giovedì 11 aprile 2019

(Gio)WE, Bolla! del 11/4/2019

Buon giovedì a tutti! Siccome l'unico film degno di essere visto questa settimana (sì, Hellboy, parlo di te) NON è arrivato a Savona, mi verrebbe quasi voglia di non scrivere nulla ma siccome sono pignola... ENJOY!

Wonder Park
Reazione a caldo: Buargh.
Bolla, rifletti!: Film animato con reminescenze Uppiane che non ho minimamente voglia di vedere, forse perché il character design degli animaletti protagonisti mi fa specie.

After
Reazione a caldo: Bleeeurgh.
Bolla, rifletti!: Il trailer, per dirla con finezza, me l'ha fatta a fette perché lo vedo OGNI MALEDETTA VOLTA in cui vado al cinema. Film evento 'sto Cinquanta sfumature di grigio per quindicenni? Ma per favore!!

Cafarnao - Caos e miracoli
Reazione a caldo: Hmmm...
Bolla, rifletti!: Unico film interessante uscito in quel di Savona, racconta di un bambino che, accusato di un grave reato, fa causa ai genitori per averlo messo al mondo senza saperlo crescere. Anche solo per una trama così aperta a riflessioni varie andrebbe visto ma siccome è stato candidato all'Oscar e premiato a Cannes la curiosità aumenta!

Siccome al cinema d'élite continuano a programmare Book Club - Tutto può succedere, ci risentiamo la settimana prossima!

mercoledì 10 aprile 2019

Resolution (2012)

Folgorata da The Endless, ho cercato di recuperare il prima possibile Resolution, diretto nel 2012 dai registi Aaron Moorehead e Justin Benson, anche sceneggiatore della pellicola.


Trama: Mike decide di raggiungere l'amico Chris così da guarirlo dalla sua dipendenza da crack. Nel corso dell'"intervento", però, ai due succederanno cose inspiegabili.



Resolution è il primo lungometraggio della premiata ditta Moorehead/Benson e al suo interno presenta già tutte le tematiche che ha reso questo duo così gradito agli occhi miei e a quelli di tanti appassionati di horror. Non è un film da guardare con un occhio allo smartphone e uno allo schermo televisivo, perché probabilmente parliamo dell'opera più "ermetica" dei due, ma con un po' di concentrazione non dovrete nemmeno andare a cercare spiegazioni su internet per comprendere il finale... o forse non ne ho avuto bisogno io, perché avendo visto The Endless avevo già un po' di dimestichezza con l'argomento trattato. Di base, la storia di Resolution è molto semplice. Ci sono due amici di vecchia data, Mike e Chris, costretti ad affrontare la dipendenza da crack di quest'ultimo; Mike, sposato e in procinto di diventare padre, riceve un giorno un video in cui un Chris completamente strafatto spara agli uccelli e decide così di addentrarsi all'interno di un territorio indiano e raggiungere l'amico che si sta letteralmente uccidendo di crack all'interno di una casa abbandonata. Da lì il film prende due vie. Da una parte ci sono i dialoghi, surreali e dolenti, in cui viene messa in discussione non solo l'amicizia tra i due ma anche le scelte di vita di ognuno di loro e traspare la disperazione di Chris, apparentemente un matto senza testa, in realtà troppo "sensibile" per il mondo in cui viviamo; dall'altra, però, ci sono gli ancor più surreali ritrovamenti di Mike, il quale per passare il tempo durante la disintossicazione di Chris vaga per i territori indiani e torna spesso a casa con misteriosi supporti audiovisivi all'interno dei quali vi sono scorci di passato, di futuro e, talvolta, persino di eventi contemporanei legati alla coppia di amici. Durante i suoi pellegrinaggi, inoltre, Mike incontra personaggi peculiari, attraverso le cui testimonianze si riescono ad ottenere frammenti di indizi per iniziare, almeno vagamente, a comprendere in cosa sono andati a cacciarsi i due protagonisti.


Resolution non è un horror per tutti, io vi avviso, forse non è nemmeno un horror. E' qualcosa di lovecraftiano ma senza "antichi", o almeno, senza mostri visibili, un film che fa del dissonante il suo punto di forza, infilando qui e là cose incomprensibili che stonano con ciò che stiamo guardando, e non parlo solo delle videocassette o dei cd che spuntano nei luoghi più improbabili. Poiché Mike e Chris sono circondati da persone e cose potenzialmente ostili, è su di loro che arriviamo a concentrarci: i fattoni che vogliono qualcosa che Chris ha rubato, gli indiani che non apprezzano persone estranee sul territorio, l'ambiguo studioso francese, i cultisti che credono gli UFO vivano in quelle terre, i senzatetto che infestano le caverne, sono tutti possibili fonti di pericolo "fisico" immediato ma in realtà non rappresentano altro che pezzi di una scacchiera cosmica, personaggi di una storia che non sta a loro decidere come vivere. Certo, chi ha visto The Endless rischia di spoilerarsi la terribile rivelazione finale che cade come una mannaia addosso a Mike e Chris e, allo stesso modo, sa già perché Mike continua a trovare strane testimonianze audiovisive, quindi i due film andrebbero visti in ordine cronologico (ma si può parlare di ordine, qui?), ma lo stesso Resolution, anche preso da solo, si fa portatore di un'atmosfera allucinata ed angosciante, immerso com'è in una terra di frontiera dove può accadere di tutto e dove la realtà si fa talmente labile che persino la pellicola, di tanto in tanto, salta e si rovina. Insomma, Moorehead e Benson avevano le idee chiare già sette anni fa e per questo non si può che volergli bene e aspettare che tornino con un altro dei loro film il prima possibile!


Dei registi Aaron Moorehead e Justin Benson (anche sceneggiatore), che interpretano, rispettivamente, il cultista Aaron e il cultista Justin, ho già parlato QUI.

Peter Cilella interpreta Michael Danube. Americano, ha partecipato a film come Contracted: Phase II,  The Endless e a un episodio di Grey's Anatomy. Anche sceneggiatore e regista, ha 42 anni.


Vinny Curran interpreta Chris Daniels. Americano, ha partecipato a film come Spring e The Endless ed è anche sceneggiatore e regista.


Emily Montague interpreta Jennifer Danube, la moglie di Mike, anche in The Endless che, di fatto, è una sorta di sequel "spiegazione" di Resolution che vi consiglio di recuperare senza indugio. ENJOY!

martedì 9 aprile 2019

The Endless (2017)

Ultimo appuntamento con i migliori horror 2018 according to Il giorno degli zombi, si finisce in bellezza con The Endless, diretto nel 2017 dai registi Justin Benson (anche sceneggiatore) e Aaron Moorehead.



Trama: due fratelli tornano nei luoghi d'infanzia, dopo aver abbandonato la setta che li ha cresciuti. Lì scopriranno che le loro fantasie di bambini si sono trasformate in orrore vero.



Justin Benson e Aaron Moorehead si erano già guadagnati tutta la mia attenzione con l'horror "sentimentale" Spring e anche The Endless si è confermato un'opera pregevole, forse più "difficile" ma altrettanto affascinante. Fulcro della vicenda è il rapporto tra due fratelli interpretati dagli stessi registi, che troviamo intenti a vivacchiare, tra un lavoro avvilente e l'altro, dopo aver passato l'infanzia e l'adolescenza in una comune all'interno della quale gli abitanti seguivano un culto non ben precisato. Justin, il fratello maggiore, ha portato via Aaron cercando di proteggerlo da quello che lui percepiva come un covo di pazzi votati al suicidio ma Aaron ha solo dei bellissimi ricordi della comune: persone simpatiche, cibo sano, amicizie ed esperienze di vita che Justin non riesce a fargli fare, cosa che rende il rapporto tra i due fratelli assai problematico. All'inizio del film viene riportata una citazione per cui due fratelli riuscirebbero ad essere sinceri l'uno con l'altro e ad esternare i propri sentimenti solo in punto di morte. Ebbene, in The Endless il punto di morte si ripropone più e più volte, frutto di un orrore cosmico che non si vede quasi mai eppure fa sentire la sua presenza in modo palpabile e decisamente inquietante, mentre attorno a Justin ed Aaron cominciano a succedere cose sempre più strane, che rendono impossibile non provare almeno un po' di diffidenza davanti a questa "setta" all'apparenza così sana e perfetta. Anche qui, però, l'elemento importante del film non è la setta in sé. Che essa celi del marcio è palese ma importa poco a Justin Benson, fondamentale invece vedere come queste dissonanze influiscano sul rapporto tra i due fratelli e come, Kingianamente (anzi, più Lovecraftianamente) l'orrore arrivi a stravolgere la vita normale di persone qualsiasi, con chi sceglie di abbandonarsi e chi di combattere anche quando le speranze di vittoria sono inesistenti.


In virtù di ciò, The Endless rientra in quel novero di film a basso budget dove "non si vede nulla" e tutto viene lasciato all'immaginazione dello spettatore senza per questo costringerlo a un tour de force di sciatteria. Come sempre, anzi, le immagini naturali di Benson e Moorehead sono bellissime anche quando riportano sullo schermo luoghi dove la natura non è molto amichevole con gli incauti umani; inoltre, la presenza nefasta di "qualcosa" viene resa attraverso semplicissimi trucchi del mestiere quali l'uso di una diversa prospettiva, fuoricampo particolarmente sanguinolenti e con suoni raccapriccianti, primi piani di personaggi terrorizzati o, come nelle efficacissime sequenze del lago e del tiro alla fune, mostrando le conseguenze di eventi messi in moto da qualcosa di enorme ed invisibile. Detto molto sinceramente, anzi, il "non visto" è molto meglio dei pochi effetti speciali che punteggiano qui e là il film, soprattutto dell'effetto un po' trash con cui vengono resi varchi e distruzioni della realtà conosciuta. Molto meglio, per toccar con mano follia ed inquietudine, i dialoghi coi diversi personaggi presenti nel film, un campionario di umanità spaventata, disillusa, rassegnata ed arrabbiata che, a un certo punto, scuote The Endless dalle fondamenta rendendolo ancora più coinvolgente rispetto all'inizio, dove il ritmo è lento, introduttivo, un po' sfilacciato. Detto questo, ce ne fossero di film "sfilacciati" così, capaci di far venire una voglia invereconda di riprendere in mano Providence e reimmergersi nelle moderne interpretazioni degli orrori Lovecraftiani. Cercatelo, guardatelo, non ve ne pentirete!


Dei registi Justin Benson (anche sceneggiatore) e Aaron Moorehead, che interpretano rispettivamente Justin e Aaron, ho già parlato QUI. Di Callie Hernandez (Anna) e Lew Temple (Tim) ho parlato invece ai rispettivi link.


Vinny Curran, che interpreta Chris Daniels, ha partecipato anche a Spring e il suo personaggio, assieme a quello di Michael Danube, compare nell'opera prima di Benson e Moorehead, Resolution, che non ho ancora visto e che ora vorrei assolutamente recuperare! ENJOY!

domenica 7 aprile 2019

Noi (2019)

Dopo Suspiria di Guadagnino, il secondo horror più atteso dell'anno, in rigoroso ordine di uscita, era Noi (Us), diretto e sceneggiato dal regista Jordan Peele. NO SPOILER, assolutamente, sarebbe un delitto.


Trama: durante una tranquilla vacanza estiva, la famiglia Wilson viene attaccata da misteriosi individui.


Dal trailer di Noi si evincevano solo un paio di cose: c'era una famiglia in vacanza e questa famiglia veniva attaccata da persone che alla fine si rivelavano essere i loro doppi. E queste sono le uniche cose che dovete sapere prima di guardare Noi, per il resto l'unico consiglio che vi do è di godervelo senza cercare recensioni in rete, spiegazioni o quant'altro perché Noi è un trip che va vissuto dall'inizio alla fine, un viaggio che predilige più il terreno del thriller psicologico che dell'horror tout court (anche se c'è sangue e vengono evocati generi apocalittici o zombeschi). Attraverso poche righe scritte sullo schermo e un prologo ambientato negli anni '80, Peele ci introduce all'apparentemente tranquilla vacanza della famiglia Wilson scatenandoci fin da subito un'inquietudine paragonabile giusto a quella con cui ci si accingeva a conoscere le imminenti sventure della famiglia Torrance in Shining, in un crescendo di elementi dissonanti e reiterati con un motivo ben preciso (un esempio su tutti: la citazione biblica di Geremia) che esplodono nell'ormai famigerata sequenza dell'attacco notturno ai danni dei protagonisti. Congegnata come insegnano i migliori home invasion, la scena in questione è un capolavoro di montaggio, regia e suspance ma è solo la punta dell'iceberg di qualcosa che, fortunatamente, non viene spoilerato nel trailer e che invoglia lo spettatore a capire cosa diamine stia succedendo ai Wilson, al di là dell'aspetto prettamente horror della questione. Nel dipanare la trama, Peele sta attento a non spiegare tutto subito, lasciando lo spettatore spesso perplesso e in balia di una sceneggiatura che non solo tende a stemperare con l'ironia momenti particolarmente pesi o truculenti attraverso la natura fanfarona del padre di famiglia, ma che apparentemente pare piegarsi alle regole degli horror più sciocchi quando invece c'è una spiegazione anche per ciò che sembra insensato di prim'acchito. La metafora di diseguaglianza sociale già presente in Scappa - Get Out si concretizza qui nella punizione per chi spazza lo sporco sotto i tappeti e cerca di rimediare quando ormai è troppo tardi (possibilmente male, come accaduto per il controverso e pluricitato Hands Across America), per chi adora gli dei sbagliati al punto da diventare sciocco ed inumano, incapace di guardare oltre il proprio naso rifatto, per chi a causa di questo lascia i figli allo sbando (soprattutto psicologicamente) per incuria o poco amore.


Servirebbero più visioni per penetrare tutti gli strati di cui è composto il meraviglioso parfait che è Noi, ma fin dalla prima occhiata si riesce a capire che non solo Peele è riuscito nell'impresa di scrivere una sceneggiatura solida ed interessante, ma è maturato molto anche a livello di linguaggio cinematografico. La sinergia tra colonna sonora (splendida, un riuscito mix di generi tra successi hip hop degli anni '90, Beach Boys e una Fuck the Police utilizzata nel migliore dei modi), direzione degli attori, regia e montaggio è qualcosa di splendido e ognuno di questi elementi contribuisce ad arricchire il film di significati ed indizi nascosti capaci di mettere alla prova l'attenzione dello spettatore così da renderlo parte attiva del processo cinematografico come ormai accade sempre più di rado; a partire dallo sforzo di comprendere le parole dell'inquietante nenia presente nei titoli di testa, fino ad arrivare al trionfo di montaggio che è la scena in cui Adelaide danza, durante la quale si cerca di scoprire quale sia la "rivelazione" che ha dato origine a tutto il delirio, non c'è un solo minuto di Noi in cui lo spettatore non sia messo alla prova, spinto a indovinare (non per vantarmi ma SPOILER il plot twist l'ho indovinato al primo suono emesso dagli invasori), a capire, ad inquietarsi e volerne di più. E anche gli attori ci mettono del loro, in primis una Lupita Nyong'o che probabilmente ha ottenuto il ruolo della vita alla faccia dell'Oscar come miglior attrice non protagonista per 12 anni schiavo; se, infatti, Winston Duke è "solo" scemo e i figlioli ininfluenti, almeno nelle loro versioni buone, la Nyong'o copre tutte le sfumature di un personaggio fragile, tosto e impossibile da definire come solo bianco o solo nero perché entrambe le Adelaide sono dotate di luci ed ombre in egual misura, entrambe madri, entrambe pronte a dar battaglia per non perdere ciò che ritengono loro di diritto. E più non dimandate, dai. Correte a vedere Noi in fiducia, poi al limite torniamo a riparlarne nei commenti. Per l'intanto, sia messo agli atti che io voglio ufficialmente benissimo a Jordan Peele.


Del regista e sceneggiatore Jordan Peele ho già parlato QUI. Lupita Nyong'o (Adelaide Wilson/Red) ed Elisabeth Moss (Kitty Tyler) le trovate invece ai rispettivi link.

Winston Duke interpreta Gabe Wilson/Abraham. Americano, ha partecipato a film come Black Panther e Avengers: Infinity War. Ha 32 anni e tre film in uscita tra i quali l'imminente Avengers: Endgame.


Fun Fact: le gemelle Cali e Noelle Sheldon hanno condiviso per un annetto il ruolo di Emma Geller-Green, la figlia neonata di Ross e Rachel in Friends. Jordan Peele ha dato come compito al cast quello di guardare dieci horror così da creare un linguaggio "comune". I titoli sono L'altro delitto, Shining, Babadook, It Follows, Two Sisters, Gli uccelli, Funny Games, Martyrs, Lasciami entrare e Il sesto senso e vi direi di recuperarli tutti se Noi vi fosse piaciuto, aggiungendo magari anche Scappa - Get Out. ENJOY!


venerdì 5 aprile 2019

Dumbo (2019)

Lo si aspettava al varco Tim Burton, regista del nuovo Dumbo, ennesimo remake live action della Disney. Vediamo com'è andata.


Trama: all'interno di un circo in difficoltà economiche nasce un piccolo elefante dalle orecchie spropositate. Tutti sono sconvolti e denigrano la bestiola ma due bambini scoprono che proprio quel difetto fisico consente all'elefantino, battezzato Dumbo, di volare.


Partiamo da un paio di necessarie premesse. E' vero, i remake live action della Disney sono delle bieche operazioni commerciali senz'anima. La cosa si può criticare quanto volete ma sta di fatto che la gente, me compresa, va a vederli e consente alla Casa del Topo di incassare fior di quattrini in tutto il mondo, quindi, per quanto apparentemente non necessari, vendono e ciò spinge la Disney a continuare a mungere la vacca Clarabella, semplice semplice. Come ho scritto poco su, la Disney è una major e ciò implica, come dimostrano anche i film Marvel e quelli della saga di Star Wars, un controllo pressoché totale su ogni pellicola sfornata, anche a costo di soffocare la personalità di eventuali registi (salvo rare eccezioni, ma qui parliamo di classici Disney, non di MCU). Il Dumbo di Tim Burton, qui anche produttore esecutivo, non si distacca dalle regole auree che governano questi remake live action fin dalla loro prima comparsa nelle sale e proprio per questo non si può parlare di un Tim Burton "bollito", come si legge da più parti. Al limite, di un Burton fagocitato dalle necessità Disneyane, questo sì, ma se paragoniamo Dumbo a roba improponibile come Alice in Wonderland e Miss Peregrine si può solo che essere felici e tornare a volere almeno un po' di bene al regista di Burbank. Allo stesso modo, possiamo criticare la trama di un film che nel 1941 durava poco più di un'ora e che, riproposto nel 2019, arriva a toccarne due? Certo, possiamo secondo il principio per cui "questi live action sono inutili" ma siccome esistono e li si guarda, dobbiamo prenderli come opere a sé stanti senza fare troppi paragoni o pretendere chissà che. Di fatto, il nocciolo del Dumbo originale è stato rispettato. La trama continua a concentrarsi sull'ingiusto odio per chi è diverso e quindi considerato inferiore o "dumb", sulla fiducia necessaria a far sì che le persone trovino la forza di essere migliori e compiere miracoli, sulla bellezza intrinseca anche in ciò che è "strano", e queste caratteristiche si estendono da Dumbo a tutto il codazzo di esseri umani che abitano il circo in cui è nato, a partire da due bimbi orfani di madre. Si può discutere del fatto che, una volta esaurita la storia "originale", gli sceneggiatori si sono letteralmente seduti su un plot visto e stravisto mille volte (supercattivone arriva apparentemente a salvare il circo solo per poi rivelarsi spinto essenzialmente dalla volontà di avere Dumbo per sé e farci soldi licenziando il resto del personale, che si scoprirà invece una grande famiglia in grado di salvare tutti i suoi membri) e popolato da figurette monodimensionali mutuate da parecchi film di Burton ma, ribadisco, parliamo di un film Disney destinato essenzialmente a un pubblico di bambini, non di cinèfili dell'internet, il cui unico "dovere" nei confronti degli adulti è quello di strizzare l'occhio con rimandi alla pellicola originale atti a far sorridere, piangere come delle fontane oppure indinniare (sì, a mio avviso l'unico vero difetto del film è aver trasformato un incubo da ubriachi in un innocuo spettacolo di bolle).


Chi si aspettava di più e per questo non si è fatto catturare dai buoni sentimenti, dalla tenerezza di Dumbo e dalla semplicità della storia, con tutto il rispetto, è un pirla. Ribadisco, nel caso non fosse ancora chiaro: E' Burton? No, è DISNEY che assolda Burton. E possiamo commuoverci quanto vogliamo nel vedere il Pinguino riunirsi a Batman (o bestemmiare perché il cattivo interpretato da Michael Keaton è imbarazzante) oppure piangere perché la visionarietà artigianale di Burton si è persa nel 2003 con Big Fish, sepolta sotto un utilizzo sempre più estensivo della computer graphic, ma perlomeno Dumbo è delicato e sposa tematiche da sempre assai care al regista, tanto da non sembrare solo un prodotto senz'anima fatto su commissione. Saranno gli occhioni azzurri del meraviglioso Dumbo, più gattino frugnante che elefantino, a rendermi più tenera di quanto questo film meriterebbe? O sarà l'effetto Pavlov di una colonna sonora realizzata da un Danny Elfman svogliato, pronto ad autoplagiarsi brutalmente profondendosi in melodie praticamente identiche a quelle strappacuore dell'adorato Edward Mani di Forbice? Chissà. Sta di fatto che, con tutti i suoi limiti, Dumbo mi è piaciuto con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Tra i primi c'è comunque una certa grandeur a livello di scenografie e costumi, la scelta di riproporre le scene topiche del Dumbo originale contestualizzandole all'interno del film senza renderle la saga del cosplay venuto male, la già citata bellezza dell'elefantino, l'utilizzo di vecchie melodie mai dimenticate e la presenza di un Danny De Vito in gran spolvero; tra i secondi, a proposito di attori, c'è un Colin Farrell assolutamente fuori parte, un Michael Keaton che sul finale fa cose stupide "perché sì" e l'orrore di un paio di sequenze in cui Eva Green (sempre splendida ed elegantissima) cavalca un elefantino che pare appiccicato allo schermo con lo sputo, alla faccia dell'effetto speciale venuto male. E il finale, con tutta la letizia cheesy di un film anni '40 (appunto) sarà anche il trionfo della banalità Disneyana ma a me ha fatto venire un magone grosso come una casa e uscire dal cinema col sorriso sulle labbra. Quindi, per me è sì. Non mi è venuta voglia né di rivalutare Burton né di correre a vedere Aladdin ma lo stesso, per questa volta, sono tornata un po' bambina. E pensare che a me Dumbo non è mai piaciuto!


Del regista Tim Burton ho già parlato QUI. Colin Farrell (Holt Farrier), Michael Keaton (V. A. Vandevere), Danny De Vito (Max Medici), Eva Green (Colette Marchant) e Alan Arkin (J. Griffin Remington) li trovate invece ai rispettivi link.

Roshan Seth interpreta Pramesh Singh. Indiano, ha partecipato a film come Gandhi, Indiana Jones e il tempio maledetto e Street Fighter - Sfida finale. Anche sceneggiatore, ha 77 anni.


Nico Parker, che interpreta Milly Farrier, è l'esordiente figlia dell'attrice Thandie Newton. Nell'edizione italiana del film la canzone Bimbo mio è cantata da Elisa, che doppia anche Miss Atlantis. Will Smith, Tom Hanks, Casey Affleck, Christopher Walken e Chris Pine erano il lizza per dei ruoli ma hanno tutti rinunciato per dedicarsi ad altri progetti. Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto, non potete esimervi dal recuperare il Dumbo originale . ENJOY!


giovedì 4 aprile 2019

(Gio)WE, Bolla! del 4/4/2019

Buon giovedì a tutti!! Finalmente l'attesa è giunta al termine e uno dei tanti grandi appuntamenti horror della stagione è arrivato anche a Savona!!! ENJOY!

Noi
Reazione a caldo: EvvivaaaaaaaaHHHH!!!! *____*
Bolla, rifletti!: Per problemi logistici andrò a vederlo già stasera e diamine non sto nella pelle. Il trailer dell'ultima fatica di Jordan Peele è intrigantissimo e io sono riuscita ad evitare tutti gli spoiler così da arrivare al cinema e sorprendermi dall'inizio alla fine di questo apparente scontro tra dopperlganger.

Shazam
Reazione a caldo: Hmmm...
Bolla, rifletti!: Supereroe DC che non conosco e che mi ispira poco, sinceramente. Tuttavia mi si dice che il film è molto divertente, vedrò domenica sul momento se avrò voglia di vederlo.

Dolceroma
Reazione a caldo: Mi vergogno ma...
Bolla, rifletti!: ... ma andrei a vedere più questo che Shazaam. Me ne vergogno perché temo sia una trashata epica e poi perché umanamente mi fa disgusto Barbareschi, che però pare abbia azzeccato l'interpretazione di una vita. Staremo a vedere.

Al cinema d'élite vanno sul frivolo...

Book Club - Tutto può succedere
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Signore di una certa età riscoprono la gioia di vivere dopo aver letto Cinquanta sfumature di grigio. Da vedere giusto per le attrici coinvolte, ma magari non al cinema, quello no.

mercoledì 3 aprile 2019

The Prodigy - Il figlio del male (2019)

Il primo dei millemila film da vedere al cinema questa settimana è stato The Prodigy - Il figlio del male (The Prodigy), diretto dal regista Nicholas McCarthy.


Trama: il piccolo Miles si rivela un genio fin dai primi mesi di vita ma crescendo i suoi genitori si accorgono che il lui alberga anche un'oscurità pericolosissima...



C'era una volta At the Devil's Door, conosciuto in Italia come Oltre il male, horror all'apparenza "banale" che in realtà spingeva lo spettatore a riflettere sulla natura del Male e sulla possibilità di accoglierlo come entità "neutra", una delle tante energie cosmiche bisognose di una casa dove dimorare e mettere radici, non peggiore di tante altre. At the Devil's Door era il secondo lungometraggio di Nicholas McCarthy, da lui scritto e sceneggiato (il primo, The Pact, purtroppo non l'ho ancora visto), e si distingueva da altri film a base di infestazioni/possessioni demoniache per una certa malinconica personalità; in The Prodigy McCarthy è solo regista e si vede, perché la sceneggiatura scritta da Jeff Buhler (quello di The Midnight Meat Train ma anche quello che dovremo maledire/benedire per l'imminente adattamento di Pet Sematary) è molto più convenzionale e priva di sorprese, anche se qualche zampatina e tentativo di essere originali riesce a piazzarli. Fulcro della vicenda è il rapido cambiamento del piccolo Miles, genietto in fieri che, con l'avvicinarsi degli otto anni, comincia a manifestare inquietanti squilibri e una doppia personalità minacciosa. I "sintomi" sono quelli di una possessione demoniaca, salvo per il vomito, perché il pargolo bisbiglia cose in lingue sconosciute compiendo atti orribili, e ovviamente i genitori perplessi non sanno bene che fare, tra granitici sentimenti materni e il papà che invece vorrebbe vedere il figliolo appeso per i pollici. Tutto nella norma di un banale film di possessioni, se non fosse che l'inevitabile soluzione proposta dallo specialista di turno viene subito scartata a causa di una malizia e cattiveria che di sovrannaturale hanno poco o nulla e che alimentano la disperazione di una mamma che, avendo atteso troppo l'arrivo di un figlio, è disposta a superare ogni limite per il bene del piccolo. Più della connotazione del "bambino malvagio" di turno, è interessante vedere come all'interno del film si combatta la battaglia solitaria di una donna che sperava di avere un figlio "speciale" e ha ottenuto molto più di quanto desiderato ma lo stesso non riesce ad accettare l'orribile realtà di avere ormai per le mani uno psicopatico sconosciuto.


Ciò porta la protagonista a compiere errore irreparabile dopo errore irreparabile, convinta di condurre un gioco di cui in realtà è solo una pedina, ed è questo che tiene vivo l'interesse dello spettatore nonostante la scelta di attori un po' sciapi (la migliore, ovviamente, è Brittany Allen ma compare troppo poco) e l'inevitabile piattume di un doppiaggio italiano che, come sempre, rende i bambini dei piccoli idioti monocordi e lagnosi. Nicholas McCarty, infatti, non punta a creare un horror infarcito di jump scare, li centellina quasi fossero uno scotto necessario da pagare per un horror commerciale e li relega al ruolo di aspetto meno interessante della pellicola, peraltro in parte già spoilerato dal trailer; le inquadrature, piuttosto, si concentrano sui primi piani del piccolo Miles, concentrato di innocenza con un'oscurità orribile che serpeggia negli sguardi offerti alla mamma sconvolta, in quel modo che ha di toccarla con le manine, di canticchiare una canzone che dovrebbe essergli sconosciuta. L'innocenza del male al suo apice, dunque, testimone silenziosa e perfida dello scontro tra l'istinto materno di una madre disperata e la razionalità di una donna che non riesce più a nascondere la testa sotto la sabbia davanti alla malvagità del figlio, una battaglia che rende il film più interessante dei suoi cugini "maligni" (grazie sempre ai titolisti italiani che ci credono dei belinoni) e per questo una valida aggiunta al filone "bambini evocatori della Sindrome di Erode".


Del regista Nicholas McCarthy ho già parlato QUI. Colm Feore (Arthur Jacobson) e Brittany Allen (Margaret St. James) li trovate invece ai rispettivi link.


Il piccolo Jackson Robert Scott, che interpreta Miles, è stato il Georgie del recente It. Se The Prodigy - Il figlio del male vi fosse piaciuto, recuperate Il giglio nero, Il villaggio dei dannati e The Children, film consigliati dallo stesso Nicholas McCarty. ENJOY!


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