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martedì 12 novembre 2019

Motherless Brooklyn - I segreti di una città (2019)

Indecisa su cosa andare a vedere, alla fine sabato sono stata "pilotata" dagli orari del multisala, e sono finita così nella sala dove proiettavano Motherless Brooklyn - I segreti di una città (Motherless Brooklyn), diretto e co-sceneggiato dal regista Edward Norton a partire dal romanzo Brooklyn senza madre (tradotto la prima volta con Testadipazzo) di Jonathan Lethem.


Trama: dopo la morte del suo mentore, un investigatore affetto da sindrome di Tourette comincia ad indagare per capire chi lo abbia ucciso e perché.


Troppe cose per le mani, troppe cose. Edward Norton è sempre stato un attore eclettico e bravissimo. Nel 2000 aveva esordito dietro la macchina da presa con Tentazioni d'amore, una commedia romantica a base di preti e rabbini innamorati, in cui recitava accanto a Ben Stiller e Jenna Elfman, poi più nulla, è tornato a fare il regista dopo quasi 20 anni con questo Motherless Brooklyn, ritagliandosi anche il ruolo di sceneggiatore. Come ho scritto prima, troppe cose. Al solito, mi tocca confessare di non aver mai letto il romanzo di Jonathan Lethem, poliedrico scrittore e sceneggiatore in grado di spaziare dalla fantascienza, ai comics, al crime, quindi non farò confronti tra il testo scritto e quello cinematografico, ma sarei curiosa di leggere Brooklyn senza madre per capire se anche il romanzo è un giro intorno al mondo che alla fine lascia il lettore con un enorme "e quindi?" (per non dire "e sticazzi?") sulla capoccia. Che è purtroppo il risultato del film di Norton, tanto splendido e splendente nella realizzazione e nelle interpretazioni quanto sfilacciato e perplimente per quanto riguarda la sceneggiatura. Senza fare troppi spoiler, come nella migliore tradizione noir abbiamo un misterioso omicidio sul quale il protagonista deve indagare. La particolarità di Lionel, detto Brooklyn, è la malattia che lo affligge, quella sindrome di Tourette che lo condanna a spasmi incontrollabili e a parlare in modo buffo ma che gli ha reso anche il cervello "come un brillante", capace di ricordare qualunque conversazione, volto o dettaglio; la voce fuori campo di Lionel non balbetta e non sragiona, anzi, conduce lucidamente lo spettatore attraverso l'indagine che lo porterà a scoprire tutti gli scandalosi segreti di una New York anni '50 corrotta e razzista, nelle mani del visionario costruttore Moses Randolph, il quale per realizzare un futuro da sogno non si fa scrupoli a rendere un inferno il presente dei poveracci che vivono nei bassifondi della Grande Mela. Purtroppo, preso com'è dalla grande personalità di Brooklyn e dalla resa Trumpiana di Randolph, Norton si perde dei pezzi per strada (i colleghi dell'agenzia investigativa di Minna, il mentore di Brooklyn, che a un certo punto spariscono), riannoda fili fondamentalmente poco importanti e che lo spettatore aveva quasi dimenticato dopo un tempo infinito (SPOILER che Vermonte facesse il doppiogioco e si scopasse la moglie di Minna era palese al minuto due della pellicola, frega abbastanza una cippa di "scoprirlo" a dieci minuti dalla fine, visto che non aggiunge nulla alla risoluzione dell'inghippo FINE SPOILER), ed offre non solo una motivazione risibile per ben due omicidi, ma anche un "villain" fondamentalmente impunito (RI-SPOILER Sì, alla fine Lieberman se la prenderà nello stoppino, non sono scema, ma Randolph continuerà a farsi gli affari suoi dopo essere sbroccato solo per una figlia di colore? Siamo nei razzisti anni '50 ma tu sei anche pieno di soldi, figlio mio, paga quel che c'è da pagare e mollaci con la solfa del "sono potente, posso far quello che voglio" FINE RI-SPOILER).


Poi, per carità, se tutti i giri intorno al mondo che approdano al nulla fossero così, salterei sul primo aereo disponibile. Edward Norton regista è di una finezza deliziosa, si ritaglia tocchi di pura poesia all'interno di una città che ne è priva e riesce persino, a un certo punto, a far vivere sulla pelle dello spettatore la sindrome di Lionel; c'è una sequenza in particolare, infatti, in cui regia, montaggio e colonna sonora trovano un equilibrio miracoloso e la forsennata partitura jazz suonata dal cosiddetto "trombettista" si ripercuote su ciò che sta accadendo al protagonista, rendendo così l'atmosfera ancora più concitata, tanto che mi sono accorta a un certo punto di avere la mascella contratta e di star battendo il piede nemmeno avessi un tic nervoso. La colonna sonora è per l'appunto bellissima. La musica è una delle poche cose capaci di calmare i tic nervosi di Lionel e giustamente Norton la sfrutta alla perfezione, tra il già citato jazz ed eleganti melodie realizzate da Thom Yorke e Flea, che arricchiscono ancor più le immagini mostrate da Norton e anche le interpretazioni degli attori. Ora, lo sapete che sono di parte. Sprecare Bruce Willis è un delitto imperdonabile, ma fortunatamente Norton si redime con lo strano personaggio di Lionel, che poteva essere caricato all'inverosimile e risultare ridicolo, invece è di una tenerezza incredibile, buffo e divertente; Baldwin, da par suo, è molto più borderline, e sembra davvero l'imitazione di Trump, forse anche troppo per essere davvero credibile, nonostante il suo personaggio si basi su una persona realmente esistente, mentre il resto del cast fa il suo lavoro, con menzione speciale alla Laura di Gugu Mbatha-Raw, dotata di uno spessore che fortunatamente va al di là dell'essere solo il love interest di Lionel. Motherless Brooklyn è dunque un film difficile da demolire, nonostante l'eccessiva lunghezza, perché ha tantissimi aspetti positivi, però non sono riuscita ad apprezzarlo quanto avrei voluto, a causa del senso di incompiutezza e "spreco" che ho provato quando hanno cominciato a scorrere i titoli di coda. A mio avviso, anche perderselo sarebbe un peccato ma con tutti i film belli in programmazione questa settimana forse è meglio aspettare una distribuzione su streaming o in home video.


Del regista e co-sceneggiatore Edward Norton, che interpreta anche Lionel Essrog, ho già parlato QUIGugu Mbatha-Raw (Laura Rose), Alec Baldwin (Moses Randolph), Bobby Cannavale (Tony Vermonte), Willem Dafoe (Paul), Bruce Willis (Frank Minna), Ethan Suplee (Gilbert Coney), Cherry Jones (Gabby Horowitz), Dallas Roberts (Danny Fantl), Fisher Stevens (Lou), Michael Kenneth Williams (il trombettista) e Leslie Mann (Julia Minna) li trovate invece ai rispettivi link.

Josh Pais interpreta William Lieberman. Americano, ha partecipato a film come Tartarughe Ninja alla riscossa, Scream 3, Denti, La famiglia Fang, Joker e a serie quali I Robinson, Sex and the City e I Soprano. Anche sceneggiatore e regista, ha 61 anni e due film in uscita.




venerdì 15 dicembre 2017

Mayhem (2017)

Attirata da una locandina molto stilosa e da un paio di attori simpatici, ho deciso di dare una chance a Mayhem, diretto dal regista Joe Lynch.


Trama: colpiti da un virus che fa perdere ogni inibizione, i dipendenti di un importantissimo studio legale vengono messi in quarantena e lasciati liberi di dare sfogo ai loro istinti...



Trama che, letta come l'ho scritta, parrebbe il riassunto di uno dei volumi di Crossed, serie horror creata da quel genio perverso di Garth Ennis. In verità, nonostante l'abbondanza di sangue e qualche scenetta un po' weird, Mayhem non si avvicina lontanamente nemmeno al più "tranquillo" dei volumi della serie, all'interno della quale chi perde le inibizioni lo fa al punto da soddisfare OGNI desiderio, in un tripudio di aberrazioni che rischiano di far sentire parecchio male l'incauto lettore (che è poi uno dei motivi per cui ho smesso di acquistarla, oltre al fatto che i volumi costano abbastanza, ma diciamo che al ventesimo ribadire sempre la stessa storia declinata in modi più o meno perversi mi è venuta la nausea) quindi perché indulgere in questo paragone? Beh, perché più o meno Mayhem si basa sullo stesso concetto, persone normali che a causa di un virus cominciano a comportarsi da selvaggi, facendo tutto quello che normalmente la sanità mentale impedirebbe di fare. Non solo compiere efferati omicidi, dunque, ma anche mettersi a piangere per delle inezie, mandare al diavolo i superiori, indulgere in atti di autolesionismo, prendere a schiaffi o ricoprire di insulti il nostro migliore amico, copulare in mezzo ad un corridoio, ecc. ecc. Ovviamente, considerato che gli effetti del virus si accentuano in caso di stress, ne consegue che il posto di lavoro diventa automaticamente una bomba atomica pronta ad esplodere, soprattutto nel caso del povero Derek Cho, appena licenziato dallo studio legale a causa di un errore non commesso da lui. La voglia di rivalsa è tanta ma per riuscire a farsi le sue ragioni Derek, accompagnato da una ragazza a rischio sfratto giunta all'interno dello studio legale proprio per rimandarlo o annullarlo, deve raggiungere i piani alti dello studio, all'interno dei quali i dirigenti si nascondono protetti da codici e tessere magnetiche più preziose di qualsiasi tesoro. Mayhem racconta quindi l'incredibile scalata alla vetta di Derek, un percorso popolato da personaggi ugualmente detestabili sia da sani che da malati, ognuno con caratteristiche facilmente riconoscibili per chiunque abbia avuto la sventura di lavorare da dipendente in un'azienda o studio legale ma ancora più accentuate dal terribile virus che, intendiamoci, tanto terribile non è. Molto divertente, questo sì.


La violenza di Mayhem non è infatti quella cupa e terrificante di un torture porn, quanto piuttosto quella cartoonesca inadatta solo a chi davvero non ha mai affrontato prima un horror e di prodotti simili, più commedia che film d'orrore, negli ultimi anni ne sono stati girati a bizzeffe; l'unica "novità", se così si può dire, risiede nella scelta di mostrare due protagonisti resi a loro volta folli dal virus e pronti a sfruttare la malattia per ottenere ciò che normalmente non avrebbero avuto nemmeno il coraggio di sognare. Forse anche per questo gli effetti del virus non vengono resi in maniera troppo esagerata, anzi, succede spesso che con gli infetti si possa parlare tranquillamente invece di venire subito congedati con una penna infilata in un occhio, e gli stessi protagonisti non uccidono indiscriminatamente ma solo se provocati o trattati in modo particolarmente scortese. Ciò non toglie, per carità, che scegliere consapevolmente di sfruttare il lasso temporale concesso dalla malattia sia di per sé forse deprecabile, il che rende Derek e Melanie (interpretati da uno Steven Yeun finalmente libero dallo spettro di Glenn e da una Samara Weaving bella e feroce, uniti sullo schermo da un'ottima alchimia) dei personaggi magari non originali ma comunque interessanti e meritevoli delle simpatie dello spettatore. Mayhem è reso ancora più piacevole da una regia moderna che si appoggia ad un montaggio rapido e all'uso di flashback, ralenti, fermo immagine, flash forward ad accompagnare la disillusa voce narrante di Steven Yeun, in più ha dalla sua un bel cast di ottimi caratteristi tra i quali spiccano Dallas Roberts col suo meraviglioso "Reaper" e  l'accento inglese di un'invecchiata ma signorile Kerry Fox. Lungi da me quindi far rientrare Mayhem nel novero dei film dell'anno ma per una serata all'insegna, appunto, del caos più totale e della commedia sanguinolenta è una pellicola perfetta!


Di Samara Weaving, che interpreta Melanie Cross, ho già parlato QUI.

Joe Lynch è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Wrong Turn 2 - Senza via d'uscita, Knights of Badassdom e Everly. Anche attore, produttore e sceneggiatore, ha un film in uscita.


Steven Yeun interpreta Derek Cho. Sud Coreano, famoso per aver interpretato Glenn nella serie The Walking Dead, ha partecipato a film come Okja e ad altre serie quali The Big Bang Theory, inoltre ha doppiato episodi di American Dad! e Robot Chicken. Ha 34 anni e tre film in uscita tra i quali la versione animata di Chew.


Kerry Fox interpreta Irene Smythe. Neozelandese, ha partecipato a film come Piccoli omicidi tra amici, The Dressmaker - Il diavolo è tornato e a serie come I racconti della cripta. Anche sceneggiatrice, ha 51 anni.


Dallas Roberts interpreta il Mietitore. Americano, ha partecipato a film come Quando l'amore brucia l'anima, Dallas Buyers Club, My Friend Dhamer e a serie come The Walking Dead. Ha 47 anni.


Se Mayhem vi fosse piaciuto recuperate The Belko Experiment e Redd, Inc. ENJOY!

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