E' uscito ieri in tutta Italia il film
Moonlight, diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista
Barry Jenkins (partendo dalla pièce teatrale
In Moonlight Black Boys Look Blue di
Tarell Alvin McCraney) e candidato a otto premi
Oscar (Miglior Film,
Mahershala Ali Miglior Attore Non Protagonista,
Naomie Harris Migliore Attrice Non Protagonista, Miglior Regia, Miglior Fotografia, Miglior Montaggio, Miglior Colonna Sonora Originale e Miglior Sceneggiatura Non Originale).
Trama:
Chiron è un bambino timido, vessato dai bulli ed oppresso da una madre dipendente dalle droghe. Crescendo, si scoprirà gay e sarà costretto a nascondere questa parte di sé per sopravvivere nelle zone malfamate di Miami...
Avevo cominciato a guardare
Moonlight con un senso di stanchezza soverchiante. Chi era andato all'anteprima non ne aveva detto benissimo, dopo una settimana di film "pesi" il mio cervello aveva un po' bisogno di svago e sinceramente l'idea di guardare l'ennesima pellicola avente per protagonisti personaggi musoni e problematici mi sorrideva davvero poco. Per tutti questi motivi, ho patito davvero tanto l'inizio di
Moonlight, al punto che mi sono chiesta con un po' di nervosismo dove volesse andare a parare
Barry Jenkins con la trita storia di un bimbo privo di figure genitoriali (la madre sarebbe meglio non ci fosse visto che le uniche interazioni che ha col figlio sono distorte dai fumi del crack) che, ironia della sorte, trova in uno spacciatore quel padre che gli è sempre mancato. Tra un silenzio cupo del piccolo Chiron, la parlata del ghetto messa in bocca a
Mahersala Ali, che come attore non mi ha mai fatta impazzire, e in generale un senso di "già visto", ero quasi pronta ad infilare
Moonlight nei diludendo dell'anno. Invece, a poco a poco, questo "blues cinematografico" ha penetrato la mia corazza indurita dalle troppe visioni pre-
Oscar. Il blu è un colore caldo, si diceva in un film. In realtà, qui il blu è il colore della tristezza, delle lacrime silenziose che minacciano di riempire una persona fino a farla scomparire, qualcosa che si può vedere solo alla luce della luna, quando la notte accoglie quei segreti che non possono essere rivelati di giorno. Chiron è un individuo “blue”, nell’accezione più malinconica del termine, una creatura tormentata ed incapace di integrarsi nell’ambiente in cui è nato, reso diverso da “qualcosa” di cui né lui né gli altri sono pienamente consapevoli ma che comunque, innegabilmente, c’è. E’ dura la vita per le persone di colore, così viene detto ad un certo punto nel film, ma questa volta non si parla di schiavitù o diritti civili negati, bensì di una durezza insita in un certo tipo di ambiente sociale all'interno del quale gli uomini (i maschi) devono essere forti, sicuri di sé, eterosessuali e possibilmente con la fedina penale sporca; che queste scelte di vita derivino necessariamente da un ambiente sociale malsano poco importa, perché esse sono le uniche possibili, e non importa neppure quanto una persona sia buona "dentro", perché quella bontà d'animo non può venire mostrata in pubblico. In
Moonlight queste problematiche vengono contestualizzate all'interno di un ambiente ben preciso ma la storia che racconta è universale e consente di provare un'empatia fortissima verso il protagonista, giovane ragazzo di colore costretto a rinnegare la propria identità, farla a pezzi e ricostruirla per evitare di soccombere e venire ferito non solo fisicamente ma anche nel cuore.
Diviso in tre capitoli, ognuno introdotto dal nome con cui viene definito il protagonista in una determinata fase della vita (Little da bambino, Chiron nell'adolescenza e Black nella maturità),
Moonlight è un film fatto di pochi dialoghi di incredibile profondità e di moltissimi silenzi, intervallati qua e là dalle espressioni tipiche di una realtà malfamata e talmente realistica da sembrare quasi una caricatura di sé stessa. Tra una botta di "nigga", un bling e un gesto da rapper, il dramma umano di Chiron si consuma nelle notti solitarie, negli intensi primi piani che
Barry Jenkins regala ai tre attori che interpretano il protagonista nei vari capitoli (tutti bravissimi, per inciso) e nei pochi confronti con le figure chiave della sua vita, ovvero lo spacciatore Juan, la sua fidanzata Teresa, l'amico Kevin e la madre tossicodipendente, tutte necessarie per capire il percorso compiuto da Chiron dall'infanzia ad una presupposta maturità. Temi come la tossicodipendenza, l'omosessualità e la libertà individuale vengono trattati con una delicatezza incredibile e, soprattutto, mai in modo banale; non mi ritengo un'esperta di cinema "gay" (Dio che brutta definizione...) ma raramente mi è capitato di vedere trasposto sullo schermo un sentimento complesso che non si esaurisse nella mera espressione fisica dell'amore, bensì si esprimesse nel tempo con un mix di amicizia virile, tenerezza, complicità, attrazione, rimpianto e tanta malinconia, il tutto nel lasso di un tempo brevissimo. Forse solo
Carol era riuscito ad esprimere tutte queste cose ma il film di
Haynes, per quanto bellissimo, era molto patinato, qui
Barry Jenkins riesce invece ad esprimere le molteplici anime di un ambiente difficile come il "ghetto" di Miami, trasmettendo allo spettatore la natura triviale di quella società in modo crudo e raffinato allo stesso tempo. Mi spiace, vorrei esprimermi meglio ma non è facile, perché
Moonlight ha un fascino particolare e impossibile per me da spiegare a parole, interamente legato alla regia, al montaggio e alla colonna sonora, un mix di melodie che incarnano perfettamente le contraddizioni della vita del protagonista. Alla fine di
Moonlight mi sono rimaste due immagini splendide, quella di una bravissima
Naomie Harris che sfoga tutto l'odio e la vergogna in un urlo silenzioso rivolto al figlio e quella finale, virata in blu, che mi ha ricordato tantissimo la sequenza conclusiva de
I 400 colpi. Insomma, ora capisco perché
Moonlight è stato così apprezzato oltreoceano e vi consiglio di guardarlo: magari non vi colpirà subito ma vi rimarrà nel tempo.
Di
Mahershala Ali, che interpreta Juan, ho già parlato
QUI mentre
Naomie Harris, che interpreta Paula, la trovate
QUA.
Barry Jenkins è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come
Medicine for Melancholy. Anche produttore e attore, ha 38 anni e un film in uscita.
Janelle Monáe, che interpreta Teresa, ha partecipato anche a
Il diritto di contare nel ruolo di Mary Jackson mentre
André Holland, che interpreta Kevin da adulto, era Matt in
American Horror Story Roanoke. Se
Moonlight vi fosse piaciuto recuperate
Angels in America e
I 400 colpi. ENJOY!