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venerdì 21 aprile 2023

Air - La storia del grande salto (2023)

Stavo quasi per perderlo, poi le recensioni entusiaste mi hanno convinta ad andare a vedere Air - La storia del grande salto (Air), diretto dal regista Ben Affleck.


Trama: Sonny Vaccaro, consulente della divisione basket di una Nike in crisi, cerca di assicurarsi Michael Jordan come volto per promuovere una nuova linea di scarpe...


Il motivo per cui stavo quasi per snobbare Air risiede nel mio atavico disinteresse verso ogni cosa che sia anche solo lontanamente legata allo sport; in particolare, di basket so solo che, da ragazzina, mi piacevano i cappellini della NBA per i colori sgargianti delle squadre e che Michael Jordan ha partecipato a Space Jam, quindi il mio terrore era quello di non capire una mazza del film e di farmi due palle cubiche. Poi hanno cominciato ad arrivare le prime recensioni positive e la quasi unanime consacrazione di Air a film da recuperare assolutamente, quindi, contando anche che al Bolluomo il basket piace, ho colto la palla al balzo per passare la domenica sera in sala. Finita la visione, sono stata molto contenta di guardare Air. Il film, co-sceneggiato dallo stesso Ben Affleck e da Matt Damon, nonostante i due non siano citati come sceneggiatori nei credits, è il classico "drama" USA in cui il destino di un'azienda e di tutti quelli che ci lavorano è affidato al carisma di una sola persona, che si fa carico di un compito apparentemente impossibile da portare a termine mentre chi lo circonda, alternativamente, lo aiuta o gli mette i bastoni tra le ruote. Nel caso in questione, Air racconta la storia "vera" di Sonny Vaccaro, il quale, per evitare il tracollo di una Nike che negli anni '80 rischiava il fallimento, ha puntato tutto su un promettente giocatore di basket di nome Michael Jordan, già all'epoca conteso da Adidas e Converse ma non ancora diventato la stella di fama mondiale che conoscono persino le capre come me. Detto questo, Air non deve però venire considerato una celebrazione di Vaccaro, della Nike o di Jordan (il quale non viene quasi mai inquadrato, se non di spalle, o mostrato in poche immagini d'archivio; al limite, la celebrazione viene riservata a Deloris Jordan, dipinta come donna di raro acume ed intelligenza, oltre ad avere fiuto per gli affari), quanto piuttosto la fotografia di un sogno americano appoggiato sulle fragilissime spalle di scommesse più o meno rischiose, dove contano sì il carisma e la capacità di capire come sta girando il vento, ma soprattutto contano le botte di culo, e se non arrivano la conseguenza è la distruzione di vite e famiglie, sacrificate al dio denaro e al capitalismo, o ai capricci di un ragazzino che vuole una Mercedes rossa, se per questo. 


Lapalissiano, in tal senso, è il bellissimo, commovente monologo pronunciato da Matt Damon per convincere Jordan a dare una chance alla Nike, interamente imperniato sul coraggio necessario a compiere il "grande salto" del titolo italiano, sulla forza indispensabile per sopportare i dolori che, inevitabilmente, verranno con le gioie, perché il rischio è quello che abbiano un peso identico se non addirittura maggiore; e altrettanto bella, a mio avviso, è l'inquadratura che, all'improvviso, si apre a mostrare per intero l'open space di cui gli uffici di Sonny e Rob Strasser sono solo una piccola parte, quella parte su cui, fino a quel momento, si sono inevitabilmente concentrate le attenzioni dello spettatore, dimentico (come del resto Sonny) della presenza di altre persone destinate a venire pesantemente influenzate dall'esito della scommessa di Vaccaro, collateral damages i cui nomi non verranno ricordati come quello di Jordan, certo, ma che sono stati comunque indispensabili per consacrarlo alla gloria imperitura. Questi, a mio avviso, sono i picchi più alti di un film ben scritto, ben diretto da un Ben Affleck sempre più sicuro dietro la macchina da presa (e più valido come regista che come attore, ma questa ormai sembra quasi una banalità da scrivere) e arricchito dal cast delle grandi occasioni. Senza nulla togliere a Matt Damon, assai bravo a reggere il film come protagonista, i miei preferiti sono Viola Davis, che spicca nei panni di una Deloris Jordan intensa ed elegante, Jason Bateman, il quale si conferma uno degli attori più versatili della sua generazione, e Chris Messina, volgarissima ed esagitata fonte delle poche ma sentite risate che mi sono fatta guardando Air. Personalmente, non lo considero il film dell'anno, ma è comunque una pellicola bella ed interessante, che merita di essere vista. Non perdetelo!


Del regista Ben Affleck, che interpreta anche Phil Knight, ho già parlato QUI. Matt Damon (Sonny Vaccaro), Jason Bateman (Rob Strasser), Chris Messina (David Falk), Viola Davis (Deloris Jordan), Chris Tucker (Howard White) e Marlon Wayans (George Raveling) li trovate invece ai rispettivi link. 


Nel cast ciccia fuori un altro degli Skarsgård, Gustaf, che nel film interpreta Horst Dassler. Julius Tennon, che interpreta il padre di Jordan, è il marito di Viola Davis anche nella realtà. Se Air vi fosse piaciuto recuperate La grande scommessa. ENJOY!

martedì 17 agosto 2021

The Suicide Squad - Missione suicida (2021)

Quale modo migliore per festeggiare la riapertura del multisala di Savona se non andando a vedere The Suicide Squad - Missione suicida (The Suicide Squad), diretto e sceneggiato dal regista James Gunn?


Trama: il governo americano riunisce la squadra di antieroi nota come Suicide Squad per recuperare una pericolosissima arma da un piccolo paese del Sud America...


Suicide Squad
è il miglior esempio di quello che potrebbe succedere al cinema seriale se gli Autori venissero lasciati liberi di fare gli Autori e se coordinatori/produttori/deus ex machina assortiti non si mettessero in mezzo alle palle cercando di uniformare ogni cosa e modificarla per renderla più a misura di bambino. Messo accanto a quella cacca fumante che era Suicide Squad di Ayer diventa anche un meraviglioso esempio di come fare un film senza sbagliare casting, sceneggiatura, tempistiche ed inquadrature, ché se hai un branco di fuorilegge senza pietà non puoi buttare lì Will Smith che non ammazza perché poi la figlia piange, né fare del culo di Margot Robbie l'highlight di una storia noiosissima che nessuno mai ricorderà. Ma d'altronde, non è che tutti possono essere James Gunn, anche perché sarebbero buoni tutti a fare il film cazzone senza capo né coda, magari trasformando il tutto in un infinita serie di siparietti dedicati a personaggi che ammazzano male le persone e fanno a gara a chi è più sgradevole e pazzo. Ci vuole equilibrio anche nella follia, un minimo di cuore, la gioia di infilare in un prodotto di mero intrattenimento tutta una serie di cose palesemente amate dal regista e sceneggiatore amalgamandole alla perfezione col materiale di partenza, la lucidità di prendere tutto quello che non andava nel primo Suicide Squad (con tutto che Ayer è stato ringraziato nei titoli di coda) e di mandarlo al diavolo col sorriso sulle labbra, tirando delle croci rosse talmente evidenti che ad ogni stortura raddrizzata non potevo fare altro che ringraziare. E così, ecco che il film più divertente dell'estate è un Suicide Squad meets Slither (tanto la Troma l'avete già citata tutti, quindi ne faccio a meno) con "delicatissimi" tocchi di Quella casa nel bosco ed echi di Garth Ennis, all'interno del quale ogni cliché del cinema di supereroi viene smontato con una risata o ricoperto da laghi di sangue e dove non solo i personaggi principali, ma persino quelli secondari non fanno quello che ci si aspetterebbe da loro, col risultato di far perdere completamente la cognizione del tempo dello spettatore, perché non direste mai che il film duri più di due ore. 


Suicide Squad
sorprende fin dai primi dieci minuti, davanti ai quali vi sfido (ovvio, se siete come me che non guardo più i trailer) a non rimanere con la mascella slogata e anche un po' con la lacrima nell'occhio davanti a uno Shyamalan twist tra i più scioccanti della storia dei cinecomic "seri" e continua con l'asticella dell'assurdo e del sangue posta sempre più in alto, dribblando agilmente il sapore finto di alcuni momenti strappalacrime grazie alla presenza di personaggi comunque ben caratterizzati dei quali arriva ad importarci se finiranno morti malissimo o meno, anche nel caso in cui non abbiate idea di quali siano le loro controparti cartacee, com'è successo a me. A differenza di Ayer, Gunn riesce a ritagliare ad ognuno dei suoi antieroi lo spazio necessario per esprimere la propria personalità e per integrarsi nella trama generale del film, preferendo talvolta lasciare parlare solo i "fatti", senza ricorrere a imbarazzanti dialoghi, magari con personaggi secondari utilizzati solo per definire meglio quelli principali, e soprattutto li mette di fronte non solo a una minaccia schifosetta e terribile, ma anche al marciume presente all'interno dell'intelligence USA: in questo caso, non si tratta di diventare buoni perché gli avversari sono più cattivi, ma di procedere come schiacciasassi per raggiungere l'obiettivo che si è prefissati, anche se magari non coincide con quello di partenza, e di scrollarsi di dosso casualties innocenti come farebbe un'anatra con l'acqua, dando di gomito allo spettatore grazie ad abbondanti dosi di umorismo nero.


Ci sarebbero poi da scrivere righe intere sullo stile di Gunn, ovviamente, sul profumo di B-Movie che la patina glamour dei grandi nomi e dei bellissimi effetti speciali non riesce a nascondere del tutto, ma anche sulla raffinatezza con cui, per esempio, uno dei confronti più importanti del film viene mostrato riflesso su un lucidissimo elmo (abbandonato per un motivo ben preciso) invece che inquadrato direttamente. Eredi diretti dei b-movie sono in primis Starro, colorato ed esageratissimo eppure lo stesso capace di fare rabbrividire per il terribile destino riservato alle sue vittime, ma in generale tutto lo stuolo di "cattivi" lo è, popolato com'è di personaggi che non avrebbero affatto sfigurato in un action anni '80 fatto di militari spietati, ribelli sudaticci e Paesi dai nomi inventati; l'intera sequenza in cui Bloodsport e soci si addentrano nella giungla mentre lui e Peacemaker si sfidano con omicidi sempre più elaborati avrebbe fatto invidia sì a Schwarzenegger e Stallone ma soprattutto ai più trash Norris, Seagal e Van Damme, mentre il presidente belloccio "col mostro tra le gambe" è l'ennesimo sbeffeggiamento a quel genere di boss finali che nei vecchi film di cassetta avrebbe messo in scacco i nostri eroi nell'ultimo confronto prima di venire brutalmente sconfitto. E non vogliamo parlare dei membri della Suicide Squad? Uno più esilarante e interessante dell'altro, tutti in grado di non sfigurare davanti all'ormai "solita" Harley Queen, con Idris Elba che calcioruota fino allo spazio siderale quel mollusco di Will Smith e Polka-Dot Man che, assieme alla sua mamma, diventa il personaggio più adorabile di tutto il film, degnamente accompagnati dai "soliti" caratteristi che ormai Gunn si porta giustamente dietro ovunque e da un paio di new entries deliziose, tra le quali la carinissima Ratcatcher 2, lenta a rapire il cuore dello spettatore ma capacissima di non lasciarlo più andare. Voto dieci allo splatter esagerato e alla bella colonna sonora (la vittoria spetta alla nenia à la Rosemary's Baby che accompagna la visita all'acquario del meraviglioso King Shark e che, onestamente, avrei detto appartenere a qualche horror anni '70  mentre invece è stata composta per il film) mentre se dovessi per forza trovare un difetto segnerei un paio di forzatissimi e ridicoli dialoghi a base di volgarità assortite e poi SPOILER macheccazzovipareilcasodifaremorirecosìMichaelRookerlWeaselBoomermaddaiporcoddue! FINESPOILER Molto poco per non richiedere a gran voce James Gunn dietro ad ogni singolo film DC da ora e per sempre. 


Del regista e sceneggiatore James Gunn ho già parlato QUI. Michael Rooker (Savant), Viola Davis (Amanda Waller), Nathan Fillion (T.D.K.), Sean Gunn (Weasel/Calendar Man), Margot Robbie (Harley Quinn), Idris Elba (Bloodsport), David Dastmalchian (Polka-Dot Man), Sylvester Stallone (voce originale di King Shark), Alice Braga (Sol Soria), Peter Capaldi (Thinker) e Taika Waititi (Ratcatcher) li trovate invece ai rispettivi link. 

Joel Kinnaman interpreta Rick Flag. Svedese, ha partecipato a film come Millenium - Uomini che odiano le donne e Suicide Squad. Ha 42 anni. 


John Cena
, star della WWE, tornerà nei panni di Peacemaker in una serie che dovrebbe uscire su HBO Max l'anno prossimo; tra l'altro, Gunn avrebbe voluto Bautista al suo posto, ma l'attore aveva già detto sì a Snyder e al "meraviglioso" Army of the Dead. Tra le guest star segnalo la "mantide" Pom Klementieff, che si vede ballare all'interno de La Gatita Amable, e il patron della Troma, il mitico Lloyd Kaufman, anche lui tra gli avventori de La Gatita Amable ma anche presente in un'altra scena. Se The Suicide Squad - Missione suicida vi fosse piaciuto vi Sconsiglio il recupero di Suicide Squad, piuttosto date una chance a Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn e, ovviamente, anche a Guardiani della Galassia e Guardiani della Galassia vol. 2. ENJOY!

mercoledì 17 febbraio 2021

Ma Rainey's Black Bottom (2020)

Sempre perché era disponibile e sempre a fronte di un paio di nomination ai Golden, ho recuperato su Netflix Ma Rainey's Black Bottom, diretto nel 2020 dal regista George C. Wolfe. 


Trama: Ma Rainey, la "madre del Blues", si ritrova in una calda giornata d'estate a registrare un disco a Chicago. Le tensioni tra lei, i proprietari dello studio di registrazione e un giovane trombettista si andranno ad acuire sempre più...


Invecchiando, ormai arrivata a diversificare un po' i film che guardo, sono giunta alla conclusione di avere sicuramente un paio di "nemesi cinematografiche". Tra gli attori ci sono in primis Joel Edgerton e Mark Duplass, che mi provocano orchite quasi subitanea, mentre tra i vari registi e sceneggiatori, questi ultimi assai più infidi, figurano Derek Cianfrance, Dan Gilroy e, a quanto pare, anche la bonanima di August Wilson, autore teatrale di cui Denzel Washington (produttore di Ma Rainey's Black Bottom) ha deciso di portare su grande schermo tutto il cosiddetto Ciclo di Pittsburgh, una serie di dieci opere teatrali ambientate ognuna in un diverso decennio del novecento, atte a descrivere la vita delle persone di colore nel giro di un secolo. Denzel ha cominciato con Barriere, che, nonostante l'odio provato per il personaggio da lui interpretato, non avevo disprezzato più di tanto anche in virtù del suo essere prepotentemente teatrale, e ha continuato con Ma Rainey's Black Bottom, che invece ho proprio mal sopportato, sia per i personaggi che per l'incredibile tedio provato guardandolo. Il teatro a tema "vita del popolo Afroamericano" evidentemente non è il mio genere, soprattutto quando viene riportato su grande schermo senza un minimo di guizzo formale, come una serie di scenette mal raccordate unite dal labile fil rouge di un giorno sprecato a incidere un disco, tra gli scazzi della madre del blues Ma Rainey e quelli di Levee, giovane trombettista pieno di ambizioni e boria, pronto a scattare alla minima provocazione. 


Prima che scattino tutti coloro che hanno adorato il film: sì, Viola Davis e Chadwick Boseman sono immensi, addirittura larger than life, e la visione del film vale solo per testimoniare la loro immensa bravura e, nel caso di Boseman, piangere tutte le occasioni perdute a causa della morte prematura del giovane attore. La Davis si annulla in un personaggio orribile, sgradevole all'orecchio e alla vista, dotato per sua fortuna di un dono per il canto e il ritmo ma troppo impegnato ad affermarsi come donna e come afroamericana per concedere anche solo il beneficio del dubbio a chi si immolerebbe per lei, mentre i due monologhi di Boseman, soprattutto quello in cui Levee racconta la sua infanzia, riescono ad ipnotizzare lo spettatore e farlo piombare, per alcuni minuti, non solo nel caldo scantinato di uno studio che accetta solo i neri famosi e dove l'unica porta dà verso un muro di mattoni, ma anche nelle squallide campagne razziste dove la violenza dei bianchi sui neri è all'ordine del giorno. Il resto, spiace dirlo, ma oscilla tra noia e perplessità, ché onestamente c'è un limite anche agli aneddoti raccontati tra personaggi e all'antipatia di questi ultimi; lunga vita allo scazzo di Ma, e se invecchierò spero davvero di diventare così stronza, scostante e superiore verso chicchessia, ma se mai dovessi trovarmi davanti una come lei o uno come Levee, confido mi vengano anche dei pugni di ferro per prenderli a schiaffi come meritano. Loro e Denzel Washington con la sua balzana idea di diffondere il "decalogo" di Wilson, da cui cercherò di tenermi più lontana possibile d'ora in avanti. 


Di Viola Davis (Ma Rainey), Chadwick Boseman (Levee), Colman Domingo (Cutler) e Glynn Turman (Toledo) ho già parlato ai rispettivi link.

George C. Wolfe è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Qualcosa di buono. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 65 anni.


Se Ma Rainey's Black Bottom vi fosse piaciuto recuperate Barriere (lo trovate gratis su Prime Video). ENJOY!

domenica 25 novembre 2018

Widows: Eredità criminale (2018)

Spinta da un trailer a dir poco intrigante, giovedì sono andata a vedere Widows: Eredità criminale (Widows), diretto e co-sceneggiato dal regista Steve McQueen.


Trama: rimasta vedova, Veronica decide di mettere su una banda di donne per procurarsi il denaro necessario a riparare all'ultimo furto del defunto marito.


Enrico Ruggeri cantava "mondo di uomini, fatto di uomini soli", Steve McQueen, coadiuvato da Gillian Flynn nell'adattare una serie TV degli anni '80, declina questo verso al femminile e ci presenta una storia di donne sole. Donne sole perché senza mariti, come da titolo, ma anche perché abbandonate da una società spietata con chi è di sesso femminile, relegate a ruoli di sposa, madre, amante, "segretaria", con qualche contentino alle imprenditrici donne in piena campagna elettorale. Quando i mariti se ne vanno, queste donne si ritrovano schiacciate dal peso delle colpe degli uomini e dai debiti, prive magari non solo del lavoro, ma anche delle amicizie messe da parte nel corso degli anni per assolvere al ruolo imposto; intrecciano, se hanno fortuna, legami con altre donne sole, o con le madri, zie, parenti, così da riuscire magari ad affidare a qualcuno i figli mentre si spaccano la schiena con lavori poco gratificanti e mal pagati. Mentre gli uomini, appunto, fanno cose da uomini: si mettono in politica senza averne né la voglia né la capacità, spinti dal desiderio di pecunia e di potere o per un semplice reiterarsi dell'eredità patriarcale, risolvono i loro problemi con una violenza che alle donne non dev'essere concessa (se non come vittime o spettatrici, sia chiaro), tramano e vivono la propria esistenza egoista, senza badare al dolore delle loro donne o men che meno ai loro bisogni, si limitano ad offrire sesso, soldi e l’illusione di aver coronato così i loro sogni. Sono i burattinai, all’interno di una Chicago divisa tra bianchi ricchi e neri poveri (o divenuti ricchi grazie ai bianchi), mentre le donne sono i silenziosi burattini che hanno solo il dovere di essere belle, silenziose e servizievoli. Ma Veronica non ci sta. Minacciata senza capire perché, quando si ritrova per le mani il quaderno di appunti che le ha lasciato il marito, zeppo di informazioni su furti, intrallazzi e quant’altro, invece di venderlo al migliore offerente decide di usarlo per diventare ladra a sua volta e prendersi la rivincita su una vita che le ha dato molto ma le ha tolto troppo, le due cose più importanti per lei. E coinvolge, ovviamente, anche le altre vedove, incazzate quanto lei con i mariti che, morendo, le hanno lasciate nella bratta. Ognuna di loro, neanche a dirlo, arriverà ad affrontare un percorso non facile ma che, forse, consentirà di rifiorire come donne e come esseri umani, ritrovando un’indipendenza necessaria per sopravvivere… e anche per tornare a “sentire” qualcosa, un sentimento umano di fiducia, speranza e amicizia.


Tutti questi aspetti rendono Widows un film splendido. Più ben girato che ben sceneggiato, nonostante questo, perché accanto a personaggi scritti benissimo, tratteggiati con inaspettate sfumature, ci sono delle forzature e dei cliché che fanno storcere un po’ il naso (la tragedia che colpisce Veronica è incredibilmente gratuita). Invece, la regia di McQueen non sbaglia un colpo e se le scene d’azione sono pulite e credibili anche quando sono concitate, dove il regista da il meglio di sé è in quei primi piani dolorosi, nei gesti reiterati d’affetto, nell’attenzione ai dettagli, nel modo in cui la macchina da presa si allontana dall’unica scena di violenza davvero insostenibile, nei piani sequenza ripresi da un punto di vista tutto particolare in cui la città pare volere inghiottire lo small talk di uno dei protagonisti più “sciocchi” e per questo incredibilmente reale. E poi, ovviamente, ci sono gli attori. Viola Davis incarna tutta la dignità spaventata di una donna ricca ma non viziata, segnata dalla vita al punto da scegliere di sfidarla quando la morte minaccia di portarla via come il marito, un ruolo che le meriterebbe un Oscar; altra punta di diamante del cast è Elizabeth Debiki, quella che forse evolve maggiormente nel corso del film passando dall’essere un personaggio caricaturale ed insipido a cuore pulsante della vicenda con invidiabile coerenza. Ai margini, svetta la caratura di Robert Duvall il quale, assieme a Colin Farrell, da vita ad alcuni dei duetti più memorabili che potrete sentire quest’anno al cinema, talmente realistici nella loro gretta e testarda ignoranza che ho più volte avuto l’impressione di trovarmi davanti le persone per cui lavoro, con la differenza che la performance di coppia dei due attori è da applausi. Insomma, Widows è un film bellissimo, che merita di essere visto al cinema con tutta la concentrazione e la tranquillità che potrete trovare in una sala sicuramente poco affollata: è grande sfoggio di ciò che rende potente una pellicola e riconferma, ancora una volta, il talento di McQueen come regista, sceneggiatore e direttore di grandissimi cast.


Del regista e co-sceneggiatore Steve McQueen ho già parlato QUI. Viola Davis (Veronica), Liam Neeson (Harry Rawlings), Jon Bernthal (Florek), Michelle Rodriguez (Linda), Elizabeth Debicki (Alice), Carrie Coon (Amanda), Robert Duvall (Tom Mulligan), Colin Farrell (Jack Mulligan), Daniel Kaluuya (Jatemme Manning) e Lukas Haas (David) li trovate invece ai rispettivi link.

Jacki Weaver interpreta Agnieszka. Australiana, ha partecipato a film come Picnic ad Hanging Rock, Stoker, Parkland, Equals e The Disaster Artist. Ha 71  anni e cinque film in uscita.


Cynthia Erivo, che interpreta Belle, aveva già partecipato a 7 sconosciuti a El Royale. Il film è tratto dalla serie TV inglese Le vedove, del 1983, seguita da Widows 2 e She's Out e già riproposta in un'altra serie TV dal titolo Widows, del 2002. Se Widows: Eredità criminale vi fosse piaciuto potete provare a recuperarle, giusto per curiosità! ENJOY!

lunedì 27 febbraio 2017

Oscar 2017

Buon lunedì a tutti! Per una volta la Notte degli Oscar ha portato un po' di gioia, almeno alla sottoscritta, per quanto prevedibile. Il destino mi ha persino fatta svegliare assetata alle 4 di notte e sono riuscita a vedere quasi in diretta la vittoria di Viola Davis, accompagnata da un lunghissimo e commovente discorso durante il quale Bryan Cranston ha dormito come se non ci fosse un domani (giuro). E a proposito di vecchi catananni, vogliamo parlare di Warren Beatty? Il poveraccio ha cannato proprio l'annuncio del premio più importante, attirandosi gli strali del 90% dei cinefili che erano già pronti a salutare La La Land come miglior film dell'anno e invece... ENJOY!!! Edit: vengo a sapere solo ora della morte di Bill Paxton. Grandissimo attore, conto di riguardare presto Frailty e di parlarne come omaggio postumo. So long, Bill...


E invece #sticazzi a La La Land!!! Non me ne vogliate ma sapete quanto il film di Chazelle non mi abbia entusiasmato. Nonostante la gaffe di Beatty il premio per il Miglior Film è andato a Moonlight e non posso che esserne felice visto che mi ha conquistata. Oddio, sarei stata felicissima, anche di più, se avessero vinto Arrival o Manchester by the Sea ma non si può avere tutto dalla vita. Moonlight porta a casa anche l'Oscar per il Miglior Attore Non Protagonista, di cui parlerò più avanti, e il premio per la Miglior Sceneggiatura Non Originale, altra vittoria in cui avrei visto meglio Arrival sinceramente. Che iattura visto che il film di Villeneuve ha portato a casa solo un Oscar tecnico per il Miglior Montaggio Sonoro!


Nessuna sorpresa invece dal punto di vista di Regia e Miglior Attrice Protagonista. Damien Chazelle ed Emma Stone si crogiolano nel successo di La La Land e se il premio per la Regia è a mio avviso meritato (dall'alto della mia ignoranza) mi spiace un po' per Natalie Portman, una stupenda Jackie. Complimenti però ad Emma Stone e anche a Moonl... ehm... La La Land che, sempre senza tante sorprese, conquista altri quattro premi: Miglior Fotografia (niente Oscar a Silence, nemmeno uno di consolazione... vecchiacci bastardi!), Miglior Colonna Sonora Originale (Ma va?), City of Stars come Miglior Canzone Originale (Ma dai? Non me l'aspettavo!) e Miglior Scenografia (Non ci posso credere!!).


FORTUNATAMENTE niente Oscar per Ryan Gosling, la statuetta per Miglior Attore Protagonista va a Casey Affleck, favoloso in Manchester by the Sea, che conquista anche il premio come Miglior Sceneggiatura Originale. Complimenti, premi dovutissimi!

Occristo, quindi sa anche sorridere!! Anche se pare più un ghigno... 
L'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista è fonte di MAH. Mahershala Ali non mi ha detto granché in Moonlight, avrei preferito Jeff Bridges o Lucas Hedges ma a quanto pare Moonlight era un film troppo benvoluto per ignorare un premio così importante. Vabbuò.


Solo gioia invece per la vittoria di Viola Davis come Miglior Attrice Non Protagonista, premio meritatissimo, furbo (nel senso che avrebbero voluto candidarla come protagonista ma non avrebbe avuto chance quindi ben venga questa candidatura "meno importante") e sentito. Per la cronaca, Barriere ha vinto solo questo Oscar.


Diamo un'occhiata anche agli altri premi, perlomeno a quelli di cui posso parlare con un minimo di cognizione di causa. Scontata la vittoria di Zootropolis come Miglior Film d'Animazione, sebbene il mio cuore vada interamente a Kubo e la spada magica; va in casa Disney/Pixar anche il premio per il Miglior Corto Animato, che finisce al delizioso Piper. Il bellisimo La battaglia di Hacksaw Ridge porta purtroppo a casa solo due premi tecnici, uno per il Miglior Montaggio e uno per il Miglior Missaggio Sonoro, talmente ben fatto che me n'ero accorta persino io! Gli Effetti Speciali vanno a Il libro della giungla (se ne può parlare, a mio avviso gli altri candidati erano nettamente superiori) e rimanendo in ambito "cinema di consumo" trionfano Animali fantastici e dove trovarli per i Migliori Costumi (niente a Jackie? Vabbé, dai... vergogna!) e Suicide Squad per il Miglior Make Up (...) mentre The Salesman vince l'Oscar per il Miglior Film Straniero con un'ottima stilettata all'odiatissimo Donald Trump. E con questo chiudo, lasciandovi ai ben migliori e più dettagliati resoconti che popoleranno la rete nel corso di questa giornata. ENJOY e fate i bravi con Warren Beatty!!!





venerdì 24 febbraio 2017

Barriere (2016)

Questa è proprio la settimana dei film da Oscar visto che è uscito anche Barriere (Fences), diretto nel 2016 dal regista e attore Denzel Washington, tratto dall'omonima opera teatrale di August Wilson e candidato a quattro statuette (Miglior Film, Denzel Washington Miglior Attore Protagonista, Viola Davis Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale).


Trama: Nell'America degli anni '50 un uomo di colore cerca di mantenere la sua famiglia, tentando di mettere una pezza ai dissidi familiari che lui stesso ha contribuito a creare...


Non avendo visto nessun trailer prima di accingermi a guardare Barriere, credevo mi sarei trovata davanti una pellicola sulla segregazione razziale. Le "barriere" del titolo, invece, sono quelle messe in piedi dal protagonista Troy Maxson, sia reali (il fence, lo steccato voluto dalla moglie Rose) che metaforiche, cosa che fa rientrare Barriere sotto la definizione di "dramma familiare" legato vagamente al periodo storico e al colore della pelle del personaggio principale; probabilmente, se al posto di un uomo di colore ci fosse stato, per dire, un immigrato italiano o irlandese, la pellicola avrebbe funzionato comunque visto che sì, Troy imputa i suoi fallimenti in ambito sportivo al colore della propria pelle ma, come sottolineato dalla moglie Rose, in realtà il motivo è da ricercarsi principalmente nella sua età anagrafica. La trama di Barriere si incentra quindi sulla figura di questo padre di famiglia fondamentalmente frustrato, convinto che soddisfare i bisogni primari di moglie e figli (avere un tetto sulla testa e cibo con cui sfamarsi) lo renda automaticamente una persona esemplare nonostante, umanamente parlando, sia un individuo abbastanza riprovevole ed egoista; per tutto il film, infatti, Troy cerca di impartire lezioni di vita ad amici, figli e moglie, puntando di fatto (magari inconsciamente) a mantenere comunque uno status quo all'interno del quale nessuno può essergli superiore o tanto meno può aspirare ad un qualche tipo di libertà. Il personaggio dipinto in Barriere non è un violento nel senso stretto del termine, eppure la sua personalità strabordante, le ferme e cieche convinzioni, il ricatto morale per cui essendo lui la persona che porta soldi in casa gli altri dovrebbero obbedirgli per una questione di gratitudine e rispetto e, non ultima, l'insofferenza verso una vita fatta solo di lavoro e sacrifici, lo portano ad essere una figura in qualche modo terrificante agli occhi dei figli ed estranea alla famiglia che lui stesso ha creato, separato dai vari membri da barriere invalicabili poste proprio da lui. Barriere è quindi interamente giocato sui sentimenti contrastanti suscitati da un personaggio come Troy, né buono né cattivo, o comunque padre e marito esemplare da un punto di vista meramente "pratico", una figura "larger than life" (Troy racconta spesso di avere fatto a pugni con la Morte e di averla sconfitta) che è difficile amare ma che, forse, è ancora più difficile odiare.


Per come Barriere è sceneggiato e strutturato, lo spettatore arriva a trovarsi davanti un'opera di connotazione fortemente teatrale, all'interno della quale i monologhi di Troy (un mix di reprimende, racconti strabilianti ed insegnamenti di vita) la fanno da padrone. C'è poca "azione", sacrificata a favore di moltissimi confronti tra i personaggi legati a situazioni esterne appena accennate oppure accadute off-screen e il teatro di questi confronti è quasi sempre il cortile circondato dallo steccato, quasi la casa di Troy fosse un microcosmo a sé stante dove il tempo stenta a mostrare i suoi segni nonostante il film copra un periodo lungo decenni. Il risultato è una pellicola molto attoriale, dove Denzel Washington gigioneggia come non mai, imponendo la sua presenza intensissima sul resto del cast come fa Troy con la sua famiglia ma raggiungendo, almeno per me, il risultato opposto a quello voluto: francamente, dopo dieci minuti di monologo Washingtoniano mi sarei volentieri alzata per andare ad urlargli in faccia "E bastaaa, lascia un po' di spazio anche agli altri!!". Anche perché, sinceramente, gli ho preferito Viola Davis, perfetta e commovente nei panni della donna che per amore ha rinunciato a sé stessa per poi sentirsi rinfacciare dal marito la solita solfa del "sì ti amo ma con l'altra dimentico famiglia, lavoro e posso essere me stesso". Anche se di figure come queste è piena la storia del Cinema, la Davis si rende comunque protagonista di un confronto doloroso e per nulla banale, probabilmente la sequenza più bella del film, e riesce ad infondere nel personaggio di Rose migliaia di piccole sfumature capaci di renderla ben più di una donna "asservita" ad un marito troppo carismatico. Se apprezzate dunque questo tipo di pellicola dialogata, dove i riflettori sono puntati più sul cast che sulla regia, la fotografia o il montaggio (a mio modesto parere non particolarmente degni di nota) Barriere è l'ideale; personalmente, l'ho trovato molto ben fatto ma mancante di quel qualcosa capace di entusiasmarmi, forse perché ho trovato molto difficile empatizzare col personaggio principale e, sul finale, anche lievemente trito e pacchiano (mi spiace Denzel ma la luce divina dal cielo non si può vedere, nemmeno Mel Gibson ne La battaglia di Hacksaw Ridge ha osato tanto).


Del regista Denzel Washington, che interpreta anche Troy Maxson, ho già parlato QUI. Viola Davis (Rose Maxson) e Mykelti Williamson (Gabriel) li trovate invece ai rispettivi link.


Saniyya Sidney, che interpreta Raynell, era la piccola Flora di American Horror Story Roanoke e ha partecipato anche a Il diritto di contare. L'opera teatrale da cui è stato tratto Fences ha esordito a Broadway nel 1987 ed il suo "revival" è stato messo in cartellone nel 2010, proprio con Denzel Washington e Viola Davis nei panni di Troy e Rose; già nel 1987 si prevedeva di trarne un film con Eddie Murphy nel ruolo del figlio Cory ma siccome l'attore aveva già dieci anni più del personaggio, tra un ritardo di produzione e l'altro non se n'è fatto nulla. Detto questo, se Barriere vi fosse piaciuto recuperate, quando usciranno in Italia, Il diritto di contare e Loving. ENJOY!

lunedì 9 gennaio 2017

Golden Globes 2017

Buon lunedì a tutti! Come ogni anno, siamo arrivati all'assegnazione dei fatidici Golden Globe e mai come quest'anno li affronto con ignoranza e un fastidioso presagio di diludendo e banalità per quel che riguarda la notte degli Oscar... ENJOY!


Miglior film - Drammatico
Moonlight (USA, 2016)
Noi italiani non ne sapremo nulla fino a marzo ma la storia di un giovane ragazzo di colore nei bassifondi di Miami ha sbaragliato una concorrenza sulla quale, lo ammetto, non ero preparata affatto. Attendiamo marzo, che dire.

Miglior film - Musical o commedia
La La Land (USA, 2016)
Com'era prevedibile, il film di Chazelle sbaraglia gli avversari, confermandosi il Must See del 2017. Dispiace per Sing Street ma con Deadpool e Florence non c'era obiettivamente gara.

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Casey Affleck in Manchester by the Sea
L'unico attore su cui avrei potuto pronunciarmi era il bravissimo Viggo Mortensen, mandato a casa da Affleck Jr. per un film che vedremo solo a febbraio.

Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Isabelle Huppert in Elle
La superfavorita Natalie Portman si vede soffiare il Golden Globe dalla Huppert che, nell'ultimo film di Verhoeven, cerca di rintracciare l'uomo che l'ha stuprata. Da Verhoeven mi aspetto ogni cosa ma purtroppo Elle non ha ancora una data di uscita italiana quindi chissà quando riusciremo a goderci l'interpretazione della vincitrice.


Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Ryan Gosling in La La Land
Ennesimo premio per il film di Chazelle, telefonatissimo quanto probabilmente meritato, anche se io tifavo Hugh Grant. Imbarazzanti le candidature di Jonah Hill per Trafficanti e di Ryan Reynolds per Deadpool: davvero non c'erano altri contendenti migliori?

Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Emma Stone in La La Land
Idem come sopra, premio telefonato da settimane. Almeno la Streep ce la siamo risparmiata, dai!

Miglior attore non protagonista
Aaron Taylor-Johnson in Animali Notturni
Finalmente è arrivato il PRIMO ed unico Golden Globe che capisco e approvo in toto perché questo ragazzo in Animali notturni è semplicemente favoloso. Aspettiamo l'Oscar con trepidazione!


Miglior attrice non protagonista
Viola Davis in Fences
Siccome non ho visto nessuno dei film per i quali le fanciulle erano candidate, tocca rimanere in silenzio e aspettare il 23 febbraio, quando Barriere, storia di una famiglia di colore ambientata negli anni '50, uscirà in Italia.

Miglior regista
Damien Chazelle
Avevate dubbi? Io no! Perdonatemi però se spendo una lacrima per l'elegantissimo Tom Ford.


Miglior sceneggiatura
Damien Chazelle per La La Land
E ma che due marroni!! Di nuovo, lasciatemi spendere una lacrima per Tom Ford e il suo Animali notturni e persino per Hell or High Water, che mi si dice fosse bellissimo.

Miglior canzone originale
City of Stars di Justin Hurwitz, Benj Pasek e Justin Paul, per il film La La Land
Oh, ammazzatemi ma a me piaceva quella bulicceria di Can't Stop the Feeling e anche Faith. How Far I'll Go fa troppo Frozen, non era neppure candidabile.

Miglior colonna sonora originale
La La Land di Justin Hurwitz
Ok, sta diventando imbarazzante!!!

Miglior cartone animato
Zootropolis (USA 2016)
Sul serio? Vergognatevi. Non nego che fosse un film carinissimo ma Kubo e la spada magica era mille volte superiore, per tutta una serie di motivi che spaziano dalla realizzazione alla trama. E devo ancora vedere Una vita da zucchina e Sing!

Miglior film straniero
Elle (Elle, Francia, Germania, Belgio 2016)
Come al solito, davanti al film straniero rimango in silenzio perché non ne conosco neppure uno. Come ho detto sopra, però, aspetto Verhoeven con gioia.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. L'adorata Stranger Things è stata ovviamente snobbata, ennesima conferma di come Golden Globes e Academy non amino avere a che fare con tutto ciò che tocca anche solo lontanamente l'horror (oppure non ne capisce nulla, si veda l'anno scorso il premio a Lady Gaga): al suo posto è stato preferito The Crown, che ha visto vincitrice anche Claren Foy come miglior attrice protagonista. Tommolino Hiddleston vince come miglior attore in una miniserie (e dopo questa dovrà recuperare The Night Manager, che vede vincitori anche Hugh Laurie e Olivia Colman) e fortunatamente anche gli adoratissimi Sarah Paulson e American Crime Story sono stati celebrati con un degno premio, altrimenti avrei urlato al diludendo. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

martedì 23 agosto 2016

Suicide Squad (2016)

Il Bollalmanacco sta pian piano uscendo dalle meritate vacanze estive e sabato sera, dopo un tentativo abortito mercoledì, ho fatto il mio dovere andando a vedere Suicide Squad, diretto e sceneggiato dal regista David Ayer.


Trama: terrorizzati da Superman, i più alti esponenti del governo americano accettano la proposta di Amanda Waller e mettono in piedi una squadra di "eroi" composta da pericolosi criminali, così da poter sconfiggere eventuali minacce superumane. Ovviamente, la cosa sfuggirà di mano...


Non essendo andata a vedere Batman vs Superman ed essendo ben più ferrata in materia Marvel, mi sono approcciata a Suicide Squad avendo solo una vaghissima idea di cosa avrei guardato e, soprattutto, dei personaggi che mi sarei trovata davanti. Da sporadiche letture, qualche film e ovviamente dalla visione della splendida serie a cartoni animati anni '90 dedicata a Batman, conoscevo giusto qualcosa su Joker e Harley Quinn quindi non ho potuto fare come i saputissimi spettatori alle mie spalle che hanno smontato Suicide Squad come un mobile Ikea venuto male, conseguentemente il post che seguirà sarà scritto dal punto di vista prevalentemente ignorante di uno spettatore occasionale. Del film di Ayer avevo sentito dire le peggio cose ma preso come puro intrattenimento serale ci sta: la DC ha creato il suo film Marvel, senza flagellazioni (oddio, non troppe ma il momento saudade è sempre dietro l'angolo) e con tanti trenini brigittebardòbardò, offrendo in pasto al pubblico la versione "malvagia" dei Guardiani della Galassia, con una colonna sonora gradevole ma non altrettanto accattivante. Allo stesso modo, a differenza del film di Gunn quello di Ayer non tiene il ritmo di un inizio deflagrante che presenta al meglio i protagonisti per poi bloccarsi lì ed afflosciarsi nella parte centrale in una serie ripetitiva di battaglie contro esseri letteralmente intercambiabili e privi di qualsivoglia personalità, diventando la versione cinematografica di uno sparatutto, prima di recuperare con un finale simpatico nonché probabilmente foriero di qualche sequel. Tuttavia il problema ENORME del film, oltre alla trama risibilissima e i tempi sbagliati, è che la Squadra avrebbe potuto tranquillamente essere formata da eroi minori del cosmo DC visto che la cattiveria dei membri del gruppo viene prevalentemente millantata a parole e sottolineata (pure troppo!) in ogni dialogo ma grazie al meraviglioso visto censura PG-13 americano il massimo di malvagità mostrata si concentra in qualche rivoltellata agli esseri ancora più cattivi che si ritrovano ad affrontare i protagonisti, un paio di rapine e un omicidio interrotto sul più bello da visioni di lacrimose pargolette. Il Deadpool cinematografico a questi cattivoni della Distinta Concorrenza avrebbe strappato il cuore per poi mangiarselo, scuotendo la capoccetta perplesso davanti a tanto bisogno d'aMMore dissimulato da crudeltà all'acqua di rose, lasciandosi giusto il piacere di tenere la bellissima Harley Quinn come giocattolo sessuale, tanto ci ha già pensato Ayer ad inquadrarle le natiche ogni due per tre.

Beviamoci su
A proposito di donne, sesso e amore. Non è un segreto che il 90% del battage pubblicitario di Suicide Squad sia stato giocato sulla bellezza innaturale e pazzerella di Margot Robbie, cosa che ha reso il film uno one woman show della bionda Harley Quinn, infilata a mo' di minestra in ogni dove, persino in inutili quanto dannosi flashback, però  ci sono rimasta molto male nello scoprire lo one man show di quel mollusco di Will Smith, protagonista maschile nei panni di Deadshot. Mettiamo un attimo da parte gli altri membri della squadra che non si è filato nessuno (tra cui gli unici a spiccare sono la bellissima Incantatrice e l'esilarante Capitan Boomerang, gli altri sono la quintessenza della banalità, soprattutto Diablo) e concentriamoci sui due protagonisti de facto del film. Deadshot è una presa in giro, il mercenario prezzolato che non vuole uccidere nessuno perché la figlia non vuole però ti minaccia, fa la faccia bruttabrutta e tira su la difesa da puGGile quando fai lo smargiasso con lui. Enorme BAH al sapor di Muccino. La Harley Quinn della Robbie è perfetta, stilosissima, sensuale da morire, a tratti irresistibilmente carina ma a un certo punto due papagne in faccia se le meriterebbe anche lei, con quella vocetta da bimbo che le hanno appioppato in italiano e il carico da uNNici che si porta appresso, ovvero Puddin', ovvero il Joker. E qui torniamo sul discorso donne, sesso e amore. Ayer, ma che Cristianimento ti abbiamo fatto? L'Incantatrice tenuta a bada da un po' di belino (mollo, tra l'altro. Ma mollo, mollo che lévati, 'sto svedese freddo come uno stoccafisso di Stoccolma), Katana che parla col marito morto e spera solo di ricongiungersi a lui nell'aldilà, Harley Quinn che limona felice col Joker manco fossero in una scena di Twilight, stessa musica e stesso modo di presentarti una povera cretina lieta di farsi "adoperare" da un pericoloso sadico che però è tanto, tanto innamorato di lei. Per carità, io non dico che Jared Leto nei panni di Joker non sia un figo paurosissimo nonostante i denti di latta e il capello verde, il fanciullo ha carisma da vendere, ma che per cambiare un po' caratterizzazione del Joker dopo Jack Nicholson e Heath Ledger si sia dovuti arrivare a renderlo un pimp colmo di amore per la sua Harley (Le parole "ci aspettano succo d'uva e una pelle d'orso" accompagnate da leccata di labbra e ruggito da tigre ha rischiato di farmi strozzare dalle risate), così da far venire ANCHE le palpitazioni alle ragazzine no, dai. Si sono già abbastanza rintronate con Twilight e Cinquanta Sfumature di Grigio, vederle fremere per uno che prima ti getta nell'acido poi ti limona pentito, tra l'altro snaturando quel che ricordo del rapporto tra Harley e il Joker, me lo risparmio volentieri, grazie. Potrei aggiungere altro ma tecnicamente parlando Suicide Squad rientra nella norma delle grandi produzioni DC/Marvel e si candida come miglior remake del finale del primo Ghostbusters, tanto che ad un certo punto ho creduto che sarebbe spuntato Gozer il Gozeriano, per il resto non sono rimasta né particolarmente entusiasta né particolarmente delusa. Se vi piace il genere andatelo a vedere (rimanendo ad aspettare la scena mid credits), altrimenti evitate tranquilli.

L'aMMore
Del regista e sceneggiatore David Ayer ho già parlato QUI. Margot Robbie (Harley Quinn), Viola Davis (Amanda Waller), Jared Leto (Il Joker), Jay Hernandez (Diablo) e Ben Affleck (Bruce Wayne/Batman) li trovate invece ai rispettivi link.

Will Smith interpreta Deadshot. Americano, lo ricordo per film come Bad Boys, Man in Black Independence Day, Nemico pubblico, Wild Wild West, Alì, Man in Black II, Bad Boys II, Man in Black 3 e The Anchorman 2 inoltre ha partecipato a serie come Blossom, Willy il principe di Bel Air e lavorato come doppiatore per Shark Tale. Anche produttore, cantante, regista, sceneggiatore e compositore, ha 48 anni e cinque film in uscita.


Nei panni di Dexter Tolliver compare lo sceriffo Hopper della serie Stranger Things, alias l'attore David Harbour mentre Adewale Akinnuoye-Agbaje, ovvero Killer Croc, era il Mr. Eko di Lost e Kenneth Choi, Boss della Yakuza ucciso da Katana, il giudice Ito di American Crime Story; a proposito di serie televisive, c'è un'altra comparsata che non spoilero e che penso farà felici molti fan (tra l'altro in una scena diretta da Zack Snyder). Altra gradita guest star è Scott Eastwood nei panni del Tenente Edwards e se avessero dato retta a me gli avrebbero dato il ruolo di Rick Flag, altro che Joel Kinnaman, anche se il migliore sarebbe stato comunque Tom Hardy, che ha rinunciato per partecipare a Revenant - Redivivo. Per concludere, se Suicide Squad vi fosse piaciuto recuperate Deadpool e magari Batman vs Superman - Dawn of Justice, così da capire ciò che ha portato alla nascita della Squadra. ENJOY!

venerdì 15 novembre 2013

Prisoners (2013)

Dopo qualche settimana di assenza dalle sale è giunto il momento di fare doppietta. Nel weekend spero di riuscire a parlare di Machete Kills mentre oggi vi beccate qualche pensiero sparso su Prisoners, diretto dal regista Denis Villeneuve.


Trama: il giorno del ringraziamento Anna ed Eliza, due bimbette di sei e sette anni, scompaiono, presumibilmente rapite. Il primo ed unico indiziato è Alex, un ragazzo con palesi problemi psichici. Incapace di rispondere alle domande della polizia il ragazzo viene rilasciato per mancanza di prove ma Keller, padre di Anna, non crede alla sua innocenza e lo rinchiude in un edificio abbandonato per estorcergli una confessione..


Questo 2013 cinematografico sta regalando un sacco di sorprese positive. Nonostante fosse privo di un battage pubblicitario che, molto probabilmente, avrebbe accompagnato l'opera di qualsiasi altro regista di "genere" ben più famoso, Prisoners rischia infatti di vincere il primo premio come miglior thriller dell'anno, forse perché la pellicola di Denis Villeneuve, ironicamente, non può venire "imprigionata" in una semplice definizione. Sotto la superficie dell'angosciante, spesso frustrante ricerca del rapitore di due bambine, delle indagini del detective Loki, della violenza di un padre disperato ai danni di un presunto colpevole c'è un'umanità tristissima e fatta di Prigionieri non solo fisici, sbatacchiati qua e là da una realtà orribile e, purtroppo, mai chiaramente definibile né facile da comprendere. Keller, padre disperato, è prigioniero delle proprie cieche convinzioni e delle aspettative della moglie, di un passato di alcoolista e di un'infanzia orribile; il detective Loki è prigioniero del suo terrore di fallire e causare conseguentemente dolore alle famiglie delle vittime, cosa che lo costringe ad innalzare un muro tra lui e loro; tutti gli altri personaggi sono prigionieri del dolore, della pazzia, di ferite talmente profonde da condizionare la loro esistenza e alimentare un circolo vizioso potenzialmente infinito dal quale nessuno potrà uscire vincitore e dove il confine tra bene e male cessa di esistere.


Prisoners è un film angosciante che supera nettamente molti altri thriller anche e soprattutto per la mancanza di quella fede salda ed incrollabile, tipicamente americana, verso la mentalità da vigilantes o di un'apologia del padre di famiglia che, attraverso il dolore, diventa eroe. Qui non esiste redenzione, non esiste catarsi, non esiste neppure un personaggio dotato di qualità fuori dal comune perché all'inizio, vedendo il modo in cui un Hugh Jackman fuori di sé si approccia al detective Jake Gyllenhaal, mi è venuto da pensare che mio padre reagirebbe allo stesso modo: sopraffatto dal dolore, incapace di ragionare o di capire la mentalità poliziesca continuerebbe comunque a dire "mia figlia è stata rapita, è stato lui, lo so che è stato lui e quindi perché lo avete rilasciato? No, non ci siamo capiti, non me ne frega niente se non ha parlato. Le ho detto che è stato lui quindi è così e basta." Allo stesso modo, il detective è un'altra figura assolutamente realistica perché, se ci fate caso, dalla sua ha sì una testardaggine incredibile, ma è indisciplinato, bizzoso e violento e tutto quello che scopre, alla fin fine, lo scopre più per fortuna che per abilità. Il che è un po' paradossale perché, nonostante vari twist della trama, gli indizi ci sono e non sono difficili da seguire o da comprendere per lo spettatore comodamente seduto in poltrona. Ma, come ho detto, l'elemento thriller è solo una scusante per indagare l'animo umano e, in questo, Prisoners da veramente il meglio.


Merito, ovviamente, di un gruppetto di attori fantastici, sui quali spiccano Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, due grandissimi professionisti che si palleggiano il premio per la migliore interpretazione nel corso dell'intera durata del film ma ci sono anche le prove misurate ed efficaci di Viola Davis e Terrence Howard, quella convincentissima di Melissa Leo e la rivelazione dell'inquietantissimo, pietoso Paul Dano, in grado di provocare nello spettatore una miriade di sensazioni contrastanti. Per quanto riguarda la regia, Villeneuve utilizza un punto di vista distaccato ma limitato, nel senso che lo spettatore non viene portato a conoscenza di nessun dettaglio in più rispetto ai protagonisti, i quali spesso vengono ripresi dall'interno di un auto come se il regista volesse mostrarceli senza venire coinvolto nella vicenda, offrendoci così la possibilità di osservare con occhio imparziale e oggettivo. A dire il vero, per impostazione tecnica Prisoners mi ha ricordato tantissimo Mystic River, che viene spesso richiamato anche per quanto riguarda i temi trattati; siccome adoro quel particolare film di Clint Eastwood, non posso fare altro quindi che consigliare la pellicola di Villeneuve a tutti gli amanti del buon cinema. Astenersi genitori ansiosi, ovviamente.


Di Hugh Jackman (Keller Dover), Jake Gyllenhaal (Detective Loki), Viola Davis (Nancy Birch), Maria Bello (Grace Dover), Terrence Howard (Franklin Birch), Melissa Leo (Holly Jones) e Len Cariou (Padre Patrick Dunn) ho già parlato ai rispettivi link.

Denis Villeneuve è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto film come Polytechnique e La donna che canta. Anche sceneggiatore e attore, ha 46 anni.


Paul Dano interpreta Alex Jones. Americano, ha partecipato a film come Identità violate, Little Miss Sunshine, Cowboys & Aliens, Ruby Sparks, Looper – In fuga dal passato e alla serie I Soprano. Anche produttore, ha 29 anni e due film in uscita.


Hugh Jackman (che, ironia della sorte, era stato chiamato ad interpretare il ruolo di padre disperato anche per Amabili resti) è tornato all’ovile dopo aver abbandonato il progetto, quando a dirigerlo avrebbe dovuto ancora essere Antoine Fuqua. Anche Bryan Singer è stato tra i registi papabili e sotto di lui avrebbero dovuto recitare Mark Wahlberg e Christian Bale nei ruoli principali, ma anche questo progetto è venuto meno. Dopo queste curiosità, i soliti consigli: se Prisoners vi è piaciuto procuratevi Il silenzio degli innocenti e il già citato Amabili resti. ENJOY!

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