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mercoledì 6 marzo 2019

Un affare di famiglia (2018)



E' stato l'ultimo film recuperato in previsione della notte degli Oscar nonché uno dei più belli. Sto parlando di Un affare di famiglia (万引き家族 - Manbiki kazoku), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Hirokazu Koreeda.


Trama: Osamu e la moglie Nobuyo vivono a casa di un'anziana assieme a un bambino e a una ragazza, ricorrendo ad espedienti come furti per sopravvivere. Un giorno trovano per strada Yuki, una bambina vittima di abusi famigliari e decidono di tenerla con loro...



Fortunatamente sono nata in una bella famiglia, con un padre e una madre che mi hanno sempre voluto bene. Non ho mai avuto fratelli o sorelle e, da brava figlia unica egoista, sinceramente non ne ho mai voluti. A volte però mi è capitato di pensare alle persone meno fortunate di me, che detestano con tutto il cuore la famiglia che è toccata loro in sorte, perché alla fine possiamo parlare di genetica, legami di sangue e tutto quel che volete, ma non credo sia automatico amare i propri genitori, i fratelli e sorelle. Anzi, temo proprio che l'"obbligo" del legame di sangue, quel vincolo così tutelato dalla religione e dalla legge, serva solamente ad acuire i contrasti e a soffocare chi vorrebbe solo scappare da essi, vivere libero, da solo o con un'altra famiglia, quella che ci si è scelti da soli. Tutto questo preambolo per dire che anche se la situazione iniziale di Un affare di famiglia sembra strana, in realtà nel suo piccolo incarna la ricerca di equilibrio e felicità anche in una situazione precaria di indigenza quasi assoluta. All'interno della casa della vecchia Hatsue vivono infatti un uomo e una donna, apparentemente moglie e marito, e due ragazzi che passano per essere loro figli, ovvero la giovane Aki e il piccolo Shota; in realtà, come dimostra il fatto che Shota non va a scuola e passa le giornate a bighellonare o rubacchiare con il "papà" Osamu, i due non sono davvero figli della coppia. Come due cuccioli abbandonati, ai quali si aggiungerà la terza, Yuki, una bimba vittima di abusi famigliari, Aki e Shota sono stati raccolti ed inglobati all'interno di una famiglia che sarà anche composta da due ladri e truffatori (anzi, tre) ma non difetta di empatia e calore umano e cerca di far raggiungere ad ognuno dei membri una piccola scheggia di felicità. Fuori dalle leggi, fuori dalle convenzioni, riparati dagli sguardi dei benpensanti, i personaggi di Un affare di famiglia sopravvivono"vivendo", nel senso più reale del termine, ed è solo quando qualcuno cercherà di metterci una pezza, vuoi per senso di colpa vuoi per un eccesso di rabbia, che il rigore della società giapponese manderà in pezzi questo piccolo angolo di paradiso all'interno dell'inferno.


Un affare di famiglia è un film dolce e dolorosissimo, non si vergogna di mostrare gli aspetti più squallidi della società giapponese restituendoli allo spettatore senza dare giudizi, con delicata poesia e un incredibile capacità di creare figure tridimensionali, né buone né cattive ma semplicemente vive. E' toccante, soprattutto, per il modo in cui Osamu e la sua famiglia riescono a vivere in serenità senza ricorrere a quelle etichette sociali che paiono fondamentali per la realtà nipponica; non è necessario venire definiti "genitori" per esserlo in quello che più conta, come reputano i poliziotti che sul finale fanno sentire Nobuyo inadeguata perché incapace di procreare e condannano la piccola Yuki ad una vita infelice solo per restituirla a un padre e una madre che non l'hanno mai voluta, non è necessario essere davvero "papà" quando si cresce i bambini donando loro tutto l'affetto di cui si è capaci, non è necessario essere circondati dai legami di sangue se anche gli estranei riescono a non farci sentire soli. E così, al netto di tutte le brutture, i ricatti, le triviali ma quanto necessarie questioni economiche, sempre presenti nel film ma mai davvero fondamentali, basta una giornata al mare di giochi e confidenze per dimenticare per una volta quel posto basso in cui la società ci ha relegato al punto da impedirci persino di vedere il cielo, per trovare comunque la felicità di un momento... e forse di tutta la vita. Un affare di famiglia è un film particolare, capace di far riflettere ed emozionare, di travalicare le differenze tra oriente ed occidente perché parla il linguaggio universale dell'amore per gli altri e del rispetto per se stessi, e anche solo per questo andrebbe recuperato e custodito tra i piccoli capolavori cinematografici del Sol Levante.

Hirokazu Koreeda è il regista e sceneggiatore della pellicola. Giapponese, ha diretto film come Nessuno lo sa, Still Walking e Father and Son. Anche produttore, ha 57 anni e un film in uscita.


Lily Franky (vero nome Masaya Nakagawa) interpreta Osamu Shibata. Giapponese, ha partecipato a film come Father and Son, As the Gods Will, Yakuza Apocalypse, Father and Son e ha lavorato come doppiatore per The Boy and the Beast. Anche sceneggiatore, ha 56 anni e un film in uscita.



mercoledì 27 febbraio 2019

Mirai (2018)

E' stato il penultimo film visto in occasione dei recuperi pre-Oscar, nonché uno dei più graditi. Sto parlando di Mirai (未来のミライ - Mirai no Mirai), diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Mamoru Hosoda, candidato come Miglior Film d'Animazione.


Trama: Kun è un bimbo tra i quattro e i cinque anni che, un giorno, vede la sua vita sconvolta dall'arrivo della sorellina Mirai. I suoi eccessi d'ira e disperazione richiamano il potere di un albero in giardino, che gli consente di viaggiare nello spazio e nel tempo...



Mi mancava la quotidiana poesia di Mamoru Hosoda, mi mancava il suo tocco delicato nello sfiorare vite ordinarie di genitori giovani ed inesperti, di bambini capricciosi che non riescono a trovare il loro posto nel mondo, di ragazzi malinconici e ribelli, il tutto condito da un pizzico di magia. In questo caso, i riflettori sono puntati sul piccolo Kun, bimbo amante dei treni, costretto a cedere lo "scettro" di re della casa alla sorellina Mirai, appena portata a casa dai genitori. Dopo i primi momenti di tenera fascinazione, ecco subentrare l'inevitabile sconforto dato dai ritmi di vita completamente scombussolati, dalla privazione di tutte quelle piccole attenzioni che ora, inevitabilmente, spettano a Mirai, ed ecco che il bimbo vivace ma tutto sommato carino si trasforma in piccolo mostro piangente ed urlante, in perenne conflitto coi genitori "cattivi" e pronto a fare ogni genere di dispetto alla sorellina rifiutandosi di accettarla. Hosoda è molto abile a non farci detestare Kun, motivando ogni suo eccesso di rabbia quasi volesse dirci "mettetevi un po' nei suoi panni"; allo stesso tempo, il regista e sceneggiatore sviluppa anche il punto di vista dei genitori, giovani lavoratori con molti pregi ma anche tanti difetti, che si sentono inadeguati davanti al desiderio frustrato ed impossibile di offrire ai figli solo amore e felicità eppure, poverelli, si arrabattano come possono, facendo buon viso a cattivo gioco e cercando di fare fronte alle intemperanze del primogenito. La quotidianità giapponese dipinta da Hosoda è una realtà in cui le innovazioni del presente (l'architettura moderna della casa, per esempio, oppure gli smartphone) sono unite inestricabilmente alla tenacia con la quale vengono mantenuti i legami col passato e con le tradizioni, piccoli tasselli di un puzzle che, alla fine, vanno a comporre gli individui nella loro totalità perché, senza il passato, senza i legami familiari, non ci sarebbe futuro. Ed è qui che subentra la "magia" che permea buona parte di Mirai.


Mirai è infatti strutturato come un film a episodi dove ogni capriccio di Kun scatena il potere dell'albero in giardino, una quercia dalla quale si dipanano tutti i fili del passato, del presente e del futuro della famiglia del piccolo protagonista che, in questo modo, riuscirà ad incontrare mirai no Mirai (la Mirai del futuro, come da titolo originale), qualcuno che ha avuto modo di risentire dell'arrivo di un "fratellino" come lui, qualcuno che gli ha passato quel bel caratterino testardo che si ritrova, qualcuno grazie al quale è nata la sua famiglia, qualcuno che si rivelerà, inaspettatamente, molto importante. Ad ogni viaggio nel passato o nel futuro, Hosoda da sfogo alla sua vena onirica e poetica, trasformando i pensieri, i sogni e gli incubi di Kun in qualcosa di tangibile che richiama piccoli particolari apparentemente insignificanti, espresso in un'animazione elegante e delicata anche sul prefinale, un incubo futuristico a misura di bambino dove i treni diventano draghi e la cortese ma impersonale efficienza dei servizi nipponici equivale a una condanna a morte. La struttura ad episodi potrebbe infastidire e potrebbe far pensare a un film basato sul "nulla"; la verità è che Mirai tira tutti fili del discorso sul finale, palesandosi come un piccolo, grande affresco familiare dove ogni evento è strettamente concatenato all'altro, e sta alla sensibilità del singolo spettatore farsi colpire dall'aura nostalgica e dolceamara che permea ogni fotogramma del film, lasciandosi catturare dai singoli eventi di vita quotidiana, quanto meschina, quanto eroica, quanto frivola ed importante. Neanche a dirlo, io sul finale ero in lacrime pur avendo le mani che mi prudevano per la voglia di tirare due scappellotti a Kun, e ammetto di aver abbandonato a malincuore lui, i suoi genitori imperfetti ma tanto umani, e la piccola, adorabile Mirai. Insomma, un altro piccolo gioiellino di animazione nipponica, peccato che in Italia sia arrivato, come al solito, giusto per tre miseri giorni.


Del regista e sceneggiatore Mamoru Hosoda ho già parlato QUI.


Mamoru Hosoda ha dichiarato di essersi ispirato a tre film per la realizzazione di Mirai: Il mio vicino Totoro, Lo spirito dell'alveare e Yi Yi - E uno... e due!. Il primo già lo adoro, gli altri due non li conosco ma proverò a recuperarli!  ENJOY!



lunedì 25 febbraio 2019

Oscar 2019

Buon lunedì a tutti! E' finita da poche ora una notte degli Oscar tra le più molle e deludenti degli ultimi anni, il trionfo della convenzione e della banalità, dei copioni letti senz'anima in assenza di presentatori, della perplessità dentro e fuori dal "glorioso" teatro. Andiamo a vedere che diamine è successo stanotte, senza entusiasmarci troppo. ENJOY!


Alla faccia di chiunque, me compresa, pronosticasse la facile vittoria di Roma come Miglior Film, sul podio è salito invece Green Book. Ora, poteva andare MOLTO peggio ma sinceramente, per quanto mi sia piaciuto il film di Peter Farrelly, avrei preferito un riconoscimento a La favorita o allo snobbatissimo Vice. E' la riprova di come la Academy "apra" alla questione razziale nel modo più convenzionale possibile, premiando film critici ma politicamente corretti, che non pongano allo spettatore domande troppo complesse o scomode come, per esempio, First Reformed di Paul Schrader, ovviamente battuto nella categoria Sceneggiatura Originale proprio da Green Book. Nulla da dire invece su Mahershala Ali premiato come Miglior Attore Non Protagonista, un signore dentro e fuori dal set.


Banale, scontatissima e discutibile la vittoria di Rami Malek come Miglior Attore Protagonista per Bohemian Rhapsody. Se non altro, il buon Rami ha ammesso di "non essere stato forse la scelta migliore per il ruolo di Freddie Mercury" ma tant'è, l'Oscar è arrivato e con esso il dispiacere per il mancato tributo a Viggo Mortensen, Christian Bale e Willem Dafoe, gli ultimi due meritevoli più di chiunque altro. Bohemian Rhapsody porta a casa anche il premio per il Miglior Montaggio (ma La Favorita e Vice, signori?), Miglior Montaggio Sonoro e Miglior Missaggio Sonoro.


Sbaraglia fortunatamente previsioni assolutamente errate la divina Olivia Colman, la quale con la sua interpretazione della Regina Anna in La favorita mette a cuccia sia Glenn Close che, grazie a Dio, Lady Gaga. Purtroppo questo è l'unico Oscar vinto da un film che avrebbe meritato MOLTO di più, al quale peraltro sono stati scippati scandalosamente i premi per Miglior Scenografia e Migliori Costumi, andati a Black Panther. E ne parliamo di sta ca**ata, eh.


Regina King vince il premio per la Miglior Attrice Non Protagonista. Vabbé, non mi è dispiaciuta la sua interpretazione in Se la strada potesse parlare ma è davvero qualcosa di irrisorio rispetto al film in sé. Parliamo della Weisz e della Stone che reggono da sole l'intero film?


Altri premi scontati ma fortunatamente graditi, quelli andati a Cuarón per la Regia e la Fotografia di Roma, risultato anche Miglior Film Straniero. Obiettivamente, anche chi non capisce nulla come me ed è stato costretto a vedere il film su Netflix, riesce a percepire la potenza delle immagini del regista messicano, quindi ben vengano questi premi.


Passando alla sceneggiatura non originale, Spike Lee si è portato a casa il premio con BlacKKKlansman, altro Oscar spinto dall'ormai convenzionale inconvenzionalità "politica" dell'Academy che, se non altro, ha il merito di aver ridimensionato ulteriormente A Star is Born. Ma per un film che viene ridimensionato, ce n'è un altro che ruba Oscar a man bassa, ovvero Black Panther, motivo di scandalo in più di una categoria e vincitore di tre discutibilissimi premi: Miglior Colonna Sonora Originale (contro il Desplat de L'isola dei cani e lo splendido score di Se la strada potesse parlare? Mi prendete in giro??), Migliori Costumi (sacrilegio!!! La favorita, che il Signore vi fulmini! Piuttosto Maria Regina di Scozia, ma dove minchia li avete gli occhi??) e Miglior Scenografia (idem come sopra, ma siete matti? Scenografie cosa, che è al 90% CGI?). Che schifo, aMMisci.


Per il resto, tutto abbastanza prevedibile, almeno per quanto ho potuto capirne dopo il forsennato recupero pre-Oscar. Il povero Vice - L'uomo nell'ombra ha vinto l'Oscar per il Miglior Make Up a mo' di ulteriore presa per i fondelli, A Star Is Born il giusto premio per la Miglior Canzone Originale, unico che effettivamente meritava. A Chazelle e al suo First Man è andato un piccolo contentino nella categoria Migliori Effetti Speciali mentre tra i Lungometraggi Animati Spider-Man - Un nuovo universo ha sbaragliato il meraviglioso l'Isola dei cani e il tenero Mirai, lasciandomi come unica gioia la vittoria del dolcissimo Bao nella categoria Miglior Corto Animato. E con questo chiudo, ad un anno prossimo che, si spera, porterà una ventata di freschezza! ENJOY!

domenica 24 febbraio 2019

First Reformed - La creazione a rischio (2017)

Stanotte verranno assegnati gli Oscar e questa è l'ultima recensione "a tema" che verrà pubblicata prima della fatidica premiazione. Nella fattispecie, First Reformed - La creazione a rischio (First Reformed), diretto e sceneggiato da Paul Schrader nel 2017, ha ottenuto una nomination per la Miglior Sceneggiatura Originale.


Trama: il sacerdote di una piccola congregazione comincia a mettere in dubbio il proprio ruolo nel mondo a seguito di una serie di tragedie che lo hanno toccato da vicino.



Tra tutti i film visionati nel periodo pre-Oscar, First Reformed è indubbiamente uno dei più "scomodi". La sceneggiatura di Paul Schrader, pur non essendo sensazionalistica come quella di Vice, che punta il dito facendo nomi e cognomi, o palesemente impegnata come quella di BlacKkKlansman, sbatte in faccia allo spettatore un problema globale del quale tutti, nessuno escluso, parliamo troppo poco benché ci tocchi da vicino, forse perché attualmente è meno intellettuale parlare di ambiente e riscaldamento globale piuttosto che di politica e razzismo. Scrivere che First Reformed parli "semplicemente" di inquinamento e della graduale presa di coscienza del problema però sarebbe incredibilmente riduttivo. Quella, difatti, è solo la punta dell'iceberg di un percorso che porta il protagonista, un prete fiaccato dai sensi di colpa per la morte del figlio in guerra, a guardare al futuro e a chiedersi se davvero un mondo destinato alla distruzione per mano dell'uomo possa essere un rifugio sicuro per le generazioni future e cosa, effettivamente, possa fare la Chiesa per impedire una catastrofe, per preservare ciò che Dio ha concesso all'umanità al di là di tutte le parole, le preghiere e le formule di rito. First Reformed ci fa scontrare con la realtà di un sacerdote che è poco più di una guida turistica all'interno di una chiesa-museo, incapace di trovare le parole giuste per consolare e dare speranza agli altri perché lui stesso non ne ha per sé, e che piano piano apre gli occhi su una realtà dove la Chiesa è un'industria mangia soldi più che veicolo di conforto per i fedeli, all'interno della quale chi è al vertice si preoccupa  di politica e di apparenze salvate invece che di problemi concreti. Eppure, nonostante questa presa di coscienza, il sacerdote fa del dolore spirituale e della sofferenza fisica una corazza che lo spinge non già ad allontanarsi da Dio o perdere la Fede, bensì a farla diventare qualcos'altro di enorme e terribile, un pensiero strisciante di cui pian piano anche lo spettatore comincia ad avvedersi con angoscia crescente.


Ombroso, rigoroso e "bergmaniano" nell'impostazione (e non solo, ché Luci d'inverno ha una premessa molto simile), First Reformed è un film fatto di dialoghi angoscianti che affondano quanto la lama di un pugnale, che ci fanno vergognare di esistere e di essere sempre così dannatamente superficiali. Concentrati su noi stessi e sull'adesso, troppo spesso consideriamo la religione e la preghiera come scappatoie, comode formule magiche per ottenere quello che vogliamo come se Dio, un qualsiasi Dio, fosse il genio della lampada in grado di esaudire i nostri desideri se preghiamo proprio bene bene. E quando, dall'alto, ci viene mostrato solo un bel dito medio, ovviamente ci incazziamo. E' questa battaglia contro i "fedeli" mulini a vento che viene portata in scena da Schrader, incarnata nel volto granitico di Ethan Hawke, invecchiato e tirato ma sempre affascinante, il ritratto stesso del tormento e della disperazione, chiuso all'interno delle pareti spoglie di una chiesa asettica dove le croci paiono pesare come macigni persino con le loro ombre scure (il senso di claustrofobia viene dato anche dal formato inusuale scelto dal regista, il desueto rapporto d'aspetto 4:3), o perso nel fondo di una bottiglia mentre vomita su carta tutto ciò che lo rode. Il grigiume e la desolazione lasciano il posto giusto ad un paio di scene oniriche, concesse da Schrader a mo ' di sollievo sia per il protagonista che per lo spettatore, piccoli afflati di speranza che non è detto vengano accolti e che hanno il volto angelico di una misuratissima Amanda Seyfried, ma che comunque possono cominciare ad indicare una via. Amore, speranza, indulgenza, comunione col prossimo, impegnati in una strenua battaglia contro disperazione ed autodistruzione, questo il cuore di First Reformed, un film per nulla ottimista ma sicuramente potente, capace di dare un bello scrollone allo spettatore. Peccato che non se lo sia filato quasi nessuno in Italia.


Del regista e sceneggiatore Paul Schrader ho già parlato QUI. Ethan Hawke (Toller) e Amanda Seyfried (Mary) li trovate invece ai rispettivi link.


Cedric the Entertainer, che interpreta Jeffers, è la voce originale del Maurice di Madagascar. Per il ruolo di Toller il regista aveva pensato anche a Oscar Isaac e Jake Gyllenhaal ma alla fine ha optato per il più "sciupato" Ethan Hawke. Se First Reformed vi fosse piaciuto recuperate Luci d'inverno e aggiungete Al di là della vita. ENJOY!


venerdì 22 febbraio 2019

Copia originale (2018)

E' uscito ieri in tutta Italia Copia originale (Can You Ever Forgive Me?), diretto nel 2018 dalla regista Marielle Heller e tratto dall'autobiografia scritta da Lee Israel nel 2008, nominato inoltre per tre Oscar: Miglior Attrice Protagonista (Melissa McCarthy), Miglior Attore Non Protagonista (Richard E. Grant) e Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: Lee Israel, un'autrice di biografie, fatica a racimolare i soldi per arrivare a fine mese. Casualmente, la donna scopre di avere un talento per falsificare lettere di personaggi famosi e decide così di truffare ignari collezionisti.



Il bello dei film che annualmente vengono nominati all'Oscar è che spesso alcuni di loro raccontano storie di personaggi famosi (o, in questo caso, famigerati) di cui io non conoscevo neppure l'esistenza. E' il caso di questo Copia originale, basato sulla carriera criminale della scrittrice Lee Israel, la quale dopo essere caduta in disgrazia ha deciso di mettere le sue arti letterarie al servizio di una truffa bella e buona. La signora, infatti, aveva un talento naturale per creare lettere fasulle di personaggi famosi realmente esistenti, che i collezionisti compravano senza farsi troppe domande, convinti di aver trovato un tesoro inestimabile; più avanti, quando i suoi falsi hanno cominciato a destare sospetti, Lee Israel si è ritrovata nelle condizioni di dover rubare documenti veri e rivenderli, cosa che ovviamente l'ha portata a scontare una lunga pena detentiva. Copia originale racconta questa storia sordida e triste di persone incapaci di affrontare il duro mondo che li circonda, troppo impegnati a proteggersi con la sgradevolezza per poter sperare di farcela. La protagonista del film viene tratteggiata come un personaggio sì meritevole di pietà (che diamine, NESSUNO, a meno che non sia un mostro, merita di vivere nell'indigenza e costretto a ricorrere ad espedienti) ma anche e soprattutto di un paio di schiaffi, ché Lee Israel ha un atteggiamento orribile nei confronti del prossimo e di se stessa. Alcolista all'ultimo stadio, incapace di ingraziarsi un minimo i suoi interlocutori e nemmeno di garantire il livello base di  pulizia in casa, la Israel è un crogiolo di disagio ed egoismo capace tuttavia di mostrare quel briciolo di empatia e di umanità che alla fine spinge lo spettatore a parteggiare per lei, per il suo "lavoro" e per la sua strana amicizia con un uomo ancora più disadattato di lei, il ciarliero e gayssimo Jack Hock, scrittore in rovina dipendente dalla cocaina e ormai ridotto a vivere di espedienti in strada. Una strana coppia di persone che si vogliono bene per forza e lo stesso, in qualche modo, si disprezzano a vicenda, probabilmente perché ognuno vede nell'altro lo specchio reale della propria bruttezza interiore ed esteriore, che regalano allo spettatore momenti di ilarità ma anche lacrime cocenti, soprattutto quando la situazione precipita fino alle inevitabili conseguenze.


Copia originale è quindi, soprattutto, un film di scrittura (ottima) e attori (bravissimi), che bucano lo schermo sia da soli che quando duettano. Di Melissa McCarthy conoscevo solo il lato sboccato e comico, due caratteristiche che traspaiono chiare dall'interpretazione di Lee Israel; volgare, cinica e dispettosa come una bambina, la scrittrice è il personaggio perfetto per la McCarthy, la quale tuttavia qui riesce anche ad imbruttirsi dentro e fuori, regalando allo spettatore amare risate e ancor più amare lacrime attraverso insospettabili sfoghi di dolorosa umanità. Il monologo finale, breve ed intenso, nel quale fa capolino un'enorme fragilità dietro un muro di spacconeria e parole imposte, fa sciogliere il cuore, così come l'ultimo incontro tra Lee e Jack, tra lazzi, prese in giro e tristezza. Richard E. Grant, dal canto suo, è un mattatore meraviglioso, indossa i panni del nobile scrittore decaduto reinventatosi mariuolo di strada con un'eleganza invidiabile, entrando di diritto nel novero delle checche ciniche ed adorabilmente tristi della cinematografia mondiale. Non tanto da meritarsi una nomination all'Oscar, non quest'anno almeno, ma sicuramente abbastanza da conquistarsi l'affetto del pubblico anche nei suoi momenti di maggior viltà. I protagonisti vengono coccolati da una regia "calda", che ricorda a tratti la raffinatezza con la quale Woody Allen immerge i suoi personaggi nell'amata New York, tra librerie, antiquari e bar soffusi sempre e comunque da una luce accogliente, sicuramente più della casa sgangherata e sporca dove vive Lee Israel col suo micio, il che a mio avviso è un segno dello sguardo indulgente con cui Marielle Haller ha scelto di raccontare la storia di questa strana truffatrice misantropa. E' possibile che  Copia originale non sarà uno dei maggiori hit dell'imminente notte degli Oscar ma ve ne consiglio comunque la visione perché, nel suo piccolo, è uno dei film più gradevoli visti durante il recupero dei vari candidati.


Di Melissa McCarthy (Lee Israel), Richard E. Grant (Jack Hock) e Ben Falcone (Alan Schmidt) ho già parlato ai rispettivi link.

Marielle Heller è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Diario di una teenager. Anche attrice e sceneggiatrice, ha 40 anni e un film in uscita.


Dolly Wells interpreta Anna. Inglese, ha partecipato a film come Il diario di Bridget Jones, 45 anni, PPZ: Pride and Prejudice and Zombies e Bridget Jones's Baby. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 48 anni.


Jane Curtin interpreta Marjorie. Adorabile Dottoressa Albright de Una famiglia del terzo tipo, ha partecipato a film come Teste di cono e ad altre serie quali Love Boat; come doppiatrice ha lavorato in Z la formica. Ha 72 anni e due film in uscita.


Julianne Moore avrebbe dovuto partecipare al film ma alla fine si è tirata indietro per divergenze creative. ENJOY!

mercoledì 20 febbraio 2019

Cold War (2018)



Ci stiamo avvicinando a grandi passi alla notte degli Oscar, quindi ho recuperato Cold War (Zimna wojna), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Pawel Pawlikowski e candidato a te statuette: Miglior Film Straniero, Miglior Regia e Miglior Fotografia.


Trama: negli anni subito seguenti la seconda guerra mondiale, un compositore polacco cerca di convincere una cantante a fuggire con lui a Parigi.



Cold War potrebbe fare idealmente il paio con Roma per la sua natura di film confezionato benissimo ed affascinante ma dalla trama poco coinvolgente, almeno per come l'ho percepito io. L'amore tra Zula e Wiktor, Romeo e Giulietta di una Polonia  post-conflitto mondiale dove la speranza di libertà è stata subito oppressa dall'arrivo del regime di stampo stalinista, si snoda tra pochi alti e moltissimi bassi in un tira e molla continuo fatto di ardente passione, depressione blasé, tradimenti, escamotage per potere rimanere assieme e musica, tantissima musica. Una guerra fredda che non è solo quella tra un est sempre più povero e retrogrado e un ovest ricco di opportunità, ma anche tra diverse generazioni e due modi opposti di intendere la vita. Da un lato abbiamo Wiktor, piacente compositore già probabilmente oltre i quaranta, che dalla natia Polonia non può e non vuole più pretendere nulla e ambisce a farsi un nome altrove, dall'altra abbiamo la giovanissima Zula, restia ad abbandonare la patria soprattutto nel momento di maggior successo raggiunto a scapito di una vita difficilissima. Lui cerca di scappare, sperando di portarsi dietro lei, ma la fanciulla lo lascia andare a Parigi da solo; parrebbe che questo sentimento, già nato tra mille difficoltà, non riuscirà mai a concretizzarsi e invece i due si ritroveranno sempre, nel corso di quindici lunghi ed intensi anni, spinti a sprofondare nel baratro dalla passione incostante di lei e dall'amore incondizionato di lui. Unico punto fermo per entrambi, la musica, in tutte le sue declinazioni. L'amore tra Zula e Wiktor nasce con la musica popolare delle loro terre, piegata poi ai voleri del nuovo regime, e si impantana durante la realizzazione di un disco a Parigi, impersonale e "bastardo", come direbbe Zula; nel mezzo, mille declinazioni di melodie, dalla musica classica a quella jazz, passando per la lirica fino ad arrivare al trash esotico alla Carmen Miranda, specchio di un declino che non è solo musicale ma anche e soprattutto psicofisico.


Tra un numero musicale e l'altro, gradevoli e perfettamente intrecciati alla trama, la storia di Cold War scorre sullo schermo come se fosse scandita da una serie di diapositive, microepisodi che segnano il passare degli anni. Ciò che accade a Wiktor e Zula tra un incontro e l'altro importa poco e comunque viene proposto allo spettatore attraverso alcuni dettagli e spezzoni di dialoghi; quel che conta è la musica, la bellezza dei due interpreti enfatizzata da un bianco e nero abbacinante e perfettamente fotografato, capace di infondere in ogni fotogramma quell'aria di raffinatezza vintage, di cinema d'altri tempi, purtroppo privo dello stesso calore di un tempo. Dei due protagonisti, indubbiamente quella che si fa ricordare di più per carisma e fascino è la bionda Johanna Kulig, elegante come una diva del cinema anni '50, tuttavia il suo è un personaggio che ho trovato insopportabilmente banale, la tipica femme fatale (come rimarcato anche nei dialoghi) piena di problemi esistenziali fondamentalmente inutili; lui, dal canto suo, ha quella bellezza sciupata che lo rende interessante ma obiettivamente viene eclissato dalla compagna, privato della verve che potrebbe renderlo più di un semplice "uomo col borsello", destinato a consumarsi nello spleen di un sentimento che farebbe scappare la pazienza a un santo. Detto questo, nulla da togliere alla bellezza formale dell'insieme, alla bravura del cast e alla particolarità della colonna sonora, tuttavia non sono rimasta toccata da questa tragica storia d'amore come avrei voluto, potuto e dovuto. Come a dire, non è solo la guerra ad essere fredda.

Pawel Pawlikowski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Polacco, ha diretto film come Last Resort - Amore senza scampo, My Summer of Love e Ida. Anche produttore e attore, ha 62 anni e un film in uscita.




domenica 17 febbraio 2019

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (2018)

Torniamo a parlare di Oscar, che ormai non manca più tanto. Oggi tocca a Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (At Eternity’s Gate), diretto nel 2018 dal regista Julian Schnabel e candidato per il Miglior Attore Protagonista (Willem Dafoe).


Trama: Vita del pittore Vincent Van Gogh, tra genio e follia, fino alla morte in circostanze misteriose.


Van Gogh – Sulla soglia dell’Eternità è un interessante biopic che forse rivela poco della vita del pittore olandese ma sicuramente approfondisce il suo modo di intendere l’arte e affrontare la malattia mentale, due aspetti molto più affascinanti e fondamentali. Il film segue le vicende di Van Gogh dal momento del suo arrivo ad Arles, terra che avrebbe dovuto essere più calda e luminosa rispetto all’Olanda e che, in realtà, accoglie Vincent con pioggia, vento e diffidenza da parte degli abitanti del paese, poco convinti di dover ospitare un pittore poco conosciuto, povero e dagli atteggiamenti strani. Attirato talvolta dai suoi simili, al punto da dedicare loro dei quadri, l’artista è tuttavia schivo, timoroso e maggiormente interessato alla Natura, intesa come unico mezzo per avvicinarsi a Dio, da catturare con tutta l’urgenza di una mente in costante, febbricitante fermento che punta a rivelare la Realtà. Una realtà cupa, distorta, inquietante (bellissimo il prete interpretato da Mads Mikkelsen, talmente disgustato dai quadri di Van Gogh da arrivare persino a rivolgerne uno verso il muro, per nascondere il disegno) ma anche piena di bellissimi colori, sui quali spicca l’energia del giallo, del sole tanto bramato dall’artista, un grido di speranza che Van Gogh, almeno nel film, insegue attraverso interminabili camminate, corse a perdifiato e sguardi trepidanti rivolti al cielo. Da l’idea, questo Sulla soglia dell’eternità, che Van Gogh fosse un turbine incontenibile, tuttavia privo della spocchia edonista di molti suoi colleghi, una creatura intrappolata in un corpo limitante e in una realtà ancora più opprimente, spinto proprio da questo desiderio di libertà a vomitare su tela colori pastosi stesi con pennellate rapide e nervose.


Effettivamente, Willem Dafoe sembra proprio Van Gogh redivivo. Al di là di un reparto costumi che richiama proprio quelli degli autoritratti realizzati dal pittore, c’è qualcosa nel volto e nello sguardo dell’attore che farebbe quasi pensare alla possessione di qualche fantasma; colpiscono, più di tutto, quegli occhi persi ed innocenti, le improvvise espressioni di spaesamento, il sorriso estasiato di chi vede oltre quello che vedono i comuni mortali e si impegna a fare in modo che possano scorgerlo anche loro senza tuttavia essere capito. Le lacrime per l’abbandono di Gauguin, la consapevolezza di essere creduto pazzo, di essere, effettivamente, anormale, la speranza di essere accolto, il sollievo di potersi riposare tra le braccia di un fratello buono e protettivo, rendono Dafoe una creatura splendida celata dalle rughe e dai tratti rozzi e luciferini dell’attore, per questo ancora più preziosa quando viene scorta da un occhio attento. A sostenere la performance dell’attore c’è un regista la cui macchina da presa non sta mai ferma, che ripropone attraverso le immagini la foga e il tormento interiore del protagonista e spesso anche il punto di vista “distorto”, poco a fuoco, influenzato dalla malattia mentale; la fotografia, talvolta virata in blu e talvolta talmente nitida che i colori risaltano vivissimi, come appena catturati sulla tela di Van Gogh, impreziosisce ancora più questa regia particolare e si accompagna ad una colonna sonora altrettanto azzeccata, un trionfo di note suonate al pianoforte che sottolineano sia i momenti concitati che quelli più tristi. Mi avevano parlato benissimo di Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (qualcuno aveva accusato anche un po’ di mal di mare, ora ho capito perché) e mi era dispiaciuto perderlo ma sono contenta di averlo recuperato in vista dell’Oscar perché è davvero interessante e, soprattutto, Dafoe è splendido. Guardatelo, merita.


Di Willem Dafoe (Vincent Van Gogh), Oscar Isaac (Paul Gauguin), Mads Mikkelsen (il prete),  Emmanuelle Seigner (Madame Ginoux) e Vincent Perez (il direttore) ho parlato ai rispettivi link.

Julian Schnabel è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Basquiat, Prima che sia notte, Miral e Lo scafandro e la farfalla. Anche produttore e compositore, ha 68 anni.


Rupert Friend interpreta Theo Van Gogh. Inglese, ha partecipato a film come The Libertine, The Zero Theorem - Tutto è vanità, Morto Stalin se ne fa un altro e Un piccolo favore. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 38 anni e un film in uscita.


Mathieu Amalric interpreta il Dr. Paul Gachet. Francese, ha partecipato a film come Marie Antoinette, Lo scafandro e la farfalla e Grand Budapest Hotel. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 54 anni e due film in uscita.


mercoledì 6 febbraio 2019

Se la strada potesse parlare (2018)




A Savona è arrivato anche Se la strada potesse parlare (If Beale Street Could Talk), diretto e co-sceneggiato da Barry Jenkins a partire dal romanzo omonimo di James Baldwin e candidato a tre premi Oscar: Miglior Colonna Sonora Originale, Miglior Attrice Non Protagonista (Regina King) e Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: Trish e Fonny sono due innamoratissimi giovani di colore, il cui idillio viene spezzato da un'accusa di stupro ai danni del ragazzo. Trish, incinta, cerca di aiutarlo come può...


Dopo aver letto la recensione della Poison giuro che ero pronta ad aspettarmi il peggio da Se la strada potesse parlare e ammetto che di tanto in tanto, nel corso della visione, ripensavo alle sue parole e ridevo tra me e me. Perché è vero, il film di Barry Jenkins, pur durando un minuto meno delle canoniche due ore che ormai raggiungono persino i cartoni animati, ha dei tempi dilatatissimi, forse più di Roma, e in questi attimi che paiono infiniti si riversa tutto il sentimento d'aMMore che unisce gli sfortunati Trish e Fonny, giovanissimi ragazzi di colore nell'America degli anni '70. I due, per citare la Poison, "si guardano negli occhi" per un totale di almeno un'ora, si sorridono, si contemplano, si toccano, fanno all'amore, mentre tutto attorno a loro sembra non contare più nulla e il mondo diventa improvvisamente rosa, delicatamente illuminato da luci soffuse. Ma stiamo pur sempre parlando di giovani di colore in America, negli anni '70, e se Beale Street potesse parlare direbbe che persino i ragazzi innamorati dovrebbero stare attenti a non pestare i piedi al poliziotto bianco e stronzo sbagliato; così, senza sapere né come né perché e con un figlio in arrivo, Fonny si ritrova sul groppone un'accusa di stupro fasulla e tuttavia impossibile da confutare, perché la vittima, dopo aver testimoniato contro di lui, fugge in Portorico. Dal canto suo, Trish rimane invece incinta e se la famiglia di lei, nonostante la giovanissima età, accetta di fare innumerevoli sacrifici per aiutare lei, il nascituro e il genero, la famiglia di lui (tranne il padre) se ne lava le mani a causa di una madre orribilmente bigotta che avrebbe potuto e dovuto essere sfruttata di più. Stop, il film è "tutto qui". C'è la gioia di essere innamorati, il dolore di doverlo essere in un luogo dove si viene presi a pesci in faccia per il colore della pelle e dove anche chi è buono e retto è costretto a piegarsi al crimine a causa della povertà e dei pregiudizi, c'è la ferma volontà di lottare per preservare se stessi e le persone amate dalle brutture del mondo, il che, almeno per me, è abbastanza da non riuscire a tirare fuori il giusto cinismo della Poison.


E poi, non so, Barry Jenkins ha qualcosa che già mi aveva conquistata col tanto vituperato Moonlight e che mi impedisce di essere cattiva. Forse sono la sua capacità di infondere grazia e bellezza anche in situazioni dove due qualità simili sarebbero impossibili da trovare e il coraggio di metterle da parte quando la situazione lo richiede, come durante il confronto durissimo tra le famiglie di Fonny e Trish o quello, devastante, tra Sharon e la vittima dello stupro, personaggio contemporaneamente odioso e degno di pietà. Forse, banalmente, sarà che ho guardato Se la strada potesse parlare con opportune pause, senza sciropparmelo tutto dall'inizio alla fine rischiando l'effetto tedio. Tuttavia, è vero, Fonny e Trish sono anche TROPPO innamorati, eppure c'è una tale devozione nel loro sguardo, una tale fiducia (o speranza?) nella forza del loro amore, che alla fine si arriva a tifare un po' per loro, a sperare che i destini di coloro che vivono nella squallida Beale Street possano cambiare, per una volta, alla faccia di chi si impegna per farli rimanere sempre tristemente uguali. Sarà il potere della colonna sonora, bellissima e raffinata, di Nicholas Britell, che esplode nell'evocativa Eros, simbolo della passione tra i due protagonisti, sincera ed idilliaca come pochissime altre melodie utilizzate per creare il mood dell'unione fisica tra due personaggi. Anzi, probabilmente la colonna sonora è l'unica cosa davvero memorabile di Se la strada potesse parlare, e compensa due giovani protagonisti dotati indubbiamente di enorme alchimia ma non particolarmente eccelsi nella recitazione (lui biascica per mezzo film, lei è a tratti inutilmente leziosa, troppo per essere una voce narrante), fortunatamente supportati da un cast di "vecchi" all'altezza. Sarei curiosa di vedere se il romanzo da cui il film è tratto lascia così in secondo piano tutte le interessanti vicende familiari e i piccoli problemi criminali accennati qui e là nella pellicola di Jenkins ma, nell'attesa, direi che Se la strada potesse parlare non è uno dei peggiori recuperi pre-Oscar e vi consiglio di darci comunque un'occhiata. Magari, anche voi vi riscoprirete teneroni!


Del regista e co-sceneggiatore Barry Jenkins ho già parlato QUI. Diego Luna (Pedrocito), Finn Wittrock (Hayward), Ed Skrein (Agente Bell), Pedro Pascal (Pietro Alvarez), Colman Domingo (Joseph Rivers) e Dave Franco (Levy) li trovate invece ai rispettivi link.

Regina King interpreta Sharon Rivers. Americana, ha partecipato a film come Jerry Maguire, Nemico pubblico e a serie quali 24, The Strain e The Big Bang Theory. Anche regista e produttrice, ha 48 anni.






martedì 5 febbraio 2019

Green Book (2018)

La notte degli Oscar si avvicina a grandi passi e fortunatamente anche il multisala di Savona si adegua. Così, domenica sono riuscita a vedere Green Book , diretto nel 2018 dal regista Peter Farrelly e candidato a cinque statuette: Miglior Film, Miglior Attore Protagonista (Viggo Mortensen), Miglior Attore Non Protagonista (Mahershala Ali), Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Montaggio. 


Trama: Tony Lip, buttafuori italo-americano del Copacabana, si ritrova per carenza di lavoro a far da autista a Don Shirley, raffinato pianista di colore, durante un tour nel profondo sud americano.


Green Book è un affare di famiglia, letteralmente. Co-sceneggiato da Nick Vallelonga, figlio del vero Tony Lip, popolato dai veri membri del clan Vallelonga in diversi ruoli di genitori, fratelli e figli, profuma di Soprano e Quei bravi ragazzi (Tony Lip ha partecipato sia all'uno che all'altro) e forse è per questo che l'ho adorato dal primissimo fotogramma. Sinceramente, non sono una che si infastidisce con lo stereotipo dell'italo-americano, anzi, soprattutto quando viene reiterato da coloro che italo-americani lo sono e che, immagino, non si ritrarrebbero così se non si riconoscessero nei tratti esagerati di mangioni dall'accento pesante e dal turpiloquio generoso, sempre un po' ai margini della legalità. L'unica cosa che mi ha lasciata dubbiosa, in effetti, alla fine di Green Book, è l'eccessiva tolleranza dimostrata da Tony Lip nei confronti del Dottor Don Shirley, la capacità quasi ingenua di accettarlo nonostante il colore della pelle arrivando a vederne dopo pochissimo le qualità intrinseche nella persona, forse una concessione di un figlio devoto al padre. Ma, in sostanza, chissenefrega a un certo punto, perché Green Book è un film divertentissimo e coinvolgente, privo della volontà di far commuovere a tutti i costi (altrimenti avrei passato il tempo col fazzoletto in mano), pronto a far riflettere lo spettatore sul valore dell'amicizia e, soprattutto, della dignità umana, tanto spesso sottovalutata ma a mio avviso fondamentale in tempi bui e razzisti come questi. Green Book è l'esilarante e spesso dolente storia di un reietto, un pianista classico di colore che, nonostante il prestigio e le buone maniere, per i bianchi è poco più di una scimmietta beneducata, un raffinato fenomeno da baraccone, mentre per i suoi conrazziali è letteralmente una mosca bianca, qualcuno da cui prendere le distanze in quanto "venduto"; ad accompagnare quest'uomo malinconico in un viaggio verso le terre più razziste d'America, un "working class hero" incapace di vedere più in là del suo naso, concentrato sul presente, sulla famiglia, sui soldi, soprattutto sul cibo. Tony Lip è naif ma non stupido, ha un codice d'onore, se così si può chiamare, tutto suo, il codice della strada in cui è cresciuto, e del resto del mondo gliene frega poco o nulla, aspetto del suo carattere che, dopo l'iniziale titubanza, gli consente di fare da autista per un cliente molto scomodo, pieno di fisime e soprattutto d'orgoglio, giustamente poco propenso a chinare il capo davanti alle assurde leggi razziali ancora in vigore in buona parte degli Stati Uniti.


Insomma, una strana coppia se mai ce n'è stata una (ancora più strana, in effetti, di quella presentata in A spasso con Daisy, spesso nominato da chi ha criticato aspramente Green Book) che funziona e conquista un pubblico sempre più interessato alle vicissitudini del duo e allo sviluppo del loro rapporto, non solo grazie ad una bella scrittura ma anche e soprattutto grazie ad una coppia di attori straordinaria. A Viggo Mortensen non gli si può dire nulla, davvero. Se ci fosse bisogno di un'ulteriore conferma del suo talento di attore, la sua performance in Green Book fugherebbe ogni dubbio. Come sempre, il mio unico vero rimpianto è quello di non aver visto il film in lingua originale solo per sentirlo parlare in italiano e con l'accento che aveva Tony Lip ne I Soprano, ma mi è bastato leggere il labiale e, soprattutto, concentrarmi sulla sua fisicità, sulle smorfie del volto, sui gesti, per capire che Mortensen ha nuovamente azzeccato tutto del personaggio, riuscendo con un'eleganza invidiabile a camminare sul filo sottilissimo tra genuinamente divertente e terribilmente farsesco. Il suo Tony Lip è una creatura "alla chef Rubio", trash all'inverosimile e succido, ma con un fascino nascosto impossibile da ignorare. Per contro, Mahershala Ali è un signore, e pensare che come attore non mi ha mai fatta impazzire. Se l'interpretazione di Mortensen è debordante, quella di Ali è misuratissima, elegante, si prende tutto il tempo di trasformare il manichino impagliato che è Don Shirley nelle prime scene in un uomo vero, sciogliendo a poco a poco il ghiaccio che gli stringe il cuore impedendo la naturalezza di sguardi e movimenti. Il calore, la disperazione, la solitudine profonda nascosti in Shirley, emergono concretizzandosi in espressioni dolentissime e rendono la danza armoniosa di quelle mani delicate (non tanto al piano, quanto piuttosto nei gesti quotidiani) ancora più elegante e raffinata. Green Book sarà anche paraculo e falsato, come da critiche italiane ed internazionali, ma ho preferito questa storia di amicizia vissuta all'apologia della self-made singer di A Star Is Born o all'edificante romanzo su Freddy Mercury. Un guilty pleasure dal sapore familiare e "peccaminoso", un po' come mangiare pollo fritto con le mani, direttamente dal secchiello.


Del regista Peter Farrelly ho già parlato QUI. Viggo Mortensen (Tony Lip), Mahershala Ali (Dottor Don Shirley), Linda Cardellini (Dolores) e P.J. Byrne (Direttore della casa discografica) li trovate invece ai rispettivi link.


Nick Vallelonga, figlio di Tony Lip, ha scritto il film ma interpreta anche Augie. Detto questo, se non avete mai visto A spasso con Daisy e vi fosse piaciuto Green Book, potrebbe essere arrivato il momento di recuperarlo! ENJOY!

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