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domenica 25 ottobre 2020

Il processo ai Chicago 7 (2020)

Succede che il Bolluomo, vedendomi sull'orlo della depressione per un paio di festival mancati, ha deciso di acquistare proiettore, cavalletto e telone per trasformare il nostro piccolo ingresso in una sorta di cinema. Così ho deciso di inaugurare il tutto con un film che potesse piacergli e di provare con Il processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7), diretto e sceneggiato dal regista Aaron Sorkin.

Trama: sette attivisti, ai quali si aggiunge temporaneamente un membro delle Pantere Nere, vengono accusati di avere scatenato una rivolta durante la convention democratica del 1968 a Chicago. Il processo si rivela un'operazione più politica che giudiziaria, tra giudici palesemente di parte e soprusi inauditi...

Ormai vi sarete stancati di leggerlo, ma adoro la storia Americana, soprattutto quella degli anni '60 e '70, e non mi annoio mai di guardare film ambientati in quegli anni, ancor meglio se scoperchiano baratri fatti di pagine buie e vergogna sociale, ché va bene la terra della libertà ma anche un po' sticazzi, ormai lo sappiamo bene. Buio e vergogna sono due termini perfetti per riassumere la vicenda dei cosiddetti Chicago 7 (otto, se vogliamo contare anche Bobby Seale, aggiunto come indispensabile "quota di colore" per rendere gli altri imputati ancora più minacciosi), attivisti legati a diverse frange liberali che nel 1968, il giorno della Convention Democratica di Chicago, si sono ritrovati ad essere protagonisti di scontri con la polizia, per una serie di orribili circostanze che, come spesso accade, trasformano manifestazioni pacifiche in deliri violenti dove a farla da padrone sono i manganelli. All'alba dell'avvento di Nixon, evidentemente servivano dei capri espiatori per dei disordini che l'amministrazione Johnson aveva deciso di non perseguire, giusto per dimostrare il pugno di ferro del presidente e dei suoi collaboratori, e cosa c'è di meglio che un branco di liberali, hippie, neri, condannati per dare il contentino agli elettori repubblicani? Che poi il processo sia stato davvero una farsa, come ben mostrato nel film, con un giudice palesemente di parte e pronto a negare agli imputati i diritti più elementari (il trattamento riservato a Bobby Seale nella pellicola è una passeggiata a confronto di ciò che è successo nella realtà), poco importava all'epoca ed oggi, a vedere queste cose riportate sullo schermo, ci si sente male pensando che quarant'anni non sono bastati perché simili oscenità politiche, sociali e giuridiche sparissero dalla faccia del pianeta. 


Il processo ai Chicago 7 è dunque un legal drama nel senso più classico del termine, fatto di testimonianze, interrogatori, giurie e giudici, ma con tutto il materiale scottante a disposizione Aaron Sorkin lo trasforma da pellicola statica e soporifera a collage assai dinamico alternando il presente del processo (ovviamente, per esigenze di spettacolo, reso più accattivante sia nelle scelte narrative che nei dialoghi e persino nei costumi) a una serie di flashback in cui si cerca di ricostruire cosa sia effettivamente accaduto durante le rivolte, per arrivare a dei fast forward in cui tutto ciò che avviene nel corso del film viene raccontato attraverso la voce del più "spettacolare" dei protagonisti, l'animale da palcoscenico che risponde al nome di Abbie Hoffman. Quest'ultimo è interpretato meravigliosamente da un Sacha Baron Cohen che ruba spesso e volentieri la scena a quello che fin dall'inizio è connotato come il vero protagonista, anche in virtù della sua natura razionale, ovvero il Tom Hayden di Eddie Redmayne, e che conferisce al film la sua iniziale, ingannevole natura di dramma "comico", un po' alla Adam McKay; in realtà, sia Abbie Hoffman che Il processo ai Chicago 7 (che, per inciso, ha un cast di altissimo livello) sviano lo spettatore presentandosi inizialmente come allegri cazzoni, per poi mostrare, andando avanti, una natura ben più tragica e profonda di quanto si possa immaginare, al punto che arrivare alla fine del film senza aver avuto voglia di prendere una macchina del tempo per andare a sfasciare la testa a buona parte dei membri e dei testimoni dell'accusa è praticamente impossibile. Il processo ai Chicago 7 è un'opera che avrebbe meritato ben più di un passaggio su Netflix (che stavolta ha fatto il colpaccio) e avrebbe dovuto godere di sale cinematografiche piene, non solo di una breve comparsa in qualche città italiana fortunata. Indice dei tempi brutti che corrono, e chissà se torneremo mai a godere di simili film sugli schermi che gli competono. Per ora, accontentiamoci di Netflix

Del regista e sceneggiatore Aaron Sorkin ho già parlato QUI. Eddie Redmayne (Tom Hayden), Sacha Baron Cohen (Abbie Hoffman), Jeremy Strong (Jerry Rubin), John Carroll Lynch (David Dellinger), Mark Rylance (William Kunstler), Joseph Gordon-Levitt (Richard Schultz), Ben Shenkman (Leonard Weinglass), Frank Langella (Giudice Julius Hoffman), Michael Keaton (Ramsey Clark) e Caitlin FitzGerald (Agente Daphne O'Connor) li trovate invece ai rispettivi link.

J.C. Mackenzie interpreta Thomas Foran. Canadese, ha partecipato a film come The Aviator, The Departed - Il bene e il male, The Wolf of Wall Street, Molly's Game, The Irishman, The Hunt e a serie quali Alfred Hitchcock Presenta, L'ispettore Tibbs, Dark Angel, Detective Monk, CSI - Scena del crimine, 24, Desperate Housewives, Ghost Whisperer, Medium, CSI: Miami, Dexter e Hemlock Grove. Anche sceneggiatore, ha 50 anni. 

Il progetto del film esisteva già decenni fa: Steven Spielberg avrebbe dovuto dirigerlo e avrebbe dovuto incontrare Heath Ledger per parlare del ruolo di Tom Hayden ma l'attore è morto il giorno prima dell'incontro. Spielberg avrebbe inoltre voluto Will Smith per il ruolo di Bobby Seale. Parlando di tempi più recenti, Seth Rogen è stato rimpiazzato da Jeremy Strong. Se Il processo ai Chicago 7 vi fosse piaciuto recuperate Codice d'onore (lo trovate su Chili e altri servizi in streaming a noleggio), Philadelphia (su Amazon Prime Video) e La parola ai giurati (su ITunes). ENJOY!

martedì 5 luglio 2016

Bollalmanacco On Demand: Requiem For a Dream (2000)

Quanto siete dolci. Le richieste al Bollalmanacco On Demand si dividono tra esempi di alto cinema trash (ed ogni riferimento ad Obsidian è PURAMENTE casuale) oppure roba che mi prostra a terra per settimane, costringendomi a versare copiosi fiumi di lacrime. A quest'ultima categoria appartiene Requiem for a Dream, diretto e co-sceneggiato nel 2000 da Darren Aronofsky partendo dal romanzo Requiem per un sogno di Hubert Selby nonché richiesto da Arwen Lynch di La fabbrica dei sogni. Il prossimo film On Demand sarà Amadeus e io già fremo d'ignoranza... ENJOY!


Trama: il giovane Harry, la fidanzata Marion e l'amico Tyrone cercano di farsi strada tra gli spacciatori newyorchesi, distribuendo e facendosi di droga, mentre l'anziana madre di Harry, Sara, combatte invano la solitudine tentando di dimagrire per partecipare ad un ambito spettacolo televisivo...



A qualcuno queste parole non suoneranno nuove ma, a costo di ripetermi citerò paro paro un commento postato sulla mia pagina Facebook personale: "Sì, delirante, assurdo, bla bla bla... Ci fosse stata UNA persona che mi avesse detto che avrei pianto come un'imbecille" dopo la visione di Requiem for a Dream. Ma non l'avete ancora capito che sono una creatura sensibilissima, soprattutto alla mia veneranda età di 35enne, nella quale sento arrivare la solitudine e financo la morte per vecchiaia? Io mi aspettavo una roba sragionata come Il teorema del delirio, qualcosa di metaforico come Il cigno nero, non la versione malinconica di Trainspotting, con l'aggravante aggiunta della vicenda di una povera signora abbandonata dal figlio e talmente oppressa dalla solitudine da doversi attaccare alle false speranze offerte da uno show televisivo. Magari anche io dovrei documentarmi prima di affrontare certe pellicole o magari dovrei leggere meglio tra le righe del titolo: d'altronde il film di Aronofsky è davvero il requiem per la morte di quattro sogni metropolitani, sconfitti dalla fredda realtà al punto che l'unico modo di afferrarli è quello di addormentarsi per sempre (nella morte, nella follia, fate voi) o c'è il rischio che diventino degli incubi. Il problema è che se il sogno toccasse solamente chi lo brama, forse la questione potrebbe concludersi senza troppi danni, mentre purtroppo Requiem for a Dream racconta di quattro sogni intrecciati, l'esito positivo o negativo dei quali influenza direttamente quelli degli altri. Harry e Tyrone sognano di farsi un nome (e dei soldi) smerciando droga, Marion sogna una vita idilliaca al fianco di Harry, lontana dai genitori e senza bisogno di dipendere da loro (la conditio sine qua non però è che il ragazzo faccia i soldi), Sara sogna infine che il figlio possa avere un buon lavoro e una famiglia felice, così da poter affrontare con orgoglio e speranza la terribile solitudine della vecchiaia (ma per far avverare il suo sogno Harry deve perseguire il proprio, lasciandola sempre più sola e in balia di una chimera d'accatto). Apparentemente, il mezzo per l'ottima riuscita di tutte queste speranze è la droga, che purtroppo è anche e soprattutto una terribile arma a doppio taglio capace di rendere il mondo idilliaco per un po' prima di pugnalare brutalmente alle spalle trascinando le persone nell'abiezione più impensabile ed infrangendo tutte le loro illusioni.


Il cattivissimo Aronofsky palleggia con abilità le due facce di questa fuga dalla realtà dei quattro protagonisti, alternando momenti di puro idillio amoroso/familiare, con sequenze baciate dal sole in cui Harry e Marion vivono appieno il loro amore quasi adolescenziale e Sara diventa la "diva" del quartiere, curata e riverita da tutte le sue anziane amiche, ad allucinanti momenti da incubo caratterizzati non solo da un fortissimo senso del grottesco (il frigorifero "assassino", le rozze fattezze di Big Tim, di cui viene inquadrato soprattutto il sorriso predatorio, i volgari capelli rossi di cui fa mostra Sara nelle sue allucinazioni, il delirante pubblico del concorso a premi sono solo alcuni esempi) ma anche da una terribile malinconia e da un senso di annullamento definitivo, che mostra i protagonisti sempre più disperati e preda delle loro insane ambizioni. A fare da ironico ed amaro corollario sono le rapide sequenze in cui i personaggi assumono droga, caratterizzate da suoni in grado di palesare l'automatismo delle azioni e la conseguente, incosciente facilità con la quale Harry e gli altri gettano nel cesso la propria esistenza, più o meno inconsapevolmente. La bravura degli attori si sposa alla perfezione con questa crudele bellezza formale ricercata dal regista; accanto ai bravissimi e giovanissimi Jared Leto, Jennifer Connelly (entrambi all'apice della bellezza) e Marlon Wayans spicca una Ellen Burstyn che all'epoca aveva giustamente ricevuto la nomination all'Oscar come miglior attrice protagonista, ahimé strappatole da Julia Roberts per Erin Brokovich; il personaggio della Burstyn, con la sua fragilità emotiva e il bisogno disperato di riempire il vuoto all'interno della famiglia attraverso programmi televisivi ripetuti fino allo sfinimento, buca lo schermo e raggiunge con violenza il cuore dello spettatore facendolo sanguinare, costringendolo a testimoniare impotente mentre gli occhi dell'attrice si fanno sempre più spaventati e folli. Intanto, mentre scrivo a me viene sempre più il magone quindi mi fermo qui e, dopo aver degnamente ringraziato Arwen per la richiesta, vi consiglio di sorvolare sulla natura sproloquiante di questo post e di recuperare uno dei film più belli di sempre!


Del regista e co-sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Ellen Burstyn (Sara Goldfarb), Jared Leto (Harry Goldfarb), Jennifer Connelly (Marion Silver), Ben Shenkman (Dr. Spencer) e Keith David (Big Tim) li trovate invece ai rispettivi link.

Marlon Wayans interpreta Tyrone C. Love. Americano, lo ricordo per film come Scary Movie - Senza paura, senza vergogna... senza cervello!, Scary Movie 2 e Ladykillers. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 44 anni.


Christopher McDonald interpreta Tappy Tibbons.  Americano, ha partecipato a film come Grease 2, Thelma & Louise, Due irresistibili brontoloni, Flubber - Un professore tra le nuvole, The Faculty, L'uomo che non c'era, Spy Kids 2 - L'isola dei sogni perduti, Broken Flowers, Superhero - Il più dotato fra i supereroi e a serie come Hunter, Supercar, Ai confini della realtà, Quell'uragano di papà, Medium, I Soprano, Numb3rs e Broadwalk Empire; come doppiatore, ha lavorato per la serie Kim Possible. Anche produttore e regista, ha 61 anni e sei film in uscita.


Neve Campbell era stata la prima scelta per il ruolo di Marion ma l'attrice ha declinato dopo avere saputo che avrebbe dovuto girare scene di nudo. Detto questo, se Requiem for a Dream vi fosse piaciuto recuperate Perfect Blue di Satoshi Kon (anime citato nella scena in cui Marion urla all'interno della vasca) e ovviamente Arancia Meccanica e Trainspotting. ENJOY!



venerdì 17 aprile 2015

Bollalmanacco On Demand: Pi greco - Il teorema del delirio (1998)

Torna il Bollalmanacco On Demand con la sfida della fan facebookiana Silvia, ovvero guardare Pi greco - Il teorema del delirio (Pi), diretto e co-sceneggiato nel 1998 dal regista Darren Aronofsky, senza farmi esplodere la testa. Se sarò ancora viva, il prossimo film On Demand sarà Incubo sulla città contaminata. ENJOY!


Trama: Max è un matematico afflitto da costanti mal di testa che lo portano ad avere allucinazioni e perdite di coscienza. Quando, durante le sue ricerche, si imbatte in una sequenza di 216 numeri si convince di avere trovato il numero di Dio, in grado di racchiudere in sé l'intera essenza del creato...


Mi pare doveroso iniziare il post su Pi greco - Il teorema del delirio con la solita, tediosa premessa autobiografica. Di matematica, geometria, trigonometria e quant'altro non capisco nulla. Di più, non ricordo nemmeno quello che ho studiato alle medie e alle superiori, tabula rasa. Io sono quella, assieme a mia madre, che appena viene costretta a fare un calcolo che supera le dieci unità gestibili dalle dita delle mani sente letteralmente gli ingranaggi del cervello bloccarsi con un sonoro "clac!". Il pi greco, la sezione aurea, tutte quelle belle teorie matematiche enunciate dal protagonista del film sono per me lontani ed inutili ricordi sfumati in un lontanissimo passato, pertanto ho scelto consapevolmente (e, sinceramente, poco m'importa di venire criticata per questo) di guardare Pi greco - Il teorema del delirio affidandomi solo alle immagini, cercando di cogliere il senso generale della vicenda di Max senza sforzarmi di capire dialoghi e monologhi, come avrete capito leggendo la trama sicuramente scritta in modo sbagliato. Questa apparentemente inutile premessa vuole farvi capire la potenza della pellicola di Aronofsky, che è riuscita a coinvolgere e riempire d'angoscia persino un'ignorante come me, trascinandomi di peso nelle fobie di Max, nella sua alienante ricerca della conoscenza, nei meandri di quella ossessione che lo porta ad essere sempre più paranoico, isolato dal mondo, fisicamente e mentalmente malato, terribilmente infelice. Narratore inattendibile ed allucinato, perso nell'egoistica contemplazione di questi freddi numeri che dovrebbero governare il mondo e simbioticamente legato ad un computer battezzato Euclide, Max racconta in prima persona il suo distacco sia dalla società (rappresentata dalla misteriosa società azionaria alla disperata ricerca del numero misterioso) che dalla religione (gli inquietanti e visionari ebrei capitanati dal logorroico Lenny e dal rabbino Cohen), mentre attorno a lui le persone continuano a vivere, fare sesso oppure "affrontare" la matematica in maniera innocente, come fosse un gioco.


Rinunciando a capire a fondo Pi greco - Il teorema del delirio, sono riuscita ad immergermi completamente in quello scioccante bianco e nero utilizzato da Aronofsky, arrivando alla conclusione che nessun effetto speciale, nessuna fotografia a colori potrà mai terrorizzarmi ed inquietarmi quanto delle sequenze fatte solo di luce abbacinante ed ombra impenetrabile. Come già era successo guardando Tetsuo, non importa quanto una pellicola sia incomprensibile perché il bianco e nero evidentemente è in grado di penetrare a fondo nella mia mente e causarmi un disagio incredibile; le nerissime formiche che invadono il sancta sanctorum di Max, il tremolio delle sue mani accompagnato da un terribile fischio perfora timpani, l'intrico di cavi e microchip che sembrano quasi volergli penetrare nella carne, tutte le sequenze che prevedono il primo piano di un cervello martoriato sono segmenti che sono riusciti a turbarmi più di qualsiasi horror. Sean Gullette, poi, si annulla completamente all'interno del personaggio di Max; gli insistenti primi piani dei suoi occhi allucinati, le riprese sghembe che lo vedono contorcersi per il dolore e i cambiamenti fisici a cui viene sottoposto mano a mano che il film prosegue sono tutti elementi in grado di portare lo spettatore ad empatizzare con un protagonista che, perdonate il bisticcio di parole, è quasi disumano nella sua umanissima ricerca della conoscenza. Pur non condividendo né comprendendo le ragioni che spingono Max a diventare più cervello elettronico che uomo (d'altronde, quando il numero compare per la seconda volta il protagonista va in tilt com'è successo a Euclide) sono riuscita ad interessarmi alla sua vicenda e a rimanere affascinata davanti alle scelte stilistiche di Aronofsky e sono giorni che mi rigiro nella mente le immagini, i suoni e le parole di cui è composto Pi greco - Il teorema del delirio. Che è davvero delirante ma anche tanto bello e gratificante da vedere, semplicemente per il modo in cui riesce ad affermare la natura artistica del Cinema e a rapire lo spettatore pur lasciandolo consapevole della sua inadeguata ignoranza. Armatevi di coraggio e guardatelo, ve ne innamorerete!


Del regista e co-sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Di Ben Shenkman (Lenny Meyer) e Mark Margolis (Sol Robeson) ho parlato invece ai rispettivi link.

Sean Gullette interpreta Maximillian Cohen. Americano, ha partecipato a film come Happy Accidents e Requiem for a Dream. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 47 anni.


Se Pi greco - Il teorema del delirio vi fosse piaciuto non saprei cosa consigliarvi di guardare per quel che riguarda altre pellicole attinenti al tema, ma rimanendo nell'ambito film "strani" recuperate senza indugio Il cigno nero, Mulholland Drive, Cube - Il cubo, Essere John Malkovich, Moon e Dark City. ENJOY!


domenica 8 marzo 2015

Bollalmanacco On Demand: Angels in America (2003)

E' un po' che non scrivo più dei post a richiesta e chiedo scusa a tutti quelli che ancora stanno aspettando il film desiderato. Ricomincio oggi con la miniserie televisiva Angels in America, diretta nel 2003 dal regista Mike Nichols e tratta dalla pièce teatrale Angels in America - Fantasia gay su temi nazionali di Toni Kushner. Ringrazio Toto per la richiesta e vi informo che il post sarà diviso in paragrafi che seguono la struttura della serie; inoltre, il prossimo film On Demand sarà Pi greco - Il teorema del delirio. ENJOY!


Trama: alla fine degli anni '80 assistiamo alle vicende di individui molto sfortunati. Il malvagio avvocato Roy Cohn scopre di avere l'aids mentre il suo giovane protetto Joe capisce di non provare più attrazione fisica per la moglie depressa Harper. Anche Prior, omosessuale, ha contratto l'aids ma i primi stadi della malattia, oltre a causare la fuga del fidanzato Louis, lo mettono anche in contatto con fenomeni inspiegabili...




Millennium Approaches 

Bad News
Bad News è, come si evince dal titolo, l’atto che introduce tutti i personaggi attraverso le brutte notizie che vengono loro comunicate (terribili figlie del Nuovo Millennio, appunto) e che porteranno il caos nella loro vita. Una vita non necessariamente soddisfacente perché, se è vero che l’avvocato Roy è all’apice del potere mentre Louis e Prior sono felicemente innamorati, la coppia formata dall’impasticcata Harper e dal represso Joe è invece allo sfascio e tenuta assieme a malapena dal loro essere mormoni. La religione pare farsi beffe del destino a cui vanno incontro i personaggi e non offre consolazione né consigli (emblematica la scena del rabbino) a chi ormai ha perso ogni speranza ed affronta la tragedia nei modi più goffi e umani, chi stordendosi di valium, chi rifiutando di parlare della morte, chi negando la propria natura e chi affidandosi a potere e conoscenze altolocate. L’unico che prende di petto la sua malattia, nascondendo il proprio terrore con una maschera d’ironia e cinismo senza tuttavia negarla, è Prior che, non a caso, oltre ad essere il vero protagonista, è anche il primo a riuscire ad avvicinarsi consapevolmente al “divino” o, meglio, all’angelico (la visione di Harper non la conterei visto che Mr. Bugia si presenta più come un’allucinazione che come angelo); allo stesso modo è emblematico che siano lui e Harper, i due personaggi più “veri” e in qualche modo innocenti, ad incontrarsi ed illuminarsi vicendevolmente nel meraviglioso sogno cinefilo dell’uomo, un toccante trionfo di citazioni che spaziano da Cocteau a Wilder. A parte questo momento visionario, comunque, Bad News è un introduzione piuttosto realistica, ironica e spietata ai temi principali (omosessualità, malattia, religione) che verranno trattati in Angels in America.


In Vitro
In base a quel che dice Wikipedia, uno studio In Vitro viene effettuato su un organismo isolato dal suo tipico ambiente biologico, staccato dall'organismo principale. Effettivamente, l'isolamento ed il distacco sono ciò che stanno provando i protagonisti della miniserie e l'occhio impietoso del regista e dello sceneggiatore sono lì per testimoniare gli effetti di quello che parrebbe un crudele esperimento divino. Louis ha ormai lasciato Prior, terrorizzato dalla sua malattia, Joe non riesce più a negare la sua omosessualità ma non ha nessuno con cui affrontare questa presa di coscienza (la telefonata con la madre è allo stesso tempo angosciante ed esilarante per il modo in cui lei rifiuta di ascoltare il figlio e lo "bacchetta" neanche fosse un tredicenne...), la moglie Harper si nasconde nel suo mondo immaginario e l'unico che sembra non aver cambiato vita è l'odioso Roy Cohn, reso semmai ancora più laido ed arrogante dalla scoperta della malattia. In Vitro è un segmento di passaggio, dove vengono appena accennate le misteriose intenzioni dell'angelo che parla con Prior, con grandissime prove attoriali di tutti i coinvolti (Al Pacino, Patrick Wilson e, soprattutto, Justin Kirk) e uno stupendo, incalzante montaggio nella sequenza finale che vede Harper e Prior sfogare tutta la loro rabbia e delusione verso i rispettivi partner, ancora una volta lontani, sconosciuti eppure uniti nel dolore.


The Messenger
Finalmente, nell'ultimo atto del primo capitolo l'angelico Messaggero di cui tanto si è parlato in precedenza arriva, lasciando gli spettatori basiti ed incerti quanto il povero Prior che, per tutto l'episodio, è stato vittima di quelle che potrebbero essere solo allucinazioni ma anche reali segnali dell'arrivo di un angelo. Un messaggero va a trovare anche il disgustoso e sempre più biasimevole Roy Cohn, un messaggero di morte incarnato dal fantasma di Ethel Rosenberg (una favolosa Meryl Streep), fatta condannare alla pena capitale dallo stesso avvocato. La prima parte di Angels in America si conclude così col botto, allontanandosi di prepotenza dal "realismo" iniziale e spingendo maggiormente il piede sull'accelleratore del fantastico; lo spettatore viene preparato a quello che verrà dopo e viene deliziato da un paio di ironiche trovate, come quella di prendere due impomatati antenati di Prior (Michael Gambon e Simon Callow, nientemeno!) e farglielo perseguitare con i loro esilaranti siparietti.


Perestroika

Stop Moving!
Dopo averlo visto brevemente alla fine di The Messenger, l'angelo America si è manifestato in tutto il suo fulgore, come racconta l'incredulo Prior ad un ancor più incredulo Belize. C'è da dire che di tutta la serie questo capitolo è il più trash (il funerale della Drag Queen è meravigliosamente kitsch), nonché quello che soffre maggiormente il passare degli anni: da un lato c'è il teatrale angelo interpretato da Emma Thompson, col suo ridondante ed egoistico "Io, io, io!" e le sue anche troppo umane gaffes, dall'altro c'è la distruzione che l'alata creatura reca con sé, realizzata con effetti speciali ormai datati. Il tempo passa per gli occhi, ovviamente, ma non per il cuore: le intenzioni di America sono chiare e terribili oggi come allora, così come è palpabile la sofferenza del povero Prior, Profeta costretto a farsi portatore di un messaggio non di speranza, bensì di rinuncia e rassegnazione, ben sintetizzato dal titolo originale dell'episodio. Una "stasi" che pare affliggere tutti gli altri protagonisti, bloccati nelle loro personali sofferenze terrene e che si ripercuote sull'intero capitolo, molto dialogato e lento (ma non per questo meno bello degli altri).


Beyond Nelly
"He made me feel beyond nelly" (nella versione italiana "Mi ha scatenato una tempesta ormonale") è ciò che esclama Prior dopo aver finalmente visto Joe, nel frattempo diventato la nuova fiamma di Louis e in procinto, neanche a dirlo, di venire scaricato perché troppo innamorato del personaggio più egoista e stronzo dell'intera opera. Il capitolo lascia da parte le questioni "angeliche" e si concentra essenzialmente sui vari intrecci sentimentali presenti nella serie, sia quelli palesi che quelli più nascosti; i personaggi si confrontano tra loro, sviscerando i propri sentimenti e il proprio dolore, trascinati dalle loro emozioni fino a compiere gesti che sfiorano l'autolesionismo. In questo penultimo capitolo, dominato dalle figure di Belize e Hannah (la madre di Joe, sempre interpretata da Meryl Streep), pacati numi tutelari degli incredibili casi umani che li circondano, tutti gettano la maschera ma nessuno riesce ancora a trovare la strada per ricominciare a vivere o, perlomeno, per cercare redenzione.


Heaven, I'm in Heaven
E se leggete il titolo canticchiandolo come farebbe Fred Astair fate benissimo visto che l'ultimo capitolo di Angels in America chiude il cerchio delle citazioni cinematografiche con l'ennesima rappresentazione ispirata a Cocteau (in questo caso il film a cui viene reso omaggio è Orfeo e la sequenza è stata girata a Villa Adriana). Gli angeli e il paradiso diventano i protagonisti indiscussi dell'episodio, così come i concetti di morte, redenzione, perdono e, soprattutto, cambiamento. La cosiddetta Perestroika, il rapido progresso in grado di distruggere e lasciarsi alle spalle il passato, è il "movimento" che abbracciano tutti i protagonisti di Angels in America ad eccezione del terribile Roy, coerente con sé stesso fino alla fine; l'invito dell'angelo America a "fermarsi" prima di andare incontro ad un orribile destino viene giustamente rifiutato per cercare di raggiungere, anche nel dolore, ciò che ci rende umani e che può portarci a cambiare e migliorare: la Speranza. Heaven, I'm in Heaven è, assieme a In Vitro, l'episodio più emozionante di tutta la serie e riesce a commuovere lo spettatore fino alle lacrime, lasciandolo preda di un'insaziabile desiderio di poter continuare a "spiare" nelle vite di Prior, Harper, Belize e Hannah, personaggi che, dopo questa lunghissima ed incredibile miniserie, sono riusciti a bucare lo schermo e diventare parte di noi.


Riassumendo, Angels in America, questa "Fantasia gay su temi nazionali", è un'opera grandiosa, per quel che mi riguarda ancora insuperata nel vasto parco delle produzioni televisive. Il tempo, come ho detto più su, è stato abbastanza impietoso con la regia e con gli effetti speciali, leggermente piatta la prima e un po' datati i secondi, ma davanti alle interpretazioni magistrali degli attori e al messaggio ancora molto forte dell'opera in sé (il monologo finale di Prior e il saluto rivolto al pubblico spezzano il cuore e Belize, apparentemente il personaggio più frivolo della serie, è capace di mostrare una saggezza ed un'umanità incredibili) questo è un dettaglio su cui si può tranquillamente sorvolare. La serie è caratterizzata da un'incredibile ironia e dalla contemporanea capacità di affrontare, senza mai scivolare nel patetismo o nella caricatura, temi difficili come la condizione degli omosessuali all'interno della società, il cieco terrore della malattia, i cambiamenti politici e sociali di un'epoca, la depressione e il senso di inadeguatezza e solo per questo meriterebbe l'impegno di passare quasi sei ore con gli occhi incollati allo schermo. Meravigliosa infine, anche a distanza di un decennio, la "sigla" iniziale in cui la telecamera sorvola i cieli d'America per poi fermarsi sul volto della statua di Bethesda, a Central Park, sulle note dello splendido, toccante score composto da Thomas Newman. La trovate QUI e vi sia di incoraggiamento per recuperare questo capolavoro (sì, non esagero!) di inizio millennio se ancora non l'avete visto.


Di Al Pacino (Roy Cohn), Meryl Streep (Il Rabbino/ Ethel Rosenberg/ Hannah Pitt/l'angelo Australia), Emma Thompson (l'infermiera Emily/ la barbona/ l'angelo America), Mary-Louise Parker (Harper Pitt), Jeffrey Wright (Mr. Bugia/ Norman "Belize" Ariaga/ il barbone/l'angelo Europa), Patrick Wilson (Joe Pitt), James Cromwell (il dottore di Roy) e Michael Gambon (il primo antenato di Prior) ho già parlato ai rispettivi link.

Mike Nichols (vero nome Michael Igor Peschkowsky) è il regista del film TV. Tedesco, ha diretto film come Chi ha paura di Virginia Woolf?, Il laureato (che gli è valso l'Oscar come miglior regista), Heartburn - Affari di cuore, Una donna in carriera, A proposito di Henry, Wolf - La belva è fuori, Piume di struzzo e Closer. Anche produttore, attore e sceneggiatore, è morto nel 2014 all'età di 83 anni.


Justin Kirk interpreta Prior Walter. Americano, ha partecipato a serie come Jarod il camaleonte, CSI - Scena del crimine e Weeds. Ha 45 anni.


Ben Shenkman interpreta Louis Ironson e l'angelo Oceania. Americano, ha partecipato a film come Pi greco - Il teorema del delirio, Attacco al potere, Blue Valentine e a serie come Grey's Anatomy. Ha 46 anni.


Simon Callow interpreta il secondo antenato di Prior. Inglese, ha partecipato a film come Amadeus, Camera con vista, Casa Howard, Quattro matrimoni e un funerale, Street Fighter - Sfida finale, Jefferson in Paris, Ace Ventura - Missione Africa, Shakespeare in Love, Il fantasma dell'Opera e a serie come Doctor Who. Anche sceneggiatore e regista, ha 66 anni e due film in uscita.


Tra gli attori compare anche Toni Kushner, che ha scritto l'opera teatrale e che sarebbe uno dei rabbini con i quali parla Louis nel primo episodio. Rimanendo sempre in tema di attori, Jeffrey Wright è l'unico membro del cast originale di Broadway ad avere partecipato anche all'adattamento televisivo; la produzione londinese del 1992 di Angels in America, invece, vedeva tra gli attori protagonisti nientemeno che Jason Isaacs nel ruolo di Louis e Daniel Craig in quelli di Joe! E ora passiamo a chi "non ce l'ha fatta". A dirigere inizialmente la serie avrebbe dovuto essere Robert Altman, cosa che ha spinto Al Pacino ad avvicinarsi al ruolo di Roy Cohn, per il quale era stato preso in considerazione anche Dustin Hoffmann; Jodie Foster invece era stata considerata per il ruolo dell'angelo America. ENJOY!


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