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martedì 14 luglio 2026

Minions & Monsters (2026)


Sabato sera sono andata al rinnovato cinema di Albisola a vedere Minions & Monsters, diretto e co-sceneggiato dal regista Pierre Coffin.

Trama

Due Minions, James e Henry, decidono di perseguire un sogno ben diverso da quello del resto della loro tribù, ovvero realizzare un film. Per poter girare uno splendido film di mostri, utilizzano un libro di incantesimi che ne evoca davvero uno...

RECENSIONE

Ho sempre amato i Minions e il loro grande capo Gru, ma col tempo mi sono un po' disaffezionata, al punto che non ho mai recuperato Cattivissimo me 4. Stavo quasi per lasciare perdere anche Minions & Monsters, nonostante il trailer simpatico e la presenza di un mini-Cthulhu, ma per fortuna ho dato una scorsa al post entusiasta di Solaris e, spinta dalla curiosità, ho approfittato della programmazione albisolese per andarlo a vedere. Poi dicono che ormai i blog sono morti e non servono più a nulla! Sono felice di essermi fidata, perché Minions & Monsters è sì l'ennesima aggiunta ad un franchise di successo che non accenna a volersi fermare, ma anche e soprattutto un'immensa dichiarazione d'amore al Cinema, la macchina dei sogni in grado di realizzare quelli delle menti più visionarie e poetiche, e di regalarne altri a quanti sono pronti a sedersi per un paio d'ore nelle poltrone di una sala. La storia di Minions & Monsters, da collocarsi cronologicamente prima dei fatti narrati nel primo Minions, si concentra, infatti, su due Minions in particolare, James ed Henry. Mentre i loro colleghi hanno come unico scopo nella vita quello di trovare un "grande capo" malvagissimo da seguire, James ed Henry sono guidati da fantasia e senso dell'umorismo; in particolare, James adora disegnare storie, tanto quanto Henry adora ascoltarle e condividere con l'amico la propria unicità. Dopo tutta una serie di esilaranti vicissitudini, i Minions finiscono nella Hollywood di fine anni '20 e si ritrovano protagonisti assoluti della scena cinematografica dell'epoca, quella precedente la transizione dai film muti al sonoro. E' proprio lì, prima che la trama introduca i Monsters del titolo, che Minions & Monsters diventa un gioiellino per i cinefili adulti (c'è anche una favolosa zampata sul finale, che non vi spoilero); per il modo in cui il film racconta l'energia, l'esagerata opulenza e la gloria di un'industria cinematografica al suo apice, con tutti i suoi pregi e difetti, la facilità con cui chiunque poteva dare forma a sogni e desideri, e anche la tragica velocità con cui i sogni potevano trasformarsi in incubi di indigenza, dopo anni di fama e denaro. Un dualismo incarnato alla perfezione dai geniali produttori Frank ed Elwood, mostro di cattiveria l'uno ed ottimista tutto zucchero l'altro, emblemi del destino estremo che lambiva chiunque si avvicinasse ad Hollywood.

Questa parte di Minions & Monsters è davvero l'equivalente animato di quel trionfo che era il Babylon di Chazelle, di cui riprende alcuni elementi chiave, sia a livello di trama che di messa in scena (la transizione da muto a sonoro avrebbe sicuramente risollevato l'animo del povero Jack Conrad di Babylon, perché pronunciare parole storiche come "Rosebud/Rosabella" in minionese farebbe sembrare perfetta la voce di qualsiasi attore!). A proposito di quest'ultima, dal momento in cui i Minions mettono piede ad Hollywood c'è da diventare matti a trovare tutti gli omaggi alla settima arte, con capolavori parodiati non solo durante gli splendidi titoli di testa, oppure con intere sequenze dedicate, ma anche con riferimenti blink and you'll miss it all'interno delle scene più concitate, in primis quella dell'inseguimento in treno all'interno di una trafficatissima strada; probabilmente, però, la sequenza più emozionante per un cinefilo è quella del dietro le quinte, una lunghissima carrellata che offre un meravigliato sguardo alle magie praticate dalle maestranze, indispensabili protagonisti per il corretto funzionamento della macchina dei sogni, ancor più di attori e registi blasonati. Per quanto riguarda l'aspetto "monsters", l'impatto visivo degli stessi è efficacissimo, perché il character design di Goomi e colleghi è meraviglioso così come le animazioni, ed è interessante anche il modo in cui la parte di trama che li vede coinvolti, assieme a James, Henry ed Ed, scorra in parallelo con l'altrettanto assurda vicenda di Dick e degli altri Minions, finiti dritti all'interno di una storia di fantascienza che, a un certo punto, acquista tutte le sfumature di una love story d'altri tempi. Giuro senza vergogna che non avrei dato un euro a questo Minions & Monsters, invece si è rivelato uno dei capitoli migliori del franchise e una boccata di aria fresca capace di coniugare meraviglia cinefila e grasse risate. Approfittate delle arene estive, all'interno delle quali sarà sicuro mattatore ancora per un po', e recuperatelo!!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Pierre Coffin, che doppia anche i Minions, ho già parlato QUI. Allison Janney (voce originale di Olivia), George Lucas (sé stesso), Christoph Waltz (Max), Jeff Bridges (Frank e Elwood), Jesse Eisenberg (Dort), Trey Parker (Goomi), Zoey Deutch (Debbie) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Nella versione italiana, il regista Max è doppiato da Maccio Capatonda. Minions & Monsters si colloca cronologicamente prima di Cattivissimo me, Cattivissimo me 2, Minions, Cattivissimo me 3, Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo e Cattivissimo me 4, tutti film che vi consiglio di recuperare, anche se Minions & Monsters è perfettamente fruibile anche da solo. ENJOY!

venerdì 16 gennaio 2026

KPop Demon Hunters (2025)

Spinta dai due Golden Globe ricevuti, uno per il miglior film d'animazione e l'altro per la miglior canzone, ho finalmente recuperato KPop Demon Hunters, diretto dai registi Chris Appelhans e Maggie Kang (anche co-sceneggiatrice), disponibile su Netflix.


Trama: Rumi, Mira e Zoey sono le tre componenti del gruppo di idol Huntrix. La loro è però un'attività di facciata, che cela il loro vero compito, quello di impedire che i demoni invadano la nostra dimensione. Il loro successo sembra scontato, almeno finché non compare sulla scena la boyband Saja Boys...


Un sacco di persone che conosco e di cui mi fido avevano speso parole di elogio per questo KPop Demon Hunters, ma lo avevo messo un po' da parte, presa da altre priorità. Ora posso dire di essere felicissima di averlo recuperato, perché il film di Chris Appelhans e Maggie Kang è davvero bellissimo e divertente, fruibile anche da chi, come me, di KPop non sa nulla. Siccome sono intrisa di cultura nipponica e sono totalmente ignorante in materia Corea, sarò costretta ad usare analogie a me familiari, cercate di non odiarmi. Rumi, Mira e Zoey, ovvero il gruppo di idol Huntrix, hanno una doppia vita come ogni majokko che si rispetti; vivono nel mondo scintillante della musica e della moda, ma lo fanno perché, attraverso la loro voce (soprattutto quella di Rumi) riescono a scaldare e unire i cuori degli esseri umani, creando l'energia che da vita a una barriera per tenere a bada i demoni ed impedir loro di invadere la Terra. Oltre a fungere da scudo, le ragazze sono anche delle guerriere, delle cacciatrici, e tra una canzone e l'altra non ci mettono molto a uccidere i demoni che tentano di attaccarle. Soprattutto, però, Rumi, Mira e Zoey sono giovani ragazze come tante. Hanno i loro segreti, i loro problemi, le loro paure, imperfezioni che nel mondo dorato degli Idol non devono esistere, perché i fan esigono che i loro idoli, appunto, siano emblemi di eccellenza ideale; questa stessa eccellenza, inoltre, vale anche per la loro attività di cacciatrici e guardiane della barriera. Il lato oscuro dell'industria dello spettacolo coreana (condiviso, in generale, da tutto l'Oriente) è lo spunto da cui si dipana la trama di KPop Demon Hunters, consentendogli di veicolare un necessario messaggio positivo. Più che ricercare una solitaria perfezione, odiando, senza capirlo, tutto ciò che ci fa paura o risulta "strano", l'invito è quello di aprirsi a chi abbiamo vicino, guardare oltre le apparenze, trasformare i difetti in una forza travolgente in grado di aprirci gli occhi sul mondo. Questo messaggio viene trasmesso senza pedanteria né sdolcinatezza, sfruttando in maniera assai divertente i cliché dei KDrama e dell'universo KPop e concedendo spazio anche a momenti più seri e drammatici, nel corso dei quali la protagonista Rumi diventa qualcosa di più di un bel faccino dotato di una voce angelica. 


Il punto di forza di KPop Demon Hunters, assieme alla trama interessante e al messaggio potente che rivolge agli spettatori, è il mix tra una visione moderna della Corea e le leggende che ne caratterizzano la cultura. Il character design dei Saja Boys è un'esilarante mix dei cliché di ogni boyband mai esistita al mondo, e va a braccetto con la bellezza di ciò che si nasconde dietro gli apparenti ragazzi, ovvero degli splendidi messaggeri di morte che seguono l'iconografia moderna dei Jeoseung Saja, con quel loro tipico cappellaccio nero. Non parliamo poi di quanto siano meravigliose la gazza con tre occhi e la tigrotta azzurra, due spiriti complementari usciti dritti dai dipinti della tradizione coreana e pronti ad entrare nel novero delle mascotte animate più amate di sempre. Anzi, per quanto mi riguarda, i personaggi secondari o gli antagonisti sono anche più belli delle Huntrix, le cui animazioni mi hanno ricordato anche troppo lo stile delle Totally Spies, serie di cui non ho mai apprezzato l'inserimento di espressioni comiche e deformed vicine allo stile degli anime, che ho sempre trovato forzato in quello stile di disegno. Nulla da dire, però, sulla regia e l'animazione delle scene di combattimento o dei numeri musicali, coinvolgenti le prime e tremendamente accattivanti i secondi. Accattivante è anche l'unico aggettivo che mi viene in mente per descrivere brani che ti costringono a muoverti a tempo al primo ascolto, o ti catturano grazie alla bellissima voce della cantante Arden Cho, la doppiatrice originale di Rumi; il brano Golden ha giustamente vinto un meritato Golden Globe, ma le canzoni sono tutte belle e, soprattutto, perfette per i temi e le atmosfere del film. L'unico vero difetto di KPop Demon Hunters, almeno per me, è la mancanza di approfondimento delle due compagne di Rumi, la burbera Mira e l'entusiasta Zoey, ma so che sarebbe stato impossibile dare a tutte le ragazze lo stesso spazio. Per questo, spero nell'uscita di un sequel, dove magari si accenni al passato delle cacciatrici e si approfondisca di più il legame con la loro mentore, Celine, altro personaggio potenzialmente interessante ma mal utilizzato. Aspetto fiduciosa, nel frattempo credo che ascolterò in loop la colonna sonora del film!


Di Ken Jeong (voce originale di Bobby), Lee Byung-hun (Gwi-ma) e Daniel Dae Kim (dottor Han) ho già parlato ai rispettivi link.

Chris Appelhans è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto Il drago dei desideri. Anche animatore, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni.


Maggie Kang
è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio, inoltre doppia anche un paio di personaggi minori. Sudcoreana, come animatrice ha lavorato a Shrek terzo, Shrekkati per le feste, Madagascar 2, Shrek 4: e vissero felici e contenti, Il gatto con gli stivali, Le 5 leggende, Kung Fu Panda 3, Il Grinch Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo. Ha 45 anni.


Ji-young Yoo
, che doppia Zoey, era nel cast di Until Dawn - Fino all'albaKPop Demon Hunters vede anche la reunion di due amatissimi interpreti di Lost, che nella serie interpretavano marito e moglie, ovvero il già citato Daniel Dae Kim Yunjin Kim, qui doppiatrice di Celine. Nell'attesa che esca un sequel già annunciato, se KPop Demon Hunters vi fosse piaciuto recuperate Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria, Belle, Red, Kubo e la spada magica e Nimona. ENJOY!

venerdì 9 gennaio 2026

La piccola Amélie (2025)

Un altro film splendido visto a inizio anno è stato La piccola Amélie (Amélie et la métaphysique des tubes), diretto e sceneggiato nel 2025 dai registi Liane-Cho Han Jin Kuang e Maïlys Vallade e tratto dal romanzo autobiografico Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb.


Trama: Amélie, figlia di un diplomatico belga di stanza in Giappone, arriva a due anni senza percepire nulla di ciò che la circonda, dopodiché comincia a conoscere il mondo, con tutta la gioia e il dolore che ne consegue...


Non ho mai letto Metafisica dei tubi, né altre opere di Amélie Nothomb, quindi non sapevo cosa aspettarmi da La piccola Amélie. Sono stata essenzialmente attirata dai colori e dalle animazioni di un trailer che profumava tantissimo di Studio Ghibli, e siccome amo i cartoni animati anche se ho 44 anni suonati e, come sapete, adoro il Giappone, ho chiesto a Mirco di accompagnarmi al cinema il giorno dell'Epifania. Siamo usciti dalla sala in lacrime, entrambi profondamente commossi da un film splendido, dall'impostazione e dai temi adulti, eppure realizzato in modo da portare sullo schermo il punto di vista di una bambina di tre anni. O di Dio, se volete. O anche di un "ortaggio", dipende a chi lo chiedete. La caratteristica di Dio, infatti, è quella di subire e non trattenere stimoli, emozioni ed esperienze, così che tutto passa attraverso lui come se fosse un tubo, un tubo immoto, immutabile ed egocentrico. Queste caratteristiche possono essere ascritte anche ai bambini molto piccoli, al di là della loro natura meno che statica, quindi alla stessa Amélie: voce narrante del film, Amélie è il centro del proprio universo, di un mondo che si piega alle leggi della sua percezione falsata, e tutto ciò che la circonda, se non colpisce il suo interesse o non mostra di eleggerla a "bene supremo", non è altro che un rumore di fondo. Non ricordo le sensazioni che provavo da bambina, ma probabilmente il punto di vista adottato da La piccola Amélie è vicinissimo a quello di un treenne incapace di andare oltre alle situazioni contingenti e a un egoismo sconfinato, non per cattiveria, quanto proprio per la mancanza di esperienza. Per questo, la prima parte del film è un bombardamento costante di sensazioni contraddittorie che mescolano il reale all'immaginazione, di forze naturali che si scatenano in sintonia al carattere bizzoso della protagonista, di momenti riflessivi che tuttavia scivolano come l'acqua, senza che Amélie cambi davvero o maturi con l'esperienza. C'è una netta separazione tra una voce autoproclamatasi "saggia" e un mondo che appartiene in toto ai grandi (che parla, in effetti, agli spettatori adulti), un divario che diminuisce man mano che il film prosegue e che il legame tra Amélie e la domestica di casa, Nishio-san, si fa totalizzante. Nishio-san, senza volere, cristallizza il mondo di Amélie nel tempo e nello spazio, ed è solo quando questo piccolo universo perfetto subisce la prima crepa che il dolore imprime nell'animo della protagonista indelebili ricordi; come già la Pixar ai tempi del primo Inside Out, anche La piccola Amélie ci insegna che vivere e crescere vanno di pari passo con tristezza, perdite e separazioni, senza le quali non riusciremmo a fare tesoro della felicità che possediamo, né a capirla fino in fondo.


Sono considerazioni adulte, che hanno portato me e Mirco a piangere come due fontane in sala, inevitabilmente, perché sarebbe così bello tornare ad abbandonarsi all'innocente petulanza dell'infanzia, essere adorabilmente stronzi e menefreghisti come la protagonista de La piccola Amélie. E come la sua protagonista, il film di Liane-Cho Han Jin Kuang e Maïlys Vallade unisce il meglio di due mondi e culture distanti, aprendo le sue riflessioni anche alla necessità di condivisione e conoscenza, le uniche cose in grado di salvarci dalle guerre, piccole o grandi che siano, e da una morte che non sia quella naturale. Dell'Europa, La piccola Amélie riprende l'elegante e sagace ironia, uno stile d'animazione pulito, un character design che strizza l'occhio alla Francia e al Belgio; dal Giappone, in primis dalle opere dello Studio Ghibli e degli slice of life dei primi Mamoru Hosoda e Makoto Shinkai, derivano un approccio fantasioso ma rispettoso verso la natura, i piccoli riti casalinghi, una poesia racchiusa nelle forme, nei colori e nelle melodie di una splendida colonna sonora. L'animazione tradizionale del film restituisce allo spettatore tutta la bellezza di un mondo filtrato dagli occhi enormi di una bambina, il sense of wonder di splendide sequenze dai colori brillanti nelle quali non c'è differenza tra sogno e realtà, ma anche la triste "normalità" della morte di una persona cara, o di una guerra lontana comprensibile solo attraverso l'ausilio di metafore "casalinghe". In realtà, mi rendo conto che sto facendo davvero fatica a mettere per iscritto le sensazioni provate guardando La piccola Amélie, un minuscolo capolavoro che mi ha lasciata frastornata e prigioniera di una girandola di emozioni fortissime, e che probabilmente dovrei rivedere con calma per analizzarlo come meriterebbe. Quindi, il mio consiglio è quello di smettere di leggere, armarvi di tanti fazzoletti e correre al cinema a guardare un film che rischia di venire penalizzato dai campioni d'incassi natalizi, quando invece avrebbe meritato molta più risonanza. Spero vivamente di vederlo tra i titoli candidati agli Oscar di quest'anno!

Liane-Cho Han Jin Kuang è il co-regista e co-sceneggiatore del film. Come animatore, ha realizzato film quali L'illusionista. E' anche storyboard artist. 


Maïlys Vallade
è la co-regista e co-sceneggiatrice del film. Come animatrice, ha realizzato film quali Il piccolo principe. E' anche character designer e storyboard artist.


Se La piccola Amélie vi fosse piaciuto, recuperate Il mio vicino Totoro e Mirai. ENJOY!

mercoledì 2 luglio 2025

Elio (2025)

Benché poco pubblicizzato, la settimana scorsa sono andata a vedere Elio, diretto e co-sceneggiato dai registi Adrian Molina, Domee Shi Madeline Sharafian.


Trama: Elio Solis è un bimbo che, dopo la morte dei genitori, è stato affidato alla zia. Sentendosi solo in un mondo che gli va troppo stretto, Elio sogna di venire rapito dagli alieni, e un giorno questi rispondono al suo appello...


Sapete che non mi perdo un film della Pixar, nemmeno quando orde di bonobi urlanti su internet gioiscono del suo insuccesso senza neppure averlo visto. Elio, che ha avuto la sventura di uscire subito dopo il fortunato live action di Lilo e Stitch e poco prima dell'imminente Fantastici 4, è stato trattato dalla Disney come un lavoretto en passant, da pubblicizzare poco (strano non l 'abbiano inserito subito nel catalogo Disney +!), e ha ovviamente risentito di queste miopi scelte di marketing. Probabilmente, ha anche sofferto i ritardi dovuti al lungo sciopero SAG/AFTRA del 2023, che ha permesso allo studio di rimaneggiare completamente un'opera che avrebbe dovuto essere realizzata essenzialmente dal regista e sceneggiatore Adrian Molina, partendo da sue esperienze autobiografiche, e che poi è stata rivista in un'ottica più "universale" e affidata a Domee Shi a Madeline Sharafian quando Molina è stato chiamato a co-dirigere il seguito del suo fortunatissimo lungometraggio Coco. Insomma, Elio è un film nato disgraziato in partenza, eppure basterebbe dargli una chance per capire che è un'opera dolcissima e fantasiosa, benché non al livello dei capolavori Pixar. Elio racconta, appunto, la storia di Elio Solis, un bambino rimasto orfano che vorrebbe venire rapito dagli alieni e portato su altri mondi. Il perché, è comprensibile. Ad Elio non è rimasto nulla sulla Terra; non ha genitori, non ha amici, la zia gli vuole bene ma non sa come gestirlo e, per crescerlo, ha rinunciato alla sua carriera di astronauta, il che fa sentire il ragazzino ancora più solo e in colpa. Il desiderio di Elio è così forte e doloroso che gli impedisce di accettare o apprezzare ciò che lo circonda, e il protagonista non si rende conto di essere lui stesso a rendersi la vita ancora più insopportabile e difficile di quanto non sarebbe normalmente. Nonostante tutto, un giorno i sogni di Elio diventano realtà: gli alieni lo scambiano per il leader della Terra e lo rapiscono per portarlo su un mondo da sogno, dove tutti gli sono amici e lo reputano importante. Ovviamente, non è tutto oro quello che luccica. Elio capirà presto che solitudine ed incomprensioni sono all'ordine del giorno anche nello spazio e che è solo aprendosi realmente agli altri, con tutti i nostri pregi e difetti, dando fiducia a chi ci vuole bene, che la nostra vita può migliorare pian piano, anche se non è proprio quella che sognavamo. Il messaggio di Elio è chiaro, così come sua la natura di racconto di formazione. A quello di Elio si affianca, infatti, anche il percorso dell'adorabile Glordon, bioccoletto ciccioso che non riesce a comunicare con l'iracondo padre e che vorrebbe sottrarsi a un futuro da tiranno e guerriero che non gli si confà; anche in questo caso, si sottolinea l'importanza della fiducia e del dialogo, che ci porta a considerare nemico chi, in realtà, è goffo ed insicuro quanto noi. In soldoni, spesso l'etichetta di "diverso", di "strano", in accezione negativa, siamo noi stessi ad appiccicarcela addosso, e gli altri si comportano di conseguenza, rendendo ancora più difficile staccarla.


Mettendo un attimo da parte i messaggi profondi, Elio funziona per la verosimiglianza con cui viene ritratto il protagonista, un bambino zeppo di fantasia e iperattivo, la cui "stupidità" ricorda molti dei giochi e dei voli pindarici che facevamo da bambini. La fervida fantasia del protagonista viene rispecchiata dalla varietà incredibile degli alieni che popolano il Comuniverso; la cifra stilistica di Elio è un mix di elementi naturali (presi da creature marine, insetti o invertebrati), design pop al limite del "giocattoloso" e aspetti onirici, quasi psichedelici, che si traducono in un caleidoscopio di colori ammorbidito da una fotografia che definirei quasi "acquatica". La qualità prevalentemente variopinta e dinamica di Elio cozza in maniera assai efficace con l'ambientazione fatta di rossi e neri che definisce tutto ciò che è legato a Grigon e ai suoi scagnozzi, e con sequenze ambientate sulla Terra che farebbero la felicità di ogni appassionato di cinema di fantascienza. Come già accadeva in Toy Story 4, infatti, i realizzatori di Elio si dimostrano fini conoscitori delle dinamiche inquietanti tipiche del genere, specialmente quando contaminato con l'horror, e inseriscono efficacissimi rimandi a La cosa, L'invasione degli ultracorpi, persino Terminator e Venerdì 13 (e chissà quanti altri film che non ho colto) e, onestamente, se non avessi saputo di stare guardando un cartone Pixar, a un certo punto me la sarei fatta abbastanza sotto. Piccole strizzate d'occhio agli adulti, che non snaturano un film pensato essenzialmente per bambini, che tratta con garbo ma senza fare troppi sconti temi difficili come la morte, il bullismo, la natura distaccata di alcuni genitori. Tra le melodie di Rob Simonsen, il musetto triste di Elio, l'espressivissimo Glordon (gli mancano gli occhi, ma vi sfido a non provare pena quando scoppia a piangere disperato) e lo sguardo finale che Olga riserva al nipote, ammetto di essermi sciolta in lacrime e, anche se l'intento del film era diametralmente opposto, ho sperato, per un istante, che qualcuno lassù arrivasse a prendermi per farmi vivere un'avventura galattica, proprio io che non sopporto la fantascienza. Però che bello, per una volta, sognare di visitare mondi lontani, così zeppi di colori e di allucinanti, utilissime tecnologie!


Dei co-registi e co-sceneggiatori Adrian MolinaDomee Shi ho parlato ai rispettivi link. Zoe Saldaña (voce originale di Olga Solís) la trovate invece QUA.

Madeline Sharafian è la co-regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, è al suo primo lungometraggio. Anche animatrice, storyboarder e produttrice, ha 32 anni. 


Se Elio vi fosse piaciuto, recuperate Red, Over the Moon - Il fantastico mondo di Lunaria, Lilo & Stitch e Luca. ENJOY!

venerdì 28 febbraio 2025

Il robot selvaggio (2024)

Ai tempi dell'uscita ne avevano parlato tutti benissimo. In occasione delle tre candidature (Miglior cartone animato, Miglior colonna sonora originale, Miglior sonoro), ho dunque recuperato Il robot selvaggio (The Wild Robot), diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Chris Sanders.


Trama: Un robot di ultima generazione viene abbandonato su un'isola popolata di animali. La programmazione del robot si troverà a dover interagire con imprevisti ed emozioni...


Come ho potuto perdermi questo trionfo al cinema? E' la domanda che mi sono fatta tra le lacrime di commozione alla fine de Il robot selvaggio, uno dei lungometraggi animati più provanti, a livello emotivo, tra quelli visti negli ultimi anni. Purtroppo, se non ricordo male, a tenermi lontana dalla sala è tata una terribile concomitanza di influenze e orari a misura bambino (come se il genere fosse adatto solo ai più piccoli...), ma poco male; certo, mi dispiace non aver goduto sul grande schermo delle splendide immagini de Il robot selvaggio, ma un bel film rimane bello anche visto in piccolo. E Il robot selvaggio è davvero bellissimo. La trama parte dalla perdita di un carico di robot su un isola deserta; il modello ROZZUM, in particolare, è stato progettato per servire gli umani facendosi carico, ogni volta, di compiti diversi da svolgere al meglio. Una direttiva semplice, quella di ROZZUM, ma ardua da mettere in pratica quando non ci sono umani nei dintorni e gli unici esseri viventi sono degli animali, ignoranti di fronte alla tecnologia e per nulla disposti a farsi "migliorare" la vita. Istinti atavici e naturali inimicizie si scontrano con la fredda logica, almeno finché l'unità robotica non si ritrova a darsi degli obiettivi per far sopravvivere un pulcino di oca, diventato orfano proprio per causa sua. Se non avete ancora avuto modo di guardare Il robot selvaggio non starei a fare altre anticipazioni sulla trama. Vi dico solo che la storia di ROZZUM, rinominata Roz, è una profonda, splendida storia di amore ed amicizia, in tutte le sue forme. Il messaggio del film non si lega "solo" ad un invito alla tolleranza e alla comprensione, ma all'impegnarsi affinché chi amiamo possa trovare un posto dove i suoi talenti possano venire sviluppati al meglio, anche a costo di fare un passo indietro e offrire il più grande dei doni, la libertà. Ne Il robot selvaggio i personaggi si lasciano alle spalle preconcetti legati a loro stessi e agli altri, e riescono a fare quel passo in più per uscire da un microcosmo fatto di paura e limitazioni, affiancando ad idee "favolistiche" (come quella di animali di specie diverse che imparano a convivere per non rendere vano lo sforzo di un "mostro") immagini molto adulte e reali di morte (lunga vita agli opossum e al loro concetto di maternità!), tristezza e dolore, con un happy ending che non è scontatissimo, benché contenga il sapore della speranza. 


Chris Sanders
, partendo dal libro illustrato di Peter Brown, prende il meglio dai capolavori che lo hanno elevato tra i maestri dell'animazione odierna, e confeziona un'altra poetica storia dove i personaggi fanno della diversità la loro forza. Benché non abbia nessuna caratteristica umana o animale, il robot Roz è incredibilmente espressivo, dotato di una gamma emotiva interamente rappresentata da luci, colori, movimenti ed inquadrature ad hoc, e il bestiario che gravita attorno alla protagonista ha un sembiante contemporaneamente realistico e molto accattivante, soprattutto la volpe Fink (adoro le volpi animate fin da quando ero bambina e questa, a mio parere, è una delle migliori viste su schermo). La cosa incredibile de Il robot selvaggio, nonché quella che più mi ha fatta pentire di non averlo visto l cinema, è il modo in cui riescono a fondersi, rispecchiando alla perfezione in senso della trama, la tecnologia 3D di animazione dei personaggi e e una tecnica di colorazione ed illuminazione dotata delle stesse caratteristiche della pittura a mano libera. I fondali e le scene ambientate nella foresta sono dotati di una ricchezza e una profondità unici, ed è interessante vedere come i colori e la texture di Roz cambino mano a mano che la programmazione viene meno e subentra l'istinto che rende il robot, per l'appunto, selvaggio e sempre più integrato ed accettato dalla natura che lo circonda. Il risultato sono scene di pura perfezione, quasi dei quadri in movimento, che toccano l'apice nella splendida sequenza delle farfalle, o quella della migrazione delle oche, ma per quanto mi riguarda ogni fotogramma del film è un piccolo capolavoro. Importantissima anche la colonna sonora di Kris Bowers, epica e commovente, e il parterre di splendide voci che danno vita ai singoli personaggi, riconfermando (come se ancora servisse) Lupita Nyong'o come una delle attrici migliori in circolazione, talmente brava da infondere una profondissima umanità a Roz, pur mantenendo intatte le sue caratteristiche di "freddo" robot. Non ho ancora guardato Flow, e sapete quanto sia parziale verso i gatti, quindi non sono sicura che non lo preferirei a Il robot selvaggio; a prescindere, il film di Sanders è comunque un capolavoro che merita più di una visione, coi bambini ma anche da soli, così c'è meno vergogna a piangere senza ritegno!!


Del regista e co-sceneggiatore Chris Sanders ho già parlato QUI. Lupita Nyong'o (Roz / Rummage), Pedro Pascal (Fink), Kit Connor (Beccolustro), Bill Nighy (Collolungo), Ving Rhames (Fulmine), Mark Hamill (Spina) e Catherine O'Hara (Codarosa) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Il robot selvaggio vi fosse piaciuto recuperate Il gigante di ferro, Lilo & Stitch e Wall.E. ENJOY!

mercoledì 26 febbraio 2025

Wallace e Gromit: Le piume della vendetta (2024)

Tra gli Oscar per il miglior lungometraggio animato non poteva mancare Wallace e Gromit: Le piume della vendetta (Wallace & Gromit: Vengeance Most Fowl), diretto nel 2024 dai registi Nick Park (anche co-sceneggiatore) e Merlin Crossingham.


Trama: in un impeto di pigrizia inventiva, Wallace crea uno gnomo tuttofare per aiutare Gromit in giardino. Ma un vecchio nemico trama per impadronirsi di questa nuova tecnologia e vendicarsi...


Correva l'anno 1999 e, durante la programmazione di Natale, Italia 1 mandò in onda il corto I pantaloni sbagliati, il mio primo incontro con la premiata ditta Wallace e Gromit. Nonostante fosse un cortometraggio assai ironico, quello che ricordo ancora oggi de I pantaloni sbagliati è la terrificante atmosfera thriller che si respirava per tutta la sua breve durata, grazie a un personaggio che sembrava uscito dritto da un episodio di Leone cane fifone, ovvero il muto, inquietantissimo pinguino Feathers McGraw. E' passato un quarto di secolo dall'esordio del criminale pennuto (in Italia. In realtà, il film è stato fatto uscire per celebrare i trentacinque anni de I pantaloni sbagliati), ma il personaggio dev'essere rimasto nel cuore dei fan e di Nick Park, perché eccolo tornare ad esigere vendetta nel secondo lungometraggio dedicato a Wallace e Gromit, distribuito direttamente da Netflix. Loro, al cinema, li avevamo lasciati alle prese con i conigli mannari, nell'altrettanto lontano 2005 e, nel frattempo, la storica pigrizia di Wallace è aumentata, al punto da aver creato persino una macchina per dispensare carezze al povero Gromit. Il punto di non ritorno di questa dipendenza totale dalla tecnologia, triste specchio della nostra società odierna, è l'invenzione di un nano da giardino in grado di sbrigare qualsiasi lavoro, Norbot. Nonostante le buone intenzioni di Wallace, Norbot sconvolge la vita "analogica" di Gromit, povero cane che, almeno in giardino, vorrebbe rilassarsi e tornare ad avere contatti naturali, se non umani. Ancor peggio, come accade nei migliori film di fantascienza, la tecnologia può venire facilmente corrotta dalle mani di un genio votato al male, ed è ciò che accade quando Feathers McGraw, condannato all'ergastolo all'interno di uno zoo, decide di sfruttare Norbot per vendicarsi, finalmente, di chi lo ha mandato al fresco. Non vi spoilero gli sviluppi di questo interessante canovaccio ma, se siete un minimo abituati alle avventure del dinamico duo, sapete già cosa vi aspetta: un'ora e mezza di goffaggine umana, astuzia canina, pericoli, azione e tanto, tantissimo umorismo inglese, con l'unico grande difetto di una durata brevissima a fronte di un'attesa ventennale. Purtroppo, queste sono le gioie e i dolori dell'adorata stopmotion.


Come sempre accade davanti a questo tipo di opere, durante la visione di Wallace e Gromit: Le piume della vendetta non si può fare altro che ammirare in silenzio la perfezione certosina di una tecnica che costringe gli animatori a lavorare un giorno intero per ottenere qualche secondo di metraggio, e che, nonostante ciò, dà l'illusione che i personaggi sullo schermo godano di vita propria. Di più, i lungometraggi di Wallace e Gromit trasudano inside joke e dettagli esilaranti che non vengono affidati ai dialoghi, ma sono lì sullo sfondo, nelle scenografie, pronti ad essere colti da occhi attenti e meravigliati. Vero è che, stavolta, si è preferito evitare le scene troppo affollate e i realizzatori hanno preferito concentrarsi sul design di pochi personaggi (facendosi aiutare da stampanti 3D per un aspetto della trama legato a Norbot), ma, considerato che Wallace e Gromit: Le piume della vendetta avrebbe dovuto essere un corto, e che l'azienda produttrice della plastilina utilizzata ha chiuso due anni fa, una grandeur minore rispetto a La maledizione del coniglio mannaro è comunque grasso che cola. Fantastica anche la regia, ovviamente. Le atmosfere horror che tanto mi avevano elettrizzata ai tempi de I pantaloni sbagliati non sono venute meno (Norbot a un certo punto sembra la scimmia di King, e la suora sembra uscita dritta da l'Esorcista III), ma i cinefili, come sempre, hanno di che gioire. Tra Scorsese e il suo Cape Fear, Terminator, James Bond e Batman Returns, le citazioni cinematografiche si sprecano, arrivando a toccare non solo aspetti macroscopici come l'iconografia dei titoli citati, ma riproponendo persino il taglio delle inquadrature, la colonna sonora e l'illuminazione. Come facciano Nick Park e soci, al ritmo di un minuto di girato alla settimana, a tenere uniti tutti gli elementi che fanno di questi film dei capolavori, devo ancora capirlo; ma la cosa importante è che non smettano mai di regalare al mondo gioiellini come Wallace e Gromit: Le piume della vendetta!


Del co-regista e co-sceneggiatore Nick Park ho già parlato QUI

Merlin Crossingham è il co-regista della pellicola. Inglese, è al suo primo lungometraggio. E' anche doppiatore, animatore e sceneggiatore. 


Se Wallace e Gromit: Le piume della vendetta vi fosse piaciuto, recuperate innanzitutto il corto I pantaloni sbagliati, anzi, guardatelo prima del film. Proseguite poi con Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro e coi corti Una fantastica gita, Una tosatura perfetta e Questione di pane o di morte, assieme a Shaun, vita da pecora - Il film e Shaun, vita da pecora: Farmageddon - Il film. ENJOY!

martedì 25 febbraio 2025

Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro (2005)

Con l'uscita su Netflix e la nomination ai Golden Globes del nuovo film dedicato a Wallace e Gromit, ho riguardato assieme al Bolluomo Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro (Wallace & Gromit: Curse of the Were-Rabbit), diretto e sceneggiato dai registi Nick Park e Steve Box nel 2005.


Trama: Wallace e Gromit, proprietari di una ditta di disinfestazione caritatevole, si ritrovano per le mani un'enorme gatta da pelare, quando un coniglio mostruoso minaccia di far razzia della verdura di tutti i cittadini, alla vigilia del Concorso di Verdura Gigante...


Sono già passati 20 anni dalla visione al cinema di Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro. 20 anni durante i quali, benché mi fiondi sempre sui cartoni animati in stop motion, non ricordo di avere mai rivisto i due personaggi in qualche corto o film, anche se di opere a loro dedicate ne sono uscite. Avevo quindi paura di conservare un ricordo positivo alterato dal tempo, come spesso succede, ed ero un po' restia a rivedere col Bolluomo quella che, ai suoi occhi, avrebbe potuto essere una cretinata per bambini. Ovviamente, e per fortuna, mi sbagliavo. Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro riprende le due fortunate creature di Nick Park, l'inventore mangiaformaggio Wallace e il cane Gromit, inserendole all'interno di un lungometraggio che mantiene i toni scanzonati ma anche le atmosfere sottilmente inquietanti dei corti che lo hanno preceduto, soprattutto quelle de I pantaloni sbagliati. Le rispettive personalità dei protagonisti si inseriscono alla perfezione all'interno di una storia che più horror non si può, il trionfo dei cliché del genere, con un mostro vegetariano pronto a sconvolgere una cittadina di agricoltori, dove l'onore più grande è quello di vincere il Concorso di Verdura Gigante. Wallace, pigro e fessacchiotto ma fondamentalmente buono, è la fucina continua di idee che genera le invenzioni più strampalate, fantastiche sulla carta e dannose all'atto pratico, mentre il povero Wallace è la muta voce della ragione, spesso ignorata in quanto proveniente dall'eloquente sguardo di un cane. Combinati all'elemento horror, e all'aggiunta di un parterre di personaggi spassosissimi (Quatermaine e Lady Tottington sono due esilaranti estremizzazioni di tipici comprimari horror e senza di loro il film non funzionerebbe, ma il mio cuore è volato al prete e all'isteria con la quale si ritrova a gestire la crisi mannara), tutti questi elementi danno vita a un film perfetto per bambini e adulti, un'avventura piena di ritmo che non offre il fianco nemmeno a un istante di noia, condita da un pizzico di umorismo british che da il meglio goduto nella versione in lingua originale. 


Per quanto riguarda l'aspetto tecnico, si rasenta la perfezione. Nick Park già all'epoca aveva fatto ricorso alla CGI (in primis per il "volo" dei conigli ma anche nel corso del finale, modificato perché il regista non era soddisfatto del primo risultato), ma il suo è un utilizzo intelligente, atto a far risparmiare agli animatori settimane di modifiche al posizionamento dei pupazzi, e, soprattutto, è un utilizzo mai invasivo né percettibile, perché il cuore del film è la stop-motion. Pensare al miracolo di una tecnica simile, all'incessante, certosino lavoro che c'è dietro, vedere che non esistono sbavature nei movimenti dei personaggi e nelle sequenze più concitate od affollate, mi lascia sempre a bocca aperta per l'ammirazione. La presenza dei segni delle impronte digitali sul muso di Gromit, nei primi piani, per me non è un difetto, ma l'importantissima testimonianza del lavoro manuale degli animatori, della natura artigianale di quella che può essere ben definita un'opera d'arte; sempre parlando di Gromit, è incredibile il modo in cui i realizzatori siano riusciti a renderlo espressivo, a convogliare la mancanza di dialoghi in un linguaggio corporeo assolutamente comprensibile. Ammirevole, ovviamente, anche il character design. Tolto che i coniglietti, con quel loro "weee", sono il trionfo della pucciosità, sfido chiunque a non voler infilare le mani nelle cicce pelosissime del coniglio mannaro; passando, poi, agli esseri umani, tutti gli abitanti del paesino hanno peculiarità distintive e il guardaroba di Lady Tottington, sempre in tema con qualche verdura, è da antologia. Fossi in voi, quindi, approfitterei dell'uscita di Le piume della vendetta per recuperare questo gioiello animato, se non lo avete mai visto, o per riguardarlo e immergervi in un'opera che non ha perso smalto nemmeno dopo 20 anni!

 


Di Ralph Fiennes (voce originale di Victor Quartermaine), Helena Bonham Carter (Lady Campanula Tottington) e Mark Gatiss (Miss Blight) ho già parlato ai rispettivi link.

Nick Park è il co-regista e co-sceneggiatore del film, nonché creatore dei personaggi Wallace e Gromit, dei quali ha diretto ogni corto (gli episodi delle serie TV sono invece stati affidati ad altri registi). Ha diretto anche i film Galline in fuga e I primitivi. Anche produttore, animatore e attore, ha 67 anni. 


Steve Box
è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, era al suo primo e, finora, unico lungometraggio. Anche animatore e produttore, ha 58 anni.


Se Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro vi fosse piaciuto, recuperate ovviamente tutti i corti dedicati al dinamico duo: Una fantastica gita, I pantaloni sbagliati, Una tosatura perfetta e Questione di pane o di morte. Aggiungerei anche Shaun, vita da pecora - Il film e Shaun, vita da pecora: Farmageddon - Il film. ENJOY!

venerdì 8 settembre 2023

Tartarughe Ninja - Caos mutante (2023)

Nei panni di zia vecchia/Ornella Vanoni, in settimana sono andata a vedere Tartarughe Ninja - Caos mutante (Teenage Mutant Ninja Turtles: Mutant Mayhem), diretto e co-sceneggiato dai registi Jeff Rowe e Kyler Spears.


Trama: quattro tartarughe mutanti tentano di trovare il loro posto nel mondo cercando di sconfiggere un altro mutante deciso ad annientare l'umanità.


Tanto è l'amore che provo per Seth Rogen che, appena saputo del suo coinvolgimento in Tartarughe Ninja - Caos mutante, ho subito inserito il film in wishlist e, vergognandomi un po' di andare in sala da sola, ho chiesto al mio fido compare di visioni horror di prestarmi il figlio maschio. Così, aggiuntosi al gruppo anche l'amico fraterno del giovane "delfino", mi sono goduta lo spettacolo sentendomi un po' come la paziente di un ospizio accompagnata da BEN due badanti e sono tornata mentalmente bambina, quando non vedevo l'ora che iniziasse l'episodio quotidiano di Tartarughe Ninja alla riscossa, uno dei miei cartoni preferiti. A onor del vero, mi sentivo anche un po' in ansia per l'eventualità che ai miei due giovani accompagnatori il film non piacesse, ma il mio timore si è rivelato infondato: Tartarughe Ninja - Caos mutante è stato gradito da entrambi, sia per la storia che per le animazioni particolari, e l'amico fan delle Turtles ha apprezzato l'originalità dei cambiamenti apportati alla origin story del quartetto di tartarughe e del loro papà/sensei Splinter (sui quali non farò spoiler). La marea di sceneggiatori coinvolti nel progetto ha scelto una via piuttosto "universale" di ripresentare personaggi assai popolari, preferendo enfatizzarne non tanto le caratteristiche di abili guerrieri ninja, quanto piuttosto la loro volontà di integrarsi ed essere accettati, seguendo un canovaccio à la X-Men, che coniuga il desiderio di una vita normale al terrore di un'umanità pronta ad odiare il diverso da sé. Il fatto che le Turtles siano anche state introdotte alle arti marziali è un di più che consente al discorso di ampliarsi e concretizzarsi nella presenza di un nemico potente da combattere, con tutto il bestiario di assurdi mutanti che hanno fatto la fortuna della serie, ma ciò che ho trovato interessante è stata proprio la rappresentazione fanciullesca dei protagonisti. Leonardo, Michelangelo, Donatello e Raffaello, ognuno dotato di una spiccata e adorabile personalità, sono dipinti, giustamente, come quattro ragazzini più immaturi della media (d'altronde sono stati tutta la vita nelle fogne, ci sta!), attirati da cose sciocche quanto i dialoghi e gli scherzi tirati per le lunghe che si palleggiano l'un con l'altro, e da bravi ragazzini inesperti hanno paura e tendono a scoraggiarsi; come nel più classico dei racconti di formazione (talmente classico, in effetti, che a un certo punto viene persino citato il Pinocchio di Collodi e il Paese di Bengodi), sia loro che quel vecchio barbogio di Splinter devono tirare fuori il coraggio di crescere e cambiare, e lo stesso vale per il 90% dei comprimari.


A proposito di personaggi e comprimari. Il character design del film è spettacolare e oltremodo spietato. Gli unici ad essere gradevolmente cartooneschi sono solo i quattro protagonisti, gli altri mutanti sembrano usciti da un horror o, comunque, vengono enfatizzati gli aspetti sgradevoli della loro condizione animale (lo stesso Splinter fa schifo a livelli inenarrabili, soprattutto se non vi piacciono i ratti, ma c'è chi lo batte), e lo stesso vale per esseri umani dai tratti somatici pesantissimi, quasi delle caricature, tra i quali si salva solo una April O'Neal piena di difetti eppure graziosissima. Questo design assai vicino al fumetto underground si ripropone anche in un'animazione ibrida, nella quale convivono elementi della street art, dei comics anni '90 e dello steampunk, il tutto frullato dallo stile pop e flu(uu)ido di Jeff Rowe, che già mi aveva dato tantissime gioie col suo I Mitchell contro le macchine; durante la visione di Tartarughe Ninja - Caos mutante mi è sembrato, a tratti, di avere davanti un'opera realizzata con lunghe sequenze in stop motion (nonostante sapessi benissimo che il film è in CGI) e questa sensazione di "artigianalità" è stata accresciuta dalla scelta vincente di rendere gli ambienti in background quanto più sporchi e rozzi possibili, offrendo allo spettatore un ambiente urbano degradato che non vedevo su schermo dai tempi de Il corvo, alla faccia della commozione provata davanti alle abbacinanti luci di Broadway. Ciò detto, Tartarughe Ninja - Caos mutante non è per nulla cupo e i momenti esilaranti si sprecano, anche se si percepisce chiaramente l'età dei realizzatori coinvolti: Rogen e soci sono sicuramente stati attenti al target di riferimento principale, ovvero i ragazzini, ma l'utilizzo delle 4 Non Blondes o della famigerata Ninja Rap di Vanilla Ice che ciccia fuori da un'autoradio come la "vergognosa" sigla di Dawson's Creek in Urban Legend è qualcosa che può colpire al cuore solo gli anziani come me. Mi dichiaro dunque conquistata da Tartarughe Ninja - Caos mutante, signor*, e spero vivamente che esca presto non solo il sequel introdotto dalla scena mid-credits, ma anche un lungometraggio, simile per stili e temi, dedicato a un'altra mia enorme passione, i Biker Mice da Marte. I Want to Believe (ma non fatemi aspettare troppo, o i miei accompagnatori diventeranno maggiorenni e avranno altro a cui pensare!!).     


Del regista e co-sceneggiatore Jeff Rowe ho già parlato QUI. Maya Rudolph (voce originale di Cynthia Utrom), Seth Rogen (anche co-sceneggiatore, doppia Bebop), Rose Byrne (Leatherhead), Giancarlo Esposito (Baxter Stockman), Jackie Chan (Splinter), Paul Rudd (Mondo Gecko) e Michael Badalucco (Bad Bernie) li trovate invece ai rispettivi link.

Kyler Spears è il co-regista del film, al suo primo lungometraggio. Americano, principalmente storyboarder, ha 31 anni.


Tra i doppiatori originali d'eccellenza ci sono John Cena, che presta la voce a Rocksteady, e Ice Cube, che interpreta Superfly. Se l'argomento Turtles vi interessa, ecco i titoli dei film da recuperare per essere veri completisti: Tartarughe Ninja alla riscossa, Tartarughe Ninja II - Il segreto di Ooze, Tartarughe Ninja III (tutti e tre disponibili con abbonamento Prime Video),TMNT, Tartarughe Ninja Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra. ENJOY!
 
   


martedì 18 luglio 2023

Nimona (2023)

Ne parlavano tutti benissimo, quindi mi è venuta voglia di guardare Nimona, diretto dai registi Nick Bruno e Troy Quane (anche co-sceneggiatore) e tratto dall'omonima graphic novel di ND Stevenson, pubblicata in Italia da Bao Publishing.


Trama: in un medioevo futuristico, il cavaliere Ballister Boldheart viene accusato ingiustamente dell'omicidio della regina e viene scovato da Nimona, una mutaforma che insiste per diventare suo scudiero...


Come al solito, il mio approccio con Nimona è partito viziato da totale ignoranza, perché non ho mai letto la graphic novel di ND Stevenson, quindi non sapevo proprio cosa aspettarmi da questo nuovo film distribuito da Netflix. Di sicuro, non mi aspettavo di rimanere a fissare rapita lo schermo dopo nemmeno cinque minuti, trasportata in un mondo dove il medioevo è diventato futuristico, con castelli attraversati da automobili volanti, regine che salutano da enormi schermi all'interno di città moderne e cavalieri che diventano tali con un gran clamore pubblicitario, quasi partecipassero a dei reality, mentre i sudditi camminano per le strade armati di cellulari all'ultimo grido. Non mi aspettavo di rimanere coinvolta dalle vicende di Ballister Boldheart, unico cavaliere di origini plebee ad arrivare all'investitura, e della sua entusiasta aiutante Nimona, ragazzina assetata di sangue, violenza e caos, in grado di cambiare aspetto con uno schiocco di dita. Figuratevi che una mattina ho persino rischiato di arrivare tardi a lavoro perché non mi ero accorta che era già passata mezz'ora da quando mi ero seduta e, come i bambini, non volevo staccarmi dallo schermo. Questo perché c'è tanto cuore in Nimona, oltre a tanto ritmo. Il cuore del racconto è la necessità di capire e accettare ciò che diverso, certo, ma anche e soprattutto il ruolo fondamentale svolto dalla paura nel soggiogare il cuore e le menti delle persone preservandole nell'ignoranza (se ritenete di vivere in un momento storico che sfrutta questo sentimento negativo allo stesso modo, forse sapete di cosa sto parlando), nel travisare i fatti consegnandone versioni distorte alla storia, nel tirare fuori il peggio di noi stessi nonostante buone intenzioni e flebili speranze, trasformandoci in mostri e costringendoci a vedere gli altri come tali. Ci sono delle sequenze, in Nimona, che annullano ogni tipo di cinismo snob, saggiamente mutuate dai capolavori Miyazakiani dello Studio Ghibli, dalle scene più iconiche de La spada nella roccia e persino da quelle poesie animate che sono le opere del Cartoon Saloon, e arricchiscono con punte di coinvolgente sentimento (per non dire che ho pianto come una fontana) una trama che fa dell'orgoglio scapestrato e punk della co-protagonista uno dei suoi punti di forza.


Il contrasto tra Ballister e Nimona, l'uno cupo sia di animo che di vestiario, l'altra una "pinkissima" scintilla indemoniata che non sta ferma né zitta un secondo, è ciò che rende il film vivacissimo e scorrevole, fatto di dialoghi esilaranti e concitate sequenze di lotta animata (una delle quali omaggia la doppiatrice Chloe Moretz con una certa canzone) imperniate sulle mille, spassosissime trasformazioni della ragazzina titolare. Nonostante la risposta alla domanda "chi ha incastrato Roger Knight?" sia facilmente intuibile dopo qualche minuto, è interessante capire come si svilupperà il rapporto tra la scudiera e il suo riluttante cavaliere e, soprattutto, se quest'ultimo si lascerà traviare dallo sconforto e dai sussurri del diavoletto rosa appollaiato sulla spalla diventando "Blackheart", in aperto contrasto con la dorata purezza di tutto ciò che riguarda non solo il regno, ma anche il compagno di Ballister, dall'evocativo nome di Ambrosius Goldenloin. A tal proposito, l'intera opera è fatta di contrasti, anche a livello grafico e realizzativo. Sfondi, scenografie e abiti sono un mix di forme morbide, realizzate con colori vivaci, e motivi geometrici più stilizzati e minimal, ai quali sono stati aggiunti elementi "gotici" e, ovviamente, caratteristiche che potessero richiamare lo stile della graphic novel, più legato alle varie trasformazioni di Nimona. Inoltre, ho trovato gradevolissima la commistione tra personaggi in 2D dal character design moderno e accattivante (ho adorato, letteralmente, il viso di Ballister, con quei baffoni e gli occhi enormi, e le versioni "bambine" di Nimona, per non parlare del kaiju) e gli effetti grafici di animazione in CGI, anche se forse i fan dell'opera di ND Stevenson saranno rimasti sconvolti dallo stravolgimento totale dell'aspetto dei personaggi. Ci sarebbero mille altre cose da dire su Nimona ma non vorrei fare spoiler né fomentare troppo le aspettative, quindi mi limito, in parte, a citarmi. Il giorno in cui la Disney (che, per inciso, ha fatto chiudere i Blue Sky Studios rischiando così che Nimona non vedesse mai la luce) e la Pixar realizzeranno un film così, commovente, divertente e rispettoso del pubblico, in cui anche le quote "diverse" e "queer" non verranno trattate come eclatanti trovate di marketing ma saranno parte integrante e naturale della storia, sarà un giorno di tripudio e magno gaudio in tutto il regno.


Di Chloë Grace Moretz (Nimona), Riz Ahmed (Ballister Boldheart) e  Frances Conroy (la Direttrice) ho parlato ai rispettivi link.

Nick Bruno è il co-regista della pellicola e doppiatore di Sir Nicholas Brun. Americano, ha diretto il film Spie sotto copertura. Principalmente, lavora come animatore. 
Troy Quane è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, oltre che doppiatore di Sir Troy Quartermane. Americano, ha diretto il film Spie sotto copertura. Principalmente, lavora come scenografo e animatore. 

RuPaul presta la voce al conduttore Nate Knight. Se Nimona vi fosse piaciuto recuperate I Mitchell contro le macchine, Wolfwalkers - Il popolo dei lupi, La città incantata e persino la trilogia di Madoka Magica. ENJOY! 

venerdì 23 giugno 2023

Lightyear - La vera storia di Buzz (2022)

Avendolo perso al cinema ho approfittato della sua uscita su Disney + per recuperare Lightyear - La vera storia di Buzz (Lightyear), diretto e co-sceneggiato dal regista Angus MacLane.


Trama: dopo essere rimasto bloccato su un pianeta sconosciuto e ostile, il ranger spaziale Buzz Lightyear cerca un modo di riportare la sua gente sul pianeta natale, ma invano. La situazione precipita quando la colonia viene aggredita da un orda di robot capitanati dal misterioso Zurg...


Lightyear, come chiarito dal testo in sovrimpressione che si può leggere all'inizio, è il film da cui sono stati tratti i personaggi tanto amati da Andy nel primo Toy Story, quindi il "gioco" che ha dato il la all'operazione è l'idea che lo spettatore si mettesse nei panni del piccolo Andy e vedesse coi suoi occhi, finalmente, cosa lo avesse entusiasmato tanto da mettere da parte il suo cowboy Woody per il moderno ranger spaziale Buzz Lightyear. Ho cercato un po' di notizie in rete e l'età di Andy nel primo Toy Story non è proprio chiarissima. Chi dice sette anni, chi dice dieci, comunque si parla di un bambino delle elementari, massimo delle medie, e onestamente, ricordando cosa piaceva a me da piccola, mi risulta un po' difficile credere che a quell'età ci si possa entusiasmare tanto per un film del genere. Visto con gli occhi di un bambino degli anni '90, Lightyear risulta interessante per l'ambientazione spaziale, l'abbondanza di robot e navicelle, per il piglio combattivo del protagonista e la presenza di comprimari abbastanza simpatici e, soprattutto, "inesperti", perfetti perché un ragazzino ci si possa identificare e sognare di essere al loro posto accanto al suo eroe; d'altra parte, ho trovato il protagonista anche troppo antipatico e supponente per essere apprezzabile da un bambino (mi viene in mente, uno su tutti, Han Solo oppure anche Luke Skywalker, se vogliamo rimanere in tema spaziale, molto più carismatici e umani di Buzz) e la trama è cupa da morire oltre che molto complicata, soprattutto da un certo punto in poi. Quella di Buzz è la storia di un uomo che ha fallito, che non riesce a creare dei legami perché per lui la cosa essenziale è concludere con successo una missione che, per forza di cose, lo porta ad alienarsi non solo dalle persone ma anche dalla realtà, e il suo percorso di "redenzione" verso una visione più umana ed altruista del mondo non è particolarmente vivace, quindi non riesco davvero ad immaginare come un bambino possa sentirsi totalmente coinvolto. 


Dal punto di vista di un adulto del 2022, Lightyear risulta invece un film non necessario e neppure memorabile. La storia stenta un po' ad ingranare, anche se le cose più interessanti e coinvolgenti succedono proprio nel primo atto, dopodiché il piglio umoristico dei personaggi secondari, soprattutto del gatto SOX che merita di entrare nell'Olimpo dei preferiti di chiunque, la rende leggermente più scorrevole, almeno fino al pre-finale, durante il quale ammetto che il mio livello di interesse è drasticamente calato, al punto che il mega twist con spiegone annesso mi ha lasciata abbastanza fredda. Considerato ciò, la fortuna di Lightyear è la sua relativamente breve durata, ma riuscire ad annoiarsi a tratti davanti ad un cartone animato di un'ora e mezza o poco più è qualcosa che dovrebbe fare vergognare la Pixar. Nulla da eccepire, invece, per quanto riguarda la qualità visiva, sempre eccelsa. I passi avanti fatti nel campo dell'animazione al computer (provate a non spaventarvi quando Disney +, alla fine di Lightyear, vi schiafferà in home page un fotogramma del primo Toy Story!) sono tangibili e alcune sequenze del film, molte delle quali omaggiano film di fantascienza ormai cult, sono belle da mozzare il fiato, non hanno nulla da invidiare alle grandi produzioni riservate a franchise come Star Wars (anzi, a volte le superano) e funzionano bene anche su uno schermo piccolo, quindi figuriamoci al cinema. Un peccato, dunque, che questi passi avanti dell'animazione vengano accompagnati da un passo indietro della complessiva qualità dei prodotti Pixar, che ci aveva abituati ad exploit ben più grandi e, soprattutto, ben più dotati di cuore ed anima; Lightyear risulta una specie di riempitivo, un tentativo di mungere una mucca prosciugatasi già nel 2010, un film carino ma nulla più che, probabilmente, avrà lasciato freddi anche i fan di Toy Story e che non fa venire la voglia di guardarlo e riguardarlo. Che peccato! 


Del regista e co-sceneggiatore Angus MacLane ho già parlato QUI. Chris Evans (voce originale di Buzz Lightyear), Keke Palmer (Izzy Hawthorne), Peter Sohn (SOX/Vecchio SOX), Taika Waititi (Mo Morrison), James Brolin (Zurg) e Bill Hader (Featheringhamstan) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film è uno spin-off di Toy Story - Il mondo dei giocattoli, quindi, se vi fosse piaciuto, recuperate anche Toy Story 2 - Woody & Buzz alla riscossa, Toy Story 3 - La grande fuga  e Toy Story 4. ENJOY!


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