martedì 30 maggio 2017
Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar (2017)
Trama: per cercare di liberare il padre dalla maledizione, il figlio di Will Turner si mette in cerca del pirata Jack Sparrow. Purtroppo, alle calcagna di Jack c'è anche una ciurma di fantasmi al soldo del capitano Salazar...
Potrei ripetermi e tornare a usare le stesse parole scritte per Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare, uscito ormai sei anni fa: "Se, come me, avete già visto i primi tre episodi della saga dedicata allo strepponissimo Capitan Sparrow questa recensione vi servirà a poco, perché sapete già a cosa andate incontro con La vendetta di Salazar. Inutile che la gente dica “è meno bello dei precedenti episodi”, “ha stufato”, o altre simili amenità. Sono tutte balle. La formula che ha decretato il successo dei primi tre film non è assolutamente cambiata: se avete apprezzato i film precedenti vi piacerà molto anche questo, salvo il fatto che Jack Sparrow potrà avervi stufato, ma questo è affar vostro, o di Johnny Depp al limite". Ma scriviamo anche due righe nuove, vah. Il franchise Pirati dei Caraibi è tornato e intende rimanere col pubblico pagante almeno per un altro episodio e l'unica cosa che potrei aggiungere alle righe copiate quasi pedissequamente dal post precedente è che, a differenza di Oltre i confini del mare, La vendetta di Salazar è molto più legato alla prima trilogia e apre la strada per una possibile ulteriore tripletta con quegli stessi personaggi che erano venuti a mancare nel quarto capitolo. Per il resto, gli ingredienti che compongono la tranquilla, prevedibile sceneggiatura della pellicola sono sempre gli stessi da ormai dieci anni: avventura a palate, tesori da cercare, nemici sovrannaturali da sconfiggere, fughe rocambolesche della ciurma di Jack Sparrow, un pizzico di sentimento, Hector Barbossa che ruba la scena a tutti gli altri personaggi nonostante la storyline zeppa di cliché che lo riguarda e, ovviamente, Johnny Depp che fa quello che gli riesce meglio, ovvero faccette schifate e camminata da ubriacone, probabilmente ciò che lo caratterizza anche nella vita reale ormai. Accantonati gli intrighi arzigogolati del secondo e del terzo capitolo della saga, Pirati dei Caraibi si è assestato ahimé su una formula un po' più semplice già sdoganata col quarto episodio ma stavolta perlomeno i personaggi nuovi sono abbastanza interessanti (almeno per il tempo di durata del film) e la trama non è interamente incentrata sulla cialtroneria di Sparrow, ridotto a poco più che un elemento comico con l'aggiunta di un flashback che, se devo dirla tutta, fa venire voglia di rivedere in azione il Capitano prima che l'alcool gli spappolasse il cervello, così da poter tornare finalmente ad avere un protagonista degno di nota.
Sulla storia in sé c'è davvero poco altro da dire, adesso cominciano le note dolenti. Gore Verbinski non è mai stato visionario come Lynch ma era comunque un regista con molte cose da dire e da mostrare, Rob Marshall era invece un buon mestierante, per quanto un po' anonimo; Joachim Rønning ed Espen Sandberg funzionano per quel che riguarda le scene d'azione in diurna e alcune sequenze ambientate in mare (molte riprese in esterni sono state effettuate in Australia, quindi tanta roba) ma sono sostenuti da un reparto effetti speciali a mio avviso orrendo e da una fotografia non all'altezza, soprattutto nelle scene notturne. I fantasmi guidati da Javier Bardem sanno di posticcio lontano un chilometro e c'è un'ingerenza talmente grande per quel che riguarda il digitale da far venir voglia di piangere come si dice abbia fatto Ian McKellen durante le riprese della trilogia de Lo Hobbit, quegli squali "pompati" anche durante le anteprime poi non si possono davvero guardare e non fatemi parlare dei flashback, con un imbarazzante Johnny Depp di plastica. Ma che ne so io, di regia ed effetti speciali? Parliamo degli attori. Johnny Depp, come ho detto, porta a casa la pagnotta e così per tutti i recurrent (tolti i due che passano a battere cassa, soprattutto UNA, vergogna. I fan comunque possono attendere la fine dei titoli di coda e la scena post credit), con menzione speciale per il signorile Geoffrey Rush penalizzato solo da quella voce da pupazzo Four che hanno deciso, chissà perché, di appioppargli in Italia. Allo stesso modo, Bardem secondo me avrebbe potuto essere mille volte più figo se ascoltato in lingua originale, mentre i due giovinetti Brenton Thwaites e Kaya Scodelario sono molto carini: il primo ha perso un po' di quell'espressione ebete che lo fiaccava negli altri film da lui interpretati, la seconda ha le carte in regola per sfondare in questo tipo di film e sicuramente fa una figura molto migliore rispetto alla blasonata Penélope Cruz, che come figlia di Barbanera era davvero improponibile. Con tutti i suoi difetti, mi tocca comunque dire che La vendetta di Salazar fa il suo dovere di intrattenimento senza troppe pretese e che la saga Pirati dei Caraibi rimane sempre un appuntamento simpatico, nonostante continui a preferire i pirati di Eiichiro Oda, quelli sì davvero emozionanti e imprevedibili!
Di Johnny Depp (Jack Sparrow), Javier Bardem (Capitan Salazar), Geoffrey Rush (Hector Barbossa), Brenton Thwaites (Henry Turner), Kevin McNally (Gibbs), David Wenham (Scarfield), Stephen Graham (Scrum), Martin Klebba (Marty), Orlando Bloom (Will Turner) e Keira Knightley (Elizabeth Swann) ho già parlato ai rispettivi link.
Joachim Rønning è il co-regista della pellicola. Norvegese, ha diretto film come Bandidas e Kon-Tiki. Anche sceneggiatore e produttore, ha 45 anni e un film in uscita.
Espen Sandberg è il co-regista della pellicola. Norvegese, ha diretto film come Bandidas e Kon-Tiki. Anche produttore, ha 46 anni e due film in uscita, tra cui Pirates of the Caribbean 6.
Come guest star compare Paul McCartney nei panni dello zio di Jack Sparrow. Come ho già detto più volte nel corso del post, La vendetta di Salazar è il quinto capitolo di una saga che comprende La maledizione della prima luna, Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma, Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo e Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare quindi se il film vi fosse piaciuto recuperateli tutti e aspettate il sesto capitolo! ENJOY!
domenica 25 settembre 2016
Alla ricerca di Nemo (2003)
Trama: a causa dell'attacco di un barracuda, il pesce pagliaccio Nemo si ritrova vedovo e con un unico figlio superstite, il piccolo Nemo dalla pinna atrofica. Quando il pesciolino viene pescato per essere messo in un acquario, Marlin parte alla sua ricerca, accompagnato dalla smemorata Dory...
Non guardavo Alla ricerca di Nemo da qualche anno e, ovviamente, ho tirato fuori dalla libreria il DVD in occasione dell'uscita di Alla ricerca di Dory, uscendo estasiata dalla visione come già era successo la prima volta al cinema. La storia di Marlin e della sua disperata ricerca del figlio Nemo è un emozionante racconto di formazione che tocca più di un personaggio, tra momenti genuinamente tragici, sequenze commoventi e altre di puro, indimenticabile divertimento. La sceneggiatura del film parte da un'esperienza terribile come la perdita dei familiari e mostra un protagonista evidentemente traumatizzato, incapace di vivere per paura che qualsiasi cosa fuori dall'ordinario possa celare mortali pericoli; Marlin prova per Nemo ciò che probabilmente tutti i genitori provano per i propri figli (il timore di lasciarli andare per la loro strada, di permettere loro di vivere esperienze anche negative sulla loro pelle) ma ovviamente il tutto viene esasperato al punto che il pesciolino viene soffocato dall'amore genitoriale anche all'interno della relativa sicurezza di una scuola. Quando Nemo, portato all'imprudenza proprio dall'atteggiamento del padre, viene rapito, Marlin è costretto ad ignorare l'atavico terrore di ciò che sta "oltre" la barriera e a collaborare con altre creature per il bene del figlio, uscendo letteralmente dal guscio in cui si era rinchiuso al momento della morte dell'amata moglie. Allo stesso tempo, il piccolo Nemo scopre il significato della parola fiducia, imparando a credere in sé stesso (oltre che in quel papà troppo noioso e pavido agli occhi di un bambino) grazie ad un gruppo di pesci da acquario che arrivano a considerarlo loro pari, rendendolo la chiave del loro piano di fuga nonostante il suo difetto fisico. Alla crescita di Nemo e Marlin si aggiunge il percorso per nulla banale della "spalla" Dory, pesciolina afflitta da perdita di memoria a breve termine che in Marlin trova il punto fisso dal quale partire per costruirsi quel senso di appartenenza che la malattia le ha sempre precluso: attraverso Dory, gli sceneggiatori intavolano un meraviglioso discorso relativo alla natura di famiglia al di là del nucleo costituito da genitori e figli, innescando riflessioni che si estendono non solo agli spettatori, ma agli stessi personaggi, facendoli maturare.
Ai momenti squisitamente malinconici dei quali Alla ricerca di Nemo è pieno, si affiancano ovviamente sequenze di altissimo umorismo, perfettamente adatte sia ai grandi sia ai piccoli, affidate non solo a personaggi esilaranti quali gli squali "vegetariani", la stessa Dory oppure i gabbiani col loro favoloso verso "Mio! Mio! Mio!", ma anche a piccoli inside joke nascosti abilmente all'interno delle scene o (soprattutto nella versione originale) ai vari accenti e modi di dire dei singoli personaggi, strettamente legati alla loro origine Australiana. L'abilità tecnica della Pixar è in questo caso strabiliante anche dopo tredici anni. Non parlo solo dell'incredibile bellezza delle sequenze ambientate nei fondali marini, un trionfo di colori e forme talmente variegati da far venire voglia di indossare maschera e muta e tuffarsi nella barriera corallina (magari senza macchina fotografica per flashare i poveri pesci...), ma anche per l'espressività dei singoli personaggi e per la commistione perfetta di animazione e colonna sonora. Due esempi su tutti: sfido chiunque a non farsi venire l'ansia prima, e a morire di magone poi, davanti allo sguardo determinato della sfortunata Coral, che soppesa il pericolo del barracuda per poi lanciare un'occhiata determinata ai piccoli ancora nascosti, oppure a non disperarsi assieme a Marlin quando la barca porta via Nemo, accompagnata da un martellante score da film horror. Questi sono ovviamente solo alcuni degli importanti ingredienti della perfetta ricetta Pixar, casa di produzione dotata dell'intelligenza di creare film adatti ai bambini senza prenderli in giro addolcendo la pillola con scene consolanti o happy ending definitivi (obiettivamente, il destino dei pesci nell'acquario non è proprio quello di totale trionfo), offrendo loro film capaci di emozionare e far riflettere l'intera famiglia, magari su diversi livelli. Purtroppo, lo sapete già, questo non è successo con Alla ricerca di Dory che, scivolando nella concessione ai fan, si è rivelato privo di quella complessità che ha reso Alla ricerca di Nemo un capolavoro senza tempo in grado di non sfigurare accanto ai cosiddetti Grandi Classici Disney, che vivono imperituri nella memoria di chiunque abbia avuto la fortuna di vederli.
Del co-regista Lee Unkrich ho già parlato QUI mentre il co-regista e co-sceneggiatore Andrew Stanton lo trovate QUA. Albert Brooks (voce originale di Marlin), Ellen DeGeneres (Dory), Willem Dafoe (Gill/Branchia), Allison Janney (Peach/Diva), Geoffrey Rush (Nigel/Amilcare), Eric Bana (Anchor/Randa) e Bruce Spence (Chum/Fiocco) li trovate invece ai rispettivi link.
La voce originale del dentista è quella dell'attore australiano Bill Hunter, che ha interpretato Bob in Priscilla la regina del deserto, mentre tra i doppiatori italiani figurano invece Luca Zingaretti (Marlin) e Carla Signoris (Dory). William H. Macy aveva prestato la voce Marlin per una prima versione del film ma, dopo le proiezioni negative della stessa per i vertici della Disney, Andrew Stanton ha deciso di far ridoppiare il personaggio ad Albert Brooks (che, per inciso, era sempre stato la prima scelta del regista). Un'altra attrice ad aver perso la possibilità di partecipare al progetto è stata Megan Mullally dopo aver rifiutato di modulare la voce come quella del personaggio per la quale era famosissima all'epoca, la caustica Karen della serie Will & Grace. Il film è stato seguito, dopo la bellezza di tredici anni, da Alla ricerca di Dory: se Alla ricerca di Nemo vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete Monsters & Co., Il re leone e la trilogia di Toy Story. ENJOY!
domenica 6 settembre 2015
Minions (2015)
Trama: "orfani" di padrone, i minion Stuart, Bob e Kevin vanno in spedizione per conto dell'intera tribù e si imbattono in Scarlett Sterminator, una supercattivissima che vuole rubare nientemeno che la Corona d'Inghilterra...
Cosa sarebbero Cattivissimo Me e il suo sequel senza i Minions? Ammettiamolo, è dal 2010 che stavamo tutti aspettando un film che vedesse i buffi esserini gialli protagonisti assoluti. Quest'anno il nostro desiderio si è avverato e Minions si è confermato, almeno per quel che mi riguarda, un esperimento riuscitissimo, simpatico, garbato e (soprattutto!) della giusta durata: un'ora e mezza di avventure del dinamico trio Stuart, Bob e Kevin è la perfetta via di mezzo tra un cortometraggio poco soddisfacente e un'ininterrotta, lunghissima sequenza di gag che dopo un po' diventerebbe pesante come un macigno. La storia, introdotta da un serissimo Alberto Angela che ci mostra le origini degli ometti gialli (nonché le tristi dipartite dei padroni nel corso delle ere ma non spiega come fanno i Minions a riprodursi, papà Piero non apprezzerebbe tanta superficialità!), si focalizza solo su tre Minions i cui caratteri uniti creano delle dinamiche parecchio esilaranti e, parallelamente alla loro odissea tra Orlando e Londra, riesce anche a seguire con poche, spassose e caotiche sequenze, le vicende del resto della tribù. A fare le spese dello zelo adorante di Stuart, Bob e Kevin sono la cattivissima Scarlett Sterminator e il marito Herb, malvagia osannatissima la prima ed innamoratissimo emulo di Austin Powers il secondo, che come "prova" per assumere i Minions pretendono la corona d'Inghilterra; il film verte interamente sul tentativo dei tre Minions di recuperare il preziosissimo oggetto e sulle impreviste conseguenze del loro gesto scellerato, offrendo al pubblico una simpatica parodia dei film "di spionaggio" e, soprattutto, tutta quella serie di stupidissimi stereotipi britannici che fanno sempre tanto ridere, per di più ambientati all'epoca della Swinging London. Ovviamente non vi racconto nello specifico cosa succederà nel film ma preparatevi a sciogliervi davanti alla dolcezza di Bob, a strapparvi i capelli di fronte alla badassitudine di Stuart e ad entusiasmarvi davanti alla determinazione di Kevin; se non ci fossero loro il film sarebbe ben poca cosa anche perché purtroppo Scarlett Sterminator è tanto cattiva quanto loffia, non certo una nemesi adatta a un branco di scalmanati e carismatici esserini gialli.
Passando all'aspetto tecnico, Minions è coloratissimo, perfettamente animato e soprattutto prevede una serie di numeri musicali che sono quasi più belli e divertenti dell'intero film, sui quali spiccano l'ipnotica danza "bollywoodiana" delle guardie all'interno della Torre di Londra e il numero d'avanspettacolo fatto per festeggiare ed intrattenere il gelido "Capo" delle grotte ghiacciate. Ma la cosa che ho trovato assolutamente spettacolare di Minions, che mi ha lasciata a bocca aperta per tutta la sua durata, alla faccia di tutti gli sforzi dei validissimi animatori, sapete qual è stata? Sentirli parlare, ovvio!! E' vero che i Minions parlavano già nei due Cattivissimo Me ma stavolta il loro meraviglioso patois fa da "colonna sonora" all'intero film, non solo in qualche sequenza, ed è affascinante cercare di dare un senso a quell'inglese italianizzato, mezzo francese, un po' spagnolo, condito da un pizzico di tedesco e zeppo di parole prese da altri idiomi e messe apparentemente a caso che è il loro linguaggio. Con un po' d'attenzione si può capire tutto quello che dicono e dare anche delle rozze regole grammaticali al minionese (tranne forse durante il discorso di Bob. Quello effettivamente mi ha lasciata perplessa...) e non avete idea di quanto mi piacerebbe imparare a parlarlo come fa Pierre Coffin, di cui per fortuna hanno mantenuto la voce originale. Sì perché se vogliamo proprio trovare un neo a questo piacevolissimo cartone animato, è proprio il doppiaggio italiano. La Litizzetto come Scarlett Sterminator, col suo "pinoli" usato per rivolgersi ai Minions, è fastidiosa come al solito, la parola "guappo" in bocca al mollo Fabio Fazio, doppiatore di Herb, non si può sentire (e chissà cosa dice il personaggio in originale...) e anche Riccardo Rossi è inascoltabile quando doppia Walter Nelson (in America avevano Michael Keaton. No, per dire). Peccato, perché senza questo dettaglio Minions sarebbe perfetto. Non un cartone particolarmente memorabile ma sicuramente un prequel degno degli originali! Ah, e non alzatevi durante i titoli di coda, mi raccomando!
Del co-regista e voce dei Minions Pierre Coffin ho già parlato QUI mentre Sandra Bullock (voce originale di Scarlett Sterminator), Jon Hamm (Herb Sterminator), Michael Keaton (Walter Nelson), Allison Janney (Madge Nelson), Geoffrey Rush (il narratore) e Steve Carell (Gru) li trovate ai rispettivi link.
Kyle Balda è il co-regista della pellicola. Americano, ha co-diretto anche Lorax - Il guardiano della foresta e ha lavorato come animatore e doppiatore.
Steve Coogan (vero nome Stephen John Coogan) è la voce originale del guardiano della Torre. Inglese, incarnazione del personaggio comico Alan Partridge, ha partecipato a film come Il giro del mondo in 80 giorni, Marie Antoinette, Una notte al museo, Hot Fuzz, Tropic Thunder, Una notte al museo 2 - La fuga, Notte al museo: Il segreto del faraone e a serie come Little Britain; come doppiatore aveva già lavorato in Cattivissimo me 2. Anche produttore, sceneggiatore e compositore, ha 50 anni e due film in uscita.
Minions segue Cattivissimo me e Cattivissimo me 2 e nel 2017 sarà raggiunto da Cattivissimo me 3; nell'attesa, se Minions vi fosse piaciuto recuperateli tutti e aggiungete Home - A casa, Big Hero 6, Monsters & Co. e Monsters University. ENJOY!
domenica 6 aprile 2014
Storia di una ladra di libri (2013)
Trama: Liesel è una ragazzina che viene adottata da una famiglia tedesca. Solitaria, silenziosa ed analfabeta, può contare solo sull’amicizia del coetaneo Rudy e sulla gentilezza del padre adottivo che, un giorno, decide di insegnarle a leggere e a scrivere… proprio quando le leggi razziali della Germania nazista costringono l’ebreo Max a rifugiarsi da loro.
Cos’è che deve farci davvero paura? Non la morte, secondo Storia di una ladra di libri, perché prima o poi arriva per tutti ed è una presenza costante che ci accompagna e ci osserva silenziosa, aspettando il momento opportuno per trarci a sé. No, ciò che deve farci paura sono ignoranza, pregiudizi e silenzio. Non parlo di quel silenzio giusto, quello che “vale più di mille parole”, ma il silenzio della mente, di chi è privo di idee, personalità e sentimenti, di chi violenta le parole solo per promulgare odio e stupidità e non è in grado di creare altro che orrore e paura, soffocando la speranza. Sembrano banalità ma, come mi faceva notare l’amico Toto, in questi ultimi tempi parecchi Paesi hanno deciso di ri-avvicinarsi a sciocche idee segregazioniste di superiorità razziale o territoriale, gettandosi bovinamente nelle grinfie di chi fa la voce grossa e promette di risolvere i problemi legati a povertà e disagio sociale scaricando la colpa su qualsivoglia minoranza. E allora ben vengano film come Storia di una ladra di libri che, a costo di ribadire l'ovvio, per un paio d'ore ci ricordano cosa vuol dire davvero la mancanza di libertà e come il male possa essere banale, stupido e cattivo. Pellicole come queste, per fortuna, ci mostrano anche come la speranza possa nascere nei modi più semplici e disparati e come a volte basti davvero poco per trovare uno scopo nella vita o perlomeno mostrare agli altri quello che nascondiamo nell'animo mentre siamo stupidamente impegnati a dare un'immagine diversa di noi stessi.
Storia di una ladra di libri è uno di quei film dal sapore senza tempo, oserei dire quasi classico. Non ricerca la spettacolarità né l'innovazione visiva e non è neppure originale nel messaggio che veicola, eppure è talmente dolceamaro e popolato da personaggi ben costruiti che, nonostante il magone che lascia, verrebbe voglia di abbandonarsi alla malinconia e guardarlo più di una volta. Tutti gli attori coinvolti, dal dolcissimo Geoffrey Rush alla piccola protagonista Sophie Nélisse sembrano quasi danzare delicati sullo schermo, tratteggiando personaggi sospesi tra realismo e fantasia tra i quali spicca una Emily Watson commovente e sfaccettata, una sorta di "madre coraggio" che si ammanta in una scorza dura come il ghiaccio per riuscire a mandare avanti la sua strana famiglia e che, in realtà, vorrebbe potersi a sua volta lasciare andare ai sentimenti. C'è da dire che, invece, la donna si lascia andare a parecchie invettive e, a tal proposito, consiglierei di recuperare Storia di una ladra di libri in lingua originale perché i protagonisti parlano un inglese "sporcato" da un fortissimo accento tedesco; all'inizio l'effetto è straniante (effettivamente devo ancora capire perché mai i realizzatori abbiano optato per questa scelta che, per inciso, non è stata mantenuta nel doppiaggio italiano) ma, man mano che il film prosegue, ci si abitua a sentire i personaggi inserire qua e là parole come "Ja", "Nein", "Mama und papa" o i gran favoriti "Saumensch" o "Saukerl", che in italiano suonerebbero come "scrofetta" o "bastardo" e che sono stranamente usati da Rosa ogni volta che si rivolge a Liesel o dai ragazzini per insultarsi tra loro. Anzi, se qualcuno riuscisse ad illuminarmi sul perché di questa scelta particolare gliene sarei molto grata. Intanto, se vi capita, guardate questo delizioso Storia di una ladra di libri, non ve ne pentirete!
Di Geoffrey Rush (Hans Hubermann) e Emily Watson (Rosa Hubermann) ho già parlato ai rispettivi link.
Brian Percival è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto degli episodi della serie Downtown Abbey.
Roger Allam è il doppiatore originale del Narratore, o la Morte. Inglese, ha partecipato a film come V per Vendetta, Inkheart - La leggenda di cuore d'inchiostro, Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare, The Iron Lady, The Woman in Black e a serie come Il trono di spade. Ha 61 anni.
La piccola Sophie Nélisse, che interpreta Liesel, aveva già partecipato al film Monsieur Lazhar mentre Heike Makatasch, che interpreta la madre di Liesel, era nel cast del primo Resident Evil. Infine, se Storia di una ladra di libri vi fosse piaciuto, consiglierei il recupero di La vita è bella, Schindler's List e Arrivederci ragazzi. ENJOY!
mercoledì 9 gennaio 2013
La migliore offerta (2013)
Trama: Virgil Oldman è un grandissimo esperto d'arte e rinomato battitore d'aste, talmente misantropo da essere costretto a portare guanti per evitare ogni contatto umano. La sua vita cambia quando riceve una telefonata dalla misteriosa Claire, che gli chiede di stimare i beni presenti nella magione ereditata dai genitori...
Cerchiamo di riassumere i CINQUE paragrafi che si sono cancellati in cinque punti sensati, che possano riassumerli.
La migliore offerta è, innanzitutto, un film molto bello e difficilmente ascrivibile ad una sola categoria. E' una difficile storia d'amore, ma non solo. E' uno psico-thriller dal sapore vagamente hitchcockiano. E' un'amara riflessione sulla solitudine, sull'incapacità di relazionarsi con gli altri, sul bisogno di riversare tutti i propri sentimenti e su oggetti inanimati che, in quanto tali, non possono rifiutarci, imbarazzarci o farci male.
La trama della pellicola scorre lineare, pur con qualche lungaggine, amalgamando tutti questi aspetti sfaccettati fino a creare un meccanismo ad orologeria praticamente perfetto, che come le migliori "bombe" esplode in un finale devastante, cupo e amarissimo su cui non posso e non voglio indugiare per non togliere la sorpresa.
La regia, il montaggio e la colonna sonora (composta da un Ennio Morricone in stato di grazia) accompagnano degnamente la vicenda con un approccio molto classico ed un'incredibile attenzione al dettaglio: Tornatore immerge i suoi bizzosi, arroganti e strani personaggi in un mondo fatto di ricercatezze, lusso, arte ed opulente decadenza, dando vita a sequenze magistrali come quella iniziale, in cui Virgil consuma una solitaria e triste cena servito e riverito dal personale del ristorante ma invidiato dagli altri astanti, oppure quella, assolutamente splendida, della carrellata di famosissimi ritratti femminili che osservano il protagonista all'interno del suo caveau, del suo rifugio intimo e personale.
Geoffrey Rush, inutile dirlo, è perfetto. Nel corso del film il suo personaggio subisce una graduale ma toccante trasformazione, passando dall'essere un uomo per il quale è praticamente impossibile provare alcuna empatia (stiamo parlando di una persona arrogante, che truffa le persone approfittando della loro ignoranza e della propria cultura e ricchezza) all'essere un goffo e a tratti patetico individuo che si trova per la prima volta sconvolto dal bisogno di amare ed essere riamato. Gli altri attori sono bravi ma, diciamocelo, il nostro Geoffrey se li mangia tutti con la sua performance.
Infine, le critiche, inevitabili: come ho detto, La migliore offerta patisce di un ritmo eccessivamente lento e di qualche lungaggine che avrebbe potuto essere evitata. Personalmente, inoltre, ho ancora gli incubi la notte al pensiero di un vecchio quasi settantenne che copula pesantemente con una ragazza venticinquenne... ma d'altronde, qui in Italia abbiamo esempi che vengono dall'alto, quindi chi sono io per giudicare?
Per concludere questa stinfia, risicata e triste recensione, ringraziamo l'illuminato Tornatore che mi ha fatta tornare a sperare in un cinema italiano dove, si spera, non ci sarà più posto per attori nostrani incapaci, inespressivi e dislessici. O per commediacce da quattro soldi prive di idee e suggestioni.
Ora, voi andate a vedere La migliore offerta. Io vado a fustigarmi pesantemente crogiolandomi nella perdita.
ENJOY!
Di Geoffrey Rush (Virgil Oldman) e Donald Sutherland (Billy) ho già parlato nei rispettivi link.
Giuseppe Tornatore è regista e sceneggiatore della pellicola. Siciliano, ha diretto film come Nuovo cinema paradiso, Stanno tutti bene, L’uomo delle stelle, La leggenda del pianista sull’oceano, Malèna e Baarìa. Anche produttore, ha 56 anni e un film in uscita.
mercoledì 1 giugno 2011
Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (2011)
Trama: Jack Sparrow questa volta deve cercare nientemeno che La fonte della giovinezza. Ovviamente Barbossa, questa volta corsaro al servizio della Corona inglese, cercherà di mettergli i bastoni tra le ruote, ma il nemico più terribile è il pirata Barbanera, la cui figlia, Angelica, è un’ex fiamma di Sparrow.
Se, come me, avete già visto i primi tre episodi della saga dedicata allo strepponissimo Capitan Sparrow, questa recensione vi servirà a poco, perché sapete già a cosa andate incontro con Oltre i confini del mare. Inutile che la gente dica “è meno bello dei precedenti episodi”, “ha stufato”, o altre simili amenità. Sono tutte balle. La formula che ha decretato il successo dei primi tre film non è assolutamente cambiata, a parte l’assenza di Orlando Bloom e Keira Knightley (e francamente dei loro personaggi non me n’è mai potuto fregare di meno…) e a parte il fatto che questo episodio è a sé stante e non fa parte di alcuna trilogia (forse…). Se avete apprezzato i film precedenti vi piacerà molto anche questo, salvo il fatto che Jack Sparrow potrà avervi stufato, ma questo è affar vostro, o di Johnny Depp al limite.
Personalmente, l’ho trovato divertente, avventuroso, simpatico e molto dinamico. La storia è interessante e infarcita di leggende ben conosciute ma in qualche modo rivisitate, così da catturare un po’ tutti gli spettatori, scritta e diretta a beneficio anche di quanti non avessero visto i primi tre film ma con qualche strizzata d’occhio ai vecchi fan (la comparsa del papà di Jack, la Perla Nera in bottiglia, la scimmietta dispettosa, i famigerati “salti nel vuoto” di Jack Sparrow e la sua esilarante camminata da checca). Ci sono dei graditissimi momenti “horror”, con la ciurma zombie e le sirene – vampiro e ancor più graditi momenti esilaranti, quasi tutti legati al personaggio di Jack Sparrow che in Oltre i confini del mare riesce ad essere anche più rincoglionito e cialtrone del solito (dichiarare di essere entrato in un convento scambiandolo per un bordello o riuscire a liberarsi dalle corde che lo imprigionano sfilandosi, letteralmente, da una palma, non è da tutti), e poi c’è il ritorno di personaggi riuscitissimi come il grandioso Barbossa e il geniale Gibbs. Per le bimbeminkia c’è anche la mielosa sottotrama dell’amore tra un prete che farebbe venire voglia a chiunque di andare in chiesa solo per gridare “che spreco!” e una sirena, ma diciamo che quel che conta, come direbbe Rufy di One Piece, è l’avventura. Certo, il film non è esente da difetti, che si concentrano tutti, paradossalmente, sull’introduzione dei due personaggi nuovi, Barbanera e Angelica. Il primo, nonostante tutto il potere che palesa, non ha nemmeno la metà del carisma di Barbossa (d’altronde, Geoffrey Rush è Geoffrey Rush…), mentre la seconda, a parte strusciarsi su Jack Sparrow e biascicare qualche impropero con accento spagnolo, fa ben poco ahimé. Credo comunque di poter tranquillamente consigliare Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare sia ai fan sia a chi non conosce la saga, a patto che rimaniate fino alla fine dei titoli di coda… lì c’è una (piccola) sorpresa.
Di Johnny Depp ho già parlato qui, mentre Geoffrey Rush lo trovate qua.
Rob Marshall è il regista della pellicola. Americano, ha diretto i film Chigago, Memorie di una Geisha e Nine. Anche produttore, ha 51 anni.
Penélope Cruz interpreta la piratessa Angelica. Forse la più famosa attrice spagnola, attualmente sposata con Javier Bardem (fortunata!!!), la ricordo per film come Prosciutto Prosciutto, Apri gli occhi, il bellissimo Tutto su mia madre, l’orrido Il mandolino del capitano Corelli, Vanilla Sky, Gothica, Vicky Cristina Barcellona e Nine, che le ha fatto vincere l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Ha 37 anni e due film in uscita, tra cui Bop Decameron di Woody Allen.
Ian McShane interpreta il pirata Barbanera. Inglese, ha doppiato film come Shrek Terzo, Kung Fu Panda, Coraline e la porta magica e un episodio di Spongebob, inoltre ha partecipato alle serie televisive Radici, Magnum P.I., Dallas, Miami Vice e Colombo. Anche regista e produttore, ha 69 anni e un film in uscita.
Kevin McNally interpreta Gibbs. Inglese, ha partecipato all’intera trilogia dei Pirati dei Caraibi e a film come Agente 007 La spia che mi amava, Sliding Doors, La leggenda del pianista sull’Oceano, Entrapment, Johnny English e Il fantasma dell’Opera, oltre che ad alcuni episodi della serie Doctor Who. Anche sceneggiatore, ha 55 anni e tre film in uscita.
Tra le guest star della pellicola, oltre a Keith Richards che torna in una breve sequenza come padre di Jack Sparrow, segnalo anche Richard Griffiths (lo Zio Vernon di Harry Potter) nei panni dello sfattissimo Re Giorgio. Pare ci siano già un quinto e sesto episodio della saga in cantiere, anche se, da ultime indiscrezioni, Johnny Depp non sembrava troppo convinto. Chi vivrà vedrà, come sempre. Nel frattempo, se sentite la mancanza di epiche avventure, riguardatevi La maledizione della prima luna, La maledizione del forziere fantasma e Ai confini del mondo… e se non vi basta, riguardate anche la trilogia del Signore degli Anelli e quella de La Mummia! Vi lascio ora al trailer originale con l'introduzione di Jack Sparrow in persona... ENJOY!!
martedì 22 febbraio 2011
Il discorso del Re (2011)
La trama è basata sulla vera storia del re Giorgio VI, padre dell’attuale regina Elisabetta II, salito al trono negli anni della seconda guerra mondiale, dopo l’abdicazione del frivolo fratello. Affetto sin dall’infanzia da un’imbarazzante forma di balbuzie, il re deve fare i conti con i discorsi ufficiali da trasmettere via radio, e cerca così l’aiuto di un logopedista esperto, l’australiano Logue, con il quale intesse una difficile ed importante amicizia…
Il discorso del re parte da un tema potenzialmente noioso e quasi ridicolo, la storia vera di un re balbuziente, e lo trasforma in un meraviglioso film capace di divertire, far riflettere e anche emozionare. Il “trucco”, se così si può chiamare, è quello di mostrarci un re assolutamente umano ed imperfetto, che soffre del suo difetto e che si sente schiacciato da doveri ed oneri assai difficili da sopportare per un uomo fondamentalmente semplice ed innamorato della sua patria . E il “trucco” funziona ancora di più per l’assoluto realismo con cui viene rappresentato Giorgio VI e la sua relazione con il particolare Logue. Il regista avrebbe potuto scegliere di dare un taglio più “comico” alla vicenda, calcando la mano sulle bizzarrie di Logue che ci vengono mostrate all’inizio; invece Hopper sceglie di focalizzare, e giustamente, l’attenzione su Giorgio VI e sullo strano legame che si crea tra i due, e che cambia quando Bertie, come viene confidenzialmente chiamato il monarca, diventa re. Quest’ultimo non è affatto un uomo simpatico, è complessato, compassato, inevitabilmente tradizionalista e persino diffidente, ciononostante lo spettatore si ritrova a tifare per lui, riconoscendone la fondamentale bontà e mettendosi nei suoi panni, arrivando a “temere” ciò che il regista subdolamente ci mostra con pochi fotogrammi ben mirati: l’occhio rosso e lampeggiante che segnala l’imminente messa in onda della trasmissione radiofonica, lo sguardo austero dei quadri che ritraggono gli antichi re, tradizionalmente fieri e carismatici, l’altro sguardo, quello perplesso e rassegnato, dei sudditi che si trovano davanti questo strano re balbuziente, schiacciato dalla guerra e dal confronto con i grandi del passato. Al momento del discorso finale, credetemi, sono rimasta con il fiato sospeso come non mi succedeva da tempo e sussurravo tra me “Vai, Bertie! Vai, cavolo!!”.
La maggior parte del merito va soprattutto agli splendidi attori. Colin Firth è perfetto, non ci sono altre parole per descriverlo. Non ho idea di come sia risultato il doppiaggio italiano e, francamente, non lo voglio nemmeno sapere, ma quest’uomo riesce a fare sentire il “click” della gola che si chiude e gli impedisce di parlare, lo sforzo di spremere due parole in croce… a vederlo provavo davvero pena. Non credo sia facile interpretare un personaggio così senza uscire dalle righe e trasformarlo in una macchietta, ma Firth ce la fa, grazie ad un’interpretazione quasi sottotono e modesta che, a tratti, esplode negli scatti d’ira ai quali è soggetto il collerico e frustrato Bertie. A fargli da degna “spalla” ci sono Geoffrey Rush ed Helena Bonham Carter. Se vogliamo parlare di interpretazioni sottotono, per come sono abituata io a vedere questi due grandissimi attori mangiarsi il resto dei personaggi anche quando non sono protagonisti, fa quasi effetto vedere la Bonham Carter trasformata in una robusta e sbrigativa donnina, dolce e pratico sostegno del marito, e Geoffrey Rush nei panni di un pacato e abile specialista, dotato della pazienza di un santo anche quando Bertie perde la calma. Le immagini finali, dove l’aplomb inglese e l’etichetta di Corte trionfano anche davanti alla gioia, all’amicizia e alla gratitudine, sono l’esempio più emblematico di queste tre meravigliose interpretazioni. In due parole, Il discorso del re è un film che sicuramente dovrete faticosamente cercare nei meandri dei cinema d’essai italiani, ma per una volta vale veramente la pena evitare i multisala incompetenti: non ve ne pentirete.
Parecchi gli attori già nominati nel mio modestissimo blog. Di Colin Firth, che interpreta Giorgio VI, ho già parlato qui; Geoffrey Rush invece, che interpreta Lionel Logue, è stato nominato in questo vecchissimo post. Qua trovate parecchi post dedicati ad Helena Bonham Carter, ormai presenza fissa del Bollalmanacco, che nel film interpreta la Regina madre, moglie del Re Giorgio. Di Derek Jacobi, ossia l’Arcivescovo Lang, ho parlato qui, ed infine Timothy Spall, che per una volta recita nei panni di un personaggio “buono”, Winston Churchill (personaggio che ha anche “doppiato” in un cartone animato inedito in Italia, Jackboots on Whitehall, del 2010), lo trovate qui.
Tom Hooper è il regista del film. Ammetto che Il discorso del re è l’unico film che io abbia mai sentito nominare di questo regista inglese, che si è fatto le ossa soprattutto in serie televisive. Anche sceneggiatore e produttore, ha 39 anni.
Michael Gambon interpreta il re Giorgio V. Attualmente sicuramente meglio conosciuto per il suo ruolo di Albus Silente a partire da Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban (il terzo episodio della serie, prima ad interpretare il preside di Hogwards era Richard Harris), lo ricordo per altri film come Toys – Giocattoli, Mary Reilly, Il mistero di Sleepy Hollow, Gosford Park, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Harry Potter e il calice di fuoco, The Omen, Harry Potter e l’Ordine della Fenice, Harry Potter e il principe mezzosangue e Harry Potter e i doni della morte. Ha lavorato anche per la tv, in serie come Maigret, lo splendido Angels in America e Doctor Who. Irlandese, ha 71 anni e quattro film in uscita, tra cui, la seconda parte di Harry Potter e i doni della morte.
Guy Pearce interpreta Edoardo VIII. Originario dell’Inghilterra ma naturalizzato Australiano (lo si può capire dalle partecipazioni alle “mitiche” soap della terra dei canguri, ovvero Home and Away e Neighbours), lo ricordo per film come Priscilla la regina del deserto, il bellissimo L.A. Confidential e l’altrettanto bello L’insaziabile. Ha 44 anni e sei film in uscita.
Il discorso del re ha ottenuto ben 12 nomination agli Oscar di quest’anno, tra cui le più importanti: miglior film, miglior attore protagonista, miglior attore non protagonista (Geoffrey Rush), migliore attrice non protagonista (Helena Bonham Carter), miglior regia, miglior sceneggiatura. Inutile dire che spero si porti a casa almeno uno di questi premi principali e che tifo spudoratamente per Colin Firth, mentre come miglior film mi andrebbe bene anche se vincesse il bellissimo Inception. Shame (nel senso di scemo…) on Paul Bettany, a cui era stato offerto il ruolo del protagonista e lo ha rifiutato. Immagino che ora si starà mangiando le mani, ma sono affari suoi. Nota di merito invece allo sceneggiatore del film, David Seidler, che ha rispettato il desiderio della Regina Madre e ha scritto la sceneggiatura dopo la sua morte, per non risvegliare in lei ricordi troppo dolorosi. E ora vi lascio al trailer originale... ascoltate bene, prima ancora di vedere!! ENJOY!
giovedì 31 maggio 2007
Pirates of the Caribbean (2003-2007)
E pensare che è nato tutto da un'attrazione di Eurodisney che nessuno si filava, la versione francese dei nostri Cosari a Gardaland. Un film affidato a Gore Verbinski, quello del Topolino sotto sfratto, e di altri film non proprio memorabili fino al 2003. A farci ben caso, il primo Pirates of the Caribbean doveva essere a sé stante, tanto che potrebbe venir benissimo slegato dagli altri due, grazie anche all'ottusa distribuzione italiana che ha titolato il primo La maledizione della prima luna e solo dal secondo in poi ha cominciato ad usare il Pirati dei Caraibi.
Non saprei onestamente cos'ha garantito il successo mondiale di queste tre pellicole, posso solo dire cosa ne penso io:
Il primo film, La maledizione della Prima Luna, presenta già tutti gli elementi che caratterizzeranno la saga, ovvero avventura a palate, effetti speciali spettacolari, una regia di ferro, ironia, personaggi ben caratterizzati e soprattutto il Jack Sparrow di Johnny Depp, un cialtrone con le movenze da Fabius, influenzato dal look rock di Keith Richards, che in originale fa ancor più sbellicare. Ovviamente il primo film getta solo le basi della saga, e a riguardalo è ingenuo e fresco nella sua semplicità, e i personaggi riflettono bene questo. C'è la principessa innamorata dell'ingenuo garzone, il pirata svanito e buffone, privo di qualsiasi onore, e un villain perfetto, privo di qualsivoglia pietà. Il film d'avventura per eccellenza, con un eccellente happy ending.
Il secondo film, La maledizione del forziere fantasma, segna la svolta della trilogia, ed è molto più adulto e cupo del primo,continuando tuttavia a mantenere quell'ironia e quelle gag che sono tipiche del capostipite.
Nonostante solitamente le trilogie peggiorino invece di migliorare, il secondo film non si limita a scopiazzare il primo. Innanzitutto montaggio e regia, così come gli effetti speciali, progrediscono in maniera impressionante, inoltre i protagonisti maturano. Elisabeth, la principessa ingenua, cresce e conosce il dolore, l'amore non è più puro e semplice ma i sentimenti che prova per Will vengono messi in discussione, anche dalla palese attrazione che la ragazza prova per Jack Sparrow. Inoltre, il cattivo di turno, Davy Jones (un incrocio tra una seppia, un granchio e il Fantasma dell'Opera) e' molto piu' complesso e romantico di quanto non appaia in realta'. Vecchi personaggi tornano e vengono usati in modo completamente nuovo, e i nuovi personaggi aggiungono freschezza al tutto e serviranno per porre le basi della terza pellicola, oltre ad aggiungere interessanti elementi alla trama ( Tia Dalma è un personaggio splendidamente affascinante e sentirla parlare in originale con quell'assurdo patois è da urlo).
Quest'ultimo (forse) capitolo della Trilogia, Ai confini del mondo, mantiene la complessità e le atmosfere cupe del secondo film, aggiungendo una vena di misticismo e sequenze che definire oniriche è dir poco, visto che sono veri e propri deliri psichici. Vengono riprese e risolte tutte le questioni lasciate in sospeso nel secondo film, i personaggi incontrano il destino che si erano preparati e vengono mostrati altri nuovi ed interessanti pirati. La scena iniziale è un capolavoro di ironia e azione (in alcuni punti sembra un omaggio tuttavia a La città incantata di Hayao Miyazaki), Jack Sparrow se possibile è anche più assurdo e incomprensibile del solito, gli intrighi a base di inganni, macchinazioni nascoste e vendette più o meno palesi sono portati all'ennesima potenza e la sequenza del matrimonio in battaglia e del Maelstrom entreranno sicuramente negli annali, perché sono un capolavoro. Il tutto viene scandito dalle note della ballata piratesca, e si sente aleggiare quella tipica malinconia di un'epoca alla conclusione; il fil rouge del film è libertà e ritorno all'innocente avventura. Certo, ci sono alcuni buchi nella trama e potenzialità sprecate (la Dea Calypso per esempio serve solo a faci vedere Davy Jones al naturale: sarebbe stato molto più interessante un flashback) ma si perdono nella grandiosità di un film che finalmente, per la gioia dei fans tutti, ci regala la vista di Keith Richards nei panni del papà di Jack.
Il regista della trilogia è lo stesso per tutti i film, Gore Verbinski. La sua filmografia è tutta recentissima, non proprio eccelsa. Ha esordito nel 1997 con il divertente Topolino sotto sfratto, proseguito con il deprimente (nonostante uno splendido James Gandolfini) The Mexican e girato il dignitoso remake americano di The Ring. Ha 43 anni, per ora nessun film in uscita.
Johnny Depp è Capitan Jack Sparrow, il cuore della pellicola e probabilmente uno degli ingredienti principali del suo successo, nonché uno degli attori più versatili ed abili degli ultimi decenni, se non il migliore.
Il buon vecchio Johnny ha esordito nel lontano 1984 con un film ormai cult, Nightmare dal profondo della notte, ove interpretava il ragazzo della protagonista Nancy e veniva ucciso in un modo talmente spettacolare che se non avete il DVD non riuscirete MAI a vederlo a causa della censura (peraltro tornerà in un cameo nell'orrido Nightmare 6 - La fine come Oprah Noodlemantra). Da allora, il ruolo in 21Jump Street e una marea di film splendidi, soprattutto come musa di Tim Burton con il quale ha girato Edward mani di forbice, Ed Wood, Il mistero di Sleepy Hollow e Charlie e la fabbrica di cioccolato, oltre ad aver dato voce e fattezze a Victor ne La sposa cadavere. Tra le sue pellicole più belle ricordo Donnie Brasco, Paura e delirio a Las Vegas, Chocolat, From Hell, C'era una volta in Messico. Ha 44 anni e cinque film in progetto, tra cui il nuovo musical di Burton, Sweeney Todd e, pare, i due seguiti di Sin City.
Geoffrey Rush è Capitan Barbossa, il nemico per eccellenza di Capitan Jack Sparrow, nonché villain della prima pellicola.
L' attore australiano, ha vinto un oscar come miglior protagonista per Shine, che gli ha donato fama internazionale. Tra i suoi film Elisabeth, Shakespeare in Love, Il mistero della casa sulla collina: inoltre ha prestato la voce a Nigel in Alla ricerca di Nemo. Ha 56 anni e un film in uscita.
Orlando Bloom interpreta Will Turner, il bel garzone innamorato di Elisabeth. Non sto a mettere foto del prima e dopo perché essenzialmente il ragazzone non cambia. Il successo internazionale dell'Orlando deriva da un'altra trilogia, quel Signore degli Anelli dove ha fatto sbavare milioni di ragazzette allupate nei panni dell'elfo Legolas, anche se aveva già avuto una particina in Wilde. Dopodiché ha partecipato ad altre innominabili superproduzioni in costume, e l'unico film che vale la pena di citare per me è Elizabethtown. Ha un film in uscita e 30 anni.
Keira Knightley interpreta la contesissima Elisabeth Swann, destinata a diventare pirata e combattente. L'attrice inglese è stata coprotagonista dell'inquietantissimo The Hole, e del successo inaspettato Sognando Beckam. Ha 22 anni e 3 film in uscita.
Chow Yun-Fat interpreta Sao Feng, uno dei nuovi pirati introdotti nella pellicola, quello dove si recano all'inizio i protagonisti. L'attore di Hong Kong, dopo miriadi di film mai arrivati sul mercato italiano, ha recitato anche in produzioni internazionali come Anna e il Re e La Tigre e il dragone. Ha 42 anni e due film in uscita.
Citare tutti gli altri bravissimi attori coinvolti mi prenderebbe un post lungo kilometri, quindi, finisco in breve con due attori che stimo per vari motivi.Jonathan Pryce interpreta il Governatore Swann (per una biografia di costui si veda il post su Qualcosa di Sinistro sta per Accadere). Bill Nighy, che interpreta Davy Jones, è stato il patrigno PHILIP in Shaun of the Dead.
Ed ora ecco l'attrazione di Eurodisney che ha ispirato il film.... con un ospite d'eccezione!!
Ah, ricordate: rimanete fino alla fine dei titoli di coda in tutti e tre i film. C'è sempre una bella sorpresa in agguato!
































