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venerdì 25 gennaio 2019

Maria regina di Scozia (2018)

Attirata dall'idea di guardare un film in costume, martedì sono andata a vedere Maria regina di Scozia (Mary Queen of Scots), diretto nel 2018 dalla regista Josie Rourke e candidato a due premi Oscar (Makeup e pettinature, Costumi).


Trama: dopo la morte del marito, Re di Francia, Maria Stuarda ritorna in Scozia e cerca di riprendersi il regno come regina legittima ma trova opposizione nei protestanti, nel fratello e nella Regina d'Inghilterra, Elisabetta I.



Sono andata a vedere Maria regina di Scozia con tutte le migliori intenzioni. Adoro i film in costume, mi piacciono le ricostruzioni storiche così come le biografie, l'anno scorso ho fatto una splendida vacanza in Scozia e trovo che Saoirse Ronan e Margot Robbie siano due attrici magnifiche. Sulla carta, quindi, Maria regina di Scozia era il film perfetto per me, invece sono uscita dalla sala un po' delusa. La pellicola di Josie Rourke focalizza l'attenzione dello spettatore sulla regina del titolo, Maria, donna di potere in un mondo di uomini pronti a tutto per ottenerlo, straniera in una terra sua di diritto, cattolica in mezzo a una popolazione prevalentemente protestante; poteva essere l'occasione per offrire il ritratto di una donna forte e determinata, approfondire qualche interessante intrigo di corte, ma la sceneggiatura spesso e volentieri restituisce piuttosto l'immagine di una ragazzina umorale mossa principalmente dall'orgoglio più che dall'amore per il proprio Paese, una figura politica abile ma non troppo, incapace di prevedere gli umori di chi la circonda e prona ad incappare in clamorosi autogol. Il rapporto con Elisabetta I si concretizza giusto nel prefinale, con un confronto sulla carta appassionato ed appassionante ma in realtà freddo e retorico, per il resto si procede per giustapposizione, con una Maria che fiorisce proprio mentre Elisabetta affronta le prove più terribili della sua esistenza, come il vaiolo e la difficoltà di scegliere se essere un Re oppure una donna. Anche in questo caso, il ritratto di Elisabetta lascia un po' perplessi. Se Maria è una ragazzina umorale, Elisabetta è una pazza che prende decisioni per poi pentirsene, che pretende di dettare legge ai suoi lord ma alla fine lascia perdere, lasciando che siano loro a scegliere per lei, alterando le verità come più risulta comodo alla Nazione. Non che gli uomini ci facciano una figura migliore, per carità. Ognuno a modo suo spinto dall'invidia, dalla sete di potere e dalla rabbia, gli esponenti del cosiddetto sesso forte non fanno altro che ingannare e tramare, affiancandosi alle donne giusto quando fa loro comodo. Poi, vuoi non metterci il risvolto omosessuale che va tanto di moda oggi? Peccato, ci avevano già pensato nel 1972, quindi anche lì nulla di nuovo sotto il sole.


Questa trama un po' così, lineare e poco emozionante, quasi didascalica (la figura del secondo marito di Maria, in particolare, è esilarante per il modo in cui viene presentata al pubblico, come a dire "non fidatevi di questo, è un debosciato, vedrete quanti danni causerà alla protagonista!!"), non aiuta le pur brave protagoniste a brillare. Saoirse Ronan è cresciuta, si vede. Carica su di sé il peso della regalità di una donna orgogliosa e fragile, una bambina costretta a diventare adulta troppo presto, e abbraccia con cognizione di causa il dramma umano di Maria, regina, donna e martire, freddando chiunque con i suoi azzurri occhi innocenti. Dall'altro lato, c'è Margot Robbie, che dopo Tonya ci tiene a far vedere di essere attrice prima ancora che una gnocca stratosferica. Per questo, non esita ad imbruttirsi, invecchiarsi, mostrando prima la pelle deturpata dal vaiolo e poi il viso interamente ricoperto di biacca, mentre acconciature e colori impietosi la condannano ad essere un incrocio tra la Regina di Cuori e il Cappellaio Matto dell'orrido Alice in Wonderland di Tim Burton. Tra le due, per il poco che dura, c'è alchimia, un contrasto perfetto, eppure nessuna di loro riesce a rendere umana la sofferenza delle donne che interpretano, tanto che Maria ed Elisabetta sembrano due corretti manichini in balìa delle forze di un destino già scritto, persi tra dialoghi talvolta piatti, altre volte anche troppo retorici. Josie Rourke nasce come direttore artistico della Donmar Warehouse, la sua formazione è teatrale e si vede: per essere una dilettante dietro la macchina da presa cinematografica, le poche scene di battaglia non sono nemmeno malvagie ma la sua regia non riesce a cogliere appieno la bellezza dei paesaggi scozzesi né ad esaltarla, e pare sentirsi a suo agio giusto nelle scene d'interno, obiettivamente riuscite e ben illuminate. Insomma, Maria regina di Scozia non è un brutto film ma rientra nella categoria di pellicole "medie", se preferite delle occasioni sprecate. Per dire, c'è persino David Tennant ma, tra il trucco, il personaggio sottoutilizzato e il doppiaggio che non rende giustizia al suo splendido accento, chi diamine se n'è accorto?


Di Saoirse Ronan (Maria), Margot Robbie (Elisabetta I), Guy Pearce (William Cecil) e David Tennant (John Knox) ho parlato ai rispettivi link.

Josie Rourke è la regista della pellicola. Inglese, è al suo primo e finora unico film. Ha 43 anni.


Susanne Bier come regista e Scarlett Johansson come protagonista hanno entrambe dovuto dare forfait a causa della lunghissima pre-produzione del film, in ballo dal 2006. Se Maria regina di Scozia vi fosse piaciuto recuperate Maria Stuarda regina di Scozia, che racconta gli stessi eventi... nell'attesa ovviamente di vedere se La favorita è bello come dicono! ENJOY!


domenica 15 febbraio 2015

Dragon Trainer (2010)

Il tempo passa eh, ma alla fine anche io riesco a vedere i film sulla bocca di tutti. Magari con cinque comodissimi anni di distanza. E’ quello che è successo con Dragon Trainer (How to Train Your Dragon), diretto e co-sceneggiato nel 2010 dai registi Dean DeBlois e Chris Sanders e tratto dalla serie di libri How to Train Your Dragon (tradotto in italiano con Le eroiche disavventure di Topicco Terribilis Totanus III) di Cressida Cowell.



Trama: in un villaggio di vichinghi vittima di continui attacchi di draghi, il giovane Hiccup è l’unico incapace di combattere. Un giorno, per pura fortuna, riesce ad abbattere il drago Furia Buia ma gli risparmia la vita; da quel momento, tra Hiccup e il ribattezzato Sdentato nasce una profonda amicizia..



Avete presente da bambini, quando guardavate un cartone animato, quella sensazione mista di meraviglia e perdita? Mi spiego. Guardando Roger Rabbit non vi era venuta una voglia mostruosa di prendere un aereo e andare a Cartoonia? La pietra azzurra di Nadia, ma quanto era bella da uno a mille? Ma quanto sarebbe stato figo avere un castello pieno di personaggi parlanti come quello de La bella e la bestia? E vogliamo parlare del Paese delle Meraviglie di Alice? Tutto molto bello, sì, ma queste cose non si possono fare né avere perché, di fatto, non esistono; da bambini ci si rimane male, poi si cresce e simili insani desideri non dovrebbero più insorgere. Invece, dopo aver visto Dragon Trainer, mi sono sentita letteralmente tradita dalla realtà e schiacciata dall'impossibilità di avere un drago puccio e meraviglioso come Sdentato, per tenerlo in casa, giocarci, volare nonostante il mio atavico terrore delle altezze, coccolarlo fino a non poterne più. Potenza di uno dei film animati più belli che abbia visto da qualche anno a questa parte, un trionfo di umorismo, azione, avventura, tenerume e meraviglia, adatto ai grandi e perfetto per i piccini, con quel tocco di inaspettato realismo che è riuscito a stupirmi e catturarmi tanto quanto i grandi occhioni di Sdentato. Il protagonista, Hiccup, è un "normalissimo" disadattato all'interno di un paese di giganteschi e coraggiosi eroi: è mingherlino, pasticcione e pauroso, dolorosamente consapevole del fatto che nessuno ha un minimo di fiducia in lui, suo padre in primis. Per dimostrare di potercela fare decide di andare contro la sua natura e catturare l'imprendibile Furia Buia, impresa in cui riesce con l'ingegno, non con la forza bruta; al momento di uccidere il drago, tuttavia, il ragazzo rifiuta mosso da pietà e da quel momento riuscirà a creare un nuovo percorso di vita, per sé stesso, per l'avversario ferito (con cui instaurerà un rapporto di amicizia e reciproca dipendenza) e per l'intero paese. Dragon Trainer diventa così un invito ad uscire dagli schemi e trovare la propria strada al di là delle aspettative altrui, nonché un necessario inno al dialogo e alla conoscenza reciproca come uniche fonti di civiltà e arricchimento personale, in contrasto con errati pregiudizi che portano soltanto guerra, dolore ed incomprensione.



Oltre al necessario messaggio positivo, poi, c'è Sdentato. Uno dei bestiolini più belli mai creati per il grande schermo, un incrocio tra un rettile, Stitch e un gatto, praticamente un trionfo di pucciosità cattivella. Ogni interazione tra lui e Hiccup è deliziosa, divertente e commovente, sopratutto per quel che riguarda i primi, timidi tentativi di conoscenza reciproca. Le scene di volo poi sono strepitose, mozzafiato ed animate benissimo; i rocamboleschi allenenamenti di Hiccup e Sdentato non hanno nulla da invidiare alle riprese aeree di blockbuster zeppi di effetti speciali mentre la sequenza, più lenta ma non meno emozionante, del romantico viaggio tra le nuvole è di una bellezza incredibile e fa davvero venire voglia di salire a toccare quelle spumose masse dai colori tenui. I singoli personaggi sono stati realizzati benissimo e chiunque, anche quelli secondari che magari hanno giusto una, due battute di dialogo, hanno comunque una caratteristica che li fa saltare all'occhio dello spettatore, rendendoli di conseguenza indimenticabili; in questo, l'unica nota negativa di Dragon Trainer è il fatto che, Sdentato e dragone finale a parte, gli altri draghi presenti nella pellicola sono di una bruttezza rara e sembrano dei mostrilli fasulli fatti di pixel mentre gli esseri umani sono nell'insieme piuttosto gradevoli e per nulla spigolosi. Ho molto apprezzato, inoltre, l'idea di strutturare buona parte del film come una serie di lezioni sui draghi, con tanto di esercizi, manuali da leggere, diari da riempire con annotazioni personali e quant'altro, tanto che mi sembrava di essere tornata ai bei tempi di Harry Potter, quando potevo imparare assieme a Harry e compagnia un sacco di nozioni che non mi serviranno mai ma che sicuramente mi hanno permesso di immedesimarmi maggiormente nei personaggi; ora, visto che la mia personale Furia Buia non è ancora arrivata, sono curiosissima di sapere come se la caveranno Hiccup e Sdentato in Dragon Trainer 2 e non vedo l'ora vivere una nuova avventura assieme a loro!



Di Jay Baruchel (Hiccup), Gerard Butler (Stoick), Craig Ferguson (Skaracchio), Jonah Hill (Moccicoso), Christopher Mintz-Plasse (Gambedipesce), Kristen Wiig (Testabruta) e David Tennant (Spitelout) ho già parlato ai rispettivi link.

Dean DeBlois è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Canadese, ha diretto film come Lilo & Stitch e Dragon Trainer 2. Anche animatore e produttore, ha 44 anni e un film in uscita, Dragon Trainer 3, che dovrebbe essere pronto per il 2017.


Chris Sanders (vero nome Christopher Michael Sanders) è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Lilo & Stitch e I Croods. Anche doppiatore, animatore e produttore, ha 54 anni e un film in uscita, I Croods 2.


America Ferrera doppia in originale Astrid. Americana, famosissima protagonista della serie Ugly Betty, ha doppiato anche Dragon Trainer 2 e partecipato ad altre serie come CSI - Scena del crimine. Anche produttrice, ha 30 anni.


Occhio, qui ci sono SPOILER. Il finale originale prevedeva che Hiccup uscisse dallo scontro col dragone praticamente illeso ma i realizzatori hanno pensato che la cosa fosse, giustamente, poco realistica e, con l'approvazione di Cressida Cowell, hanno deciso di fargli perdere parte della gamba, così come succede all'inizio a Sdentato con la coda; a tal proposito, la scena in cui Hiccup si rende conto di essere ormai monco e viene aiutato sia psicologicamente che fisicamente da Sdentato è stata suggerita nientemeno che da Steven Spielberg perché lo script originale prevedeva che il ragazzo prendesse coscienza dell'accaduto da solo, riducendo così il ruolo del draghetto a quello di mera "cavalcatura". Quindi, grande Spilby sempre e comunque! Dragon Trainer ha generato, oltre al seguito Dragon Trainer 2 (a cui dovrebbe aggiungersene un terzo nel 2017), anche parecchi spin-off, come la serie Dreamworks Dragons: I cavalieri di Berg, tuttora in corso e mandata in onda su Cartoon Network e Boing, e i corti La leggenda del drago Rubaossa, Dragons: il dono del drago e Book of Dragons. Se Dragon Trainer vi fosse piaciuto recuperateli tutti assieme magari a Mulan, Ribelle - The Brave e Le 5 leggende. ENJOY!

giovedì 20 settembre 2012

Pirati! Briganti da strapazzo (2012)

Poiché l’amore per One Piece ha risvegliato in me anche un’insana passione per le storie di pirati, in questi giorni ho guardato Pirati! Briganti da strapazzo (The Pirates! Band of Misfits), di Peter Lord e Jeff Newitt.


Trama: Capitan Pirata cerca da anni, inutilmente, di vincere il premio di pirata dell’anno. L’occasione si presenta quando Charles Darwin scopre che l’amato pappagallo del capitano è nientemeno che… un rarissimo Dodo.


Ai tempi in cui la parola claymation era ancora qualcosa di misterioso, almeno per il pubblico italiano, passavano in TV la serie Wallace & Gromit, quella con il distinto signore inglese che amava il formaggio ed era sempre accompagnato dal fedele cane. Ricordo in particolare il secondo episodio della serie, I pantaloni sbagliati, esilarante ed inquietante al tempo stesso, nel quale un minaccioso pinguino si insediava nella casa dei due e cercava in tutti i modi di sostituirsi a Gromit. Da allora la claymation e, soprattutto, la casa di produzione Aardman hanno fatto passi da gigante, affermandosi anche al cinema, tuttavia nei lungometraggi non ho mai più ritrovato il feroce e pungente wit inglese di quei vecchi corti animati. Purtroppo è il caso anche di questo Pirati! Briganti da strapazzo, che si conferma carino e simpatico ma nulla più, con qualche idea geniale buttata qua e là ma, tendenzialmente, un po’ troppo infantile e all’acqua di rose per poter aspirare al rango di capolavoro.


Di solito, nel guardare un cartone animato, quello che mi cattura più di tutto il resto è la particolarità dei personaggi. In questo caso è sicuramente simpatica l’idea di non dare veri nomi ai membri della ciurma del Capitano, ma di chiamarli semplicemente “pirata” e poi aggiungere la caratteristica che li distingue dagli altri (per esempio Pirata Albino, Pirata con la sciarpa, ecc.), tuttavia all’interno di questa banda di “briganti da strapazzo” non ce n’è uno particolarmente degno di nota. Andiamo meglio, invece, con i villain: il film offre infatti un’inedita versione sfigata, pavida e innamorata di Charles Darwin (degnamente accompagnato dal personaggio più divertente del film, la scimmia che usa i cartoncini per comunicare) e, soprattutto, un’incommensurabile e folle Regina Vittoria, feroce moralista e contemporaneamente golosa consumatrice di animali rari, capace di trasformarsi da sovrana col pugno di ferro a combattente armata di doppia lama. Le interazioni con questi due “fenomeni” sono i momenti più divertenti dell’intero film e sfociano in magistrali sequenze action come quella del combattimento sulla nave – ristorante o quella della rocambolesca fuga da casa Darwin. Passando alla parte tecnica, premettendo che ormai il design dei personaggi (sempre uguale dai tempi, appunto, di Wallace e Gromit) mi ha un po’ stancata, l’animazione dei pupazzini in plastilina risulta comunque fluida e degnamente completata  da una CG poco invadente. Voto dieci anche alla colonna sonora, che comprende pezzacci come London Calling dei Clash e Alright dei Supergrass, ma nonostante tutto questo Pirati! Briganti da strapazzo non mi ha entusiasmata come avrebbe dovuto.


Di Hugh Grant (Capitan Pirata, doppiato in italiano da Christian De Sica), Imelda Staunton (la Regina Vittoria, doppiata in italiano da Luciana Littizzetto), David Tennant (Charles Darwin), Salma Hayek (Sciabola Liz) e Brendan Gleeson (il Pirata con la gotta) ho già parlato nei rispettivi link.

Peter Lord è il regista della pellicola, inoltre presta la voce ad alcuni personaggi secondari. Inglese, ha diretto Galline in fuga. Anche produttore, animatore e sceneggiatore, ha 59 anni. 
Jeff Newitt è co-regista della pellicola. Inglese, ha all’attivo la regia di una serie tv e due corti. E’ anche animatore, sceneggiatore e produttore.

Lord a sinistra, Newitt a destra..!
Martin Freeman da la voce al Pirata con la sciarpa, anche detto Numero Due. Inglese, ha partecipato a film come Shaun of the Dead e Hot Fuzz. Ha 41 anni e cinque film in uscita, tra cui Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato, che lo vedrà protagonista nei panni di Bilbo Baggins.


Jeremy Piven da la voce a Bellamy il Moro. Americano, lo ricordo per film come Cuba Libre – La notte del giudizio, Heat – La sfida, Cose molto cattive e Scary Movie 3; inoltre ha partecipato alle serie Ellen e Will & Grace e doppiato un personaggio di Cars – Motori ruggenti. Anche produttore, ha 47 anni e un film in uscita.


Non chiedetemi il motivo, ma dalla versione inglese a quella americana cambiano un paio di doppiatori: per esempio, il pirata albino in Inghilterra viene doppiato da Russell Tovey, mentre in America lo stesso personaggio è stato affidato ad Anton Yelchin. Se qualcuno mi aiutasse a chiarire il mistero gliene sarei grata! Sarei invece curiosa di leggere il ciclo di romanzi dell’inglese Gideon Defoe da cui è stato tratto il film, i cui titoli sono abbastanza pittoreschi: The Pirates! in an Adventure with Scientists (Pirati! Briganti da strapazzo avrebbe dovuto intitolarsi così), The Pirates! in an Adventure with Whaling, The Pirates! in an Adventure with Communists, The Pirates! in an Adventure with Napoleon e The Pirates! in an Adventure with the Romantics, che è uscito proprio il mese scorso. ENJOY!


martedì 30 agosto 2011

Fright Night - Il vampiro della porta accanto (2011)

Dopo la “preparazione” della settimana scorsa, ieri sera sono andata a vedere Fright Night – Il vampiro della porta accanto (Fright Night) di Craig Gillespie, remake di Ammazzavampiri, piccolo cult horror diretto nel 1985 da Tom Holland.



Trama: Charley è uno studente che conduce una vita normale, almeno finché la scomparsa del suo amico Ed non lo porta a scoprire che il suo nuovo vicino di casa, Jerry, è un vampiro. Quando le cose si metteranno davvero male a Charley non resterà altra via se non cercare l’aiuto del massimo esperto di vampirologia esistente… Peter Vincent.



Dopo il non disprezzabile Nightmare, che tuttavia andava a toccare un film troppo bello per essere anche solo lontanamente paragonabile all’originale, ecco un altro remake ben fatto che non fa rimpiangere la pellicola da cui è tratto. Questo Fright Night è diretto con perizia, interpretato da attori molto bravi, impreziosito da una non disprezzabile colonna sonora e, ovviamente, da effetti speciali e un make – up della madonna, non a caso realizzati dalla premiata ditta Nicotero & Berger (anche se alcune scene sono state messe essenzialmente per arricchire la versione in 3D e si vede, come lo schizzo di sangue che protrude verso lo schermo oppure il primo piano finale del faccione di Jerry urlante).



La buona Marti Noxon, storica sceneggiatrice di Buffy The Vampire Slayer e qui alle prese con il progetto originale di Tom Holland, essenzialmente della trama non cambia nulla e rispetta i punti principali del primo film, tuttavia gli da un’impronta più tamarra, moderna e varia per quanto riguarda gli ambienti; basti pensare che Ammazzavampiri si svolgeva quasi interamente nelle case del protagonista e del vampiro e poco o nulla veniva narrato della vita scolastica di Charley, dei suoi amici, degli altri suoi vicini o di quello che stava al di là della piccola cittadina che faceva da sfondo alle vicende. Qui invece, molto intelligentemente, si è scelto innanzitutto di spiegare perché l’amico Ed è diventato “evil” (anche se come personaggio non ha niente a che vedere con l’incomprensibile e paranoico stronzo del primo film) e anche di rendere la madre del protagonista meno rincoglionita ed inconsapevole di quello che la circonda (si potrebbe dire che lo spirito di Joyce Summers si sia reincarnato in lei), oltre a “personalizzare” un po’ le vittime del vampiro, che in Ammazzavampiri rimanevano sostanzialmente anonimi manichini.



Elementi assolutamente positivi, dicevo, che tuttavia si trovano a mancare un po’ di quello humor nero e quasi british che caratterizzava Ammazzavampiri. Intendiamoci, il personaggio di Peter Vincent fa scompisciare per la sua ubriaca e sfatta cialtronaggine, soprattutto quando si toglie il trucco da guru maledetto e satanista, e anche Colin Farrell ci mette del suo, dando vita ad un vampiro tamarro, ironico e vorace, sexy a modo suo (con un grado di “sexytudine” per cui il vampiro di Chris Sarandon seguiva lo stile “Signorina, mi farebbe sbirciare le sue leggiadre mutandine?” mentre quello di Farrell, dopo essersi leccato le dita sporche di sangue perché se non ti lecchi le dita godi solo a metà, prima ti sbatte al muro e poi esordisce con un “tipa, cioè, io le mutandine te le strappo e mi ci faccio il filo interdentale”), però mi sembra che un po’ dell’innocenza della pellicola originale sia andata perduta per lasciare spazio a più scene d’azione e meno suspance. Personalmente, per quanto adori la Noxon, non ho sopportato la scelta di dare un background “struggente” a Peter Vincent né quella di renderlo un vero esperto di questioni vampiriche dotato di armi sacre, manufatti stregati e quant’altro.. al diavolo, non stiamo parlando del Signor Giles, e comunque se negli anni ’80 si riuscivano ad ammazzare vampiri con armi convenzionali perché di questi tempi bisogna ricorrere al misticismo? Ecco, per questo e per il finale buonista, che risparmia tutti tranne il povero, sfigato, incompreso e vessato Ed, non do la sufficienza piena a Fright Night, ma per il resto mi levo il cappello e lo consiglio senza riserva alcuna!  



Di Colin Farrell, che interpreta Jerry (anche se pare la prima scelta per il ruolo fosse Heath Ledger), ho già parlato qui, mentre Christopher Mintz – Plasse, ovvero Ed, lo trovate qua. Omaggio anche al Jerry Dandrige del primo Ammazzavampiri, ovvero Chris Sarandon, che qui partecipa nel ruolo dell’uomo che tampona la macchina di Charley e company durante la fuga dal vampiro.

Craig Gillespie è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto due film che non conosco e una serie di cui ho solo sentito parlare, United States of Tara. Anche produttore, ha 45 anni.



Anton Yelchin interpreta Charley. Americano, ma di origine russa, ha partecipato a film come 15 minuti – Follia omicida a New York, Cuori in Atlantide, Star Treck, Terminator Salvation e inoltre darà la voce a Puffo Tontolone nell’imminente I Puffi. Per la tv, ha lavorato a serie come E.R. Medici in prima linea, Taken, NYPD e Criminal Minds. Ha 22 anni e tre film in uscita.



Toni Collette (vero nome Antonia Collette) interpreta la madre di Charley, Jane. Attrice australiana che mi piace molto, la ricordo per film come Il sesto senso (che le è valso la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista), Velvet Goldmine, The Hours e Little Miss Sunshine. Anche produttrice, ha 39 anni e due film in uscita.  



David Tennant (vero nome David John McDonald) interpreta Peter Vincent. Scozzese, famosissimo per essere il protagonista dell’orribile Dr. Who “moderno”, ha partecipato a film come Harry Potter e il Calice di fuoco. Anche regista, ha 40 anni e due film in uscita.



Imogen Poots interpreta Amy. Inglese, ha partecipato a film come V per vendetta e 28 settimane dopo. Ha 22 anni e otto film in uscita.



Se il film vi fosse piaciuto, inutile dire che la visione di Ammazzavampiri è consigliatissima e, se vi capita, date anche un’occhiata a Ragazzi perduti. E ora vi lascio con il trailer originale della pellicola... ENJOY!!

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