In questi giorni ho guardato, quasi per scherzo, Eli, il nuovo film Netflix diretto dal regista Ciarán Foy, senza aspettarmi nulla di che. Mi sono dovuta ricredere, ma ora non so come scrivere un post privo di SPOILER.
Trama: il piccolo Eli, affetto da una malattia autoimmune, viene portato come ultima spiaggia in una casa isolata dove la dottoressa Horn afferma di poterlo curare. All'interno della casa, però, cominciano a succedere cose strane...
Facciamo così. In questo primo paragrafo bandirò gli spoiler e cercherò di spiegarvi brevemente perché Eli è un film che merita di venire visto a prescindere dalla sua apparente banalità. Nel secondo paragrafo mi sfogherò un po' di più e sconfinerò nel terrificante territorio dello spoiler, perché era già qualche tempo che un horror non mi soddisfaceva in questo modo. Eli parte da un assunto intrigante, che unisce l'horror "medico" a quello più paranormale e che prevede un protagonista reso ancora più fragile da un difetto fisico o malattia (in questo caso Eli è costretto a vivere in ambienti completamente sterili e ad uscire di casa con una tuta simile a quella degli astronauti), inserito in un luogo potenzialmente pericoloso e popolato da personaggi ambigui. In apparenza, la casa di cura gestita dalla dottoressa Horn è irreprensibile, anche se vi sono posti, all'interno, dove non è consentito andare e che non sono completamente sterili, tuttavia le cure che vengono inflitte ad Eli sono al limite della tortura medievale e, come se ancora non bastasse, il piccolo si ritrova presto a venire attaccato nottetempo da alcuni spettri malevoli, senza peraltro venire creduto. La trama, come vedete, è abbastanza infarcita di cliché e lo stile di regia e sceneggiatura è quello tipico di un prodotto Blumhouse a base di entità malvagie, un The Conjuring ambientato in un ospedale (o al limite un Sinister, visto che Foy ha diretto il secondo capitolo della saga), durante la cui visione lo spettatore deve stare attento a non morire d'infarto causa jump scare assortiti filtrati da specchi o vetri, particolarmente diffusi all'interno della casa di cura. Tuttavia, tra gli strilli e l'interpretazione convintissima del piccolo Charlie Shotwell e tanti piccoli indizi che mostrano una famiglia disperata e nemmeno troppo unita (bellissima l'inquadratura all'interno della quale le mani dei genitori si dividono non appena si è chiusa la porta alle spalle del figlio), la sceneggiatura ci porta nel vivo della storia senza perdersi in spiegoni e soprattutto non cala di tensione nemmeno per un istante, anche quando i jump scare scompaiono e il film abbraccia la sua seconda anima. Se vi fidate di me anche con queste poche, scarne informazioni, il consiglio è quello di recuperare Eli senza remore perché è uno degli originali Netflix migliori al momento in catalogo... altrimenti proseguite, a vostro rischio e pericolo, perché entriamo nel regno dello
SPOILER
A un certo punto la sceneggiatura di Eli cambia completamente direzione e ribalta il punto di vista dello spettatore, che arriva a sentirsi intelligentemente gabbato e comincia a ripensare a tanti piccoli dettagli che lì per lì non quadravano, in primis l'impossibilità di avere un'intera magione sterilizzata. Certo, passata l'onda dell'entusiasmo c'è anche da dire che l'intero impianto scricchiola quanto le assi dei pavimenti di una casa infestata (arrivare a convincere il figlio di essere malato per curarlo del suo vero male? Ma a che pro? Bastava un esorcista, santo cielo. In tutta l'America ci sono solo queste tre suore scappate di casa in grado di esorcizzare pargoli o eliminare la progenie del Demonio? Peraltro passando per "fasi" in cui è persino necessario praticargli dei fori nella scatola cranica? Aiuto.), però è talmente convincente il modo in cui la sceneggiatura riesce a farsi beffe dell'utente Netflix, medio o scafato che sia, sviandolo in almeno due/tre modi differenti, che non si può non arrivare alla fine di Eli con un bel sorriso sulle labbra. L'idea dei fantasmi in apparenza malvagi che in realtà aiutano il protagonista, per esempio, era "sgamabile" sin dall'inizio ma onestamente non avrei mai pensato che le entità fossero davvero maligne perché lo è anche il loro protetto. E così lo spettatore per la maggior parte della durata si ritrova a fare il tifo per Eli, a volere bene alla madre Rose (nomen omen) che pare manipolata da un marito orco, a detestare l'ambigua dottoressa Horn e a sperare che il povero pargolo guarisca e sopravviva o magari muoia in maniera eroica per salvare altri bimbi come lui... finché tutto crolla, in un finale concitato ed ironicamente crudele. Come ho scritto sopra, Eli non racconta nulla di nuovo e si appoggia a svariati cliché del genere, ma è il modo in cui vengono mescolati a convincere e a spingere lo spettatore a sorvolare su alcune incongruenze e forzature. E poi, insomma, è sempre bello vedere Kelly Reilly, soprattutto perché la sua interpretazione da mamma apprensiva ed esageratamente dolce, tutta sussurri e trucchetti per calmarsi, nasconde una voragine di angoscia e segreti taciuti. Come sempre, non c'è nulla di meglio di un piccolo protagonista malvagio per ravvivare un film, e decisamente Eli si è conquistato un posto nell'olimpo dei miei preferiti!
FINE SPOILER/POST
Del regista Ciarán Foy ho già parlato QUI. Kelly Reilly (Rose) e Lily Taylor (Dr. Horn) le trovate invece ai rispettivi link.
Charlie Shotwell interpreta Eli. Americano, ha partecipato a film come Captain Fantastic, Tutti i soldi del mondo e The Nightingale. Ha 10 anni e tre film in uscita.
Sadie Sink, che interpreta Haley, è la Max di Stranger Things. ENJOY!
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mercoledì 23 ottobre 2019
Eli (2019)
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domenica 12 novembre 2017
Leatherface (2017)
Dalle mie parti non era uscito ma sono comunque riuscita a recuperare in tempi brevi Leatherface, diretto dai registi Alexandre Bustillo e Julien Maury.
Trama: il rampollo più piccolo di una famiglia di pazzi cannibali viene rinchiuso in un manicomio. Anni dopo, la madre va a cercarlo e, benché la donna non riesca a trovarlo, causa comunque la fuga di alcuni sanguinari pazienti, i quali prendono una giovane infermiera come ostaggio...
In verità a me di Non aprite quella porta non è mai fregato più di tanto. L'originale di Tobe Hooper è un capolavoro che riguarderei in loop ma per me è finita lì, o meglio, è finita con un Leatherface en travesti che cercava di uccidere Renée Zellweger. Se sono tornata a calcare le sanguinose strade del Texas, dopo avere sputato in faccia a Nispel evitando di vedere sia la sua versione di Non aprite quella porta che il prequel della stessa, lo devo ai nomi di Alexandre Bustillo e Julien Maury, i maledettissimi esseri immondi responsabili di À l’interieur, uno dei film che più mi ha rivoltato lo stomaco e depressa in assoluto (e di cui nel frattempo è uscito un remake spagnolo. Uh, ma che belliSSSSima idea!). Mi sono detta: con un background simile e questo materiale per le mani chissà che diamine faranno 'sti due maledetti fronscesi, come minimo una roba da non dormirci per millant'anni, capace di far impiccare persino il Rated R, qualcosa di malatissimo ed innovativo, che faccia sentire sporco lo spettatore nel profondo! Ehm, no. Porta la Francia in America (o, meglio, in Romania) e il risultato sono due mangiarane spaesati che cercano di abbattere lo spettatore a colpi di scene ributtanti senza creare quell'empatia necessaria a farli sentire davvero male. Insomma, con me due registi vincono facilissimo quando mostrano un tizio a cui vengono spaccati i denti su un sasso, ma parliamo di qualcosa che si supera facilmente chiudendo un attimo gli occhi e aspettando sia finita, mentre l'idea di una donna incinta torturata a morte da una pazza mi perseguita anche nel sonno, altro che chiudere gli occhi. La verità è che, per quanto tutto ciò mi faccia schifo, due che copulano con un cadavere in mezzo al letto, persone torturate da una motosega e gente che si insozza con i peggio liquami del creato lasciano un po' il tempo che trovano, mi paiono proprio cose messe lì per ribadire uno "stile" che non oltrepassa l'apparenza e che apporta ben poco al "mito" di Leatherface (tranne la motosega, vabbé, quella è indispensabile, anche se magari potevano non regalargliela da bambino per il compleanno...), soprattutto se alla famiglia pazza ci hanno già giocato ben prima sia Tobe Hooper che Rob Zombie, l'unico che è riuscito ad omaggiare il "maestro" superandolo poi a destra con quel trionfo de La casa del Diavolo. Film che, per inciso, mi è tornato in mente non so quante volte guardando Leatherface, che lo cita di continuo partendo dalla pazza bionda per arrivare allo sceriffo più cattivo degli stessi cattivi.
Quindi, premesso che tra À l’interieur e Leatherface c'è un abisso (tra l'altro mi rendo conto giusto ora che prima di Leatherface i due registi hanno diretto anche Livide e Among the Livings, perché quelli non li ho mai recuperati? Forse per paura?), cosa rimane di quest'ennesima rilettura dei personaggi partoriti da Hooper nel 1974? Beh, se piace il genere rimangono un'ora e mezza di omicidi efferati, belle inquadrature, attori non malvagi (sui quali spiccano uno Stephen Dorff invecchiato ma sempre bello da vedere e la brava Lili Taylor, qui forse poco utilizzata. Ah, e c'è pure il ciollamolla Iron Fist con i riccioli tinti di castano, il quale fa la fine che si sarebbe meritato il suo personaggio Marvel Netflix), risate a profusione davanti ai tentativi dello sceneggiatore di "sviare" lo spettatore impedendogli di capire chi sia il futuro Leatherface tra gli evasi dal manicomio, qualche perversione giusto per ribadire la natura "esotica" dell'opera e una sovrabbondanza di proiettili magici tipicamente texana. Il che non è un male, per carità, ma sinceramente dai due registi franzosi mi aspettavo molto di più. La verità è che ormai dopo più di quarant'anni e mezza dozzina di film non c'è più molto da dire su Leatherface e la sua allegra famiglia di cannibali redneck quindi o ci si accontenta di vedere più o meno sempre la stessa solfa più o meno realizzata bene (con l'aggiunta dei background esplicativi che adesso vanno tanto di moda) oppure bisognerà attendere che qualcuno decida di spedire il vecchio Faccia di Cuoio "in space" come minacciava di fare Robert Rodriguez con Machete o magari nell'Inghilterra di Downton Abbey con una macchina del tempo per avere finalmente qualcosa di sorprendente. O forse anche no, vah.
Dei registi Alexandre Bustillo e Julien Maury ho già parlato QUI. Stephen Dorff (Hal Hartman), Lili Taylor (Verna) e Finn Jones (Agente Sorrel) li trovate invece ai rispettivi link.
Leatherface funge da prequel per Non aprite quella porta, Non aprite quella porta - Parte 2, Non aprite quella porta - Parte 3, Non aprite quella porta IV e Non aprite quella porta 3D mentre, se non ho capito male, il Non aprite quella porta del 2003 e il suo prequel Non aprite quella porta: L'inizio, vanno per i fatti loro benché raccontino, in fin dei conti, sempre la stessa storia. Se Leatherface vi fosse piaciuto ne avete quindi di roba da recuperare... ma magari aggiungete anche La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. ENJOY!
Trama: il rampollo più piccolo di una famiglia di pazzi cannibali viene rinchiuso in un manicomio. Anni dopo, la madre va a cercarlo e, benché la donna non riesca a trovarlo, causa comunque la fuga di alcuni sanguinari pazienti, i quali prendono una giovane infermiera come ostaggio...
In verità a me di Non aprite quella porta non è mai fregato più di tanto. L'originale di Tobe Hooper è un capolavoro che riguarderei in loop ma per me è finita lì, o meglio, è finita con un Leatherface en travesti che cercava di uccidere Renée Zellweger. Se sono tornata a calcare le sanguinose strade del Texas, dopo avere sputato in faccia a Nispel evitando di vedere sia la sua versione di Non aprite quella porta che il prequel della stessa, lo devo ai nomi di Alexandre Bustillo e Julien Maury, i maledettissimi esseri immondi responsabili di À l’interieur, uno dei film che più mi ha rivoltato lo stomaco e depressa in assoluto (e di cui nel frattempo è uscito un remake spagnolo. Uh, ma che belliSSSSima idea!). Mi sono detta: con un background simile e questo materiale per le mani chissà che diamine faranno 'sti due maledetti fronscesi, come minimo una roba da non dormirci per millant'anni, capace di far impiccare persino il Rated R, qualcosa di malatissimo ed innovativo, che faccia sentire sporco lo spettatore nel profondo! Ehm, no. Porta la Francia in America (o, meglio, in Romania) e il risultato sono due mangiarane spaesati che cercano di abbattere lo spettatore a colpi di scene ributtanti senza creare quell'empatia necessaria a farli sentire davvero male. Insomma, con me due registi vincono facilissimo quando mostrano un tizio a cui vengono spaccati i denti su un sasso, ma parliamo di qualcosa che si supera facilmente chiudendo un attimo gli occhi e aspettando sia finita, mentre l'idea di una donna incinta torturata a morte da una pazza mi perseguita anche nel sonno, altro che chiudere gli occhi. La verità è che, per quanto tutto ciò mi faccia schifo, due che copulano con un cadavere in mezzo al letto, persone torturate da una motosega e gente che si insozza con i peggio liquami del creato lasciano un po' il tempo che trovano, mi paiono proprio cose messe lì per ribadire uno "stile" che non oltrepassa l'apparenza e che apporta ben poco al "mito" di Leatherface (tranne la motosega, vabbé, quella è indispensabile, anche se magari potevano non regalargliela da bambino per il compleanno...), soprattutto se alla famiglia pazza ci hanno già giocato ben prima sia Tobe Hooper che Rob Zombie, l'unico che è riuscito ad omaggiare il "maestro" superandolo poi a destra con quel trionfo de La casa del Diavolo. Film che, per inciso, mi è tornato in mente non so quante volte guardando Leatherface, che lo cita di continuo partendo dalla pazza bionda per arrivare allo sceriffo più cattivo degli stessi cattivi.
Quindi, premesso che tra À l’interieur e Leatherface c'è un abisso (tra l'altro mi rendo conto giusto ora che prima di Leatherface i due registi hanno diretto anche Livide e Among the Livings, perché quelli non li ho mai recuperati? Forse per paura?), cosa rimane di quest'ennesima rilettura dei personaggi partoriti da Hooper nel 1974? Beh, se piace il genere rimangono un'ora e mezza di omicidi efferati, belle inquadrature, attori non malvagi (sui quali spiccano uno Stephen Dorff invecchiato ma sempre bello da vedere e la brava Lili Taylor, qui forse poco utilizzata. Ah, e c'è pure il ciollamolla Iron Fist con i riccioli tinti di castano, il quale fa la fine che si sarebbe meritato il suo personaggio Marvel Netflix), risate a profusione davanti ai tentativi dello sceneggiatore di "sviare" lo spettatore impedendogli di capire chi sia il futuro Leatherface tra gli evasi dal manicomio, qualche perversione giusto per ribadire la natura "esotica" dell'opera e una sovrabbondanza di proiettili magici tipicamente texana. Il che non è un male, per carità, ma sinceramente dai due registi franzosi mi aspettavo molto di più. La verità è che ormai dopo più di quarant'anni e mezza dozzina di film non c'è più molto da dire su Leatherface e la sua allegra famiglia di cannibali redneck quindi o ci si accontenta di vedere più o meno sempre la stessa solfa più o meno realizzata bene (con l'aggiunta dei background esplicativi che adesso vanno tanto di moda) oppure bisognerà attendere che qualcuno decida di spedire il vecchio Faccia di Cuoio "in space" come minacciava di fare Robert Rodriguez con Machete o magari nell'Inghilterra di Downton Abbey con una macchina del tempo per avere finalmente qualcosa di sorprendente. O forse anche no, vah.
Dei registi Alexandre Bustillo e Julien Maury ho già parlato QUI. Stephen Dorff (Hal Hartman), Lili Taylor (Verna) e Finn Jones (Agente Sorrel) li trovate invece ai rispettivi link.
Leatherface funge da prequel per Non aprite quella porta, Non aprite quella porta - Parte 2, Non aprite quella porta - Parte 3, Non aprite quella porta IV e Non aprite quella porta 3D mentre, se non ho capito male, il Non aprite quella porta del 2003 e il suo prequel Non aprite quella porta: L'inizio, vanno per i fatti loro benché raccontino, in fin dei conti, sempre la stessa storia. Se Leatherface vi fosse piaciuto ne avete quindi di roba da recuperare... ma magari aggiungete anche La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. ENJOY!
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domenica 1 settembre 2013
L'evocazione (2013)
Qualche giorno fa sono riuscita, finalmente, a vedere anch’io questo L’evocazione (The Conjuring) di James Wan, salutato da amici e blogger come una delle rivelazioni horror dell’anno e come minimo uno dei film più spaventevoli degli ultimi tempi.
Trama: i membri della famiglia Perron, appena trasferitisi nella casa nuova, cominciano a venire perseguitati da strani e pericolosi fenomeni sovrannaturali. I coniugi Warren, esperto demonologo lui e sensitiva lei, cercheranno di aiutare la sfortunata famiglia, anche a rischio della propria vita.
Comincerò la recensione dicendo che Wan non è scorretto: di più. Alla storia vera della famiglia Perron, scritta con la consulenza di una delle figlie ormai adulta e di Mrs. Warren in persona e conseguentemente inquietante già di per sé, ha infatti aggiunto a mo’ di corollario un altro caso a cui hanno partecipato i Warren, quello della bambola Annabelle. Per una che, come me, ha la fobia di pupazzi e pagliacci, questo è stato un vero colpo basso soprattutto perché, alla vista della demoniaca bambola, la cui espressione è esponenzialmente più malvagia di quella dell'originale, ho rischiato di lasciare la sala al quinto minuto di proiezione e morire di tachicardia. E anche dopo ho avuto un paio di scompensi perché il buon Wan riesce ad ingannare persino lo spettatore più scafato piazzandogli il colpo di scena al momento previsto... ma da un'angolazione completamente inaspettata! Doppiamente maledetto quindi. Scherzi a parte (e chi scherza...?) L'evocazione non è solo inganni e spaventi a buon mercato, anzi: è un validissimo film d'atmosfera, dove l'inquietudine aleggia genuina e palpabile per tutta la durata, dove ogni dettaglio è finalizzato a far paura e dove, per quanto si abbondi di cliché, l'omaggio sentito agli horror anni '70 viene trasformato in un pregevole riaggiornamento del genere e non in semplice scopiazzatura.
Oltre all'incredibile ed intelligente accuratezza con cui viene trattato l'elemento horror (molto bella la scena in cui viene sfatato il mito che vuole gli oggetti posseduti, quando invece questi ultimi sarebbero solo degli "specchi" che ingannano gli umani, unici papabili "dimore" di eventuali demoni) quello che rende L'evocazione diverso rispetto ad altre pellicole simili è l'attenzione verso l'elemento umano: sia i membri della famiglia Perron che i Warren vengono presentati in modo che lo spettatore possa, se non affezionarsi, perlomeno interessarsi a loro e al loro destino e lo stesso vale per i personaggi secondari come, per esempio, le due povere ragazze che compaiono all'inizio. Simile risultato viene raggiunto soprattutto grazie alla bravura degli attori, tutti sicuramente in parte: personalmente, da quando ho cominciato a guardare Bates Motel, ho sviluppato una passione per Vera Farmiga e quella sua aria contemporaneamente malinconica e dura e trovo che in questo L'evocazione riesca a dare il meglio di sé. Gradevolissimi anche l'aspetto vintage delle sue mise, il modo in cui Wan alterna movimenti di macchina molto classici ad alcune innovazioni più moderne, come le riprese al contrario o due "tirate di capelli/piedi" alla Paranormal Activity, nonché un paio di citazioni di un paio di capisaldi horror come L'esorcista, Amityville Horror e Poltergeist. Insomma, magari L'evocazione non sarà l'horror del millennio ma a me è piaciuto molto e ho dormito male per almeno una notte, quindi lo consiglio. Sono rimasta solo con un dubbio: i 14enni di oggi soffrono di disagi alla prostata, sono già assuefatti alle sigarette, devono farsi le pippe perché la ragazzina seduta loro vicina non gliela da o sono semplicemente stupidi? No, perché il viavai che c'era in corridoio durante la proiezione rasentava quello dell'orario di punta nella metro di Tokyo e la cosa simpatica è che TUTTI camminavano battendo le mani. Chi ha visto il film capirà il motivo dello "scherzone" ma, figlioli, non fate paura. D'altra parte, se penso che erediterete il pianeta potrei cominciare a urlare per il terrore, sì.
Di Vera Farmiga (Lorraine Warren), Patrick Wilson (Ed Warren) e Lili Taylor (Carolyn Perron) ho parlato ai rispettivi link.
James Wan è il regista della pellicola. Malese, ha diretto film come Saw – L’enigmista, Dead Silence, Insidious e Insidious: Chapter 2. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 36 anni e dirigerà il settimo capitolo della saga Fast & Furious.
La quattordicenne Joey King, che nel film interpreta Christine, aveva già partecipato a Il cavaliere oscuro - Il ritorno come ragazzina della prigione e a Il grande e potente Oz come bimba sulla sedia a rotelle e conseguentemente voce della bambolina di porcellana; la “sorella” Cindy invece, alias Mackenzie Foy, non è altri che la Renesmee (o come amo chiamarla, Esmeerda) del Twilight cinematografico ed ecco spiegato perché, povera creatura, tira testate negli armadi per tutto il film. Come ultima bimbetta segnalo Sterling Jerins, che qui interpreta la figlia dei Warren dopo essere stata già una delle pargole di Brad Pitt in World War Z, mentre la donna anziana che ascolta la lezione dei Warren nella sequenza in cui è presente anche Lili Taylor è proprio la vera Lorraine Warren! La cosa mi mette ancora più paura, son sincera. E altrettanto fastidio mi procura la notizia che è già stato annunciato un seguito del film. Voi non ci pensate e, se L'evocazione vi è piaciuto, recuperate Gli invasati, Amytiville Horror (basato sul "caso di Long Island" che viene proposto ai Warren alla fine del film) e Poltergeist - Demoniache presenze. ENJOY!!
Trama: i membri della famiglia Perron, appena trasferitisi nella casa nuova, cominciano a venire perseguitati da strani e pericolosi fenomeni sovrannaturali. I coniugi Warren, esperto demonologo lui e sensitiva lei, cercheranno di aiutare la sfortunata famiglia, anche a rischio della propria vita.
Comincerò la recensione dicendo che Wan non è scorretto: di più. Alla storia vera della famiglia Perron, scritta con la consulenza di una delle figlie ormai adulta e di Mrs. Warren in persona e conseguentemente inquietante già di per sé, ha infatti aggiunto a mo’ di corollario un altro caso a cui hanno partecipato i Warren, quello della bambola Annabelle. Per una che, come me, ha la fobia di pupazzi e pagliacci, questo è stato un vero colpo basso soprattutto perché, alla vista della demoniaca bambola, la cui espressione è esponenzialmente più malvagia di quella dell'originale, ho rischiato di lasciare la sala al quinto minuto di proiezione e morire di tachicardia. E anche dopo ho avuto un paio di scompensi perché il buon Wan riesce ad ingannare persino lo spettatore più scafato piazzandogli il colpo di scena al momento previsto... ma da un'angolazione completamente inaspettata! Doppiamente maledetto quindi. Scherzi a parte (e chi scherza...?) L'evocazione non è solo inganni e spaventi a buon mercato, anzi: è un validissimo film d'atmosfera, dove l'inquietudine aleggia genuina e palpabile per tutta la durata, dove ogni dettaglio è finalizzato a far paura e dove, per quanto si abbondi di cliché, l'omaggio sentito agli horror anni '70 viene trasformato in un pregevole riaggiornamento del genere e non in semplice scopiazzatura.
Oltre all'incredibile ed intelligente accuratezza con cui viene trattato l'elemento horror (molto bella la scena in cui viene sfatato il mito che vuole gli oggetti posseduti, quando invece questi ultimi sarebbero solo degli "specchi" che ingannano gli umani, unici papabili "dimore" di eventuali demoni) quello che rende L'evocazione diverso rispetto ad altre pellicole simili è l'attenzione verso l'elemento umano: sia i membri della famiglia Perron che i Warren vengono presentati in modo che lo spettatore possa, se non affezionarsi, perlomeno interessarsi a loro e al loro destino e lo stesso vale per i personaggi secondari come, per esempio, le due povere ragazze che compaiono all'inizio. Simile risultato viene raggiunto soprattutto grazie alla bravura degli attori, tutti sicuramente in parte: personalmente, da quando ho cominciato a guardare Bates Motel, ho sviluppato una passione per Vera Farmiga e quella sua aria contemporaneamente malinconica e dura e trovo che in questo L'evocazione riesca a dare il meglio di sé. Gradevolissimi anche l'aspetto vintage delle sue mise, il modo in cui Wan alterna movimenti di macchina molto classici ad alcune innovazioni più moderne, come le riprese al contrario o due "tirate di capelli/piedi" alla Paranormal Activity, nonché un paio di citazioni di un paio di capisaldi horror come L'esorcista, Amityville Horror e Poltergeist. Insomma, magari L'evocazione non sarà l'horror del millennio ma a me è piaciuto molto e ho dormito male per almeno una notte, quindi lo consiglio. Sono rimasta solo con un dubbio: i 14enni di oggi soffrono di disagi alla prostata, sono già assuefatti alle sigarette, devono farsi le pippe perché la ragazzina seduta loro vicina non gliela da o sono semplicemente stupidi? No, perché il viavai che c'era in corridoio durante la proiezione rasentava quello dell'orario di punta nella metro di Tokyo e la cosa simpatica è che TUTTI camminavano battendo le mani. Chi ha visto il film capirà il motivo dello "scherzone" ma, figlioli, non fate paura. D'altra parte, se penso che erediterete il pianeta potrei cominciare a urlare per il terrore, sì.
Di Vera Farmiga (Lorraine Warren), Patrick Wilson (Ed Warren) e Lili Taylor (Carolyn Perron) ho parlato ai rispettivi link.
James Wan è il regista della pellicola. Malese, ha diretto film come Saw – L’enigmista, Dead Silence, Insidious e Insidious: Chapter 2. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 36 anni e dirigerà il settimo capitolo della saga Fast & Furious.
La quattordicenne Joey King, che nel film interpreta Christine, aveva già partecipato a Il cavaliere oscuro - Il ritorno come ragazzina della prigione e a Il grande e potente Oz come bimba sulla sedia a rotelle e conseguentemente voce della bambolina di porcellana; la “sorella” Cindy invece, alias Mackenzie Foy, non è altri che la Renesmee (o come amo chiamarla, Esmeerda) del Twilight cinematografico ed ecco spiegato perché, povera creatura, tira testate negli armadi per tutto il film. Come ultima bimbetta segnalo Sterling Jerins, che qui interpreta la figlia dei Warren dopo essere stata già una delle pargole di Brad Pitt in World War Z, mentre la donna anziana che ascolta la lezione dei Warren nella sequenza in cui è presente anche Lili Taylor è proprio la vera Lorraine Warren! La cosa mi mette ancora più paura, son sincera. E altrettanto fastidio mi procura la notizia che è già stato annunciato un seguito del film. Voi non ci pensate e, se L'evocazione vi è piaciuto, recuperate Gli invasati, Amytiville Horror (basato sul "caso di Long Island" che viene proposto ai Warren alla fine del film) e Poltergeist - Demoniache presenze. ENJOY!!
venerdì 5 ottobre 2012
Four Rooms (1995)
Negli anni in cui Tarantino era una novità assoluta per me e, soprattuttamente, un figo della madonna, ho cercato di reperire, come un segugio impazzito, praticamente tutti i film dove il nostro compariva anche solo per un minuto o due, quando gli andava bene. E’ così che mi sono imbattuta nel divertente Four Rooms, diretto nel 1995 da Allison Anders, Alexandre Rockwell, Robert Rodriguez e, ovviamente, Quentin Tarantino. Siccome il film è a episodi anche la recensione sarà divisa, almeno per un po’.
The missing ingredient – L’ingrediente mancante
Trama: Ted, appena nominato fattorino dell’Hotel Mon Signor, deve aiutare una congrega di streghe che vogliono fare risorgere la loro dea…
L’ingrediente mancante è sicuramente l’episodio più debole dell’intero film, una belinata galattica interpretata o da cani o da attrici e attori che, poveracci, sono costretti a prestarsi ad una trama ridicola. Gente come Tim Roth, Valeria Golino e Lily Taylor sono assolutamente sprecati, penalizzati da battute che vanno allegramente a braccetto col trash e che regalano allo spettatore risate a denti strettissimi. Meravigliosa solo Madonna, inguainata in un abitino di pelle nera mentre cerca di imbarazzare in tutti i modi il povero Ted, il resto è da dimenticare ed è inquietante pensare che quest’elogio al “potere femminile”, incarnato nella capacità innata di essere zoccole, sia stato scritto da una donna.
The wrong man – L’uomo sbagliato
Trama: Ted entra per sbaglio in una stanza e viene scambiato così dal folle Sigfrido per Theodore, presunto amante della moglie Angela…
La qualità dell’episodio è leggermente superiore a quella del precedente, ma ancora ben lungi dall’essere apprezzabile. Nonostante la natura fondamentalmente kafkiana della vicenda narrata e la grandissima gigioneria di David Proval e Tim Roth, infatti, l’episodio non lascia nulla allo spettatore se non una grandissima nostalgia per quella volta in cui Benigni, non rammento in quale show, aveva elencato un’infinita serie di sinonimi per definire l’organo genitale femminile. Il “raffinatissimo” finale in cui Jennifer Beals si profonde in uno sketch simile è abbastanza triste al confronto. Se siete amanti della “cronologia” sappiate che L’uomo sbagliato dovrebbe collocarsi dopo I maleducati, come si evince dalla telefonata della ragazzina. Sappiate anche che alla fine dell’episodio compare, nei panni del “vero” Theodore, il produttore Lawrence Bender, già apparso in Le iene, Pulp Fiction, Dal tramonto all’alba, The Mexican e Kill Bill vol. 2.
The misbeahavers – I maleducati
Trama: Ted viene incaricato di tenere a bada due bambini mentre i genitori vanno in giro a folleggiare per la notte di Capodanno. Non sarà, ovviamente, una serata tranquilla…
Non me ne voglia Quentin, ma il fiore all’occhiello della pellicola non è l’episodio da lui diretto, bensì questo esilarante capolavoro di umorismo, recitazione e montaggio. Finalmente una serie di dialoghi e situazioni paradossali che fanno veramente ridere, una storia dotata di un inizio e di una fine impreziosita dall’interpretazione da gran mattatore di Antonio Banderas (la sequenza in cui esce dalla stanza con la moglie ed entra nell’ascensore è un capolavoro) e un ritmo incalzante che non rallenta neppure un minuto. In tutto questo, ci guadagna anche Tim Roth, impagabile quando racconta la sua sfortunata infanzia ai due pargoli e durante la telefonata finale, sebbene risulti sempre sconvolgente sentirlo proferire a gran voce quelle che, senza se e senza ma, sono delle bestemmie che farebbero invidia a un camionista.
Un paio di curiosità sull’episodio: la prostituta che i due mocciosi pestiferi trovano nella stanza è nientemeno che la sorella di Rodriguez, Patricia Vonne, già comparsa in altre pellicole del regista come Desperado, Spy Kids e Sin City, mentre Tamlyn Tomita, qui moglie del personaggio di Banderas, era comparsa in Heroes nei panni della madre di Hiro. Infine, assieme allo spogliarello di Salma Hayek e un cartone animato (lo stesso che guardava Richie in Dal tramonto all’alba, by the way…), nella televisione dei bimbi passa anche un corto diretto dallo stesso Rodriguez, Bedhead.
The man from Hollywood - L’uomo di Hollywood
Trama: l’esasperato Ted è ormai deciso a lasciare il lavoro e l’hotel, ma ecco che arriva la telefonata più importante, quella del regista Chester Rush, che assieme al suo gruppo di ubriachissimi amici decide di volere il fattorino come complice in una sfida…
Liberamente tratto da un episodio di Alfred Hitchcock presenta che qui chiamano L’uomo di Rio (mentre il vero titolo è L’uomo del sud, a sua volta tratto dall’omonimo racconto di Roald Dalh), L’uomo di Hollywood è una supercazzola colossale, lo one man show di Quentin, pieno di citazioni e rimandi cinefili, sia ai film del regista (l’oggetto della scommessa d’altronde è la stessa macchina che aveva Vincent in Pulp Fiction) che ad altre pellicole in qualche modo legate all’argomento trattato. Se non andate in solluchero all’idea di vedere il tarantolato Quentin ingollare una ciambella intera, soffocarsi con lo champagne, parlare ininterrottamente e rifilare a Ted un pistolotto di un minuto esatto, sicuramente l’episodio non vi piacerà, ma sul finale vi farete comunque delle grasse risate, ed è impossibile non apprezzare i piccoli tocchi di stile registico di Tarantino, come la lunga carrellata iniziale o la ripresa su fondo rosso dello speech finale.
Per dovere di cronaca, sappiate che il nome di Bruce Willis non compare nei credits perché l’attore ha scelto di partecipare per fare un favore a Quentin e soprattutto senza chiedere un soldo, cosa che va contro lo statuto della Screen Actor’s Guild.
In definitiva, Four Rooms risulta un esperimento parzialmente riuscito, penalizzato dalla scelta di “annoiare” subito lo spettatore con due episodi deboli solo per tenere all’ultimo i pezzi da novanta e i nomi di sicuro richiamo. Tim Roth è comunque un mattatore incredibile, simpaticissimo anche nelle sequenze che fanno da collante tra gli episodi e che sono parte integrante ed essenziale del film, inoltre Four Rooms è arricchito anche da spettacolari titoli di testa animati (forse la cosa più bella di tutto il film) e da una colonna sonora accattivante. Sicuramente non un film per tutti, ricordo ancora quando lo feci vedere a un’amica e mi beccai delle saraccate d’insulti, ma sicuramente i fan di Tarantino e Rodriguez, se avranno pazienza, troveranno pane per i loro denti.
Dei registi e sceneggiatori Robert Rodriguez e Quentin Tarantino (anche interprete di Chester) ho parlato rispettivamente qui e qua. Di Sammi Davis (Jezebel), Madonna (Elspeth), Lily Taylor (Raven), David Proval (Sigfrido), Antonio Banderas (il papà dei due mocciosi pestiferi), Salma Hayek (la spogliarellista che balla in TV), Tim Roth (Ted) e Bruce Willis (Leo) ho già parlato nei rispettivi link.
Allison Anders (vero nome Alice Allison Anders) è la regista e sceneggiatrice dell’episodio “L’ingrediente mancante”. Americana, ha diretto alcuni film che non conosco, come La grazia nel cuore e Deserto di laramie, oltre ad episodi delle serie Sex and the City e Cold Case. Anche produttrice e attrice, ha 58 anni.
Alexandre Rockwell è il regista e sceneggiatore dell’episodio “L’uomo sbagliato”, nonché ideatore dell’intero progetto. Americano, ha diretto alcuni film che non conosco, come In the Soup – Un mare di guai e 13 Moons. Anche produttore e attore, ha 55 anni.
Valeria Golino interpreta Athena. Nonostante l’enorme successo internazionale, l’attrice è nata a Napoli, e la ricordo per film come Rain Man – L’uomo della pioggia, Hot Shots!, Puerto Escondido, Hot Shots! 2, Fuga da Los Angeles, Frida e La kryptonite nella borsa. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 46 anni e due film in uscita.
Alicia Witt interpreta Kiva. Americana, ha partecipato a film come Dune, Urban Legend, Vanilla Sky e a serie come I segreti di Twin Peaks, I Soprano, Ally McBeal, Two and a Half Men e CSI: Miami. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 37 anni e sei film in uscita.
Jennifer Beals interpreta Angela. Attrice americana lanciata dal film cult Flashdance, la ricordo anche per pellicole come l’assurdo Stress da vampiro, L’angelo del male, The Grudge 2 e Codice: Genesi. Ha 49 anni e un film in uscita.
Paul Calderon interpreta Norman. Portoricano, ha partecipato a film come Pulp Fiction, Il cattivo tenente, Il socio, The Addiction, Il bacio della morte, Out of Sight e a serie come Miami Vice. Anche produttore e sceneggiatore, ha 53 anni e due film in uscita.
Marisa Tomei interpreta Margaret. Americana, la ricordo per film come The Toxic Avenger, Oscar – Un fidanzato per due figlie, Mio cugino Vincenzo, Charlot, Terapia d’urto e Svalvolati on the road, inoltre ha doppiato un episodio de I Simpson. Ha 48 anni e tre film in uscita.
Come ultimissime curiosità vi dico che il film avrebbe dovuto intitolarsi Five Rooms, e il quinto episodio avrebbe dovuto essere diretto da Richard Linklater, che si è però tirato fuori dal progetto, mentre il personaggio di Ted era stato scritto per Steve Buscemi. In conclusione, se il film vi fosse piaciuto, provo a consigliarvi il nostrano Grand Hotel Excelsior o il pluricitato Ragazzo tuttofare? Perché no! ENJOY!
The missing ingredient – L’ingrediente mancante
Trama: Ted, appena nominato fattorino dell’Hotel Mon Signor, deve aiutare una congrega di streghe che vogliono fare risorgere la loro dea…
L’ingrediente mancante è sicuramente l’episodio più debole dell’intero film, una belinata galattica interpretata o da cani o da attrici e attori che, poveracci, sono costretti a prestarsi ad una trama ridicola. Gente come Tim Roth, Valeria Golino e Lily Taylor sono assolutamente sprecati, penalizzati da battute che vanno allegramente a braccetto col trash e che regalano allo spettatore risate a denti strettissimi. Meravigliosa solo Madonna, inguainata in un abitino di pelle nera mentre cerca di imbarazzare in tutti i modi il povero Ted, il resto è da dimenticare ed è inquietante pensare che quest’elogio al “potere femminile”, incarnato nella capacità innata di essere zoccole, sia stato scritto da una donna.
The wrong man – L’uomo sbagliato
Trama: Ted entra per sbaglio in una stanza e viene scambiato così dal folle Sigfrido per Theodore, presunto amante della moglie Angela…
La qualità dell’episodio è leggermente superiore a quella del precedente, ma ancora ben lungi dall’essere apprezzabile. Nonostante la natura fondamentalmente kafkiana della vicenda narrata e la grandissima gigioneria di David Proval e Tim Roth, infatti, l’episodio non lascia nulla allo spettatore se non una grandissima nostalgia per quella volta in cui Benigni, non rammento in quale show, aveva elencato un’infinita serie di sinonimi per definire l’organo genitale femminile. Il “raffinatissimo” finale in cui Jennifer Beals si profonde in uno sketch simile è abbastanza triste al confronto. Se siete amanti della “cronologia” sappiate che L’uomo sbagliato dovrebbe collocarsi dopo I maleducati, come si evince dalla telefonata della ragazzina. Sappiate anche che alla fine dell’episodio compare, nei panni del “vero” Theodore, il produttore Lawrence Bender, già apparso in Le iene, Pulp Fiction, Dal tramonto all’alba, The Mexican e Kill Bill vol. 2.
The misbeahavers – I maleducati
Trama: Ted viene incaricato di tenere a bada due bambini mentre i genitori vanno in giro a folleggiare per la notte di Capodanno. Non sarà, ovviamente, una serata tranquilla…
Non me ne voglia Quentin, ma il fiore all’occhiello della pellicola non è l’episodio da lui diretto, bensì questo esilarante capolavoro di umorismo, recitazione e montaggio. Finalmente una serie di dialoghi e situazioni paradossali che fanno veramente ridere, una storia dotata di un inizio e di una fine impreziosita dall’interpretazione da gran mattatore di Antonio Banderas (la sequenza in cui esce dalla stanza con la moglie ed entra nell’ascensore è un capolavoro) e un ritmo incalzante che non rallenta neppure un minuto. In tutto questo, ci guadagna anche Tim Roth, impagabile quando racconta la sua sfortunata infanzia ai due pargoli e durante la telefonata finale, sebbene risulti sempre sconvolgente sentirlo proferire a gran voce quelle che, senza se e senza ma, sono delle bestemmie che farebbero invidia a un camionista.
Un paio di curiosità sull’episodio: la prostituta che i due mocciosi pestiferi trovano nella stanza è nientemeno che la sorella di Rodriguez, Patricia Vonne, già comparsa in altre pellicole del regista come Desperado, Spy Kids e Sin City, mentre Tamlyn Tomita, qui moglie del personaggio di Banderas, era comparsa in Heroes nei panni della madre di Hiro. Infine, assieme allo spogliarello di Salma Hayek e un cartone animato (lo stesso che guardava Richie in Dal tramonto all’alba, by the way…), nella televisione dei bimbi passa anche un corto diretto dallo stesso Rodriguez, Bedhead.
The man from Hollywood - L’uomo di Hollywood
Trama: l’esasperato Ted è ormai deciso a lasciare il lavoro e l’hotel, ma ecco che arriva la telefonata più importante, quella del regista Chester Rush, che assieme al suo gruppo di ubriachissimi amici decide di volere il fattorino come complice in una sfida…
Liberamente tratto da un episodio di Alfred Hitchcock presenta che qui chiamano L’uomo di Rio (mentre il vero titolo è L’uomo del sud, a sua volta tratto dall’omonimo racconto di Roald Dalh), L’uomo di Hollywood è una supercazzola colossale, lo one man show di Quentin, pieno di citazioni e rimandi cinefili, sia ai film del regista (l’oggetto della scommessa d’altronde è la stessa macchina che aveva Vincent in Pulp Fiction) che ad altre pellicole in qualche modo legate all’argomento trattato. Se non andate in solluchero all’idea di vedere il tarantolato Quentin ingollare una ciambella intera, soffocarsi con lo champagne, parlare ininterrottamente e rifilare a Ted un pistolotto di un minuto esatto, sicuramente l’episodio non vi piacerà, ma sul finale vi farete comunque delle grasse risate, ed è impossibile non apprezzare i piccoli tocchi di stile registico di Tarantino, come la lunga carrellata iniziale o la ripresa su fondo rosso dello speech finale.
Per dovere di cronaca, sappiate che il nome di Bruce Willis non compare nei credits perché l’attore ha scelto di partecipare per fare un favore a Quentin e soprattutto senza chiedere un soldo, cosa che va contro lo statuto della Screen Actor’s Guild.
In definitiva, Four Rooms risulta un esperimento parzialmente riuscito, penalizzato dalla scelta di “annoiare” subito lo spettatore con due episodi deboli solo per tenere all’ultimo i pezzi da novanta e i nomi di sicuro richiamo. Tim Roth è comunque un mattatore incredibile, simpaticissimo anche nelle sequenze che fanno da collante tra gli episodi e che sono parte integrante ed essenziale del film, inoltre Four Rooms è arricchito anche da spettacolari titoli di testa animati (forse la cosa più bella di tutto il film) e da una colonna sonora accattivante. Sicuramente non un film per tutti, ricordo ancora quando lo feci vedere a un’amica e mi beccai delle saraccate d’insulti, ma sicuramente i fan di Tarantino e Rodriguez, se avranno pazienza, troveranno pane per i loro denti.
Dei registi e sceneggiatori Robert Rodriguez e Quentin Tarantino (anche interprete di Chester) ho parlato rispettivamente qui e qua. Di Sammi Davis (Jezebel), Madonna (Elspeth), Lily Taylor (Raven), David Proval (Sigfrido), Antonio Banderas (il papà dei due mocciosi pestiferi), Salma Hayek (la spogliarellista che balla in TV), Tim Roth (Ted) e Bruce Willis (Leo) ho già parlato nei rispettivi link.
Allison Anders (vero nome Alice Allison Anders) è la regista e sceneggiatrice dell’episodio “L’ingrediente mancante”. Americana, ha diretto alcuni film che non conosco, come La grazia nel cuore e Deserto di laramie, oltre ad episodi delle serie Sex and the City e Cold Case. Anche produttrice e attrice, ha 58 anni.
Alexandre Rockwell è il regista e sceneggiatore dell’episodio “L’uomo sbagliato”, nonché ideatore dell’intero progetto. Americano, ha diretto alcuni film che non conosco, come In the Soup – Un mare di guai e 13 Moons. Anche produttore e attore, ha 55 anni.
Valeria Golino interpreta Athena. Nonostante l’enorme successo internazionale, l’attrice è nata a Napoli, e la ricordo per film come Rain Man – L’uomo della pioggia, Hot Shots!, Puerto Escondido, Hot Shots! 2, Fuga da Los Angeles, Frida e La kryptonite nella borsa. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 46 anni e due film in uscita.
Alicia Witt interpreta Kiva. Americana, ha partecipato a film come Dune, Urban Legend, Vanilla Sky e a serie come I segreti di Twin Peaks, I Soprano, Ally McBeal, Two and a Half Men e CSI: Miami. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 37 anni e sei film in uscita.
Jennifer Beals interpreta Angela. Attrice americana lanciata dal film cult Flashdance, la ricordo anche per pellicole come l’assurdo Stress da vampiro, L’angelo del male, The Grudge 2 e Codice: Genesi. Ha 49 anni e un film in uscita.
Paul Calderon interpreta Norman. Portoricano, ha partecipato a film come Pulp Fiction, Il cattivo tenente, Il socio, The Addiction, Il bacio della morte, Out of Sight e a serie come Miami Vice. Anche produttore e sceneggiatore, ha 53 anni e due film in uscita.
Marisa Tomei interpreta Margaret. Americana, la ricordo per film come The Toxic Avenger, Oscar – Un fidanzato per due figlie, Mio cugino Vincenzo, Charlot, Terapia d’urto e Svalvolati on the road, inoltre ha doppiato un episodio de I Simpson. Ha 48 anni e tre film in uscita.
Come ultimissime curiosità vi dico che il film avrebbe dovuto intitolarsi Five Rooms, e il quinto episodio avrebbe dovuto essere diretto da Richard Linklater, che si è però tirato fuori dal progetto, mentre il personaggio di Ted era stato scritto per Steve Buscemi. In conclusione, se il film vi fosse piaciuto, provo a consigliarvi il nostrano Grand Hotel Excelsior o il pluricitato Ragazzo tuttofare? Perché no! ENJOY!
lunedì 13 giugno 2011
Alta Fedeltà (2000)
Ho un rapporto di amore e odio con lo scrittore Nick Hornby. L’unico suo libro che ho letto, Non buttiamoci giù, è qualcosa che vorrei dimenticare, da tanto l’ho trovato brutto ed insipido. Per contro ho adorato questo Alta fedeltà (High Fidelity), diretto nel 2000 da Stephen Frears e tratto dall’omonimo romanzo dell’autore inglese.
Trama: dopo essere stato mollato dalla fidanzata Laura, Bob stila la Top 5 delle storie sentimentali che gli hanno spezzato il cuore e cerca di capire cosa non va nella sua vita costellata di fallimenti…
Non intendendomi affatto di musica, mi rendo conto che non sono in grado di apprezzare appieno un film come Alta Fedeltà, che cita a piene mani e vive su album, autori più o meno storici, band conosciute che hanno segnato generazioni. Mi rendo anche conto che, non avendo mai letto il libro, probabilmente avrò capito meno della metà di quello che Hornby voleva comunicare. Però, è anche vero che, se tanto mi da tanto, al mondo ce ne saranno parecchie di persone come me e, considerato che Alta Fedeltà mi è piaciuto tantissimo, uno dei vantaggi del film è quello di essere comunque “universalmente” godibile. Il merito, sicuramente, è da ricercarsi nella trama (particolare ma “semplice”, molto umana), negli attori (semplicemente eccelsi, soprattutto John Cusak, perfetto nel ruolo, e Jack Black, qui in una delle sue prime apparizioni ma già in grado di rubare la scena a tutti gli altri protagonisti e dotato di un’abilità canora sorprendente) e nella colonna sonora, importantissima per la trama stessa di Alta Fedeltà, che conta canzoni come I Want Candy, Walking on Sunshine, Crocodile Rock, Baby I love Your Way, We Are the Champions, e artisti come Elton John, Bruce Springsteen, Lou Reed, Aretha Franklin, i Queen, Elvis Costello, Bob Dylan, Stevie Wonder e Burt Bacharach.
Alta Fedeltà è la storia di un uomo “qualunque”, forse più intelligente di altri, sicuramente più egocentrico e psicolabile. La cosa bella del film è che il punto di vista della vicenda, per come ci viene mostrata, è quello assolutamente parziale di Bob, che ammicca costantemente allo spettatore rivolgendosi direttamente all’audience, come se il filtro dello schermo non esistesse. Detto questo, è ovvio che fin dall’inizio parteggiamo per lui: Bob è simpatico ma sfigato, è stato mollato per ben cinque volte da delle donne che, chi più chi meno, lo hanno trattato come un deficiente, tradito, preso in giro… e poi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, Laura, che lo ha abbandonato quasi per capriccio dopo una storia durata anni. Se consideriamo che, in aggiunta, il povero Bob lavora in un negozio di dischi assieme a un pazzo fanatico di musica e ad uno sfigatello che ha paura persino della propria ombra, non possiamo fare altro che esser solidali. Purtroppo per il protagonista, però, il punto di vista soggettivo a poco a poco viene insidiato dalle testimonianze di amici, parenti ed ex fidanzate che ci mostrano una realtà ben diversa, costringendo anche Bob, spesso e volentieri, a fare dietrofront e a scusarsi quasi con il pubblico che fino a quel momento era stato ingannato dalla sua autocommiserazione. Ma, del resto, non siamo un po’ tutti come Bob? Non ci fissiamo su quello che non possiamo avere, magari tralasciando stupidamente quel che abbiamo e mitizzando un passato che forse non è proprio come lo ricordiamo? Meditate, gente, meditate… e magari stilate anche voi una Top 5 di quello che vi piace o non vi piace, non sia mai che serva come valvola di sfogo!
Di John Cusack, che interpreta Rob, ho già parlato qui, mentre la sorella Joan, qui nei panni della sorella di Rob, Liz, la trovate qua. Immancabile anche la presenza di Jack Black, che interpreta il folle Barry e che è già stato nominato qua. Comparsata anche per l’eclettico Tim Robbins, ovvero Ian, che già trovate in questo post. Last but not Least, Lili Taylor, già nominata qui, che in Alta Fedeltà interpreta una delle ex di Rob, Sarah.
Stephen Frears è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto uno dei miei film preferiti in assoluto, il sontuoso Le relazioni pericolose, oltre a Mary Reilly. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 70 anni e un film in uscita.
Catherine Zeta – Jones interpreta una delle ex di Rob, Charlie. Da anni moglie di Michael Douglas e vincitrice di un Oscar come miglior attrice non protagonista (per il musical Chicago), la ricordo per film come La maschera di Zorro, Entrapment, Haunting – Presenze, Traffic, Chicago (con cui ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista) e Ocean’s Twelve. Gallese, ha 42 anni e due film in uscita.
Lisa Bonet (vero nome Lisa Michelle Boney) interpreta la cantante Marie De Salle. L’attrice americana deve sicuramente la sua popolarità al telefilm I Robinson, dove interpretava Denise, e la sua carriera si è espansa poi anche in campo cinematografico, dove ha recitato per film come Angel Heart – Ascensore per l’inferno e Nemico pubblico. Anche regista, ha 44 anni.
Todd Louiso interpreta il timido Dick. Americano, lo ricordo per film come Scent of a Woman – Profumo di donna, Apollo 13, The Rock, Jerry Maguire e Snakes on a Plane; inoltre, ha partecipato alle serie Weeds, Dr. House e Medium. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 41 anni.
Impossibile non citare tra le guest star il cantautore Bruce Springsteen, guru dei sogni di Rob (anche se nelle intenzioni di John Cusak avrebbe dovuto esserci Bob Dylan al posto suo). Se il film vi è piaciuto, comunque, io vi consiglio spassionatamente di guardare anche I Love Radio Rock e ovviamente di cercare la colonna sonora da ascoltare quando volete. Intanto vi lascio al trailer originale di Alta fedeltà... ENJOY!!!
Trama: dopo essere stato mollato dalla fidanzata Laura, Bob stila la Top 5 delle storie sentimentali che gli hanno spezzato il cuore e cerca di capire cosa non va nella sua vita costellata di fallimenti…
Non intendendomi affatto di musica, mi rendo conto che non sono in grado di apprezzare appieno un film come Alta Fedeltà, che cita a piene mani e vive su album, autori più o meno storici, band conosciute che hanno segnato generazioni. Mi rendo anche conto che, non avendo mai letto il libro, probabilmente avrò capito meno della metà di quello che Hornby voleva comunicare. Però, è anche vero che, se tanto mi da tanto, al mondo ce ne saranno parecchie di persone come me e, considerato che Alta Fedeltà mi è piaciuto tantissimo, uno dei vantaggi del film è quello di essere comunque “universalmente” godibile. Il merito, sicuramente, è da ricercarsi nella trama (particolare ma “semplice”, molto umana), negli attori (semplicemente eccelsi, soprattutto John Cusak, perfetto nel ruolo, e Jack Black, qui in una delle sue prime apparizioni ma già in grado di rubare la scena a tutti gli altri protagonisti e dotato di un’abilità canora sorprendente) e nella colonna sonora, importantissima per la trama stessa di Alta Fedeltà, che conta canzoni come I Want Candy, Walking on Sunshine, Crocodile Rock, Baby I love Your Way, We Are the Champions, e artisti come Elton John, Bruce Springsteen, Lou Reed, Aretha Franklin, i Queen, Elvis Costello, Bob Dylan, Stevie Wonder e Burt Bacharach.
Alta Fedeltà è la storia di un uomo “qualunque”, forse più intelligente di altri, sicuramente più egocentrico e psicolabile. La cosa bella del film è che il punto di vista della vicenda, per come ci viene mostrata, è quello assolutamente parziale di Bob, che ammicca costantemente allo spettatore rivolgendosi direttamente all’audience, come se il filtro dello schermo non esistesse. Detto questo, è ovvio che fin dall’inizio parteggiamo per lui: Bob è simpatico ma sfigato, è stato mollato per ben cinque volte da delle donne che, chi più chi meno, lo hanno trattato come un deficiente, tradito, preso in giro… e poi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, Laura, che lo ha abbandonato quasi per capriccio dopo una storia durata anni. Se consideriamo che, in aggiunta, il povero Bob lavora in un negozio di dischi assieme a un pazzo fanatico di musica e ad uno sfigatello che ha paura persino della propria ombra, non possiamo fare altro che esser solidali. Purtroppo per il protagonista, però, il punto di vista soggettivo a poco a poco viene insidiato dalle testimonianze di amici, parenti ed ex fidanzate che ci mostrano una realtà ben diversa, costringendo anche Bob, spesso e volentieri, a fare dietrofront e a scusarsi quasi con il pubblico che fino a quel momento era stato ingannato dalla sua autocommiserazione. Ma, del resto, non siamo un po’ tutti come Bob? Non ci fissiamo su quello che non possiamo avere, magari tralasciando stupidamente quel che abbiamo e mitizzando un passato che forse non è proprio come lo ricordiamo? Meditate, gente, meditate… e magari stilate anche voi una Top 5 di quello che vi piace o non vi piace, non sia mai che serva come valvola di sfogo!
Di John Cusack, che interpreta Rob, ho già parlato qui, mentre la sorella Joan, qui nei panni della sorella di Rob, Liz, la trovate qua. Immancabile anche la presenza di Jack Black, che interpreta il folle Barry e che è già stato nominato qua. Comparsata anche per l’eclettico Tim Robbins, ovvero Ian, che già trovate in questo post. Last but not Least, Lili Taylor, già nominata qui, che in Alta Fedeltà interpreta una delle ex di Rob, Sarah.
Stephen Frears è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto uno dei miei film preferiti in assoluto, il sontuoso Le relazioni pericolose, oltre a Mary Reilly. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 70 anni e un film in uscita.
Catherine Zeta – Jones interpreta una delle ex di Rob, Charlie. Da anni moglie di Michael Douglas e vincitrice di un Oscar come miglior attrice non protagonista (per il musical Chicago), la ricordo per film come La maschera di Zorro, Entrapment, Haunting – Presenze, Traffic, Chicago (con cui ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista) e Ocean’s Twelve. Gallese, ha 42 anni e due film in uscita.
Lisa Bonet (vero nome Lisa Michelle Boney) interpreta la cantante Marie De Salle. L’attrice americana deve sicuramente la sua popolarità al telefilm I Robinson, dove interpretava Denise, e la sua carriera si è espansa poi anche in campo cinematografico, dove ha recitato per film come Angel Heart – Ascensore per l’inferno e Nemico pubblico. Anche regista, ha 44 anni.
Todd Louiso interpreta il timido Dick. Americano, lo ricordo per film come Scent of a Woman – Profumo di donna, Apollo 13, The Rock, Jerry Maguire e Snakes on a Plane; inoltre, ha partecipato alle serie Weeds, Dr. House e Medium. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 41 anni.
Impossibile non citare tra le guest star il cantautore Bruce Springsteen, guru dei sogni di Rob (anche se nelle intenzioni di John Cusak avrebbe dovuto esserci Bob Dylan al posto suo). Se il film vi è piaciuto, comunque, io vi consiglio spassionatamente di guardare anche I Love Radio Rock e ovviamente di cercare la colonna sonora da ascoltare quando volete. Intanto vi lascio al trailer originale di Alta fedeltà... ENJOY!!!
venerdì 19 dicembre 2008
The Addiction - Vampiri a New York (1995)
A volte ritornano, a volte ci provano. Questo è il mio caso… dopo una serie di film tra il trash e il faceto proverò a parlare di una pietra miliare del cinema vampirico e di quello impegnato in generale, senza esserne assolutamente in grado. Sto parlando di The Addiction di Abel Ferrara, un film terribilmente impegnato, morboso ed elegante da un regista che o si ama o si odia (personalmente, lo capisco poco e me ne dispiaccio. Però mi affascina).
La trama: a New York la laureanda in filosofia Kathleen viene morsa da una splendida e misteriosa vampira. Da quel momento la ragazza si rende conto di essere diventata anch’essa vampira, dipendente dal sangue e desiderosa di sperimentare le teorie filosofiche imparate in un mondo privo di innocenza e governato dal male in ogni sua forma, alla costante ricerca dell’origine del male stesso.
Questo è decisamente un horror atipico, che si concentra più su ciò che sta alla base dell’essere umani e alle scelte che ogni individuo compie nella vita rispetto all’orrore in sé, al nutrimento, al sangue, usati invece come scuse per sviscerare il tema portante del film: la natura del male. In fondo Kathleen parla di “fame” ma il suo morso, come quello della vampira Casanova, all’inizio non è dato tanto per fame fisica, quanto per fame di conoscenza, per provare che l’animo umano non è in grado di rifuggire il male neppure quando è palese la sua natura, e per fame di questo male che diventa, appunto, “additcive”, qualcosa che da dipendenza. (indicativa la possibilità di fuga che le due vampire offrono alle vittime: “Ordinami di andare via, ma fallo con convinzione” Inevitabilmente nessuno riesce a farlo, e non perché queste donne abbiano poteri ipnotici, ma solo perché il male è insito nella natura umana e non si può rifiutare). E Kathleen, una volta resasi conto della sua natura malvagia, di qualcosa che, oltre a farle marcire il corpo, le fa marcire soprattutto l’anima, cerca di infettare chi la circonda e portare alla luce il male che chiunque nasconde, persino i suoi migliori amici.
Tre sono i personaggi chiave del film, che rappresentano le diverse tipologie umane e che, in un modo o nell’altro, influenzeranno la vita della protagonista. La prima è Casanova, che rappresenta il vizio, il male più puro, colei che ride anche davanti ad una strage di persone inermi e che per prima infetta Kathleen. Poi c’è Peina, anche lui vampiro, ma il più umano dei personaggi. Lui rappresenta la normalità dell’uomo che ha guardato in faccia il male e, pur non potendolo eliminare dalla sua vita, ha imparato a conviverci, integrandolo nella quotidianità tanto da poterlo facilmente ignorare. Proverà a “disintossicare” Kathy, ma con scarsi risultati. E poi, in ultimo, c’è il Predicatore interpretato da Michael Imperioli, una presenza di due minuti scarsi ma l’unico che porta rimorso alla protagonista e insinua in lei il dubbio che, forse, il male non è universale, perché c’è un’altra via. Certo, la notizia che “Dio ci ama” non rende felicissima Kathy, che rifiuta di sottomettersi anche se il Predicatore ha fermamente rifiutato il suo invito, e la sanguinosa orgia che diventa la sua festa di laurea ne è la dimostrazione, però la porterà a guardare dentro sé stessa e a desiderare di morire per il disgusto e la consapevolezza di essere schiava del male tanto quanto il Predicatore è schiavo di Dio, almeno secondo lei.
Per quanto riguarda l’aspetto puramente cinematografico, il bianco e nero usato da Ferrara è pulito ed elegante, ammanta ogni immagine di un fascino particolare. L’intensità della scena della festa di laurea non viene minimamente ridotta dalla mancanza di colore. Splendide le scene in ospedale, quando lo schermo viene idealmente diviso in due dal contemporaneo allontanamento di Casanova, il Male, e l’arrivo del prete, il Bene, in un continuo alternarsi nella vita di Kathleen. E bellissima anche la morte che lei cerca, con il sole lasciato filtrare dalle veneziane che, piano piano, striscia dopo striscia, scende a lambirle il volto.
A questo proposito, il finale può avere due valenze: più prosaica, ovvero Kathleen è effettivamente riuscita a fingere la sua morte, per ricominciare così una nuova vita dopo aver distrutto il suo vecchio ego, oppure più filosofica, nella quale la scena finale è semplicemente un sogno, una metafora dell’animo della protagonista che si lascia alle spalle le proprie vestigia e accoglie finalmente la lezione di Peina, ovvero vivere accettando il male ma senza rinnegare totalmente il bene, in piena libertà, come un essere umano. Come sempre, la verità sta nell’occhio di chi guarda, o più probabilmente la conosce solo il regista di questo splendido film.
Abel Ferrara, nativo del Bronx, è tra i più particolari registi esistenti, in bilico tra film cult e aberranti ciofeche, che comunque non mancano di fare discutere per la loro controversia. Tra le sue pellicole ricordo L’Angelo della Vendetta, Il cattivo tenente, Ultracorpi – L’invasione continua, Occhi di serpente, lo splendido Fratelli. Ha 57 anni e un film in uscita.
Lili Taylor interpreta Kathleen. L’attrice americana è una veterana del piccolo e grande schermo, ha recitato in film come Nato il quattro luglio, America oggi,.Four Rooms (nel segmento diretto da Alexandre Rockwell), Haunting, Alta fedeltà. In tv si può vedere in X-Files, Innamorati pazzi e in una splendida sequenza di puntate per Six Feet Under. Ha 41 anni e due film in uscita.
Christopher Walken interpreta l’ascetico vampiro Peina. Inutile dire che questo attore è uno dei miei preferiti ed universalmente riconosciuto come uno dei “grandi” (e come non ricordarlo nel video Weapon of a Choice di Fat Boy Slim a ballare e volare in un albergo deserto?). Nella sua filmografia spiccano titoli di culto che ogni cinefilo che si rispetti dovrebbe conoscere e adorare, anche se è vero che, ultimamente, preferisce recitare in film decisamente di dubbio gusto: Io & Annie, Il cacciatore (per il quale ha vinto un Oscar come attore non protagonista), La zona morta, Batman – Il ritorno, Una vita al massimo, Fusi di testa 2 – Waynestock, Pulp Fiction, Cosa fare a Denver quando sei morto, L’ultima profezia (splendido horror di cui un giorno sicuramente parlerò assieme al suo seguito, L’Angelo del male), Fratelli, Ancora vivo, Un topolino sotto sfratto, Il mistero di Sleepy Hollow, I perfetti innamorati, L’intrigo della collana, Prova a prendermi, Giulio Cesare (per la TV), Due single a nozze, Click. Ha 65 anni e 5 film in uscita.
Annabella Sciorra interpreta la splendida Casanova. Chi è fan dei Soprano come me la ricorda come una delle fidanzate pazze di Tony Soprano per alcune puntate, ma ha recitato anche in film come Cadillac Man, Fratelli, Al di là dei sogni. Per la TV ha lavorato, oltre che per i Soprano, in Law and Order, ER. Ha 48 anni e una serie tv in uscita.
Menzione d’onore meritano anche altri importantissimi membri del cast de I Sopranos. In primis, Edie Falco, ovvero Carmela Soprano, che nel film interpreta la compagna di corso di Kathleen, Jean e Michael Imperioli alias il nipotino Christopher Moltisanti, che interpreta il predicatore di strada.
E ora vi lascio con l'incontro tra Peina e Kathleen... giusto per avere un esempio di come e cosa sia questo capolavoro.... ENJOY!!
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