Siccome Netflix mi ha persino avvisata via mail potevo forse non guardare Il rituale (The Ritual), diretto nel 2017 dal regista David Bruckner e tratto dal romanzo omonimo di Adam Nevill? No, ci mancherebbe!
Trama: quattro amici vanno in vacanza in Svezia e quando uno di loro si infortuna al ginocchio decidono di prendere una scorciatoia nella foresta. Lì cominceranno a venire perseguitati da qualcosa di mostruoso...
Non capisco se sono diventata un'incredibile rompipalle perché ormai ho visto troppi horror (ma esistono persone al cui confronto sono una novellina quindi direi di no) o perché sono una vecchia stanca che si addormenta per un nonnulla e non riesce quasi più a vedere un film intero senza farsi cogliere dal tocco di Morfeo (cosa più probabile). Me lo chiedo perché l'amichetta Kara Lafayette mi ha consigliato spassionatamente Il rituale e io, che lo avevo già visto, mi sono vergognata di non averlo apprezzato, perdendomi parte del secondo atto perché tediata dal risvolto "cultista" dell'intera vicenda e ormai abbandonata dal brivido dell'introduzione interamente ambientata nei terrificanti boschi svedesi. Quindi, per la prima volta da che esiste il blog, ho deciso di fermare qui la recensione de Il rituale e di tornare a scrivere solo dopo aver recuperato i dieci minuti perduti causa nanna incombente così da tentare di rientrare nel mood giusto.
Rewind. Ieri sera mi sono messa sulla poltrona scomoda, eccheccavolo, e ho guardato con ESTREMA attenzione tutto ciò che mi ero persa, rivalutando Il rituale. Per carità, la mia opinione non è cambiata così tanto da arrivare a considerarlo uno degli horror più belli recenti ma è comunque un film interessante, ben realizzato e ben recitato. Continuo a preferire la prima parte rispetto alla seconda ma è semplicemente un'opinione derivante dal mio modo di percepire l'orrore e da ciò che mi fa paura. Il pensiero di non poter uscire da un luogo che fin da bambina ho imparato ad associare a qualcosa di positivo, che di notte rischia tuttavia di diventare una trappola per tutti gli ignari escursionisti "di città", mi angoscia fin dai tempi di The Blair Witch Project quindi l'idea di qualcosa nascosto nel bosco, assieme alla vista di una bambola demoniaca e le riprese all'infrarosso, è un topos cinematografico abbastanza efficace con me. D'altronde, anche le favole che ci leggevano da bambini parlavano di Pollicino che si perdeva nel bosco e Hansel che finiva nella casa della strega assieme a Gretel, quindi il terrore della foresta notturna sarà insito nel DNA di ogni uomo, forse come retaggio della nostra natura di uomini delle caverne; ciò, ovviamente, non si applica ai baldi protagonisti de Il rituale, che cercando una scorciatoia decidono di infilarsi nelle fresche frasche svedesi accogliendo a braccia aperte la botta di testosterone inevitabilmente richiamata da una vacanza tra uomini (uomini virgola, ché Dom è pippa quanto potrei essere io). I fanciulli notano che qualcosa non va allorché trovano appeso a un albero un cervo sventrato, mentre intorno a loro cominciano ad apparire simboli incisi sulle cortecce, ma piuttosto che far la figura delle femminucce decidono di dormire all'interno di una casa abbandonata che nasconde, al piano di sopra, un'inquietantissima scultura di legno e giuro che ciò che succede dopo questo incipit è terrore puro uscito dritto dai peggiori incubi di chiunque. David Bruckner per una mezz'ora concitatissima stuzzica la mente dello spettatore utilizzando dei meri simboli, lo turba proprio con la mancanza di spiegazioni e con qualche immagine ad hoc di corpi violati senza un perché, appoggiandosi più che altro a suggestioni uditive fatte di urla e suoni misteriosi; in tutto questo scava nell'animo di un uomo morto dentro in quanto soverchiato dal senso di colpa per un terribile evento accaduto nel passato, "costretto" ad una vacanza di gruppo che gli provoca solo disagio, esacerbando conflitti, senso di claustrofobia e scelte sbagliate fino all'inevitabile punto di rottura.
Ed è un peccato che questo punto di rottura coincida con un brusco calo della tensione, quando Il rituale diventa un mix tra un torture porn e un horror anni '70/'80 a base di sette e culti (uno su tutti The Wicker Man ma si respira anche aria di un Grano rosso sangue meno poveraccio) ma privo del mistero che li caratterizzava, sostituito dal gusto tutto moderno per lo spiegone offerto dal personaggio giusto al momento giusto. Le immagini continuano a rimanere molto affascinanti e in qualche modo Bruckner trova mille modi per non mettere mai perfettamente a fuoco la natura di "colui che cammina tra le fratte", sfruttando oscurità, fiaccole piazzate ad hoc, visioni e pertugi da cui sbirciare, però l'aver messo tutte le carte in tavola, comprensive di un nome anche abbastanza importante, mi ha fatto un po' scendere l'entusiasmo. Al posto della paura rimane giusto la curiosità di capire quale sarà la scelta finale di un determinato personaggio e se il film si concluderà con un happy ending o con qualcosa di più indefinito, persino l'introspezione psicologica dell'inizio si stempera nella riproposizione ciclica di un'allucinazione che a un certo punto viene a noia (forse è anche per quello che mi sono assopita...). Detto questo, Rafe Spall è degno figlio di tanto padre e mi piace sempre molto vederlo, con quella sua faccetta scazzata alla Ribisi, inoltre il design della creatura, pur essendo stranissimo, non risulta fasullo come quello di tanti suoi cuginetti cinematografici: il confronto tra i due segna fortunatamente il ritorno all'atmosfera inquietante e onirica di inizio film oltre a completare il percorso "riabilitativo" del personaggio di Luke che, finalmente, viene a patti coi suoi demoni interiori nel modo più "maschio" possibile. La morale della storia comunque è "mai andare a fare i fighetti in Svezia senza seguire pedissequamente bussole e cartine", che anche in un luogo apparentemente carino e simpatico come quello c'è da farsela nei pantaloni... e non dimenticate di tornare sui vostri passi se qualcosa vi è sembrato orribile a causa di un colpo di sonno! Hej då!
Di Rafe Spall, che interpreta Luke, ho già parlato QUI.
David Bruckner è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Signal, V/H/S e Southbound - Autostrada per l'inferno. Anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 41 anni.
Sam Troughton interpreta Dom. Inglese, ha partecipato a film come Alien vs. Predator e Slumber - Il demone del sonno e a serie quali. Ha 41 anni.
Se Il rituale vi fosse piaciuto recuperate The Wicker Man e Kill List. ENJOY!
venerdì 16 febbraio 2018
Il rituale (2017)
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giovedì 15 febbraio 2018
(Gio)WE, Bolla! del 15/2/2018
Buon giovedì a tutti! Oggi (o meglio, ieri) è il gran giorno in cui anche noi italiani avremo modo di godere dell'ultima fatica di Guillermo del Toro, il film che personalmente spero faccia sfracelli all'Oscar. Ma ciancio alle bande, andiamo a cominciare! ENJOY!
La forma dell'acqua - The Shape of Water
Black Panther
A casa tutti bene
Al cinema d'élite tornano a farsi perdonare...
The Party
La forma dell'acqua - The Shape of Water
Reazione a caldo: YAYYY!!!
Bolla, rifletti!: In verità temevo che l'ultimo film di Del Toro sarebbe rimasto al palo causa la mortale combo Marvel + Muccino invece fortunatamente così non è stato e posso solo ringraziare tutte le divinità. Spero di andarlo a vedere stasera o piangerò lacrime amare!Black Panther
Reazione a caldo: Mmmeh.
Bolla, rifletti!: Primo dei cinque (cristo, non uno, CINQUE) film basati sull'universo Marvel in uscita quest'anno, probabilmente è pure quello che mi intriga di meno, anche perché Pantera nera non mi è mai piaciuto come personaggio. Come sia finito Ryan Coogler nella solitamente impersonale scuderia dei registi Marvel è un mistero ma stranamente di questo film si parla bene un po' ovunque quindi domenica gli darò una chance.A casa tutti bene
Reazione a caldo: Me ne compiaccio.
Bolla, rifletti!: Se a casa stanno tutti bene allora lasciali dove sono e non spaccare i marroni, Muccino. Piantala di girare film, grazie, e lascia in pace quel gran figo di Pierfrancesco, così che anche io possa andare al cinema e goderne sul grande schermo.Al cinema d'élite tornano a farsi perdonare...
The Party
Reazione a caldo: Bellissimo!!
Bolla, rifletti!: Ne ho parlato QUI. Se siete così fortunati da avere un cinema che lo proietta, benché con ritardo di una settimana, guardatelo (anche se sarebbe meglio vederlo in lingua originale...).mercoledì 14 febbraio 2018
Bolla's Top 5: Strane coppie
Oggi è San Valentino ed è consuetudine Bollesca (anche se l'anno scorso ho saltato) celebrarlo con una Top 5 cinematografica a tema. Siccome oggi dovrebbe uscire La forma dell'acqua di Guillermo del Toro, una storia d'amore assai particolare, ho deciso di stilare una personalissima classifica delle mie coppie weird preferite. ENJOY!
5. Seth e Veronica/Mac e Valerie
Oddio, qui di amore non ce n'è tantissimo, perlomeno da parte di lei, e lui diciamo che a un certo punto perde un po' la testa, però se parliamo di coppie strane Geena Davis e Jeff Goldblum sono lo state of the art, come dimostrato anche in Le ragazze della terra sono facili.
4. Lars e Bianca
Arrivati per ultimi, si sono comunque conquistati un posto nel mio cuore. Lei, nonostante tutto, è tremendamente espressiva e lui talmente tenero che viene voglia di abbracciarlo. Proprio una coppietta deliziosa!
3. Roger e Jessica Rabbit
Una fatalona e un coniglio, che mix bizzarro, anche per un cartone animato. Però quando c'è l'aMMore c'è tutto!
2. Harold e Maude
L'amore non ha età e Harold e Maude, lui ragazzino depresso e lei nonnina piena di vita, lo dimostrano compensandosi e creando una delle storie romantiche più belle, commoventi e strane del cinema!
1. Belle e la Bestia
Per me quella tra Belle e la Bestia è LA storia d'amore per eccellenza, che non mi stuferò mai di guardare e riguardare, che sia in cartone, film o telefilm. E' vero che l'aspetto strano alla fine sfuma ma comunque Belle ha dovuto fare un bello sforzo per innamorarsi!
5. Seth e Veronica/Mac e Valerie
Oddio, qui di amore non ce n'è tantissimo, perlomeno da parte di lei, e lui diciamo che a un certo punto perde un po' la testa, però se parliamo di coppie strane Geena Davis e Jeff Goldblum sono lo state of the art, come dimostrato anche in Le ragazze della terra sono facili.
4. Lars e Bianca
Arrivati per ultimi, si sono comunque conquistati un posto nel mio cuore. Lei, nonostante tutto, è tremendamente espressiva e lui talmente tenero che viene voglia di abbracciarlo. Proprio una coppietta deliziosa!
3. Roger e Jessica Rabbit
Una fatalona e un coniglio, che mix bizzarro, anche per un cartone animato. Però quando c'è l'aMMore c'è tutto!
2. Harold e Maude
L'amore non ha età e Harold e Maude, lui ragazzino depresso e lei nonnina piena di vita, lo dimostrano compensandosi e creando una delle storie romantiche più belle, commoventi e strane del cinema!
1. Belle e la Bestia
Per me quella tra Belle e la Bestia è LA storia d'amore per eccellenza, che non mi stuferò mai di guardare e riguardare, che sia in cartone, film o telefilm. E' vero che l'aspetto strano alla fine sfuma ma comunque Belle ha dovuto fare un bello sforzo per innamorarsi!
martedì 13 febbraio 2018
The Party (2017)
Nonostante qualche problemino tecnico, ho avuto anch'io la possibilità di guardare The Party, scritto e diretto nel 2017 dalla regista Sally Potter.
Trama: durante una cena fra amici organizzata per festeggiare la sua elezione a primo ministro, Janet si ritrova a dover fare i conti con una miriade di segreti che rischiano di distruggere la sua vita apparentemente perfetta...
Non è passato tantissimo tempo da quando ho guardato il pluripremiato e apprezzatissimo (dagli altri) Perfetti sconosciuti e proprio nei commenti al post in questione l'esperto Giovanni mi aveva consigliato di recuperare The Party, quando sarebbe uscito. Anche nel caso del film di Sally Potter, come in quello di Veronesi, abbiamo un invito a cena che si trasforma nella sagra della cattiveria e delle brutte sorprese ma qui l'atmosfera è parecchio diversa, come si evince fin dal titolo. "The Party" si può infatti intendere come festa ma anche come partito, il fulcro della vita della protagonista Janet, che ad esso ha consacrato la sua esistenza fino a riuscire a diventare Primo Ministro dopo una fulgida carriera. Gli invitati alla festa in suo onore non sono quindi persone semplici ma alti esponenti della società inglese, raffinati, colti e "liberal", ognuno pronto a trasformare una semplice chiacchierata in un confronto di intelletti ben lontano dalle banali preoccupazioni del popolino e per questo ancora più "full of shit" e ridicolo di noi poveri mortali. Accanto alla novella prima ministra abbiamo dunque l'attivista lesbica che dopo una vita di proteste sta vivendo una serena vecchiaia mantenuta da libri e saggi a tema scritti di suo pugno, mentre la giovane compagna (una banalissima cuoca, come sottolineato spesso) fatica a vivere al cospetto di tanta grandezza; abbiamo una cinica e raffinatissima signora accompagnata dall'odiato marito, un life coach autodefinitosi guru; abbiamo il giovane marito della vice di Janet, un parvenu che si occupa di alta finanza e quindi risulta inviso al 90% degli invitati in quanto "triviale"; abbiamo, infine, il marito di Janet, il quale invece di festeggiare con la moglie si ubriaca pesantemente per i motivi che diventeranno la causa scatenante del fallimento della cena. A differenza di film come Perfetti sconosciuti o Cena tra amici l'impressione che si ha fin dall'inizio è che la festa di Janet riunisca forzatamente persone prive di una storia comune alle spalle, conosciutesi giusto perché amiche/colleghe o di Janet o di Bill, e più che di cameratismo o voglia di scherzare si avverte il desiderio di sopraffarsi a vicenda, espresso in una serie di punzecchiature ironiche o false cortesie che gli invitati usano a mo' di scudo così che la loro personale maschera di superiorità e consapevolezza non venga mai scalfita né scoperta.
Immersi in un bianco e nero raffinatissimo che li allontana ancora più dalla bassa società e concentra l'attenzione dello spettatore sugli attori più che sull'ambiente in cui si muovono, i personaggi di The Party sono ognuno emblema di incredibile egoismo ed ipocrisia, troppo occupati a celebrare sé stessi per accorgersi di quello che accade sotto il loro naso e talmente costretti nel loro ruolo da non riuscire a far fronte ad eventuali imprevisti. Emblemi di fredda inglesità, gli ospiti della festa e la loro padrona di casa accolgono le emozioni forti causate da shock e dolore con una sorta di diffidenza che li priva persino della gioia dello sfogo e li spinge a diventare delle bombe ad orologeria che rischiano di fare più danni del dovuto una volta che il meccanismo è innescato; non è un caso che a causare le irreparabili rotture alle quali assistiamo siano due agenti esterni, l'arricchito Tom e qualcosa di infido come la malattia, perché la follia di un sentimento sanguigno e la natura sono gli unici due elementi che i protagonisti non possono controllare, come arriveranno a scoprire tutti a loro spese. Prima ancora di una sceneggiatura e una regia perfette, prive di sbavature, colpiscono gli interpreti di The Party, tutti magistrali, con qualcuno che spicca sugli altri. Timothy Spall per esempio, occhio spento e volto scavato da un bianco e nero impietoso, è un attore grandioso che dovrebbe venire utilizzato un po' più spesso come protagonista principale invece che come caratterista, perché riesce ad entrare nel cuore con poche battute e un'interpretazione tutta fatta di sguardi, silenzi e nervi. Interpretazione opposta la da un'altrettanto stupenda Patricia Clarkson, logorroica e crudele, una raffinatissima "coscienza negativa" pronta ad elargire un insulto creativo a tutti, soprattutto al povero Bruno Ganz che le fa da marito, continuamente colpito dagli strali annoiati della moglie; alla Clarkson è dunque affidato l'umorismo freddo e amaro della pellicola, mentre gli altri personaggi sono tutti ugualmente miserevoli e ridicoli, persino uno apparentemente positivo come la Jinny di Emily Mortimer, ritrovatasi costretta in una situazione probabilmente non proprio desiderata per assecondare i dettami di una moglie importante. Un film come The Party, con la sua aria patinata, i protagonisti antipatici e i dialoghi che talvolta sconfinano anche nel filosofico, potrebbe sembrare uno scoglio a molti spettatori ma (vista anche la brevissima durata) vi invito a guardarlo anche solo per non perdervi il colpo di scena finale più inaspettato dell'anno, che vale da solo il prezzo del biglietto.
Di Timothy Spall (Bill), Kristin Scott Thomas (Janet), Patricia Clarkson (April), Bruno Ganz (Gottfried), Emily Mortimer (Jinny) e Cillian Murphy (Tom) ho già parlato ai rispettivi link.
Sally Potter è la regista e sceneggiatrice del film. Inglese, ha diretto film come Orlando e Lezioni di tango. Anche compositrice, attrice e produttrice, ha 69 anni e film in uscita.
Cherry Jones interpreta Martha. Americana, ha partecipato a film come Erin Brockovich - Forte come la verità, La tempesta perfetta, Signs, The Village, Ocean's Twelve e a serie quali 24, 22.11.63 e Black Mirror. Ha 62 anni e tre film in uscita.
Se il film vi fosse piaciuto recuperate Festen - Festa in famiglia e Cena tra amici. ENJOY!
Trama: durante una cena fra amici organizzata per festeggiare la sua elezione a primo ministro, Janet si ritrova a dover fare i conti con una miriade di segreti che rischiano di distruggere la sua vita apparentemente perfetta...
Non è passato tantissimo tempo da quando ho guardato il pluripremiato e apprezzatissimo (dagli altri) Perfetti sconosciuti e proprio nei commenti al post in questione l'esperto Giovanni mi aveva consigliato di recuperare The Party, quando sarebbe uscito. Anche nel caso del film di Sally Potter, come in quello di Veronesi, abbiamo un invito a cena che si trasforma nella sagra della cattiveria e delle brutte sorprese ma qui l'atmosfera è parecchio diversa, come si evince fin dal titolo. "The Party" si può infatti intendere come festa ma anche come partito, il fulcro della vita della protagonista Janet, che ad esso ha consacrato la sua esistenza fino a riuscire a diventare Primo Ministro dopo una fulgida carriera. Gli invitati alla festa in suo onore non sono quindi persone semplici ma alti esponenti della società inglese, raffinati, colti e "liberal", ognuno pronto a trasformare una semplice chiacchierata in un confronto di intelletti ben lontano dalle banali preoccupazioni del popolino e per questo ancora più "full of shit" e ridicolo di noi poveri mortali. Accanto alla novella prima ministra abbiamo dunque l'attivista lesbica che dopo una vita di proteste sta vivendo una serena vecchiaia mantenuta da libri e saggi a tema scritti di suo pugno, mentre la giovane compagna (una banalissima cuoca, come sottolineato spesso) fatica a vivere al cospetto di tanta grandezza; abbiamo una cinica e raffinatissima signora accompagnata dall'odiato marito, un life coach autodefinitosi guru; abbiamo il giovane marito della vice di Janet, un parvenu che si occupa di alta finanza e quindi risulta inviso al 90% degli invitati in quanto "triviale"; abbiamo, infine, il marito di Janet, il quale invece di festeggiare con la moglie si ubriaca pesantemente per i motivi che diventeranno la causa scatenante del fallimento della cena. A differenza di film come Perfetti sconosciuti o Cena tra amici l'impressione che si ha fin dall'inizio è che la festa di Janet riunisca forzatamente persone prive di una storia comune alle spalle, conosciutesi giusto perché amiche/colleghe o di Janet o di Bill, e più che di cameratismo o voglia di scherzare si avverte il desiderio di sopraffarsi a vicenda, espresso in una serie di punzecchiature ironiche o false cortesie che gli invitati usano a mo' di scudo così che la loro personale maschera di superiorità e consapevolezza non venga mai scalfita né scoperta.
Immersi in un bianco e nero raffinatissimo che li allontana ancora più dalla bassa società e concentra l'attenzione dello spettatore sugli attori più che sull'ambiente in cui si muovono, i personaggi di The Party sono ognuno emblema di incredibile egoismo ed ipocrisia, troppo occupati a celebrare sé stessi per accorgersi di quello che accade sotto il loro naso e talmente costretti nel loro ruolo da non riuscire a far fronte ad eventuali imprevisti. Emblemi di fredda inglesità, gli ospiti della festa e la loro padrona di casa accolgono le emozioni forti causate da shock e dolore con una sorta di diffidenza che li priva persino della gioia dello sfogo e li spinge a diventare delle bombe ad orologeria che rischiano di fare più danni del dovuto una volta che il meccanismo è innescato; non è un caso che a causare le irreparabili rotture alle quali assistiamo siano due agenti esterni, l'arricchito Tom e qualcosa di infido come la malattia, perché la follia di un sentimento sanguigno e la natura sono gli unici due elementi che i protagonisti non possono controllare, come arriveranno a scoprire tutti a loro spese. Prima ancora di una sceneggiatura e una regia perfette, prive di sbavature, colpiscono gli interpreti di The Party, tutti magistrali, con qualcuno che spicca sugli altri. Timothy Spall per esempio, occhio spento e volto scavato da un bianco e nero impietoso, è un attore grandioso che dovrebbe venire utilizzato un po' più spesso come protagonista principale invece che come caratterista, perché riesce ad entrare nel cuore con poche battute e un'interpretazione tutta fatta di sguardi, silenzi e nervi. Interpretazione opposta la da un'altrettanto stupenda Patricia Clarkson, logorroica e crudele, una raffinatissima "coscienza negativa" pronta ad elargire un insulto creativo a tutti, soprattutto al povero Bruno Ganz che le fa da marito, continuamente colpito dagli strali annoiati della moglie; alla Clarkson è dunque affidato l'umorismo freddo e amaro della pellicola, mentre gli altri personaggi sono tutti ugualmente miserevoli e ridicoli, persino uno apparentemente positivo come la Jinny di Emily Mortimer, ritrovatasi costretta in una situazione probabilmente non proprio desiderata per assecondare i dettami di una moglie importante. Un film come The Party, con la sua aria patinata, i protagonisti antipatici e i dialoghi che talvolta sconfinano anche nel filosofico, potrebbe sembrare uno scoglio a molti spettatori ma (vista anche la brevissima durata) vi invito a guardarlo anche solo per non perdervi il colpo di scena finale più inaspettato dell'anno, che vale da solo il prezzo del biglietto.
Di Timothy Spall (Bill), Kristin Scott Thomas (Janet), Patricia Clarkson (April), Bruno Ganz (Gottfried), Emily Mortimer (Jinny) e Cillian Murphy (Tom) ho già parlato ai rispettivi link.
Sally Potter è la regista e sceneggiatrice del film. Inglese, ha diretto film come Orlando e Lezioni di tango. Anche compositrice, attrice e produttrice, ha 69 anni e film in uscita.
Cherry Jones interpreta Martha. Americana, ha partecipato a film come Erin Brockovich - Forte come la verità, La tempesta perfetta, Signs, The Village, Ocean's Twelve e a serie quali 24, 22.11.63 e Black Mirror. Ha 62 anni e tre film in uscita.
Se il film vi fosse piaciuto recuperate Festen - Festa in famiglia e Cena tra amici. ENJOY!
domenica 11 febbraio 2018
Roman J. Israel, Esq. (2017)
A fronte della candidatura di Denzel Washington come Miglior Attore Protagonista, ho recuperato Roman J. Israel, Esq., diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Dan Gilroy.
Trama: Roman J. Israel, avvocato abituato a lavorare nelle retrovie, si ritrova senza lavoro dopo che il socio di una vita è entrato in coma a causa di un attacco cardiaco. Dopo parecchi tentennamenti accetta l'offerta di George Pierce, a capo di un enorme studio legale, e lì comincia a mettere in discussione tutta la propria idea di giustizia...
Il giudizio brevissimo su Roman J. Israel, Esq. è: che due marroni. Articolando e facendo un bel mea culpa, posso dire che ho patito il film di Dan Gilroy innanzitutto per il pressoché ininterrotto utilizzo di gergo tecnico legale all'interno di una pellicola che dura più di due ore, cosa che mi ha impedito di cogliere appieno il senso dell'intera operazione e che mi ha portata a passare del tempo tra internet e vocabolari per capire cosa diamine contenesse l'enorme valigetta che il protagonista porta sempre con sé. Ora che l'ho capito, ribadisco: che due marroni. Roman J. Israel, Esq. (laddove Esq. sta per esquire, termine utilizzato dagli avvocati americani - non tutti - e derivante da un titolo nobiliare inglese situato sotto il Cavaliere e sopra il Gentiluomo) racconta la storia di questo avvocato che è un po' lo Sheldon Cooper della categoria: defilato ma dotato di prodigiosa memoria, conosce a menadito codici e costituzione ma ha parecchie difficoltà a rapportarsi con clienti, giudici o altri avvocati, anche perché non riesce mai a controllare la sua lingua ingenua e sincera. A differenza di Sheldon, Roman è però un uomo altruista, tanto che ciò che davvero lo turba all'interno del sistema giuridico americano è il ricorso quasi costante al patteggiamento, che risparmia un bel po' di fatica agli avvocati e soldi ai contribuenti, è vero, tuttavia rappresenta anche una bella inchiappettata per l'imputato (spesso di colore, tra l'altro). Oltre a questo, Roman vive un po' in un mondo ideale pesantemente legato al passato, come se nel frattempo non si fossero evolute né le lotte per i diritti delle persone di colore, né la condizione delle donne, né tanto meno la musica, unico aspetto davvero bello del film, mix di motown, jazz e bei successi d'antan. La trama va avanti così, col novello Forrest Gump di colore impegnato a farsi amare/odiare da un paio di personaggi chiave come il potente e cinico George Pierce e la dolce Maya, dritto come un fuso nelle sue convinzioni, finché proprio a causa sua non succede un fattaccio a cui l'esquire sceglie di riparare facendo una Brutta Cosa, contraria ad ogni etica della professione. Proprio grazie a questa Brutta Cosa, Roman diventa un brutto e cattivissimo avvocato qualsiasi, concentrato sul profitto e sul benessere personale, e rinuncia persino alla sua class action contro il sistema giudiziario americano fallato, con sommo scorno di chi nel frattempo si era fatto contagiare dalla purezza dell'esquire prendendolo come modello di vita. Questo almeno finché la Brutta Cosa non viene scoperta e allora il film si fa più interessante, ma ormai mancano 15 minuti alla fine porcaccialamiseria, e io non riesco proprio a godermi la bellezza delle fughe al mare o nel deserto dello sfigatissimo Roman.
A proposito del protagonista, va bene che Denzel Washington regge da solo l'intero film ma non basta appoggiarsi ad un bravo attore per intrigare il pubblico, anche perché la bravura di Denzel consiste nel caricarsi addosso un protagonista mal vestito, mal pettinato, col tunnel in mezzo ai denti, che borbotta rapido invece di parlare e talvolta svariona perché sente le orecchie fischiare. Non dico che non si arrivi a voler bene al povero Roman, alla fine è un bravo cristo, il problema è che ciò che gli accade non coinvolge più di tanto, neppure quando l'esquire viene picchiato fuori casa nel corso di una rapina, figuriamoci quindi quando racconta tutto infervorato a Farrell di ciò che si nasconde nella valigetta oppure quando viene giustamente mandato al diavolo da un'audience stufa di sentirlo sproloquiare di lotta al potere. In teoria Roman dovrebbe conquistare a poco a poco, come succede a chi lo circonda nel film (in maniera anche poco credibile, come accade a Maya, che il giorno prima gli ride dietro e quello dopo piange commossa per come Roman l'abbia "ispirata"), peccato davvero che il suo dilemma morale, fulcro del film, mi abbia portata ad esclamare semplicemente "Ah. Occhei..." e basta. Più che altro perché ciò che lo porta a trasgredire i suoi principi, ovvero la Brutta Cosa non ha senso, ovvero SPOILER una volta che vieni assunto da un gigantesco studio legale, davvero ti mancano soldi per rinfrescarti il guardaroba e affittare un appartamento al punto da accettare la ricompensa di una taglia?? Mah. FINE SPOILER. Come ho detto, probabilmente la colpa di questo mio diludendo non è di Washington (ribadisco: grande attore, ruolo difficile) ma proprio della sceneggiatura, indecisa tra la natura di dramma personale e quella di thriller/legal drama, con quel pizzico di amara ironia che tuttavia non fa mai decollare il film, che scorre piatto perdendosi in un fiume di parole retoriche e sicuramente ha perso ulteriore nerbo a causa di un ri-montaggio effettuato in fretta e furia dopo la disastrosa premiere al Toronto Film Festival. Durante la stagione degli Oscar mi capita di guardare film che normalmente non affronterei neanche morta e spesso concludo la visione felice ma stavolta non è successo, quindi per me Roman J. Israel può rimanere nel limbo distributivo italiano che merita, con buona pace dei fan di Denzel Washington.
Di Denzel Washington (Roman J. Israel), Colin Farrell (George Pierce) e Carmen Ejogo (Maya Alston) ho parlato ai rispettivi link.
Dan Gilroy è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto il film Nightcrawler - Lo sciacallo. Anche produttore, ha 59 anni.
Amanda Warren interpreta Lynn Jackson. Americana, ha partecipato a film come 7 psicopatici, Madre!, Tre manifesti a Ebbing, Missouri e a serie come Jessica Jones, House of Cards e Black Mirror. Ha 36 anni.
Trama: Roman J. Israel, avvocato abituato a lavorare nelle retrovie, si ritrova senza lavoro dopo che il socio di una vita è entrato in coma a causa di un attacco cardiaco. Dopo parecchi tentennamenti accetta l'offerta di George Pierce, a capo di un enorme studio legale, e lì comincia a mettere in discussione tutta la propria idea di giustizia...
Il giudizio brevissimo su Roman J. Israel, Esq. è: che due marroni. Articolando e facendo un bel mea culpa, posso dire che ho patito il film di Dan Gilroy innanzitutto per il pressoché ininterrotto utilizzo di gergo tecnico legale all'interno di una pellicola che dura più di due ore, cosa che mi ha impedito di cogliere appieno il senso dell'intera operazione e che mi ha portata a passare del tempo tra internet e vocabolari per capire cosa diamine contenesse l'enorme valigetta che il protagonista porta sempre con sé. Ora che l'ho capito, ribadisco: che due marroni. Roman J. Israel, Esq. (laddove Esq. sta per esquire, termine utilizzato dagli avvocati americani - non tutti - e derivante da un titolo nobiliare inglese situato sotto il Cavaliere e sopra il Gentiluomo) racconta la storia di questo avvocato che è un po' lo Sheldon Cooper della categoria: defilato ma dotato di prodigiosa memoria, conosce a menadito codici e costituzione ma ha parecchie difficoltà a rapportarsi con clienti, giudici o altri avvocati, anche perché non riesce mai a controllare la sua lingua ingenua e sincera. A differenza di Sheldon, Roman è però un uomo altruista, tanto che ciò che davvero lo turba all'interno del sistema giuridico americano è il ricorso quasi costante al patteggiamento, che risparmia un bel po' di fatica agli avvocati e soldi ai contribuenti, è vero, tuttavia rappresenta anche una bella inchiappettata per l'imputato (spesso di colore, tra l'altro). Oltre a questo, Roman vive un po' in un mondo ideale pesantemente legato al passato, come se nel frattempo non si fossero evolute né le lotte per i diritti delle persone di colore, né la condizione delle donne, né tanto meno la musica, unico aspetto davvero bello del film, mix di motown, jazz e bei successi d'antan. La trama va avanti così, col novello Forrest Gump di colore impegnato a farsi amare/odiare da un paio di personaggi chiave come il potente e cinico George Pierce e la dolce Maya, dritto come un fuso nelle sue convinzioni, finché proprio a causa sua non succede un fattaccio a cui l'esquire sceglie di riparare facendo una Brutta Cosa, contraria ad ogni etica della professione. Proprio grazie a questa Brutta Cosa, Roman diventa un brutto e cattivissimo avvocato qualsiasi, concentrato sul profitto e sul benessere personale, e rinuncia persino alla sua class action contro il sistema giudiziario americano fallato, con sommo scorno di chi nel frattempo si era fatto contagiare dalla purezza dell'esquire prendendolo come modello di vita. Questo almeno finché la Brutta Cosa non viene scoperta e allora il film si fa più interessante, ma ormai mancano 15 minuti alla fine porcaccialamiseria, e io non riesco proprio a godermi la bellezza delle fughe al mare o nel deserto dello sfigatissimo Roman.
A proposito del protagonista, va bene che Denzel Washington regge da solo l'intero film ma non basta appoggiarsi ad un bravo attore per intrigare il pubblico, anche perché la bravura di Denzel consiste nel caricarsi addosso un protagonista mal vestito, mal pettinato, col tunnel in mezzo ai denti, che borbotta rapido invece di parlare e talvolta svariona perché sente le orecchie fischiare. Non dico che non si arrivi a voler bene al povero Roman, alla fine è un bravo cristo, il problema è che ciò che gli accade non coinvolge più di tanto, neppure quando l'esquire viene picchiato fuori casa nel corso di una rapina, figuriamoci quindi quando racconta tutto infervorato a Farrell di ciò che si nasconde nella valigetta oppure quando viene giustamente mandato al diavolo da un'audience stufa di sentirlo sproloquiare di lotta al potere. In teoria Roman dovrebbe conquistare a poco a poco, come succede a chi lo circonda nel film (in maniera anche poco credibile, come accade a Maya, che il giorno prima gli ride dietro e quello dopo piange commossa per come Roman l'abbia "ispirata"), peccato davvero che il suo dilemma morale, fulcro del film, mi abbia portata ad esclamare semplicemente "Ah. Occhei..." e basta. Più che altro perché ciò che lo porta a trasgredire i suoi principi, ovvero la Brutta Cosa non ha senso, ovvero SPOILER una volta che vieni assunto da un gigantesco studio legale, davvero ti mancano soldi per rinfrescarti il guardaroba e affittare un appartamento al punto da accettare la ricompensa di una taglia?? Mah. FINE SPOILER. Come ho detto, probabilmente la colpa di questo mio diludendo non è di Washington (ribadisco: grande attore, ruolo difficile) ma proprio della sceneggiatura, indecisa tra la natura di dramma personale e quella di thriller/legal drama, con quel pizzico di amara ironia che tuttavia non fa mai decollare il film, che scorre piatto perdendosi in un fiume di parole retoriche e sicuramente ha perso ulteriore nerbo a causa di un ri-montaggio effettuato in fretta e furia dopo la disastrosa premiere al Toronto Film Festival. Durante la stagione degli Oscar mi capita di guardare film che normalmente non affronterei neanche morta e spesso concludo la visione felice ma stavolta non è successo, quindi per me Roman J. Israel può rimanere nel limbo distributivo italiano che merita, con buona pace dei fan di Denzel Washington.
Di Denzel Washington (Roman J. Israel), Colin Farrell (George Pierce) e Carmen Ejogo (Maya Alston) ho parlato ai rispettivi link.
Dan Gilroy è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto il film Nightcrawler - Lo sciacallo. Anche produttore, ha 59 anni.
Amanda Warren interpreta Lynn Jackson. Americana, ha partecipato a film come 7 psicopatici, Madre!, Tre manifesti a Ebbing, Missouri e a serie come Jessica Jones, House of Cards e Black Mirror. Ha 36 anni.
venerdì 9 febbraio 2018
Beyond the Gates (2016)
Stavolta mi sono fatta attirare come una pirla dalla bellissima locandina e ho accettato con gratitudine l'offerta di Roberto che mi ha permesso di guardare Beyond the Gates, diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Jackson Stewart, solo per ritrovarmi a scuotere tristemente la capoccia...
Trama: con il padre scomparso da sette mesi, i fratelli Gordon e John decidono di smantellarne l'attività e ripulire il videonoleggio d'altri tempi da lui gestito. Nell'ufficio del genitore trovano la scatola di Beyond the Gates, gioco con videocassetta annessa pericolosissimo da giocare...
Avete mai giocato ad Atmosfear? Atmosfear era un divertentissimo gioco pubblicato in Italia negli anni '90 che consisteva nel seguire le istruzioni di un fantomatico "custode del cimitero", contenute in una videocassetta che scandiva il tempo necessario a raggiungere l'obiettivo finale (se non erro proprio collezionare delle chiavi e scoprire le paure degli avversari) e forniva un'esperienza interattiva al giocatore, il quale doveva rivolgersi al custode chiamandolo "padrone". Io purtroppo ci ho giocato solo una volta, grazie a una fortunata amica che lo possedeva, ma guardando Beyond the Gates non ho potuto fare a meno di ripensare a quel fatidico giorno e mi è venuta una voglia pazza di cercare su Ebay qualche venditore compiacente che possa esaudire il mio desiderio di ripetere l'esperienza. Questo, diciamolo senza timore di offendere nessuno, è stato l'unico risultato positivo di un film pesante come un cinghiale sullo stomaco, lento come la morte e zeppo di momenti MEH che neppure il costante e, si può dire?, ormai stantio omaggio agli anni '80-'90 è riuscito a risollevare. E va bene, Jackson Stewart mi cita a piene mani Atmosfear, quasi rasentando il plagio. Ok, il negozio del Signor Hardesty, zeppo di VHS e giochi retrò, è una meraviglia e mi ha fatto venire voglia di andarci subito. Però il film dura un'ora e venti, che normalmente sarebbero pochissime ma provate a riempirle con questi due unici elementi positivi! Per dire, Stewart gioca a fare il Wingard e il Ti West della situazione, satura la prima parte del film (e pure la seconda) di nulla, di dialoghi messi in bocca a personaggi i cui problemi non sono minimamente interessanti se paragonati alla possibilità di costringerli a partecipare ad un gioco horror interattivo, e gli stessi protagonisti sono le creature più molle della storia dell'horror. Gordon, John e Margot sono talmente amebe che riescono persino a DORMIRE pur sapendo che al piano di sotto c'è un gioco maledetto capace di uccidere persone, evocare spiriti e quant'altro; di più, riescono a dormire consapevoli del fatto che in CANTINA è spuntato il gate del titolo, dal quale arrivano sussurri spettrali e dal quale spuntano manine prensili nonché mostruose. Beh, complimenti.
Questo trio all'erta e pieno di brio è composto da attorucoli svogliati che non aiutano a sollevare la situazione e gli unici caratteristi interessanti ma poco sfruttati sono Barbara Crampton, utilizzata a mo' di ulteriore omaggio anni '80 come gatekeeper del gioco (quindi poco e male in quanto la signora si limita a qualche parola inquietante e qualche sguardo tra il sexy e lo scazzato verso la macchina da presa), e forse Matt Mercer, la cui faccetta da ratèn mi ricorda qualcosa ma non riesco a capire dove ho già visto questo losco figuro. A un certo punto, Jackson Stewart si ricorda di stare girando un horror e, tra uno sbadiglio e l'altro, infila un paio di splatterate anche ben realizzate, per carità, sicuramente meglio del trucco anemico di quel paio di morti viventi/fantasmi che di tanto in tanto infestano gli incubi dei protagonisti; purtroppo, le sequenze gore sono solo due e per il resto si è preferito puntare su lucette al neon, fumo da discoteca e musiche al sintetizzatore, giusto per ribadire allo spettatore (se ancora non lo avesse capito in tutte le salse o nel malaugurato caso che quest'ultimo appartenga alla cosiddetta generazione dei millenials) l'omaggio agli anni '80. E ora scusatemi se interrompo qui la disamina di questo interessantissimo (!!) film ma siccome sono nata nel 1981 vado a cotonarmi i capelli prima di uscire con un bel marsupio legato in vita e una giacca dalle spalline larghe, senza dimenticare i pantaloni "acqua in casa" e... ah no, questi li mettono tutti ormai, maledetti tizi che a 6 gradi sotto zero girate con le scarpe da ginnastica, senza calzini e con la caviglia scoperta!!!! Basta anni '80, che tornino in auge corsetti, crinoline e parrucche incipriate!!
Di Barbara Crampton, che interpreta Evelyn, ho già parlato QUI mentre Chase Williamson, che interpreta John Hardesty, lo trovate QUA.
Jackson Stewart è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, anche produttore e attore, ha 32 anni.
Graham Skipper interpreta Gordon Hardesty. Americano, ha partecipato a film come Almost Human, Tales of Halloween, The Mind's Eye e a serie quali Criminal Minds. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha due film in uscita.
Brea Grant interpreta Margot McKenzie. Americana, ha partecipato a film come Halloween II e a serie quali Cold Case, Heroes, CSI: Miami e Dexter. Anche sceneggiatrice e regista, ha 36 anni e sette film in uscita.
Se Beyond the Gates vi fosse piaciuto guardate Jumanji, che perlomeno è più rapido e divertente, oppure giocate ad Atmosfear se avete la fortuna di possederlo. ENJOY!
Trama: con il padre scomparso da sette mesi, i fratelli Gordon e John decidono di smantellarne l'attività e ripulire il videonoleggio d'altri tempi da lui gestito. Nell'ufficio del genitore trovano la scatola di Beyond the Gates, gioco con videocassetta annessa pericolosissimo da giocare...
Avete mai giocato ad Atmosfear? Atmosfear era un divertentissimo gioco pubblicato in Italia negli anni '90 che consisteva nel seguire le istruzioni di un fantomatico "custode del cimitero", contenute in una videocassetta che scandiva il tempo necessario a raggiungere l'obiettivo finale (se non erro proprio collezionare delle chiavi e scoprire le paure degli avversari) e forniva un'esperienza interattiva al giocatore, il quale doveva rivolgersi al custode chiamandolo "padrone". Io purtroppo ci ho giocato solo una volta, grazie a una fortunata amica che lo possedeva, ma guardando Beyond the Gates non ho potuto fare a meno di ripensare a quel fatidico giorno e mi è venuta una voglia pazza di cercare su Ebay qualche venditore compiacente che possa esaudire il mio desiderio di ripetere l'esperienza. Questo, diciamolo senza timore di offendere nessuno, è stato l'unico risultato positivo di un film pesante come un cinghiale sullo stomaco, lento come la morte e zeppo di momenti MEH che neppure il costante e, si può dire?, ormai stantio omaggio agli anni '80-'90 è riuscito a risollevare. E va bene, Jackson Stewart mi cita a piene mani Atmosfear, quasi rasentando il plagio. Ok, il negozio del Signor Hardesty, zeppo di VHS e giochi retrò, è una meraviglia e mi ha fatto venire voglia di andarci subito. Però il film dura un'ora e venti, che normalmente sarebbero pochissime ma provate a riempirle con questi due unici elementi positivi! Per dire, Stewart gioca a fare il Wingard e il Ti West della situazione, satura la prima parte del film (e pure la seconda) di nulla, di dialoghi messi in bocca a personaggi i cui problemi non sono minimamente interessanti se paragonati alla possibilità di costringerli a partecipare ad un gioco horror interattivo, e gli stessi protagonisti sono le creature più molle della storia dell'horror. Gordon, John e Margot sono talmente amebe che riescono persino a DORMIRE pur sapendo che al piano di sotto c'è un gioco maledetto capace di uccidere persone, evocare spiriti e quant'altro; di più, riescono a dormire consapevoli del fatto che in CANTINA è spuntato il gate del titolo, dal quale arrivano sussurri spettrali e dal quale spuntano manine prensili nonché mostruose. Beh, complimenti.
Questo trio all'erta e pieno di brio è composto da attorucoli svogliati che non aiutano a sollevare la situazione e gli unici caratteristi interessanti ma poco sfruttati sono Barbara Crampton, utilizzata a mo' di ulteriore omaggio anni '80 come gatekeeper del gioco (quindi poco e male in quanto la signora si limita a qualche parola inquietante e qualche sguardo tra il sexy e lo scazzato verso la macchina da presa), e forse Matt Mercer, la cui faccetta da ratèn mi ricorda qualcosa ma non riesco a capire dove ho già visto questo losco figuro. A un certo punto, Jackson Stewart si ricorda di stare girando un horror e, tra uno sbadiglio e l'altro, infila un paio di splatterate anche ben realizzate, per carità, sicuramente meglio del trucco anemico di quel paio di morti viventi/fantasmi che di tanto in tanto infestano gli incubi dei protagonisti; purtroppo, le sequenze gore sono solo due e per il resto si è preferito puntare su lucette al neon, fumo da discoteca e musiche al sintetizzatore, giusto per ribadire allo spettatore (se ancora non lo avesse capito in tutte le salse o nel malaugurato caso che quest'ultimo appartenga alla cosiddetta generazione dei millenials) l'omaggio agli anni '80. E ora scusatemi se interrompo qui la disamina di questo interessantissimo (!!) film ma siccome sono nata nel 1981 vado a cotonarmi i capelli prima di uscire con un bel marsupio legato in vita e una giacca dalle spalline larghe, senza dimenticare i pantaloni "acqua in casa" e... ah no, questi li mettono tutti ormai, maledetti tizi che a 6 gradi sotto zero girate con le scarpe da ginnastica, senza calzini e con la caviglia scoperta!!!! Basta anni '80, che tornino in auge corsetti, crinoline e parrucche incipriate!!
Di Barbara Crampton, che interpreta Evelyn, ho già parlato QUI mentre Chase Williamson, che interpreta John Hardesty, lo trovate QUA.
Jackson Stewart è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, anche produttore e attore, ha 32 anni.
Graham Skipper interpreta Gordon Hardesty. Americano, ha partecipato a film come Almost Human, Tales of Halloween, The Mind's Eye e a serie quali Criminal Minds. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha due film in uscita.
Brea Grant interpreta Margot McKenzie. Americana, ha partecipato a film come Halloween II e a serie quali Cold Case, Heroes, CSI: Miami e Dexter. Anche sceneggiatrice e regista, ha 36 anni e sette film in uscita.
Se Beyond the Gates vi fosse piaciuto guardate Jumanji, che perlomeno è più rapido e divertente, oppure giocate ad Atmosfear se avete la fortuna di possederlo. ENJOY!
giovedì 8 febbraio 2018
(Gio) WE, Bolla! 8/2/2018
Buon giovedì a tutti! Questa settimana gli Oscar si prendono una pausa e la programmazione si concentra su altro genere di film, in attesa delle mega uscite della prossima!! ENJOY!
I primitivi
Ore 15:17 - Attacco al treno
Cinquanta sfumature di rosso
L'uomo sul treno - The Commuter
Al cinema d'élite continua la programmazione di C'est la vie! - Prendila come viene invece. Devo dire che la piccola saletta in cui solitamente ripongo le mie speranze mi sta un po' (tanto) diludendo: continuano a non programmare Chiamami col tuo nome e questa settimana non si sono accaparrati nemmeno The Party. Giovani, diamoci un po' una svegliata, su!!
I primitivi
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Per quanto adori l'animazione in stop-motion dello studio Aardman, non mi sorride molto l'idea di andare a vedere un cartone sui primitivi che giocano a calcio, dunque aspetto il sacrificio di qualche altro blogger fidato prima di muovermi (e sbrigatevi che poi dal 13 in poi ho altri tre film da vedere. Thanks!)Ore 15:17 - Attacco al treno
Reazione a caldo: Idem come sopra
Bolla, rifletti!: Non so perché ma quest'anno ho poca voglia di andare a vedere il film di Clint Eastwood. Per quanto sia tratto da una storia vera, sarà perché temo l'esaltazione del maschio soldato? Anche qui, attendo nuove da altri blogger.Cinquanta sfumature di rosso
Reazione a caldo: Ma basta!!
Bolla, rifletti!: Le uniche sfumature di rosso che vorrei per questo film sono quelle del sangue di tutti i coinvolti. Finalmente 'sta cretinata è finita, santo cielo, che solo a sentire i trailer in radio mi viene la pellagra!L'uomo sul treno - The Commuter
Reazione a caldo: Con una settimana di ritardo...
Bolla, rifletti!: ... al punto da essermi passata la voglia di vederlo, ché come film pare non sia davvero nulla di che. Questa settimana si sta a casa, mi sa!Al cinema d'élite continua la programmazione di C'est la vie! - Prendila come viene invece. Devo dire che la piccola saletta in cui solitamente ripongo le mie speranze mi sta un po' (tanto) diludendo: continuano a non programmare Chiamami col tuo nome e questa settimana non si sono accaparrati nemmeno The Party. Giovani, diamoci un po' una svegliata, su!!
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