Altro film disponibile su
Netflix (recuperato sempre in vista dei
Golden Globe dove è candidato sia come film sia per
Eddie Murphy) altro regalo: oggi parlerò di
Dolemite Is My Name, diretto dal regista
Craig Brewer.
Trama:
dopo anni di difficoltà, il comico Rudy Ray Moore riesce ad azzeccare il personaggio giusto, lo sboccato Dolemite, e progetta di portarlo anche sul grande schermo...
Ho un grosso, enorme limite: non capisco e non amo la comicità americana, soprattutto quando si tratta dei cosiddetti stand-up comedian. Probabilmente c'è di mezzo una qualche barriera linguistica, perché pur conoscendo l'inglese molto bene mi ritrovo inevitabilmente a non godere dell'immediatezza, che so, di un monologo di
Crozza, ma c'è anche la mancanza assoluta di divertimento davanti a un pirla che parla a mitraglietta infilando un
fuck ogni due parole, che è poi quello che accade nella prima parte di
Dolemite Is My Name, film che per un'ora buona mi ha fatto venire il latte alle ginocchia. Con tutto il rispetto per il "Padrino del Rap", come sarebbe poi stato definito
Rudy Ray Moore, ma da "culo bianco" preferisco mille volte l'umorismo dei citati
Lemmon e
Matthau e probabilmente, mi fossi trovata all'epoca davanti a questo pimp di mezza età pronto a sciorinare monologhi nonsense conditi da volgarità che potrebbero giusto far ridere un bambino, avrei pregato il Signore di strapparmi occhi e orecchie. Fortunatamente, a un certo punto il film prende una via diversa, nel momento esatto in cui Moore decide di dover portare il suo Dolemite al cinema, così che i neri possano avere la possibilità di vedere un film che li faccia davvero ridere, e lì è scattato il mio interesse per tutto ciò che riguarda i retroscena delle pellicole, da quelle più famose a quelle più trash, come nel caso di quel trionfo di camp e ridicolo involontario (o volontario?) che sarebbe diventato
Dolemite, realmente realizzato negli anni '70 e distribuito nel 1975. Quello è anche il momento in cui, onestamente, ho cominciato a provare molta simpatia per Rudy Ray Moore.
Dolemite Is My Name si concentra infatti molto sul concetto di Moore come "intrattenitore", come artista pieno di limiti ma mai privo di entusiasmo, che desidera sì sfondare e diventare famoso ma soprattutto creare un senso di comunità attraverso le sue opere. Ora, io non so se Rudy Ray Moore fosse davvero il santo che viene mostrato nell'ultima sequenza del film, disposto ad intrattenere le persone in fila per vedere il suo esordio sul grande schermo, tuttavia la realizzazione di un
Dolemite e quella di un
The Room (equiparabili in quanto a qualità artistica, probabilmente, ché il primo devo ancora vederlo) si differenziano essenzialmente nel modo in cui la "primadonna" dell'opera, il motore che ha generato l'intera pellicola, decide di creare un prodotto per tutti oppure semplicemente celebrare il proprio ego. Se in
The Disaster Artist veniva mostrato un
Wiseau che riteneva di avere ogni diritto di realizzare un film e diventare famoso, in
Dolemite Is My Name abbiamo gente che ci prova e ci spera, che alla fine non riesce a credere di esserci riuscita e che si ritrova a gioire anche solo per quello, per aver dato uno scopo e una svolta a vite altrimenti banali e destinate alla mediocrità; è la gioia della "zingarata", di un progetto portato a termine a prescindere dal successo, della creazione stessa, e non c'è nulla di più bello da vedere messo in pellicola, almeno per me. Poi, che
Dolemite Is My Name sia l'imbarazzante quota
black dei
Golden Globe per dare il contentino e che
Eddie Murphy non sia nemmeno candidabile accanto a
Di Caprio e
Taron Egerton sono dati di fatto, ma io a Eddie voglio bene dagli anni '80, posso dire che anche lui e
Accolla mi hanno cresciuta, quindi vederlo sullo schermo a trascinare tutti, ancora una volta, col suo sorriso da mariuolo, è sempre una gioia. Se
Dolemite is My Name l'avessero distribuito al cinema probabilmente vi avrei consigliato di lasciare perdere, anche perché doppiato non si può sentire, ma lo trovate comodamente su
Netflix e in lingua originale, quindi recuperatelo e divertitevi!
Di
Eddie Murphy (Rudy Ray Moore),
Keegan-Michael Key (Jerry),
Craig Robinson (Ben),
Kodi Smit-McPhee (Nick),
Wesley Snipes (D'Urville Martin) e
Chris Rock (Bobby Vale) ho già parlato ai rispettivi link.
Craig Brewer è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come
Footlose ed episodi di serie come
The Shield. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 48 anni e un film in uscita,
Coming 2 America, il sequel de
Il principe cerca moglie.
Mike Epps interpreta Jimmy. Americano, ha partecipato a film come
Resident Evil: Apocalypse, Resident Evil: Extinction, Una notte da leoni, Una notte da leoni 3, Il giustiziere della notte - Death Wish e a serie quali
I Soprano; come doppiatore, ha lavorato in
Doctor Dolittle 2. Anche produttore e sceneggiatore, ha 49 anni.
Snoop Dogg compare nei panni del deejay Roj.
Dolemite è il primo film interpretato da
Rudy Ray Moore ma non è stato l'ultimo: i sequel diretti sono
The Human Tornado, citato nel film di
Brewer assieme a
Disco Godfather e, in un dialogo, a
Petey Wheatstraw, e
The Return of Dolemite del 2002 ma la filmografia di
Rudy Ray Moore è bella nutrita, quindi se foste interessati esploratela senza timore. ENJOY!