Mio cugino Vincenzo, Caro zio Joe, Sergente Bilko e FBI: protezione testimoni. Anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 68 anni.

Tim Curry interpreta Wadsworth. Come si può non amare un attore che ha incarnato il travestito più cult della storia del cinema, esordendo all’interno dello splendido The Rocky Horror Picture Show al grido di “I’m Just a Sweet Transvestite from Transexual, Transylvania”? E infatti io lo adoro, sia per come recita che per la sua splendida e profonda voce british, che potrete ascoltare se guarderete in originale film come Legend, Caccia a Ottobre Rosso, l’inquietante It, Oscar – Un fidanzato per due figlie, Mamma ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a New York, Palle in canna, I tre moschettieri (la versione più tamarra ma più bella mai fatta, secondo me!), Congo, Charlie’s Angels, Scary Movie 2 e Ladri di cadaveri - Burke & Hare. Tim ha anche partecipato alle serie Pappa e ciccia, Racconti di mezzanotte, Più forte ragazzi, Will & Grace e Criminal Minds, doppiato film come La Sirenetta e La Bella e la Bestia: un magico Natale, e anche serie animate come The Tiny Toons Adventures, Darkwing Duck, Mighty Max, Aladdin, La Sirenetta, Dinosauri, Capitan Planet, Gargoyles, Freakazoid!, Casper, The Mask e Phineas & Ferb. Anche produttore, ha 65 anni e cinque film in uscita.

Colleen Camp interpreta Yvette. Americana, la ricordo per film come Apocalypse Now, Scuola di polizia II: prima missione, D.A.R.Y.L., Scuola di polizia IV: cittadini in… guardia, Fusi di testa, Sliver, Last Action Hero – L’ultimo grande eroe, Caro zio Joe, Die Hard – Duri a morire, Tempesta di ghiaccio e Rat Race, oltre che per serie come Happy Days, Starsky & Hutch, Dallas, Hazzard, Magnum P.I., La Signora in giallo, Racconti di mezzanotte, Pappa e ciccia e Dr. House. Anche produttrice, ha 58 anni e due film in uscita.

Tra gli altri attori, vorrei citare Eileen Brennan nei panni di Mrs. Peacock, che i fan di Will&Grace ricorderanno come la terribile Zandra, insegnante di recitazione del povero Jack; per i fan di Desperate Housewives, invece, segnalo la presenza di Lesley Anne Warren, che nel film interpreta miss Scarlett, mentre nella serie dedicata alle quattro casalinghe interpreta la madre di Susan. Tra quelli “scartati”, invece, pare che per il ruolo di Wadsworth fossero candidati anche Rowan Atkinson (all’epoca ancora troppo poco famoso in America) e John Cleese, mentre per il ruolo di Miss Scarlett si era pensato a Carrie Fisher. Tornando a parlare dei già citati tre finali, in TV passa la versione che li comprende tutti, ma al cinema il film era stato proiettato in ogni sala con un finale diverso; immagino la cosa sia stata molto interessante all’epoca! E siccome non c’è due senza tre e il quattro vien da sé, esiste anche un quarto finale mai mostrato, dove si scopre che il colpevole è proprio Wadsworth il quale, dopo aver confessato di aver somministrato a tutti gli ospiti un veleno ad azione ritardata, riesce a fuggire dalla polizia per poi essere inseguito dai cani e schiantarsi in macchina. Troppo cupo e sanguinolento, hanno preferito tagliare! Tra l’altro, pare sia in cantiere anche un remake, ma è un progetto ancora molto in fieri e se ne riparlerà nel 2013. E ora vi lascio con il trailer originale del film.... ENJOY!!
Trama: un gruppo di persone viene invitato da un misterioso personaggio ad un’altrettanto misteriosa cena, dove i partecipanti dovranno usare degli pseudonimi. Sotto lo sguardo attento del maggiordomo Wadsworth il mistero si infittisce, i cadaveri aumentano e i legami tra i personaggi si fanno sempre più chiari… o no?
Per cominciare a parlare di Signori, il delitto è servito, sarebbe meglio chiarire, per chi ancora non lo sapesse, come si gioca a Cluedo. In pratica lo scopo del gioco è scoprire quale personaggio ha compiuto un omicidio, con quale arma e dove, e tutto sta all’acume del giocatore, che dovrebbe vestire i panni dell’investigatore. Detta così è facile, ma una partita si può portare avanti anche per un’ora buona e si rischiano di fare le ipotesi più assurde. Il film riprende in pieno i personaggi, le armi e soprattutto lo spirito del gioco: la trama è un esile e mero pretesto, una logorroica e rapidissima corsa alla scoperta del colpevole, dove non importa tanto che i personaggi muoiano quanto il come, il perché e, soprattutto, il chi! E siccome leggenda narra che il colpevole sia sempre il maggiordomo, il Virgilio del film, la persona che ci aiuterà a dipanare il mistero, sarà proprio l’apparentemente compassatissimo ed impeccabile Wadsworth.
Quello che però distingue Signori il delitto è servito dal resto dei gialli cinematografici dalla struttura simile è l’ininterrotta serie di gag. Nonostante l’abbondanza di vittime non aspettatevi nulla di serio, anche perché i protagonisti sono delle macchiette: non voglio svelare assolutamente nulla in questa recensione ma preparatevi a scoprire stupidissimi segreti, imbarazzanti doppie personalità, motivazioni risibili ed imprevedibili quanto esilaranti colpi di scena. E se, alla fine, crederete di avere scoperto il colpevole… dovrete ricredervi, perché il film ha ben TRE finali diversi! Detto questo, capirete che, per rendere bello il film, si è puntato molto sulla bravura degli interpreti: Tim Curry nei panni di Wadsworth è semplicemente perfetto, ma anche tutti gli altri attori non scherzano (i personaggi di Miss Scarlett e Mr Green sono semplicemente esilaranti, lei di un’ignoranza spaventosa e lui gay fino al midollo e sempre preso a schiaffi dagli sventurati compagni) e la versione inglese del film è un susseguirsi continuo di giochi di parole e assurdità assortite (“I’m a butler” “And what do you do?” “I buttle, Sir”: solo con questa ho riso per mezz’ora). In poche parole, se non avete mai visto Signori il delitto è servito, fatelo, ne vale la pena.
Di Christopher Lloyd, che interpreta il Professor Plum, ho già parlato qui, mentre di Madeline Kahn, che interpreta Mrs. White, ho parlato qua.
Jonathan Lynn è il regista della pellicola. Inglese, lo ricordo per aver diretto altri film come Suore in fuga, Mio cugino Vincenzo, Caro zio Joe, Sergente Bilko e FBI: protezione testimoni. Anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 68 anni.
Tim Curry interpreta Wadsworth. Come si può non amare un attore che ha incarnato il travestito più cult della storia del cinema, esordendo all’interno dello splendido The Rocky Horror Picture Show al grido di “I’m Just a Sweet Transvestite from Transexual, Transylvania”? E infatti io lo adoro, sia per come recita che per la sua splendida e profonda voce british, che potrete ascoltare se guarderete in originale film come Legend, Caccia a Ottobre Rosso, l’inquietante It, Oscar – Un fidanzato per due figlie, Mamma ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a New York, Palle in canna, I tre moschettieri (la versione più tamarra ma più bella mai fatta, secondo me!), Congo, Charlie’s Angels, Scary Movie 2 e Ladri di cadaveri - Burke & Hare. Tim ha anche partecipato alle serie Pappa e ciccia, Racconti di mezzanotte, Più forte ragazzi, Will & Grace e Criminal Minds, doppiato film come La Sirenetta e La Bella e la Bestia: un magico Natale, e anche serie animate come The Tiny Toons Adventures, Darkwing Duck, Mighty Max, Aladdin, La Sirenetta, Dinosauri, Capitan Planet, Gargoyles, Freakazoid!, Casper, The Mask e Phineas & Ferb. Anche produttore, ha 65 anni e cinque film in uscita.
Colleen Camp interpreta Yvette. Americana, la ricordo per film come Apocalypse Now, Scuola di polizia II: prima missione, D.A.R.Y.L., Scuola di polizia IV: cittadini in… guardia, Fusi di testa, Sliver, Last Action Hero – L’ultimo grande eroe, Caro zio Joe, Die Hard – Duri a morire, Tempesta di ghiaccio e Rat Race, oltre che per serie come Happy Days, Starsky & Hutch, Dallas, Hazzard, Magnum P.I., La Signora in giallo, Racconti di mezzanotte, Pappa e ciccia e Dr. House. Anche produttrice, ha 58 anni e due film in uscita.
Tra gli altri attori, vorrei citare Eileen Brennan nei panni di Mrs. Peacock, che i fan di Will&Grace ricorderanno come la terribile Zandra, insegnante di recitazione del povero Jack; per i fan di Desperate Housewives, invece, segnalo la presenza di Lesley Anne Warren, che nel film interpreta miss Scarlett, mentre nella serie dedicata alle quattro casalinghe interpreta la madre di Susan. Tra quelli “scartati”, invece, pare che per il ruolo di Wadsworth fossero candidati anche Rowan Atkinson (all’epoca ancora troppo poco famoso in America) e John Cleese, mentre per il ruolo di Miss Scarlett si era pensato a Carrie Fisher. Tornando a parlare dei già citati tre finali, in TV passa la versione che li comprende tutti, ma al cinema il film era stato proiettato in ogni sala con un finale diverso; immagino la cosa sia stata molto interessante all’epoca! E siccome non c’è due senza tre e il quattro vien da sé, esiste anche un quarto finale mai mostrato, dove si scopre che il colpevole è proprio Wadsworth il quale, dopo aver confessato di aver somministrato a tutti gli ospiti un veleno ad azione ritardata, riesce a fuggire dalla polizia per poi essere inseguito dai cani e schiantarsi in macchina. Troppo cupo e sanguinolento, hanno preferito tagliare! Tra l’altro, pare sia in cantiere anche un remake, ma è un progetto ancora molto in fieri e se ne riparlerà nel 2013. E ora vi lascio con il trailer originale del film.... ENJOY!!
lunedì 23 maggio 2011
Cannes 2011
Anche quest’anno il festival di Cannes si è concluso, con vincitori e vinti. Personalmente, non posso dire di avere vissuto appieno l’edizione 2011, non ero effettivamente troppo interessata, nonostante in giuria ci fossero Uma Thurman e Robert De Niro; in generale, comunque, mi è sembrata un’edizione un po’ sottotono, “vivacizzata” solo (se così si può dire) dall’infelice performance del regista Lars Von Trier durante la conferenza stampa per il suo ultimo film, Melancholia. Un’uscita che ha fatto parlare per almeno tre giorni la stampa mondiale e fatto dichiarare Von Trier “persona non gradita” al Festival, nonostante le parole del regista, se ascoltate con attenzione, suonassero più ironiche e volutamente provocatorie che seri deliri nazisti, come hanno urlato in molti. Tutta pubblicità per un regista più furbo che bravo, che tuttavia ogni volta porta parecchia fortuna alle protagoniste dei suoi film, come vedremo più avanti.

Cominciamo quindi con l’elenco dei vincitori! La Palma d’Oro come miglior film, nonostante l’accoglienza tiepidissima del pubblico in sala, se l’è portata a casa il film The Tree of Life di Terrence Mallick (che peraltro è uscito la settimana scorsa anche dalle mie parti). Del regista avevo visto solo La sottile linea rossa, trovandolo davvero splendido, e sono convinta che anche The Tree of Life mi potrebbe piacere. Il film infatti racconta la vita di una famiglia americana e soprattutto di uno dei tre figli (interpretato da Sean Penn, mentre il padre è Brad Pitt) il quale sperimenta la graduale perdita dell’innocenza e cerca, in qualche modo, di ritrovarla, assieme al senso della vita, durante l’età adulta. Chi lo ha visto ha parlato come un’opera quasi new age, che accomuna le esperienze umane ai fenomeni naturali, un film sicuramente particolare e non per tutti, che mi incuriosisce parecchio. Cercherò di andarlo a vedere, per poter farmi un’opinione.

Il premio per il miglior regista è volato in Danimarca, tra le mani di Nicolas Winding Refn, che personalmente non conosco, per il film Drive, dove uno ad uno stuntman viene messa una taglia sulla testa dopo un furto andato male. Un’americanata, insomma, per un regista che si era già concentrato sulla malavita con una serie di film dal titolo Pusher e che è stato già scritturato per dirigere il remake dello storico La fuga di Logan, un film di fantascienza ambientato in un mondo dove chiunque deve morire a trent’anni. Aiuto! La mia ora è scoccata!

E’ rimasto in patria, invece, il premio per il miglior attore, che è andato al francese Jean DuJardin per il film The Artist, una storia d’amore ambientata nella Hollywood degli anni ’20, quando l’avvento del sonoro rischiava di mandare in pensione tutte le star del muto. Nel film figurano pezzi da novanta come John Goodman e Malcom McDowell e l’unica cosa che posso fare, non conoscendo ahimé nulla di questo Dujardin, è augurargli una carriera come la loro!

Conosco invece benissimo la vincitrice del premio come migliore attrice, visto che è una tra le mie preferite. Sto parlando infatti di Kirsten Dunst, che si è portata a casa il premio in virtù del fatto che Von Trier sarà anche stato dichiarato “persona non grata”, ma il suo Melancholia è rimasto in concorso. Il film in questione ci mostra gli ultimi giorni della vita sulla Terra, condannata a venire cancellata dallo scontro con un altro pianeta, Melancholia appunto. La trama si concentra in particolare su come vivono la vicenda una giovane neosposa (la Dunst) preda di una potente malinconia e la sorella di lei (Charlotte Gainsbourg, che ha vinto la palma d’oro come migliore attrice nel 2009, per un altro film di Von Trier, il controverso Antichrist). Siccome seguo Kirsten Dunst dai tempi di Piccole donne e dello splendido Intervista col Vampiro, dove interpretava la piccola vampira Claudia, sono strafelice della sicuramente meritata vittoria e non vedo l’ora che Melancholia esca da noi.

Prima di chiudere, vorrei esprimere la mia felicità anche per un’artista che ho avuto modo di apprezzare in due film molto diversi, la francese Maiwenn (Alex in Alta Tensione e l’aliena Diva Plavalaguna de Il quinto elemento), che ha vinto il premio della giuria come regista del film Polisse, un’altra controversa storia d’amore che vede coinvolti una poliziotta sotto copertura e un ragazzo richiuso in riformatorio. L’aMMore quest’anno porta fortuna, pare, e ancora una volta l’Italia ha portato a casa poco o nulla. Ci rifaremo con Venezia? Ai posteri l’ardua sentenza… Nel frattempo vi lascio con il trailer originale di The Tree of Life. ENJOY!
Cominciamo quindi con l’elenco dei vincitori! La Palma d’Oro come miglior film, nonostante l’accoglienza tiepidissima del pubblico in sala, se l’è portata a casa il film The Tree of Life di Terrence Mallick (che peraltro è uscito la settimana scorsa anche dalle mie parti). Del regista avevo visto solo La sottile linea rossa, trovandolo davvero splendido, e sono convinta che anche The Tree of Life mi potrebbe piacere. Il film infatti racconta la vita di una famiglia americana e soprattutto di uno dei tre figli (interpretato da Sean Penn, mentre il padre è Brad Pitt) il quale sperimenta la graduale perdita dell’innocenza e cerca, in qualche modo, di ritrovarla, assieme al senso della vita, durante l’età adulta. Chi lo ha visto ha parlato come un’opera quasi new age, che accomuna le esperienze umane ai fenomeni naturali, un film sicuramente particolare e non per tutti, che mi incuriosisce parecchio. Cercherò di andarlo a vedere, per poter farmi un’opinione.
Il premio per il miglior regista è volato in Danimarca, tra le mani di Nicolas Winding Refn, che personalmente non conosco, per il film Drive, dove uno ad uno stuntman viene messa una taglia sulla testa dopo un furto andato male. Un’americanata, insomma, per un regista che si era già concentrato sulla malavita con una serie di film dal titolo Pusher e che è stato già scritturato per dirigere il remake dello storico La fuga di Logan, un film di fantascienza ambientato in un mondo dove chiunque deve morire a trent’anni. Aiuto! La mia ora è scoccata!
E’ rimasto in patria, invece, il premio per il miglior attore, che è andato al francese Jean DuJardin per il film The Artist, una storia d’amore ambientata nella Hollywood degli anni ’20, quando l’avvento del sonoro rischiava di mandare in pensione tutte le star del muto. Nel film figurano pezzi da novanta come John Goodman e Malcom McDowell e l’unica cosa che posso fare, non conoscendo ahimé nulla di questo Dujardin, è augurargli una carriera come la loro!
Conosco invece benissimo la vincitrice del premio come migliore attrice, visto che è una tra le mie preferite. Sto parlando infatti di Kirsten Dunst, che si è portata a casa il premio in virtù del fatto che Von Trier sarà anche stato dichiarato “persona non grata”, ma il suo Melancholia è rimasto in concorso. Il film in questione ci mostra gli ultimi giorni della vita sulla Terra, condannata a venire cancellata dallo scontro con un altro pianeta, Melancholia appunto. La trama si concentra in particolare su come vivono la vicenda una giovane neosposa (la Dunst) preda di una potente malinconia e la sorella di lei (Charlotte Gainsbourg, che ha vinto la palma d’oro come migliore attrice nel 2009, per un altro film di Von Trier, il controverso Antichrist). Siccome seguo Kirsten Dunst dai tempi di Piccole donne e dello splendido Intervista col Vampiro, dove interpretava la piccola vampira Claudia, sono strafelice della sicuramente meritata vittoria e non vedo l’ora che Melancholia esca da noi.
Prima di chiudere, vorrei esprimere la mia felicità anche per un’artista che ho avuto modo di apprezzare in due film molto diversi, la francese Maiwenn (Alex in Alta Tensione e l’aliena Diva Plavalaguna de Il quinto elemento), che ha vinto il premio della giuria come regista del film Polisse, un’altra controversa storia d’amore che vede coinvolti una poliziotta sotto copertura e un ragazzo richiuso in riformatorio. L’aMMore quest’anno porta fortuna, pare, e ancora una volta l’Italia ha portato a casa poco o nulla. Ci rifaremo con Venezia? Ai posteri l’ardua sentenza… Nel frattempo vi lascio con il trailer originale di The Tree of Life. ENJOY!
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