Nel catalogo Amazon Prime, purtroppo solo in lingua italiana, è spuntato un film che volevo rivedere da qualche anno, I delitti del gatto nero (Tales From the Darkside: The Movie), diretto nel 1990 dal regista John Harrison.
Trama: per salvarsi da una donna che vorebbe farlo al forno, il piccolo Timmy le racconta tre storie tratte dal libro Tales from the Darkside.
Introdotta da una cornice divertente, all'interno della quale "Blondie" decide di servire ai suoi commensali un bambino arrosto (dopo aver promesso al parroco di recarsi, domenica, al coro della chiesa), la prima storia delle tre che compongono il film è tratta dal racconto La mummia di Arthur Conan Doyle, reso ovviamente in maniera molto più splatter e ironica, con tanto di twist finale. Protagonista, uno sfigatissimo studente universitario (Steve Buscemi, come al solito perfetto) con la passione per i reperti antichi e un sacco di odio da sfogare verso gli altri, nella fattispecie due ricchi compagni di università, di cui uno particolarmente paraculo e odioso, ma mai quanto la fidanzata (Julianne Moore, al suo primo ruolo in un film distribuito al cinema). Lo sfigatello si farà giustizia da sé con l'ausilio di una mummia particolarmente efferata e vendicativa, memore dei metodi di imbalsamazione ai quali è stata sottoposta, e tanto è splatter la giustizia che farà calare sui predestinati tanto sono ironici il prefinale e il finale del segmento. Che, nonostante la "banalità" della trama e l'ausilio di terrificanti dissolvenze che nemmeno il filmino del matrimonio di mio cuGGino, è forse il più godibile e movimentato dei tre.
D'altra parte, Il gatto nero vince per l'efferatezza della scena finale, che dopo quasi 30 anni risente un po' degli effetti speciali datati ma continua comunque a fare schifo. Non a caso, il gatto nero creato da Stephen King (dal racconto Il gatto del diavolo, pubblicato nella raccolta Al crepuscolo) e Romero è rimasto anche nel titolo italiano, dopo essere stato "scartato" da Creepshow 2 per motivi di budget, e l'episodio è comunque molto divertente, non fosse altro che per i vecchi odiosi che lo infestano. Probabilmente l'espressione "gatto nero appeso ai marroni" è stata coniata da chi ha visto l'episodio, ma non ci metto la mano sul fuoco. Vedere per credere, ma non lamentatevi poi se avrete paura a rimanere soli in casa col vostro adorato micio.
La promessa degli amanti conclude il film, più o meno, perché subito dopo c'è anche la risoluzione della cornice a tema Hansel e Gretel. Debitore delle atmosfere delle leggende giapponesi della Yuki-Onna, l'episodio è una storia d'amore frettolosissima e obiettivamente priva del ritmo che caratterizza le due precedenti ma ha dalla sua un inizio strepitoso e sanguinosissimo e il suo pregio più grande è il favoloso make up del gargoyle che attacca il protagonista (gli effetti speciali sono gentilmente offerti da Nicotero & Berger), a dir poco terrificante ancora oggi, forse anche grazie all'effetto sorpresa sfruttato in ben due occasioni.
I delitti del gatto nero è divertente come lo ricordavo anche se a tratti soffre il peso dei trent'anni che si porta sulla schiena e ormai non fa per nulla paura (anzi, forse non l'ha mai fatta ma chi può dirlo?). Chi ama il cinema si ritroverà a gioire trovando qui e là guest star inaspettate, soprattutto nel primo episodio, chi ama l'horror potrebbe venire spinto a recuperare i racconti da cui sono stati tratti i primi due episodi, chi ama la musica rimarrà malissimo davanti alla vista di una "Blondie" casalinga e strega ma sempre molto affascinante. Non avendo mai visto un solo episodio di Un salto nel buio (serie alla quale Christian Slater, Debbie Harry e William Hickey avevano già partecipato) non so dire se il film rispetta lo spirito della serie originale ma di sicuro offre un'ora e mezza di divertimento allo spettatore e considerato che lo trovate su Prime Video vi direi di darci un'occhiata se non lo avete mai incontrato nei suoi vari passaggi televisivi.
Di Christian Slater (Andy), Steve Buscemi (Bellingham), Julianne Moore (Susan), William Hickey (Drogan) e Mark Margolis (Gage) li trovate ai rispettivi link.
John Harrison è il regista della pellicola. Americano, ha girato film come Book of Blood ed episodi di serie quali Un salto nel buio, Nightmare Cafe e I racconti della cripta. Anche sceneggiatore, compositore, produttore e attore, ha 71 anni.
Debbie Harry interpreta Betty. Ex membro della band Blondie, la ricordo per film come Videodrome e Grasso è bello, inoltre ha partecipato a serie quali Un salto nel buio e Sabrina vita da strega. Americana, anche produttrice e sceneggiatrice, ha 74 anni.
Se guardate attentamente, le guest star anche meno importanti si sprecano: il piccolo Timmy è interpretato da Matthew Lawrence, uno dei figli di Robin Williams in Mrs. Doubtfire, il killer de Il gatto nero è David Johansen, già fantasma del natale passato in S.O.S. Fantasmi; nello stesso episodio, Alice Drummond, la bibliotecaria di Ghostbusters, interpreta Carolyn mentre ne La promessa degli amanti la protagonista è Rae Dawn Chong, la Cindy di Commando. I delitti del gatto nero è spesso erroneamente considerato come il terzo episodio della saga Creepshow; in realtà, Un salto nel buio è nato come ideale prosecuzione televisiva di Creepshow, solo con un titolo diverso per questioni di diritti, e questo è il film tratto dalla serie. Quindi, se I delitti del gatto nero vi fosse piaciuto potete recuperare Un salto nel buio e aggiungere i primi due Creepshow. ENJOY!
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domenica 22 settembre 2019
venerdì 17 aprile 2015
Bollalmanacco On Demand: Pi greco - Il teorema del delirio (1998)
Torna il Bollalmanacco On Demand con la sfida della fan facebookiana Silvia, ovvero guardare Pi greco - Il teorema del delirio (Pi), diretto e co-sceneggiato nel 1998 dal regista Darren Aronofsky, senza farmi esplodere la testa. Se sarò ancora viva, il prossimo film On Demand sarà Incubo sulla città contaminata. ENJOY!
Trama: Max è un matematico afflitto da costanti mal di testa che lo portano ad avere allucinazioni e perdite di coscienza. Quando, durante le sue ricerche, si imbatte in una sequenza di 216 numeri si convince di avere trovato il numero di Dio, in grado di racchiudere in sé l'intera essenza del creato...
Mi pare doveroso iniziare il post su Pi greco - Il teorema del delirio con la solita, tediosa premessa autobiografica. Di matematica, geometria, trigonometria e quant'altro non capisco nulla. Di più, non ricordo nemmeno quello che ho studiato alle medie e alle superiori, tabula rasa. Io sono quella, assieme a mia madre, che appena viene costretta a fare un calcolo che supera le dieci unità gestibili dalle dita delle mani sente letteralmente gli ingranaggi del cervello bloccarsi con un sonoro "clac!". Il pi greco, la sezione aurea, tutte quelle belle teorie matematiche enunciate dal protagonista del film sono per me lontani ed inutili ricordi sfumati in un lontanissimo passato, pertanto ho scelto consapevolmente (e, sinceramente, poco m'importa di venire criticata per questo) di guardare Pi greco - Il teorema del delirio affidandomi solo alle immagini, cercando di cogliere il senso generale della vicenda di Max senza sforzarmi di capire dialoghi e monologhi, come avrete capito leggendo la trama sicuramente scritta in modo sbagliato. Questa apparentemente inutile premessa vuole farvi capire la potenza della pellicola di Aronofsky, che è riuscita a coinvolgere e riempire d'angoscia persino un'ignorante come me, trascinandomi di peso nelle fobie di Max, nella sua alienante ricerca della conoscenza, nei meandri di quella ossessione che lo porta ad essere sempre più paranoico, isolato dal mondo, fisicamente e mentalmente malato, terribilmente infelice. Narratore inattendibile ed allucinato, perso nell'egoistica contemplazione di questi freddi numeri che dovrebbero governare il mondo e simbioticamente legato ad un computer battezzato Euclide, Max racconta in prima persona il suo distacco sia dalla società (rappresentata dalla misteriosa società azionaria alla disperata ricerca del numero misterioso) che dalla religione (gli inquietanti e visionari ebrei capitanati dal logorroico Lenny e dal rabbino Cohen), mentre attorno a lui le persone continuano a vivere, fare sesso oppure "affrontare" la matematica in maniera innocente, come fosse un gioco.
Rinunciando a capire a fondo Pi greco - Il teorema del delirio, sono riuscita ad immergermi completamente in quello scioccante bianco e nero utilizzato da Aronofsky, arrivando alla conclusione che nessun effetto speciale, nessuna fotografia a colori potrà mai terrorizzarmi ed inquietarmi quanto delle sequenze fatte solo di luce abbacinante ed ombra impenetrabile. Come già era successo guardando Tetsuo, non importa quanto una pellicola sia incomprensibile perché il bianco e nero evidentemente è in grado di penetrare a fondo nella mia mente e causarmi un disagio incredibile; le nerissime formiche che invadono il sancta sanctorum di Max, il tremolio delle sue mani accompagnato da un terribile fischio perfora timpani, l'intrico di cavi e microchip che sembrano quasi volergli penetrare nella carne, tutte le sequenze che prevedono il primo piano di un cervello martoriato sono segmenti che sono riusciti a turbarmi più di qualsiasi horror. Sean Gullette, poi, si annulla completamente all'interno del personaggio di Max; gli insistenti primi piani dei suoi occhi allucinati, le riprese sghembe che lo vedono contorcersi per il dolore e i cambiamenti fisici a cui viene sottoposto mano a mano che il film prosegue sono tutti elementi in grado di portare lo spettatore ad empatizzare con un protagonista che, perdonate il bisticcio di parole, è quasi disumano nella sua umanissima ricerca della conoscenza. Pur non condividendo né comprendendo le ragioni che spingono Max a diventare più cervello elettronico che uomo (d'altronde, quando il numero compare per la seconda volta il protagonista va in tilt com'è successo a Euclide) sono riuscita ad interessarmi alla sua vicenda e a rimanere affascinata davanti alle scelte stilistiche di Aronofsky e sono giorni che mi rigiro nella mente le immagini, i suoni e le parole di cui è composto Pi greco - Il teorema del delirio. Che è davvero delirante ma anche tanto bello e gratificante da vedere, semplicemente per il modo in cui riesce ad affermare la natura artistica del Cinema e a rapire lo spettatore pur lasciandolo consapevole della sua inadeguata ignoranza. Armatevi di coraggio e guardatelo, ve ne innamorerete!
Del regista e co-sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Di Ben Shenkman (Lenny Meyer) e Mark Margolis (Sol Robeson) ho parlato invece ai rispettivi link.
Sean Gullette interpreta Maximillian Cohen. Americano, ha partecipato a film come Happy Accidents e Requiem for a Dream. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 47 anni.
Se Pi greco - Il teorema del delirio vi fosse piaciuto non saprei cosa consigliarvi di guardare per quel che riguarda altre pellicole attinenti al tema, ma rimanendo nell'ambito film "strani" recuperate senza indugio Il cigno nero, Mulholland Drive, Cube - Il cubo, Essere John Malkovich, Moon e Dark City. ENJOY!
Trama: Max è un matematico afflitto da costanti mal di testa che lo portano ad avere allucinazioni e perdite di coscienza. Quando, durante le sue ricerche, si imbatte in una sequenza di 216 numeri si convince di avere trovato il numero di Dio, in grado di racchiudere in sé l'intera essenza del creato...
Mi pare doveroso iniziare il post su Pi greco - Il teorema del delirio con la solita, tediosa premessa autobiografica. Di matematica, geometria, trigonometria e quant'altro non capisco nulla. Di più, non ricordo nemmeno quello che ho studiato alle medie e alle superiori, tabula rasa. Io sono quella, assieme a mia madre, che appena viene costretta a fare un calcolo che supera le dieci unità gestibili dalle dita delle mani sente letteralmente gli ingranaggi del cervello bloccarsi con un sonoro "clac!". Il pi greco, la sezione aurea, tutte quelle belle teorie matematiche enunciate dal protagonista del film sono per me lontani ed inutili ricordi sfumati in un lontanissimo passato, pertanto ho scelto consapevolmente (e, sinceramente, poco m'importa di venire criticata per questo) di guardare Pi greco - Il teorema del delirio affidandomi solo alle immagini, cercando di cogliere il senso generale della vicenda di Max senza sforzarmi di capire dialoghi e monologhi, come avrete capito leggendo la trama sicuramente scritta in modo sbagliato. Questa apparentemente inutile premessa vuole farvi capire la potenza della pellicola di Aronofsky, che è riuscita a coinvolgere e riempire d'angoscia persino un'ignorante come me, trascinandomi di peso nelle fobie di Max, nella sua alienante ricerca della conoscenza, nei meandri di quella ossessione che lo porta ad essere sempre più paranoico, isolato dal mondo, fisicamente e mentalmente malato, terribilmente infelice. Narratore inattendibile ed allucinato, perso nell'egoistica contemplazione di questi freddi numeri che dovrebbero governare il mondo e simbioticamente legato ad un computer battezzato Euclide, Max racconta in prima persona il suo distacco sia dalla società (rappresentata dalla misteriosa società azionaria alla disperata ricerca del numero misterioso) che dalla religione (gli inquietanti e visionari ebrei capitanati dal logorroico Lenny e dal rabbino Cohen), mentre attorno a lui le persone continuano a vivere, fare sesso oppure "affrontare" la matematica in maniera innocente, come fosse un gioco.
Rinunciando a capire a fondo Pi greco - Il teorema del delirio, sono riuscita ad immergermi completamente in quello scioccante bianco e nero utilizzato da Aronofsky, arrivando alla conclusione che nessun effetto speciale, nessuna fotografia a colori potrà mai terrorizzarmi ed inquietarmi quanto delle sequenze fatte solo di luce abbacinante ed ombra impenetrabile. Come già era successo guardando Tetsuo, non importa quanto una pellicola sia incomprensibile perché il bianco e nero evidentemente è in grado di penetrare a fondo nella mia mente e causarmi un disagio incredibile; le nerissime formiche che invadono il sancta sanctorum di Max, il tremolio delle sue mani accompagnato da un terribile fischio perfora timpani, l'intrico di cavi e microchip che sembrano quasi volergli penetrare nella carne, tutte le sequenze che prevedono il primo piano di un cervello martoriato sono segmenti che sono riusciti a turbarmi più di qualsiasi horror. Sean Gullette, poi, si annulla completamente all'interno del personaggio di Max; gli insistenti primi piani dei suoi occhi allucinati, le riprese sghembe che lo vedono contorcersi per il dolore e i cambiamenti fisici a cui viene sottoposto mano a mano che il film prosegue sono tutti elementi in grado di portare lo spettatore ad empatizzare con un protagonista che, perdonate il bisticcio di parole, è quasi disumano nella sua umanissima ricerca della conoscenza. Pur non condividendo né comprendendo le ragioni che spingono Max a diventare più cervello elettronico che uomo (d'altronde, quando il numero compare per la seconda volta il protagonista va in tilt com'è successo a Euclide) sono riuscita ad interessarmi alla sua vicenda e a rimanere affascinata davanti alle scelte stilistiche di Aronofsky e sono giorni che mi rigiro nella mente le immagini, i suoni e le parole di cui è composto Pi greco - Il teorema del delirio. Che è davvero delirante ma anche tanto bello e gratificante da vedere, semplicemente per il modo in cui riesce ad affermare la natura artistica del Cinema e a rapire lo spettatore pur lasciandolo consapevole della sua inadeguata ignoranza. Armatevi di coraggio e guardatelo, ve ne innamorerete!
Del regista e co-sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Di Ben Shenkman (Lenny Meyer) e Mark Margolis (Sol Robeson) ho parlato invece ai rispettivi link.
Sean Gullette interpreta Maximillian Cohen. Americano, ha partecipato a film come Happy Accidents e Requiem for a Dream. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 47 anni.
Se Pi greco - Il teorema del delirio vi fosse piaciuto non saprei cosa consigliarvi di guardare per quel che riguarda altre pellicole attinenti al tema, ma rimanendo nell'ambito film "strani" recuperate senza indugio Il cigno nero, Mulholland Drive, Cube - Il cubo, Essere John Malkovich, Moon e Dark City. ENJOY!
venerdì 8 novembre 2013
Uomini di parola (2012)
Piano piano recupero anche quei film che avrei voluto vedere ma che non sono passati in sala dalle mie parti e questa volta è toccato a Uomini di parola (Stand Up Guys), diretto nel 2012 dal regista Fisher Stevens. Muze mi dava una buona affinità, quindi sono andata abbastanza sul sicuro!
Trama: Val esce di prigione dopo 28 anni e viene accolto dal suo migliore amico, Doc. Sul suo capo però pende già una condanna a morte...
Uomini di parola è un bel film. Vecchio stampo come i suoi protagonisti, con una sceneggiatura solida che alterna momenti divertenti ad altri più seri e riflessivi, una regia classica, una bella fotografia e un gruppetto di grandissimi attoroni, tutti molto affiatati tra loro. La recensione potrebbe finire qui perché Uomini di parola, sulla carta, non ha alcun difetto. Però, dire che la recensione è finita qui indica già che qualche difetto, sotto la superficie, invece c'è, ed è qualcosa di molto soggettivo: la pellicola, per quanto perfetta, non mi ha comunicato nulla. Mentre guardavo il film, e sorridevo davanti alle mattane di un istrionico Pacino, annuivo comprensiva davanti ai problemi familiari del povero Christopher Walken, applaudivo alle performance del ringalluzzitissimo Alan Arkin e, in generale, mi chiedevo come avrebbero fatto finire Uomini di parola, mi rendevo tristemente conto di una cosa, ovvero che tutte queste sensazioni erano molto all'acqua di rose, perché non ero coinvolta. E questo nonostante carne al fuoco ce ne fosse molta, a partire da una riflessione sulla vecchiaia e i tempi andati, sull'importanza di "fare la cosa giusta", essere uno stand up guy sia durante le attività criminali che nei normali rapporti di amicizia, ecc. ecc.
Il problema di Uomini di parola è che è tutto troppo facile. Non c'è un vero momento in cui lo spettatore possa "temere" per il destino dei protagonisti, perché loro, nonostante la vecchiaia, si portano dietro un'aura di invincibilità a dir poco palpabile e, nonostante qualche piccolo contrattempo, affrontano ogni problema come se si trovassero in una pista da ballo: si sbaglia un passetto ma poi si riparte. Diretta conseguenza di questo è che anche le interpretazioni dei grandissimi attori coinvolti sembrano meno incisive rispetto ad altre, come se fossero loro stessi a rendersi conto di essere delle macchiette all'interno di un semplice divertissement. L'unico a fare eccezione, almeno in un paio di sequenze, è Alan Arkin, che interpreta il personaggio più "umano" e commovente. Inoltre, l'unica altra cosa che ho davvero apprezzato e che mi ha "scossa", per così dire, è finale aperto che riprende la bellezza dei quadri dipinti da Doc. Il resto, come ho detto, rientra nella definizione di "buon film senza particolari guizzi", da vedere sicuramente almeno una volta nella vita ma non da elevare a cult. Ed è un vero peccato, perché bastava poco per avvicinare Uomini di parola ad un altra pellicola dai temi simili ma molto più interessante, Cosa fare a Denver quando sei morto. Che, per inciso, vi consiglio di recuperare se non l'avete ancora fatto.
Di Christopher Walken (Doc), Alan Arkin (Hirsh), Julianna Margulies (Nina Hirsh) e Vanessa Ferlito (Sylvia) ho già parlato ai rispettivi link.
Fisher Stevens (vero nome Steven Fisher) è il regista della pellicola. Americano, è solo al suo secondo film dietro la macchina da presa ma, come attore, ci aveva deliziati tutti negli anni ’80 interpretando l’indiano di Corto Circuito. Anche produttore e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita.
Al Pacino (vero nome Alfredo James Pacino) interpreta Val. Uno dei più grandi attori viventi e, paradossalmente, MAI apparso sul Bollalmanacco ma spesso nominato, lo ricordo per film come Il Padrino, Serpico, Il Padrino – parte II, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Scarface, Dick Tracy, Il Padrino – Parte III, Scent of a Woman – Profumo di donna (che gli è valso l’Oscar come miglior attore protagonista), Carlito’s Way, Heat – La sfida, Donnie Brasco, L’avvocato del diavolo, Insomnia, S1m0ne e la meravigliosa miniserie Angels in America. Americano, anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 73 anni e due film in uscita.
Mark Margolis interpreta Claphands. Americano, ha partecipato a film come Scarface, Il segreto del mio successo, I delitti del gatto nero, Ace Ventura - L'acchiappanimali, Potere assoluto, Giorni contati, Hannibal, Daredevil, Il cigno nero e a serie come American Horror Story. Ha 74 anni e quattro film in uscita, tra cui Noé.
Trama: Val esce di prigione dopo 28 anni e viene accolto dal suo migliore amico, Doc. Sul suo capo però pende già una condanna a morte...
Uomini di parola è un bel film. Vecchio stampo come i suoi protagonisti, con una sceneggiatura solida che alterna momenti divertenti ad altri più seri e riflessivi, una regia classica, una bella fotografia e un gruppetto di grandissimi attoroni, tutti molto affiatati tra loro. La recensione potrebbe finire qui perché Uomini di parola, sulla carta, non ha alcun difetto. Però, dire che la recensione è finita qui indica già che qualche difetto, sotto la superficie, invece c'è, ed è qualcosa di molto soggettivo: la pellicola, per quanto perfetta, non mi ha comunicato nulla. Mentre guardavo il film, e sorridevo davanti alle mattane di un istrionico Pacino, annuivo comprensiva davanti ai problemi familiari del povero Christopher Walken, applaudivo alle performance del ringalluzzitissimo Alan Arkin e, in generale, mi chiedevo come avrebbero fatto finire Uomini di parola, mi rendevo tristemente conto di una cosa, ovvero che tutte queste sensazioni erano molto all'acqua di rose, perché non ero coinvolta. E questo nonostante carne al fuoco ce ne fosse molta, a partire da una riflessione sulla vecchiaia e i tempi andati, sull'importanza di "fare la cosa giusta", essere uno stand up guy sia durante le attività criminali che nei normali rapporti di amicizia, ecc. ecc.
Il problema di Uomini di parola è che è tutto troppo facile. Non c'è un vero momento in cui lo spettatore possa "temere" per il destino dei protagonisti, perché loro, nonostante la vecchiaia, si portano dietro un'aura di invincibilità a dir poco palpabile e, nonostante qualche piccolo contrattempo, affrontano ogni problema come se si trovassero in una pista da ballo: si sbaglia un passetto ma poi si riparte. Diretta conseguenza di questo è che anche le interpretazioni dei grandissimi attori coinvolti sembrano meno incisive rispetto ad altre, come se fossero loro stessi a rendersi conto di essere delle macchiette all'interno di un semplice divertissement. L'unico a fare eccezione, almeno in un paio di sequenze, è Alan Arkin, che interpreta il personaggio più "umano" e commovente. Inoltre, l'unica altra cosa che ho davvero apprezzato e che mi ha "scossa", per così dire, è finale aperto che riprende la bellezza dei quadri dipinti da Doc. Il resto, come ho detto, rientra nella definizione di "buon film senza particolari guizzi", da vedere sicuramente almeno una volta nella vita ma non da elevare a cult. Ed è un vero peccato, perché bastava poco per avvicinare Uomini di parola ad un altra pellicola dai temi simili ma molto più interessante, Cosa fare a Denver quando sei morto. Che, per inciso, vi consiglio di recuperare se non l'avete ancora fatto.
Di Christopher Walken (Doc), Alan Arkin (Hirsh), Julianna Margulies (Nina Hirsh) e Vanessa Ferlito (Sylvia) ho già parlato ai rispettivi link.
Fisher Stevens (vero nome Steven Fisher) è il regista della pellicola. Americano, è solo al suo secondo film dietro la macchina da presa ma, come attore, ci aveva deliziati tutti negli anni ’80 interpretando l’indiano di Corto Circuito. Anche produttore e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita.
Al Pacino (vero nome Alfredo James Pacino) interpreta Val. Uno dei più grandi attori viventi e, paradossalmente, MAI apparso sul Bollalmanacco ma spesso nominato, lo ricordo per film come Il Padrino, Serpico, Il Padrino – parte II, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Scarface, Dick Tracy, Il Padrino – Parte III, Scent of a Woman – Profumo di donna (che gli è valso l’Oscar come miglior attore protagonista), Carlito’s Way, Heat – La sfida, Donnie Brasco, L’avvocato del diavolo, Insomnia, S1m0ne e la meravigliosa miniserie Angels in America. Americano, anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 73 anni e due film in uscita.
Mark Margolis interpreta Claphands. Americano, ha partecipato a film come Scarface, Il segreto del mio successo, I delitti del gatto nero, Ace Ventura - L'acchiappanimali, Potere assoluto, Giorni contati, Hannibal, Daredevil, Il cigno nero e a serie come American Horror Story. Ha 74 anni e quattro film in uscita, tra cui Noé.
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